Luglio 7th, 2020 Riccardo Fucile
IL PIL SPROFONDA, MA LA STRATEGIA DEL RINVIO DEI DOSSIER NON PAGA
L’evanescenza del governo e la durezza della crisi.
In una manciata di ore la cronaca politica ed economica squaderna in tutta la sua drammaticità l’asincronia fra la politica e la realtà , con la prima che riesce solo a procrastinare e a vivacchiare a colpi di “salvo intese” e la seconda che si presenta in tutta la sua gravità attraverso i dati impietosi di tre (tre!) istituzioni economiche nazionali e internazionali.
Da un lato un esecutivo che licenzia il Decreto semplificazioni – che sarebbe dovuto essere l’architrave del rilancio post-Covid – al termine di una maratona notturna, alle 4 di notte, come se fosse una scatola vuota, rimandando tutti i nodi irrisolti a ulteriori trattative fra partner di maggioranza, non a caso Conte cerca poi di rimediare con una conferenza stampa in cui racconta il via libera (ma non definitivo) “a una lista di 130 opere strategiche”; dall’altro Bankitalia, Commissione Ue e Ocse che disegnano assieme uno scenario da far tremare i polsi, tratteggiando una Italia dove le cose vanno peggio del previsto, dove la metà delle famiglie perderà reddito quest’anno e dichiara di poter andare avanti non più di tre mesi in assenza di altre entrate, dove la disoccupazione scoppierà in autunno coinvolgendo soprattutto i più giovani. Il Palazzo che affonda nelle sabbie mobili del tiriamo a campare e il Paese che affonda per le conseguenze del Covid.
Leggere assieme i tre report economici è, al di là di semplice retorica, operazione per forti di spirito.
Bankitalia mostra come il virus abbia davvero picchiato duro sulle famiglie italiane, non solo quelle coinvolte, purtroppo, da un punto di vista sanitario. Anche quelle che non hanno avuto un familiare malato, intubato, o peggio, venuto a mancare, ne sono state colpite duramente: una su due quest’anno dovrà stringere la cinghia perchè perderà un pezzo di benessere, che sia uno stipendio o l’incasso di qualche fattura.
L’Ocse ci mette un altro carico non da poco: la disoccupazione esploderà nel 2020 al 12,4% e bisogna sperare che in autunno non ci sia un’altra ondata, altrimenti la percentuale di chi perde un lavora aumenterà ancora.
Angel Gurria, il segretario generale dell’organizzazione, poi ricorda come i più colpiti in Italia sono i giovani, tanto da lanciare un grido di dolore accolto dal silenzio della politica: “non si deve permettere che il risultato di questa crisi sia una generazione persa”.
Infine la Commissione europea, che arriva a darci il colpo di grazia: il calo del Pil è peggio del previsto, -11,2% quest’anno, e dobbiamo davvero sperare che non ci sia bisogno di un nuovo lockdown, altrimenti sono guai seri. Del resto, alcuni segnali dell’economia reale – se vogliamo uscire dai freddi numeri dei report – fanno correre un brivido lungo la schiena. Basti dare un’occhiata alle lunghe file di fronte ai banchi dei pegni: gli italiani vendono i gioielli di famiglia, l’argenteria di casa pur di arrivare a fine mese.
Di fronte a un quadro così tragico, lascia ancora più sbigottiti la strategia del rinvio adottata dal premier Conte su tutti i dossier più importanti.
Qui davvero la lista è lunghissima, lo stesso premier ha ammesso il ritardo: Autostrade, ex Ilva, Alitalia, la banda larga, il Mes, i decreti Sicurezza e chi più e ha più ne metta.
Per tacere dell’ultima puntata notturna. Il decreto semplificazioni che stanotte è stato approvato “salvo intese”, il che vuol dire che non è stato approvato definitivamente, in quanto alcuni nodi – come la lista delle grandi opere da sbloccare e i poteri dei commissari – non sono stati sciolti, un testo definitivo non c’è ma si ragiona ancora su bozze e il provvedimento non andrà in Gazzetta Ufficiale prima di alcuni giorni, come ammesso dallo stesso Conte.
A poco vagono le slide presentate dal premier in conferenza stampa: la lista delle 130 opere sbloccate può ancora cambiare, di definitivo non c’è nulla. Stiamo parlando di un provvedimento particolarmente atteso, quello che Conte ha annunciato due mesi fa e che ha ribattezzato come la “madre di tutte le riforme”. Un’enfasi che diventa ancor di più irritante visti i ritardi e le baruffe di maggioranza.
Intanto il Paese aspetta. Sicuramente non spera più.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2020 Riccardo Fucile
NEI BAR DELLA GALLURA NON SI PARLA D’ALTRO E NOVE SU DIECI STANNO CON GRAZIANO MESINA, FUGGITO GIOVEDI’ DOPO LA CONDANNA
“Proprio giovedì è successo un fatto stranissimo nel parco marino francese delle isole Cavallo e
Lavezzi, fra la Corsica e la Sardegna. Ben tre pescatori di frodo sardi sono entrati contemporaneamente nelle zone vietate, attirando su di sè l’attenzione di tutte le imbarcazioni della Gendarmerie. Uno si è fatto inseguire fino al porto di Santa Teresa, dove le guardie hanno chiesto ai carabinieri di arrestare il pescatore approdato. Ma ormai era troppo tardi, e quello se n’è andato facendosi beffe di tutti”.
In quello stesso pomeriggio la primula rossa di Orgosolo spariva, non presentandosi alla firma giornaliera delle 19 alla stazione dei carabinieri del suo paese, dove per un anno era stato puntualissimo.
La Cassazione ha sentenziato alle 20, due ore dopo i carabinieri non lo hanno più trovato a casa della sorella. La sua avvocata dice di averlo visto l’ultima volta alle 16. L’ipotesi è che Mesina in due ore sia arrivato in auto sulla costa nord della Sardegna, fra Santa Teresa, Porto Pozzo e Palau, e abbia preso un gommone per la Corsica.
Quei tre pescatori avrebbero funzionato da esca vivente per distrarre le guardie di frontiera francesi. Mesina non ha documenti, ma i boschi corsi sono fitti e inaccessibili quanto quelli del Supramonte.
“Ha 78 anni, ne ha passati 45 in carcere, lasciatelo stare”, dicono molti suoi corregionali.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
ORA PROVA A RICUCIRE CON I VESCOVI E SI ERGE A DIFENSORE DELLE PARITARIE
Chi ha visto “I due Papi” sa quanta sintonia spirituale, al di là delle differenze culturali e degli
atteggiamenti politici, esista tra Bergoglio e Ratzinger.
E chiunque stia attento alle vicende vaticane sa quanto Francesco tenga al rapporto con Benedetto XVI. Arrivare a Bergoglio tramite l’ammirazione di Ratzinger si può ed è quanto sta cercando di fare Matteo Salvini, nonostante in passato il leader leghista abbia tentato di tenere fortemente distinti questi due mondi apparentemente così diversi. Ma ora nella Lega c’è un cambio di strategia.
Salvini rompe lo schema. Scrive una lettera a Papa Benedetto XVI per esprimere “vicinanza e cordoglio profondo” per la scomparsa del fratello Georg, ma cita anche papa Francesco rivolgendogli un grazie.
Il leader leghista accompagna la missiva con un mazzo di orchidee, e aggiunge alcune riflessioni personali. Oltre al leader leghista, scrivono messaggi di cordoglio per Ratzinger anche i capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo.
Inoltre, nell’arco di pochissime ore, Salvini – per la prima volta attraverso il quotidiano “Avvenire” – invia una lettera al Capo dello Stato Sergio Mattarella sulla situazione della scuola con particolare riferimento alle paritarie (In Italia sono 12.547, di queste circa 8 mila cattoliche).
Salvini considera questo il momento giusto per cercare un avvicinamento con Bergoglio e con i vescovi, perchè il tema dell’immigrazione, su cui i due sono notoriamente agli antipodi, non è più centrale come prima e il leader leghista approfitta della bonaccia. Inoltre la Chiesa dà i primi segnali di insofferenza nei confronti del Governo Conte.
Il premier, l’allievo di Villa Nazareth, formazione cattolica, devoto di Padre Pio, sta dando segnali contrastanti per quanto riguarda le battaglie storiche e identitarie della Chiesa, dalle scuole cattoliche ai temi etici.
Lo stop alle Messe durante il Covid ha creato molte frizioni con la Cei e guarda caso per la prima volta la lettera di Salvini al Capo dello Stato viene pubblicata in prima pagina su Avvenire, quotidiano della Cei.
In questo contesto Salvini prova ad aprire un nuovo canale di dialogo con la Chiesa per puntellare in termini di voti la sua ambizione da leader del centrodestra.
“Le diplomazie sono al lavoro per evitare incomprensioni, come avvenuto in passato, con le alte gerarchie vaticane”, è quanto circola in queste ore in ambienti leghisti che registrano questo cambio di atteggiamento e di strategia: “Si lavora per trovare punti di contatto e non di divisione”
La Lega, dopo essere stata oscurata dall’emergenza Covid, prova a tornare sulla scena consapevole — dicono — che “il primo partito d’Italia deve poter parlare con tutti. Quindi anche con la Chiesa”, che nel tempo non ha gradito l’ostentazione salviniana del crocifisso in ogni comizio.
Giusto per dirne una. L’apice dello scontro si è raggiunto sul tema dell’immigrazione, soprattutto con Papa Bergoglio, che incarna l’anima più progressista del cattolicesimo.
Ora Salvini lancia segnali nel tentativo di una svolta nei rapporti tra la Santa Sede e il primo partito italiano. Poche settimane fa il governatore leghista della Lombardia, Attilio Fontana, è stato ricevuto in Vaticano con una delegazione di operatori sanitari che hanno combattuto il Covid-19 in prima linea.
Salvini aveva commentato: “Da lombardo non riesco a descrivere l’emozione nel vedere la delegazione dei rappresentanti delle istituzioni, dei medici, infermieri e volontari in udienza dal Santo Padre. È stato come se fossero lì i miei genitori e i miei figli a ricevere l’abbraccio del Papa. Una Grande emozione. Grazie Papa Francesco!”.
Pochi giorni prima, Salvini aveva confermato di essere stato protagonista di diversi incontri – definiti “cordiali, costruttivi e riservati” – con vescovi e cardinali, italiani e stranieri.
Non solo. Nelle drammatiche settimane di emergenza Covid — raccontano ancora ambienti leghisti – Salvini era stato in costante contatto con preti e vescovi nei territori più martoriati dal virus, esprimendo il proprio ringraziamento per l’aiuto e l’impegno in prima linea offerto dai religiosi, in particolare negli ospedali. In vista della campagna elettorale delle regionali, Salvini in questo cambio di strategia batterà su politiche a sostegno della famiglia, della disabilità , della natalità o della libertà di istruzione. Tutti i temi che sorridono alla Chiesa.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 1st, 2020 Riccardo Fucile
ORA E’ PIENO DI ELOGI PER IL CAPO DELLO STATO
«È un grande Presidente, un apostolo», diceva il geometra Luciano Calboni in uno dei film del
celebre Fantozzi.
Una captatio benevolentiae che, ancora al giorno d’oggi, è diventata un modo di dire comune per sottolineare una celebrazione nei confronti di un personaggio che, invece, non viene proprio stimato.
Ovviamente questo non sembra essere il caso del leader della Lega che, da alcuni giorni a questa parte, invia (a mezzo stampa e social) messaggi di stima al Presidente della Repubblica.
L’ultimo dei tanti la lettera Salvini a Mattarella sulla Scuola. Insomma, una stima inattaccabile, ma qualche anno fa non era proprio così.
Partiamo dagli ultimi avvenimenti. Nei giorni scorsi Matteo Salvini ha ringraziato, più volte, pubblicamente il Presidente della Repubblica per la sua visita a Codogno, ma anche per gli inviti fatti al governo per una collaborazione tra maggioranza e opposizioni. Poi la lettera scritta oggi e rivolta a Sergio Mattarella in qualità di Capo dello Stato e anche di ex Ministro dell’Istruzione.
Una missiva in cui si dice preoccupato per la situazione della Scuola e dell’Istruzione in Italia. Insomma, un attacco — con parole molto più morbide rispetto a quanto afferma tra social e comizi vari — a Lucia Azzolina (e al governo).
Tutto giusto, tutto legittimo. Soprattutto per quanto riguarda la conferma nella fiducia dell’operato del Presidente della Repubblica.
Sta di fatto, però, che la lettera Salvini a Mattarella arrivi dopo anni bui in cui il leader della Lega non aveva lesinato critiche — sfociate anche in insulti — nei confronti del Capo dello Stato.
Ma quattro anni fa, Salvini diceva parole diverse su Mattarella
Solo quattro anni fa, Mattarella veniva definito un «complice e venduto». Oggi diventa una persona stimata e stimabile per il suo ruolo e il suo equilibrio.
E quelle parole del leader della Lega vennero ribadite anche successivamente quanto, rispondendo alle polemiche, rincarò la dose: «Il Presidente degli italiani, che tale non mi sembra — disse intervenendo alla Telefonata di Maurizio Belpietro — prima di parlare di frontiere e confini aperti dovrebbe difendere la sua gente ed il lavoro della sua gente. Non mi riconosco in lui». Il tutto accompagnato da un appellativo rivolto al capo dello Stato: «chiacchierone». Ma, evidentemente, il tempo appiana i contrasti.
Così come l’opportunismo politico.
(da agenzie)
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Giugno 30th, 2020 Riccardo Fucile
SPUNTANO I CARTELLI: “VIETATO PORTARE VIA IL GEL IGIENIZZANTE”
“E’ vietato riempire contenitori personali dal dispenser”. E’ quanto recita un cartello
affisso accanto a un flacone di disinfettante per mani all’interno di Palazzo Chigi, proprio nei pressi dell’aula dove si tiene il Consiglio dei ministri.
Secondo quanto riporta Il Messaggero, non si tratterebbe un caso isolato: le cronache parlamentari ci hanno raccontato che nella vicina Camera dei deputati, già ai primi tempi dell’epidemia, era sparita l’Amuchina dalle toilette.
Una immagine poco esaltante delle nostre istituzioni: dopo i parlamentari che non rispettano il distanziamento e l’uso della mascherina nelle loro iniziative pubbliche e “complottisti” e negatori del virus, ci mancava la chicca di chi si frega pure il gel igienizzante per portarselo a casa dove averlo travasato in propri contenitori.
Meglio non commentare…
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2020 Riccardo Fucile
ADDIO AL PALAZZO CHE HA FATTO LA STORIA DI QUESTO QUARTO DI SECOLO DELLA POLITICA ITALIANA
Quella villa, col suo meraviglioso parco sull’Appia Antica, un capolavoro anni ’30, su un unico piano tra immensi saloni, è stata il piccolo grande simbolo di un sodalizio.
Quello tra il magnate miliardario Silvio Berlusconi e l’artista, ma soprattutto l’amico, Franco Zeffirelli.
Perchè quando l’allora premier l’ha acquistata – era il 2001 – il regista fiorentino la abitava già da tempo. Tre milioni, 375 mila euro il costo, tutto sommato dati in dono, se si considera che il Cavaliere la acquistò a quell’esorbitante cifra per concederne l’usufrutto vita natural durante al maestro del Gesù di Nazareth e di tanti altri capolavori.
E non passò giorno senza che Zaffirelli riconoscesse e ringraziasse il “generoso Silvio” per quel regalo d’altri tempi. Dal valore doppio, dato che considerava il fondatore di Forza Italia il suo leader politico, oltre che il fraterno amico.
Dopo la morte del regista, l’anno scorso, sono iniziati lenti i lavori di ristrutturazione, anzi restauro, dell’edificio che solo adesso – complice il lockdown – stanno per concludersi del tutto.
Così, l’eurodeputato (come anticipato in queste ore dal Messaggero) ha deciso di trasferire proprio nella zona verde della Capitale la sua residenza per le poche giornate romane che d’ora in avanti intenderà concedersi.
Trasloco a settembre e addio a Palazzo Grazioli, che ha fatto la storia di questo quarto di secolo della politica italiana. Per ragioni economiche, anche. La residenza su due piani nel cuore di Roma, ormai per lui inutilmente a due passi dal Senato e dalla Camera, era stata affittata nel 1996.
Al costo poco ragionevole, persino per la famiglia Berlusconi di questi tempi, di 480 mila euro l’anno. Nell’ultimo, ma così anche negli ultimi precedenti, il capo del partito ci aveva messo piede pochissimo.
A febbraio, prima della quarantena a Nizza, la precedente visita. Si chiude dunque il “Parlamentino” del piano terra, location di memorabili comizi del leader per i soli parlamentari del partito e di epici confronti interni.
Stanza di compensazione dei minidrammi giudiziari del fondatore – condanna definitiva e l’espulsione dal Parlamento del 2013 – e dei suoi sodali (Denis Verdini). Stanze in cui erano di casa Gianni Letta e il compianto Paolo Bonaiuti, sede di lavoro per l’avvocato Niccolò Ghedini e più di recente del braccio destro Licia Ronzulli.
Adesso varcavano il portone solo il paio di segretarie rimaste, l’autista, i dirigenti fidati di partito Valentino Valentini e Sestino Giacomoni che avevano lì ancora l’ufficio. E poi giusto Fedele Confalonieri quando di tanto in tanto mette piede a Roma.
Nel grande appartamento con camere da letto, salone, cucine del piano nobile, il primo – dove sono andati a trovarlo leader di mezzo mondo, da Putin a Orban – Berlusconi non ha più alcuna voglia di entrare, raccontano i suoi.
E se proprio sarà costretto a raggiungere la Capitale per un incontro politico coi parlamentari, intende almeno godersi il verde e i silenzi dell’Appia piuttosto che i rumori e il traffico a pochi metri da Piazza Venezia.
Per tenere a rapporto deputati e senatori, basterà – come avvenuto prima dell’epidemia – la Sala Koch di Palazzo Madama o l’aula dei gruppi parlamentari, in via di Campo Marzio, alla Camera. E poi per l’attività del partito resta la sede di Piazza San Lorenzo in Lucina. Coi suoi saloni e i suoi studi, più che sufficienti, hanno deciso ad Arcore.
Con Grazioli, va da sè, si chiude un’altra pagina della politica attiva del Cavaliere. E’ un ulteriore pezzo della sua vita politica attiva che va in archivio.
Le tante auto blu posteggiate nella piazzetta Grazioli sul retro. I tanti giornalisti seduti sulle foriere sotto i balconi, negli “anni d’oro” della sua presidenza del Consiglio, a registrare ingressi e uscite, durata dei summit e umori del capo, che ogni tanto si fermava e scendeva dall’auto sorridente e prodigo di dichiarazioni, altre passava dritto salutando dal finestrino o cupo sulle sue carte.
Fino al declino post 2009, quando dalle mura del Palazzo le ragazze che lo frequentavano iniziarono a far filtrare racconti non esattamente politici.
Il resto è cronaca di una parabola discendente. Del consenso, ma in fondo anche della passione per il partito e gli affari di Stato, di un Berlusconi che ormai riesce ad accendersi più per le vicende del Parlamento europeo del quale fa parte dal 2019 che per quelle italiane.
L’opposizione gli sta così stretta e angusta, gli appare così vecchia, da aver voglia di superarla, per uscire dal recinto e voltare pagina. Un po’ come dire addio a Palazzo Grazioli.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA FRASE ESATTA DEL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA IN TOSCANA GIANI ERA: “LA LEGA STA FACENDO UNA CAMPAGNA FOTOCOPIA DELL’EMILIA-ROMAGNA, DOVE IL MIO AVVERSARIO E’ SALVINI CHE SI PORTA DIETRO AL GUINZAGLIO UNA CANDIDATA”
Susanna Ceccardi e la Lega accusano Eugenio Giani di aver dato della “cagna” alla
candidata del Carroccio alla presidenza della Regione Toscana per colpa dell’intervista rilasciata al Corriere della Sera in cui il presidente del Consiglio Regionale della Toscana dice che è “al guinzaglio di Salvini”.
La risposta “incriminata” è questa:
Pensa che la Toscana sia divenuta contendibile per la prima volta, come ha spiegato la sua avversaria?
«In Emilia Romagna i leghisti dicevano le stesse cose, mi sono sentito con il presidente Bonaccini l’altro giorno ed ho subito capito: stanno facendo una campagna fotocopia, dove il mio avversario è Salvini che si porta dietro al guinzaglio una candidata».
Ceccardi utilizza una tattica di comunicazione politica che è vecchia come Matusalemme: dice che non vuole fare la vittima e intanto fa la vittima, con la pagina della Lega a tirarle la volata.
“Non voglio fare la vittima, una certa sinistra griderebbe allo scandalo se un nostro esponente dicesse a una donna dello schieramento avversario che è buona soltanto a stare al guinzaglio come una cagna: si leverebbero le grida di indignazione a livello internazionale. No, io non mi sento una vittima.”
Si tratta, tra l’altro, della stessa strategia utilizzata da Lucia Borgonzoni quando era candidata in Emilia-Romagna, che non ha portato tantissima fortuna alla parlamentare che doveva dimettersi per entrare in consiglio regionale ma poi non lo ha fatto (a proposito, la Ceccardi invece lascerà la poltrona di europarlamentare?).
Peccato che, vista la grande attenzione con cui legge i giornali, Ceccardi non si sia accorta della rubrica che le ha dedicato Aldo Grasso in prima pagina proprio sul Corriere:
“La ricordiamo ospite fissa di Announo di Michele Santoro (era giovane, era determinata) intenta a esprimere pensieri come questo: «Chi mi accusa di tenere più alla vita di un chihuahua che alla vita di un immigrato, non capisce che i chihuahua non sbarcano a migliaia sulle nostre coste». Quando diventa sindaco si rifiuta di appendere la foto del presidente della Repubblica, perchè «Mattarella è un retaggio dell’Ancien Règime». Negli anni si è distinta per la lotta all’unione civile delle coppie gay («Il registrucolo degli amanti omosessuali»), ai migranti, a chi aiuta i migranti e per una squisita sensibilità femminista: «La violenza è parte dell’uomo e della donna, è parte della natura». Che si menino!
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 28th, 2020 Riccardo Fucile
VANNO DIMINUITI QUELLI DEI PARLAMENTARI
Secondo gli italiani il premier Giuseppe Conte guadagna troppo poco, così anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
I parlamentari, invece, se la passano fin troppo bene e, a fine mese, dovrebbero trovare qualcosa in meno in busta paga.
È quanto emerge da un sondaggio condotto dall’istituto Noto e riportato da Il Giorno che basa i risultati sull’immaginario collettivo del Paese. I dati raccolti si riferiscono a quanto lo Stato dovrebbe pagare una carica pubblica e a quanti soldi quella carica effettivamente percepisce — sempre secondo le ipotesi degli italiani. Ogni cifra è dunque fittizia, non aderente alla realtà , ma si basa su delle stime.
Le cifre
Se Mattarella guadagna 12.000 euro mensili, secondo gli italiani dovrebbe esserci un incremento di 6.000 euro, portando il suo stipendio finale a 18.000 euro.
Stessa cosa per Conte: dai 6.700 percepiti, il compenso ideale sarebbe di 8.000 (+1.300). C’è invece un allineamento per i ministri: sia lo stipendio sperato che quello incassato raggiungono i 4.500 euro.
Diversa è la situazione per i parlamentari nazionali che, secondo il campione intervistato, hanno una retribuzione eccessiva. Da uno stipendio di 12.290 euro, lo Stato dovrebbe invece versare per ognuno di loro 3.000 euro al mese — decurtando, di fatto, più di 9.000 euro per ogni mensilità . Lo stesso accade per i parlamentari europei: dai 14.000 euro guadagnati, la cifra ideale, per gli italiani, è di 4.000.
Taglio degli stipendi, ma in misura minore in alcuni casi, anche per assessori regionali (-2.395), sindaci (-2.000 euro), consiglieri regionali (-5.800 euro), assessori comunali (-1.400 euro), governatori regionali (-3.300 euro) e presidenti di società pubbliche (-8.000 euro).
Professori e infermieri
Quelle degli infermieri e dei professori di scuola media e superiore sono categorie che, per il Paese, dovrebbero vedere riconosciuti degli aumenti di stipendio. Se quindi il professore guadagna circa 1.960 euro, lo Stato dovrebbe versargliene circa 2.700. Gli infermieri, con uno stipendio di 1.700 euro dovrebbero arrivare almeno a 2.300 alla fine del mese.
(da Open)
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Giugno 26th, 2020 Riccardo Fucile
LA RACCOMANDATA DI SALVINI AVEVA ACCUSATO IL CONDUTTORE DEL PROGRAMMA MA 15 DONNE PRENDONO POSIZIONE IN SUA DIFESA
Una maglietta bianca con su scritto «Don’t look back», il suo compagno di conduzione che esce dalla scena poco prima che la regia mandi il cosiddetto ‘nero’.
Poi il messaggio invitato dallo staff de La Vita In diretta (firmato da 15 donne) a Lorella Cuccarini, mostrando tutta la loro sorpresa per le accuse di maschilismo nei confronti di Alberto Matano.
L’ultima puntata di questa stagione della trasmissione pomeridiana di Rai 1 è stata tutt’altro che tranquilla con gli stracci che sono iniziati a volare fin dal primo pomeriggio, dopo la lettera scritta dalla ‘più amata dagli italiani’.
Lorella Cuccarini aveva parlato del suo addio a La Vita in diretta, accusando il suo compagno di viaggio alla conduzione, Alberto Matano, di un atteggiamento non solo egocentrico, ma anche maschilista.
Accuse che sono state evidenti anche durante l’ultima puntate di questa stagione, con le tensioni evidenti tra i due per tutto il corso della puntata. Poi è arrivato anche il messaggio di 15 donne dello staff e della redazione della trasmissione, che si sono dissociate dall’accusa mossa dalla showgirl e conduttrice.
Il testo del messaggio è stato pubblicato in anteprima da Leggo. Ecco quanto scritto dalle 15 donne a Lorella Cuccarini.
«Cara Lorella dopo aver letto la tua mail, arrivata a ridosso dell’ultima puntata del programma, abbiamo provato smarrimento e incredulità per le tue parole. Abbiamo trascorso mesi durissimi e difficili in cui abbiamo lavorato insieme, con te e con Alberto, con impegno e dedizione, per gli stessi obiettivi e non ci aspettavamo una conclusione come questa. Fare finta di niente sarebbe la soluzione più semplice ma sentiamo il bisogno di dover dire la nostra, da donne. Abbiamo lavorato per tutta la stagione invernale in questo programma e siamo sorprese e amareggiate e stentiamo ancora a credere alle accuse di maschilismo rivolte ad Alberto. La nostra esperienza di lavoro con lui è stata caratterizzata da rispetto e riconoscimento professionale. Da grande giornalista, Alberto ha saputo valorizzare ognuno di noi nel proprio ruolo, con passione generosità e intelligenza, avendo sempre come obiettivo la qualità del programma».
Il messaggio porta le firme di Maria Graziano, Maria Teresa di Furia, Elena Martelli, Ilenia Petracalvina, Shaila Risolo, Raffaella Longobardi, Lucia Loffredo, Lucilla Masucci, Simona Giampaoli, Sonia Petruso, Erika Tuccino, Mara Pannone, Sara Verta, Donatella Cupertino.
(da agenzie)
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