Destra di Popolo.net

PERCHE’ TRUMP CADRA’

Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile

LA DEMOCRAZIA USA E’ FATTA DI “PESI E CONTRAPPESI” PROPRIO PER EVITARE UN POTERE FRAUDOLENTO E ARROGANTE DEL PRESIDENTE

Perchè un pericoloso Presidente dai forti impulsi “nativisti” (contro i latinos), “populisti” (contro le èlite liberali), “isolazionisti” (America First) e “autoritari” (comando io) scivola sul piano inclinato che ne ridimensiona il potere e lo porta fuori dalla Casa Bianca?
La risposta sta nel sistema di governo americano fondato sui checks & balances (pesi e contrappesi) che servono a impedire a un organo di governo di acquisire un potere eccessivo o fraudolento a scapito di un altro.
E nel sistema pluralistico che domina la scena politica e sociale degli Stati Uniti.
Il Congresso controlla la Presidenza come si è visto in questi giorni con l’attività  del Comitato dell’intelligence, che ha convocato ministri e responsabili delle agenzie indipendenti, tenuti a testimoniare la verità  pena l’incriminazione.
Nonostante che il Congresso sia a maggioranza Repubblicana, il controllo istituzionale sulle attività  del gruppo Trump è condotto con autonomia perchè è rispettata la regola insita nel sistema di governo quale che sia il potere discrezionale del Presidente.
Rispetto ai limiti di ciascun potere, una funzione decisiva per l’accertamento della verità  è svolta anche dalle agenzie federali autonome, prima fra tutte l’FBI.
Pur dipendendo gerarchicamente dal ministro della giustizia, quindi dall’amministrazione Trump, il responsabile FBI Comey e il superprocuratore Mueller alla fine risulteranno essenziali nella individuazione degli atti fraudolenti della presidenza.
Infine nel sistema pluralistico degli bilanciamenti politici e sociali, non deve essere sottovalutato il ruolo della stampa, che svolge oggi la stessa funzione essenziale che ebbe nel Watergate per le dimissioni e l’impeachment di Nixon.

(da “Huffingtonpost”)

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RUSSIAGATE, INDAGATO ANCHE IL GENERO DI TRUMP

Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile

KUSHNER SOTTO INCHIESTA PER I SUOI AFFARI CON IL CREMLINO… IL VICEPRESIDENTE PENCE NOMINA UN AVVOCATO

Il ruolo di Jared Kushner nel Russiagate e i suoi affari sono sotto inchiesta da parte del procuratore speciale Robert Mueller, incaricato di indagare sui contatti tra lo staff del presidente Donald Trump e il Cremlino. A rivelarlo, come consuetudine, è il Washington Post, che cita “fonti investigative”.
I media Usa avevano già  svelato nelle scorse settimane come Kushner fosse coinvolto nelle indagini del Russiagate come “persona di interesse”, ora invece il genero e consigliere di Trump diventa indagato.
Il marito di Ivanka Trump non è il solo. Sotto la lente del procuratore ci sono le finanze di altri uomini chiave vicini al tycoon, compresi Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale; Paul Manafort, ex direttore della campagna elettorale; e Carter Page, uno dei consiglieri specializzati in politica estera.
Il Washington Post aveva già  rivelato che nell’indagine erano finiti i meeting tenuti da Kushner a dicembre con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak e con il presidente della banca statale Sergey Gorkov. Durante l’incontro con il diplomatico, Kushner aveva suggerito di stabilire una linea di comunicazione riservata tra Casa Bianca e Cremlino presso le strutture dell’ambasciata russa. Ieri però l’annuncio che ad essere esaminati dal procuratore saranno anche gli affari del giovane imprenditore.
Pence prende un avvocato.
Il vicepresidente Mike Pence ha ingaggiato un suo legale personale, esterno alla Casa Bianca, che lo dovrà  assistere e rappresentare nell’ambito delle indagini del Russiagate. Il legale scelto è Richard Cullen, ex procuratore in Virginia. “Il vice presidente è completamente concentrato sui suoi incarichi e nel promuovere l’agenda del presidente ed è impaziente per una rapida conclusione della vicenda”, ha detto il direttore delle comunicazioni di Pence, Jared Agen, in una nota.

(da “La Repubblica”)

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RUSSIAGATE, IL MINISTRO DELLA GIUSITZIA SESSIONS PRONTO A DIMETTERSI PER TENSIONI CON TRUMP

Giugno 7th, 2017 Riccardo Fucile

TRUMP NON AVREBBE GRADITO LA SUA ASTENSIONE NELL’INCHIESTA DELL’FBI SULLE INTERFERENZE RUSSE IN CAMPAGNA ELETTORALE

Il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, è pronto a dimettersi sulla scia delle crescenti tensioni con il presidente Donald Trump.
Lo riporta Abc citando alcune fonti.
Trump sarebbe frustrato per la decisione di Sessions di astenersi sulle indagini sul Russiagate, avendo aperto di fatto la strada alla nomina del procuratore speciale.
La tensione sarebbe salita a livelli talmente alto da spingere Sessions a ipotizzare le dimissioni.
Non è chiaro se le abbia minacciate o abbia offerto di dimettersi.
Secondo il Washington Post che cita fonti vicine alla Casa Bianca, Trump non sapeva che Sessions si sarebbe astenuto riguardo al Russiagate e ora lo accusa dei successivi sviluppi come la nomina di un procuratore speciale, Robert Mueller, per supervisionare   il caso.
La rabbia di Trump contro il ministro della giustizia sarebbe anche legata allo stop dei suoi “travel ban”, i decreti sui divieti nei viaggi, da parte dei Tribunali Usa.
Lo stesso presidente si era scagliato contro il Dipartimento di giustizia per come ha gestito questa disputa legale.
Il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, a cui è stato chiesto se Trump ripone ancora fiducia in Sessions ha risposto di “non aver parlato con lui di questo”.
Intanto secondo il New York Times l’ex direttore dell’Fbi, James Comey, non voleva ritrovarsi solo negli incontri con Trump e aveva chiesto al ministro della Giustizia, Sessions, di non lasciarlo solo.
Comey temeva pressioni di Trump sul Russiagate e sosteneva che il Dipartimento della giustizia aveva anche il compito di proteggere l’Fbi dall’influenza della Casa Bianca.
Da parte sua Sessions pare sia stato irritato dai continui tweet e commenti di Trump, specialmente dopo il licenziamento di Comey da capo dell’Fbi il 9 maggio scorso. E che questo lo abbia spinto a avanzare l’ipotesi di dimissioni.
Sessions avrebbe detto a Trump di avere bisogno di mano libera per fare il suo lavoro.
Domani l’ex direttore dell’Fbi, James Comey, si presenterà  in commissione al Senato in quella che sarà  la sua prima testimonianza pubblica dal suo licenziamento.
L’ex capo dell’Fbi non arriverà  a accusare Trump di aver cercato di ostacolare il corso della giustizia ma si limiterà  a descrivere i fatti e le sue riunioni con il presidente, lasciando a altri il compito di tirare le conclusioni
Infine, sempre sul Russiagate, emergono altre circostanze. Trump avrebbe fatto pressioni anche sul direttore dell’Intelligence Usa Daniel Coats, affinchè intervenisse su Comey per fermare l’inchiesta dell’Fbi sulle interferenze dei russi nella campagna presidenziale americana.
Secondo il Washington Post Trump si lamentò con Coats dell’indagine dell’Fbi e di come Comey la stava gestendo.

(da “La Repubblica”)

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I CURDI ENTRANO NEI SOBBORGHI DI RAQQA: OFFENSIVA FINALE CONTRO L’ISIS

Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile

A MOSUL L’ISIS SPARA SU CHI FUGGE… RAID USA SU UNA SCUOLA, MORTI CIVILI

I curdi hanno lanciato l’offensiva finale su Raqqa e attaccato la roccaforte dell’Isis da tre direzioni.
I combattimenti più aspri sono in questo momento all’Area 17, la grande base militare a Nord della città .
Il portavoce delle Syrian democratic forces (Sdf), Talal Silo, ha detto in un conferenza stampa che cominciava “la grande battaglia per liberare la città  di Raqqa, capitale del terrorismo e dei terroristi”.
Le Sdf sono composte per l’80 per cento da guerriglieri curdi dello Ypg, e hanno ricevuto armi e addestramento dagli Stati Uniti.
Sono appoggiate da centinaia di uomini delle forze speciali statunitensi. Gli Usa sostengono l’offensiva anche con raid aerei. In uno di questi, su una scuola nella parte orientale della città , trasformata in centro di accoglienza di rifugiati, forse usati come scudi umani, sono rimasti uccisi numerosi civili.
Lunga controffensiva
Raqqa era stata occupata dall’Isis nel gennaio del 2014, dopo che nel 2013 era finita in mano a ribelli vicini ad Al-Qaeda. È diventata poi il più importante centro del Califfato siro-iracheno, dopo Mosul.
A partire dall’ottobre del 2015 la controffensiva dei curdi ha strappato agli islamisti un territorio di 6 mila kmq nel Nord della Siria. I curdi hanno cominciato l’offensiva per liberare la città  nel novembre 2016 e l’hanno circondata da Nord, Ovest e Est, solo il lato Sud rimane aperto per agevolare un’eventuale ritirata dei jihadisti.
Strage a Mosul  
La battaglia è proseguita in parallelo con quella di Mosul, dove gli islamisti controllano ormai solo il centro storico, circa otto chilometri quadrati, e tengono in ostaggio ancora oltre 100 mila civili.
I cecchini del califfo sparano su chiunque cerchi di lasciare i quartieri assediati. Ieri hanno ucciso 161 persone, ed è persino difficile raccogliere i cadaveri perchè si trovano in una zona sotto tiro.

(da “La Stampa”)

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SI DIMETTE L’AMBASCIATORE USA IN CINA PER PROTESTA CONTRO TRUMP

Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile

“COME GENITORE COME PATRIOTA E COME CRISTIANO NON POSSO AVALLARE IL TRADIMENTO DI TRUMP SUL CLIMA, LA MIA DIGNITA’ PRIMA DI TUTTO”

Addio polveri sorgenti dalle acque, dall’aria e a da ogni angolo di questa terra: addio. L’ambasciatore reggente degli Usa lascia Pechino. E lo fa con un gesto clamoroso indirizzato al proprio boss: il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump. Dimissioni belle e buone: per protestare contro la decisione americana di voltare le spalle agli accordi sul clima di Parigi.
Orgoglio e dignità : David H. Rank potrà  anche non conoscere Lucio Battisti, ma dopo 27 anni di onorato servizio saprà  pure che un diplomatico è prima di tutto un hombre vertical.
E dunque: come si fa a dire agli inquinatissimi cinesi, dopo tutte le ramanzine che sulla pollution hanno fatto gli yankees, che adesso al contrario è proprio l’America a tradire sul clima?
Mister Rank è il reggente dell’ambasciata in attesa dell’arrivo del nuovo padrone di casa: quel Terry Branstad che Trump ha scelto in virtù della sua antica amicizia con Xi Jinping, che nell’Iowa del governatore ora uscente fu ospite trent’anni fa durante la sua primissima missione negli Usa.
Nell’attesa del cambio di guardia, toccava al reggente dunque notificare ai cinesi la decisione di strappare gli accordi sul clima sottoscritti a Parigi da Barack Obama: e con che faccia, ha pensato il brav’uomo, posso proprio io, che ho fatto da sempre un punto di forza della battaglia sull’ambiente, notificare questo tradimento proprio al paese più inquinato del mondo?
Non posso, non posso, ha continuato a sussurrare Rank ai colleghi più intimi, che al Washington Post hanno poi spifferato l’angoscia del diplomatico: non posso farlo “come genitore, come patriota e come cristiano”.
Il gran rifiuto è una scossa: più che rari sono rarissimi i casi di ambasciatori che lasciano in disaccordo con una decisione del superboss.
Certo, lui è il reggente e non il titolare: ma sarà  mica colpa sua se il presidente è così indaffarato a fare guerra via Twitter all’universo mondo dem da non avere il tempo per sanare i buchi nella rete diplomatica?
Sono così tanti i posti da riempire, più di una ventina, che per gli “ambasciatori nel limbo”, come Rank, nell’ambiente diplomatico è stato scherzosamente inventato uno stato inesistente: “Limboland”. E però: ancora ancora il limbo uno lo sopporta.
Ma come si fa a invece a sopravvivere nell’inferno di questo inquinamento?
Le polveri sottili che salgono fino a 700 microgrammi per metro cubo, decine di volte oltre il limite. Milioni di persone costrette ad andare in giro con la mascherina. Un milione e 100 mila di morti in tutta la Cina solo nel 2015 causate da complicazioni legate all’inquinamento: e sono le stime ufficiali, le meno allarmanti. La situazione a Pechino è così degradata che appena pochi giorni fa come sindaco è stato nominato il ministro dell’ambiente, Chen Jining, un prof dell’università  Tsinghua. Ma non solo.
A complicare l’imbarazzante posizione in cui s’è trovato il buon Rank c’è anche un precedente famoso.
Proprio per l’inquinamento, tre anni fa mollò Gary Locke, l’ambasciatore Usa che aveva fatto della lotta alla pollution uno dei capisaldi della sua missione: la motivazione non fu ovviamente ufficiale, ma si sussurrò che l’uomo scelto da Obama — e per la verità  duro con i cinesi anche su ben altri temi, dal Tibet ai diritti umani —   fosse costretto a lasciare proprio perchè non poteva più tollerare di far respirare alla famiglia questa bella arietta.
Fu lui, per esempio, a introdurre la misurazione quotidiana dei livelli di polveri sottili, che all’inizio contrastava apertamente con quella ufficiale del governo, e oggi è rilanciata in tante app qui popolarissime, che avvertono appunto del livello di pericolosità  dello smog.
Ma tant’è. Il paradosso, oggi, è che proprio la Cina si appresta a diventare la superpotenza pronta a guidare il resto del mondo nella lotta all’inquinamento, a cominciare dal rispetto degli accordi di Parigi, con l’America in clamorosa ritirata. Poteva l’ambasciatore Rank, che a fine anno sarebbe anche potuto andare in pensione, concludere la sua onorata carriera, transitata anche per il durissimo Afghanistan, comunicando ai cinesi, con la coda tra le gambe, il tradimento della sua America? Addio polveri sorgenti dalle acque, dall’aria e a da ogni angolo di questa terra: addio

(da “La Repubblica”)

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MACRON SFIDA TRUMP SUL CLIMA, L’APPELLO IN INGLESE IN TV AGLI SCIENZIATI AMERICANI DELUSI: “VENITE A LAVORARE DA NOI”

Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile

MACRON A   MUSO DURO AL TELEFONO CON TRUMP CHE IPOTIZZAVA UNA TRATTATIVA: “NESSUNA TRATTATIVA, NON ESISTE UN PIANO B PERCHE’ NON ESISTE UN PIANETA B”

Cinque minuti al telefono per ribadire a Trump la fermezza della Francia nel rifiutare nuovi negoziati che mettano in discussione gli accordi di Parigi.
E poi una sfida frontale durante il discorso pubblico all’Eliseo.
Emmanuel Macron ha preso in mano la situazione dopo l’annuncio dato dal presidente Usa del ritiro americano dalla piattaforma internazionale sul clima. I
l neo-eletto capo di Stato transalpino ha detto al suo collega di Washington che “gli Stati Uniti e la Francia continueranno a lavorare insieme, ma non sul tema del clima”. E la linea dello scontro è diventata ancora più evidente quando, parlando in inglese e rivolgendosi agli americani che dissentono dalla posizione della Casa Bianca sull’accordo di Parigi, il presidente francese ha “scippato” la frase cult di Trump – “Make America great again” – rilanciandola in chiave ecologica:”Make our planet great again”.
“Ingegneri, scienziati americani che lavorate sul clima – ha detto Macron – vi lancio un appello. Venite a lavorare in Francia, con noi”.
In precedenza, parlando in francese, aveva affermato di “rispettare la decisione sovrana” di Trump definendola però “un errore per l’interesse del suo popolo e per il futuro”.
Concetti cribaditi anche in inglese, rivolto direttamente agli americani: “la Francia crede in voi, il mondo crede in voi. Siete una grande nazione, vi siete schierati contro l’ignoranza e l’oscurantismo. Ma sul clima non ci sono piani B, perchè non c’è un pianeta B”.
Dal punto di vista operativo, la linea della fermezza si tradurrà  in un asse tra Ue e Cina per portare avanti comunque le linee guida dell’accordo rigettato ora da Trump. A trainare il programma sarà  il triangolo tra Parigi, Berlino e Roma, con i tre leader che in una dichiarazione congiunta hanno ribadito che gli accordi sottoscritti non possono essere rinegoziati.

(da “Huffingtonpost”)

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L’INDUSTRIA AMERICANA CONTRO TRUMP: DALLA SILICON VALLEY AI GIGANTI DELL’HI-TECH

Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile

VOLANO DIMISSIONI TRA CHI FINO A IERI AVEVA SOSTENUTO TRUMP

Trump silurava l’accordo storico di Parigi, e Steve Bannon, il consigliere stratega ultra conservatore della presidenza, sorrideva tra le rose del giardino della Casa Bianca. L’America è fuori dallo storico accordo di Parigi.
L’industria statunitense non ci sta e si fa sentire.
“Caro presidente Trump, come rappresentanti delle più grandi aziende americane, le chiediamo vivamente di tenere gli Stati Uniti dentro all’Accordo di Parigi.” La lettera, scritta e firmata dal gotha dell’industria americana, non è servita a niente.
L’appello, apparso per diversi giorni su New York Times, Wall Street Journal e New York Post, prima dell’annuncio ufficiale di ieri sera, è stato firmato non solo dai giganti della Silicon Valley, ma da tutti i top manager dell’economia statunitense. “Stiamo investendo nelle tecnologie innovative che possono aiutarci a conquistare una transizione verso l’energia pulita – continua la lettera – E proprio in virtù di questo passaggio, il Governo deve supportarci”.
C’era ancora la speranza che Trump ci ripensasse. Non è successo.Le reazioni indignate sono state immediate. Il pianeta Twitter è stato inondato di emozioni, dissensi e dimissioni.
Tre tra i nomi più prestigiosi del gruppo dei consiglieri economici della Casa Bianca, hanno lasciato lo staff.
Primo fra tutti, Lloyd Blankfein. Il CEO della Goldmnan Sachs, che per l’occasione ha twittato per la prima volta in vita sua: “La decisione di oggi è un ostacolo per l’ambiente e per la posizione della leadership americana. E il suo dissenso non è poco, visto che in molti si sono sempre riferiti all’amministrazione Trump con l’appellativo “Government Sachs”, dato il   numero impressionante di personaggi sbarcati alla Casa Bianca.
Secondo a lasciare, Elon Musk. Il numero uno di Tesla, che aveva già  minacciato provvedimenti seri se Trump avesse silurato l’Accordo, ha twittato: “Lascio i consigli presidenziali. I cambiamenti climatici sono reali. Lasciare Parigi non è una buona idea nè per l’America nè per il mondo”
Terzo, ma non meno influente, l’Ad della Disney. Robert Iger ha lasciato Trump twittando: “Mi dimetto per una questione di principio”
E visto che Twitter è la piattaforma su cui si sta riversando dissenso, delusione e dimissioni, il CEO di Twitter, Jack Dorsey, è entrato nel vivo con un “Thanks Bob”, riferendosi a Iger, e continua: “Siamo tutti insieme sullo stesso pianeta e dobbiamo lavorare tutti insieme”
Il coro di voci si allunga sempre di piu, di ora in ora.
Emozionale il commento del miliardario sir Richard Branson, patron della Virgin: “Mi viene da piangere. Questo è un giorno triste”.
E ancora. Jeff Immelt, numero uno di General Electric: “Molto deluso dalla decisione di oggi (ieri, ndr) sull’Accordo. I cambiamenti climatici sono un problema reale. L’industria adesso deve andare avanti da sè e non dipendere dal Governo”.
E c’è chi non si fa intimidire.
Il numero uno della Exxon, una delle principali compagnie petrolifere statunitensi, Darren Woods, nel corso della conferenza annuale della Compagnia di mercoledì scorso, ha ribadito la sua ferma convinzione di portare avanti gli impegni presi e gli obiettivi di Parigi.
“La necessità  di energia è una funzione vitale per la popolazione e per gli standard di vita. Per quanto riguarda la politica, l’obiettivo dovebbe essere la riduzione delle emissioi al costo più basso possibile per la società “.
Un lato positivo però va messo in conto e se ne attendono gli sviluppi. Oltre ai confini americani, il mondo tutto, si sta unendo in un’unica voce e con a creazione di nuove alleanze: l’Europa e la Cina si sono allineate per soluzioni comuni; l’Unione europea e quella africana insieme hanno ribadito il loro forte impegno alla piena attuazione dell’ Accordo di Parigi e chiedono a tutti i partner di mantenere lo slancio creato nel 2015”. E sottolineano, in un comunicato congiunto, che “il vertice Africa-U” del prossimo 29-30 novembre a Abidjan, sarà  l’occasione per confermare la forte solidarietà  con i più vulnerabili al cambiamento climatico” e di “lavorare insieme per costruire economie forti e sostenibili”.

(da “La Repubblica”)

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LE CARCERI OLANDESI STANNO CHIUDENDO PERCHE’ MANCANO I DETENUTI

Giugno 1st, 2017 Riccardo Fucile

ALTRE CINQUE PRIGIONI CESSERANNO ATTIVITA’ ENTRO L’ESTATE, GRAZIE A UNA COSTANTE DIMINUZIONE DEL TASSO DI CRIMINALITA’

Nei Paesi Bassi quando si parla di “problema delle carceri” ci si riferisce al fatto che sono troppo vuote.
Nel 2013 19 prigioni sono state chiuse perchè il paese non aveva abbastanza criminali per riempirle, ora altre cinque sono pronte a far lo stesso entro la fine dell’estate, in base a quanto scritto su dei documenti ottenuti dal Telegraaf.
Sebbene il dato sia motivo di vanto è diventato un “problema” da affrontare, poichè le chiusure comporteranno la perdita di oltre 2mila posti di lavoro e mantenere carceri con diverse celle vuote prevede dei costi che il ministro della Giustizia Ard van der Steur ha definito proibitivi.
Il cambio di rotta, con una sensibile diminuzione della criminalità , si è iniziato ad avvertire a partire dal 2004.
La tendenza è aumentata di anno in anno, tant’è che lo scorso settembre il paese ha importato 240 prigionieri provenienti dalla Norvegia, solo per mantenere le strutture al completo.
A prescindere dai costi che il successo comporta, la domanda che molti si pongono è quale sia la formula per mantenere così bassa la criminalità .
Il modello olandese prevede una serie di punti chiave: la legalizzazione delle droghe leggere, una organizzata riabilitazione dopo la punizione e un sistema elettronico di monitoraggio che consente alle persone di ritornare a diventare forza lavoro: i criminali condannati hanno così l’opportunità  di dare un contributo alla società , anzichè rimanere chiusi in cella e la misura, secondo uno studio del 2008, ha dimezzato il tasso di recidiva.
Così, su circa 17 milioni di abitanti solo 11600 sono bloccati in una cella e mantenendo questo standard il dato è destinato a ridursi ulteriormente.

(da “Huffingtonpost”)

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IL PREMIER CANADESE TRUDEAU INCANTA L’ITALIA: L’ABBRACCIO CON PIROZZI E LA MAGLIA DI TOTTI

Maggio 30th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO AMATRICE LA VISITA AL PAPA, ALLA CAPPELLA SISTINA, HA INDOSSATO LA MAGLIA DI TOTTI E OGGI VEDE GENTILONI… DONATI AI TERREMOTATI GIA’ 4 MILIONI DI DOLLARI… SORGE UNA DOMANDA: MA IN ITALIA UN PREMIER COSI’ NON CAPITA MAI?

“Non preoccuparti, so quello che devo fare”. Questa è la frase che il premier canadese ha sussurrato in un lungo ed emozionante abbraccio al sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, durante la visita nella sua tre giorni italiana dopo il vertice G7 a Taormina.
E qualcosa ha già  fatto: una donazione di 2 milioni di dollari canadesi, pari a 1,328 milioni di euro, da parte del governo di Ottawa, e di altrettanti da parte della comunità  italo-canadese.
Le promesse di Justin Trudeau finora sembra siano state sempre mantenute. Che fosse un fenomeno social non c’erano dubbi.
Posizioni yoga improbabili, calzini spaiati e rosa shocking che ha mostrato con orgoglio alla cancelliera tedesca Angela Merkel, la maglietta di Superman e balli in maschera.
Ogni foto postata in Rete da Trudeau e dal suo staff, è un successo mondiale di click e commenti estasiati. Ma un fenomeno lo è anche nella vita reale.
Piace, perchè è bello, è l’uomo della parte accanto, perchè è garbato, perchè non spinge i colleghi per mettersi in mostra, perchè parla di temi cari al nostro mondo: rifugiati, diritti gay, stop alle discriminazioni ai transessuali, lotta contro i cambiamenti climatici. Non parla solamente, agisce.
Ha partecipato, prima volta nella storia per un presidente canadese, al gay pride di Toronto; ha concesso ai transessuali lo sconto di pena in strutture rispettose della loro identità  di genere. Una coppia siriana, rifugiata in Canada da circa tre mesi, ha chiamato il figlio come lui in segno di ringraziamento eterno.
Ed ora la sua tre giorni italiana ha definitivamente toccato il cuore di tutti gli italiani. Dall’abbraccio forte e commovente al sindaco di Amatrice in mezzo alle rovine, alla sua meraviglia davanti agli affreschi della Cappella Sistina, di fronte a cui si è inginocchiato come ben raccontano le foto del suo fotografo ufficiale, Adam Scotti, fino all’incontro con il Papa.
Al Vaticano i temi sul tavolo sono stati il clima e il G7. E ha stupito ancora. Ha invitato Bergoglio in Canada per chiedere scusa dei maltrattamenti degli indigeni nelle scuole residenziali cattoliche.
Grandi sorrisi di Francesco a lui e alla moglie Sophie (con cui in Italia ha festeggiato l’ anniversario di matrimonio a base di matriciana), salvo il consueto muso davanti all’obiettivo del fotografo per la foto ufficiale di rito.
E infine ha commosso i romani, che in questi giorni di lacrime ne hanno già  versate tante. Allo stadio Olimpico di Roma ha indossato la maglia numero 10 di Francesco Totti. Oggi la sua visita in Italia si conclude a Palazzo Chigi dove incontra il premier Gentiloni.

(da “La Repubblica”)

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