Marzo 9th, 2017 Riccardo Fucile
MICHAEL FLYNN AMMETTE: “LAVORAVO PER UNA SOCIETA’ CHE OPERAVA CON LA TURCHIA, POSSO AVER AIUTATO IL GOVERNO DI ANKARA”
Donald Trump non era a conoscenza che il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn,
quando fu scelto per questo incarico, fosse pagato da una società olandese che lavorava per Ankara, come svelato dai media Usa oggi.
Lo ha detto il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer.
Oggi stesso Flynn si è dichiarato al dipartimento della Giustizia come ‘agente straniero’, riconoscendo di aver incontrato il ministro degli Esteri turco e che il suo lavoro per la società Inovo Bv potrebbe aver aiutato il governo di Ankara.
Una vicenda tanto incredibile che pone all’opinione pubblica statunitense una domanda: ma di chi si circonda Trump? Con quali criteri sceglie i suoi collaboratori? A che rischi vanno incontro gli Stati Uniti con una gestione superficiale nella scelta di ruoli delicati nell’Amministrazione?
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
“PERCHE’ DOVREMMO ESSERE DEPORTATI? E MOLTO DURA DA AFFRONTARE PER UNA FAMIGLIA”: NEL 1905 LA LETTERA AL PRINCIPE DI BAVIERA
“Perchè dovremmo essere deportati? È molto, molto dura da affrontare per una famiglia. Cosa
penseranno i nostri concittadini se persone oneste vengono sottoposte a tale decreto? Per non parlare delle grandi perdite materiali che dovranno sostenere”.
Oltre 110 anni fa, nel 1905, un cittadino scrisse a mano questa lettera diretta al principe di Baviera, nel terrore di essere espulso dalla città dove aveva vissuto da giovane e nella quale, dopo alcuni anni trascorsi in America, aveva deciso di tornare. Quell’uomo era Friedrich Trump, nonno del presidente statunitense Donald.
La lettera era stata riportata alla luce dal tabloid tedesco Build nel mese di novembre, la sua autenticità era stata confermata da Associated Press e adesso il testo è stato da tradotto e pubblicato in inglese da Harper’s Magazine.
Delle parole che, lette alla luce della politica adottata dal nipote Donald, risultano particolarmente suggestive.
La vicenda si era svolta così: a 16 anni, nel 1885 nonno Trump ha lasciato illegalmente la Germania, emigrando negli Stati Uniti, per sfuggire al servizio militare.
Vent’anni dopo ha deciso di tornare nella sua città di origine, a Kallstadt, ma gli è stato intimato di lasciare rapidamente la Baviera per evitare di essere espulso con la forza.
A quel punto Friedrich ha scritto una lettera diretta al principe Leopoldo, per supplicarlo di risparmiare alla sua famiglia il dolore dell’esilio.
“Sono nato a Kallstadt il 14 marzo 1869”, si legge nella traduzione pubblicata online, “I miei genitori erano semplici, onesti, buoni vignaioli. Mi hanno rigorosamente mantenuto sulla retta via: pietà , chiesa, scuola, assoluta obbedienza alle alte autorità . In America ho portato la mia attività con diligenza, discrezione e prudenza. La benedizione di Dio era con me e sono diventato ricco. Nel 1892 ho ottenuto la cittadinanza americana”.
Pochi anni più tardi, però, decise di far ritorno in patria, probabilmente per assecondare la volontà della moglie, incontrata nel 1902.
Un ritorno, racconta lui, che non ha ricevuto il benvenuto sperato.
“La città era molto contenta di aver riavuto un cittadino capace e produttivo. Mia madre era felice di rivedere suo figlio, la sua cara nuora e suo nipote. Adesso sa che mi prenderò cura di lei nella vecchiaia. Ma un fulmine a ciel sereno ci ha colto alla sprovvista: la notizia che l’High Royal State Ministry ha deciso che dobbiamo lasciare la nostra residenza nel Regno di Baviera”.
La lettera si conclude con la preghiera di un ripensamento, che però non venne ascoltata.
Friedrich è tornato negli Stati Uniti, di cui, oltre un secolo dopo, il nipote sarebbe stato 45esimo presidente.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile
IL RE DEL TALK SHOW USA: “SAPPIAMO CHE E’ MATTO, MEGLIO PENSARE COME DIFENDERSI DA UN SOGGETTO DEL GENERE”
“Avrebbe dovuto andarci giù più duramente”: David Letterman, il re incontrastato del talk show all’americana che torna a parlare dopo un anno di silenzio, non le manda di certo a dire al suo collega Jimmy Fallon, reo di aver intervistato il neo presidente degli Stati Uniti con troppo servilismo e poca mordacia durante l’ultima puntata del “Tonight Show”.
E detto da chi ha battuto record di ascolti su record di ascolti e ha dialogato con le maggiori personalità del tempo, è una critica davvero pesante.
Il presentatore ormai in pensione è stato infatti sentito dal New York Magazine dopo un prolungato addio alle scene.
Letterman ha parlato del suo ritiro nel 2015, dei suoi desideri per il futuro e di come vede la tv di oggi.
Letterman, in particolare, ha giudicato come mal fatta l’intervista di Fallon a Donald Trump, che lui ha avuto modo di conoscere già negli anni ’80.
E non ha dubbio che – se fosse stato ancora in corsa – lui avrebbe condotto l’appuntamento ben diversamente.
“Io avrei iniziato con una lista di quello che ha fatto. Gli avrei chiesto: ‘Donald, non ti senti stupido per aver fatto questo? Chi è questo stupido Steve Bannon e perchè vuoi un suprematista bianco come consigliere?'” ha spiegato l’ex showman, che poi ha aggiunto che vorrebbe disporre di “un’ora e mezzo di colloquio col presidente”.
Eppure, è lo stesso Letterman a confessare di aver ritenuto “divertente” il tycoon in passato.
“Sono stanco di coloro che si dicono sorpresi per qualsiasi cosa dice. Dobbiamo smetterla e trovare invece modi per difenderci da lui. Sappiamo che è pazzo e dobbiamo occuparci di noi stessi”.
Affermazioni pesanti, quelle dell’ex conduttore, che del resto fanno il paio con quelle di molte altre star del piccolo e grande schermo, ormai da mesi impegnate in una lotta senza quartiere alla politica di The Donald.
Ma Letterman propone anche un “antidoto” contro il trumpismo: “Ci vuole la satira. Credo che ridurre Trump a una battuta – come fa Alec Baldwin al “Saturday Night Live” – possa funzionare”.
“Del resto, Donald Trump è Donald Ttrump, ma se non aiuta chi ne ha bisogno, è solo un cretino” ha confermato poi lo showman.
“Secondo lui, l’unica verità è quella che esce dalla sua bocca. Come fanno i dittatori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 5th, 2017 Riccardo Fucile
L’ATTACCO DI TRUMP A OBAMA E’ SOLO UN’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA PER ALLONTANARE L’ATTENZIONE DALLO SCANDALO DI UN PRESIDENTE COMPROMESSO CON UNA POTENZA STRANIERA
Un’ora dopo aver accusato Barack Obama di essere “caduto in basso” per aver fatto intercettare i suoi
telefoni in campagna elettorale, Donald Trump se la prendeva con Arnold Schwarzenegger — peraltro, uno dei suoi obiettivi polemici privilegiati. “Arnold Schwarzenegger non sta lasciando The Apprentice volontariamente”, scriveva Trump in un tweet. “E’ stato licenziato per i suoi cattivi (patetici) ascolti, non da me. Fine triste per un grande show”.
Incontinenza verbale e psicologica di un leader ormai fuori controllo? Oppure una scelta precisa, una mossa oculata, che svela una strategia stabilita a tavolino?
Difficile dirlo, anche se va notata una cosa.
Già nel passato Donald Trump si è rivelato un maestro di diversione, capace di far esplodere polemiche e sviare l’attenzione dei media quando le cose, per lui, si mettevano male.
E’ successo in campagna elettorale: ogni volta che i giornalisti gli chiedevano della sua dichiarazione delle tasse, lui parlava delle email di Hillary Clinton.
E’ successo durante la transizione: si moltiplicavano le voci sui rapporti tra membri della campagna elettorale di Trump e il Cremlino, e il futuro presidente parlava di un complotto contro di lui dell’intelligence americana.
E’ successo, ancora, poco prima dell’inaugurazione. Si discuteva del peso di interessi e finanziamenti stranieri sui membri di questa amministrazione. E Trump si scagliava contro chi brucia la bandiera americana.
Succede di nuovo oggi. La questione poco chiara dei legami con la Russia si allarga e Trump lancia accuse gravissime al suo predecessore e al conduttore di un programma televisivo (che lui ha condotto nel passato).
Nella strategia di diversione, peraltro, ritornano ogni volta degli elementi comuni: il fatto che questi tweet partano spesso a notte fonda o al mattino presto, in modo da occupare l’apertura delle news; il dato sorpresa — a chi potrebbe venir in mente che il presidente degli Stati Uniti, nel momento in cui il suo attorney general traballa, è occupato dalle sorti di uno show televisivo?; infine, l’assoluta indimostrabilità delle accuse che Trump lancia: come per la questione del complotto dell’intelligence contro di lui, non c’è alcuna prova che Obama abbia intercettato gli uffici della Trump Tower.
Ma le prove, la realtà , non sono mai un problema. Una volta che i fatti alternativi conquistano i titoli, l’effetto diversione è assicurato.
Diversione, distrazione, sono del resto diventati strumenti necessari del governo di Donald Trump.
Il presidente, raccontano fonti della Casa Bianca (particolarmente generose di dettagli da quando Trump si è insediato), è arrabbiato. Dice che ogni settimana un “mini-scandalo” turba la sua amministrazione e mette in secondo piano quello che lui e i suoi uomini stanno facendo.
Il furore sarebbe esploso in settimana, al ritorno da un viaggio in Virginia. Trump si sarebbe scagliato, arrivando a insulti pesantissimi, contro il chief of staff Reince Priebus e contro il team di comunicazione, incapaci di capitalizzare il successo del discorso al Congresso e di bloccare il fiume di illazioni, sospetti, notizie che emergono su contatti tra i suoi collaboratori e il governo russo.
Il tema Russia è, per lui, sempre più imbarazzante. A una conferenza stampa, il mese scorso, Trump ha detto di “non avere niente a che fare con la Russia” e che “per quanto ne so, nessuno con cui ho a che fare ha avuto rapporti con la Russia”.
I fatti sembrano altri. Per contatti non autorizzati con esponenti del governo di Mosca, in cui avrebbe parlato anche di sanzioni, si è dovuto dimettere il national security advisor, Michael Flynn.
Per almeno due incontri con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak ha dovuto fare un passo indietro il segretario alla giustizia Jeff Sessions, che annuncia che non gestirà alcuna questione relativa ai contatti tra amministrazione e Russia (indagati dall’FBI, che dipende proprio dal Dipartimento alla giustizia).
Non ci si ferma però qui.
Un paio di giorni fa è emerso che anche Jared Kushner, genero e tra i consiglieri più ascoltati di Trump, ha incontrato lo stesso ambasciatore Kislyak, a dicembre, nella Trump Tower, insieme a Michael Flynn.
L’ambasciatore russo è stato fatto entrare da un’entrata di servizio, per aggirare i giornalisti presenti davanti alla torre.
Il portavoce della Casa Bianca dice ora che l’incontro è servito “per stabilire una linea di comunicazione” e che Kushner “ha avuto incontri con molti altri rappresentanti di Stati esteri”. Ma la notizia, nel momento in cui sospetti e tensioni crescono, non ha di certo rasserenato il clima.
E’ arrivato infine il “New York Times”, nelle scorse ore, a rilanciare dubbi e domande.
Secondo il Times, Paul Manafort, che ha diretto la campagna elettorale di Trump prima di essere allontanato proprio per i suoi legami poco chiari con i russi, ha intrattenuto relazioni regolari, per tutta la durata della campagna, con Konstantin V. Kilimnik, un cittadino russo e ucraino indagato a Kiev per essere una spia russa.
E alla Republican National Convention di Cleveland, a luglio, J. D. Gordon, ex funzionario del Pentagono finito nel team sulla sicurezza nazionale di Trump, si è incontrato proprio con l’ambasciatore Kislyak. Gordon era l’uomo che, alla Convention, cercava di ammorbidire il liguaggio della piattaforma del partito nei confronti della Russia.
Va detta, molto chiaramente, una cosa. Non c’è, al momento, alcuna prova che gli incontri tra i collaboratori di Trump e i russi siano stati qualcosa di più di occasioni di pura cortesia diplomatica e istituzionale.
Non c’è, in altre parole, alcuna prova di interessi o accordi illeciti e sottobanco.
Anche con i rivali politici internazionali, infatti, si discute, si media, ci si incontra; e la “caccia all’untore”, a chi solo pensa di poter incontrare i russi, non serve a nessuno. Nemmeno agli interessi americani.
E’ però un fatto che il tema Russia perseguita e con ogni probabilità continuerà a perseguitare questa amministrazione.
Resta infatti, sullo sfondo, il dossier più esplosivo: quello compilato da un ex agente dell’intelligence britannica, Christopher Steele, che dettaglia sui rapporti tra Trump e i russi e che sostiene che esponenti della campagna di Trump collaborarono nell’hackeraggio dei server del partito democratico. Su queste accuse sta indagando l’FBI.
Se ci fosse qualche conferma, anche la strategia della diversione, a quel punto, servirebbe a poco.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
LA SCHWEIZERISCHE CEMENT INDUSTRIE GESELLSCHAFT HA AMMESSO ACCORDI CON I TERRORISTI PUR DI PROSEGUIRE LA PRODUZIONE NEL PAESE DI ASSAD
Prima ha ammesso di aver fatto accordi con estremisti islamici, poi ha confermato il proprio interesse alla costruzione del muro promesso da Donald Trump alla frontiera con il Messico.
È il gruppo svizzero LafargeHolcim, la più grande produttrice al mondo di materiali da costruzione che ha come maggiore azionista la Schweizerische Cement-Industrie-Gesellschaft di Thomas Schmidheiny, fratello di quello Stephan che in Italia è stato condannato a 18 anni per i morti dell’amianto di Eternit, salvo poi vedersi annullare la sentenza per sopravvenuta prescrizione del reato.
LafargeHolcim ha ammesso giovedì di aver concluso accordi “inaccettabili” con gruppi armati attivi in Siria, pur di mantenere in attività uno stabilimento nel Jalabiya, regione settentrionale del Paese, e “salvaguardare l’incolumità dei dipendenti”.
Secondo il quotidiano Le Monde, che ha portato alla luce la vicenda a giugno, hanno beneficiato dell’accordo soprattutto i miliziani dell’Isis.
In Francia, il colosso del cemento è finito nel mirino della magistratura in seguito alle accuse depositate dal ministero dell’economia, che accusa LafargeHolcim di finanziamento del terrorismo e di aver violato le sanzioni imposte dall’Ue al regime di Assad.
La società svizzera ha specificato che i fatti risalgono a prima che la francese Lafarge procedesse a una fusione con il gruppo elvetico Holcim, nel 2015.
L’azienda ha pagato degli intermediari per stilare accordi con vari gruppi armati, si legge in un comunicato diffuso da LafargeHolcim: “Con il senno di poi, le misure necessarie a continuare le operazioni presso lo stabilimento erano inaccettabili“. Nel testo non fa però riferimento esplicito all’Isis.
Nello stesso giorno in cui è arrivata l’ammissione, Eric Olsen, l’amministratore delegato di LafargeHolcim, ha parlato alla stampa confermando l’interesse del gruppo a partecipare alla costruzione del famoso muro anti-immigrati promesso da Trump.
“Siamo i numero uno del cemento negli Stati Uniti” ha sottolineato Olsen. “Per questo l’investimento nelle infrastrutture di 1000 miliardi di dollari promesso dal nuovo presidente americano costituisce una grande opportunità ”, ha affermato il franco-americano.
Secondo quanto riporta il Tages Anzeiger, il gruppo si è pronto a fare un’offerta attraverso la filiale Lafarge North America.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
TRA LORO ANCHE KUSHNER, IL GENERO DI TRUMP E MARITO DI IVANKA
Si estende il caso relativo ai rapporti fra l’amministrazione Trump e la Russia. 
Dopo la polemica sul segretario alla Giustizia Jeff Sessions, il quale avrebbe incontrato due volte in campagna elettorale l’ambasciatore russo Sergey Kislyak, senza però menzionare la cosa nel corso dell’audizione di conferma al Senato, emerge che anche altri consiglieri vicini a Donald Trump avevano comunicato con funzionari di Mosca in piena campagna per le presidenziali di novembre.
Fra loro il genero Jared Kushner, marito di Ivanka e consigliere del presidente: secondo quanto riferisce un funzionario dell’amministrazione, confermando quanto riportato dal New Yorker, a dicembre incontrò l’ambasciatore Kislyak nella Trump Tower a New York.
Secondo il Wall Street Journal, inoltre, potrebbe complicarsi la posizione del ministro Jeff Sessions, perchè avrebbe utilizzato il suo plafond politico da senatore per finanziare il suo viaggio alla Convention del partito repubblicano, lo scorso luglio a Cleveland, “ma parlò della campagna di Trump” ad un evento al quale partecipava anche l’ambasciatore di Mosca a Washington.
Sessions ha sostenuto di aver incontrato il diplomatico russo in qualità di senatore e di membro della commissione per le forze armate del Senato, non per conto di Trump. Tuttavia, stando al Wsj, Sessions fece commenti sulla campagna presidenziale del candidato repubblicano all’evento della Heritage Foundation, organizzato a margine della convention del Grand Old Party (Gop), quando incontrò Kislyak.
Contatti tra senatori e ambasciatori stranieri non sono inusuali ma a trascinare Sessions nella bufera è stato il fatto di non averli resi noti durante l’audizione di conferma in Congresso, quando è stato interpellato ed era sotto giuramento.
I democratici lo accusano di aver mentito e chiedono le sue dimissioni.
Ieri sera, dopo il pressing ricevuto anche da alcuni repubblicani, Sessions ha deciso di astenersi dall’indagine che il suo Dipartimento guida insieme all’Fbi sulla presunta ingerenza della Russia sulle elezioni presidenziali dello scorso 8 novembre e sui legami fra la campagna elettorale di Trump e la Russia.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 2nd, 2017 Riccardo Fucile
ALTRA TEGOLA PER TRUMP, TROPPI UOMINI AL SERVIZIO DI PUTIN
Non solo l’ex consigliere della sicurezza nazionale Michael Flynn, ma anche l’attuale Attorney General
(il ministro della Giustizia) Jeff Sessions parlò con l’ambasciatore russo a Washington Serghiei Kisliak, per un paio di volte nel 2016, quando era anche consigliere di politica estera della campagna di Donald Trump.
Ma durante la sua audizione di conferma al Senato non ne ha fatto menzione quando gli è stato chiesto se era a conoscenza di possibili contatti tra l’entourage di Trump e dirigenti russi.
Lo scrive il Washington Post, scatenando la reazione dei democratici, che chiedono le dimissioni di Sessions, al pari di quelle già presentate da Flynn.
Il primo incontro, scrive il quotidiano, è avvenuto in luglio, il secondo a settembre, nel suo ufficio al Senato, dove era membro dell’influente commissione per l’esercito. Contatti che ora potrebbero aumentare la pressione perchè si astenga come ministro nell’inchiesta dell’Fbi sul Russiagate o perchè sia nominato un procuratore speciale. Sarah Isgur Flores, portavoce dell’Attorney General, ha negato che ci sia stato alcunchè di ingannevole nella sua risposta al Senato, sostenendo che Sessions incontrò l’ambasciatore come senatore e membro della commissione per l’esercito.
La portavoce ha aggiunto che Sessions lo scorso anno ha incontrato oltre 25 ambasciatori, oltre a Kisliak, sempre come membro della commissione per l’esercito.
La leader di minoranza alla Camera dei Rappresentanti, l’italo-americana Nancy Pelosi, in una nota ha accusato Sessions “di aver mentito sotto giuramento” durante l’audizione.
“Il procuratore generale deve dimettersi”, ha dichiarato la Pelosi. “Occorre una commissione indipendente, bipartisan, esterna che indaghi sui legami politici, personali e finanziari”.
(da “Huffingtonpost)
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Febbraio 28th, 2017 Riccardo Fucile
E SONO COSTRETTE A RALLENTARE LA PRODUZIONE
In Italia potrebbe sembrare una bufala ma invece è pura realtà . 
Se da noi non si trova lavoro, in Danimarca non ci sono abbastanza lavoratori da assumere.
E’ paradossale la storia raccontata dal New York Times che ha incontrato l’imprenditore Peter Enevoldsen, proprietario di un’azienda meccanica, la Sjorring Maskinfabrik.
L’imprenditore pochi mesi fa è riuscito ad ottenere un commessa da mezzo milione di dollari, una cifra importante che però si è subito scontrata con la realtà : la difficoltà a trovare persone da impiegare.
In Danimarca il tasso di disoccupazione non va oltre il 4,3 per cento e l’economia del Paese è in continua ripresa tanto che Enevoldsen ha dovuto rimandare la consegna finchè non riuscirà a velocizzare la produzione.
Il rovescio della medaglia di avere troppi lavoratori già occupati è infatti che le aziende sono costrette a rallentare la produzione o rifiutare alcuni contratti.
Il Nyt spiega che la ditta danese e altre hanno addirittura avviato una campagna pubblicitaria per attirare lavoratori perchè “se la carenza di forza lavoro dovesse continuare, potrebbe incidere pesantemente sulla nostra crescita”.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 28th, 2017 Riccardo Fucile
PARLA L’AMBASCIATORE PERELYGIN… PERCHE’ LA STORIA NON DEVE ESSERE DIMENTICATA
All’inizio degli anni ’90 la Russia — la quale ha sempre preteso di essere un Paese legato all’Ucraina da rapporti di fratellanza e amicizia− chiese di stabilire una propria base militare sul territorio ucraino.
Avendo approvato un’apposita legge per regolare la presenza militare russa in Crimea, l’Ucraina non avrebbe potuto immaginare che nel 2014 quella stessa base militare sarebbe stata utilizzata come cavallo di Troia per l’annessione di un pezzo del suo territorio.
Purtroppo occorre riconoscere il fatto che l’Ucraina, giovane Stato indipendente, non ha preso adeguatamente in considerazione le lezioni della storia che testimoniano il carattere estremo e aggressivo della politica estera della Russia, e del totalitarismo imperialistico dell’Unione Sovietica che l’ha preceduta
Sono passati già tre anni da febbraio 2014, tre anni di invasione e guerra in Crimea. Tre anni di sofferenze e privazioni per gli ucraini.
Così la memoria corre alla notte del 21 agosto del 1968, quando un aereo sovietico chiese di compiere un atterraggio d’emergenza all’aeroporto di Praga, nell’allora Repubblica Socialista Cecoslovacca.
Appena l’aereo si arrestò sulla pista, sbarcarono militari (quelli che la Russia oggi chiama “uomini verdi”), i quali conquistarono l’aeroporto e aprirono la strada all’esercito sovietico: un contingente di circa 500.000 soldati e 6.000 veicoli corazzati invase l’intero paese.
Purtroppo questo caso non è stato nè il primo nè l’ultimo esempio della politica aggressiva e brutale del Cremlino.
Alla memoria sovvengono anche i fatti occorsi in Ungheria nel 1956, quando l’Armata Rossa arrivò alle porte di Budapest con circa 200.000 uomini e 4.000 carri armati, più di quanti Hitler ne avesse scagliati nel giugno del 1941 contro la stessa Unione Sovietica.
Si ricordano anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan tra il 1979 e il 1989 e l’invasione russa della Georgia nel 2008.
Nel 2014 è stata poi la volta dell’Ucraina e — da ultimo − nel 2016 è toccato alla Siria sperimentare la violenza del potere di Mosca
La Russia ha fatto sempre ricorso al medesimo schema: “l’aiuto militare fraterno” da parte dei cosidetti uomini verdi e dell’esercito regolare.
Ovunque il risultato è stato il medesimo: migliaia di vittime (prevalentemente civili) dopo l’invasione e l’occupazione, milioni dei sfollati, l’umiliazione e l’oppressione dei popoli autoctoni di tutti questi Paesi.
Sempre più spesso interrogo me stesso e i colleghi diplomatici, politici ed amici italiani ed europei su come sia potuto accadere che una parte del territorio dell’Ucraina, la Crimea, nota per le sue attrazioni turistiche e la sua vocazione storica multiculturale, nonchè per gli antichi legami con la Repubblica di Genova, sia stata trasformata in soli tre anni in una penisola di paura interamente militarizzata.
Una regione in cui oggi si uccide o si mette in prigione solamente sulla base dell’appartenenza etnica o di opinioni politiche difformi da quelle del Cremlino.
Certamente, esistono diverse spiegazioni possibili per quanto è avvenuto in Crimea. Come e perchè è successo, quale sarà il destino di questa regione?
La mia convinzione personale più profonda è che un giorno la Crimea tornerà ad essere integralmente parte dell’Ucraina.
Ciò sarà reso possibile dallo sviluppo democratico d’impronta europea che l’Ucraina sta attraversando, nonchè dal sostegno incessante della comunità internazionale.
E proprio nei nostri giorni, quando osservando la crescita di alcuni movimenti autonomisti e populisti che promuovono le idee di cambiare la mappa d’Europa rifacendo le frontiere, sento un dovere di ricordare le lezioni che si possono trarre dalla storia europea.
S. E. Yevhen Perelygin
Ambasciatore d’Ucraina in Italia
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