Febbraio 16th, 2017 Riccardo Fucile
PUZDER HA INOLTRE DIVERSE DENUNCE PER ABUSI CONTRO I DIPENDENTI E UNA PER VIOLENZE DOMESTICHE NELL’AMBITO FAMILIARE, INSOMMA, UN SOVRANISTA PERFETTO
Trump, la squadra perde un altro pezzo: Puzder rinuncia a ministero Lavoro
Puzder doveva fare il ministro del Lavoro. Peccato che prima di designarlo, Donald Trump non avesse compiuto quel “extreme vetting” che il presidente auspica alle frontiere: controlli approfonditi per stanare i mariuoli o malintenzionati.
Il riferimento al “vetting” del decreto Trump (quello sospeso dalla magistratra) non è casuale. Perchè tra le magagne di Puzder c’era proprio l’assunzione di una colf immigrata clandestina.
Non il massimo delle credenziali per uno che deve lavorare nell’esecutivo del Muro col Messico, della caccia agli stranieri senza documenti, eccetera.
Altre macchie nel curriculum vitae di Puzder: come chief executive della catena di fast-food Cke (nota al pubblico coi marchi Carl’s Jr e Hardee) si è beccato parecchie cause per abusi contro i dipendenti.
Infine c’è pure una denuncia dalla ex moglie per violenze domestiche.
Talmente impresentabile, che neppure i repubblicani (maggioranza al Senato) se la sentivano di votarlo compatti.
Le defezioni nel suo stesso partito erano abbastanza numerose da far sì che la nomina di Trump non avrebbe superato il vaglio del Senato.
Canta vittoria l’opposizione democratica, che contro Puzder faceva una battaglia non solo di bandiera ma di contenuti. Il chief executive dei fast-food era un nemico dichiarato delle leggi sui minimi salariali.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
IN ALTRI TEMPI UN SOGGETTO DEL GENERE LO AVREBBERO INCARCERATO PER ALTO TRADIMENTO
Collaboratori di primo piano del presidente Donald Trump hanno avuto «ripetuti contatti» con i servizi russi durante la campagna elettorale.
È la rivelazione del New York Times, all’indomani delle dimissioni del consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, per le comunicazioni illecite sul tema delle sanzioni con l’ambasciatore russo a Washington sulle quali avrebbe mentito perfino all’Fbi, oltre che alla Casa Bianca.
Il quotidiano newyorchese, citando intercettazioni, fonti d’intelligence e magistratura, parla di «ripetuti contatti con dirigenti dei servizi segreti russi» e uomini vicini al presidente russo Vladimir Putin, tanto da allarmare il contro-spionaggio e il dipartimento della Giustizia Usa.
«Ma non ci sono prove, al momento, di collusioni tra la campagna di Trump e i russi negli attacchi informatici sferrati contro la Democratic National Committee o per influenzare le elezioni» presidenziali, sottolinea il Nyt mentre i servizi stanno verificando il motivo di queste comunicazioni, intercettate durante controlli di routine.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
“RICATTABILE DALLA RUSSIA”: E IL GENERALE MESSO A CAPO DEL NATIONAL SECURITY COUNCIL FA GIA’ LE VALIGIE… AL SUO POSTO POTREBBE ARRIVARE UN ALTRO CONDANNATO
L’Amministrazione Trump perde il primo pezzo, a poco più di tre settimane dall’inaugurazione uno
scandalo decapita il National Security Council, l’organo che elabora per il presidente le strategie militari e di politica estera.
“Ricattabile dalla Russia”: è questa l’infamante accusa che ha costretto alle dimissioni il generale Michael Flynn.
Lo stesso Dipartimento di Giustizia aveva dato poche ore fa l’ultimatum a Donald Trump, avvisandolo che la posizione di Flynn era ormai insostenibile.
Trump ha nominato Joseph Keith Kellogg Jr. suo consigliere della Sicurezza nazionale ad interim, in seguito alle dimissioni di Flynn.
Ad abbattere il generale, fresco di nomina come National Security Adviser della Casa Bianca, sono stati due elementi.
Primo: una o più telefonate e contatti compromettenti in cui aveva discusso con l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, la levata delle sanzioni su Mosca.
La telefonata era avvenuta quando ancora Flynn non si era insediato nel suo nuovo incarico, ma vi era stato già designato: come tale, le sue conversazioni erano obbligatoriamente intercettate dalle agenzie di intelligence.
Secondo passo falso, per certi versi peggiore: messo alle strette dal vicepresidente Mike Pence che voleva chiarimenti su quei negoziati segreti tra Flynn e l’alto rappresentante di Vladimir Putin, il generale mentì.
Alla fine, il Dipartimento di Giustizia diretto da Jeff Sessions ha convinto Trump che la posizione del suo consigliere strategico non era sostenibile: oltretutto, lo rendeva ricattabile da parte dei russi che ovviamente sanno tutto sui contenuti delle conversazioni private e possono rivelarli a piacimento.
Di qui la decisione e l’annuncio: un colpo duro per Trump, costretto a liberarsi di un fidato collaboratore a così poca distanza dall’insediamento dell’esecutivo.
Per Donald l’opzione Petraeus.
Tra i candidati a sostituire Flynn, il presidente ha in mente l’ex capo della Cia, il generale David Petraeus. Già durante la campagna elettorale Trump aveva lanciato segnali di apprezzamento per Petraeus, che si è guadagnato fama di ufficiale competente durante le sue missioni in Iraq e Afghanistan.
Il generale a 4 stelle arrivò ad essere nominato direttore della Cia nell’aprile del 2011 dal presidente Obama, ma fu costretto a dimettersi dall’incarico per un’inchiesta particolarmente imbarazzante.
Il generale si è riconosciuto colpevole di aver passato informazioni riservate sulle sue operazioni militari a una biografa, Paula Broadwell, che era diventata anche la sua amante. Petraeus fu processato e accettò una condanna a 2 anni: da allora si è sempre parlato di un suo possibile ritorno sulla scena, adesso il possibile coinvolgimento nell’amministrazione Trump.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 13th, 2017 Riccardo Fucile
SARRAJ DESTINATO AD USCIRE DI SCENA, BRUTTA FIGURA DELL’ITALIA
Il ricorso si discuterà mercoledì, davanti ai giudici del Tar libico, a Tripoli. 
All’inizio dell’altra settimana sarà poi reso noto il giudizio, la decisione. Tutti danno per scontato che i “ricorrenti” — ex ministri, principi del foro, personalità libiche — saranno premiati.
Insomma che sarà clamorosamente bocciato il protocollo d’intesa siglato a Palazzo Chigi il 2 febbraio scorso tra il Presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, e il premier libico, Fayez El Sarraj. Il protocollo che sanciva l’inizio della controffensiva italiana contro i trafficanti di migranti potrebbe diventare così carta straccia.
L’intesa che era stata legittimamente portata a Malta, al vertice dei capi di Stato e di governo della Comunità europea, come un fiore all’occhiello del governo Gentiloni, è destinata a evaporare nel nulla.
Se il Tar libico dovesse effettivamente bocciare l’intesa sarebbe un brutto colpo per l’Italia, impegnata finalmente a rendere coerente una politica di accoglienza nei confronti di chi ne ha diritto è nello stesso tempo di rigore nel rispetto della legalità . Ma la decisione dei giudici amministrativi libici rappresenterebbe anche una brusca frenata al lento e faticoso processo di stabilizzazione della Libia.
A Tripoli paragonano il “commerciante” El Sarraj a un “piccolo” Donald Trump che vede annullate dai giudici le sue decisioni.
Bocciature che vanificano così le iniziative politiche e amministrative di Sarraj, come la recente scelta dei componenti del nuovo consiglio d’amministrazione della Lia, Libyan Investment Authority, il fondo sovrano, la vera cassaforte dei petrodollari libici.
Insomma, per dirla tutta, Fayez El Sarraj sta diventando un problema, un grosso problema per la Libia. Intanto, agli “smemorati” della Comunità internazionale i libici di Tripoli ma anche di Bengasi, di Tobruk o del profondo sud ricordano con queste iniziative giudiziarie che il governo Sarraj è illegittimo, non essendo stato votato dal parlamento di Tobruk che, sebbene scaduto da più di un anno, è in regime di “prorogatio” da parte della comunità internazionale.
L’equivoco sta nel fatto che Sarraj è il legittimo presidente del Consiglio Presidenziale composto da nove membri in tutto. E indicato dal Comitato del dialogo, la vera e unica camera di compensazione dei conflitti e delle divisioni della Libia, che oggi sta discutendo un diverso assetto istituzionale del Paese.
Sono 29 i componenti del Comitato del dialogo che, in questi mesi, hanno lavorato sotto traccia, con la “benevolenza” della struttura delle Nazioni Unite, dell’uscente delegato per la Libia, Martin Kobler, che ha condiviso le decisioni maturate e che responsabilmente ha accettato anche di non partecipare agli ultimi incontri del Comitato, per rimarcare così l’autonomia dei libici.
Da tempo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite aveva individuato il successore di Kobler, con il consenso dell’amministrazione americana di Barack Obama.
Doveva essere l’ex premier palestinese Salam Fayyad. Ma adesso il veto è arrivato da Donald Trump che non vuole il palestinese che fa irritare gli israeliani.
La nuova America di Trump riserverà amare sorprese anche per la politica internazionale in Libia e Medio Oriente.
Dunque il Comitato di pacificazione nell’ultima riunione (22 gennaio scorso) ha disegnato una riorganizzazione dell’architettura istituzionale. Intanto, il Consiglio Presidenziale da nove dovrebbe scendere a tre membri.
La novità che rappresenta una cesura con il passato è il Capo Supremo della Difesa. Che sarà composto da un Comitato formato dal presidente del Parlamento, da quello del Consiglio di Stato (l’ex parlamento islamista di Tripoli) e da un delegato del Consiglio Presidenziale. I tre dovranno prendere le decisioni all’unanimità .
Dunque, il capo del governo e quello del Consiglio Presidenziale saranno due figure diverse; il Capo supremo della Difesa non sarà più il Presidente del Consiglio Presidenziale.
Sarraj è destinato a uscire di scena. Lo stesso ruolo del generale Haftar, sostenuto dalle cancellerie di mezzo mondo (arabo e occidentale), è destinato a ridimensionarsi nel disegno della nuova architettura istituzionale.
I tempi per il passaggio dall’elaborazione all’attuazione di queste significative trasformazioni degli assetti politici e istituzionali sono dettati ora dalla formalizzazione della nuova delegazione — quattro membri- del Parlamento di Tobruk nel Comitato del dialogo. Informalmente, le scelte del Comitato sono già state condivise dai vertici istituzionali della Cirenaica.
Bisogna solo aspettare con pazienza la formalizzazione di questi orientamenti. Ma i tempi libici sono noti per essere biblici.
Eleonora Lavaggi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2017 Riccardo Fucile
VA IN SCENA LO SCONTRO TRA PABLO IGLESIAS E IL NUMERO DUE INIGO ERREJON, CRUCIALE PER IL FUTURO DEL PARTITO ANTISISTEMA, TERZA FORZA POLITICA DELLA SPAGNA
Movimentisti contro riformisti.
A Madrid va in scena lo scontro fra il leader di Podemos Pablo Iglesias e il suo numero due, Inigo Errejon, cruciale per il futuro del partito antisistema che in meno di tre anni è diventato la terza forza politica della Spagna.
Il movimento è arrivato al congresso spaccato quanto potrebbe esserlo un qualsiasi ‘vecchio’ partito socialista o conservatore. Lacerato da un duello fra capi per il potere interno.
A Vistalegre II 10mila delegati e militanti sconcertati che invocano ‘Unità , Unità !’. E alcuni riprendono, e lanciano ai dirigenti attuali, il “non ci rappresentate!” che gli indignados di Puerta del Sol nel maggio 2011 gridavano contro governo e partiti tradizionali.
Protagonisti dello scontro che potrebbe rompere il partito Iglesias, finora leader carismatico incontestato, e il suo ‘numero due’ Inigo Errejon. Amici da 10 anni, i due cofondatori del partito hanno presentato liste rivali alle primarie per la nuova direzione.
Iglesias ha cercato fino all’ultimo di negoziare una fusione. I due sono stati protagonisti davanti alle tv e a tutto il paese di un accalorata discussione sui banchi del Congresso, seduti uno accanto all’ altro.
Alla fine Errejon ha detto no, e si è lanciato all’assalto del partito. Iglesias ha drammatizzando la scelta — ‘o lui o io!’ — annunciando le dimissioni se la sua lista non vincerà .
Iglesias ha aperto il Congresso al Palacio Vistalegre di Madrid con un forte richiamo all’unità e il tema del superamento delle divisioni è stato ripreso anche dal suo rivale. Ma la frattura esiste e i sostenitori del primo hanno salutato con il pugno chiuso, mentre quelli del secondo hanno levato le due dita del segno della vittoria.
Errejon non è candidato alla segreteria contro Iglesias, ma propone un documento politico alternativo. E i due guidano liste rivali per il Consiglio cittadino. Non è chiaro cosa succederà se prevarrà la linea di Errejon. Iglesias ha già detto di non voler guidare un partito con un progetto politico diverso dal suo.
Un tempo inseparabili, il 38enne Iglesias e il 33enne Errejon si sono progressivamente distanziati durante il lungo anno di stallo della politica spagnola.
Alle elezioni di giugno Podemos si è alleato con Izquierda unita, storico partito della sinistra spagnola, ma assieme non sono riusciti a battere il partito socialista (Psoe), seppur indebolito.
Intanto il Psoe ha cacciato il leader Pedro Sanchez, che aveva inutilmente tentato un’intesa con Podemos, e dato il via libera a fine ottobre al governo conservatore di Mariano Rajoy.
Errejon punta ad alleanze puntuali con il Psoe e se passerà la sua linea questo potrebbe destabilizzare l’esecutivo di Madrid, che non ha la maggioranza assoluta e deve negoziare via via l’appoggio necessario per governare.
La differenza di vedute è diventata ufficialmente guerra aperta la settimana scorsa quando le due parti non sono riuscite ad accordarsi su un documento comune.
Lo scontro interno ha spaccato Podemos e rovinato amicizie nel partito nato dal movimento degli indignados.
La numero tre di Podemos, Carolina Bescansa, ha deciso di non ripresentarsi nella direzione e non ha voluto associarsi a nessuno dei due progetti contrapposti. L’atmosfera è dunque decisamente diversa dall’assemblea che in questo stesso palacio de Vistalegre battezzò il nuovo partito nell’ottobre 2014.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 10th, 2017 Riccardo Fucile
CRITICHE PER L’ATTEGGIAMENTO TROPPO MORBIDO VERSO TRUMP
Italia morbida con Donald Trump, ai limiti dell’opportunismo politico. Questa la critica mossa al
Governo italiano dal Financial Times, secondo cui a parte Theresa May, impegnata nella ricerca di una relazione speciale in nome dell’atlantismo, l’Italia è il paese europeo che finora ha mostrato nei confronti dell’amministrazione Trump la maggiore comprensione. Persino troppa.
Lo stile di Paolo Gentiloni, prosegue il quotidiano, non è quello di Matteo Renzi, è “diplomatico”, ma le sue mosse mettono in evidenza “un approccio morbido e pragmatico che contrasta con quello di Francia e Germania”.
Talmente pragmatico da far immaginare “un alto rischio di sembrare, da parte italiana, troppo accondiscendente, se non opportunista”.
Le politiche sull’immigrazione di Trump – incluso il recente muslim ban – “sono lontane chilometri dall’impegno profuso da Roma nel soccorrere mezzo milione di migranti nel Mar Mediterraneo negli ultimi tre anni” scrive il Ft.
“Il protezionismo americano pone una diretta minaccia alla modesta crescita italiana, data l’importanza dell’export per l’economia italiana, e ogni sforzo guidato da Washington di minare l’euro potrebbe essere veramente pericoloso per Roma”.
Ma dall’elezione di Donald Trump l’Italia ha mantenuto un approccio soft. Gentiloni ha evitato il più possibile di criticare la nuova amministrazione americana, convinto che dopo tutto l’Europa debba vedere il lato positivo della vittoria di Trump. Ha parlato con il presidente al telefono, dandogli appuntamento al G7 di Taormina a fine maggio. Episodi che hanno messo l’approccio italiano verso Trump in contrasto con le posizioni “più robuste prese da Francia e Germania”.
Il Financial Times descrive l’approccio di Roma come capace di “complicare gli sforzi da parte dei leader europei di dar vita ad una forte risposta comune” alle sfide che giungono da Washington.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 10th, 2017 Riccardo Fucile
NOMINE SERIALE PER TUTTI I MARCHETTARI
Volete diventare il responsabile dell’agenzia governativa americana per le piccole imprese? Basta investire sei milioni di dollari a sostegno della campagna elettorale del prossimo presidente e il gioco è fatto.
Almeno fino a quando alla Casa Bianca siederà Donald Trump che avrà tutti i difetti del mondo; sarà grezzo e volgare, ma di certo non manca di riconoscenza. Almeno verso gli amici più generosi.
Basta, infatti, scorrere la lista delle più recenti nomine politiche per accorgersi che Trump ha riservato un posto in prima fila a tutti i suoi principali donatori: da Linda McMahon (ex amministratore delegato della società che gestisce il wrestling e neo responsabile appunto delle politiche per le piccole imprese) a Walter “Jay” Clayton (dalla Sullivan & Cromwell alla guida della Sec, la Consob americana) i 26 nominati dal presidente hanno versato nelle casse del suo comitato presidente oltre 6 milioni di dollari per aiutarlo a battere Hillary Clinton.
Di più: hanno donato al partito Repubblicano 27 milioni di dollari per l’ultima campagna elettorale, 60 milioni dal 1989 ad oggi.
A scorrere l’elenco redatto da Opensecrets.org emerge che solo Ryan Zinke (ministro dell’Interno), John Kelly (Sicurezza nazionale), James Mattis (Difesa) e Rick Perry (Energia) non abbiano versato neppure un dollaro per Trump o per i repubblicani negli ultimi 27 anni.
Andy Puzder, per esempio, ha lasciato la guida della sua catena di ristoranti fast food CKE Restaurants per divertare segretario di Stato al Lavoro: nella corsa di Trump ha investito 700mila dollari.
E’ andata meglio al nuovo ministro del Tesoro Steven Mnuchin l’ex partner di Goldman Sachs che ha lasciato il suo hedge fund dopo aver investito su Trump 420mila dollari (6mila li ha donati anche ai Democratici).
Wilburn Ross è l’uomo forte del commercio: gestirà i rapporti — già tesi — con il Wto, con la Cina, il Messico e anche l’Unione europea.
A dire il vero, però, Trump non era neppure la prima scelta dal banchiere americano: Ross ha investito 432mila dollari perchè vincessero i repubblicani, ma oltre 110mila erano per sostenere Mitt Romney, a Trump ne sono arrivati solo 5mila.
Il segretario di Stato Rex Tillerson, invece, è un repubblicano tutto d’un pezzo: l’ex amministratore delegato della compagnia petrolifera non ha mai versato un dollaro per sostenere i democratici, mentre ha speso quasi mezzo milione per i conservatori.
A Trump avrebbe preferito Jep Bush, però, non si lamenta e adesso i suoi investimenti gli permettono di sedere su una delle poltrone più “pesanti” del pianeta.
La storia di Betsy DeVos ha quasi dell’incredibile: dopo essere stata indicata ministro dell’Educazione da Trump la sua nomina doveva essere ratificata dal Senato. Nonostante lei e la sua famiglia abbiano speso oltre due milioni di dollari per sostenere alcuni senatori repubblicani uscenti ha avuto 50 voti a favore e 50 contrari: per aver il via libera, quindi, è stato necessario — prima volta nella storia americana — che in suoi favore si esprimesse il vice presidente Mike Pence nelle vesti di presidente del Senato.
Pence ha così rotto l’equilibrio tra i senatori e le tradizioni americane. Ma difficilmente avrebbe potuto comportarsi in maniera diversa: i DeVos hanno versato per l’ultima campagna elettorale oltre 12 milioni di dollari.
Soldi nelle casse dei repubblicani sono arrivate anche da coloro che sono poi stati nominati ambasciatori in Israele e Cina, ma la donna più fedele a Trump resta Linda McMahon, la signora del wrestling che al presidente ha donato 6 milioni di dollari a cui ha aggiunto altri 3,8 milioni per il partito.
Non male per un’imprenditrice che in passato aveva sostenuto i democratici.
(da “Business Insider”)
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Febbraio 10th, 2017 Riccardo Fucile
SE FOSSE UN REALITY IL CONDUTTORE AVREBBE PRONUNCIATO: “MISTER TRUMP, SEI FUORI”
Se la Presidenza degli Stati Uniti fosse un Reality Show come quello che rese Trump famoso, e se
l’argomento del “gioco” fosse l’educazione civica, il conduttore pronuncerebbe oggi quelle cinque parole fatidiche: “Mister Trump, you are FIRED”, sei fuori!
Il significato profondo della sentenza emessa dalla Corte d’Appello non è nell’avere congelato il blocco dell’immigrazione di persone con visti legali proveniente dai sette Paesi scelti dal Presidente.
L’Ordine Esecutivo firmato da Trump è dilettantitisco, approssimativo, generico e “irrazionale”, ma una sua riedizione riveduta e corretta da consiglieri più preparati del marito della figlia Ianka e del Rasputin della destra estrema, Steve Bannon che lo condizionano e assecondano, potrebbe avere – dicono giuristi come il prof. Alan Dershowitz che non è certamente un trumpista – probabilità di passare l’esame dei giudici.
Il cuore malato dei decreti sparacchiati dal Presidente è in quella parola utilizzata da uno dei suoi legali, “unreviewiable”, non rivedibile, per dare agli ukaz della Casa Bianca un tono di irreversibilità .
In parole chiare: questo Capo dello Stato e del Governo non è soggetto all’esame e alle revisioni della magistratura, hanno sostenuto i suoi rappresentanti.
Ma come già a Nixon negli anni ’70 e a Clinton negli anni ’90, i giudici hanno ricordato, respingendo la sua tesi, quello che tutti noi che abbiamo dovuto sostenere l’esame per la cittadinanza sappiamo: che il governo degli Stati Uniti è composto da tre “poteri” uguali e distinti, l’Esecutivo, il Legislativo e il Giudiziario.
E ogni tentativo di affermare la supremazia dell’uno sull’altro si scontrerà inesorabilmente contro la Costituzione.
Chiedendo di essere sottratto alla “review”, alla verifica dei tribunali e dunque affermando il proprio primato inattaccabile, Trump ha commesso un errore che gli avrebbe impedito di superare l’esamino dei funzionari dell’Immigrazione oltre che una classe di Scuola Media: ha ignorato il fondamento della Costituzione.
E se si ostinerà a governare a colpi di decreti, come un satrapo orientale, come un Assad, come un Kim Jong-un, per accontentare quella minoranza di americani che lo ha votato, si avvicinerà pericolosamente al terreno minato della possibile incriminazione, all'”impeachment”.
Non è rispondendo a colpi di tweet magari scritti in tutte maiuscole, che Trump potrà sfuggire alla trappola costituzionale nella quale si sta infilando per vanità e impreparazione.
La Corte d’Appello gli ha semplicemente ricordato che è stato eletto per essere Presidente, non Imperatore e che gli Stati Uniti non sono uno dei suo casinò (falliti) o un Reality.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
IN UNA DISCARICA ROMANA LA PROCURA DI NAPOLI HA SEQUESTRATO DOCUMENTI DELL’IMMOBILIARISTA… LE NUMEROSE INTERCETTAZIONI TRA ROMEO E L’EX AN E FLI
Incontrava gente nel suo ufficio per parlare di affari e appalti. Poi ad un certo punto abbassava il
tono della voce e scriveva iniziali e cifre su alcuni pezzetti di carta. Pizzini che venivano subito distrutti e buttati nell’immondizia.
Da lì finivano nei cassonetti della spazzatura e quindi in una discarica comunale di Roma. Ed è proprio tra i rifiuti di quella discarica capitolina che gli investigatori hanno trovato quello che potrebbe essere una sorta di diario delle tangenti di Alfredo Romeo.
Solo alcuni degli elementi acquisiti dopo la perquisizione ordinata dalla procura di Napoli negli uffici e nell’abitazione dell’immobiliarista.
Romeo è l’imprenditore al centro dell’affaire Consip, una presunta corruzione su un appalto da 2,7 miliardi di euro, vicenda per la quale sono indagati per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento il ministro Luca Lotti e il comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette.
L’indagine a carico del braccio destro di Matteo Renzi e di Del Sette è finita per competenza alla procura di Roma.
I pm napoletani Henry John Woodcock e Celestina Carrano invece continuano a indagare su presunti episodi di corruzione collegati ad appalti del gruppo Romeo per le pulizie dell’ospedale Cardarelli di Napoli, e al ruolo di dirigenti e funzionari del capoluogo campano che avrebbero favorito gli interessi dell’immobiliarista, ricevendone in cambio — secondo l’accusa — favori e soggiorni alberghieri.
Il decreto di perquisizione eseguito dalla Finanza di Napoli, dal Ros di Napoli e dal Noe di Roma per Romeo e altre due persone ipotizza i reati di concorso esterno in associazione camorristica (per l’assunzione nella ditta di pulizie impiegata nel Cardarelli di soggetti ritenuti vicini ai clan della zona collinare di Napoli), associazione a delinquere e corruzione.
I pm hanno deciso di perquisire, alla ricerca di tracce documentali e finanziarie, dopo aver ascoltato per mesi le conversazioni tra Romeo e uno dei suoi più stretti collaboratori, l’ex parlamentare di An Italo Bocchino.
Intercettazioni telefoniche e anche ambientali grazie a un virus spia Trojan installato sui cellulari di Romeo e Bocchino.
Conversazioni che, si legge nel decreto, “hanno consentito di acquisire un ponderoso materiale investigativo ed elementi utili per ricostruire quello che si può definire il sistema Romeo ispirato alla corruzione generalizzata e sistematica, alla consumazione sistematica di reati contro la pubblica amministrazione e di reati tributari funzionali alla creazione delle riserve di denaro in nero utilizzate da Romeo per pagare le tangenti”.
Il “ponderoso materiale investigativo” è rappresentato anche dai “pizzini” in cui l’imprenditore indicava la “causale” di tangenti.
I foglietti, che erano stati stracciati e buttati nella spazzatura, sono stati recuperati in una discarica comunale a Roma, dove finivano insieme agli altri rifiuti smaltiti dall’ufficio romano dell’immobiliarista in via Pallacorda.
È intercettando quei locali che gli inquirenti si accorgono di un curioso particolare: nel corso dei colloqui nel suo ufficio Romeo aveva “l’abitudine di abbassare il tono della voce e di scrivere di suo pugno su pezzetti di carta i nomi (iniziali) delle persone e dei destinatari delle tangenti, nonchè l’importo e la causale” passando poi il pezzetto di carta al suo interlocutore “conferendo dunque anche forma scritta alle transazioni illecite”.
È in questo modo che per l’accusa l’imprenditore ha creato una sorta di diario della corruzione.
E poco importa se quei foglietti di carta con iniziali e cifre venissero poi strappati e gettati nell’immondizia. “Tali fogli di carta (in alcuni casi anche strappati) — si legge nel decreto di perquisizione — sono stati tutti recuperati, acquisiti e ricostruiti dalla polizia giudiziaria, dunque, ha avuto la possibilità di confrontare e di sovrapporre le risultanze delle intercettazioni ambientali (già di per se chiare e preziose) con quanto contestualmente scritto di pugno dallo stesso Romeo nel contesto delle conversazioni medesime”.
Il risultato investigativo raggiunto è stato definito dai magistrati “davvero unico”.
Tra l’altro dall’indagine su Romeo emerge anche il ruolo Bocchino, diventato suo consulente dopo aver seguito Gianfranco Fini nella sfortunata esperienza di Futuro e Libertà .
I pm fanno riferimento a “fluviali colloqui” tra l’imprenditore e l’ex colonnello di An durante i quali i due hanno “passato in rassegna e descritto con dovizia di particolari le modalità con le quali hanno approcciato e gestito svariate gare d’appalto in tutta Italia (da Palermo a Napoli, dalla Basilicata a Roma), facendo nomi e cognomi dei soggetti della ‘cosa pubblica’ con la quale hanno intrattenuto rapporti”.
Bocchino, si legge nel decreto di perquisizione, avrebbe dato indicazioni a Romeo su “quando e come pagare” e su come “compiacere i rappresentanti della cosa pubblica”.
Vincenzo Iurillo e Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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