Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
IL POPULISMO “DEMOCRATICO” DI SANDERS UNICO IN GRADO DI BATTERE IL POPULISMO REAZIONARIO DI TRUMP… CHI PENSA CHE SANDERS SIA “SOCIALISTA” NON HA CAPITO NULLA
È molto probabile che Hillary Clinton ottenga la candidatura per il Partito democratico alle prossime elezioni
presidenziali americane,ed è quindi molto probabile che batterà il candidato repubblicano Donald Trump, diventando così presidente degli Stati Uniti.
Ma come ha scritto qualche giorno fa il New York Times , nella corsa alla Casa Bianca di quest’anno l’impensabile sta diventando possibile.
E dunque le cose potrebbero forse andare altrimenti.
Potrebbe accadere che per varie ragioni – non ultima l’uso forse illegale della Clinton della propria mail personale per molte comunicazioni ufficiali – la sua popolarità , già non molto forte, cominci a vacillare; che la sua candidatura si mostri una candidatura sempre più debole, e che, come alcuni indizi già fanno intravedere, l’eventuale duello tra lei e Trump mostri di potersi risolvere a favore di quest’ultimo. In tal caso non è assurdo pensare che il Partito democratico possa allora decidere di puntaresul senatore Sanders, non casualmente rimasto finora in lizza.
Il fatto è che nella corsa presidenziale americana si sta delineando un fenomeno forse decisivo.
E cioè che mentre alcuni sondaggi già ora cominciano a non dar più la Clinton come vincitrice sicura in un duello con Trump, viceversa non sembrano esserci dubbi sul fatto che Sanders batterebbe di sicuro il candidato repubblicano.
In altre parole, sarebbe il populismo progressista, non già la sinistra democratica «per bene», la posizione davvero capace di sconfiggere il populismo reazionario
Per l’Europa si tratterebbe di una lezione importantissima.
Da tempo i suoi sistemi politici e i suoi partiti tradizionali sono squassati dai venti di tempesta di una spinta antioligarchico-populistica carica di volontà di riaffermazione nazionale: una spinta che finora è stata puntualmente sequestrata da formazioni di destra, intrise di umori xenofobi e autoritari.
Incanalata in un simile alveo questa spinta costituisce una vera minaccia per la democrazia dei nostri Paesi.
Ma proprio perchè le cose stanno così, l’esempio americano potrebbe indicare quella che forse è la sola via d’uscita da una situazione che invece oggi, qui in Europa, vede le forze democratiche paralizzate, incapaci di trovare idee ed energie per una controffensiva, e perciò destinate inevitabilmente prima o poi, se il quadro resta quello attuale, a una sconfitta rovinosa
La via d’uscita è per l’appunto quella incarnata dal senatore Sanders: il populismo democratico.
A un populismo di destra opporre un populismo di sinistra pronto naturalmente – come farebbe senz’altro per primo Sanders, se mai dovesse essere lui il candidato democratico – a rinunciare al «socialismo» e a stipulare preliminarmente un compromesso con alcuni settori chiave del mondo della produzione e degli affari.
È la via che a suo tempo prese Roosevelt per uscire dalla crisi del ’29: per esempio non esitando a ricorrere con spregiudicatezza all’appello al popolo contro il formalismo giuridico della Corte Suprema che sbarrava il passo al suo programma audacemente riformatore.
È la medesima via indicata all’inizio del Novecento da Max Weber, quando vedeva la salvezza delle democrazie nel futuro burrascoso che si annunciava solo nel potere conferito a un «Cesare democratico»
Ma che cosa vuol dire quest’espressione? Che significa in concreto un populismo democratico?
Molte cose: dallo stare dalla parte del «piccolo uomo» (il piccolo produttore, il piccolo risparmiatore, il consumatore, il popolo minuto) contro il Big Business; dalla parte della produzione contro le rendite finanziarie; dalla parte dei bisogni e dei diritti dei più contro gli interessi dei pochi smascherando questi interessi e i loro abituali camuffamenti; stare dalla parte dell’espansione contro la deflazione e l’austerità ; stare dalla parte della politica contro l’economia, favorendo la possibilità istituzionale di decisioni non contrattate e non compromissorie (come invece vorrebbe il parlamentarismo dei bravi democratici «per bene»)
Populismo democratico significa tutto questo ma in più qualcos’altro, che però – si badi – è un ingrediente essenziale per qualificarne la diversità rispetto a quello reazionario.
Significa innanzi tutto un «discorso» diverso. E cioè un’alta «retorica» sui principi della comunità , sul suo destino, sul suo vivere insieme per adempiere un fine inclusivo, per raggiungere un traguardo positivo che alla fine riguarda tutti (anche le oligarchie nemiche).
Significa la capacità di richiamarsi credibilmente agli ideali, di costruire un’immagine all’insegna del disinteresse personale, suggerendo l’idea di un impegno politico al servizio di una speranza collettiva da opporre alla paura del declino e del declassamento sociale.
Ecco quanto il Cesare democratico dovrebbe mostrarsi in grado di fare e specialmente di esprimere: grazie alla parola e al gesto simbolico.
Rivolgendosi al cuore anzichè alla pancia, come invece è spinto a fare il suo omologo reazionario.
Il primo è un profeta ragionevole che addita la salvezza, il secondo uno stregone che evoca i demoni sancendo tutti i tabù
L’Europa però non sembra capace di produrre alcuna figura di Cesare democratico.
È la riprova del venir meno nelle sue èlite e nelle sue culture politiche egemoni di ogni autentico sfondo ideale, della loro assoluta incapacità di rispondere alla drammatica novità dei tempi, di mantenere un rapporto vero con il sentire profondo delle proprie società .
È la conferma altresì di una selezione ai posti di maggiore responsabilità che da tempo si attua dappertutto pressochè esclusivamente sulla base di meccanismi di tipo sostanzialmente burocratico.
In realtà nessun luogo come oggi l’Europa continentale a ovest dell’Elba ha conosciuto una simile eclisse dello Stato nazionale e di conseguenza del «politico» costringendosi, come attualmente è costretta, a confidare per il suo futuro sui tribunali e sulle finanze, sulle banche e sulle «direttive» di Bruxelles: sotto la guida trascinante dell’avvocato Jean—Claude Juncker.
Ernesto Galli della Loggia
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 28th, 2016 Riccardo Fucile
ROTTO IL MEGACONTRATTO PER LA CONSEGNA DI SILURI STIPULATO SOTTO IL GOVERNO MONTI…. “AVREBBE DOVUTO ESSERE L’ITALIA A SOSPENDERE LE FORNITURE BELLICHE”
Nessuno sembra essersi accorto di una curiosa coincidenza di eventi riguardo alla conclusione della vicenda marò
Nelle stesse ore in cui la Corte Suprema indiana accettava, suo malgrado, di rendere immediatamente esecutivo l’ordine del Tribunale arbitrale internazionale dell’Aja di far rientrare in Italia il fuciliere di Marina Salvatore Girone, il Ministero della Difesa indiano annullava un mega-contratto da 300 milioni di dollari con Finmeccanica (Leonardo) per la fornitura di siluri per i sottomarini di Nuova Delhi.
La perfetta coincidenza temporale di questa decisione — ufficialmente legata allo scandalo delle tangenti pagate dalla stessa Finmeccanica sull’appalto da 560 milioni per 12 elicotteri AW101 di AgustaWestland venduti all’India nel 2010 — alimenta il sospetto che sia stata presa come ritorsione verso l’Italia: la cancellazione dell’affare come prezzo da pagare per la restituzione definitiva dei marò all’Italia.
Un sospetto reso ancor più concreto dal fatto che l’accordo per questa importante fornitura all’India — un centinaio di siluri pesanti Black Shark prodotti dalla Wass di Livorno, azienda del gruppo Finmeccanica — era stato raggiunto nel marzo 2013 nelle stesse ore in cui il governo Monti prendeva la clamorosa e contestata decisione di riconsegnare alle autorità indiane i due marò: un sorprendente voltafaccia arrivato solo pochi giorni dopo che il ministro degli Esteri Giulio Terzi aveva annunciato che i due militari non sarebbero più tornati in India. Marò che vanno, appalti che vengono.
In quei giorni, la perfetta coincidenza di tempi attirò sul governo il sospetto di aver barattato la libertà dei due fucilieri in nome degli interessi economici e commerciali del gruppo industriale di cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze è il principale azionista (30,2 per cento).
La stessa perfetta coincidenza si ripete oggi, ma in senso inverso.
Marò che vengono, appalti che vanno.
Uno smacco per l’Italia, la quale, contrariamente all’India, ha sempre ritenuto prioritari gli affari legati alle forniture militari, rispetto alla vicenda dei marò.
Come ricorda Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi (Opal) di Brescia — “qualsiasi altro Paese, al posto dell’Italia, avrebbe sospeso le forniture belliche. Invece i governi Monti, Letta e Renzi non solo hanno continuato ad inviare all’India sistemi militari (per più di 328 milioni di euro) ma hanno addirittura autorizzato nuovi contratti (283 milioni): nei soli due anni del governo Renzi sono stati autorizzate esportazioni per quasi 145 milioni per forniture di armamenti di ogni sorta, aeromobili, navi da guerra, munizionamento e sistemi elettronici”.
Enrico Piovesana
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO INGLESE: “ACCORDO RITOCCATO, SOSTITUENDO LA PAROLA “PRESTITO” A “VENDITA”… NEGLI USA IL PRESTITO E’ ESENTASSE, LA VENDITA SOGGETTA AL 40% DI TASSAZIONE
Una frode al fisco da decine di milioni di dollari.
Nel giorno in cui festeggia l’ennesima vittoria alle primarie (76 per cento dei voti nello Stato di Washington) e in cui ripartono le contestazioni violente contro di lui (scontri con la polizia in New Mexico), su Donald Trump piovono accuse pesanti in un campo su cui negli Stati Uniti è vietato scherzare, quello del fisco.
A lanciarle è il quotidiano britannico Telegraph, entrato in possesso di documenti che proverebbero la “frode fiscale” della quale si sarebbe reso responsabile il tycoon di New York, ormai sicuro candidato alla Casa Bianca per il Grand Old Party, il partito repubblicano.
The Donald, spiega il giornale in un lungo e dettagliato articolo apparso nella sua edizione online nel primo pomeriggio, ha messo la propria firma su un accordo commerciale con il Bayroc Group (l’azienda immobiliare che all’epoca – circa dieci anni fa – stava costruendo il famoso TrumpSoHo, il grattacielo nel quartiere trendy newyorchese di SoHo).
Oltre al grattacielo l’accordo con Bayrock prevedeva anche altri due progetti per i quali il candidato-miliardario aveva concesso l’uso del suo nome e nel 2007 concluse un accordo con un’azienda islandese (FL Group) che aveva acconsentito ad un investimento di 50 milioni di dollari in quattro consociate di Bayrock.
L’investimento fu in seguito mascherato da ‘loan’, un prestito.
Per le leggi dello Stato di New York la vendita di una quota di partecipazione in una società comporta da parte dei soci il pagamento di oltre il 40 per cento di tasse sui “guadagni” (cifra che si basa sull’aliquota fiscale massima) ma se l’investimento viene registrato come un prestito, il pagamento non è dovuto.
Alcuni ex dipendenti di Bayrock (che hanno fatto causa all’azienda) sostengono adesso che l’accordo “era stato strutturato” in maniera fraudolenta, in modo da evadere circa 20 milioni di dollari di tasse, attraverso la vendita (anche essa mascherata) di partecipazioni.
Inoltre i partecipanti all’accordo (tra cui dunque anche Trump) mascherarono la vendita sotto forma di prestito per evitare il pagamento di circa 80 milioni di tasse dovuti in base alle stime sui profitti futuri derivanti dall’investimento immobiliare.
Il Telegraph ha ottenuto le copie delle lettere che Trump firmò sia per la versione originale dell’accordo che per quella successivamente modificata come “prestito”. I documenti, ha reso noto il giornale, sono stati inviati in copia a Trump e ai suoi avvocati, per consentire loro il diritto di replica.
A giro di posta il legale di The Donald Alan Garten ha risposto sostenendo che il miliardario newyorchese “non ha avuto nulla a che fare con quella transazione” e firmando le lettere si limitò a riconoscere l’accordo in veste di “socio accomandante”. Secondo l’avvocato Trump pur firmando “non stava assolutamente approvando l’accordo”.
Per il Telegraph invece le copie del contratto finale dimostrano senza alcun dubbio che l’accordo richiedeva anche l’approvazione di Trump.
Toccherà adesso stabilire all’Irs (il fisco Usa), qualora lo scoop del Telegraph venga riconosciuto come seria documentazione, se procedere o meno contro The Donald per l’eventuale frode fiscale.
Sicuramente diventeranno maggiori le pressioni per costringerlo a rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi (rese pubbliche finora in modo incompleto”.
Intanto, continua a smarcarsi dal dare il suo endorsement al discusso e controverso unico candidato rimasto in corsa nelle primarie dell’Ogp lo speaker della Camera Usa, Paul Ryan.
Che rifiuta di voler sostenere Trump per la nomination repubblicana per la presidenza Usa, dicendosi non pronto ad appoggiare un neofita della politica che non ha mai occupato una carica elettiva.
In un incontro con i giornalista a Capitol Hill, Ryan ha negato precedenti notizie secondo cui avrebbe sostenuto Trump.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
MENTRE LA CLINTON CHE RAPPRESENTA IL VECCHIO APPARATO DEI DEMOCRATICI E’ DATA ALLA PARI CON TRUMP, SANDERS VINCEREBBE CON 15 PUNTI DI DISTACCO
Il clan di Hillary Clinton non nasconde la sua irritazione verso il senatore del Vermont, che si ostina a
restare in gara.
Come minimo, pur piazzandosi secondo per voti e delegati, vuole arrivare alla convention di luglio per condizionarla.
Ma non esclude affatto di poter battere Hillary in California e con un colpo simile rimettere in discussione la nomination.
La sua pervicacia, vista dal versante di Hillary, è distruttiva. Prolunga lo scontro interno al partito democratico. Radicalizza i seguaci di Sanders, rendendo più difficile ricompattare tutte le anime della sinistra in vista dello scontro finale.
Distrae Hillary da quello che dovrebbe essere lo sforzo principale cioè attaccare Donald Trump.
Sanders nel linguaggio che usa per condannare l’establishment politico venduto alle lobby, non sembra fare molte distinzioni tra politici democratici e repubblicani.
Un po’ come Ralph Nader, il candidato verde che nel 2000 prese appena lo 0,4% dei voti, sufficienti però (con l’aiuto dei brogli e della Corte suprema) a regalare la Casa Bianca a George Bush.
Ma la narrazione che viene dal campo di Sanders è molto diversa.
E gli sviluppi degli ultimi giorni impongono di prestarle almeno un po’ di attenzione. Anzitutto i sondaggi.
Per quel che valgono, dicono che è in atto una spettacolare rimonta di Trump sulla Clinton, il tycoon newyorchese avrebbe annullato l’ampio vantaggio di Hillary e sarebbe ormai in un pareggio virtuale.
Al contrario, in caso di duello Sanders-Trump gli stessi sondaggi continuano ad assegnare a Sanders una decina di punti di vantaggio.
Poi c’è lo scandalo o presunto scandalo di molestie sessuali che Trump ha tirato fuori contro Bill Clinton.
Sondaggi e scandali convergono nel dire una cosa: Hillary ha molte debolezze, che si possono riassumere in una sola, lei è percepita come un’esponente dell’establishment. Con tutti i segni negativi che questo comporta.
Dal peso della sua storia passata (gli scandali del marito) ai legami con Wall Street.
La novità della prima donna che può diventare presidente, viene quasi cancellata dal fatto che questa è una professionista della politica da sempre, fa parte di quelle èlite contro le quali soffia impetuoso il vento del populismo.
Sanders fa politica da una vita anche lui, ma è sempre rimasto ai margini dell’establishment, in tutti i sensi. Non era neppure iscritto al partito.
E’ senatore di un piccolo Stato del Nord. E’ sempre stato una voce fuori del coro. Non ha preso soldi dalle lobby.
Per questo Sanders si sente non solo autorizzato ma obbligato a continuare la sua campagna: convinto che per battere Trump è proprio lui il cavallo giusto.
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
ORA E’ IN BUONA COMPAGNIA CON LA COREA DEL NORD, LA SIRIA E LO ZIMBABWE…. NESSUNA PAROLA DI CONDANNA PER GLI ASSASSINI DEI DISSIDENTI DEL REGIME DI PUTIN
Il consiglio regionale del Veneto a trazione leghista si schiera contro l’Unione Europea e contro il governo
italiano, ma sta in bella compagnia di Corea del Nord, Zimbabwe, Uganda, Kyrgyzstan e Siria.
Oggetto della contesa, che sta già diventando un caso internazionale, è la Crimea.
O meglio, il riconoscimento del diritto di autodeterminazione di quel paese che ha deciso di entrare nella Federazione Russa, scatenando una crisi regionale dove la Ue è contrapposta a Mosca.
E la richiesta di mettere fine alle sanzioni economiche imposte dall’Europa, che a loro volta hanno innescato la risposta dell’embargo russo, causando un danno al tessuto produttivo veneto.
A Palazzo Ferro Fini, sede del consiglio regionale, va in votazione una risoluzione presentata da Stefano Valdegamberi, che nella precedente legislatura era dell’Udc, ma è poi passato armi e bagagli con la lista Zaia.
L’esito del voto è scontato, vista la schiacciante maggioranza formata da Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Siamo Veneto.
Non sarà certo il partito azzurro a mettersi di traverso, conoscendo la solida amicizia tra Silvio Berlusconi e il leader russo Vladimir Putin.
La risoluzione invita il governo italiano “a condannare la politica internazionale dell’Unione europea nei confronti della Crimea, fortemente discriminante ed ingiusta sotto il profilo dei principi del Diritto Internazionale, chiedendo di riconoscere la volontà espressa dal Parlamento di Crimea e dal popolo mediante un referendum”. E chiede “l’immediato ritiro delle inutili sanzioni alla Russia che stanno comportando gravi conseguenze all’economia del Veneto, i cui effetti sono destinati ad essere irreversibili e duraturi nel tempo”.
L’iniziativa ha una doppia valenza.
Ideologica, perchè afferma il principio all’autodeterminazione di un popolo.
Ed economica, visto il danno che le aziende venete subiscono.
“E’ un tema da libertà di coscienza — dichiara il governatore Luca Zaia — ma è anche il modo di dare la sveglia ai paesi europei. Noi siamo ligi a rispettare le sanzioni, mentre la Germania i suoi affari continua a farli. Il Veneto ha perso quasi un miliardo di euro in export verso la Russia, ci sono aziende che stanno fallendo per questo”.
Naturalmente il voto non è piaciuto all’Ucraina, l’altro soggetto internazionale coinvolto.
Indignato Yevhen Perelygin, ambasciatore in Italia. “E’ una risoluzione provocatoria, perchè la Crimea è parte integrante del territorio dell’Ucraina, occupata e annessa due anni fa alla Federazione Russa in violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale e degli accordi bilaterali”.
L’ambasciatore denuncia “l’annessione” da parte della Russia attraverso “un referendum fasullo”.
A Venezia si è presentato anche il console generale dell’Ucraina a Milano, Andrii Kartysh, che ha incontrato il presidente del consiglio regionale, Roberto Ciambetti, rappresentandogli il disappunto del suo paese.
“Approveremo la risoluzione in una cornice in grande stile. — è la replica di Valdegamberi, che di recente si è recato al Forum Economico di Yalta — Ci saranno giornalisti e televisioni da tutta la Russia, c’è un entusiasmo pazzesco“.
Giuseppe Pietrobelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 5th, 2016 Riccardo Fucile
I ROLLING STONES: “NON USI PU’ LE NOSTRE CANZONI PER LA CAMPAGNA”…E LA DIFFIDA A USARE LA LORO MUSICA SI ESTENDE AD ALTRE STAR
Da poco più di 24 ore è il candidato repubblicano alla Casa Bianca, ma le polemiche dentro e fuori dal partito sono appena cominciate.
Donald Trump ha perso il sostegno degli ex presidenti George H.W.Bush padre e George Bush figlio. E i Rolling Stones gli hanno intimato di non usare più le loro canzoni in campagna elettorale.
Neanche il tempo di festeggiare l’investitura quasi definitiva dopo il ritiro dell’avversario Ted Cruz, che il magnate americano ha perso il sostegno di due personaggi fondamentali, Bush padre e figlio.
Secondo il quotidiano statunitense Texas Tribune, i due ex presidenti hanno intenzione di ‘restare in silenzio’ durante la campagna che molto probabilmente porterà il magnate ad affrontare l’ex segretario di Stato Hillary Clinton nelle presidenziali di novembre.
“A 91 anni, il presidente Bush si è ritirato dalla politica”, ha dichiarato al Texas Trubune il suo portavoce, Jim McGrath, nonostante l’ex presidente abbia partecipato di recente alla raccolta fondi per la campagna dell’altro figlio, Jeb, durante le primarie.
Secondo McGrath, quella “è stata l’eccezione che conferma la regola”. Dal canto sui, l’assistente personale di Bush (figlio), Freddy ford, ha spiegato che l’ex presidente “non ha intenzione di partecipare o di esprimere commenti sulla corsa presidenziale”.
Ma non è l’unico problema per Trump. In un comunicato diffuso oggi il celebre complesso rock si è unito ad altri artisti che hanno chiesto all’ormai unico candidato in corsa per la nomination dei repubblicani di astenersi “con effetto immediato” di far suonare la loro musica nel corso di eventi politici.
Il miliardario ha usato le canzoni degli Stones per mesi assieme a brani di Elton John, pezzi d’opera e classici del rock.
Tra i favoriti della sua colonna sonora c’è appunto il celebre “You Can’t Always Get What You Want” del 1969, mentre il 4 maggio a un comizio la campagna di Trump ha suonato “Start Me Up”.
Altri artisti che hanno ordinato a Trump di non usare le loro canzoni sono Adele, il frontman di Aerosmith Steven Tyler e Neil Young.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2016 Riccardo Fucile
A 50 CHILOMETRI DALLA CAPITALE DEL CALIFFATO
I lavori per il cantiere più difficile della storia sono cominciati. Sono arrivati gli ingegneri che studiano
l’impianto, i carotaggi per analizzare le condizioni del cemento, le ruspe che spianano l’area per ospitare i macchinari.
Tutto sotto lo sguardo vigile di alcuni incursori in abiti borghesi, senza armi visibili. Ma questa è zona di guerra. E l’Italia si è impegnata a realizzare un’impresa senza precedenti: completare un restauro sulla prima linea di una guerra. Un appalto affidato alla Trevi di Cesena, per un valore di 273 milioni di euro, che di fatto è un affare di Stato ad alto rischio.
La ristrutturazione della diga di Mosul è un intervento di ingegneria ma anche un’operazione militare.
Molti, soprattutto a Washington, temono che lo Stato islamico possa trasformare in una bomba liquida il colossale invaso alto 113 metri e lungo piu’ di tre chilometri e mezzo, capace di devastare la piana dove vivono oltre mezzo milione di persone, arrivando fino a Mosul col suo milione di abitanti: la capitale del Califfato dista meno di cinquanta chilometri.
Se l’argine venisse distrutto, si rovescerebbero undici milioni di metri cubi d’acqua, con una replica del Diluvio che si è abbattuto su queste terre ai tempi dei Sumeri.
In realtà pochi credono che il Califfato abbia la capacità e la volontà di abbattere l’impianto.
Distruggere una diga è molto difficile, come hanno dimostrato i raid inglesi durante la Germania nel secondo conflitto mondiale: dopo numerosi fallimenti, la Royal Air Force fu obbligata a inventare bombe giganti estremamente particolari.
E oggi a Mosul servirebbero tonnellate di esplosivo, piazzate in posizioni specifiche con detonazioni sincronizzate. Con il rischio poi di travolgere la stessa capitale dello Stato islamico.
La struttura è comunque pericolosa. Alcune delle paratie che regolano il deflusso dell’acqua sono state compromesse da dissesti geologici e danni ai meccanismi.
E questo in situazioni di grandi piogge — come accaduto un mese fa — può creare difficoltà nella gestione del bacino: per fronteggiarlo i tecnici hanno dovuto far partire le turbine dell’impianto idroelettrico, regalando energia ai territori del Califfato.
Oggi infatti il personale iracheno spera che i tecnici italiani forniscano anche apparecchiature avanzate e l’addestramento per usarle.
E allo stesso tempo la diga è fondamentale per la rinascita economica della regione, una volta sconfitto o contenuto il potere dell’Is, potendo fornire corrente e irrigazione. Un elemento noto anche ai miliziani con la bandiera nera, che due anni fa hanno occupato l’infrastruttura ma sono stati scacciati dopo due settimane di combattimenti. E che adesso è prevedibile si opporranno alla ristrutturazione.
Per impedirlo, il governo italiano schiererà nelle prossime settimane tra i 400 e i 500 soldati per la protezione del cantiere.
Dovranno difendere la diga, integrando le postazioni curde e quelle dell’esercito di Bagdad: una situazione molto delicata del punto di vista militare, perchè l’impianto si trova proprio sulla cerniera tra le due armate, assolutamente non coordinate l’una con l’altra.
Per questo si ipotizza la costruzione di alcuni fortini, simili a quelli realizzati in Afghanistan nella zona di Bala Murghab, con mortai pesanti a lungo raggio per la copertura delle zone circostanti.
E di avere colonne corazzate che possano pattugliare il territorio, con autoblindo e “bisonti” apripista a prova di bomba.
Ci sarà inoltre una pista per gli elicotteri, dove potranno atterrare i quattro NH90 da trasporto appena arrivati in Kurdistan e soprattutto le quattro “cannoniere volanti” Mangusta, che dovranno custodire dal cielo la zona dei lavori.
L’incognita maggiore sarà la protezione dei convogli che riforniranno il cantiere di mezzi e soprattutto cemento, i materiali indispensabili per i restauri.
La città più vicina è Erbil, collegata con una strada presidiata da posizioni curde distanti una decina di chilometri l’una dall’altra: il rischio di imboscate dell’Is è altissimo.
Finora è stata tentata una sola operazione simile, estremamente più complessa: la ristrutturazione della diga di Kajaki, nel cuore delle terre afghane popolate dai talebani.
Nel 2007 gli inglesi organizzarono una gigantesca missione militare per trasportare un nuovo generatore — pesante 220 tonnellate — fino all’impianto: furono organizzate due spedizioni parallele, che si aprirono la strada combattendo per dodici giorni. Una missione conclusa con il successo ma sostanzialmente inutile: non è mai arrivato il cemento necessario a ripristinare i macchinari perchè il trasferimento di circa mille tonnellate comportava troppe insidie.
La situazione logistica della struttura di Mosul è meno grave, anche se il Califfato farà di tutto per tentare l’assalto alla base italiana, destinata a diventare il più grande accampamento di truppe occidentali dell’intero Iraq.
L’operazione Diga rappresenta anche un nuovo approccio alle missioni militari italiane, in cui il “sistema paese” cerca di finalizzare le spedizioni non solo alle ragioni umanitarie o ai calcoli di politica estera, ma anche a un ritorno economico diretto.
Negli ultimi venti anni l’impegno dei nostri soldati non si è mai tradotto in appalti o commesse, anche quando — come in Kosovo o in Libano — c’era la possibilità di “far pesare” la presenza delle truppe sul tavolo delle trattative.
E’ un approccio poco etico? Gli altri paesi occidentali lo fanno, in modo spesso spregiudicato e non esitando a rifilare colpi bassi contro le nostre aziende, come è accaduto per esempio nelle forniture alle forze armate afghane o a quelle libanesi.
E sarebbe opportuno che la questione venisse discussa dal Parlamento, sempre poco attento nel pesare l’impiego dei nostri soldati ma rapido nel celebrarne i successi o nel partecipare al lutto per i caduti in missione.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 17th, 2016 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI NEGA
Negli scorsi mesi aveva fatto discutere la scelta del governo israeliano di procedere alla nomina di
Fiamma Nirenstein quale ambasciatrice in Italia.
L’ex onorevole del Popolo della libertà è considerata da parte dell’opinione pubblica israeliana troppo schierata politicamente, troppo vicina alle posizioni da falco del primo ministro Benjamin Netanyahu.
La Nirenstein è ancora in attesa di insediarsi.
Ma mentre in un primo momento il governo italiano non aveva sollevato obiezioni, farà discutere il retroscena pubblicato oggi da Haaretz.
Il più autorevole quotidiano d’Israele rivela infatti che Matteo Renzi, attraverso canali informali e che sarebbero dovuti rimanere riservatissimi, avrebbe fatto arrivare al premier israeliano la richiesta di ripensare alla decisione presa qualche mese fa.
Secondo il presidente del Consiglio la nomina sarebbe eccessivamente divisiva, e il fatto che l’ambasciatrice in pectore sia stata eletta nel recente passato tra le fila degli uomini di Berlusconi scatenerebbe polemiche che non gioverebbero all’immagine d’Israele in Italia.
Sul tema intervengono fonti di Palazzo Chigi, interpellate al riguardo, smentendo seccamente la ricostruzione del quotidiano israeliano con queste poche righe: “Fonti di Palazzo Chigi smentiscono la ricostruzione offerta oggi da Haaretz sul presidente del Consiglio e il premier israeliano Netanyahu a proposito di Fiamma Nirenstein”.
Il quotidiano precisa tuttavia che nè Renzi nè il ministero degli esteri italiano “intendono creare una crisi sul dossier” e che Netanyahu non ha cambiato idea. L’iniziativa – secondo la fonte citata – nasce dai “problemi che potrebbero sorgere” con la nomina e si ricordano sia l’inopportunità segnalata dalla comunità ebraica italiana sia “l’opposizione del ministero degli esteri e di quello della difesa” per gli “apparenti conflitti di interesse” per il fatto che Nirenstein è stata parlamentare e “ora servirebbe come ambasciatore di un altro paese”.
Anche in questa carica “continuerebbe a ricevere un salario dal governo” italiano ed “è al corrente di segreti di stato” e “suo figlio lavora nell’intelligence italiana”.
“Fatti” – aggiunge – che hanno suscitato “obiezioni” da parte della “difesa italiana”.
“Anche adesso, pur se le sue credenziali non sono state ancora accettate – scrive su Haaretz il giornalista Barak Ravid – Nirenstein è attiva nella vita pubblica italiana e nei media e questo è considerata una infrazione del protocollo diplomatico”.
Il messaggio di Renzi – inviato, spiega il giornale, un mese e mezzo fa – è stato trasmesso ad uno consiglieri di Netanyahu e dice che “potrebbe essere prudente considerare di nominare qualcuno altro come ambasciatore di Israele a Roma”.
“Quello che stanno dicendo – osserva la fonte anonima citata da Haaretz – è che se Netanyahu vuole considerare la nomina di qualcun altro a quel posto, è invitato a prendere contatto e il governo italiano sarebbe felice di discuterne”.
Secondo il giornale, una fonte dell’ufficio di Netanyahu non ha negato “i dettagli” della vicenda e del messaggio da parte italiana.
Ma non per questo Netanyahu sembra aver cambiato idea sulla nomina di Nirenstein tanto che un alto funzionario del ministero degli esteri israeliano ha fatto sapere che l’indicazione del premier è stata “approvata la scorsa settimana dalla ‘Civil Service Commission’ e che dovrebbe essere portata nelle prossime settimane in gabinetto per il varo” definitivo.
Il giornale conclude citando fonti dell’ufficio di Renzi e del ministero degli esteri italiano secondo cui se Netanyahu insisterà sulla nomina non mancherà l’accettazione: “non vogliono questionare su questo”.
(da “Huffingonpost”)
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Aprile 16th, 2016 Riccardo Fucile
OTTO VELIVOLI OPERATIVI NELLA ZONA DI MOSUL: PER PROTEGGERE LA DIGA E AIUTARE I CURDI… E ARRIVERANNO ANCHE 450 SOLDATI
Missioni in «condizioni non permissive»: un eufemismo formidabile che mimetizza l’ingresso dell’Italia nella prima linea della guerra contro lo Stato Islamico.
Nel 1999 i bombardamenti in Kosovo vennero chiamati «difesa integrata», oggi invece in Iraq comincia «l’attività di personnel recovery in condizioni non permissive».
Cosa significa? Otto elicotteri italiani interverranno per soccorrere feriti e recuperare soldati accerchiati.
Se necessario, lo faranno anche sotto il fuoco nemico, combattendo e atterrando alle porte di Mosul, la capitale del Califfato.
Per questo a Erbil è cominciato lo schieramento della brigata Friuli, la nostra “cavalleria dell’aria” che traduce in tattiche moderne le azioni congiunte di elicotteri e fanti rese celebri dal film “Apocalypse now”.
I primi quattro velivoli sono già arrivati nel Kurdistan iracheno, il resto dello squadrone li raggiungerà entro fine mese.
La stampa locale li ha accolti con entusiasmo: i peshmerga non hanno mai avuto un sostegno così potente
I nuovi soldati saranno solo 130, tutti veterani e specialisti in questo genere di operazioni ad alto rischio.
Ma grazie agli italiani adesso i battaglioni curdi possono contare notte e giorno su quattro elicotteri NH90, uno dei mezzi migliori esistenti al mondo, con dotazioni d’avanguardia: hanno cabine blindate, apparati per evitare i missili terra-aria, mitragliere a canne rotanti.
Ognuno trasporta due squadre di incursori con i loro equipaggiamenti oppure tre barelle con la strumentazione medica per la prima assistenza.
Ma a incoraggiare i peshmerga è soprattutto l’imminente arrivo di quattro elicotteri da battaglia Mangusta, le cannoniere volanti che proteggono i nostri soldati in tutte le missioni estere.
Sono velivoli corazzati, armati con un pezzo a tiro rapido e missili a guida laser: in Afghanistan i Taliban fuggono al solo rumore dei loro rotori, perchè si sono dimostrati uno “strumento di deterrenza” – altro eufemismo militare – impressionante.
I documenti interni del Pentagono rivelati da Wiki-Leaks descrivono decine di raid condotti dai Mangusta, con un numero di vittime rimasto top secret.
La nuova spedizione in Iraq invece non è un segreto.
A febbraio il ministro Roberta Pinotti l’ha annunciata in tutte le sedi. Ma forse i nostri parlamentari, spesso disattenti alle questioni militari, ne hanno sottovalutato l’impatto operativo.
Perchè lo squadrone della Friuli entrerà in azione a maggio, in contemporanea con l’attesa offensiva per liberare Mosul, la città dove al Baghdadi ha proclamato il Califfato.
Non sarà una passeggiata. Lo Stato Islamico è sicuramente in difficoltà e si sta ritirando su tutti i fronti. Ha meno finanziamenti, meno volontari stranieri, meno rifugi sicuri ma resta comunque temibile.
I miliziani con la bandiera nera si stanno concentrando nelle città più fedeli, trasformandole in roccaforti protette da ogni genere di trappola esplosiva: il centro di Ramadi, riconquistato due mesi fa, non è stato ancora bonificato dalle mine.
E, nonostante i colpi subiti, i battaglioni dello Stato Islamico non rimangono sulla difensiva.
Lanciano sortite continue, soprattutto contro le basi dell’esercito iracheno, nel tentativo di demoralizzarne i ranghi. Mandano kamikaze alla guida di camion imbottiti di tritolo e coperti di lastre d’acciaio, “rinoceronti” con cui sfondano i check point e fanno saltare in aria le caserme.
Il cuore degli scontri è la cittadina di Makhmour, il trampolino per l’assalto verso Mosul.
I generali occidentali credono che per espugnare la capitale del Califfato servano tra 24mila e 36mila soldati.
Finora però il governo di Bagdad è stato in grado di raccogliere meno di 5mila uomini, un’armata troppo piccola per l’assedio.
Gli americani cercano di sostenerla in tutti i modi. I marines hanno costruito una base d’artiglieria, che copre con i suoi cannoni a lungo raggio i movimenti delle colonne irachene. E ogni giorno gli aerei della Coalizione internazionale bombardano i fortini dello Stato islamico intorno a Mosul: solo giovedì ci sono stati 21 raid.
I piani per la grande offensiva però sono frenati dalla situazione politica di Bagdad, dove il primo ministro Abadi affronta da settimane una crisi che paralizza il parlamento e blocca le mobilitazione.
Una situazione che preoccupa pure le Nazioni Unite, che temono di vedere l’Iraq frantumarsi in tanti staterelli l’uno in conflitto con l’altro: «L’unico partito che trarrà vantaggio da queste liti e dall’indebolimento delle istituzioni è il Daesh», hanno dichiarato ieri i rappresentanti dell’Onu
È in questo scenario confuso che atterrano a Erbil gli otto elicotteri italiani.
E che cominciano i sopralluoghi per una missione molto più complessa: i lavori della diga di Mosul, affidati alla Trevi di Cesena.
Sarà un cantiere colossale – l’opera di cemento è alta 131 metri e lunga più di tre chilometri – e verrà protetto da altri 450 fanti, con mezzi blindati e armi pesanti. Questa task force entro l’estate diventerà il più importante contingente occidentale in Iraq: nessun paese straniero ha tanti soldati in una singola posizione.
Una base enorme da difendere, a venti chilometri dalle posizioni del Califfato.
Gianluca Di Feo
(da “La Repubblica”)
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