Dicembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
AUMENTO’ DEL 5000% IL PREZZO DI UN FARMACO PER LA CURA DELL’AIDS
E’ stato arrestato e incriminato per frode e distrazione fraudolenta di fondi Martin Shkreli, il finanziere e imprenditore farmaceutico balzato in prima pagina nel settembre scorso per aver alzato il prezzo di un proprio farmaco utilizzato per la cura dell’Aids da 13,50 a 750 dollari.
La sua decisione aveva sollevato enormi polemiche negli Usa, provocando persino un’iniziativa legislativa di Hillary Clinton contro gli abusi delle aziende farmaceutiche in danno dei malati.
I federali lo hanno arrestato all’alba nel suo appartamento nel centro di Manhattan.
Il vulcanico Shkreli, 32 anni, belloccio dal viso molto cinematografico, una lunga carriera di operazioni ‘provocatorie’ alle spalle, è stato arrestato oggi a New York e incriminato per aver truffato gli investitori attraverso due fondi di investimento da lui gestiti: MSMB Capital Management et MSMB Healthcare Management.
Secondo l’accusa, Shkreli avrebbe trasferito azioni dell’azienda farmaceutica Retrophin ai due fondi senza alcuna contropartita finanziaria.
In tutto, Retrophin e is suoi azionisti avrebbero perduto più di 11 milioni di dollari nell’operazione, secondo quanto affermato ai media dal procuratore distrettuale di New York, Robert Calpers che, nei confronti di Shkrlei, ha presentato sette capi d’accusa (i principali sono la frode e la distrazione di fondi) presso un giudice federale di Brooklin.
I fatti sarebbero andati avanti per cinque anni, dal 2009 all’anno scorso.
Con Shkreli è finito sotto accusa anche l’avvocato Evan Greebel, sospettato di aver consigliato l’imprenditore-finanziere nelle sue operazione in danno di Retrophin. Personaggio rampante e dalle uscite spettacolari, molto presente per questo sui media americani, Martin Shkreli si era specializzato nell’acquistare brevetti farmaceutici a buon mercato per poi rimetterli in commercio a prezzi rialzatissimi.
Il caso più clamoroso, a settembre scorso, aveva scatenato una rivolta nell’opinione pubblica, quando la Turing Pharmaceuticals, un’altra delle sue società , aveva aumentato del 5000% il prezzo del Daraprim, un farmaco utilizzato anche nelle terapie anti-Aids, portandolo da 13,50 dollari a 750 dollari da un giorno all’altro. Shkreli era diventato di colpo l’uomo più odiato d’America.
Il procuratore per spiegare ai media i meccanismi della frode ha citato lo ‘schema Ponzi’, citando il sistema di truffa piramidale attuatò negli anni Venti da Carlo Ponzi, un immigrato italiano protagonistra di un raggiro delle dimensioni rimaste storiche: “Non ci fermeremo nel perseguire truffe come queste. Il messaggio è chiaro: porteremo i responsabili davanti alla giustizia” ha detto il procuratore.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
E’ LA PRIMA DONNA DAL 1986 A VINCERE LA CLASSIFICA: UN RICONOSCIMENTO A CHI HA RESPINTO LA XENOFOBIA
Angela Merkel è stata nominata “personaggio dell’anno” secondo il Time che le ha dedicato la
copertina: è la prima donna ad arrivare in testa alla classifica della rivista americana dal 1986 e la quarta da quando è stata istituita.
Al secondo posto tra le persone più influenti c’è il califfo e leader dell’Isis Abu Bakr Al-Baghdadi e al terzo il candidato Usa alle presidenziali Donald Trump, al centro delle polemiche negli ultimi giorni per aver proposto di vietare l’ingresso nel Paese ai musulmani.
A seguire, il presidente dell’Iran Hassan Rohani, il movimento per i diritti civili negli Usa “Black lives matter” e il ceo di Uber Travis Kalanick.
In prima pagina, a fianco del ritratto della leader tedesca, si legge: “Cancelliera di un mondo libero“, in riferimento alla sua decisione di aprire le frontiere ai profughi. Il riconoscimento è andato alla Merkel per, si legge, “la sua leadership nell’aver promosso e mantenuto un’Europa aperta e senza confini di fronte alla crisi economica e a quella dei profughi. Ecco il viaggio di Angela Merkel da figlia di un pastore luterano nella Germania dell’est a leader de facto di un continente”.
Il titolo viene assegnato annualmente a persone, gruppi o idee che “nel bene o nel male” hanno operato per influire sugli eventi dell’anno.
Nel 2014 il titolo era andato ai ‘combattenti dell’Ebola’, mentre nel 2013 era stata la volta di papa Francesco.
Nel 2012 la scelta era ricaduta su Barack Obama (che era già stato persona dell’anno nel 2008) e nel 2011 era stato selezionato ‘il manifestante’, come simbolo delle Primavere arabe.
(da agenzie)
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Dicembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
UNA MESSA CANTATA PRODOTTO DALLA TV ROSSIJAN CON GIORNALISTI IN GINOCCHIO…NESSUN CENNO AI CRIMINI CONTRO GLI OPPOSITORI E AGLI INTERESSI PRIVATI DELLA OLIGARCHIA DI MOSCA
Lo strombazzato, acritico ed imbarazzante documentario “Il Presidente” su Putin che racconta
Putin prodotto nel 2014 dalla putiniana TV Rossija1 per festeggiare i suoi quindici anni di potere, è andato in onda nella notte buia ma non tempestosa di lunedì 7 dicembre, quando ormai si assopiva la festa di sant’Ambrogio e soprattutto la stragrande maggioranza dei telespettatori della berlusconiana Rete 4 che l’ha trasmesso in esclusiva.
Aver optato per questo punitivo orario è apparentemente una sorpresa, visti i grandi legami d’amicizia tra Sua Emittenza e il capo del Cremlino. Ma una spiegazione potrebbe essere legata al fatto che non vi è traccia di Silvio Berlusconi, nel filmato.
Un’altra, magari seria — forse troppo seria — è che lo standard professionale del documentario è, agli occhi di un pubblico occidentale, abbastanza sconcertante: una “messa” cantata, con giornalisti in ginocchio e domande così innocue da infastidire persino lo stesso Putin che, almeno, in qualche occasione ha sfoderato risposte ironiche e sincere: la parte migliore del documentario.
Come quella in cui osserva che la sua ascesa al Cremlino da “perfetto sconosciuto”, da uomo ordinario, e il suo ingresso nel mondo della politica l’ha stupito: “Per vent’anni ho fatto parte dei servizi d’informazione e dell’intelligence. Pensavo, come anche i colleghi di altri Paesi, di sapere tutto. Ma ora vedo che rispetto ai politici, eravamo dei lattanti…”.
Tutto qui. Non si va oltre l’agiografia più smaccata.
E la tesi di fondo che Putin ha salvato la Russia dai cattivi (ovviamente occidentali e specialmente americani) che non volevano una Russia forte e autonoma, tantomeno un’Europa che andasse “da Vladivostok a Lisbona”, un sogno che è rimasto sogno. C’è il Putin che si batte contro “l’unipolarità ” (americana), quando la realtà del mondo è ormai “multipolare” — cosa sottolineata, con compiacimento, dal commentatore italiano che intervallava il filmato, con lo scopo di alleggerire, giustificandola, l’indigestione propagandistica (“E’ indubbio che sotto Putin la Russia abbia cambiato passo, Putin è così, di sicuro è un personaggio fondamentale, comunque la pensiate entrerà nei libri di storia”, dice ad un certo punto, e questo è già avvenuto, poichè i manuali scolastici sono stati riscritti secondo le indicazioni del Cremlino…).
C’è il solito Putin — quello dei messaggi all’Assemblea Federale o alla nazione (alle quali ho spesso assistito) che sono un tripudio di piaggeria.
Il presidente russo è assai convincente quando spiega come ha portato sicurezza, stabilità e benessere, dopo gli anni della confusione, dell’economia “cecenizzata”, dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali.
E’ convincente quando ricorda il primo incontro con gli oligarchi e come li ha messi in riga, gente che pensava d’essere padrona del nostro Paese, un “giorno mi capitarono in ufficio, durante la prima campagna presidenziale, e mi dissero: sei sicuro di diventare presidente? Perchè ti sbagli, non lo sarai mai…”.
Salvo dimenticare che gli oligarchi, con lui, sono diventati ancor più ricchi. Quelli “amici”…
Ecco il Putin duro e intransigente. Contro i terroristi ceceni. Che ha affrontato senza incertezze. E con qualche accusa, insinuando fossero foraggiati dagli americani, per i quali i ceceni che lottavano contro la Russia con attentati, massacri e sequestri “erano combattenti della libertà , se non ribelli”.
C’è il Putin che affronta l’ira e il dolore dei familiari di quei poveri 107 marinai del sommergibile Kursk, trasformato per un’avaria in una bara, “se fosse stato possibile sarei andato io stesso a riportarli su, ma non era possibile nè per i nostri tecnici nè per quelli stranieri”, la colpa è di chi ha lasciato la Marina in condizioni disastrose, “sapevo che le forze armate erano in uno stato rovinoso, non immaginavo quanto, hanno devastato tutto”. “Hanno”, gli altri, quelli prima di me. Ora, invece, la Russia “è potente, autosufficiente, in grado di difendere se stessa”. Con Putin, infatti, tutto è cambiato.
Il documentario indugia sull’uomo “nuovo” che va a trovare le truppe al fronte nell’inverno del 1999, che rinuncia al brindisi coi generali perchè prima “bisogna fare il proprio dovere, sino in fondo”, costi quel che costi.
C’è il Putin che ricorda volentieri quando disse che avrebbe eliminato i terroristi, anche se fossero scappati in bagno, “li inseguirò fin dentro i cessi”: la Russia sa cos’è il terrore e non per sentito dire… Beslan, la strage del teatro di via Dubrovka (“il peggiore momento della mia vita”), decisioni difficili da dover prendere, responsabilità cui non ci si può tirare indietro.
C’è insomma, tutto l’arsenale propagandistico del regime putiniano, anche lunghi interventi del discusso e discutibile Ramzan Kadirov, il presidente ceceno che ricorda come un tempo avesse combattuto i russi e avesse ottenuto, lui e altri settemila, l’amnistia, diventando il suo più fido alleato.
In ordine sparso parlano ministri e uomini del suo entourage.
Qualcuno esagera, in notazioni servili, “non ho mai conosciuto uno che lavori come lui, finisce la notte e ricomincia al mattino, ma quando dorme?”, “è uno che non alza mai il tono, che parla a bassa voce, sempre concentrato sugli argomenti di cui deve discutere”, “sa ascoltare”, e poi si arriva all’idolatria, perchè Putin dimostra di imparare “tutto e in fretta”, persino il pianoforte, “ha cominciato a suonarlo con un dito, una settimana dopo con una mano poi con tutte e due…” e subito lo si vede strimpellare al piano, in modo straziante per chi è abituato alle prodezze dei pianisti russi, “pochi sanno che ha studiato l’inglese”, e via con uno stacco su una festa in cui lui, sul palco, balbetta qualche ritornello vagamente english, comunque dimostra sprezzo del pericolo, “non sapeva pattinare, adesso gioca ad hockey”, e via col solito repertorio del Putin judoka, pilota di Formula Uno, su un Sukhoi ultimo modello… sino a due interventi di Sua Santità Cirillo, il patriarca di tutte le Russie, che spiega come la Chiesa ortodossa sia al fianco di Putin e ne approvi il modo di governare, perchè “egli serve il proprio Paese in qualità di presidente”.
Non manca l’accenno al Putin fedele ortodosso che rispetta le altre credenze…
Però, il problema non sta nell’esercizio sfessante dell’elogio e dell’autoreferenzialità (“non vedo nessun grande insuccesso in tutti questi anni, ho sgobbato tanto nell’interesse del Paese, l’ho salvato dal fallimento. Ho dato a questo Paese uno sviluppo sostenibile e ho dato certezze, la prima volta nella storia della Russia, per le generazioni esistenti e non per quelle del futuro”). No.
Il problema non sta in quello che Putin dice di se stesso o in quello che i suoi amici, e gli uomini che lo hanno affiancato al potere, dicono di lui.
Tutto questo, in fondo, è interessante, vale come materiale di studio per capire i meccanismi del potere putiniano e quelli del consenso. Il problema sta nelle cose non dette. Nei fatti rievocati senza contraddittorio: la verità a senso unico.
Il problema sta nei vuoti di memorie e di memorie: non un cenno sull’opposizione, tantomeno sull’affare Yukos e su Khodorkovskij che gli fu antagonista (sebbene appaia fugacemente, una distrazione registica, in un filmato dei primi tempi di Putin presidente).
Non una parola su Litvinenko avvelenato col plutonio 2010 a Londra. Nè sull’invasione della Georgia o sulla secessione del Donbass.
Si omettono le decisioni liberticide, la normalizzazione drastica dei media, la vigilatissima libertà di opinione, la demonizzazione delle ong.
Non un cenno ai tantissimi omicidi politici, primo fra tutti quello della giornalista Anna Politkovskaja, uccisa nel giorno del compleanno di Putin, il 7 ottobre 2006.
Si narra l’annessione della Crimea come di un atto dovuto, di un ritorno dei suoi abitanti “alla baia, nel porto della loro patria”, non c’era alternativa, “tornare a casa o stare coi fascisti e i neonazisti dell’Ucraina”: ma si tace sulle conseguenze, e le sanzioni non sono viste “come un conto da pagare per la Crimea”, ma come il “costo per il naturale desiderio della conservazione della nazione”.
E allora, più che intitolarlo “Il Presidente”, gli autori, o meglio, i trascrittori inginocchiati avrebbero dovuto chiamarlo “l’Omittente”.
L’uomo che omette. E che emette. Che depenna dalla Storia, la Storia. E che ricorda solo quello che gli fa comodo.
“Putin è un uomo che non ama vivere furbescamente”, dalla personalità riservata, che si batte per dare alla Russia il ruolo che le compete. Nulla di nuovo. Anzi, tutto dèja-vu.
E allora, perchè mandare in onda questo inventario apologetico proprio in questi giorni? Forse perchè si parla di Siria, di come nel 2013 Obama fosse a favore dell’intervento e Putin no, di come la Russia fosse pronta a mettere in campo la propria influenza per lo smantellamento delle armi chimiche, che avvenne. Come dire: Putin ha avuto ragione allora, ha ragione oggi.
Specie quando rimprovera l’America che “vuole decidere da sola, senza chiederci nulla”.
Ah, che delusione: “Pensavamo che i fratelli ci avrebbero dato le loro spade”, chiosa citando Puskhin, il suo poeta preferito, invece non ci pensavano affatto. Così, abbiamo fatto da soli. La Putiniade di un uomo, il più potente del mondo secondo Forbes, freddo, educato, riservato, reticente (come deve una spia: “chi entra nel Kgb non lo lascia più”, ma neanche questo viene detto). Sorride a fatica. E i suoi occhi da kagiko di steppe lontane, sono l’emblema della diffidenza. Rossija 1 l’ha celebrato. Ma forse, a lui non è piaciuto tanto.
Leonardo Coen
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
L’APPELLO DEI REPORTER SIRIANI: “FANNO SOLO VITTIME INNOCENTI”
“Le bombe uccidono civili innocenti. Venite a combattere l’Isis per davvero”. E cioè sul terreno. L’appello viene lanciato via Twitter dagli attivisti di “Raqqa is being slaughtered silently”, i reporter siriani contro l’Isis che ormai vengono presi come punto di riferimento nel mondo dell’informazione per comprendere come si vive nella città roccaforte del Califfato islamico, bombardata a più riprese anche in queste ore dai raid americani.
Raid che vengono aspramente condannati anche dal ministro degli Esteri di Damasco e dall’Osservatorio siriano sui diritti umani per aver causato la morte di 4 soldati siriani, di una donna e di suo figlio nella provincia di Deir al Zor sul campo militare di Saeqa, presso la città di Ayyash.
“Una aggressione che viola platealmente gli obiettivi della carta dell’Onu”, è la condanna del governo. E’ la prima volta, sottolinea l’Osservatorio, che le bombe americane uccidono militari di Assad.
Per mostrare la condizione degli abitanti di Raqqa sotto la mira dei cacciabombardieri, i promotori di “Raqqa is being slaughtered silently” hanno pubblicato foto che spiegano senza dubbio la terribile condizione dei civili, uomini donne e bambini, che fanno lunghe file per ottenere un catino d’acqua: “Se sei obbligato a vivere sotto l’occupazione Isis ciò non significa che sei favorevole all’Isis. La gente qui vuole vivere”.
Nonostante i promotori dell’associazione avessero salutato con giubilo l’intensificarsi dei bombardamenti francesi di metà novembre, immediatamente dopo gli attentati di Parigi, ora i numerosi raid aerei russi, inglesi e americani li hanno convinti a riconsiderare la strategia occidentale per la distruzione dell’Isis.
Strategia che però è stata ribadita con vigore dallo stesso Barack Obama durante il discorso alla nazione domenica, dedicato alla strage di San Bernardino in California, rivendicata dall’Isis: “Non saremo trascinati in una guerra lunga e costosa. Questo è quello che vuole l’Isis”, ha spiegato ripetendo ancora una volta che non invierà truppe di terra in Siria e in Iraq, come invece vorrebbero le forze in campo anti-Isis.
“La strategia di adesso – raid aerei, forze speciali e collaborazione con le truppe locali che lottano per riprendersi il controllo del Paese – è cosi’ che raggiungeremo una vittoria più sostenibile”.
Tuttavia gli attivisti di Raqqa, recentemente premiati a livello internazionale e inseriti tra le 100 realtà più influenti del mondo da Foreign Policy, denunciano l’uccisione indiscriminata di persone innocenti proprio a causa dei raid.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
BOZZA DI INTESA TRA I DUE PARLAMENTI CONTRAPPOSTI DI TRIPOLI E DI TOBRUK
I rappresentanti dei due Parlamenti in Libia, di Tripoli e Tobruk, hanno deciso di creare un
comitato di cinque componenti di ciascuna Camera con l’obiettivo di nominare il primo ministro di un governo di unità nazionale entro 15 giorni, al fine di risolvere il conflitto libico.
Secondo un comunicato rilasciato sul sito del Congresso Nazionale Generale (Cng), le due parti si sono incontrate nella capitale tunisina ieri notte per trovare un “un accordo libico-libico” senza la presenza di una parte straniera o della mediazione internazionale.
L’accordo è stato firmato da Awad Abdelsadek, vice presidente del Congresso Generale Nazionale (il Parlamento di Tripoli) e il parlamentare Ibrahim Amish, rappresentante del Congresso dei Deputati (il Parlamento di Tobruk).
Obiettivo è “raggiungere la pace e l’armonia e la sicurezza per tutti in uno stato di diritto”, si legge nella nota.
Ieri, inoltre, il nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Martin Kobler, ha incontrato il presidente del Parlamento di Tobruk, Akila Saleh, nella città libica di Shat, vicino ad al-Baida, per capire come continuare i colloqui di pace e ha invitato tutte le parti in Libia a raggiungere un accordo politico per accelerare la formazione di un governo di unità nazionale.
“Il treno si muove rapidamente verso la firma e tutti dovrebbero siglare questo accordo”, ha dichiarato il diplomatico tedesco ai media locali.
“La prossima conferenza di Roma, presieduta da Italia, Usa e Onu, è un’opportunità per dimostrare la determinazione della comunità internazionale” per dare un impulso “all’accordo mediato per la Libia”.
Lo afferma l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Martin Kobler, in un comunicato.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
GLI AVVERSARI CONQUISTANO 99 SEGGI SU 167
Grande trionfo dell’opposizione in Venezuela, che ottiene la maggioranza assoluta mentre il
chavismo soffre una sconfitta gravissima, oltre le peggiori previsioni. Secondi i dati diffusi dalla presidente della Corte elettorale Tibisay Lucena, dopo cinque ore lunghissime ore di attesa dalla chiusura dei seggi, la coalizione oppositrice ha conquistato 99 seggi, mentre al governo ne sono aggiudicati 46, quando mancano ancora 22 seggi da definire.
Se la tendenza venisse confermata anche con i seggi mancanti, l’opposizione potrebbe arrivare ai due terzi del Parlamento, lo scenario migliore perchè gli permetterebbe di definire i giudici del tribunale elettorale, impostare grandi riforme e, addirittura, di modificare la Costituzione.
Nella nottata i portavoce della Mesa de Unidad parlavano di una quota di 113 seggi, un traguardo possibile considerando i dati mancanti.
«Hanno diffuso — ha detto Chao Torrealba — un primo stitico bollettino, ma ci mancano ancora molti seggi. Il voto si è imposto democraticamente rispetto ad un governo che non è democratico. Grazie a chi ci ha accompagnato in questi anni e grazie a chi ci ha votato per la prima volta».
Menzione obbligata ai tantissimi delusi del chavismo, dai barrios popolari alla classe media che soffre la gravissima crisi economica, le code per trovare prodotti alimentari di fronte ad una scarsezza mai vista, l’iper inflazione al 200%, la criminalità dilagante.
Per il chavismo questo può essere l’inizio della fine. A poco meno di tre anni dalla morte di Hugo Chavez, i venezuelani sembrano voler seppellire un sistema che dura da 17 anni e che ha ormai esaurito la sua spinta sociale iniziale per attorcigliarsi in un vortice di cattiva amministrazione, corruzione, controllo totale e totalitario di tutti i poteri e gli organismi dello Stato.
Il presidente Nicolas Maduro ha parlato a reti unificate subito dopo la diffusione dei risultati, ribadendo la teoria della “guerra economica” che il suo governo starebbe soffrendo rispetto agli interessi del capitalismo internazionale.
Con un tono di voce molto più sommesso del solito, Maduro ha ricordato il caso di Salvador Allende e del golpe in Cile prendendolo ad esempio di un complotto non meglio specificato; l’ultimo tentativo per spiegare una sconfitta innegabile e inappellabile.
Il chavismo conserva il potere esecutivo, il mandato di Maduro scade fra tre anni, e ha ancora il controllo pieno sulla magistratura, ma con un’opposizione così forte in Parlamento la coabitazione fra i due blocchi sarà particolarmente difficile.
Il Venezuela si apre ad una nuova fase e sarà strategica la posizione dei militari. Per questo dall’opposizione è stato rivolto un appello alle Forze Armate.
«Ringraziamo profondamente i nostri militari per la garanzia che hanno dato a questo voto e speriamo di poter contare su di loro per questa nuova fase politica del nostro paese. Il futuro — ha detto Torrealba – ci appartiene a tutti, il Venezuela è di tutti».
A Caracas e in altre città del paese ci sono stati festeggiamenti e caroselli d’auto.
Mai l’opposizione era arrivata a tanto ed ora si aprono nuove possibilità , tra cui l’ipotesi di chiedere nel 2016 referendum revocatorio per far cadere lo stesso Maduro. Uno scenario che pareva impossibile solo un anno fa e che ora, complice la disastrata gestione dell’economia da parte del governo, potrebbe delinearsi come la via per far crollare definitivamente la lunga esperienza bolivariana.
Emiliano Guanella
(da “La Stampa”)
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Dicembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
CI SONO GIA’ DUE SORPRESE: AL SECONDO TURNO I SOCIALISTI RITIRANO I PROPRI CANDIDATI IN DUE REGIONI E LA PROVOCAZIONE DI JEAN MARIE LE PEN
Nel primo turno delle elezioni regionali la Francia il partito della Le Pen è il numero uno del Paese: i candidati del Fn sono in testa in sei sulle tredici regioni con una media del 29,8%.
Alle consultazioni dipartimentali del marzo scorso, il Front National aveva raggiunto il 26% ma era rimasto dietro ai Repubblicani.
Stavolta, invece, il partito di Nicolas Sarkozy si è fermato al 26,5%
I socialisti sono, staccati, raggiungono il 22,8%.
L’ottima performance del Front è dovuta innanzitutto al suo rafforzamento nelle regioni dove già era ben radicato.
Si tratta proprio di quelle dove sono candidate le due Le Pen, zia e nipote.
Nel Nord, da anni in crisi economica per una forte deindustrializzazione Marine Le Pen si aggiudica, secondo le stime , il 40,3%.
E Marion Marèchal-Le Pen, nel Sud-Est, regione assai tradizionalista, arriva al 41,2%. In altre quattro regioni il partito nazionalista si è piazzato in pole position a questo primo turno.
Sono l’Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena, dove il candidato del Fn è Florian Philippot, braccio destro della Le Pen, ex alto funzionario dello Stato, diplomato alla prestigiosa Ena: uno dei volti della politica di “sdoganamento” portata avanti dalla donna negli ultimi anni.
Primo il Fn è anche nel Languedoc-Roussillon-Midi-Pyrènèes, dove è rappresentato da Louis Aliot, compagno nella vita della le Pen, altro rappresentante di un partito “nuovo” e “normale”.
Il Front è numero uno pure nella Borgogna-Franca Contea (segnale del seguito sempre più importante che ha tra i contadini) e nel Centro-Valle della Loira.
Da sottolineare: le roccaforti anti-Fn, le principali regioni dell’Ovest e in particolare la Bretagna, con la sua tradizione di solidarismo cattolico, confermano il loro ruolo di bastione contro il partito, che arriva solo in terza posizione.
Anche nelle due maggiori metropoli del Paese, Parigi e Lione, il Front sale ma non sfonda: rimane in entrambi i casi il terzo partito.
La repubblicana Valèrie Pècresse è in testa nella regione parigina (Ile-de-France) con circa il 30,5% dei voti davanti al socialista Claude Bartolone (25,4%) e il candidato del Front National Wallerans de Saint Just (18,75).
Al ballottaggio, che si terrà domenica prossima, passano tutte le liste che hanno ottenuto oggi almeno il 10%.
Dove il Fn è particolarmente forte, i Repubblicani e i socialisti potrebbero decidere di allearsi: il candidato più debole dei due potrebbe ritirarsi dalla corsa oppure le due liste potrebbero addirittura procedere a una fusione, sempre in funzione anti-Fn.
La prima situazione si è già verificata in Paca e Nord-Pas-de-Calais dove il Partito socialista ha ritirato i suoi candidati nella speranza di bloccare l’avanzata proprio di Marine Le Pen e Marion Marèchal Le Pen.
A tarda sera, mentre la figlia e la nipote esultavano per lo storico risultato, Jean-Marie Le Pen ha provato a guastare la festa. Il fondatore del Front National, sconfessato da Marine, ha pubblicato su Twitter un video che ha incendiato gli spiriti della rete.
Per molti non ci sono dubbi: si tratta di una chiara provocazione di natura antisemita. Nel video si vede Christian Estrosi, il candidato neogollista in Provence-Alpes-Cote d’Azur, mentre balla con un gruppo di ebrei e rabbini.
Il tweet è stato cancellato dopo circa due ore, ma la provocazione aveva ormai fatto il giro della rete.
(da agenzie)
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Dicembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI VITTORIO PARSI, DOCENTE ALLA CATTOLICA, ARMANDO SANGUINI, EX AMBASCIATORE, E DI MASSIMO CAMPARINI DELL’UNIV. DI TRENTO
Conniventi, distratti e separati da agende politiche inconciliabili. 
Ecco la fotografia dei Paesi leader della Coalizione anti Isis, Russia, Stati Uniti, Turchia e Paesi del Golfo: una mal assortita armata brancaleone che ha permesso, dal 2014, un’espansione del Califfato.
Che ha a sua volta causato il collasso del quadro geopolitico nella regione. E ora il problema è diventato ingestibile. Qualcuno, però, sta cercando di approfittare della situazione e sfruttare la guerra all’Isis anche per altri scopi.
Obiettivi inconciliabili: Isis ringrazia
“La coalizione, ormai, è iper sfilacciata”. Parte da questo dato di fatto Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano.
Tra le cause dell’unione impossibile, agende politiche che guardano ad altro.
“Per gli Stati Uniti il problema principale è cacciare la Russia dal Medio Oriente, marginalizzandone il ruolo anche all’interno della coalizione”, commenta Parsi.
Come? “Quello che hanno lasciato fare ai turchi (l’abbattimento del caccia Su-24 da parte di due F-16 dell’aviazione turca, ndr) è stato un modo per alzare la posta in gioco” e aumentare la pressione su Mosca.
Oltre a questo, però, gli Stati Uniti vogliono anche aiutare gli alleati dell’area (Arabia Saudita e Israele su tutti), combattere lo Stato Islamico e compattare l’Europa — ancora una volta — in chiave anti Putin.
“Tre obiettivi che non stanno insieme” e che hanno reso per troppo tempo l’Isis una non-priorità , è il giudizio del professore.
In Medio Oriente questo è l’ultimo errore di una sfilza in cui è incappata la Casa Bianca: “L’unica scelta corretta e molto importante è stata siglare l’accordo con l’Iran. Per il resto è stata una politica estera piena di contraddizioni”, valuta Parsi.
Al contrario, il Cremlino persegue un’agenda molto coerente: “Primo, sostenere il regime siriano anche senza Assad. Ottenere un governo che lascia a Mosca le sue basi in Medio Oriente è sufficiente — continua — secondo, attrarre a sè l’Iran ora che è un attore ben accettato da tutti dopo il trattato sul nucleare.
Terzo combattere l’Isis: Putin ha un rapporto visceralmente ostile con l’estremismo islamico. Non ci dimentichiamo la Cecenia”, dove per altro esiste una congiuntura tra organizzazioni jihadiste locali e Isis.
I tre obiettivi, dunque, sono coerenti, ma in contrasto con Washington. Isis ringrazia.
I rischi di giocare con il fuoco
“Le frammentazioni aiutano sempre i più forti: in questo caso si tratta di Iran, Turchia e Arabia Saudita. Solo che la crescita di Isis rischia di essere micidiale per tutti”.
Parola dell’ambasciatore (che fu capo missione, ad esempio, in Arabia Saudita e Tunisia) Armando Sanguini, ora in pensione.
“La Russia ci sta guadagnando? Forse sì: avere un mondo arabo molto indebolito la rende di nuovo una presenza importante nella regione”.
Non ci sono dubbi di chi, finora, esca invece con le ossa rotte: Europa e Stati Uniti, i più responsabili delle sottovalutazioni che hanno lasciato crescere Isis. Una colpa “forse causata solo da scarsa visione”.
Questa “guerra omeopatica”, come la definisce Sanguini, non indebolisce il Califfato, anzi.
“Le batoste sul terreno sono tutte da dimostrare: i rapporti americani danno una perdita del 20-25% del Califfato rispetto al 2014”, ma il New York Times aveva parlato della falsificazione di questi documenti, continua l’ambasciatore.
Al campo si aggiunge il rischio che Isis diventi un riferimento per tutti i sunniti che non si sentono al sicuro: “Non si è voluto vedere come in Paesi come l’Iraq siano stati marginalizzati” è il commento del diplomatico.
Russia e Turchia, poi, stanno combattendo una guerra tutta loro, interna: “Non è un caso che il jet russo sia stato abbattuto mentre sorvolava una zona dove si trovano i turcomanni, che combattono contro il regime di Bashar Al Assad. I russi, dopo l’incidente, sono intervenuti dicendo di aver fatto ‘piazza pulita’ dei turcomanni”.
Di nuovo, perseguendo il fine di proteggere l’alleato Assad, più che combattere l’Isis.
Gulf connection
“Già da molti decenni l’Arabia Saudita alimenta correnti radicali sunnite perseguendo un disegno egemonico sui Paesi mediorientali — spiega Massimo Campanini, professore di Storia dei Paesi islamici all’Università di Trento — non solo attraverso organizzazioni estremiste combattenti, ma anche finanziando predicatori di un certo tipo e controllando il discorso religioso”.
I Paesi del Golfo e la Turchia hanno sostenuto l’Isis, i primi per ampliarsi, l’altra per impedire che i curdi potessero conquistarsi un territorio tra Siria, Turchia e Iraq.
Ma c’è un “oscuro disegno alle spalle della creazione di Isis” impossibile da cogliere oggi: Isis non è “nata” da spinte propulsive dell’area, come invece accadde per Al Qaeda, valuta il professore. P
oi c’è un’incoerenza di dottrina islamica che aumenta i sospetti sullo scopo dello Stato Islamico: “L’idea del Califfato è quella di compattare e riunificare l’Islam — commenta il professore — non destabilizzare il panorama internazionale e creare schegge impazzite”.
Lo scenario attuale al professore ricorda quello dell’11 settembre: in quel caso lo studioso è convinto che la Cia sapesse ciò che stava per succedere a New York, “ma serviva un pretesto per fare ciò che già era stato deciso, ovvero abbattere il regime di Saddam Hussein”.
Prima di Baghdad, nel 2001 c’è stata Enduring Freedom a Kabul, ma il clima post 11 settembre ha certo contribuito a giustificare anche l’operazione in Iraq. Qui il caos rende ancora poco distinguibile chi stia macchinando alle spalle e con che obiettivo.
Un primo risultato è certo: “È aumentata l’islamofobia, che ha permesso all’Occidente di crearsi un nuovo nemico comune, che fa sempre comodo per giustificare le proprie azioni”.
Lorenzo Bagnoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
IL SULTANO E LO ZAR TROPPO SIMILI PER ANDARE D’ACCORDO… ENTRAMBI NOSTALGICI DEL LORO GRANDE PASSATO: QUELLO OTTOMANO E QUELLO RUSSO
Sono la fotocopia uno dell’altro, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Vladimirovic Putin. 
Troppo uguali, caratterialmente e politicamente, per andare d’accordo. Troppo arroganti e fieri per mostrare cedimenti, ancor meno pentimenti.
Leggiamo che cosa ha detto Erdogan per tentare di smorzare la tensione dopo l’abbattimento del Sukhoi SU-24 russo: «Vorremmo che non fosse successo, ma è successo. Spero che una cosa del genere non accada più».
Come se si fosse trattato di uno sfortunato caso del destino in una partita comunque sporca. Manca vistosamente la parola dispiacere per la morte di un essere umano, ancorchè militare, ancorchè combattente.
Figurarsi le scuse, parola ignota al lessico di Erdogan. Come a quello di Putin, peraltro: un sultano e uno zar non si scusano
Il loro codice di comportamento, interno e internazionale, è la legge del taglione.
Alla gelida dichiarazione di Erdogan Putin ha risposto ufficializzando, con la firma di un decreto, una rappresaglia che era già in atto: un boicottaggio economico della Turchia.
Il Cremlino si intende benissimo di queste cose, le ha provate a lungo con l’Ucraina, anche prima di annettersi la Crimea e invadere il Donbass con militari travestiti da miliziani volontari senza insegne e stellette.
Ieri l’assassinio, ancora avvolto in una nuvola di mistero, dell’avvocato Tahir Elci, il capo degli avvocati curdi di Diyarbakir, già imprigionato il mese scorso per aver sostenuto che il Pkk non è un’organizzazione terroristica, ha aggiunto un tocco di sinistra criminalità politica a questo gioco degli specchi.
Morì misteriosamente, a due passi dal Cremlino, il 27 febbraio di quest’anno, anche Boris Nemtsov, uno dei più irriducibili oppositori di Putin.
Per mano di un “sicario”, dissero gli inquirenti moscoviti.
Le proteste di piazza (a Mosca i funerali furono una manifestazione politica, ieri a Istanbul ci sono stati incidenti) non hanno scalfito l’imperturbabilità dei poteri politici.
Putin si dolse dell’omicidio di Nemtsov con molta misura, quasi con fastidio. Come ha fatto ieri Erdogan dopo la morte di Elci: lo ha chiamato «questo incidente ».
Un sultano e uno zar non hanno pietà per i loro avversari politici. E non se ne curano: ci pensano “altri” a sistemarli.
Quando non sono “sicari” destinati a restare anonimi, sono i giudici a fare da longa manus del potere.
In Russia finì in galera Mikhail Khodorkhovskij, il magnate del gas che si era messo di traverso con la forza della sua immensa ricchezza ai giochi di Putin; e poi, dentro e fuori, tra carcere e arrestri domiciliari, toccò ad Aleksej Navalny.
In Turchia, appena due giorni fa, i giudici hanno incriminato Can Dundar, il direttore del quotidiano Cumhuriyet, e il capo dell’ufficio di Ankara, accusandoli di terrorismo e di spionaggio.
È lo stesso giornale che a maggio aveva documentato i giochi ambigui di Erdogan in Siria, fotografando tra l’altro le forniture di armi ai ribelli turkmeni, gli stessi che, guarda caso, hanno sparato ai piloti russi del Sukhoi abbattuto mentre scendevano con il paracadute.
Basta ricordare l’uccisione di Anna Politkovskaja, nel 2006, per sottolineare che i giornalisti indipendenti sono poco graditi in Russia come in Turchia, che peraltro oggi è ancora più illiberale della Russia secondo la classifica di Reporter senza frontiere.
Una fotografia del novembre 2005 mostra Erdogan, Putin e Silvio Berlusconi (l’unico oggi fuori servizio effettivo) con la mani incrociate, come i vincitori su una coppa appena conquistata, alla cerimonia per il gasdotto Blue Stream.
Era il suggello di quella che sembrava un’amicizia, umana oltre che politica, destinata a durare a lungo e cementata da una solidissima cooperazione economica.
Ancora a dicembre Erdogan aveva srotolato il tappeto rosso per la visita di Putin nel suo nuovo palazzo presidenziale da 600 milioni di dollari ad Ankara.
In realtà gli interessi economici nascondevano quella che un diplomatico turco, che aveva assistito ai colloqui tra i due, aveva definito «una forte antipatia reciproca ».
In fondo non bisogna essere Freud per intuire che non possono amarsi due populisti, nazionalisti, nostalgici degli Imperi che furono (il Russo e l’Ottomano), marziali nella testa e maschilisti nel “body language”, forti di consensi popolari che non sono minimamente scalfiti dalla loro scarsa propensione per la democrazia (i sondaggi danno Putin trionfante ad ogni rilevazione, così come le elezioni del 1 novembre hanno dato a Erdogan una chiara e netta maggioranza).
La Siria ha aggiunto all’antipatia personale una rivalità politica, che è diventata acuta nel momento in cui, dopo i tragici eventi parigini, Erdogan ha visto un progressivo cambiamento di umori e di linea, da parte di governi ma anche dei maggiori osservatori di politica internazionale, nei confronti dell’intervento militare di Putin contro gli islamisti di Daesh.
E certo non ha migliorato i rapporti il duro intervento di Putin al tavolo del recente G20, proprio a Antalya in Turchia, quando ha accusato alcuni dei Paesi seduti attorno al tavolo di finanziare e armare i macellai dell’Is.
Non si pecca di eccesso di malizia, o di dietrologia, a pensare che l’abbattimento del Sukhoi sia un incidente cercato, perfino desiderato.
«Alla fine della fiera – ha scritto proprio Aleksej Navalny nel suo blog – sono entrambi soddisfatti. E’ solo un peccato per il pilota. Per che cosa è morto?».
Paolo Garimberti
(da “La Repubblica”)
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