Destra di Popolo.net

STOCCOLMA, COPENAGHEN E SARAJEVO LINEE DEL FRONTE DEI FOREIGN FIGHTERS

Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

I DATI DELLA RICERCA DI AMBURGO

Statistica del terrorismo: l’unica matematica disponibile per capire la guerra di Daesh e quella dell’Occidente.
Contiene l’identikit scientifico degli attentatori che massacrano Europa, Africa e Medio Oriente, e la carta d’identità  aggiornata degli estremisti sunniti che rientrano a pieno titolo nell’album di famiglia.
E indica – soprattutto – che dopo Parigi e Bruxelles forse è meglio cominciare ad «attenzionare» Stoccolma, Copenhagen, Sarajevo e Tirana, perchè che la linea del fronte passa proprio di lì.
C’è da precisare, che queste liste di personaggi in viaggio dall’Europa alle zone di guerre non risultano, come abbiamo avuto modo di scoprire, propriamente sconosciute alle polizie europee.
È chiaro che in un determinato momento questi viaggi così semplici da un paese europeo a una zona di guerra sono stati monitorati, se non addirittura «sostenuti» dai servizi di intelligence che avevano la loro convenienza a utilizzare i foreign fighters. Venendo poi ai numeri, l’istogramma dell’Istituto Statista di Amburgo sugli «extimated foreign fighter pro capite» si rivela decisamente sintomatico.
Mostra che subito dopo il verminaio del Belgio (40 «jihadisti» ogni milione di abitanti) ci sono quelli di Svezia (32) e Danimarca (27) ben più esposte della Francia (18) che pure è già  in stato di guerra.
Di peggio solo il «cancro» nei Balcani con Bosnia-Erzegovina (92) Kosovo (83) e Albania (46) fucine conclamate e impossibili da liquidare.
Gli analisti tedeschi hanno elaborato la provenienza dei volontari arruolati nella galassia dell’Isis, con i risultati tutt’altro che rassicuranti.
Cinquemila sono partiti dalla Tunisia, 2.275 dall’Arabia Saudita, altri 2.000 dalla Giordania, 1.700 dalla Russia e 1.550 dalla Francia.
Si aggiungono ai 1.400 miliziani giunti dalla Turchia, altrettanti dal Marocco insieme ai 900 che si attivati dal Libano, ai 700 con il passaporto della Bundesrepublik tedesca e all’equivalente partiti dal Regno Unito.
Una «marmellata» spaventosa, spalmata su una fetta dell’Europa troppo vasta per circoscrivere l’infezione.
L’Istituto Statista rileva anche il numero esatto degli attentati e rivela i target di droni e caccia delle aviazioni di Usa, Russia, Francia, Giordania, Turchia.
Nell’ultimo anno si sono registrati 3.370 attacchi in Iraq, 1.821 in Pakistan, 1.591 in Afghanistan, 763 in India, 662 in Nigeria e «appena» 232 in Siria.
I morti nell’arco degli stessi dodici mesi hanno superato quota 32.000.
Una lista nera, proprio come l’analisi degli air-strike della coalizione che ha sganciato decine di migliaia bombe senza scalfire granchè la capacità  operativa dei terroristi.
Il conto ufficiale a fine giugno 2015 risulta pari di 7.655 missioni di guerra, 1.859 posizioni nemiche distrutte, 2.045 edifici rasi al suolo, 472 accampamenti bombardati e 325 Health and usage monitoring systems per lo più made in Usa annientate.
Le tabelle con i dati Centom dimostrano anche e inequivocabilmente che senza l’embargo del petrolio agli Stati canaglia – nell’Opec come nel G20 – distruggere le pompe dell’oro nero serve a poco.
Le infrastrutture danneggiate o messe fuori uso sono 154, un po’ più dei 98 carri armati annientati finora e molto meno degli altri 2.702 obiettivi non meglio classificati.
Le cifre statistiche sono altrettanto illuminanti, quando si focalizza l’attenzione sul numero delle vittime provocate dal terrorismo a livello planetario.
Nel 2006, i morti erano 20.487 e l’anno successivo diventano 22.719.
Ma poi scendono costantemente: dai 15.708 del 2008 fino agli 11.098 del 2012.
È lì che si registra plasticamente la svolta dell’effetto terrorismo nel mondo, perchè i morti salgono a 18.066 nel 2013 e addirittura a 32.727 durante l’anno scorso
Il gruppo decisamente protagonista era Al-Qaeda che in 14 attacchi in altrettanti paesi ha da solo provocato oltre 4 mila vittime.
Dal punto di vista geografico, poi, le azioni del terrorismo si concentrano nel Medio Oriente e nella zona meridionale dell’Asia: nel 2011 numericamente il triplo rispetto a Europa, Africa, Asia orientale e zona del Pacifico.
Infine, una «curiosità » contabile che tuttavia appare come spia dell’effetto collaterale alle stragi.
Il 24 aprile 1993 l’esplosione del furgone imbottito di esplosivo a Bishopgate nella City di Londra — «firmata» dall’Ira — provocò un morto e 44 feriti.
I danni materiali ammontavano a 350 milioni di sterline, ma alla fine fu quasi un miliardo di dollari la somma dei risarcimenti pagati dalle assicurazioni.

Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi

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L’ARMATA BRANCALEONE DEI 22 ALLEATI ANTI-ISIS

Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

OGNUNO COMBATTE PER I PROPRI INTERESSI

Il tour di solidarietà  del presidente francese Hollande alla ricerca di una grande coalizione appare ormai come la reazione politica e per certi aspetti isterica d’un governo in crisi, messo alle strette da opposizione politica e gran parte della popolazione che vuole la guerra aperta al punto da minare la democrazia in Francia e in Europa e che non eliminerà  certo il terrorismo in Medioriente, e neppure quello interno.
Anzi, gli effetti di quest’ultimo son sfruttati per destabilizzare l’Eliseo e cambiare gli attuali equilibri europei.
La guerra all’Isis è stata dichiarata più volte e le coalizioni che combattono lo Stato islamico esistono da oltre un anno, come evoluzione della coalizione anti-siriana voluta dagli Usa nel 2012.
Ma proprio gli scarsi risultati ottenuti rivelano gli effetti della miopia tattica e della cecità  strategica.
Oggi, fanno parte della coalizione, a vario titolo e con diversi impieghi, 22 paesi occidentali e mediorientali: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna , Canada, Australia, Giordania e Marocco, effettuano attacchi aerei in Iraq e Siria e assistono, con forniture di armi, forze speciali e “consiglieri militari” le forze regolari irachene e le formazioni più o meno chiare di ribelli al regime siriano e di contrasto alle bande dell’Isis.
Belgio, Danimarca e Paesi Bassi effettuano operazioni solo in Iraq.
Germania, Italia, Portogallo, Spagna e Repubblica Ceca forniscono un minimo supporto logistico e operativo non armato.
Supporto quasi simbolico ai curdi anche da Albania e Bulgaria.
Mentre Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar e Turchia intervengono solo in Siria.
La Russia che sostiene il regime siriano si è unita alla lotta armata contro l’Isis in seguito, intensificandola dopo l’abbattimento dell’aereo di linea nel Sinai.
L’Iran non fa parte della coalizione ma, in quanto sciita, è quello che opera più efficacemente sul terreno con milizie “volontarie”.
Russia e Iran sono in sintonia e dopo l’accordo sul nucleare anche gli Usa non hanno remore a tollerare gli interventi iraniani.
Sul paino della cooperazione operativa, le nazioni occidentali e arabe dipendono dagli Stati Uniti che assegnano obiettivi e missioni. Ma ciascuna ha i propri paletti e priorità  di carattere politico.
La Francia finora ha combattuto contro il regime, gli americani tentano di salvaguardare gli interessi petroliferi delle compagnie presenti in Iraq e le prospettive di quelle siriane.
Mentre Obama appare cauto nel sostegno ai ribelli, l’opposizione repubblicana continua a foraggiare i ribelli di tutte le specie.
La Russia guarda ai propri interessi nel Mediterraneo con o senza la Siria e con o senza l’Isis, l’Iran tenta di salvaguardare il regime sciita-alawita, anche senza Assad. L’Iraq vuol riprendersi i pozzi passati all’Isis, ma non insiste troppo nella guerra.
Il Kurdistan iracheno fornisce i peshmerga che combattono come possono l’Isis, ma ritiene si tratti d’un problema dei curdi siriani.
La Turchia non ha alcun interesse a combattere l’Isis, dal quale si rifornisce di petrolio e dollari in cambio di armi.
Il problema turco è quello dei curdi.
Oggi è divenuto anche quello della Russia.

Fabio Mini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“PUTIN? BULLO, NE USCIRA’ DANNEGGIATO”, “UN’IMBOSCATA PREPARATA DA TEMPO”

Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

LE OPINIONI DEL GENERALE CARLO JEAN E DEL DOCENTE ALLA LUISS GERMANO DOTTORI

Alta tensione tra Russia e Turchia dopo l’abbattimento del jet di Mosca che ha violato lo spazio aereo turco al confine con la Siria.
Sulle cause e le conseguenze di quello che da subito è apparso come un possibile casus belli hanno parlato a Ilfattoquotidiano.it il generale Carlo Jean, ex consigliere militare del Presidente della Repubblica ed esperto di geopolitica, e Germano Dottori, docente di Studi strategici all’Università  Luiss “Guido Carli” ed ex consulente del Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato.
Un aereo di un Paese che fa parte della Nato ha abbattuto un jet russo. Il clima è quello di guerra, nemmeno troppo fredda.
Jean: “In realtà , la Turchia aveva già  avvertito la Russia abbattendo un drone al confine turco-siriano sostenendo che fosse russo. Inoltre, aveva già  ripetuto più volte al Cremlino di smetterla di violare lo spazio aereo turco. Putin ha spesso questo atteggiamento un po’ da bullo, come nel Baltico, quando si accoda agli aerei di altri Paesi o quando sfiora le navi americane, ma questa volta non credo che potrà  andare oltre qualche dichiarazione forte, come quelle che ha già  rilasciato. Niente di più”.
Dottori: “Le modalità  dell’abbattimento lasciano pensare ad un’imboscata da parte della Turchia, preparata da tempo per dare un forte segnale politico contro gli attacchi dei russi che prendono di mira i ribelli turkmeni che si oppongono al governo di Bashar al-Assad. Che ci sia stato un agguato ce lo dice il tempo di violazione dello spazio aereo da parte del jet russo: nove secondi. Per fare prima quando bombardano i turkmeni, gli aerei di Mosca devono aver preso l’abitudine di ‘rettificare’ i confini tagliando un saliente turco nel territorio siriano. L’aviazione di Ankara se ne deve essere accorta e li ha aspettati lì”.
Cosa c’è, allora, dietro a questo atteggiamento provocatorio della Russia nei confronti della Turchia?
J: “La Turchia non ha visto di buon occhio la decisione del governo di Mosca di sostenere attivamente il regime di Bashar al-Assad. I russi sono arrivati in Siria e si sono messi a bombardare le fazioni ribelli. La Turchia, invece, vuole che il governo di Damasco cada definitivamente e questo ha creato tensioni tra i due Paesi. Se a questo si aggiungono gli sconfinamenti russi, ecco che Ankara ha colto l’occasione per lanciare un messaggio a Mosca. Alla prima occasione utile hanno abbattuto un loro mezzo che aveva di nuovo invaso lo spazio aereo turco”.
D: “Atteggiamento provocatorio? La Turchia è tra i sostenitori dichiarati di alcuni dei gruppi ribelli ostili ad Assad contro cui ora i russi sono scesi in campo. E l’atteggiamento di Ankara nei confronti dello Stato Islamico è quanto meno molto chiacchierato. Ankara e Mosca sono su posizioni opposte. La prima cerca ancora di estendere la sua influenza al Nord della Siria, mentre la seconda persegue il consolidamento del traballante regime di Damasco”.
E questo non può essere un casus belli?
J: “No. La Turchia intrattiene ottime relazioni economiche con la Russia, ma il suo popolo è fortemente nazionalista. L’aereo di Mosca ha violato lo spazio aereo in un’area particolare, oltre il confine subito a nord di Latakia, in una regione abitata per la stragrande maggioranza da turkmeni che sono sostenitori del governo di Ankara ma anche oppositori di quello di Damasco. Per questo la Russia ha sostenuto l’avanzata delle forze lealiste in questa zona del Paese e la Turchia, per il motivo opposto, non accetta invece alcuna interferenza di Mosca”.
D: “No, non credo. La Russia non ha in questo momento la forza di prendere decisioni che comporterebbero una reazione concordata degli alleati atlantici. Stava cercando di riavvicinarsi e ottenere la rimozione delle sanzioni. Farà  quindi buon viso a cattivo gioco, anche se cercherà  di criticare la politica regionale della Turchia. Continuerà  inoltre le sue operazioni in Siria, pur avendo incassato un duro colpo. La tensione tra i due Paesi rimarrà  alta e, sicuramente, se un aereo da guerra turco sorvolerà  lo spazio aereo siriano, la cortesia di oggi verrà  restituita. Ma niente di più”.
La politica estera di Barack Obama, in Medio Oriente e riguardo alla questione ucraina, ha tenuto fede alla sua strategia della “seconda linea”. Ha spesso mandato allo scontro governi o gruppi locali, senza mai intervenire direttamente. Questo ne è l’ennesimo esempio?
J: “Non m sembra. Credo piuttosto che sia una questione tra la Russia e la Turchia che, tra l’altro, avrà  pochi strascichi”.
D: “Direi proprio di sì. Ed occorre riconoscere che è un approccio che porta risultati. In questo caso, il probabile abbandono del progetto del Turkish Stream e l’ulteriore deterioramento della posizione russa nel Mar Nero. La Russia non può lamentarsi questa volta neppure di Washington, che ha persino ritirato i missili Patriot che aveva stanziato in Turchia dal 2013, obiettivamente incoraggiandola ad andare avanti”.
Quali le possibili conseguenze a medio-lungo termine?
J: “Direi nessuna. Putin rilascerà  qualche dichiarazione forte e poi raccoglierà  i resti del suo aereo senza poter fare molto di più. Sarà  una delle rarissime volte, in questi ultimi anni, in cui l’immagine del presidente russo ne uscirà  danneggiata. La Russia non sta attraversando un bel periodo dal punto di vista economico e non è certo in grado di ingaggiare uno scontro con le potenze della Nato, ne uscirebbe con le ossa rotte. Non assisteremo a una guerra tra Russia e Turchia, se è questo che vi preoccupa”.
D: “Io intravedo grandi vantaggi per gli Stati Uniti. In particolare, il Turkish Stream, il gasdotto che dalla Russia avrebbe dovuto attraversare il Mar Nero, raggiungere la Turchia e poi finire in Grecia per rifornire l’Europa, probabilmente non si farà . E Mosca, che ha già  dovuto rinunciare al South Stream, ne sarà  danneggiata, perdendo buona parte della propria capacità  di condizionare l’Europa. Anche se rimarrà  comunque il controverso Nord Stream, che serve principalmente la Germania. Subiremo quindi delle conseguenze negative anche noi, specialmente nel caso in cui rivalità  tra Turchia ed Iran impedissero di portare il greggio di Teheran nel Mediterraneo”.

Gianni Rosini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“LA TURCHIA FA AFFARI CON IL PETROLIO DELL’ISIS”: L’ACCUSA DI MEDVEDEV A ERDOGAN

Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

IL PREMIER RUSSO CONDANNA “INGIUSTIFICABILE ESCALATION NATO” E “INTERESSI FINANZIARI TURCHI”

Resta altissima la tensione tra Mosca e Ankara all’indomani dell’abbattimento – da parte della Turchia – di un jet da guerra russo al confine siriano.
Questa mattina la Russia ha parlato apertamente di una “pericolosa escalation con la Nato”.
“Le azioni sconsiderate e criminali delle autorità  turche hanno causato una pericolosa escalation nelle relazioni tra Russia e Nato, che non è giustificabile da alcun interesse, nemmeno dalla protezione dei confini statali”, ha dichiarato il premier russo Dmitry Medvedev da Lekaterinburg.
Secondo Mosca, con le sue azioni “la Turchia ha dimostrato di proteggere i militanti dell’Isis”.
“Questo non sorprende – ha aggiunto Medvedev – considerando le informazioni [in nostro possesso] sugli interessi finanziari diretti di certi dirigenti turchi nella fornitura di prodotti petroliferi realizzati dagli impianti dell’Isis”.
In una telefonata con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente americano Barack Obama ha provato a calmare le acque.
Obama, infatti, ha sì espresso “il sostegno di Usa e Nato al diritto della Turchia di difendere la sua sovranità “, ma al tempo stesso ha sottolineato la necessità  di una de-escalation delle tensioni con la Russia. Un messaggio che Erdogan, almeno a parole, sembra aver recepito.
La Turchia – ha infatti assicurato Erdogan – vuole evitare qualunque escalation di dissapori con la Russia.
“Non abbiamo assolutamente alcuna intenzione di provocare una escalation dopo questa vicenda”, ha detto il leader turco parlando a un forum di paesi musulmani riunito a Istanbul. “Difendiamo solamente la nostra sicurezza e i diritti del nostro popolo”, ha aggiunto, precisando che alcune parti del jet russo abbattuto ieri dagli F-16 di Ankara sono cadute in territorio turco, ferendo due persone.
Mosca, però, continua a insistere sulle “conseguenze” di quella che considera a tutti gli effetti “una pugnalata alle spalle”.
Stamattina il presidente Vladimir Putin è tornato a sconsigliare i viaggi in Turchia. Dopo l’abbattimento del caccia – ha dichiarato – “non possiamo escludere altri incidenti e i nostri connazionali possono ritrovarsi in situazione di pericolo”.
Il premier russo ha elencato, tra le possibili conseguenze dell’abbattimento del jet, la cancellazione di alcuni importanti progetti con la Turchia.
Secondo Medvedev, alcune compagnie turche potrebbero perdere partecipazioni sul mercato russo. Per questo “il ministero degli Esteri fa bene a sconsigliare i viaggi in Turchia […]. Siamo costretti a prendere tale misura”.
Con l’abbattimento del jet russo – ha rincarato Medvedev- “le lunghe relazioni di buon vicinato tra Russia e Turchia sono state minate”.
Le “conseguenze dirette” potrebbero essere “la rinuncia a una serie di importanti progetti comuni e la perdita di posizione nel mercato russo da parte delle compagnie turche. “Le lunghe relazioni di buon vicinato tra Russia e Turchia sono state minate, in particolare nella sfera economica e umanitaria” e “questo danno sarà  duro da riparare”, ha osservato il capo del governo russo.
Le aziende turche sono molto presenti nel mercato russo, in particolare nell’ortofrutta, nei beni di consumo, nell’edilizia. Quanto ai progetti comuni, si spazia dalla costruzione di una centrale nucleare al gasdotto Turkish Stream.

(da “Huffingtonpost“)

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SCENARI INTRICATI: MOSCA PAGA L’APPOGGIO AD ASSAD

Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile

IL CONFLITTO SIRIANO RISCHIA DI RISERVARE COMPLICAZIONI

Era solo questione di tempo, anche se forse qualcuno pensava che essendoci di mezzo la Russia nessuno avrebbe osato sfidarli.
Invece la realtà  mediorientale è sempre più complicata e il conflitto siriano può riservare sorprese per tutti, nel teatro o più lontano.
Lo dice il dramma di Parigi. E questo è il secondo aereo russo che viene abbattuto, il primo è stato il jet nel Sinai (se è stata una bomba)
Lo scacchiere mediorientale
L’episodio del jet è stato preceduto da incidenti minori, una spia della tensione. Inevitabile vista la concentrazione di velivoli, armati, disposti in un’area ristretta.
Già  nel 2012 un ricognitore turco era stato abbattuto dai siriani e in quell’occasione si ipotizzò un aiuto dei consiglieri russi .
Poi l’intervento di Putin contro i ribelli e gli attacchi nei confronti di formazioni vicine a paesi sunniti (Arabia Saudita, Turchia, Qatar) ma anche non troppo lontane dalla frontiera ha alzato il rischio. Una prova di forza dove nessuno vuole perdere la faccia e cedere terreno.
Il Cremlino tutela Assad e rinsalda la sua influenza nella regione. I suoi avversari sono pronti a fargli pagare un caro prezzo. E i turchi hanno tutto l’interesse ad alzare la posta cercando di avere l’ombrello Nato.
Le mosse di Putin
Putin parla di pugnalata alla schiena e di conseguenze tragiche. Difficile prevedere quali in quanto l’intera storia coinvolge un paese dell’Alleanza Atlantica.
E’ probabile che intanto Mosca aumentera’ le operazioni contro i ribelli, ritenuti la vera minaccia per Assad, e lo Stato Islamico.
Se guardiamo al caso specifico possiamo sottolineare un aspetto. Due giorni fa la Turchia ha messo in guardia sui raid contro la popolazione turcomanna costretta a fuggire dal nord della Siria e ha promesso un’azione in difesa. Ora, in quella stessa regione, l’aereo russo si schianta al suolo. Non è un coincidenza.
Nuovi armi per i ribelli
Infine un aspetto. Da settimane si parla di possibili forniture di missili anti-aerei da parti di paesi arabi in favore dei ribelli, sistemi per poter tener testa alle incursioni siriane e russe.
Washington è contraria, ma gli attori locali non sono della stessa idea, ritengono che sia loro dovere aiutare l’opposizione siriana.
L’eventuale arrivo di un gran numero di apparati potrebbe rappresentare una novità  che amplierebbe il confronto.

Guido Olimpio
(da “il Corriere della Sera“)

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PENTAGONO SPOSA LA VERSIONE TURCA: JET RUSSO ABBATTUTO PERCHE’ AVEVA SCONFINATO

Novembre 24th, 2015 Riccardo Fucile

PER PUTIN E’ “UN ATTO OSTILE, LA TURCHIA SOSTIENE L’ISIS”… CONVOCATA RIUNIONE STRAORDINARIA DELLA NATO

Il jet russo Su24 abbattuto al confine fra la Siria e la Turchia apre un nuovo conflitto politico fra Russia e Turchia.
La Difesa russa insiste sul fatto che l’aereo, che viaggiava a 6000 metri d’altezza, fosse in territorio siriano.
I turchi invece – la cui decisione di abbatterlo è arrivata direttamente dal governo e dopo “diversi avvertimenti” (almeno 10) – dicono che il velivolo aveva violato lo spazio aereo turco.
“LA TURCHIA SOSTIENE LO STATO ISLAMICO”.
Per il presidente russo Vladimir Putin l’abbattimento di un jet militare russo da parte delle forze armate turche è stata una “pugnalata alla schiena”.
Nel corso di un incontro con il re di Giordania Abdullah II, il presidente russo ha accusato anche la Turchia (e indirettamente la Nato, in caso ne prendesse la difesa) di voler “fare gli interessi dell’Isis”.
La stessa Duma preme proprio sul fattore Isis, che sarebbe “coperto” dalla Turchia, per aumentare le pressioni internazionali sul caso. Senza mezzi termini Putin ha poi concluso sul fatto che per la Turchia “ci saranno inevitabili conseguenze” e l’ha accusata di “complicità  con il terrorismo”. La Russia ha però escluso “azioni militari contro la Turchia”.
SCONTRO DIPLOMATICO.
Come prima reazione il ministero della Difesa russo ha convocato l’incaricato militare turco, mentre la Turchia ha convocato l’ambasciatore russo ad Ankara.
L’episodio apre nuovi e inevitabili conflitti diplomatici fra i due Paesi ed è destinato a dar vita a nuove polemiche sulla presenza dell’intervento russo in Siria e sugli “sconfinamenti” dei jet militari russi.
Soltanto venerdì scorso il ministro degli esteri turco aveva ufficialmente protestato con l’ambasciatore russo Andrey Karlov sugli attacchi aerei russi antiterrorismo in Siria.
Al centro della protesta proprio gli “sconfinamenti” e bombardamenti anche nella zona siriana popolata dai turkmeni. L’avvertimento era stato chiaro, della sorta “smettetela o ci saranno conseguenze”.
Di oggi, con Erdogan informato sulla faccenda, l’abbattimento. Si apprende poi che alla vigilia dell’attacco Ankara aveva inviato una lettera ufficiale al presidente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e al segretario generale Ban Ki-moon nella quale condannava i raid aerei di Mosca a ridosso del confine, in particolare quelli condotti con le bombe a grappolo.
A questo punto, fra Russia e Turchia, si aggiunge un nuovo tassello di conflitto dopo le diverse visoni su Assad e le lentissime trattative (che proprio domani avrebbero dovuto avere una accelerazione) sulla questione Turkish Stream, ovvero il megagasdotto per rifornire di gas russo l’Europa meridionale.
IL PENTAGONO CON LA TURCHIA.
In questo scenario si inserisce il punto di vista del Pentagono per il quale il jet russo non ha risposto agli avvertimenti turchi. Lo afferma il portavoce Steve Warren, sottolineando che non c’era personale americano nell’area in cui l’aereo è stato abbattuto. L’incidente – aggiunge Warren – non riguarda la coalizione appoggiata dagli Usa ma è una questione fra i due paesi.
VERTICE SICUREZZA.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel frattempo ha convocato un vertice di sicurezza, per affrontare la questione.
I PILOTI
Sulla fine dei due piloti russi ci sono le parole dei ribelli turcomanni ostili al regime siriano che affermano di averli uccisi entrambi.
“Abbiamo sparato ai piloti mentre atterravano coi paracadute. I corpi sono qui” ha affermato il vicecomandante di una delle divisioni dei ribelli Alpaslan Celik.
Un video mostra la cattura di un pilota, che appare morto (forse ucciso dagli stessi ribelli). La tv Haberturk ha mostrato per prima un video che registra il momento della caduta del velivolo in territorio siriano nel villaggio di Yamadi, nella zona di Latakia: l’aereo precipita e si trasforma rapidamente in una palla di fuoco.
“NON ANDATE IN TURCHIA”.
Rapide le ripercussioni anche sul turismo. Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ha cancellato la sua visita in Turchia, che era prevista per domani. “Il presidente Putin ha chiaramente affermato che ciò non può non influenzare le relazioni tra Mosca e Ankara”. Il ministro ha anche invitato i cittadini russi a non recarsi in Turchia, perchè “la minaccia del terrorismo lì non è inferiore a quella esistente in Egitto”.
LA TESI TURCA
In tutto questo la Turchia fa sentire la sua voce ripentendo di aver agito legalmente.
I media turchi sostengono che l’ordine di abbattere il jet militare sia arrivato direttamente dal premier turco, Ahmet Davutoglu, informato della violazione dello spazio aereo dal capo di Stato maggiore, Hulusi Akar.
Ordine dato anche per la “paura” di azioni nei “confronti di Ankara”. La Cnn turca ha poi mostrato le immagini, fornite dalla Turchia, che “inchioderebbero” i russi sullo sconfinamento.
17 SECONDI
Dopo l’incidente la Turchia ha avviato le consultazioni direttamente con la Nato e l’Onu mentreun Consiglio atlantico della Nato è stato convocato per far luce sui fatti. Ankara ha inviato un rapporto scritto alle Nazioni Unite: “La Turchia non esiterà  ad esercitare i propri diritti che scaturiscono dalle leggi internazionali per proteggere la sicurezza dei suoi cittadini e le sue frontiere” si legge nella lettera.
Nella stessa missiva c’è scritto che l’aereo militare russo abbattuto vicino al confine con la Siria “ha violato lo spazio aereo turco per 17 secondi”.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A LARRY SABATO: “JEREMY COME SANDERS MA NESSUNO DEI DUE VINCERA’ UN’ELEZIONE”

Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile

L’ANALISTA POLITICO STATUNITENSE: “LA BASE DEI PARTITI LIBERAL DELL’OCCIDENTE CHIEDE LA LOTTA ALL’INEGUAGLIANZA”

La “Corbynmania” sta contagiando la politica americana: da un lato fa “tornare di moda la socialdemocrazia”, come dice il professore del Trinity College di Hartford, Vijay Prashad, dall’altro inietta nuovo entusiasmo tra i sostenitori di Bernie Sanders, il senatore “socialista” del Vermont che ha sfidato Hillary Clinton per la nomination democratica e che, nei sondaggi, continua a insidiare l’ex-segretario di stato
Sanders è stato tra i primi a congratularsi con Jeremy Corbyn per l’elezione alla guida del partito laburista britannico. «È un fatto positivo nella lotta globale contro le ineguaglianze », ha detto. Ma quali differenze ci sono tra i due esponenti anglosassoni? E cosa potrebbe cambiare nello scenario elettorale americano
Repubblica lo ha chiesto a Larry Sabato, direttore del Centro per la politica dell’Università  della Virginia e autore di una ventina di saggi.
Professor Sabato, quale sarà  l’effetto-Corbyn nella politica americana?
«Innanzitutto va detto che, al di là  degli ovvi accostamenti politici, e anche personali, Corbyn è molto più a sinistra di Sanders. Quest’ultimo non ha mai ipotizzato di nazionalizzare alcune industrie-chiave del paese, come invece promette di fare il leader britannico. E Sanders non metterebbe sotto processo George W. Bush per crimini di guerra, mentre Corbyn minaccia di trascinare in tribunale Tony Blair. Il quale ovviamente non ha nulla da temere, perchè con queste nuove posizioni il partito laburista non vincerà  mai».
C’è però qualcosa che unisce l’ascesa di Corbyn e il fenomeno Sanders?
«Sì, è la richiesta che parte dai militanti di base dei partiti liberal dell’Occidente di mettere la lotta all’ineguaglianza al centro del dibattito politico, assieme alla loro volontà  di non volersi più accontentare di mezze misure per affrontare il nodo delle disparità . E questo determina uno spostamento a sinistra del partito democratico, con una maggiore centralità  di temi come la lotta alle diseguaglianze e la riforma della giustizia».
Anche Hillary si sposterà  a sinistra?
«Non può: sembrerebbe fasullo proprio in un momento in cui ha promesso all’elettorato più autenticità . Del resto, poche settimane fa ha ammesso di avere posizioni moderate. Certo, è stupefacente come, a dispetto della sua lunga esperienza e dei vantaggi iniziali, Hillary Clinton si sia rivelata finora una pessima candidata ».
Intanto anche i repubblicani si spostano a destra.
«Sì, in blocco. E vale la pena ricordare come, storicamente, qualsiasi spostamento di un partito americano verso posizioni più estreme, allontani le possibilità  di una vittoria elettorale».
Pensa che l’affermazione di Corbyn aiuterà  Sanders?
«Sarei sorpreso se anche l’un per cento degli americani sapesse chi è Corbyn… No, non avrà  alcun effetto elettorale. Potrebbe solo aiutare i democratici a capire come perdere sicuramente un’elezione. D’altra parte non hanno bisogno, per questo, della Gran Bretagna: è sufficiente che si ricordino del liberal George McGovern che nelle presidenziali del 1972 perse contro Richard Nixon in 49 stati su 50. E proprio questo hanno veramente in comune Corbyn e Sanders: nessuno dei due vincerà  mai un’elezione nazionale».

Arturo Zampaglione
(da “La Repubblica”)

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JEREMY, IL RIBELLE CHE ODIA L’AUSTERITY

Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile

IL NUOVO LEADER LABURISTA CHE COMPRA NELLE BANCARELLE, HA LA BIRO NEL TASCHINO E GIRA IN BICI

Orti per tutti. A Jeremy Corbyn piace sognare.
Anche nell’ultima dura battaglia per conquistare la leadership laburista ha messo in campo la sua prolifica immaginazione. E per ringalluzzire il popolo stanco del centrosinistra ha rispolverato un vecchio pallino: un giardino in ogni casa e un pezzo di terra da coltivare «in modo che ciascuno abbia la possibilità  di piantare patate e pomodori».
Lui stesso, Jeremy Corbyn, è un appassionato di tuberi, bulbi e foglie.
Nel 2003, dopo una lunga trafila, gli recapitarono l’ autorizzazione a curare un minuscolo appezzamento a Islington, nord londinese, il suo collegio elettorale che da 32 anni lo conferma parlamentare alla Camera dei Comuni.
Al mattino sale in bicicletta e provvede direttamente a semine, tagli e innaffiature.
Non si prenda Jeremy Corbyn per un pazzo eversore o per un nostalgico e patetico ex figlio dei fiori, visto che ha tagliato il traguardo delle sessantasei primavere.
È così: idealista, cortese, di modi semplici.
E testardo, tanto testardo da divorziare dalla moglie quando lei decise di spedire uno dei figli alla grammar school , le scuole più selettive.
Anche Jeremy aveva frequentato una grammar school ma voleva per la prole, tre ragazzi, una secondaria popolare. Perse la partita in famiglia e il matrimonio finì.
Le rigidità  di un tempo sono svanite ma il Dna politico di Jeremy Corbyin non ha subito alterazioni: piaccia o non piaccia è di sinistra, senza sbavature e senza ripensamenti.
In Parlamento per più di 500 volte, dal 1997 ovvero da quando partì la modernizzazione targata Tony Blair, ha votato contro le indicazioni del partito: no alla guerra in Iraq, no all’aumento delle tasse universitarie, no alle privatizzazioni. «In Germania sarei più moderato dei socialdemocratici», replica alle critiche.
Lo hanno dipinto come un «rosso» pericoloso. «Ci porterà  al disastro», hanno minacciato i guru della terza via centrista.
Ma il feroce fuoco di sbarramento degli architetti del New Labour prima trionfanti oggi tramortiti, i Tony Blair, i Peter Mandelson, i Gordon Brown, accantonate le loro dilaganti rivalità  e gelosie personali, non è servito a nulla.
Hanno tirato fuori qualche scheletro dall’armadio di Corbyn: ad esempio le simpatie per «gli amici di Hamas e degli Hezbollah» o l’invito a Westminster rivolto a Jerry Adams, capo dell’Ira, dopo le bombe a Brighton nel 1984. Un buco nell’acqua.
«Se Tony Blair stringe la mano ai capi di Hamas è una grande leader. Se io dico che occorre dialogare con ogni parte in causa nei conflitti sono un amico dei terroristi».
Jeremy Corbyn non è un estremista con le armi nascoste sotto il letto.
È un melting pot di correnti, di movimenti, di convinzioni, di radicalismo educato.
È un pacifista, è un repubblicano in un paese di ferventi monarchici, è un euroscettico in un partito europeista, è un No Tav, è abbagliato dai greci di Syriza e dagli spagnoli di Podemos, è nemico del nucleare, sostiene la piena eleggibilità  dei Lord e non la nomina di casta, è un uomo di piazza che nel 1984, già  sui banchi dei Comuni, fu arrestato per un corteo non autorizzato contro l’apartheid in Sudafrica.
Non è mai cambiato dimostrando una coerenza ferrea.
Un eretico, questo sì, che ha sbaragliato il campo sia per il manifesto grigiore degli altri contendenti, percepiti come una fotocopia in bianco e nero dell’establishment laburista targato Blair, sia per via di quel suo motto che ha ripetuto all’infinito, trovando consensi specie fra i giovani e le donne: «Se siamo laburisti è perchè vogliamo che il partito laburista sia il veicolo del cambiamento sociale».
Sottinteso: l’omologazione ai Bush che vanno in Iraq (leggi Blair), gli inchini alla City e alla finanza «creativa» (leggi Blair e Brown), le balbuzie sul bilancio statale da sfoltire coi tagli mirati (leggi Ed Miliband) hanno regalato sconfitte.
«È autodistruttivo opporre l’austerità  morbida all’ austerità  dura di Cameron».
La svolta presuppone una forte caratterizzazione. «Altrimenti destra e sinistra sono uguali».
Jeremy Corbyn è piantato nel solco della tradizione formatasi con gli insegnamenti dei genitori, che si erano conosciuti nelle proteste antifranchiste durante la guerra civile spagnola, e consolidata al termine degli studi liceali quando stracciò l’iscrizione all’università  e partì per due anni di volontariato in Giamaica seguiti dall’arruolamento nel sindacato.
«Ma non guardo indietro, io guardo avanti con idee nuove».
Gli piacerebbe ristabilire la clausola dello statuto che vincola i laburisti al socialismo. «Magari con qualche correzione. Di sicuro dobbiamo riscoprire il valore della proprietà  pubblica nei settori chiave dell’economia».
Propone di rinazionalizzare le poste, le ferrovie e le società  che producono e distribuiscono energia.
È uno choc. Esistono due partiti laburisti: Corbyn e i corbynisti, gli eredi e gli orfani del New Labour blairiano.
Tenerli assieme è la prima scommessa di Jeremy Corbyn.
«Io intendo collaborare con tutti, però con obiettivi chiari». Il che significa ribaltare la linea di marcia e cancellare gli ultimi venti anni di storia laburista.
In politica estera è per la distensione con la Russia di Putin, per l’uscita dalla Nato, per l’accantonamento dei missili nucleari.
Sull’Europa minaccia: «Sono per l’Europa che armonizza le condizioni di lavoro. Contrarissimo all’Europa del libero mercato».
Il referendum incombe e Corbyn sbandiera la possibilità  di schierarsi per l’uscita dall’Unione. Dirompente. Come pure sull’economia.
Ha scritto dieci punti, ricevendo l’appoggio di 50 economisti capitanati da David Blanchflower, un ex membro del comitato per le politiche monetarie della Banca d’Inghilterra.
Il succo è: basta tagli alla spesa pubblica, più tasse per ricchi, banche, fondi.
Poi «il quantitative easing del popolo», l’ha chiamato così, ossia l’istituto centrale che stampa moneta da destinare alle infrastrutture e all’occupazione.
«Il dovere dei governi è assicurare che l’economia lavori per l’intera comunità  e che riduca le diseguaglianze».
In fin dei conti, al nuovo leader interessa di più la coerenza che l’ufficio a Downing Street.
Se gli andrà  male ha sempre il suo orto da coltivare. Una cosa è certa: con il «sovversivo» buono il laburismo cambia pelle.

Fabio Cavalera
(da “il Corriere della Sera”)

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MIGRANTI, IL NEW YORK TIMES CRITICA L’EUROPA: “HA FALLITO, ITALIA E GRECIA LASCIATE SOLE”

Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile

“L’AIUTO AI RIFUGIATI DEVE RIGUARDARE TUTTI I 28 PAESI”

L’Europa finora “ha fatto poco per aiutare Italia e Grecia, i Paesi dove approdano molti dei rifugiati” che fuggono dalle guerre in Medio Oriente.
La critica è del New York Times, che sottolinea come la Ue fino ad adesso abbia in generale “fallito” nel mettere a punto un sistema condiviso di quote, puntando il dito in particolare su Francia e Regno Unito fino a questo momento determinati nel fermare il flusso di disperati ai loro confini.
Il Nyt sottolinea quindi le parole della cancelliera tedesca Angela Merkel che si è detta profondamente scossa dalle notizie delle ultime ore, lanciando un appello ai partner europei perchè si accordino su un piano comune. “Ma abbiamo già  ascoltato queste dichiarazioni prima”, si afferma, auspicando comunque che stavolta il Vecchio Continente sia in grado di prendere le misure necessarie.
L’auspicio, dice il quotidiano, è che la tragica scoperta dei morti nel tir in Austria, “sciocchi quei Paesi europei che fino ad ora si sono rifiutati di intraprendere quelle azioni concertate”, sollecitate dalla cancelliera Angela Merkel, che “sono così palesemente necessarie”.
L’Italia e la Grecia “sono sopraffatte” mentre la Serbia e la Macedonia, che aspirano a diventare membri Ue faticano, a gestire la crisi, rimarca il Nyt, plaudendo alla proposta dell’Austria di creare un sistema di quote per tutti i 28 i Paesi membri, un porto sicuro per chi certa aiuto nel Vecchio Continente e intensificando la lotta contro i trafficanti.
“Queste misure – conclude il giornale – rappresentanto il modo di pensare ingegnoso e compassionevole di cui l’Europa ha bisogno”.

(da “Huffingtonpost”)

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