Agosto 24th, 2015 Riccardo Fucile
NELLA ROSA ANCHE LAGARDE E LA PRESIDENTE DELLA LIBERIA
Una donna alla guida delle Nazioni Unite dopo ben otto segretari generali uomini. 
E tra le papabili ci dovrebbe essere anche l’italiana Federica Mogherini, attualmente rappresentante della politica estera dell’Unione europea.
Ad avanzare l’ipotesi è il New York Times che in un editoriale spiega che, dopo 70 anni dalla nascita dell’organizzazione, “è ora di cambiare”.
L’attuale segretario generale Ban Ki-Moon, terminerà il suo secondo mandato quinquennale il prossimo 31 dicembre.
“Sarebbe incredibilmente simbolico e potente – scrive il giornale Usa – nominare una donna alla guida dell’organizzazione per far fronte alle pressanti sfide mondiale con diplomazia e consenso globale”.
I cinque membri del Consiglio di sicurezza, Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia e Usa, hanno già iniziato a trattare mentre decine di membri non permanenti stanno spingendo per una donna al comando.
Una lista di ‘potenziali’ candidate è intanto già iniziata a circolare stilata dal gruppo indipendente ‘Campaign to elect a woman UN segretary general’, spiega il Nyt, tra le più gettonate il presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, il direttore del Fmi Christine Lagarde, il segretario esecutivo della Economic Commissione for Latin America and the Caribbean Alicia Barcena Ibarra.
Tra i nomi snocciolati dal gruppo come donne di spicco anche l’Alto commissario Ue per gli Affari Esteri Federica Mogherini, la responsabile dell’Undp Helen Clarke, il direttore generale dell’Unesco Irina Bokova.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
IMPIEGHI E IDEE INNOVATIVE PER CREARE LAVORO
Per anni, l’impianto della Pfizer era una fabbrica dei sogni. I sogni sessuali di signori anziani, che compravano il Viagra prodotto nel casermone di mattoni di Brooklyn quasi fosse un elisir d’eterna giovinezza.
Ma quando l’ultima pillola blu uscì dalla catena di montaggio, nel 2008, l’edificio fu abbandonato ai graffiti, all’incuria e allo sfacelo.
Oggi, grazie al lavoro di finanzieri lungimiranti, lo stabilimento è ritornato a fabbricare sogni. Non di vecchi in cerca di un passato che non ritornerà mai più, ma di giovani imprenditori che stanno costruendo un nuovo futuro.
Lo stabilimento, di 54 mila metri quadrati, è uno dei più grandi «incubatori» degli Stati Uniti, un posto dove piccole imprese possono produrre, creare e vendere senza spendere troppo in affitto. E dove i capitani di queste piccole industrie possono condividere l’arduo sentiero dell’imprenditoria con altri compagni di strada.
Il mio viaggio nella ripresa economica degli Stati Uniti dopo la crisi finanziaria del 2008 incomincia qui, sulla linea «G» della metropolitana che a Manhattan nemmeno ci va.
Parto fuori dalla New York dei turisti, di Wall Street e di Broadway perchè uno dei temi-guida della ripresa americana, e la grande differenza con il ristagno europeo e italiano, è lo spirito camaleontico e rigeneratore dell’economia Usa, la capacità non solo di produrre nuovi posti di lavoro, ma di creare nuovi «tipi» di lavoro quando le industrie tradizionali non funzionano più.
Incontreremo altri mestieri nuovi durante la nostra spedizione nel cuore economico dell’America — dai petrolieri-contadini della Pennsylvania ai venditori di marijuana di Denver, ai guidatori di taxi di Uber —, ma il viaggio sotterraneo sulla «G» ci porta ad un gruppo di lavoratori nato dalle ceneri dell’industria manifatturiera di un tempo: i nuovi artigiani.
Per capire come gli Usa si sono ripresi dalla crisi bisogna analizzare le motivazioni, speranze e paure di gente che non vuole più fare l’impiegato, che preferisce essere il proprio capo e che per fare ciò, rischia molto di suo.
Lawrence Katz, professore di economia a Harvard, ha battezzato questo nuovo fenomeno «l’economia artigiana».
Nessuno sa quanto sia grande ma Etsy, un sito web che facilita la vendita di prodotti artigianali l’anno scorso ha mosso quasi 2 miliardi di dollari di merce per conto di 1,4 milioni di produttori.
Secondo Katz, questo nuovo settore non è solo una ribellione-yuppie alla tirannia dei salari, ma potrebbe salvare le classi medie americane, creando posti di lavoro che rimpiazzano quelli resi obsoleti dalla tecnologia o trasferitisi nei Paesi in via di sviluppo.
Ripartire da zero
Basta passare cinque minuti nei corridoi ampi della fabbrica Pfizer per capire di essere nel mezzo di una rivoluzione sociale. Dove un tempo c’erano formule chimiche, camici bianchi e guanti, ora ci sono forni, pezzi di stoffa e persino vegetali idroponici. Gli odori passano dal fragrante aroma dei croissant, all’attacco del kimchi — il pungente sott’olio amato dai coreani — al profumo Chanel delle modelle, magre muse di stilisti ancora sconosciuti.
La metafora è quella del passaggio delle consegne: gli spazi creati per una delle più grandi multinazionali del mondo sono stati invasi da decine e decine di piccole aziende con grandi ambizioni.
Da fotografa a pasticciere
E all’interno di quelli spazi, tante storie. Storie di emigranti come Antonella Zangheri, nata a Rimini, fondatrice della Krumville Bake Shop, una pasticceria artigianale per celiaci. Antonella mi offre uno dei suoi buonissimi biscotti senza glutine e racconta di come è diventata artigiana.
Faceva la fotografa di moda fino a quando non scoprì di essere celiaca: «Tutto d’un tratto, sono stata costretta a comprare pane congelato. Per gente come me, non c’era niente di fresco».
Aveva sempre avuto la passione per la pasticceria ma allora, per la prima volta, pensò che potesse essere un mestiere. Fondò Krumville tre anni fa con i suoi risparmi e un’impiegata.
Per ora, il fatturato è piccolo — 170 mila dollari nel 2014 — ma in crescita. E il lavoro è duro. Antonella, che ha 44 anni ma ne dimostra 30, fa tutte le consegne a bar e pasticcerie di New York da sola, la mattina presto, con la sua macchina. Sembra contenta.
«Quando fai il fotografo — spiega Antonella — non crei nulla, catturi semplicemente un momento. Non è molto creativo».
È interrotta da un bip sul computer, un ordine via internet da Amazon, esempio di come, nel 2015, anche un artigiano si debba appoggiare alla tecnologia. Antonella passa l’ordine alla cuoca — focaccia al rosmarino – e conclude: «In questo mestiere, la gente apprezza quello che fai».
La pasta di Gonzalez
Essere apprezzati, essere in contatto con i clienti, fare qualcosa di creativo e utile, è un refrain che echeggia nel palazzone della Pfizer.
Non si sente quasi mai parlare di soldi, una novità per chi, come me, di solito frequenta finanzieri e scrive di mercati.
Imprenditori come Steve Gonzalez, il patron dello Sfoglini Pasta Shop, i soldi li vogliono fare ma non è quello il motivo per cui si sono messi in proprio.
Steve, americano di origine messicana, ha scoperto la passione per la pasta in un giro peripatetico per le cucine italiane: Gorizia, Bergamo, le isole.
Quando è tornato negli Usa ha deciso di produrre pasta con farina biologica e ingredienti tutti provenienti dallo Stato di New York.
La Sfoglini costa tanto — dai 7 ai 10 dollari al pacco — ma la gente la compra e tra pochi mesi la venderà anche il gigante Eataly.
Steve sembra un ragazzino, più giovane dei suoi 35 anni, con una faccia che non sembra mai aver avuto un pelo di barba, e una bandana rossa in testa. Ma quando parla del suo business, è serissimo.
«Amo la pasta e la volevo fare per bene. Per un pubblico americano, ma per bene», dice mentre guarda con attenzione i suoi impiegati sfornare un enorme vassoio di conchiglie allo zafferano.
La Sfoglini, come quasi tutte le imprese nella fabbrica Pfizer producono prodotti venduti in negozi — «business-to-business» nel gergo finanziario.
Molti dei nuovi artigiani, però, non «creano» nel senso vero della parola ma utilizzano tecnologie moderne per mettere in contatto produttori e consumatori («business-to-consumer», direbbero gli analisti di Wall Street).
«Il Nostro Raccolto»
Michael «Mike» Winik e Scott Reich fanno parte di questo gruppo. I due hanno fondato OurHarvest — Il Nostro Raccolto — una società che vende cibo prodotto da fattorie dello stato di New York.
A vederli, i due 32enni non sembrano tipici artigiani. Amici d’infanzia — «ci siamo conosciuti sullo scuola-bus delle elementari» dice Scott — laureati alla prestigiosa Wharton Business School, avevano scelto carriere «rispettabili: Scott in un grande studio legale e Mike in una banca d’affari.
«Dopo un po’, ci è venuta voglia di fare qualcosa che avesse più senso», ammette Mike mentre andiamo a prendere della merce nelle fattorie di Long Island. «Non volevamo arrivare a 60 anni e dire che avevamo fatto una carriera senza rischi».
E allora hanno preso dei bei rischi. Hanno deciso che se i newyorchesi non andavano più nelle fattorie, la frutta e la verdura gliela avrebbero portata loro. Hanno preso i soldi guadagnati a Wall Street, e hanno aperto «OurHarvest», un mercato «virtuale» dove i consumatori ordinano su Internet, i due amici vanno a prendere la merce e la consegnano in meno di due giorni.
«Più fresco di così, non si può», dice Scott, che certe notti dorme sul divano dei genitori per risparmiare.
«Lavorate moltissimo?» chiedo prima di ricordarmi che come apprendista-avvocato e apprendista-banchiere questi due si sono ammazzati di lavoro nelle loro vite precedenti. Mike capisce e sorride. «È più divertente. Qui vediamo subito l’impatto del nostro lavoro. Gli stimoli cambiano di secondo in secondo».
Osservando questi due giovani ex-rampanti toccare i pomodori e assaggiare le albicocche a Wickham’s Fruit Farm, una fattoria che ha iniziato a coltivare nel 1600, mi chiedo se questo sia solo il primo passo per Scott e Mike. Se vogliano fare «gli imprenditori seriali» stile-Silicon Valley che creano aziende, le vendono per poi crearne altre e così via. Scott scuote la testa. «Se non facciamo errori, non ce ne sarà bisogno», dice, con la fiducia e l’ottimismo che sono proprie di tanti nuovi artigiani. La riscossa delle donne
Il bello di questo nuovo settore è che è molto diverso dalle industrie del passato. Quando Etsy ha chiesto a quattromila venditori di identificarsi, i risultati sono stati sorprendenti: Otto su dieci sono donne, molto di più del 51% della popolazione americana; più della metà ha almeno un diploma universitario (nel resto degli Usa è meno del 30%) e il 40% vive in zone rurali, quasi il doppio della media nazionale.
È un identikit che non si trova in nessun altro mestiere e definisce un gruppo di persone che per decenni è stato ai margini del mercato del lavoro. Anche qui, la tecnologia aiuta.
La forza dei computer di oggi permette a milioni di persone di lavorare da casa, contattare clienti e distributori in maniera veloce ed efficace, fare il proprio marketing, senza tanto sforzo o costo.
È questa la speranza di economisti e politici: attrarre nuove categorie di lavoratori che fino ad ora non avevano contribuito granchè all’economia del Paese. È uno dei pochi obiettivi che unisce sia la democratica Hillary Clinton sia il repubblicano Jeb Bush, i probabili candidati alla Casa Bianca nel 2016.
L’eccezione americana
Ma la domanda, che formuleremo varie volte durante il viaggio, è: si tratta di un modello per altri Paesi o di un’anomalia americana?
L’idea che milioni di persone si possano mettere in proprio e dare il proprio contributo — economico, sociale e fiscale — in maniera non convenzionale, è esportabile o è il prodotto di un milieu e sistema prettamente made in Usa?
Gli imprenditori della Pfizer sono scettici. Olivier Dessyn, lo chef-padrone di Mille-feuille, una mini-catena di pasticcerie, è molto critico del suo Paese natale.
«Non lo avrei mai potuto fare in Francia». Nonostante abbia lavorato alla famosa scuola di cucina del Ritz, nonostante abbia fatto l’apprendistato con il leggendario Camille Lesecq e poi alla pasticceria Pierre Hermè di Parigi, lui è convinto che un dilettante che lavorava nei computer non sarebbe mai stato accettato dall’establishment culinario francese.
«No, no, no, – dice Olivier – devi conoscere qualcuno, lavorare per dieci anni dietro le quinte, fare la gavetta e allora, solo allora, ti permettono di aprire i tuo negozio». E a New York invece? «A New York, è tutta un’altra cosa. Se fai delle buone cose, la gente le compra e ti ama. Punto e basta».
È difficile non amare i croissant e i dolci di Olivier, prodotti tutti a Brooklyn, ma con una vista mozzafiato di Manhattan che ricorda a tutti gli imprenditori perchè sono lì. «Se ce la fai a New York, ce la fai ovunque», dice Olivier, citando, forse inconsciamente, Frank Sinatra.
L’Italia, purtroppo è simile alla Francia, almeno stando a quanto dice Antonella Zangheri. Mi fissa con gli occhi azzurri e racconta come è stato facile aprire un business in America e come è diverso dall’Italia della burocrazia, del governo Azzeccagarbugli e delle pratiche infinite.
Vuole essere speranzosa Antonella e mi dice che quello che fa lei, quello che fanno Olivier e Steve, Mike e Scott potrebbe essere replicato in Europa e in Italia.
Ma poi si ferma e, nel suo inglese perfetto, con l’accento di New York, sussurra: «If it wasn’t so damn difficult».
Se non fosse così maledettamente difficile.
Francesco Guerrera
(da “La Stampa”)
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Luglio 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’EXPORT ITALIANO PUNTA A RADDOPPIARE CON MACCHINARI, COSTRUZIONE ED ENERGIA
Tre miliardi di export in più nei prossimi 4 anni per tornare ai livelli di 10 anni fa. 
L’accordo sul nucleare può rimarginare una ferita che fa ancora male all’azienda Italia.
Dal 2006, quando iniziarono le limitazioni, il conto dei mancati affari italiani in Iran è stato di 15 miliardi.
E ora, secondo uno studio della Sace, si potrebbe recuperare il tempo perduto e riconquistare un mercato da 80 milioni di consumatori.
«Se l’export italiano riuscisse a riproporre una crescita simile a quella osservata nel periodo pre sanzioni – scrivono i ricercatori dell’Ufficio studi della Sace – si raggiungerebbe un livello di esportazioni superiore a 2,5 miliardi di euro nel 2018».
Si tornerebbe ai livelli del 2005.
Concorda Roberto Luongo, direttore generale dell’Ice, l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle nostre aziende: «In uno scenario mutevole e complesso in cui mercati importanti per l’Italia come Grecia, Libia, Tunisia, Siria e Iraq, per motivi diversi, si ritrovano in condizioni difficili, si riapre una pagina in passato molto positiva per interscambi e opportunità »
In pista l’Eni e altre 50
L’interesse delle imprese è ripreso con l’avanzare delle trattative: nei primi tre mesi dell’anno le esportazioni sono salite del 32%. «Negli ultimi 8-10 mesi – racconta Luongo – c’è stata circa una decina tra missioni e partecipazioni a fiere e manifestazioni.
Come Ice non abbiamo mai chiuso l’ufficio di Teheran: abbiamo circa 4-500 aziende interessate a investire nel Paese, per lo più pmi». Il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, conta di organizzare una missione «fin dalle prossime settimane».
Si ripartirà dalle risorse naturali. «L’Iran non può prescindere dal gas, di cui possiede la seconda riserva al mondo, nè dai giacimenti di petrolio, per cui è al quarto posto», ricorda Luca Miraglia, ad di Quarkup group, che nell’ultimo anno ha accompagnato oltre 100 aziende ad affacciarsi sul mercato iraniano. Major del petrolio e imprese collegate riaprono i contatti.
Per l’Eni, storica presenza nel Paese, l’accordo di ieri «rappresenta una tappa incoraggiante – fanno sapere dal quartier generale -. Se le sanzioni internazionali venissero sollevate e il governo iraniano proponesse un nuovo quadro contrattuale, più allineato agli standard internazionali e meno penalizzante per le compagnie dell’ “oil&gas”, potremmo considerare nuovi investimenti nel Paese».
Ma Teheran non si limiterà a esportare greggio e importare tutto il resto.
«L’Iran – spiega Miraglia – ha capito che per il futuro non può più fare affidamento esclusivamente nel petrolio, ma che ha bisogno di diversificare. La strategia è divenuta chiara nei piani al 2025 che puntano a dare un incentivo allo sviluppo industriale».
Opportunità e rischi
Per l’azienda Italia può essere un’opportunità e un rischio. Un’opportunità , perchè, come ricorda Luongo, si apriranno spazi importanti «per la nostra meccanica strumentale, per chi produce macchinari, impianti, tecnologia».
Serviranno più infrastrutture, «con lo sviluppo di porti e aeroporti»: largo ai costruttori, che potranno partecipare anche al fabbisogno di case e centri commerciali, determinato anche da una «decisa crescita demografica», sottolineano da Sace.
Senza scordare l’importanza di macchinari per l’agricoltura, per il trattamento delle acque, per l’energia (a cui in passato ha lavorato Ansaldo Energia) la componentistica per l’auto (Landi Renzo ha storicamente puntato sul Paese) e non solo (le cucine a gas di Sabaf, per esempio). Così come ha buone possibilità l’industria chimica, farmaceutica e dell’arredamento.
Eppure partecipare al banchetto imbandito su una tavola che vale 800 miliardi di dollari, rispetto al passato «potrebbe essere più difficile», dice Miraglia.
L’euro più debole rispetto al dollaro e verso la valuta locale, il riyal, rende l’Italia competitiva. Però già in tempo di sanzioni, Paesi meno allineati come India e Cina, si sono posizionati.
E ora arriveranno anche gli americani che, rispetto all’Italia, forse avranno coperture finanziarie più solide per farsi largo tra gli ayatollah.
Francesco Spini
(da “La Stampa”)
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Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
COLPITO DA PIETRA IN VISO HA ABBANDONATO LE CELEBRAZIONI
Il premier serbo Alaksandar Vucic ha lasciato la cerimonia per Srebrenica dopo essere stato
colpito da una pietra lanciata dalla folla inferocita che lo contestava. Leggermente ferito, Vucic ha abbandonato le celebrazioni del genocidio e sta tornando a Belgrado.
Lo scrivono i media serbi.
“La delegazione guidata da Vucic ha lasciato la cerimonia dopo un attacco durante il quale il premier è stato colpito alla testa e gli si sono rotti gli occhiali”, ha riportato l’agenzia di stampa ufficiale Tanjug.
Vucic aveva appena deposto un fiore davanti al monumento che ricorda i nomi delle oltre 6.200 vittime identificate e sepolte nel cimitero commemorativo di Srebrenica quando la folla ha iniziato a scandire allah akbar (dio è grande), lanciando pietre contro il premier.
Circondato dalle guardie del corpo, Vucic è riuscito a lasciare il cimitero tra gli appelli alla calma degli organizzatori.
Secondo Blic online, all’ingresso del cimitero dove era in programma oggi la tumulazione di alcune delle vittime del genocidio, la folla inferocita è riuscita ad abbattere le barriere di protezione, dirigendosi verso Vucic e i suoi collaboratori, gettando pietre, bottigliette d’acqua e scarpe.
“Era orribile, hanno lanciato sassi, scarpe, qualunque cosa avessero sotto mano”, ha detto a Blic un membro della delegazione serba.
La folla gridava “Cetnici, tornate a casa”. Il primo ministro è stato colpito da una pietra in faccia, è stato ferito, ma non era spaventato. Gridavano Allah è grande”.
Le autorità serbe hanno reagito duramente all’aggressione parlando di “atto di guerra” e di “tentato omicidio”.
Negli anni passati nel cimitero di Potocari sono state già sepolte le spoglie di 6.241 bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel luglio 1995.
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Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile
IL PARTITO CURDO RINNOVATO RACCOGLIE L’EREDITA’ DI GEZI PARK
La giornata nera di Recep Tayyip Erdogan, la giornata rossa del Partito democratico dei popoli. 
L’Akp di Erdogan, al potere da 13 anni, viene ancora definito dalla pigrizia delle cronache come il partito “islamico moderato”. In realtà ha preso una decisa strada islamista.
Sabato scorso, brandendo il libro sacro, aveva proclamato che «la conquista è la Mecca, la conquista è Saladino, è issare di nuovo la bandiera islamica su Gerusalemme» (Saladino del resto era curdo).
Credeva, o fingeva di credere, di avere il vento in poppa. L’Europa, che aveva fatto la difficile e l’aveva mortificato, ora è in crisi e ha la guerra in casa, e lui cresceva fra gli aspiranti all’egemonia sul mondo musulmano.
Preparando la restaurazione del sultanato, si è regalato l’anticipo di un palazzo delle duemila e due notti.
Rotto l’assedio per le prove plateali di corruzione e nepotismi, aveva messo il bavaglio alla magistratura e agli organi di polizia indipendenti, o anche solo non dipendenti.
Si era permesso il doppio gioco internazionale, di notte spallone di reclute jihadiste e contrabbandiere di armi e petrolio col Califfato, di giorno membro della coalizione contraria, con l’aggiunta del compiaciuto divieto di uso della base di Incirlik.
Gli andava bene: mancava l’ultimo metro.
Per tagliare il traguardo aveva barattato il governo con la presidenza, trasformando Ahmet Davotoglu, che avrebbe meritato miglior destino, in un Medvedev turco.
Da lì si sarebbe fatto presidente coi pieni poteri, e a vita, mettendosi la corona sul capo con le proprie mani. Restava la piccola formalità dell’ennesima vittoria elettorale.
Ci aveva fatto l’abitudine: la Turchia sembrava ribellarsi, scuoterlo, circondarlo e resistere intrepidamente alla ferocia repressiva, e poi le urne davano ragione a lui. Alla commemorazione del genocidio degli armeni aveva rimediato con un altro impegno. I giornalisti riluttanti, in galera, o peggio.
I curdi? Tutti avevano capito (anche Davutoglu) che coi curdi bisognava arrivare a una svolta, che il contesto internazionale lo imponeva, che non si poteva immaginare che Ocalan continuasse a proclamare la rinuncia alla lotta armata dal suo ergastolo un paio di volte a trimestre.
Lui non se ne curava. Quando i despoti perdono il senso della misura – quando si costruiscono palazzi di quelle dimensioni, che sia vera o no la notizia sulla tazza di cesso tutta d’oro zecchino – la storia si ricorda di frugarsi in fondo alle tasche esauste, e tirarne fuori un’astuzia.
E se non è la storia, è la provvidenza, o la dignità delle persone. Dunque niente referendum, niente revisione della Costituzione, niente maggioranza assoluta.
Il “partito filocurdo”, strana denominazione del resto – come se noi dicessimo “il partito filoimmigrati” – supera lo sbarramento del 10 per cento (il dieci!) e anzi tocca il 12, e manda nel parlamento che doveva plebiscitare Erdogan tra i 79 e gli 82 deputati (su 550).
Per giunta, con una partecipazione elettorale dell’86 per cento dei quasi 57 milioni di cittadini aventi diritto, in patria e fuori.
L’Akp ha i numeri per governare in coalizione, il successo dei nazionalisti parafascisti è triste e inquietante, ma la Turchia da ieri è un altro paese.
Lo era già , nella ricchezza e varietà della sua società civile, ma era come se si fosse interrotta la comunicazione fra quella società e le istituzioni.
È successo mentre i capi del G7 si incontravano, e magari l’Europa troverà un tempo supplementare per offrire alla Turchia una propria sponda, dopo aver favorito una deriva che l’aveva portata, la partner della Nato e la madrepatria di milioni di suoi cittadini, a rivendicarsi islamista in concorrenza con Iran e Arabia Saudita.
E se avvenisse, sarebbe ancora più grottesco pensare a un’Europa senza Grecia, e con la Turchia
Il provvidenziale “filocurdo” Hdp – il “partito democratico dei popoli” – aveva tenuto il suo primo congresso solo nell’ottobre 2013.
È un partito curdo e “filoturco”, oltre che aperto alle altre minoranze etniche e religiose e a quelle civili («gli omosessuali, gli atei, e gli armeni», nella versione di Erdogan), e capace di parlare ai giovani raccogliendo l’eredità di Gezi Park.
Ha due copresidenti – una femminista curda e un socialista turco – come nella tradizione europea di femministe e ambientalisti, e riserva il 10 per cento alle persone LGBT.
Alla sua testa sta Selahattin Demirtas, 41 anni, leader prestigioso e saldamente democratico.
I paesi democratici, per compiacenza con Erdogan, hanno continuato a tenere il Pkk curdo nella lista nera delle formazioni terroriste, anche quando i suoi militanti esiliati nel Kurdistan iracheno o nel Rojava siriano erano decisivi nel soccorso agli yezidi (e ai cristiani) braccati o alla popolazione di Kobane.
Faranno bene ad accompagnare il tentativo di Demirtas di guadagnare alla sua causa democratica quella popolazione curda che un’ostinazione ideologica settaria ma soprattutto la discriminazione nazionalista ha tenuto al bando.
Adriano Sofri
(da “La Repubblica”)
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Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile
I TABU’ SEPPELLITI DA UN GIOVANE CURDO
Formalmente, il capo dello Stato avrebbe dovuto restare ai margini della contesa.
Non è stato così. Spaventato dai sondaggi e da opache prospettive future, Erdogan, Corano in mano, ha cercato di convincere il popolo turco d’essere l’unico capace di guidarlo.
Il popolo gli ha risposto no.
Il partito islamico moderato Akp, che il leader aveva creato, e che da 13 anni guidava solitario il Paese con consensi crescenti, non soltanto ha mancato il record di 330 seggi su 550, necessario per modificare la Costituzione, trasformando la Turchia in repubblica presidenziale, ma in Parlamento ha perso persino la maggioranza assoluta, alla quale l’Akp era ormai abbonato, governando in beata solitudine.
È cambiato tutto, o quasi, e non per caso.
L’arroganza del presidente ha prodotto l’anticorpo.
È un giovane politico curdo, che ha deciso di far diventare il partito Hdp (Pace e democrazia) una forza politica nazionale, pensionando dubbi e pregiudizi.
Selahattin Demirtas, 42 anni, con il suo stile sobrio e la sua oratoria convincente, ha saputo seppellire un tabù. Quello di aprire l’Assemblea nazionale a un partito di un’importante minoranza che, nel passato, è stata sospettata di tutto.
Ha saputo superare l’altissima soglia del 10 per cento conquistando tutti, con una retorica opposta a quella di Erdogan.
Se il presidente mordeva, Demirtas accarezzava, con linguaggio ghandiano, i giovani che protestavano per il Gazi park, e chiedevano diritti.
Ha scelto di rappresentare tutti gli oppressi, dagli alevi agli armeni, dai siriaci agli yazidi, ai cristiani, naturalmente ai curdi, e agli omosessuali.
Ha chiesto una «Nuova Turchia» ed è entrato in Parlamento.
È chiaro che ora si aprono scenari imprevedibili. Si dovrà cercare di formare, in 45 giorni, un governo di coalizione.
Se non sarà possibile – è quanto forse spera il presidente-sultano – , non sono escluse elezioni anticipate.
Erdogan è pronto a tutto pur di non veder sgretolare il suo progetto, il suo potere.
Antonio Ferrari
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile
“L’APPROCCIO DELL’UE SIMILE ALLA MENTALITA’ COLONIALISTA, INACCETTABILE”
Il governo islamista che controlla Tripoli e la Tripolitania ad ovest, che ospita i porti da cui partono i barconi di disperati che tentano di attraversare il Mediterraneo, non intende in alcun modo e sotto qualsiasi forma accettare l’eventuale intervento militare che l’Ue si appresta ad effettuare in Libia per bloccare lo trunami di migranti che dalle sue coste parte alla volta dell’Europa.
Lo ha dichiarato il premier ‘islamista’, Khalifa al-Ghweil – a capo di un governo non riconosciuto dalla comunità internazionale a differenza dei rivali di Tobruk ad est – in un’intervista al britannico The Independent in cui ha definito l’approccio dell’Ue simile “alla mentalità colonialista” dell’Italia nello scorso secolo, “completamente inaccettabile nel mondo moderno”.
Ghweil chiede di essere “coinvolto” dall’Occidente nella gestione del problema immigrati “ma non se questo significa bombardare le barche perchè l’Europa ritiene che così riuscirà a fermare il traffico di esseri umani. Ciò non avverrà e – avverte – se l’Europa verrà senza permesso nelle nostre acque e nelle nostre terra noi ci difenderemo”
Ghweil ha denunciato che la sua amministrazione, che a differenza del governo di Torbuk, ‘controlla’ i porti da cui parte il grosso dei migranti alla volta dell’Italia e dell’Europa, non è stata neanche consultato dall’Ue.
“Non possono venire a controllarci, non possiamo tornare al 1911 (riferimento esplicito all’inizio dell’occupazione italiana, ndr), in cui erano gli stranieri a decidere cosa fare. Abbiamo le capacità di difendere le nostre acque e la nostra terra come abbiamo dimostrato nella nostra storia ed anche durante la rivoluzione” del 2011 che abbattè, con l’aiuto determinante e miope della Nato, Muammar Gheddafi.
“Ciò che serve all’Europa – conclude il premier di Tripoli – è aiutare questi profughi nei loro stessi Paesi d’origine con aiuti così da dare loro un futuro grazie al quale non dovranno affrontare viaggi pericolosi in mare. Noi in Libia abbiamo bisogno di aiuto per far fronte a queste persone. Se queste cose non avverranno, allora la situazione potrà solo diventare peggiore per l’Europa”.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 8th, 2015 Riccardo Fucile
“IL SUO UNICO OBIETTIVO SEMBRA ESSERE FERIRMI, MA COSI’ E’ UN COLPO ALL’INTERO MOVIMENTO”
“Jean-Marie Le Pen sembra essere entrato in una spirale di terra bruciata e suicidio politico”. Lo
ha scritto Marine Le Pen, figlia e leader del Front National, in una nota, annunciando che si opporrà alla candidatura del padre come presidente della regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra (Paca) alle elezioni regionali in programma per il prossimo mese di dicembre.
“E’ una crisi senza precedenti — dice la Le Pen a Le Monde – il suo obiettivo è nuocermi”.
La nota della leader del partito francese prosegue: “Lo status di presidente onorario non consente a Jean-Marie Le Pen di prendere in ostaggio il Front National con provocazioni il cui unico obiettivo sembra essere ferire me, ma sfortunatamente sono un colpo all’intero movimento, ai suoi quadri, ai suoi candidati, ai suoi sostenitori, ai suoi elettori”.
Le provocazioni a cui la presidente del partito di estrema destra francese — fondato dallo stesso genitore — fa riferimento sono le parole dell’anziano leader — in un’intervista al giornale Rivarol – in difesa del maresciallo Philippe Petain, alla guida della Francia collaborazionista con i nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Nella stessa intervista Le Pen ha attaccato le origini straniere del primo ministro Manuel Valls – nato in Spagna e nazionalizzato all’età di 20 anni — e di altri dirigenti politici: “Siamo diretti da immigrati”, ha commentato.
È giunta prontamento la risposta di Jean-Marie Le Pen, 86 anni, che ai microfoni della radio RTL ha commentato la definitiva rottura con la figlia: “Madame Le Pen deve porsi la questione di sapere se quello che fa è utile agli interessi che pretende di servire”.
La notizia è stata inizialmente data dall’emittente francese Bfm Tv, sottolineando che la La Pen non obietterà alla presenza del padre sulla lista del partito.
La decisione sarà ratificata il prossimo 17 aprile nel corso del direttivo del partito. Sulla questione si è espresso Florian Philippot, vicepresidente del Front National, che su Twitter ha commentato: “La rottura politica con Jean-Marie Le Pen è ormai totale e definitiva. Sotto la guida di Marine Le Pen saranno prese rapidamente delle decisioni”.
Dalla parte di Marine Le Pen si è schierato anche il deputato Gilbert Collard: “Non abbiamo più niente a vedere con tutto quel che dice Jean-Marie. Io sarei felice se non fosse più presidente onorario del partito. Dovrebbe ormai entrare al museo delle cere”.
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Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile
UNA PIAZZA GIOVANE E BELLA DAL PROFUMO DI GELSOMINO
Una Piazza gremita. Una bella Piazza. Popolata di giovani, di donne, senza vessilli di partito ma con tante bandiere nazionali.
Per dire che di fronte all’attacco terroristico il ragazzo in jeans e la ragazza con il capo velato si tengono per mano e lanciano la loro comune sfida di libertà e pluralismo ai fautori della dittatura della sharia.
Un’unità di popolo, prim’ancora che di classe dirigente.
Una unità dal basso, per questo più importante. È la Tunisia che oggi è scesa in piazza per dire “no” al terrorismo e rendere omaggio alle vittime della strage al Museo del Bardo.
Al centro della scena mediatica ci saranno senz’altro i leader del mondo convenuti a Tunisi: Hollande, Renzi, Abu Mazen. Per la Tunisia c’è il presidente Beji Caid Essebsi e il premier Habib Essid; tra i capi di governo sono presenti l’algerino Abdelmalek Sellal, il belga Charles Michel, il libico Abdullah al Thani (espressione della Camera dei rappresentanti di Tobruk) e il vicepresidente del Consiglio del Bahrein, Khalid bin Abdullah al Khalifa.
Ma quello che conta di più è la Piazza. I suoi volti, i suoi slogan.
La sua volontà di rafforzare la transizione democratica e difendere quei principi di libertà , giustizia, indipendenza, che sono stati alla base della “rivoluzione dei gelsomini”.
La “nuova Tunisia” esiste. E resiste.
La manifestazione era stata annunciata domenica scorsa dal presidente tunisino Essebsi nel corso dell’intervista rilasciata all’interno del Bardo.
Essebsi l’aveva presentata come una marcia del popolo tunisino e poco dopo, intervistata dall’agenzia TAP, la ministra del Turismo Salma Loumi aveva fatto sapere che erano stati invitati i principali leader mondiali.
Insomma un evento per dire no al terrorismo sullo stile della marcia internazionale che si tenne a Parigi l’11 gennaio dopo gli attacchi cominciati con l’assalto a Charlie Hebdo.
La polizia tunisina parla di 70 mila persone. Tante.
Ma la “Piazza” si misura non solo in quantità ma in qualità . E quella di Tunisi è una qualità straordinaria.
“No pasaran”. È la determinazione che accomuna i tanti partecipanti al corteo di popolo che ha affiancato quello delle autorità .
“Le monde est Bardo” è lo slogan scelto dagli organizzatori. A fianco della risposta di piazza, c’è quella militare. Continua la stretta delle forze di sicurezza tunisine contro le milizie islamiste dopo la strage del museo del Bardo. Nove terroristi sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con gli agenti a Gafsa, nel sud del Paese. “Le nostre forze hanno ucciso nove terroristi in una vasta operazione a Sidi Aich. Hanno anche sequestrato armi ed esplosivi”, ha affermato il portavoce del ministero, Mohamed Ali Aroui.
Tra i terroristi uccisi anche il super ricercato algerino Khaled Chaib, conosciuto come Lokman Abou Sakher, il terzo attentatore. Si tratta del leader della cellula Okba Ibn Nafaa, gruppo terrorista con base nelle montagne Chaambi al confine con l’Algeria, responsabile secondo il governo dell’attacco del 18 marzo.
Siamo cittadini del mondo, e le ragioni che ci uniscono sono forti, salde, e i tagliagole dell’Isis non riusciranno a reciderle.
C’è questo messaggio dietro a quei cartelli tenuti dai manifestanti con i nomi delle vittime, tra cui anche quelli degli italiani: “Je suis Orazio”, “Je suis Giuseppina” in ricordo di Orazio Conte e Giuseppina Biella, due degli italiani feriti mortalmente nella strage di undici giorni fa.
“Siamo qui per dire che la nostra vita non deve essere presa in ostaggio da questi criminali che nulla hanno a che vedere con l’Islam”, dice Ahmed , studente universitario ventenne. “Io voglio guardare al futuro e non essere trascinata nel Medioevo”, incalza Hanan, collega di studi di Ahmed.
“Ci siamo liberati dalla paura”: era questo lo slogan coniato, 5 anni fa, dai ragazzi della “rivoluzione jasmine”.
Una liberazione di chi sa che il futuro è dalla propria parte ma, per appropriarsene, occorre rompere un presente stagnante, ibernato.
È quanto hanno fatto quei giovani. Ed è quello che continueranno a fare.
“Non ci piegheranno, perchè in gioco è la nostra libertà , è poterci muovere liberamente, e per noi donne sapere di avere gli stessi diritti e le stesse opportunità degli uomini. La nuova Costituzione sancisce questo principio ma ancora c’è tanto da fare per realizzarlo nella vita pubblica”, sottolinea Kalida, 23 anni, attivista di una delle associazioni di donne che arricchisce la società civile tunisina.
Così come i sindacati, soggetto fondamentale nella transizione democratica in atto.
Una bella Piazza. Una Piazza giovane. In continuità con quella che dette l’avvio alla rivolta che spazzo via il regime di Ben Ali.
Una generazione, ricorda Oliver Roy, tra i più affermati studiosi europei del mondo arabo e islamico, “che non è interessata all’ideologia: scandisce slogan pragmatici e concreti (erhal, “subito”) ed evita richiami all’Islam, come succedeva invece in Algeria alla fine degli anni Ottanta. Rifiuta la dittatura, quella dei militari come quella degli islamisti, e continua a chiedere a gran voce democrazia”.
Questi giovani vanno ascoltati, e sostenuti.
“Io mi sono diplomato tre anni fa ma ancora oggi non riesco a trovare un lavoro. E lavoro significa non solo mantenere i miei tre bambini, lavoro è anche dignità ”, dice Faisal, che viene da uno dei sobborghi più poveri di Tunisi.
“I jihadisti — racconta — arruolano promettendo una paga e una famiglia. Conosco alcuni ragazzi che sono stati attratti da queste promesse e ora stanno combattendo in Siria”.
Faisal parte dalla sua esperienza personale e quella di alcuni suoi amici per affermare una verità fondamentale: la sconfitta del terrorismo jihadista non può venire solo da una incisiva azione di polizia e di intelligence.
Perchè è dentro una drammatica crisi sociale ed economica che le filiere tunisine dello Stato islamico e di al-Qaeda fanno proseliti.
La disoccupazione giovanile nel Paese ha raggiunto livelli drammatici, e secondo un recente rapporto OCSE almeno 2 giovani tunisini su 5 sono senza lavoro, situazione che disegna i contorni di “un vero e proprio dramma sociale che ha urgente bisogno di essere affrontato”.
E se così non sarà , il rischio è che si propaghi e rinvigorisca una tensione che già è di per sè alta nel Paese, il quale potrebbe cadere definitivamente vittima della violenza jihadista in uno scenario ancora peggiore.
Per Mourad, disoccupato di 28 anni con un master in tecnologia, l’Is è l’unica speranza di ”giustizia sociale”, ”l’unico modo per ridare al popolo diritti veri” e sostenerlo ”è un dovere per ogni musulmano”.
Molti raccontano di amici che, entrati nell’Is, ”vivono meglio di noi” con stipendio, casa e moglie, racconta Walid, 24 anni.
Nei bar della zona di Ettadhamen, nell’agglomerato urbano di Tunisi, decine di giovani disoccupati e appartenenti alla classe operaia hanno espresso la loro simpatia per le posizioni dell’IS: alcuni accusano gli stati europei di avere diviso gli Stati arabi alla fine della Prima guerra mondiale, impedendo la nascita di un califfato; altri parlano di “giustizia sociale”, dicendo che una volta che il califfato avrà assorbito le monarchie del Golfo Persico, ricche di petrolio, ci sarà una ridistribuzione generale della ricchezza.
Questi giovani non sfilavano oggi. Ma esistono, ed anche loro fanno parte della “nuova Tunisia”.
(da “Huffingtonpost”)
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