Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO I PRIMI SONDAGGI ALL’USCITA DEI SEGGI, I NO IN VANTAGGIO CON IL 53%, I SI’ FERMI AL 47%
Sono cominciate in Scozia le operazioni di voto per il referendum sull’indipendenza.
I seggi rimarranno aperti fino alle 22 di questa sera (le 23 in Italia).
“Dovrebbe la Scozia essere un paese indipendente?” è il quesito che viene sottoposto agli scozzesi cui sono chiamati a rispondere ‘Si o ‘No’.
Sono circa cinque milioni gli aventi diritto al voto, ovvero tutti i residenti in Scozia. Voteranno anche i sedicenni .
È prevista un’alta affluenza dopo che il 97% si è registrato nelle liste elettorali.
Ieri sera attraverso l’account della Casa Bianca il presidente americano Barack Obama ha fatto sapere di essere a favore dell’indipendenza:
Un sondaggio Ipsos sul referendum che potrebbe sancire l’indipendenza della Scozia misura i “no” al 53%.
I sostenitori della permanenza della Scozia nel Regno Unito sono in vantaggio di sei punti percentuali nell’ultimo sondaggio sull’indipendenza, diffuso mentre gli elettori si stanno recando alle urne per il referendum.
Il sondaggio Ipsos Mori per il quotidiano London Evening Standard dice che i no sono al 53%, i sì al 47%.
Secondo la rilevazione, il 4% degli scozzesi che hanno deciso di votare sono comunque ancora indecisi.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
FANNO PARTE DEI MILIZIANI DI PRAVY SEKTOR: “E’ DURISSIMA, SI LOTTA CORPO A CORPO”… SONO UNA DECINA INVECE I GIOVANI DI SINISTRA CHE APPOGGIANO I SEPARATISTI
«È una vita durissima. Abbiamo a disposizione pochissime armi: qualche Flobert rinforzata, un buon numero di mazze. Gli scontri sono quasi sempre ravvicinati: combattiamo spesso a colpi di Molotov». Il suo nome di battaglia è Stan: piemontese, 52 anni, una moglie e dei figli che ormai non vede quasi più.
Da qualche mese la sua esistenza è cambiata: ha una nuova patria, l’Ucraina, e una nuova occupazione, la guerra.
Stan è uno dei tanti italiani che hanno deciso di andare nelle trincee del Donbass, dove da cinque mesi si combatte l’ultima guerra sporca in terra d’Europa.
Sono volontari, non percepiscono stipendio.
Lo fanno – dicono loro – per ragioni puramente ideali. «Da giovane militavo in Avanguardia Nazionale – racconta Stan -. Sognavo un giorno di prendere parte a una vera rivoluzione patriottica. Questa è la mia ultima opportunità per farlo: come potevo lasciarmela sfuggire?» Oggi Stan è un combattente del battaglione Azov, le cui insegne cosparse di rune sventolano da settimane alle porte di Donetsk.
A piazza Maidan c’è passato per caso, durante una trasferta di lavoro. Ha aderito alle formazioni di Pravy Sektor, l’estrema destra ucraina.
A inizio maggio, quando decine di militanti filorussi sono morti carbonizzati nel rogo della casa dei sindacati di Odessa, lui si trovava lì: «All’incendio seguirono due giorni di scontri furibondi — racconta -. Centinaia di separatisti erano accorsi in città e girava voce che l’esercito russo stesse per attaccarci dalla Crimea: se così fosse stato, non avemmo avuto scampo».
Italiani pronti ad arruolarsi: spesso per noia, oppure per soldi.
«Negli ultimi tempi mi hanno contattato in molti – assicura Mauro Voerzio, 46 anni, torinese, animatore dell’Associazione Italia-Ucraina Maidan -. I più erano aspiranti mercenari in cerca di lavoro. Ce ne sono parecchi in circolazione: si dice che i russi paghino dagli otto ai diecimila dollari al mese».
Voerzio lavora a Kiev dal 2007, fa il tour operator. Maidan lo ha risucchiato nel novembre 2013: «Ho partecipato a tutti i principali scontri – dice -, sono stato seguito dalla polizia segreta di Yanukovich, la Sbu. Dicevano che ero un agente della Cia. Tutte le sere, quando rientravo a casa dalla piazza, avevo il terrore di essere sequestrato».
Oggi la sua missione è supportare la causa ucraina in Italia: raccolta di fondi, propaganda online, raccolta di medicine e di vestiario per i soldati al fronte.
«C’è urgenza di tutto, dagli anfibi alle mimetiche, ai giubbotti antiproiettile. Ho visto i combattenti del battaglione Kiev: vanno in trincea con le scarpe da ginnastica».
Ha detto qualcuno: l’Ucraina è una nuova guerra di Spagna.
Sono quasi una decina gli italiani che, in nome dell’«antifascismo», combattono a fianco dei filo-russi. Volano su Kiev, in qualche modo attraversano le linee del fronte e raggiungono il Donbass. Hanno tra i venti e i trent’anni, sono ex militari, ex legionari, ma anche studenti universitari col gusto dell’avventura.
L’addestramento dura una settimana: avviene nei pressi di Lugansk, sotto gli ordini del comandante Igor Strelkov, reduce di Bosnia e di Cecenia.
Era il mese di giugno, quando il governatore del Donbass, Pavel Gubarev, annunciò la creazione di «squadre internazionali che coinvolgono italiani, spagnoli, francesi e canadesi».
Luca Pintaudi, 22 anni, studente in Cattolica e militante di Millennium-Partito Comunitarista Europeo, ha raggiunto Donetsk all’inizio dell’estate: «Abbiamo portato la nostra solidarietà politica ai dirigenti della Repubblica Popolare — racconta -. Oggi ci occupiamo della raccolta di fondi e materiale di prima necessità , che impacchettiamo e spediamo nel Donbass».
Una causa che fa sempre più presa nel nostro Paese, specie tra i settori «antagonisti».
Ne è un esempio l’iniziativa promossa dal gruppo punk-ska Banda Bassotti, che a fine mese volerà a Donetsk per esibirsi in una «tournèe antifascista». La parola d’ordine, non a caso, sembra uscita dai più eroici anfratti del secolo breve: «No pasaran!».
Andrea Sceresini
(da “La Stampa”)
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Settembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
BANCHE CHE SPOSTEREBBERO LA SEDE A LONDRA, MONETA DIVERSA DALLA STERLINA, PIU’ CARA MATERIA PRIMA IMPORTATA: PESANTI CONSEGUENZE PER L’ECONOMIA IN CASO PREVALGANO I SI’
A pochi giorni dal referendum definito “storico” dai movimenti indipendentisti di tutto il mondo e in una fase
di grande incertezza, con sondaggi altalenanti, non è affatto chiaro che cosa succederà nelle urne degli scozzesi giovedì 18 settembre.
Una cosa, però, è certa: nelle ultime settimane l’intero establishment britannico (anzi, inglese) si è sgolato per convincere gli abitanti a nord del Vallo di Adriano a restare con Londra.
“Ne va del vostro futuro”, hanno detto, più o meno all’unisono, il partito dei Tory capitanati dal premier David Cameron, il partito laburista con il suo leader, Ed Miliband, e persino i liberaldemocratici, guidati da quel Nick Clegg che è anche vice premier e che raramente prende una posizione su temi nazionali, preferendo discorsi e temi europeisti. Per il premier scozzese Alex Salmond (la Scozia già da anni ha un suo parlamento e uno suo governo, pur all’interno del Regno Unito) e per il suo Scottish National Party è una questione di vita o di morte, la battaglia di una vita, la conclusione di un lungo percorso partito decenni fa e che si conclude anche per “gentile concessione” di Londra.
Che avrebbe comunque potuto escogitare un modo per impedire il referendum, non facendolo.
Ma a Holyrood, la collina di Edimburgo dove ha sede la politica scozzese, ne sono convinti: questa non è la conclusione, ma è solo l’inizio di una nuova stagione di indipendenza, in cui il popolo più fiero della Gran Bretagna potrà finalmente correre sulle sue gambe.
A quali condizioni, però, nel caso dovesse passare il referendum?
Salmond pochi giorni fa ha detto: “Saremo orgogliosi di avere la regina Elisabetta II come nostra sovrana”. Esclusa quindi, nonostante in passato se ne sia parlato più di una volta, la costituzione di una repubblica.
I temi sono anche altri, chiaramente. Dal futuro della sterlina al petrolio, dai rapporti con l’Ue fino al whisky, vanto e ricchezza nazionale.
Il settore finanziario e la moneta
Al momento, Edimburgo è la seconda capitale finanziaria del Regno Unito, per un settore che vale circa il 9% del valore economico prodotto in Scozia.
Certo, il comparto manufatturiero continua a farla da padrone, ma solo nel 2009, poco prima che gli effetti dell’ultima crisi cominciassero a sentirsi, si arrivò a prevedere un imminente sorpasso su tutte le altre voci dell’economia scozzese proprio da parte della finanza.
In Scozia hanno sede la Royal Bank of Scotland (Rbs), forte di 300 anni di storia, e anche la Lloyds, nazionalizzata al 25%, ha qui gran parte delle sue attività .
Eppure, con la “minaccia” dell’indipendenza sul collo, molte realtà finanziarie hanno promesso, in caso di vittoria dei “Sì”, di spostare la loro sede a Londra.
Compresa quella Rbs ora all’81% in mano allo Stato. I motivi sono chiari: troppa incertezza per la moneta, mancata chiarezza su quali regole governeranno banche e attività finanziarie, il peso del governo centrale di Londra (anche in termini di azionariato) e soprattutto il timore di entrare a far parte di una nazione di soli 5 milioni di abitanti.
Certo, molto più ricca rispetto ad altri Paesi europei di simile grandezza e popolazione. Ma pur sempre ininfluente sui mercati europei e mondiali.
Il capitale prenderebbe il volo e quei 466 miliardi di sterline di valori in mano a banche e attività finanziarie scozzesi (circa 590 miliardi di euro) si ridurrebbero di molto, visto che solo 46 miliardi provengono da investitori, correntisti, risparmiatori e aziende scozzesi. Poi, la sterlina. Tenerla oppure no? E, in caso negativo, adottare l’euro?
Salmond vorrebbe mantenere il pound, Londra risponde che non avrebbe senso ma alterna secchi “no” a più teneri “vedremo”.
Di sicuro, un’unione monetaria sarebbe “difficilmente realizzabile”, come ha detto il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney.
La Scozia dovrebbe infatti accantonare enormi riserve monetarie per poter continuare a usare la sterlina britannica.
Soldi che non saprebbe dove trovare, visto che gran parte dei proventi del petrolio non rientra nell’economia scozzese, andando invece a ingrassare le società energetiche.
Il whisky, a rischio una manna per le esportazioni
Un’industria che dà lavoro, direttamente, a 35mila dipendenti, dando da vivere alle loro famiglie (circa 100mila persone in totale) e in più va considerato l’indotto.
Il whisky scozzese, che fece le sue fortune grazie ai film di Hollywood, rappresenta l’85% delle esportazioni agroalimentari scozzesi, in un’area poco fortunata dal punto di vista climatico e dove, comunque, anche il cereale per la produzione di questa bevanda alcolica deve essere importato dall’Europa del sud.
Il whisky porta alla Scozia 4,3 miliardi di sterline all’anno (circa 5,5 miliardi di euro), ma nelle ultime settimane le aziende produttrici si sono ribellate all’idea dell’indipendenza. Centinaia di produttori di whisky hanno lanciato petizioni e raccolte firme, per scongiurare il rischio di un affossamento dell’industria.
E non è detto che, giovedì prossimo, sia proprio il loro voto (e quello dei loro dipendenti e famiglie) a condizionare l’esito del referendum.
Il mercato del whisky è al 90% internazionale: soprattutto India, Stati Uniti e altri paesi che hanno avuto legami con l’impero britannico.
Il problema è che, con una Scozia almeno temporaneamente al di fuori dell’Unione europea, verrebbero meno quelle agevolazioni fiscali fra paesi importatori di whisky e Ue che finora hanno fatto ricca l’industria.
Ancora, si teme che l’uscita dalla sterlina possa far aumentare il prezzo alla produzione, anche perchè, appunto, gran parte dei cereali arrivano proprio dall’Unione europea. Infine, questione di non poco conto, verrebbe meno quella grande opera di promozione svolta dalle ambasciate britanniche in tutto il mondo.
Il petrolio, oro nero o maledizione?
Il Mare del Nord è ricco, ricchissimo di petrolio. Ma quanto durerà ?
Nelle ultime settimane, la lotta attorno al petrolio è stata anche una guerra di previsioni. C’è chi dice che durerà al massimo fino al 2040, chi, ancora, sostiene che — con grande gioia degli indipendentisti — circa cento nuovi giacimenti debbano essere ancora scoperti. British Petroleum (Bp), che in questi mari la fa da padrona, ha detto che l’indipendenza sarebbe una follia.
I già alti costi per l’estrazione del petrolio scozzese non farebbero altro che crescere, questa la tesi delle aziende del settore.
Mettendo a rischio una parte di economia di Edimburgo che si basa proprio sull’oro nero. Per esempio Aberdeen, città nel nord della Scozia seduta su un mare di petrolio, è al momento il centro urbano britannico con il più alto Pil pro capite.
Un report di pochi mesi fa la definiva come il miglior luogo per avere fortuna, dopo Londra chiaramente, nel Regno Unito.
Ma le aziende, appunto, temono che tutta questa manna possa finire.
Il problema principale per gli scozzesi — ed è anche su questo che puntano gli indipendentisti — è che solo una minima parte dei proventi dal petrolio va a finanziare il welfare e lo stato sociale di quest’area.
Non per niente Aberdeen registra anche la più grande sproporzione e la minore redistribuzione di reddito fra lavoratori. E redistribuire i proventi, di questi tempi, è l’ultima preoccupazione di Londra. Così la battaglia del petrolio potrebbe essere una maledizione per gli “unionisti”.
Anni di politiche sbagliate potrebbero portare gli scozzesi a votare per l’indipendenza.
Le ragioni degli scozzesi
Le ragioni degli indipendentisti sono riassumibili in una semplice dichiarazione, quella che John Swinney, uno dei pezzi grossi dello Scottish National Party, ha fatto al Guardian pochi giorni fa: “Penso che faremo un lavoro migliore governandoci da soli invece che subire decisioni prese dal governo britannico”.
Un discorso che non fa una piega ma che si basa anche su convinzioni più forti. Innanzitutto, la Scozia vuole uscire dai fantasmi della deindustrializzazione degli anni Ottanta, voluta anche e soprattutto da Margaret Thatcher, ancora odiatissima a nord.
C’è la convinzione, fra Glasgow ed Edimburgo, che dopo di lei nessuno degli esecutivi di Londra abbia mai fatto abbastanza.
Poi c’è il discorso del petrolio. I proventi non sono mai stati utilizzati per alleviare il disagio dei fuoriusciti dalle miniere e dalle industrie pesanti.
Anche qui Londra avrebbe le sue colpe, secondo gli indipendentisti, che sono convinti di poter porre rimedio quando, finalmente, avranno in mano le industrie dell’oro nero. Infine, c’è anche una questione di orgoglio: a Westminster, sotto il Big Ben, dove comunque la Scozia a detta di tutti gli inglesi è sovra-rappresentata, vengono prese troppe decisioni sugli scozzesi, spesso penalizzandoli.
La mancanza di una vera copertura di rete Internet superveloce nelle aree rurali, la carenza di infrastrutture come strade e ferrovie (Aberdeen non ha nemmeno una tangenziale degna di questo nome che possa alleviare il carico sull’autostrada) e il senso di trovarsi “ai confini dell’impero” che pervade gli animi degli scozzesi, soprattutto nelle Highlands e nelle isole, remano contro il potere di “Londra ladrona”.
Ogni discorso riconduce a una sindrome da figlio reietto che ora cerca di trovare la sua rivincita.
Infine, e non è cosa di poco conto, visto che è una logica comune a molti altri movimenti di opposizione europei, è in campo la questione dell’austerity.
A Edimburgo le politiche di taglio della spesa sono state molto più forti e “impattanti” che non nel resto del Regno Unito.
Il welfare è sempre stato un pozzo senza fondo nelle aree più povere della Scozia. E Londra, chiaramente, ha iniziato a tagliare proprio da lì. Il Paese ora vuole riprendere in mano il suo presente e cercare di costruirsi un futuro.
Fuori o dentro l’Unione europea, alla fine, non importa più di tanto. Chiaramente, Salmond vorrebbe entrare nel recinto comunitario il prima possibile, anche se Paesi come Spagna e Belgio, alle prese con movimenti indipendentisti molto forti e arrabbiati, potrebbero porre il loro veto e, nel caso, servirebbero molti anni a Edimburgo per potersi associare a Bruxelles.
Ma, appunto, anche senza l’Unione europea la Scozia aspira a diventare “un mix fra Norvegia e Arabia Saudita”, come diversi esponenti dello Scottish National Party hanno detto più volte.
Ricchezza e welfare norvegese (Paese fuori dall’Ue), rigore e controllo saudita. Insomma, una nuova nazione di sinistra ma anche con regole ferree e stringenti.
Ora, si attende solo il risultato delle urne
Daniele Guido Gessa
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
PRESENTATA LA SQUADRA: IL FALCO KATAINEN ALLA VICEPRESIDENZA SARA’ IL SUPERVISORE DI TUTTI I PORTAFOGLI ECONOMICI… SCONFITTI I FAUTORI DELLA FLESSIBILITA’
Hollande dirà di aver vinto la sua battaglia per la flessibilità , avendo posto a guardia delle politiche
economiche il fido Moscovici.
E lo stesso diranno i falchi radunati intorno a Katainen, dal momento che dall’alto della vicepresidenza (aiutato in questo ruolo dall’altro popolare Dombrovskis) potranno frenare eventuali eccessi anti-austerity.
Su un altro piano, Renzi vanterà di avere uno scranno molto vicino al presidente e con potere di veto (sperando così di pesare su tutti i dossier, non solo sugli Esteri).
I popolari saranno felici di avere mantenuto il grosso delle poltrone più importanti, mentre i socialisti diranno di avere ottenuto un posto in più rispetto all’esecutivo Barroso, oltre al primo vicepresidente Timmermans.
Insomma, tutti (o comunque i principali attori) si dichiareranno vincitori.
Ma dalla guerra sotterranea che si è combattuta a Bruxelles nelle ultime settimane, il vero trionfatore, stando a quanto dicono dalle parti del Berlaymont e non solo, è lui, Jean-Claude Juncker.
Anche se c’è chi sottolinea come il successo vada diviso ancora una volta con lei, Angela Merkel, sua big sponsor fin dalla convention dei popolari di Dublino che lo ha lanciato verso la presidenza dell’esecutivo Ue.
In effetti, guardando più all’assetto che alle nomine in sè, la nuova Commissione sembra disegnata apposta per imbrigliare falchi e colombe (e più in generale, per congelare le posizioni meno conciliabili), lasciando a Juncker il potere di far pendere l’ago della bilancia da un lato piuttosto che dall’altro.
Il tutto grazie ai sette vicepresidenti che “coordineranno” il lavoro dei commissari: niente “supervisione”, ha tenuto a precisare il nuovo capo del Berlaymont, ma ogni vice avrà una serie di portafogli con cui lavorerà “a stretto contatto”.
Nonostante queste rassicurazioni, i vicepresidenti avranno di fatto il potere di veto e seguiranno da vicino le mosse dei commissari. “I commissari saranno una sorta di team player”, dicono a Bruxelles i più informati.
Si prenda, a esempio, la materia più delicata, quella dell’economia.
Parigi oggi esulta, perchè il ministro di Hollande, Pierre Moscovici, ha ottenuto l’incarico di commissario agli Affari economici e finanziari, finora ricoperto dai custodi del rigore.
Custodi che sono stati “accontentati” con due vicepresidenze di peso: Occupazione e crescita con il falco Katainen ed Euro e dialogo sociale con il popolare lettone Dombrovskis.
Inoltre, quando si parlerà di crescita, il team di lavoro vedrà anche un’altra esponente popolare al tavolo, la belga Thyssen.
I socialisti potrebbero obiettare che sopra questo reticolo di competenze, Juncker ha posto il laburista olandese Timmermans, il primo vicepresidente che avrà poteri speciali e che sarà il braccio destro del lussemburghese.
Ma chi conosce bene i laburisti olandesi, sa che, quando di parla di rigore, le loro posizioni sono più vicine ai falchi che alle colombe.
Ecco perchè, come in molti tengono a sottolineare a Bruxelles, lo schema sembra disegnato apposta per annullare le singole posizioni e dare a Juncker di volta in volta la chiave per sbloccare eventuali stalli.
“Gli stessi direttori generali della Commissione — dicono al Berlaymont — che hanno un potere invisibile ma efficace nell’indirizzare le politiche Ue, si troveranno a dover scegliere se essere ‘fedeli’ al commissario o al ‘vicepresidente’”.
E nel dubbio, non è detto che non indirizzino la loro “lealtà ” direttamente al capo, cioè a Juncker.
Dunque, per il neo presidente dell’esecutivo europeo sembra profilarsi una sorta di “premierato” forte, che si vedrà solo col tempo quanto autonomo dai dettami di Berlino.
Non a caso, oggi la cancelliera Merkel ha elogiato l’approccio della nuova Commissione, escludendo qualsiasi allentamento dell’austerità : passi indietro in materia di rigore di bilancio “rappresenterebbero un enorme rischio per la ripresa” dell’Eurozona, ha detto.
Parole che fanno eco a quelle dello stesso Juncker, che oggi in conferenza, a proposito di Moscovici, ha detto con una battuta: “forse gli amici francesi capiranno meglio la necessità del consolidamento dei conti”.
Per il governo Renzi (e i suoi alleati europei del “patto del tortellino”), la strada verso un cambio di rotta dell’Ue su flessibilità e crescita sembra più che in salita.
Dopo la festa per la nomina della Mogherini agli Esteri, oggi Renzi si trova a incassare una sorta di depotenziamento del ruolo della sua ministra: negli ambienti italiani, infatti, ci si aspettava che la prima vicepresidenza (quella più pesante) andasse a lei e non a Timmermans (il laburista diversamente socialista, per usare un gioco di parole).
La Mogherini avrà comunque un ruolo importante, con tanto di potere di veto. Ma la sua presenza ai tavoli collegiali non sarà assidua.
“Sono felice che la Mogherini abbia deciso di insediare il suo ufficio al Berlaymont. Farà di tutto per partecipare al maggior numero possibile di riunioni”, ha detto Juncker.
Con la speranza, per l’Italia, che una crisi internazionale non la tenga lontana da Bruxelles nei momenti più delicati.
Parlando di sconfitte, si può aggiungere quella della Gran Bretagna: Cameron aveva posto il veto su Juncker, che lo ha ricambiato dando al britannico conservatore Hill un portafoglio importante (la stabilità finanziaria) ma depotenziato: “Spero che gli amici britannici ora capiscano un po’ meglio la logica europea dei servizi finanziari e le sue necessità , se gliela spiegano nella lingua di Shakespeare”, ha ironizzato il neo presidente.
Un’ironia che la dice lunga sul personaggio, ma anche sulla sua sicurezza dopo queste settimane di intense trattative.
Al Parlamento, cui spetterà l’ok finale sulle nomine, qualcuno proverà a scalfire le certezze del lussemburghese.
A rischio potrebbero essere i commissari Canete (popolare spagnolo alla guida del Clima) e l’ungherese Navracsics.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
TRA DIECI GIORNI POTREBBE NON ESISTERE PIU’ IL REGNO UNITO
Fa impressione pensarci: tra dieci giorni potrebbe non esistere più il Regno Unito. Nè la Gran Bretagna.
Resterebbe una Grande Inghilterra, ma sarebbe un’altra cosa. Metà dell’attuale territorio britannico potrebbe staccarsi da Londra.
Un’eventualità che, a giudizio di molti, gli inglesi non hanno preso molto sul serio. Di sicuro hanno fatto poco per mostrare il loro amore per l’Unione che resiste dal 1707.
Giusta flemma o calcoli sbagliati: tra poco vedremo. Bisogna dar atto ai britannici di aver affrontato un passaggio storico con grande civiltà .
Gli Unionisti hanno parlato al cervello e al portafoglio. Gli Indipendentisti si sono concentrati su quanto sta nel mezzo: fegato e cuore.
Ha riassunto The Economist (favorevole all’Unione): «La campagna per il “no” è una macchina, la campagna per il “sì” è un carnevale».
Ma gli scozzesi non sono inglesi. La festa potrebbe vincere sulla testa.
Inghilterra e Scozia. Chi le conosce sa che sono due nazioni vere.
Due storie, due bandiere, due nazionali di calcio, due caratteri, due modi di vedere se stessi e il mondo.
Solo in Belgio e in Spagna, forse, esistono differenze così marcate all’interno dello stesso Stato. In Italia, certamente no.
Se non siamo arrivati neppure vicini all’indipendenza della Padania è perchè la Padania non è mai esistita, se non nelle fantasie postprandiali di Umberto Bossi.
La Scozia esiste e resiste. Le pressioni per restare all’interno del Regno Unito sono state poco visibili, per nulla passionali, ma robuste.
La proposta, da parte del governo centrale, di mantenere il controllo sulle entrati fiscali è una tentazione difficile da respingere.
Ma potrebbe non bastare, come suggeriscono i sondaggi in queste ore.
Il cuore sente ragioni che la carta di credito non conosce. Saranno le emozioni a decidere questa partita storica (per una volta l’aggettivo non è abusato).
Per uno Stato che della propria tranquilla razionalità fa un punto d’onore, potrebbe scattare la legge del contrappasso.
Comunque vada, in Scozia una minoranza appassionata è riuscita a scuotere una maggioranza compassata.
È impressionante ciò che è accaduto tra gli elettori laburisti.
Secondo i sondaggi, quelli favorevoli all’indipendenza sono passati in poche settimane dal 18% al 30%.
Sorprendente? Solo chi non è mai stato in Scozia, e non conosce uno scozzese, poteva credere che questa decisione potesse ridursi a un’approvazione compassata dello status quo.
Orgoglio e rivendicazioni, entusiasmo e timore, superiorità e inferiorità : tutto si mescola, quando si vive a lungo insieme, o molto vicini.
Viaggiando ho ritrovato sentimenti simili in Portogallo, condizionato dalla Spagna; in Nuova Zelanda, schiacciata dall’Australia; in Uruguay, la «provincia orientale» legata all’immensa Argentina.
Ma questi tre Paesi sono indipendenti. La Scozia può decidere se diventarlo.
Immaginate le discussioni nelle case di Edimburgo, di Glasgow e di Aberdeen, in queste ore.
È come se la storia, dopo oltre tre secoli, tornasse a bussare alla porta. Bisogna aprire, e dirle qualcosa. Non si può ignorare e lasciare là fuori.
Nessuno, a questo punto, sa come andrà a finire. Si può solo tirare a indovinare.
Dovessi scommettere una birra in un pub, direi: vinceranno, di misura, i «sì» all’indipendenza.
Il cuore oltre l’ostacolo. Poi non sarà facile, certo.
Ma ci sarà l’Europa dei popoli ad aiutare. Perchè gli scozzesi, come gli inglesi, sono europei. Ma, a differenza di questi ultimi, lo sanno.
Beppe Severgnini
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Settembre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
ALTRO CHE VITTORIA DELL’ITALIA… I TRE COSTI CHE HA DOVUTO PAGARE IL NOSTRO PAESE
Alea iacta est! Il dado è tratto e il nuovo commissario per la Politica Estera è stato scelto dai Capi di Stato e/o
di governo europei. Anzi, “è stata scelta”, visto che si tratta di una donna.
“Lady Pesc” succede così a ” Lady Pesc”, in una continuità che speriamo si limiti solo al sesso, considerato il livello bassissimo delle prestazioni fornite da Lady Ashton nel corso del precedente mandato.
La prescelta, ancora in attesa dell’indispensabile conferma da parte del Parlamento Europeo, è il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, candidata dal nostro presidente del Consiglio e accettata dagli altri responsabili soltanto dopo dure e prolungate polemiche imperniate sul fatto che la Mogherini veniva considerata priva della necessaria esperienza nel settore della politica estera, nonchè troppo filorussa per i gusti dei paesi del Nord e soprattutto dell’Est europeo
Si è così generato un vero e proprio stallo che ha finito col ritardare di circa un mese la definizione dei nuovi titolari delle cariche europee in rinnovo ed è stato superato soltanto dopo lunghe trattative, centrate sul do ut des, che hanno coinvolto tutti i responsabili.
Alla fine, comunque, la Mogherini ha prevalso. Un fatto che a prima vista costituisce un’indubbia vittoria dell’Italia che si trova ora ad avere due suoi funzionari, il governatore della Bce Mario Draghi e la neo-eletta Lady Pesc, al vertice delle istituzioni europee.
La sensazione di “vittoria nazionale ” è stata accresciuta dal modo in cui la nomina è stata accolta e salutata dalla nostra stampa, pronta a osannare il successo raggiunto, se non addirittura ad indicarlo come un trionfo personale del nostro giovane e iperattivo presidente del Consiglio.
In questo clima nessuno si è posto il problema di impostare un corretto bilancio, valutando quanto la nomina della Mogherini sia costata alla Italia e decidendo soltanto dopo un confronto fra profitti e perdite se l’elezione della nostra candidata possa essere considerata una vera vittoria o non sia invece, se non una sconfitta, perlomeno una vittoria di Pirro.
La scelta del ministro degli Esteri per la carica di Commissario ha infatti comportato per il nostro Paese costi in tre settori che, pur essendo ben diversi l’uno dall’altro, hanno finito con l’addizionarsi, configurando un totale negativo di tutto rispetto.
Il primo è il costo di ciò che avremmo potuto avere e a cui abbiamo rinunciato ostinandoci a mantenere sul tavolo la nostra proposta iniziale.
In parecchi momenti della trattativa è apparso chiaro che i nostri interlocutori erano disposti a offrirci, qualora avessimo rinunciato alla carica Pesc, il posto di presidente dell’Unione – fino a ieri occupato da Van Rompuy – per Enrico Letta.
Veniva inoltre fatta balenare la possibilità di concedere all’Italia anche quello di Commissario alle politiche agricole, per cui avevamo una potenziale candidatura considerata tecnicamente fortissima: quella di Paolo de Castro, ex ministro della Agricoltura e attuale presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo.
La scelta Mogherini ci è quindi costata, ed è questo il primo punto, il posto di presidente del Consiglio Europeo e quello di commissario alle Politiche Agricole, un posto di tutto rilievo in quanto comporta la gestione di circa il 50% del bilancio dell’Unione.
Il secondo costo è quanto abbiamo pagato nel do ut des derivante dalla necessità di acquisire il supporto – soprattutto dei paesi maggiori – per l’elezione della Mogherini.
È un costo difficile se non impossibile da valutare nel dettaglio, visto che i particolari delle trattative sono – e resteranno – noti soltanto al presidente del Consiglio, al ministro degli Esteri e ai loro “sherpa”, cioè proprio alle persone che meno hanno interesse a pubblicizzarli
Di sicuro però possiamo riscontrare come, alla fine del valzer delle nomine, la Germania si sia garantita – attraverso la scelta già avvenuta di Juncker e Tusk e quella, per ora solo probabile, dello spagnolo de Guindos – il pieno rispetto di quella politica dell’austerity che le è cara e che l’Italia invece vorrebbe modificare in molti dei suoi aspetti.
Un secondo costo quindi per il nostro paese; un costo che può rivelarsi particolarmente pesante.
Il terzo costo infine è quello che la nostra politica e la nostra economia dovranno pagare allorchè la Mogherini e di conseguenza il nostro governo saranno costretti ad allinearsi su posizioni che avremmo rifiutato per evitare di dare nuova voce alle accuse di essere eccessivamente filo-russi.
Nella complessa partita a scacchi che si gioca attualmente fra Russia e Unione Europea, e che ha come posta il futuro dell’Ucraina, i nostri interessi coincidono infatti solo in parte con quelli dei consoci europei del Nord e dell’Est.
Se li seguiamo senza temperarne l’iniziativa rischiamo quindi di trovarci in situazioni di cui subiremmo tutti gli svantaggi senza condividerne i guadagni.
Un terzo costo di cui potremo riparlare questo inverno, magari in presenza di forti difficoltà nel rifornimento del gas indispensabile al nostro paese.
Tre costi che si sommano l’uno all’altro, per un totale che si intravede già come considerevole.
Giuseppe Cucchi
(da “Limes”)
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Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile
LA FOLGORANTE CARRIERA DELLA MOGHERINI, SFRUTTANDO CORRENTI E RELAZIONI PERSONALI… PRIMA CON D’ALEMA, POI CON VELTRONI CHE PROMOSSE ANCHE IL MARITO, POI CON FRANCESCHINI, QUINDI CON BERSANI PER FINIRE CON RENZI SU CUI SPARAVA A ZERO
Il suo nome era stato la vera sorpresa della lista dei 16 ministri del Governo Renzi. Ma anche quello che
ha fatto discutere Napolitano, che avrebbe preferito la conferma di Emma Bonino, e Renzi di cui invece è donna fidata.
Federica Mogherini, 40 anni, responsabile Europa e Affari Internazionali della segreteria del PD, ministro degli Esteri per sei mesi, da ieri sera Lady Pesc.
Il suo nome è stato fatto pubblicamente la prima volta da Renzi all’inizio dell’ultima direzione del partito, quella della sfiducia al Governo Letta, per ringraziarla del lavoro fatto a Bruxelles per l’ingresso del Pd nel Pse europeo.
Da allora è stata sulla rampa di lancio e ha spuntato incarichi di prima grandezza, accompagnati sempre da freddezza e riserve — sia in Italia che all’estero — soprattutto (ma non solo) per la mancanza di competenze specifiche nel ruolo e un curriculum tutto dentro il partito, che rispecchia il classico cursus honorum dei funzionari di una volta.
Prestando sempre il fianco alla corrente dominante del momento, fino alla partenza per l’Europa.
Nel caso degli Esteri, il ruolo si è tradotto in una continuità senza svolte sul caso Marò, da qualche (timido) tentativo di fare spending review alla Farnesina, dalla riforma della Cooperazione già istruita dal governo Letta e dalla decisione di inviare armi ai curdi.
Qualche polemica, ma il peso dell’Italia in politica estera non sembra aumentato.
E tuttavia per il ministro italiano si spalancano ora — dopo un lungo braccio di ferro tra governi — le porte dell’Europa, con la carica di Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e di sicurezza comune (Pesc).
Una nomina quasi imposta ai partner europei, sulla quale Renzi ha messo la faccia e ingaggiato un lungo braccio di ferro con gli altri capi di governo, fino a sfidare l’aperta resistenza dei Paesi dell’Est perplessi di fronte all’atteggiamento di amicizia apertamente espresso dalla Mogherini alla Russia di Putin.
Le resistenze sono crollate solo grazie a un accordo di scambio sulla presidenza dell’Unione a favore del polacco Tusk.
Tutto per equilibrare e assecondare la pretesa italiana che ha di fatto complicato per mesi il puzzle.
L’ostinazione di Renzi era parsa tanto più “curiosa” alla luce dell’inconsistenza dell’incarico.
La poltrona in pallio è solo di alta rappresentanza, sopratutto in un’Europa in cui nessuno cede la politica estera.
Ma il contorno, secondo le analisi che hanno cercato di codificare l’impuntatura del governo italiano, sarebbe in realtà il piatto forte.
Perchè mr Pesc, fanno notare, è anche vicepresidente della Commissione e partecipa alle riunioni del Consiglio.
Sul suo tavolo, dunque, passerebbero i dossier europei che interessano a Renzi.
Una lettura meno benevola guarda invece a un’altra storia.
Fatta di poca strategia e di tante “appartenenze”, di strappi e cuciture consumati tutti dentro al Pd.
Altro che politica estera dell’Unione.
Intanto con lei Renzi riesce laddove Massimo D’Alema fallì. Cinque anni fa l’ex premier, anche lui fresco di una breve parentesi agli Esteri, era in lizza per il ruolo di ministro degli Esteri dell’Unione.
Alla fine, nel gioco delle nazioni e dei veti incrociati, la spuntò Catherine Ashton.
A compromettere la candidatura italiana, si disse allora, era stata una foto di Ferragosto del 2009 che lo ritraeva a passeggio col deputato Hezbollah Hussein Haji Hassan, mentre si aggirava per le strade di Beirut bombardata da Israele.
Cinque anni dopo il nome di D’Alema è balenato ancora nell’aria, per poi dissolversi nel vento, a favore di quello della Mogherini.
Ma anche lei , in realtà , ha la sua foto ricordo che fa storcere il naso, ma stavolta non è bastata a comprometterne il “prestigio”.
Appena nominata ministro circolò in rete uno scatto che la ritraeva accanto al leader palestinese Arafat. Risale probabilmente agli anni della Seconda intifada, quando il PD manteneva le posizioni filo-arabe e terzomondiste di derivazione Pci.
Era il tempo della militanza nella Sinistra giovanile negli anni universitari, del lavoro al dipartimento Esteri ai tempi della segreteria Fassino (prima come responsabile del rapporto coi movimenti poi come coordinatrice), l’ingresso nel Consiglio nazionale dei Ds, la direzione.
E infine, col Pd, l’approdo in segreteria con Walter Veltroni e Dario Franceschini nel ruolo di responsabile Istituzioni (agli Esteri c’era il suo attuale vice alla Farnesina, Lapo Pistelli).
Ne ha fatta di strada, Federica Mogherini. Ad aiutata nella corsa anche il marito, Matteo Rebesani, compagno di militanza politica e poi assistente di Walter Veltroni in Campidoglio, che lo volle a capo dell’Ufficio relazioni internazionali del comune di Roma.
E dove — grazie anche alla grandeur dell’allora sindaco — ebbe modo di spaziare dai diritti umani alla cooperazione fino ai summit coi premi Nobel e la visita del Dalai Lama.
Come racconta il Corriere, del resto, il rapporto con Veltroni era suggellato anche da una lunga amicizia di Isa Mogherini, la zia di Federica, con la madre di Walter.
Tutti ingredienti che hanno avuto certo un peso anche nell’approdo parlamentare, culminato nel 2008 con l’elezione a 35 anni a Montecitorio e la presidenza della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della Nato.
La carriera si accompagna alle capacità di navigare tra le correnti.
Prima, come detto, dalemiana, poi vetroniana, franceschiniana, poi sostenitrice di Bersani e adesso di Renzi. Adesso.
Perchè prima di adeguarsi alla corrente, con il sindaco di Firenze ancora rottamatore, non si curò di sparargli contro al motto “Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera… non arriva alla sufficienza” (28 novembre 2012). Ma furono gli ultimi colpi perchè l’avanzata del sindaco l’ha portata a più miti consigli.
E da allora per lei è stata “la svolta buona”.
Da oggi si smetterà , forse, di parlare di Lady Pesc e si tornerà a Roma.
Perchè la nomina della Mogherini a Bruxelles libera una casella importante nel governo e quella poltrona vuota potrebbe avviare il valzer ministeriale di cui si vocifera da settimane.
In predicato di sostituirla, l’ex collega nella segreteria PD esteri e suo attuale vice alla Farnesina, Lapo Pistelli.
Ma su questo pesa il diktat di Renzi sulle quote rosa, per cui si è fatta l’ipotesi di coprire la casella facendo traslocare dalla Difesa Roberta Pinotti e mettendo l’ex sottosegretario Marta Dassù alla Farnesina.
E’ fatale, a questo punto, che il risiko per Bruxelles ne spalanchi uno a Roma.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile
LA RUSSIA RALLENTA L’ECONOMIA TEDESCA E SPIANA LA STRADA ALLA NOMINA DELLA MOGHERINI IN EUROPA
L’ultimo indizio è arrivato nel pomeriggio direttamente da Jean Claude Juncker.
Nella prossima Commissione, ha spiegato il nuovo presidente, le donne “sono notevolmente meno degli uomini” ma verranno ricompensati con “portafogli importanti o uno o due posti di miei vice”.
A uno di questi punta da tempo Federica Mogherini, in corsa per la poltrona di Alto Rappresentante per la Politica Estera, e l’evoluzione del contesto geopolitico, con le sue ricadute sulle economie regionali dell’Eurozona, potrebbe darle la spinta definitiva.
Questo suggerisce l’ultimo, ennesimo, segnale di allarme che arriva dalla Germania: la flessione più pesante delle attese dell’indice IFO sulla fiducia delle imprese tedesche.
Indice spinto al ribasso soprattutto dalla crisi in Ucraina e dalle sanzioni contro la Russia che rischiano di mettere in seria difficoltà le esportazioni del Paese verso Mosca, uno dei maggiori partner commerciali della Germania.
Secondo l’Istituto nazionale di statistica, un impresa su dieci, tra quelle che hanno rapporti commerciali con l’estero, vende prodotti in Russia.
Secondo un report di Deutsche Bank, tra le principali economie europee, in termini assoluti e non percentuali, l’economia tedesca è quella che sarebbe più penalizzata da un peggioramento dei rapporti tra i due Paesi.
Le esportazioni verso la Russia costituiscono circa il 3,1% del totale (contro il 2,1 della Francia e il 2,6 dell’Italia) e valgono circa 1,5 punti percentuali di Pil.
Numeri da riscrivere ora che le sanzioni cominciano a sortire i loro effetti.
Nei primi sei mesi dell’anno l’export verso la Russia è calato del 15,5% rispetto al 2013. Prima ancora che le misure venissero rafforzate dopo la tragedia del volo abbattuto sui cieli ucraini e prima che Mosca decidesse di mettere in pratica a sua volta le proprie controsanzioni.
Per la Germania l’impatto sull’economia rischia di essere molto pesante. Un altro report di Deutsche Bank ha previsto per l’anno una caduta delle esportazioni del 20/25%.
Numeri importanti per un Paese che ha scelto da tempo l’export come locomotiva del proprio prodotto interno lordo, segnato invece da una domanda interna e da investimenti stabilmente troppo bassi.
Quel -0,2% di frenata dell’economia tedesca nel secondo trimestre comunicato dall’Istituto di statistica nazionale, seppur temporaneo e ancora non condizionato eccessivamente dal peso delle sanzioni, ha offerto un ulteriore elemento di preoccupazione.
A marzo la principale banca tedesca calcolava un possibile impatto negativo di 0,5 punti sulla crescita del Paese nel caso in cui il calo delle esportazioni raggiungesse il 30%. Una batosta per un’economia che, malgrado il passo falso del secondo trimestre, confida ancora di potere crescere — secondo le stime dell’Istat tedesco — dell’1,8% entro la fine dell’anno. Forse, ed è quello che lasciano intendere anche le borse oggi, anche grazie alla spinta delle “misure non convenzionali” annunciate qualche giorno fa da Mario Draghi e di cui anche la Germania potrebbe giovare.
È in questo quadro che si incastra la partita delle nomine Ue ed è in questo intreccio che il nome di Federica Mogherini potrebbe essere vista con un occhio diverso da Berlino.
Il ministro degli esteri italiano, osteggiato da una parte dei paesi dell’Est proprio perchè considerata eccessivamente filorussa, ora potrebbe tornare non così sgradita proprio ad un altro dei suoi principali detrattori iniziali, la Germania, ora preoccupata dall’impatto sulla propria economia delle sanzioni alla Russia.
Dopo settimane di abboccamenti, il valzer delle prese di posizioni ufficiali l’ha fatto partire oggi Angela Merkel, annunciando di sostenere la nomina di Luis de Guindos, spagnolo e popolare, a capo dell’Eurogruppo.
Sul fronte interno dal sottosegretario alla presidenza Sandro Gozi, plenipotenziario del governo nella trattativa con Bruxelles, è arrivato invece l’endorsement ufficiale per il francese Pierre Moscovici, in pole position per il posto di sostituto di Olli Rehn come Commissario agli Affari Economici e Monetari.
Condizioni che fanno salire le quotazioni di Federica Mogherini al posto della baronessa Ashton dopo la costituzione dell’asse Roma-Parigi per sponsorizzare reciprocamente le proprie candidature.
E persino il settimanale Der Spiegel, che soltanto un mese fa era arrivato a definire “sconsiderata” la candidatura della Mogherini ora si trova a riconoscere che ad oggi “è considerata la favorita per la successione della britannica Catherine Ashton”. Qualcosa è cambiato a Berlino e dintorni, e il ministro italiano, alla fine dei conti, si può rivelare un’opzione favorevole anche per Angela Merkel.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile
IN UN EDITORIALE L’ANTIEUROPEISTA EVANS-PRITCHARD INVITA A “SCARICARE L’EURO PER SALVARE L’ITALIA”
“Il solo modo possibile per tener fede alla sua promessa di un Risorgimento per l’Italia, e forgiare il
proprio mito, è scommettere tutto sulla lira”.
L’invito al premier italiano Matteo Renzi arriva dalle colonne del britannico Telegraph.
A firmarlo l’editorialista anti-europeista Ambrose Evans-Pritchard, convinto che l’unica chance dell’Italia per uscire dalla depressione in cui versa “da quasi sei anni” (salvo qualche “falso risveglio”) sia abbandonare l’euro.
Secondo Evans-Pritchard, infatti, è “un fatto incontrovertibile che i 14 anni di disastro italiano coincidano con l’adesione alla moneta unica”.
E anche se “questo non prova il rapporto di causa-effetto”, “suggerisce che l’unione monetaria abbia innescato una dinamica molto distruttiva” ed “è un forte indizio del fatto che ora l’unione impedisce al Paese di uscire dalla trappola”.
A sostegno della sua tesi il giornalista specializzato in economia internazionale cita il recente rapporto di Moody’s che prevede per quest’anno un calo del Pil italiano dello 0,1%, i dati della Banca d’Italia sulla stagnazione del mercato immobiliare e il livello del debito, salito al 135,6% del Pil.
“Il rapporto — sostiene Evans-Pritchard — potrebbe spingersi verso il 140% entro la fine dell’anno, acque inesplorate per un Paese che di fatto prende a prestito in marchi tedeschi. ‘Nessuno sa quando il mercato reagirà ‘, dice un banchiere”.
La conseguenza, stando all’articolo, è che “il premier Matteo Renzi dovrà fare tagli tra i 20 e i 25 miliardi di euro per rispettare gli obiettivi europei di deficit, perpetuando il circolo vizioso”. Ma “il compito è disperato.
Uno studio del think-tank Bruegel ha trovato che l’Italia dovrebbe ottenere un surplus primario di 5 punti percentuali di Pil per stabilizzare il debito se l’inflazione fosse al 2%.
Con l’inflazione a zero, i punti di Pil diventano 7,8.
Ogni tentativo di centrare quell’obiettivo porterebbe a una controproducente implosione dell’economia italiana”.
L’articolo del Telegraph, che da tempo pronostica la prossima “fine dell’euro”, cita poi l’economista indiano ed ex funzionario del Fondo monetario Ashoka Mody, che ora lavora al Bruegel, secondo il quale le autorità italiane dovrebbero iniziare a consultare “brillanti avvocati esperti in debito sovrano per assicurare una ristrutturazione ordinata del debito“.
Evans-Pritchard ricorda anche l’invito lanciato di recente da Eugenio Scalfari su Repubblica: “L’Italia si sottoponga al controllo della troika”.
“Mr Scalfari sembra pensare che la democrazia italiana debba essere sospesa per salvare l’euro”, deduce il giornalista.
“Il giovane Mr Renzi potrebbe trarre la conclusione opposta, cioè che l’euro deve essere scaricato per salvare l’Italia”.
La quale prima dell’unione monetaria, grazie alla “lira debole”, “aveva un surplus commerciale nei confronti della Germania”, mentre ora la sua “metà arretrata, soprattutto il Mezzogiorno, compete palmo a palmo con la Cina e le economie emergenti dell’Asia in settori che dipendono dai prezzi”.
A poco vale, secondo Evans-Pritchard, invocare le “riforme“: “Pochi negano che lo Stato italiano abbia bisogno di un cambiamento radicale, ma l’Italia ha anche bisogno di un ‘New Deal’ fiscale, massicci investimenti in infrastrutture e capitale umano, sostenuti da uno stimolo monetario per tirare il Paese fuori dalla sua soffocante tristezza cosmica. E Mr Renzi deve ormai sapere che questo non può essere fatto nell’ambito dell’unione monetaria”.
Ma, nota il giornalista, ora “si trova nello stesso orrendo imbarazzo di Francois Hollande in Francia. Da outsider se l’è presa con l’austerità europea, salvo poi sottomettersi senza far rumore una volta entrato in carica, perchè i suoi consiglieri gli assicuravano che la ripresa era alle porte”.
L’articolo giudica però Hollande “impossibile da salvare”, mentre “Renzi non ha ancora bruciato il suo capitale politico ed è uno scommettitore nato”.
Ora però “è da solo”, perchè “non c’è più alcuna chance che Italia e Francia possano guidare insieme una rivolta dei Paesi latini” contro il Consiglio europeo e la Banca centrale. Il consiglio del Telegraph, dunque, è di non negoziare ma “liberarsi dalla trappola dell’unione monetaria, riprendere il controllo dei suoi strumenti di sovranità e rinominare il suo debito in lire, introducendo il controllo sui movimenti di capitali finchè la situazione non si normalizza”. Secondo il giornale “non ci sarebbe un’immediata difficoltà a rifinanziarsi, perchè il Paese ha un surplus primario” e “non soffre di un eccesso di debito in senso stretto”, poichè le famiglie sono poco indebitate.
“Il problema di base è un disallineamento del tasso di cambio che crea una non necessaria crisi del debito pubblico attraverso il perverso meccanismo dell’unione monetaria”.
La scelta, conclude Evans-Pritchard, dovrà essere presa a breve, quando “la traiettoria del debito italiano entrerà nella zona di pericolo. Stavolta potrebbe non essere così chiaro che il Paese voglia essere ‘salvato’ nei termini stabiliti dall’Europa”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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