Luglio 15th, 2014 Riccardo Fucile
RINCORRERE I POPULISTI DEL MOMENTO NON PAGA: CRESCONO CONSERVATORI, LABURISTI E LIB DEM
Nel 2015 la Gran Bretagna andrà al voto.
David Cameron si gioca la riconferma, in questi 4 anni di governo il leader dei conservatori si è trovato a respingere polemiche sia interne che esterne (ultima in ordine di tempo la presa di posizione isolazionista nella partita delle nomine europee).
Tra meno di un anno dunque gli inglesi si troveranno a scegliere se continuare a dare fiducia al premier uscente oppure votare per il cambiamento.
La lotta si prevede serrata tra Conservatori e Laburisti, senza dimenticare un’incognita che risponde a un nome e a un cognome: Nigel Farage.
Il leader Ukip, il partito ultranazionalista che alle ultime Europee ha sbancato ottenendo un successo per molti (non tutti) inaspettato.
Un consenso però che non sembra più quello di un tempo.
A distanza di poco più di un mese infatti, i sondaggi pubblicate dal Guardian mostrano come Farage stia perdendo terreno e come non riesca ad avere lo stesso appeal delle elezioni Europee.
Se si andasse a votare oggi infatti, l’Ukip si dovrebbe accontentare di un misero 9 per cento, perdendo – e questa fa ancora più rumore – oltre 7 punti percentuali rispetto all’ultima rilevazione.
Dispersione di voti che va in soccorso degli altri tre big (Conservatori, Laburisti e LibDem), tutti e tre in ascesa.
Cameron più di tutti perchè riporterebbe a casa elettori delusi che alle Europee scelsero Farage ma che il prossimo anno sarebbero pronti a ridare fiducia al giovane Pm.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 15th, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER E’ ANDATO A PROPORRE UNA CANDIDATA “AMICA” DI PUTIN E I PAESI DELL’EST NON LA VOGLIONO… REAZIONE ISTERICA: “SI VOTI A MAGGIORANZA”… PERCHE’ INSISTERE SULLA MOGHERINI QUANDO L’ITALIA POTREBBE TROVARE ALTRI CANDIDATI NON COMPROMESSI CON PUTIN?
Pronti al voto a maggioranza su Federica Mogherini Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea.
Lo ha chiarito il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi, dopo la diffusione di notizie vicine al presidente designato alla Commissione Jean Claude Juncker, secondo cui il ministro degli Esteri di Roma non avrebbe il gradimento di 10-11 Paesi dell’Unione.
«Juncker è stato designato a maggioranza. A noi nessuno ha mai fatto obiezioni, se ci fossero vorrà dire che anche l’Alto rappresentante sarà designato a maggioranza», ha replicato Gozi alle indiscrezioni che segnalato obiezioni sul ruolo di ministro degli Esteri europeo a Federica Mogherini.
Per Juncker Mogherini è considerata «un buon candidato», ma, appunto, con l’opposizione chiara di dieci-undici Paesi, che le attribuiscono posizioni troppo “morbide” nei confronti della Russia .
Juncker vuole delineare la squadre dei commissari «entro fine luglio, primi di agosto», e la tessera dell’Alto rappresentante è una di quelle fondatentali per costituire il puzzle della nuova Commissione.
Il sottosegretario Gozi sottolinea con forza che «Juncker fa parte di un accordo in cui l’Alto Rappresentante va ai socialisti. Federica Mogherini ha il sostegno unanime di tutti i leader socialisti». Il sostegno dei leader socialisti, ricorda Gozi, «è stato confermato anche sabato nei contatti che i leader hanno preso».
Ma che all’interno del partito socialista si potesse scegliere un candidato più credibile nessuno lo dice.
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Luglio 14th, 2014 Riccardo Fucile
“PER IL SUO FUTURO SOGNA DI RICOPRIRE IN RUOLO INTERNAZIONALE”… IL SUCCESSORE SAREBBE IL MINISTRO DELLA DIFESA URSULA VON DER LEYEN
Fino a quando rimarrà al suo posto? Angela Merkel ricopre la carica di cancelliera ormai da nove anni. 
Solo Helmut Kohl e Konrad Adenauer hanno collezionato più anni di lei nello stesso ruolo.
Finora la cancelliera non ha mai incontrato avversari in grado di impensierirla, nè nelle vesti dei candidati socialdemocratici che nel tempo l’hanno sfidata, nè tantomeno all’interno del proprio partito, l’Unione Cristiano-Democratica (Cdu). Eppure, voci interne al suo staff, non eslcudono che la cancelliera possa compiere un passo indietro prima della fine del mandato, che scade nel 2017.
Il primato di cui Angela Merkel gode nell’elettorato tedesco è solido.
Alle ultime elezioni per il Bundestag nel settembre scorso ottenne un risultato superiore al quaranta per cento, frutto in gran parte del proprio carisma personale. L’altro contendente alla carica di cancelliere, il socialdemocratico Peer Steinbrà¼ck, finì staccato di quasi venti punti.
Al momento non sembra che esistano alternative politiche al “merkellismo”, una miscela ben combinata di conservatorismo, stato sociale e agguerrita competitività al di fuori dei confini nazionali.
Perlomeno, fino a quando non dovesse concretizzarsi l’ipotesi di una coalizione rosso rosso verde. Finora, però, il principale partito d’opposizione, la Spd, è ingabbiato nel ruolo di principale alleato di Angela Merkel e pare per nulla intenzionato a tessere i rapporti a sinistra con la Linke.
La cancelliera può dormire sonni tranquilli. Eppure, Angela Merkel, all’apice della potenza, starebbe già pianificando la sua uscita di scena.
Secondo le indiscrezioni del settimanale tedesco Der Spiegel, la cancelliera vorrebbe evitare di concludere la sua carriera con una sconfitta elettorale.
Nel giro dei suoi collaboratori più stretti si vocifera che la Merkel sarà la prima cancelliera nella storia tedesca del dopoguerra a dimettersi volontariamente prima della scadenza naturale del proprio mandato.
“L’ipotesi la stuzzica molto”, ammette un collega di partito, nonchè esponente della compagine di governo.
E, a riprova del fatto che non si tratterebbe di sole voci, lo Spiegel aggiunge che la cancelliera starebbe già lavorando personalmente alla propria successione.
Sarebbe noto anche il nome della candidata prescelta, l’attuale ministra della Difesa Ursula von der Leyen, data in pole position.
Sembra sia stata la stessa Merkel ad averla voluta nel ruolo di guida di quel ministero, da molti commentatori politici considerato un trampolino di lancio alla ben più ambiziosa carica di futura cancelliera.
Il futuro di Angela Merkel potrebbe però riservare delle sorprese.
L’idea delle dimissioni non significherebbe necessariamente l’abbandono definitivo della carriera politica, anzi.
Lo Spiegel parla di ambizioni in campo internazionale. Non è la prima volta che trapelano indiscrezioni sulle ambizioni di Angela Merkel di andare a occupare in futuro il ruolo di presidente del Consiglio dell’Unione Europeo o, nientemeno, quello di segretario generale dell’Onu.
Entrambi gli incarichi si libererebbero tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. Qualcuno già si sbilancia, l’europarlamentare della Cdu Elmar Brok, per esempio. “A Bruxelles in tanti si augurano che Angela Merkel possa in futuro mettere, come presidente del Consiglio, la sua esperienza e la sua capacità al servizio dell’Europa. Potrebbe contare su un vasto consenso”.
Tonino Bucci
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Luglio 12th, 2014 Riccardo Fucile
NON C’E’ SETTORE DELLA VITA PUBBLICA (E PRIVATA) CHE NON SIA CORROTTO, SIAMO L’UNICO PAESE AL MONDO CON QUATTRO MAFIE… SE FOSSI UN EUROPEO DIREI “VIA, RAUS!”
Non è l’Italia che deve andarsene dall’Europa, come vorrebbero alcuni partiti, ma l’Europa che dovrebbe cacciarci a pedate nel sedere.
Perchè ci mancano gli standard minimi. Che non sono quelli economici e finanziari, che sono recuperabili e in parte recuperati, dall’odiatissimo, non a caso, governo Monti, ma etici, che sono irrimediabili.
Non c’è settore della vita pubblica, e anche privata, che non sia corrotto.
Parlamentari, presidenti di Regione, consiglieri regionali, personale delle abolende Province, sindaci, assessori, consiglieri comunali, Pubblica amministrazione, Guardia di Finanza, dai più alti ai più bassi livelli, polizia, vigili urbani.
Non c’è luogo in cui la magistratura vada a ficcare il naso dove non salti fuori il marcio.
E non ci sono distinzioni regionali: il Nord, con la sua ex ‘capitale morale’, Milano, vale il Centro e il Sud.
Ci si potrebbe divertire come si fa nel gioco ‘fiori e frutta’, a stendere la carta geografica della Penisola e, a occhi chiusi, puntare il dito a caso.
A meno che non si capiti su qualche cima delle Alpi o su qualche cucuzzolo degli Appennini, non c’è città , cittadino, paese o paesello, insomma non c’è agglomerato di italiani che sfugga al marciume generale
Il premier di questo Paese incontra più volte un pregiudicato, in stato formale di detenzione, e con costui decide leggi fondamentali dello Stato.
Una cosa simile non si era vista mai, nemmeno nel più sgangherato, misero e miserabile Paese del mondo.
Il suo mandato era scaduto da soli due giorni che Sarkozy ha subìto una perquisizione in casa propria (per essere precisi: in quella di Carla Bruni) e un paio di settimane fa è stato trattenuto per un giorno e una notte in stato di fermo.
E non stiamo parlando della Germania, dove un presidente della Repubblica si è dimesso in sette minuti perchè accusato, solo accusato, di aver ricevuto in anni lontani un mutuo agevolato o dei Paesi scandinavi dove resiste ancora l’etica protestante, ma della cugina Francia molto simile a noi in tanti difetti.
Ma anche da loro ci sono dei limiti.
Non si può permettere a un delinquente di determinare la politica di un Paese con la scusa, ridicola, che “ha il consenso”.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fatto resistenze inaudite per cercare di non rendere testimonianza in un processo, mentre la testimonianza è un dovere civico che riguarda tutti i cittadini (e se cerchi di sottrarti, i carabinieri, dopo due richiami, ti portano in Tribunale in manette), che non conosce guarentigie nè privilegi di sorta salvo quello, se si è una carica istituzionale, di ricevere i Pubblici ministeri nel proprio ufficio e non nella sede del processo.
Questi sono gli esempi che ci vengono ‘dall’alto’, a tutti i livelli.
Secondo un sondaggio di Nando Pagnoncelli, sette italiani su dieci ritengono che la corruzione non riguardi episodi individuali, ma che sia l’intero sistema a essere corrotto, in ogni ganglio.
E hanno ragione. Peccato che nel frattempo si sia corrotto anche il cosiddetto “cittadino comune”.
Io vado a nuotare in un’antica e prestigiosa Società milanese che ha una bella piscina olimpionica, una delle poche a Milano, e il costo dell’iscrizione è alto.
Non ci sono rumeni. Ma basta lasciare aperto l’armadietto che ti rubano gli asciugamani, i costumi, le mutande sporche.
Siamo l’unico Paese ad avere quattro mafie, quella propriamente detta, la camorra, la ‘ndrangheta, la Sacra Corona Unita insieme alle loro varie sottospecie che sono ben emerse negli scandali Mose ed Expo, con le quali stiamo infettando il resto d’Europa. Perchè dovrebbero tenerci?
Se fossi un europeo direi: via! Raus!
Rimanete a marcire nel vostro truogolo un tempo chiamato il “Bel Paese”.
Massimo Fini
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Giugno 28th, 2014 Riccardo Fucile
RACCOMANDAZIONI ANCORA PIU’ RIGIDE DI QUELLE DI GIUGNO… POSSIBILE MANOVRA CORRETTIVA DI ALMENO 25 MILIARDI
C’è un negoziato parallelo che si sta sviluppando a Bruxelles in queste settimane, più al riparo dai riflettori. Non attrae l’attenzione forse perchè si gioca più sui dettagli tecnici che sulle grandi dichiarazioni di principio.
Ma per l’Italia e per le dimensioni della manovra finanziaria in arrivo a ottobre, fa un’enorme differenza. E per il momento non sta andando come il governo avrebbe voluto: i documenti ufficiali dicono che sul proprio specifico piano di finanza pubblica il governo non ha ottenuto la «flessibilità » che chiedeva.
La posta in gioco è quella che ha dichiarato Pier Carlo Padoan nella sua lettera alla Commissione europea del 16 aprile scorso.
In quella comunicazione, il ministro dell’Economia annunciava che l’Italia avrebbe rallentato il passo del risanamento di bilancio: l’obiettivo del pareggio «strutturale », ossia scontando l’impatto della recessione da cui il Paese è appena uscito, sarebbe slittato di un anno.
Padoan scrisse che l’Italia avrebbe raggiunto il pareggio nel 2016, non nel 2015 come concordato in precedenza.
Non si tratta di un dettaglio da poco, perchè ne va della taglia della correzione che dovrà imporre la Legge di bilancio in arrivo ad ottobre. Con lo slittamento degli obiettivi al 2016, poteva essere meno pesante.
Senza, la manovra d’autunno rischia di profilarsi invece come un’operazione da circa 25 miliardi: quanto serve a coprire il bonus Irpef e gli altri impegni presi dal governo, senza perdere il controllo del debito pubblico.
Lo spazio sul debito del resto è ridotto: ieri è emerso che nei primi quattro mesi dell’anno il debito è cresciuto di 77 miliardi, ossia quasi quanto in tutto il 2013. Quest’anno il volume dell’onere dello Stato salirà a quota 2150 miliardi e, superando la Germania, sarà terzo al mondo per volume finanziario dopo Stati Uniti e Giappone. Solo l’anno scorso, i contribuenti hanno pagato 82 miliardi solo in interessi sul debito dello Stato e nel 2014 replicheranno.
Il negoziato in corso a Bruxelles si innesta qui. La novità passata sottotraccia nel vertice appena concluso è che la proposta del governo di rinviare il pareggio di bilancio per ora è stata respinta.
Addirittura i leader, incluso il premier Matteo Renzi, hanno dato il loro « endorsement » (appoggio, approvazione) a un documento ufficiale che raccomanda all’Italia di fare l’opposto di ciò che aveva chiesto: il pareggio già l’anno prossimo, non nel 2016.
Si tratta del testo della «raccomandazione del Consiglio» (cioè dei governi) su proposta della Commissione europea riguardo al programma di stabilità italiano. Si tratta di una risposta ragionata degli altri Paesi al piano finanziario dell’Italia, come si fa per tutti i governi.
Quella raccomandazione contiene una sorpresa importante, perchè è più intransigente persino di quanto suggerito dalla Commissione europea.
Quest’ultima aveva chiesto all’Italia il due giugno: «Nel 2015 (bisogna, ndr) rafforzare in modo significativo la strategia di bilancio per garantire le esigenze di riduzione del debito».
Quel testo ora è stato inasprito e ieri i capi di Stato e di governo hanno dato il loro « endorsemen t » al più alto livello politicolegale in Europa.
Le modifiche sono state apportate in una riunione del Comitato economico e finanziario a Bruxelles. Presieduto dall’austriaco Thomas Wieser, il Comitato Ecofin riunisce i direttori del Tesoro di tutti i Paesi per preparare le conclusioni dei vertici dei ministri finanziari: per l’Italia partecipa il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via, anche se la cooperazione fra Palazzo Chigi con le strutture tecniche del ministero dell’Economia in questi mesi è stata molto meno che eccellente.
Di solito nel Comitato Ecofin si negozia fra sherpa per diluire, non per inasprire, le proposte di raccomandazione ai Paesi avanzate dalla Commissione europea.
Questa volta all’Italia è accaduto l’opposto.
Il testo ora recita: «Nel 2015 (…) Il Consiglio raccomanda all’Italia di garantire le esigenze di riduzione del debito e così raggiungere l’obiettivo di medio termine (il pareggio di bilancio strutturale, ndr) ». Non solo.
Si chiede anche di «assicurare il progresso» verso il pareggio già nel 2014. In sostanza si chiede una maggiore correzione dei conti già quest’anno e si respinge la richiesta di slittamento del pareggio per il prossimo.
Era stato evidente dall’inizio che la strategia di bilancio del governo Renzi sollevava forti perplessità nel resto d’Europa, come anticipato da Repubblica ( «I dubbi di Bruxelles sul piano Renzi», 20 aprile).
Il fatto che la lettera di Padoan in aprile non ebbe una prima risposta a livello politico, ma burocratico, era già una prima spia proprio di un problema politico, non uno sgarbo personale al ministro.
Adesso i nodi sono venuti al pettine. Non sarà facile ribaltare gli equilibri, dopo il via libera di ieri dai capi di Stato e di governo dell’Unione. Ma il vertice Ecofin del prossimo mese si annuncia tempestoso, perchè tutto si deciderà lì.
Federico Fubini
(da “La Repubblica”)
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Giugno 28th, 2014 Riccardo Fucile
“LE RIFORME NON DANNO AUTOMATICAMENTE DIRITTO ALLA FLESSIBLITA'”
«Mi sembra fuori luogo, o perlomeno prematuro, quest’ottimismo sulla “conseguita flessibilità ” in Europa.
Perchè tutti parlano di accordo fra Stati? C’è solo una sorta di intesa fra il premier italiano e il cancelliere tedesco sul relativo ammorbidimento di alcuni parametri ma nulla è deciso, tutto andrà verificato con la nuova Commissione». Daniel Gros, il tedesco che si laureato in economia alla Sapienza di Roma prima di andare a prendere il PhdD a Chicago, direttore del Ceps di Bruxelles (Centre for European Policy Studies), getta acqua sul fuoco.
«Attenzione — insiste — perchè non basterà neanche l’appoggio del presidente Juncker, che pure è stato nominato con il decisivo appoggio italiano e tedesco, perchè servirà una maggioranza forte all’interno della Commissione e soprattutto la convinzione ferma del nuovo commissario agli Affari Economici che, come insegna Olli Rehn, è molto più potente del successore di Barroso».
Però, professore, converrà che un appoggio politico di base è propedeutico a qualsiasi accordo. Oppure è inutile?
«Senta, le ricordo che ci sono delle regole comuni fissate con il Six Pack, molto rigide, precise e cogenti. L’Italia è stata fra i più convinti sostenitori di esse, ora vuole disattenderle? E gli altri, alla prima occasione le bypassano? Non si possono fare e disfare le norme a seconda degli accordi politici».
Insomma Renzi ha sbagliato indirizzo andando a tirare per la giacchetta la Merkel sino a farle ammettere che bisogna essere più flessibili?
«Intendiamoci, Renzi è stato molto bravo nel suo approccio all’Europa. Ha condotto una campagna elettorale basata non sulla lamentazione perchè l’Ue è un “cattivo tiranno” ma tutta in positivo sull’idea dell’integrazione, e ha conseguito una vittoria nettissima. A lui va buona parte del merito se nel Parlamento di Strasburgo c’è una solida maggioranza pro-Europa. Ora però deve fare un uso attento del suo prestigio e non favorire lo scavalcamento di regole comuni che sono invece molto preziose. Mi sembra un po’ arbitrario pretendere che le riforme diano automaticamente diritto alla flessibilità ».
Ma, guardando nel merito, non ritiene che se viene accordata questa benedetta flessibilità all’Italia, ne potrebbe uscire un quadro di sviluppo dal quale alla fine beneficerebbe tutta l’Europa?
«Guardiamola al contrario: l’Italia non dovrebbe chiedere più margini per se stessa. Cosa potrà ottenere? Lo 0,1-0,2% in più? Sarebbe produttivo invece provare a convincere la Germania a spendere di più. È l’unica che se lo può permettere: dovrebbe investire sulle sue infrastrutture, sul mercato interno, la produzione industriale. Allora sì che i benefici per tutta l’Unione sarebbero evidenti e tangibili. Sarebbe una bella prova di unità : quasi miracolosamente da un sondaggio post-elettorale è uscito che il 40% degli europei ancora crede nel Parlamento di Strasburgo, più degli americani che credono nel Congresso. Non dissipiamo questo patrimonio».
Eugenio Occorsio
(da “La Repubblica“)
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Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile
LA TITOLARE DELLA FARNESINA POTREBBE ASSUMERE UN RUOLO EUROPEO… E DOPO LE ELEZIONI NCD, SCELTA CIVICA E UDC TEMONO IL RIDIMENSIONAMENTO
Salgono le quotazioni del ministro degli Esteri Federica Mogherini per il ruolo di Alto
rappresentante Ue per la politica Estera e la Sicurezza e, in parallelo, crescono i timori dei centristi per l’ipotesi di un possibile rimpasto di governo.
Che, inutile dirlo, penalizzerebbe in modo robusto Nuovo Centrodestra, Scelta Civica e Udc, decisamente sovradimensionati rispetto al peso registrato alle Europee.
Renzi ha evitato — dopo il boom elettorale del Pd — rivoluzioni a caldo. Ma la promozione della Mogherini nella commissione europea (simile a un salto mortale: lo scorso anno, in questo periodo, era una semplice deputata franceschiniana) può diventare il pretesto per dare il via a un valzer di poltrone.
Un restyling che potrebbe finalmente coinvolgere anche Angelino Alfano che nel Pd ormai mal sopportano da settimane se non da mesi, che ne ha combinate una dopo l’altra e che dalle elezioni è uscito malino.
“Prima i contenuti poi le nomine”, sceglie il low profile Matteo Renzi, in vista del decisivo Consiglio europeo di fine mese.
Ma il tam-tam, ormai è partito, anche se Palazzo Chigi frena e sposta l’eventuale ‘ritoccò a dopo l’estate. Se tra i nomi già in lizza per la Farnesina c’è quello di Marta Dassù (sottosegretario e poi viceministro agli Esteri con Giulio Terzi di Sant’Agata, Monti ed Emma Bonino), è quello di Roberta Pinotti, primo ministro donna della Difesa e molto apprezzata dal presidente del Consiglio, a scatenare l’incubo rimpasto nei centristi.
Se la Pinotti liberasse una casella nel governo, l’effetto domino non potrebbe che far saltare gli equilibri attuali, con un ridimensionamento dei 5 ministri di area centrista (Alfano, Lupi, Lorenzin per Ncd, Stefania Giannini per Sc e Gianluca Galletti per l’Udc) su un totale di 16: un terzo della compagine governativa.
Dopo il 40,8% spuntato da Renzi alle Europee, contro neppure il 5% dei centristi, lo squilibrio rispetto alla squadra Pd a Palazzo Chigi risulta evidente.
Interpellati, Beatrice Lorenzin e Maurizio Lupi negano il possibile ridimensionamento. Ma diversi altri esponenti del Nuovo centrodestra e di Scelta Civica ammettono che la questione è sul tappeto e lo danno invece per certo.
“Renzi pensa di ridimensionarci — spiega un esponente di vertice di Ncd — e l’occasione potrebbe dargliela la Mogherini in Europa. E poi lui cambia sempre, ama scompaginare. Basta pensare alla storia della Giunta a Firenze…”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 9th, 2014 Riccardo Fucile
“LE ACCUSE DI SEL FALSE E INGIUSTE, I CANDIDATI SONO DELLA LISTA TSIPRAS NON DI QUESTO O QUEL PARTITO”
Ormai ha deciso di andare in Europa ed è il momento, per Barbara Spinelli, di ragionare pacatamente su quel che è successo, su quell’incendio divampato dentro l’Assemblea dei Comitati territoriali della Lista Tsipras, sulle accuse di «unilateralismo» che ha ricevuto per la decisione di accettare, su pressione dello stesso Tsipras, il ruolo di europarlamentare, sulla rabbia di Sel che perde il suo “ambasciatore” a Strasburgo.
Ore difficili per chi non è abituato alla durezza dello scontro politico.
Ma Spinelli spera che la tormenta passi: «Vado in Europa in rappresentanza di tutti e spero di essere all’altezza. Se Sel pensa di aver perso quello che ritiene essere il “suo” candidato (Marco Furfaro, collegio Centro, ndr) è segno che c’è ancora strada da fare, che la Lista Tsipras deve perfezionarsi. Il candidato arrivato dopo di me al Centro, collegio che ho scelto perchè sono di Roma, non era candidato di Sel, ma della Lista; tale dovrebbe essere considerato dal suo partito».
Barbara Spinelli, partenza tormentata.
«Sì, tormentata. Inizialmente non intendevo andare in Europa, ma sono rimasta sorpresa dal numero di preferenze che ho preso e dalle forti spinte ad accettare il mandato».
Con che spirito affronta il suo primo incarico istituzionale?
«Con una grande speranza e la volontà di contribuire al cambiamento radicale dell’Europa, delle sue politiche. Urge un forte segno di discontinuità ».
I due partiti che hanno appoggiato la Lista, Sel e Rifondazione, sembrano in difficoltà . L’affermazione di Tsipras li fa diventare di colpo vecchi contenitori?
«Questo era – ed è ancora – il progetto: costruire un’aggregazione di sinistra più ampia, che includa le espressioni della società civile e i partiti che si riconoscono nel progetto. Certo non è un obiettivo che si realizzi subito, produce scossoni, tormenti».
Sel, orfana del suo candidato, ha avuto un rigurgito identitario.
«Perchè lo considera il “suo” candidato e non della Lista. Sel sta vivendo una profonda crisi. Non sa decidersi tra Tsipras e Schulz ma questo è un problema di Sel. Gli assestamenti, dolorosi, sono fisiologici. Ci vogliono saggezza e comprensione reciproca».
Il risentimento nei suoi confronti in queste ore è forte.
«Mi si accusa di essermi chiusa in una torre d’avorio, a Parigi, di aver deciso da sola. Di aver scelto fra Centro e Sud trattando i candidati arrivati dopo di me “come carne da macello”, così scrive Furfaro. È falso e ingiusto. Tra il voto e la decisione finale non c’è stato il vuoto ma un pieno: di contatti, di negoziati dei garanti con i partiti che esprimevano le candidature. Fallite le trattative, qualcuno doveva pur decidere. Su invito dei garanti l’ho fatto io».
Tsipras la vuole vicepresidente del Parlamento Europeo. Il cognome Spinelli è un valore aggiunto anche nei rapporti con il Pse. I suoi rapporti con Schulz?
«Non ho rapporti personali. La mia linea non è ostile al gruppo socialista ma alternativa alle politiche da esso fin qui sottoscritte. Se i socialisti smettono di inseguire le larghe intese, responsabili dell’austerità , se marcano una discontinuità , il dialogo sarà interessante ».
Altri dialoghi interessanti in Europa?
«Con i Verdi».
Lei ha sempre detto che c’erano dei punti di contatto anche tra la Lista Tsipras e 5Stelle. Adesso corteggiano Farage.
«Farrage è nazionalista, xenofobo, nuclearista. Cose lontane anni luce dai sette punti di Grillo sull’Europa. Vedremo se i suoi deputati accetteranno il diktat. I sette punti sono ancora là ».
Non la spaventa questo nuovo lavoro?
«Si, provo spavento e spero soprattutto di essere all’altezza. Il passaggio dall’osservazione all’azione non è poca cosa. Ma continuerò a scrivere».
La politica è un mestiere duro
«Anche la scrittura a volte lo è».
C’è un vento populista in Europa che fa paura.
«Più che impaurente lo trovo uno stimolo, per i veri europeisti. Inquietante è che vengano definiti populisti, in blocco, tutti gli elettori che rifiutano le attuali politiche europee. Non si può pensare che esistano da una parte i filo-europei, peraltro responsabili della crisi, e dall’altra una massa di antieuropeisti. L’Europa nasce solo se c’è un agorà con spazio per conflitti e alternative. L’Europa solidale e federale che immagino non la fanno solo i governi. Nasce dalla base e dovrà avere una Costituzione il cui incipit sia: “Noi, cittadini d’Europa” ».
I primi tre punti dell’agenda Spinelli?
«Appoggio a un New Deal per l’occupazione; lotta contro l’intollerabile segretezza delle trattative di partenariato commerciale tra Usa ed Europa; conferenza sul debito che preveda condoni per i Paesi in difficoltà ».
Andando in Europa sente il peso di chiamarsi Spinelli, figlia di Altiero?
«Mio padre scrisse il Manifesto di Ventotene dentro una guerra che divideva l’Europa. La crisi di oggi è una specie di guerra, anche se non armata. E come allora, serve una “rivoluzione europeista”».
Alessandra Longo
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Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA DELL’EURO NON E’ LA BCE MA LA MANCANZA DI UNA CASA BIANCA EUROPEA
Avete mai provato a raffrontare un biglietto da dieci euro con uno da dieci dollari?
Su di un lato della banconota americana c’è il ritratto di Alexander Hamilton (uno dei primi ministri del Tesoro Usa). Dall’altro c’è la Casa Bianca.
Sulla euro banconota da un lato si vede una mappa geografica dell’Europa, dall’altro dei dettagli architettonici vagamente familiari. Non preoccupatevi se non riuscite a riconoscerli, perchè quegli edifici non esistono.
Non riuscendo a mettersi d’accordo su quali erano i simboli dell’Europa, i paesi dell’eurozona hanno preferito disegnare degli edifici di fantasia, che ricordano solo vagamente monumenti storici europei.
Da questo semplice paragone si può facilmente desumere il dramma dell’euro: non solo una moneta senza Stato (come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni citando Tommaso Padoa Schioppa), ma anche una moneta senza un popolo.
Un popolo si riconosce nei suoi eroi comuni. Da Galileo Galilei a Leonardo da Vinci, da Maria Montessori a Giuseppe Verdi, questi erano gli eroi italiani celebrati sulle banconote in lire.
Ma in Europa questi eroi comuni non esistono. Non esistono neppure valori comuni.
Le banconote americane hanno scritto in cima “In God We Trust” (riponiamo la nostra fiducia nel Signore).
Come potrebbe farlo un’Europa che non solo ha rifiutato le proprie radici cristiane, ma sta diventando sempre più atea?
L’Europa è quella che ci viene rappresentata sulle nostre banconote: un’astratta espressione geografica con qualche frammento di storia comune.
È possibile sostenere una moneta comune senza uno Stato e senza un popolo?
Che c’entra, mi diranno in molti, un popolo con la moneta? Forse che quel coacervo di popoli che era l’Impero austroungarico non aveva una moneta comune?
E così l’Impero romano e molti imperi multietnici dell’antichità ?
Quelle monete erano basate sul valore intrinseco del metallo prezioso con cui erano state coniate. Non così le banconote.
Secondo una recente teoria economica (la cosiddetta teoria fiscale del livello dei prezzi) il valore delle banconote si basa sulla fiducia nello Stato emittente.
Dei semplici pezzi di stoffa verde (i dollari sono fatti di stoffa non di carta, da cui il termine spesso usato dai nostri emigranti di “pezze”) assumono valore perchè un governo comune è disponibile ad accettarli come pagamento per le proprie imposte.
Più che in Dio i detentori di dollari ripongono la loro fiducia nella Casa Bianca e nelle sua disciplina fiscale.
Se le imposte presenti e future non sono sufficientemente elevate rispetto alla spesa pubblica (ovvero il governo americano è in forte deficit), quei pezzi di stoffa perderanno di valore, ovvero ci sarà inflazione.
Se invece quella disciplina dovesse essere eccessiva, quei pezzi di stoffa aumenteranno di valore, ovvero ci sarà deflazione.
In Europa un governo comune non c’è.
A sostenere il valore delle nostre banconote è la fiducia nella disciplina fiscale di tutti i governi dell’eurozona. Ed è proprio perchè questa fiducia manca (almeno da parte dei tedeschi) che la disciplina di bilancio è stata introdotta per trattato: il patto di stabilità prima ed il cosiddetto “fiscal compact” poi.
Il fiscal compact (in vigore dal 2015) impone a tutti i paesi dell’area euro un deficit pubblico strutturale (ovvero aggiustato per gli effetti del ciclo economico) inferiore all’1 per cento del Pil. I paesi come l’Italia con un rapporto debito/Pil superiore al 60 per cento dovranno non solo contenere il loro deficit strutturale allo 0.5 per cento del Pil, ma anche ridurre l’eccedenza di questo rapporto su di un arco di vent’anni.
Difficilmente l’Italia potrà adeguarsi a questi limiti.
Certo è che se tutti lo faranno, la politica fiscale dell’eurozona sarà eccessivamente rigida. Secondo la teoria fiscale del livello dei prezzi, è questo il motivo per cui l’eurozona scivola lentamente nella deflazione.
Non sono interamente convinto da questa teoria, che non spiega come mai il Giappone non è in iperinflazione.
Ma fa riflettere, soprattutto alla luce delle persistenti tendenze deflattive nell’area euro.
E ci suggerisce che il problema dell’euro non è nella Bce, ma nella figura mancante sulle banconote: l’inesistente Casa Bianca europea.
Luigi Zingales
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