Maggio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
L’INDENNITà€ TRANSITORIA GARANTISCE AGLI ONOREVOLI ASSEGNI ENORMI PER “REINSERIRSI NEL MONDO DEL LAVORO” E L’INTERA ASSEMBLEA SI DIVORA UN MILIARDO E 700 MILIONI
Il termine tecnico è “indennità transitoria”, ma gli uffici di Bruxelles preferiscono definirla
“incentivo al reinserimento lavorativo”.
Per i parlamentari europei che non verranno rieletti o non si ricandideranno è, più semplicemente, una generosissima buonuscita, l’ultimo assegno prima di dire addio a Strasburgo e Bruxelles. Pensione a parte, ovviamente.
Il principio è simile a quello che regola un normale trattamento di fine rapporto, ma ci sono due differenze importanti.
Uno, l’indennità transitoria non viene accumulata attraverso accantonamenti di stipendio, ma è finanziata totalmente attingendo al budget comunitario.
Due, rispetto a un normale tfr è molto più lauta.
Prendiamo ad esempio i quattro parlamentari europei con passaporto italiano che hanno messo piede per la prima volta a Strasburgo nel 2013: Fabrizio Bertot (Fi), Franco Bonanini (ex Pd), Susy De Martini (Fi) e Franco Frigo (Pd). Se non dovessero essere rieletti, riceveranno un bonifico d’addio dell’importo di 39 mila euro ciascuno.
L’indenntà di chi può vantare un lungo trascorso nell’assemblea comunitaria può raggiungere l’equivalente di due anni di stipendio: 190 mila euro.
Nella pattuglia dei 73 eurodeputati italiani l’unica che potrebbe intascare la cifra piena è Cristiana Muscardini, stabilmente ancorata al suo scranno a Strasburgo dal 1989, quando venne eletta nelle file dell’Msi.
Ciriaco De Mita — che tornerà nella natìa Nusco, dove spera di essere eletto sindaco — dopo vent’anni di carriera percepirà 159 mila euro.
Anche Mario Borghezio — a meno di clamorosi exploit leghisti nella circoscrizione Centro — lascerà Strasburgo, dove da 13 anni conduce la sua battaglia antieuropea.
Il suo addio sarà accompagnato da 103 mila euro.
Il meccanismo di calcolo dell’indennità transitoria è semplice: per ogni anno di attività il parlamentare riceve un mese di stipendio (7.956 euro lordi, che al netto delle tasse diventano circa 6.200).
Il tetto massimo è fissato in 24 mensilità , quello minimo in sei.
Per questo è sufficiente un periodo di appena dodici mesi per ricevere una buonuscita da quasi 40 mila euro.
Quest’indennità è solo una delle tante voci che contribuiscono a far lievitare i costi dell’Europarlamento.
Le cifre ufficiali indicano una spesa totale di 1,756 miliardi di euro l’anno, oltre un quinto del totale delle spese amministrative dell’Unione.
Di questi, il 35 per cento viene impiegato per pagare gli stipendi degli oltre 6 mila impiegati, le traduzioni e gli interpreti; mentre il 27 per cento serve per finanziare tutti le spese connesse ai 765 europarlamentari: stipendi, rimborsi spese, assistenti, uffici di rappresentanza.
Questo significa che ogni parlamentare costa al contribuente 2 milioni 295 mila euro l’anno.
A gravare come un macigno sul bilancio dell’Assemblea c’è il problema della doppia sede. Anzi, tripla: Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo.
È un tema che si trascina da tempo. Mario Giordano, nel suo ultimo libro Non vale una lira, ha fatto i conti e ha calcolato che questa assurdità brucia 103 milioni di euro l’anno tra spese di viaggio, di alloggio, mantenimento delle sedi e indennità di missione.
Nell’ottobre scorso è stata approvata una risoluzione che dovrebbe finalmente accorpare quello che una burocrazia schizofrenica ha disseminato in tre Stati diversi, ma le possibilità che il provvedimento entri effettivamente in vigore sono nulle, perchè sarà sufficiente il veto di un Paese per bloccarla.
E la Francia non ha nessuna intenzione di rinunciare alla sua eurosede, nonostante a Strasburgo non si tenga nessuna seduta per 317 giorni l’anno.
Il fedele alleato di Parigi sono gli stessi europarlamentari, che grazie ai continui spostamenti ricevonoemolumenti aggiuntivi per 3.300 euro al mese.
Tra gli altri costi all’indice c’è quello del doppio vitalizio. Fino alla riforma del 2009, ogni eurodeputato poteva richiedere una sorta di pensione integrativa, oltre a quella pagata direttamente dallo Stato di provenienza.
A differenza di quelle stipulate dai privati cittadini, i contributi di questa seconda pensione venivano però coperti per due terzi dal datore di lavoro, cioè l’Ue.
La lista completa dei 1.113 beneficiari è segreta, ma il think tank britannico Open Europe cinque anni fa riuscì ad ottenerne un estratto in cui figurano i nomi di Antonio Tajani (attuale Commissario per l’industria), Fausto Bertinotti e Umberto Bossi.
Si sa inoltre che il 62 per cento degli europarlamentari italiani vi ha aderito, a fronte del 35 per cento dei tedeschi, del 28 per cento dei francesi e dell’11 per cento degli olandesi.
Nonostante dal 2009 non sia più possibile aderirvi, in questi giorni la doppia pensione è tornata di attualità .
Stando alle cifre confermate dalla stessa Ue, infatti, la prebenda che si vorrebbe abolita pesa ogni anno di più sulle finanze comunitarie.
Gli ultimi dati disponibili parlano di un deficit attuariale che ha superato i 227 milioni di euro.
Alessio Schiesari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
SCOPPIA IL CASO, DURA PRESA DI POSIZIONE DELLA CANCELLIERA TEDESCA MERKEL: “PAROLE INCOMMENTABILI”
Le infelici parole di Silvio Berlusconi sui lager che per i tedeschi non sarebbero mai esistiti, pronunciate sabato nel corso di un comizio a Milano, scatenano la reazione oltre confine.
Dopo l’immediata replica di Martin Schulz e del Pse, arrivano oggi le dure prese di posizione di Jean-Claude Juncker e Angela Merkel.
Silvio Berlusconi “ritiri immediatamente le sue dichiarazioni” sulla Germania e “si scusi con i sopravvissuti dell’Olocausto e con i cittadini tedeschi”, dice per primo in una nota Juncker, candidato del Ppe alla presidenza della Commissione europea.
Segue poi, a ruota, la reazione indignata di Angela Merkel: quelle di Silvio Berlusconi sono “affermazioni talmente assurde che il governo tedesco non le commenta”, dice il portavoce del cancelliere tedesco, Steffen Feibert, rispondendo ad una domanda in conferenza stampa a Berlino.
Juncker, nella sua nota, si dice “disgustato” dalle frasi dell’ex premier italiano, che ieri ospite di Barbara D’Urso non ha minimamente accennato alla gaffe, e sottolinea che su “alcune cose non si scherza”.
“Per tutti quelli che hanno la storia europea in mente – ricorda il candidato del Ppe- questo è particolarmente vero per il terrore sperimentato durante l’Olocausto, costato la vita a milioni di innocenti. Mr. Berlusconi – si legge ancora nel comunicato- l’Olocausto non è una cosa da ridere”.
Gli attacchi del leader di Forza Italia sono “inaccettabili”, sostiene ancora l’ex premier lussemburghese, anche alla luce del fatto che “durante la crisi la Germania, come molti altri Paesi membri Ue, ha dimostrato una solidarietà senza precedenti con i Paesi europei in difficoltà . Questi Paesi hanno anche loro preso misure senza precedenti e spesso dolorose per stabilizzare le loro economie e finanze pubbliche”.
Per Juncker questa crisi ha scoperto molte ferite. “Noi ora dobbiamo guarire queste ferite – continua nella nota e non porre sale su di esse, come Berlusconi sta facendo con le sue dichiarazioni. Dobbiamo riunire l’Europa dopo la crisi, non creare ulteriori divisioni. Non c’è posto nella politica europea per dichiarazioni divisive, che tradiscono i valori su cui la Ue si basa”.
“L’Italia è una grande nazione – conclude Juncker – ma lo è anche la Germania. Tutti i 28 Paesi della Ue sono grandi nazioni. Nessuno ha il diritto di insultare gli amici e i partners della Ue”.
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Aprile 3rd, 2014 Riccardo Fucile
“MI HA PROPOSTO LA CANDIDATURA TOTO DELL’ALDE”, MA IL VICEPRESIDENTE DELL’ALDE RINALDI: “SMENTISCO, DA NOI NON C’E’ SPAZIO PER CANDIDATURE INCOMPATIBILI CON I PRINCIPI LIBERALDEMOCRATICI E LA SERIETA’ DEI COMPONENTI CHE LI RAPPRESENTANO”
È’ stata una breve udienza dedicata solo a questioni procedurali e al calendario quella che ha aperto
questa mattina il processo al fondatore del metodo Stamina Davide Vannoni, accusato di tentata truffa ai danni della Regione Piemonte.
L’ente non si è’ costituito parte civile.
Il giudice Roberto Arata ha ammesso le liste testi della difesa (30) e dell’accusa (26).
I primi sei testi saranno ascoltati la prossima udienza fissata il 22 maggio, tra cu l’ex socialista Riccardo Nicotra che aveva proposto nel 2007 alla giunta regionale di dare i 500 mila euro di finanziamento a Vannoni per creare un laboratorio dedicato alle cellule staminali.
La difesa ha chiamato testimoniare anche l’ex presidente regionale Mercedes Bresso e gli ex assessori Paolo Peveraro e Eleonora Artesio.
Il processo riprenderà il 22 maggio.
Tre giorni prima delle elezioni europee, cui Vannoni vuole partecipare.
“Mi hanno proposto la candidatura Daniele Toto dell’Alde e Claudio Morganti di ‘Io cambio – dice Vannoni-. Sono pronto a scendere in campo con loro per riuscire a cambiare dall’Europa, facendo pressione sul nostro Paese, nel rispetto e nell’interesse dei pazienti”.
Ma l’Alde nega: “Smentisco categoricamente che il signor Davide Vannoni possa essere candidato alle elezioni europee con la nostra lista” dice Niccolò Rinaldi vice presidente ed europarlamentare dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici italiani.
“La notizia è totalmente destituita di fondamento. Nell’unica lista dell’Alde, che sabato presenterà a Roma il simbolo con i partiti e movimenti che la appoggiano, non c’è spazio per candidature incompatibili con i principi liberaldemocratici e con la serietà delle componenti che li rappresentano”, conclude Rinaldi.
Passano due ore e Vannoni fa retromarcia: “Io non ho nessuna proposta e nessuna richiesta ufficiale da parte di nessuno. Ci sono dei piccoli partiti interessati che me l’hanno chiesto, ma io non ho sciolto nessuna riserva”.“
Un mese fa, Vannoni aveva partecipato con Toto alla presentazione del Pli in Abruzzo.
Morganti, eletto nel 2009 al Parlamento europeo con la Lega Nord, è attualmente indipendente e vicesegretario di ‘Io cambio’, un’aggregazione di liste civiche.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 31st, 2014 Riccardo Fucile
CON QUALE SISTEMA DI CAMBI INTENDONO SOSTITUIRE L’EURO?… UN PO’ DI STORIA SERVE A CAPIRE
Fatico molto a considerare un successo il fatto che Marine Le Pen abbia ottenuto il 6% dei voti (sul 61,5% dei votanti) e conquistato il 2% dei 600 comuni in cui erano presenti suoi candidati (su oltre 36.000 che andavano al voto).
E mi lascia ancora di più perplesso che la questione euro sia stata determinante per la conquista di primarie località francesi come Bèziers, Frejus e Hènin-Beaumont.
La perplessità è confermata dalla lettura del programma del Front National (fermo alle presidenziali del 2012): all’euro è dedicata una pagina e poco di più (la n. 68), su 106 di sciocchezze tardo ottocentesche, in cui si dice candidamente che si vuole tornare al franco francese. E basta.
Mi dispiace per la sovrappesata signora transalpina, ma non basta.
Perchè una domanda si impone: e poi, cosa succede?
Non mi riferisco tano alle temute conseguenze economica (svalutazione, inflazione, tassi di interesse), sulle quali, bene o male, un po’ di discussione c’è.
Parlo di qualcosa di più strutturale: quale sistema monetario, quale sistema di cambi fra le monete hanno in testa la Le Pen e, con lei, i Grillo, i Maroni, i Salvini, le Meloni e compagnia?
E la risposta mi sembra quella che consente loro la competenza in materia: nessuna. O, almeno, nessuna è quella che sembrano dimostrare.
Il problema è che un sistema di cambi tra diverse monete non può non esserci.
Anche la sua assenza è un sistema, detto di cambi flessibili, che si contrappone al sistema opposto, quello dei cambi fissi.
E, per capire cosa convenga di più, ancora una volta la storia ci può dare una mano.
Fino alla prima guerra mondiale vigeva il gold standard, un sistema di cambi fissi in cui le monete si scambiavano fra loro in base al valore in oro.
Squilibri economici interni o esterni venivano rimessi a posto, in linea di massima, modificando i prezzi di beni e servizi all’interno dei singoli paesi, per rendere i prodotti nazionali più o meno competitivi rispetto a quelli esteri.
È quella che oggi si chiama fiscal devaluation; un’idea che era anche di Keynes, per inciso.
Dopo la guerra si cercò di restaurare il sistema precedente, ma il tentativo fallì. Dal 1931-1932 il sistema monetario fu a cambi flessibili: esso si frammentò in alcune aree, dove le monete dei singoli paesi erano agganciate alle valute più importanti, come dollaro, sterlina, franco, marco, ecc.
Fu un periodo caotico, fatto di svalutazioni competitive e dazi doganali crescenti, ai quali si cercava di porre rimedio con l’autarchia o con un complicato sistema di accordi bilaterali fra i singoli stati. Il commercio mondiale ristagnò (tavola 1), la Grande Depressione, anzichè risolversi, peggiorò e la speculazione finanziaria si scatenò, sfruttando il nuovo giocattolo dei cambi flessibili.
Con il secondo dopoguerra tutti gli stati furono d’accordo per tornare a un sistema ordinato di cambi quasi fissi, stabiliti con riferimento al dollaro, il quale era a sua volta convertibile in oro.
Quasi fissi, perchè era ammessa un oscillazione dell’1% e perchè erano possibili modifiche consistenti dei cambi, ma solo in presenza di forti squilibri economici.
Era il sistema detto di Bretton Woods, che accompagnò (non senza qualche difficoltà , per franco e sterlina, ad esempio) la più formidabile espansione economica della storia mondiale.
Nel 1971 Nixon annunciò che il dollaro non era più convertibile in oro e mise fine al sistema di Bretton Woods. Si tornò a un sistema di cambi flessibili, accompagnato, guarda caso, dagli stessi simpaticoni degli anni Trenta: crisi economica e speculazione finanziaria.
La Tobin Tax, volta a combattere quest’ultima, fu proposta nel 1972 e aveva ad aggetto proprio per le operazioni in cambi.
Un sistema di cambi flessibili poteva (forse) funzionare per le principali economie, come USA, Giappone, Germania.
Per gli altri paesi europei (Gran Bretagna, Francia e Italia comprese) avrebbe significato restare in preda alla speculazione; per l’Europa nel suo insieme avvitarsi in una spirale di svalutazione e protezionismo, come negli anni Trenta, spaccando il mercato unico costruito con tanta fatica nei tre-quattro lustri precedenti, garanzia non solo di prosperità , ma anche di pace.
Particolare, quest’ultimo, che dovremmo sempre tenere a mente.
L’alternativa era secca: o allinearsi a una moneta (il marco, di fatto) o creare un’unione monetaria.
Il primo tentativo (subito fallito) fu il serpente monetario europeo (1972), seguito dallo SME — Sistema Monetario Europeo (1979). Quest’ultimo era un sistema di cambi fissi, ma con bande ampie di oscillazione (2,25% per tutti e 6% per la lira) e possibilità di svalutazioni e rivalutazioni (i “riallineamenti”).
Ebbe un successo limitato: nei 14 anni di vita ci furono 16 riallineamenti e alla fine, nel 1993, crollò.
Da lì venne la decisione di creare una moneta unica, che altro non è se non un sistema di cambi fissi irrevocabili, senza bande di oscillazione e senza riallineamenti.
Perchè una scelta così radicale? Proprio sulla base dell’esperienza dello SME: si era visto che la possibilità di svalutazioni e riallineamenti invogliava attacchi speculativi, con la finalità esplicita di provocare la crisi di questa o di quella moneta, come avvenuto, da ultimo, nell’estate del 1992.
In conclusione, gran parte del secolo e passa che abbiamo alle spalle lo abbiamo trascorsi con cambi (quasi) fissi; e, per quanto i cambi fissi (e la moneta unica) possono aver creato dei problemi, non sembra che il passaggio ai cambi flessibili abbia risolto veramente quei problemi.
Chi pensa di costruire la propria sopravvivenza politica al grido del “no all’euro”, dovrebbe ricordarsi — o imparare una volta per tutte — che alla moneta unica ci siamo arrivati non per capriccio, ma perchè gli altri sistemi hanno fallito in passato.
E non si vede ragione per cui dovrebbero riuscire in futuro.
Ma anche ammettendo di farla finta con l’euro, il quadro non cambierebbe molto.
La tanto rimpianta sovranità monetaria, oggetto più di vacua retorica che di seria riflessione, sarebbe pura illusione (come già era): o finirebbe di nuovo con lo scomparire in qualche meccanismo di accordo di cambio più o meno rigido o ci darebbe, se presa alla lettera con monete nazionali liberamente fluttuanti, la stessa autonomia di una noce di cocco in mezzo ai marosi dell’oceano, con in più il rischio di andare ugualmente a fondo.
E se qualcuno, in Italia, si illude di potersela cavare con qualche svalutazione competitiva, si legga bene il programma di madame Le Pen: a pagina 73 prevede “diritti doganali al fine di ristabilire una giusta concorrenza con i paesi il cui vantaggio concorrenziale risulta da … manipolazioni monetarie”, oltre a un prelievo del 3% su tutte le importazioni. Il che conferma che cambi flessibili e protezionismo vanno a braccetto e che il beggar-thy-neighbour è la politica economica degli stupidi. E che bisogna non averlo ancora capito per dare retta al M5S, alla Lega o a Fratelli d’Italia.
Ernesto Maria Ruffini
(da “L’Espresso“)
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
A PARIGI VINCE LA SINISTRA, MA I SOCIALISTI PERDONO MOLTE ROCCAFORTI…LA DELUSIONE DI MARINE LE PEN CHE PERDE AD AVIGNONE E A PERPIGNAC
Lo tsunami della destra Ump si abbatte sulla maggioranza di Francois Hollande.
La gauche è al tappeto due anni dopo il ritorno all’Eliseo e alla vigilia di elezioni europee che si annunciano proibitive per il governo.
La destra chiede un immediato cambiamento di rotta, e già domani ci sarà il rimpasto di governo con il ritorno annunciato di Segolene Royal.
La netta vittoria di Anne Hidalgo, da stasera la prima sindaco donna di Parigi, ai danni dell’agguerrita avversaria Ump Nathalie Kosciusko-Morizet, le conferme a Strasburgo, Lille (con Martine Aubry, e Digione) non cancellano la sconfitta di dimensioni storiche del Partito socialista e dei suoi alleati.
La gauche – in un’elezione segnata da un astensionismo record che sfiora il 40% – subisce una vera e propria disfatta e deve abbandonare storici bastioni come Roubaix, Angers, La Roche-sur-Yon, Nevers, Quimper, Bastia, addirittura Limoges, che aveva un sindaco di sinistra da oltre un secolo, dal 1912.
Il Front National era stato il vincente del primo turno domenica scorsa, il suo grande risultato regge – con la conquista di almeno dieci municipi – ma il volto di Marine Le Pen negli studi delle tv denunciava un po’ di delusione: il Front non ha sfondato ad Avignone, dove il mondo della cultura si era sollevato all’ipotesi di una vittoria del Fronte; non ce l’ha fatta nemmeno a Forbach, in Mosella, dove era in corsa il mediatico vicepresidente Florian Philippot, nè a Perpignan, nel sud, dove sperava di vincere Louis Aliot, vicepresidente e compagno della Le Pen.
Il vero vincitore delle amministrative è dunque l’Ump, l’opposizione di destra che sembrava allo sbando, fra un presidente senza carisma come Jean-Francois Cope’, un eterno avversario agguerrito come l’ex premier Francois Fillon e l’incombente ma ormai difficile ridiscesa in campo di Nicolas Sarkozy.
L’Ump strappa decine e decine di città alla sinistra, ridisegna la cartina dei municipi del Paese e, proprio con Copè, rivendica di essere da stasera «il primo partito di Francia, come numero di voti e come numero di candidati eletti».
L’effetto di questa «onda blu» – che sommerge la Francia colorata di rosa – è che Hollande deve «assolutamente cambiare politica», ha aggiunto Copè: «Deve cambiare sul piano fiscale, sulla lotta alla disoccupazione e alla precarietà , la riforma penale e quella dei ritmi scolastici».
Praticamente tutto, chiede l’Ump, che adesso sta alla finestra e osserva quello che succede: «Se non ci fosse un rimpasto dopo questo schiaffo – ha osservato Alain Juppè, Ump, rieletto già al primo turno sindaco di Bordeaux – sarebbe un fantastico contro-segnale».
Non un socialista ha avuto difficoltà ad ammettere la batosta elettorale, nessuno mette in dubbio che si tratti di una bocciatura della politica finora portata avanti da Francois Hollande.
Il quale, come ha anticipato il suo ministro Benoit Hamon, domani annuncerà l’atteso rimpasto di governo.
Sarà una nottata in trincea per il primo ministro Jean-Marc Ayrault, che non ne vuole sapere di lasciare la carica, tantomeno al nemico giurato Manuel Valls, che si profila come suo probabile successore.
Valls, sostengono Ayrault, i Verdi e la sinistra Ps, non ha seguito nel partito, ne rappresenta l’ala destra e liberal, il contrario della svolta a sinistra che viene auspicata.
In ogni caso, la linea l’ha dettata Segolene Royal, apparsa stasera in forma smagliante e pronta al rientro al governo, come da diverse fonti anticipato.
L’ex compagna e madre dei quattro figli di Francois Hollande, personaggio di grande personalità che era mal sopportato dall’ex premiere dame Valerie Trierweiler, sarebbe destinata a un posto di primo piano nel governo.
Le ipotesi che la danno prossima premier sono, al momento, fantapolitica.
(da “La Stampa“)
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Marzo 29th, 2014 Riccardo Fucile
“HO CAMBIATO IL FRONT NATIONAL, NON SIAMO DI DESTRA, SIAMO UN PARTITO DI GOVERNO CHE RACCOGLIE I DELUSI”…”DIFESA DELLA NAZIONE, RIFIUTO DELL’ULTRALIBERISMO E DELL’EUROPEISMO”
Portare a compimento la strategia di «superamento della demonizzazione » del suo movimento. 
Dare una tabella di marcia ai futuri sindaci e consiglieri municipali del suo movimento, fissando l’asticella molto in alto: dovranno essere virtuosi, rispettare l’opposizione e «mantenere le loro promesse ».
A due giorni dal secondo turno delle amministrative in Francia, parla Marine Le Pen, la leader del Front National, il partito dell’ultradestra che è andato al ballottaggio in ben 229 comuni del Paese.
La Le Pen auspica la nascita di un «grande movimento patriottico, nè di destra nè di sinistra», un «partito di governo» contrapposto a un altro blocco politico, che sarebbe costituito dall’Ump e dal Partito socialista. Una sorta di «peronismo alla francese», definizione che l’eurodeputata non respinge.
Come valuta l’esito del primo turno delle municipali?
«Molto positivamente. Abbiamo raggiunto i nostri obiettivi: più di 500 liste. E il secondo turno ci darà oltre 1000 consiglieri municipali. Il nostro obiettivo era conquistare più di quindici città ; e in effetti quelle che abbiamo sono una quindicina. C’è una grossa lezione da trarre da questo voto: la necessità del radicamento. Tanto più che il territorio si conquista per cerchi concentrici, come si è potuto vedere nel bacino minerario. Partendo da una città in cui il movimento ha preso piede, la volta successiva potremo avere candidati in altre quindici o venti»
Ma la vostra scelta di non essere «nè di destra nè di sinistra » non rischia di impedire ogni alleanza, portandovi in un vicolo cieco?
«Nient’affatto. E’ questo che i francesi si aspettano. Nel nostro elettorato abbiamo sia i delusi dell’Ump che i delusi del Ps. Siamo all’anno zero di un grande movimento patriottico, nè di destra nè di sinistra, che fonda la sua opposizione all’attuale classe politica sulla difesa della nazione, sul rifiuto dell’ultraliberismo e dell’europeismo, capace di trascendere le antiche barriere per porre i problemi veri: la prospettiva è nazionale o post-nazionale? Spero questo possa apparire chiara al momento delle elezioni europee»
Ma il Front National non fa parte del blocco della destra?
«No, assolutamente. Lo schieramento di destra non corrisponde più alla realtà . Non si possono catalogare gli elettori in due campi contrapposti, destra e sinistra; la realtà è assai più complessa».
Eppure, è con l’Ump che siete in concorrenza, e vi fondete con liste di destra…
«Mi scusi, ma dove emergiamo noi il Partito socialista scompare ».
Secondo lei, il Fn può prendere il potere da solo?
«Stiamo passando per una tripolarizzazione della vita politica francese. La Quinta Repubblica -a meno che non si passi alla Sesta -imporrà nuovamente il bipolarismo, com’è nella logica delle istituzioni. E il confronto sarà tra l’Ump da un lato e il Fronte Nazionale -Rassemblement Bleu Marine dall’altro ».
Ma nel frattempo ricorrete a fusioni con liste di destra, e neanche molte…
«È una scelta. Ho sempre detto che reggeremo dovunque, tranne qualche rarissima eccezione. I progetti sono a portata di mano, la prospettiva di vincere esiste. Le fusioni non hanno alcun senso se non si vince».
Il logo del Fn, o sono le vostre idee a impedire ai militanti dell’Ump di affiancarsi a voi?
«No, c’è ancora un solo soffitto di vetro, che però salterà presto: non avere la possibilità di far vedere ciò che siamo capaci di fare. In altri termini un bilancio. È questo che ci manca. Ed è importante. Non intendo rifuggire da questo ostacolo. Sarà grazie al bilancio di cui parlo che faremo un salto di qualità »
Con queste alleanze non temete di deludere gli elettori che votano per il vostro programma nazionale?
«Non è del tutto vero. Il rifiuto di sovvenzionare le associazioni politicizzate o comunitariste è un atto politico, come lo è la difesa dei piccoli commercianti, o la lotta contro l’insicurezza. I francesi sanno distinguere perfettamente le competenze comunali da quelle nazionali».
Quali sono le associazioni politicizzate?
«Quelle che si schierano nelle elezioni. Se la Lega dei diritti umani diffonde un volantino per far votare pro o contro qualcuno, vuol dire che è politicizzata. Perchè allora non si costituisce in partito politico? Le associazioni possono assumere posizioni politiche; ma nel momento in cui chiedono sovvenzioni pubbliche hanno l’obbligo di rispettare certi paletti »
Un sindaco del Fn «deideologizzato » sarà diverso da un sindaco dell’Ump o del Partito socialista?
«Credo di sì. Penso soprattutto a farla finita con il fantasma delirante che consiste nel dire “sarà la guerra, sarà il Fascismo”. Il pericolo fascista è una favola per bambini e per qualche intellettuale di sinistra parigino. La vera questione è sapere se gli eletti del Fn saranno trattati come gli altri o come dei paria. In quest’ultimo caso, fra sei anni ce ne saranno cento volte di più».
Temete di essere trattati come dei paria?
«Lo abbiamo già visto. Nel 1995, i sindaci del Fn hanno dovuto amministrare le città come dei paria, con l’interruzione delle sovvenzioni e così via. Questo genere di cose non funziona più. Non fa più presa sull’elettorato ».
A proposito del Festival di Avignone, i sindaci del Fn nel 1995 erano intervenuti sulle biblioteche, su certe programmazioni. Sarà così anche stavolta?
«Non sono mai stata per queste cose. La situazione è più tranquilla. L’obiettivo non è fare dei laboratori ideologici. Nel 1995 il Front National non era allo stadio a cui è arrivato oggi. I sindaci dell’epoca volevano lasciare il segno sugli spiriti, c’era l’impostazione molto ideologica di Bruno Mègret. Io non sono su questa linea, non è il mio stato d’animo. È un altro periodo che si apre».
È il Fn che è cambiato o è la società ?
«Tutti e due. Il Fn è cambiato perchè è un grande partito, e quando si è grandi si cambia: non si vedono più le cose allo stesso modo di quando si è un partito di opposizione, di contestazione, che vive in un’ostilità brutale. Ora abbiamo una visione più tranquilla. Siamo diventati un partito di governo, che ha la struttura e la base elettorale per arrivare al potere».
La carta municipale del Rassemblemet Bleu Marine sarà il programma di tutti i sindaci del Front National?
«Sì».
È molto generica. Da dove verrà la rottura?
«Non solo la rottura si vedrà , ma i sindaci saranno rieletti. Vedrete. Alle promesse devono seguire i fatti. La prima prova che dobbiamo dare è dimostrare che siamo capaci di rispettare le promesse. E questa è una rottura enorme con la classe politica tradizionale».
Darete istruzioni agli eletti del Fn nei consigli comunali per affrontare certi temi?
«Naturalmente. organizzeremo un ciclo di formazione. Porteremo delle idee nei consigli comunali. Per esempio la costituzione di centrali d’acquisto comunali per la nafta, per le forniture scolastiche»
I vostri eletti nei consigli comunali porteranno avanti una guerriglia permanente?
«No, non è questo l’obiettivo. saremo un’opposizione reale. La faremo con durezza se la giunta comunale non vorrà stare a sentire. Oppure in modo sereno se la giunta sarà disponibile. Ma la vigilanza sull’operato della giunta ci sarà , perchè è essenziale »
Al di là delle città conquistate, qual è per voi lo scenario ideale? Un trionfo dell’Ump? Un Partito socialista che limita i danni?
«È quello che dimostrerà che il Fn ha riserve di voti a destra come a sinistra. Questo farà comprendere ai nostri elettori che possiamo vincere domani, in qualsiasi elezione».
Giocate per il 2017 (le prossime elezioni presidenziali, ndr) nel 2014?
«Non soltanto. Le regionali, le cantonali, le presidenziali, le legislative… Dimostrare che siamo una grande forza che può vincere le elezioni, che bisogna piazzarsi al primo turno, che abbiamo delle riserve a cui attingere per il secondo, ancora una volta sia a destra che a sinistra».
Abel Mestre e Caroline Monnot
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Marzo 25th, 2014 Riccardo Fucile
DAL PD A FORZA ITALIA L’ALLARME DELLE FORMAZIONI “TRADIZIONALI”
«All’apparir del vero tu, misera, cadesti». Nichi Vendola usa Leopardi per dire che qua crolla tutto, che l’Europa sta per essere travolta e con essa la sinistra continentale tanto brava a parole ma sempre pronta a sottoscrivere le politiche del rigore imposte dal centrodestra.
È un verso che descrive anche la Grande Paura dei partiti italiani dopo la domenica francese. Rischia l’Europa ma rischiano anche le forze tradizionali, quelle che vogliono rimanere agganciate al Vecchio continente seppure libero finalmente dal vincolo dell’austerity.
L’allarme è scattato nelle forze di governo e in quelle dell’opposizione che rifiutano la ricetta populista.
A Largo del Nazareno, sede del Pd, si studiano le mosse della campagna elettorale per l’elezione dell’Europarlamento.
Il coordinatore Lorenzo Guerini, da qualche giorno, è alle prese con le proposte grafiche di slogan e propaganda.
Ma il Partito democratico ragiona soprattutto su come utilizzare al meglio la figura di Matteo Renzi nella sfida campale con Beppe Grillo.
Già da ieri sera si è cominciato a pensare a messaggi video del premier da far circolare nei mesi di aprile e maggio. E a suo coinvolgimento maggiore in alcuni tradizionali appuntamenti con la piazza
Doveva rimanere defilato dalla partita delle urne, Renzi.
Per non trasformare il voto del 25 maggio in un referendum su se stesso. Per questo aveva escluso la presenza del suo nome nel simbolo.
Una richiesta che non era un’uscita estemporanea del vicepresidente Matteo Ricci, ma un appello forte dei suoi uomini rimasti al partito.
Sondaggi alla mano, il vantaggio era certo.
Non succederà , ma Renzi dovrà farsi vedere più del previsto se l’obiettivo minimo rimane superare il 26,1 del2009 e quello massimo il raggiungimento di “quota 30 per cento”. «Dobbiamo far passare il messaggio che si cambia verso anche in Europa – spiega Guerini, vero numero due del Pd che presto sarà affiancato da Debora Serracchiani – Il problema è il vento populista che soffia forte, un punto a favore è l’unità del partito intorno a un’idea dell’Europa che ora guardi più all’occupazione e al disagio sociale e meno al rigore».
I fantasmi italiani si chiamano Grillo, Lega, Forza Italia, quello che potrebbe diventare il fronte degli euroscettici invocato da Marine Le Pen a Parigi.
Ma Vendola è furibondo anche con i partiti della sinistra. E con Hollande «che si azzarda a dire che è un voto locale nascondendo l’onda nera che parte dalla Francia».
La questione è che il presidente francese «fa campagna elettorale contro l’austerity e poi sottoscrive gli strumenti dell’austerity.
È una contraddizione che non regge più e può distruggere l’Europa ».
Sarà difficile anche per la lista Tsipras combattere gli anti-Euro proponendo la soluzione di un’altra Europa, «ma vedo peggio i partiti socialisti e la loro politica compromissoria».
E Renzi? Non deve fare l’errore di Hollande, «non può recitare tutte le parti in commedia. Farsi le coccole con la Merkel e denunciare i vincoli del patto di stabilità . Questo atteggiamento non funziona. Ha portato l’Europa a non essere più il continente dell’Erasmus ma quello della povertà »
Roberto Speranza però difende la scelta del Pd di affidarsi a Renzi per la guida del governo. Proprio nell’ottica «dello scontro tra politica e antipolitica.
Anzi, tra campo democratico e il campo che mette in discussione tutte le istituzioni democratiche.
Quando abbiamo scelto Renzi – spiega il capogruppo Pd alla Camera – lo abbiamo indicato come guida de4l campo democratico. Avevano bisogno di un elemento di rottura per alzare l’argine contro il fiume in piena dei populismi».
È la crisi economica la levatrice di questa protesta populista, dice Speranza. Da noi si somma alla profonda crisi della politica
La Grande Paura prende anche il Nuovo centrodestra.
Fabrizio Cicchitto rivolge alla sinistra la stessa accusa di Vendola: «Finora infatti i socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi sono risultati del tutto subalterni alla linea ultrarigorista». Questo spiega bene la sconfitta di Hollande. «L’Ncd darà il suo contributo affinchè il governo Renzi riesca nella difficile operazione di evitare le derive populiste e di superare un rigorismo a senso unico».
Ma Angelino Alfano attende di vedere le prossime mosse di Forza Italia.
Ieri i dirigenti di Fi hanno dato il primo saggio di una linea indefinita limitandosi a commentare con soddisfazione la sconfitta dei socialisti francesi.
Ma sanno che la campana dell’antieuropeismo può suonare anche per loro.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Marzo 25th, 2014 Riccardo Fucile
DALL’OLANDA ALL’UNGHERIA, LA CAVALCATA DEI MOVIMENTI CRITICI DELLA UE CHE A MAGGIO ARRIVERà€ NELL’ EUROPARLAMENTO
Le Municipali in Francia sono “una sirena d’allarme” per le Europee di maggio: Lapo
Pistelli, viceministro degli Esteri, giudica così l’esito del voto di domenica, con l’avanzata del Front National di Marine Le Pen, euro-scettico e xenofobo.
Pistelli parla a un convegno sulla Presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Ue dal 1° luglio al 31 dicembre: c’è l’ansia che un Parlamento europeo ‘contro’ renda il semestre un calvario.
Gli utlmi sondaggi a livello europeo sono chiari.
Per PollWatch2014, l’Assemblea di Strasburgo che uscirà dalle urne il 22 e 25 maggio sarà ancora dominata da socialisti e popolari, i cui gruppi, insieme, avranno una larga maggioranza: circa 210 seggi a testa — 751 il totale -, con Pse in lieve crescita e Ppe in forte calo, al punto da rischiare di subire il sorpasso.
Ma la sinistra euro-critica ed euro-scettica riunita intorno al greco Alexis Tsipras scavalca i liberali e diventa il terzo gruppo — dentro, Syriza, che potrebbe diventare il primo partito greco, la sinistra radicale francese, la Linke tedesca, Sel e altre formazioni italiane.
A seguire conservatori, verdi, autonomisti.
Fuori dagli attuali schieramenti ci saranno, però, un centinaio di eurodeputati euro-critici ed euro-scettici di varie tendenze (e non facili da catalogare, come i Veri Finlandesi).
In Italia, il sondaggio prevede il prevalere degli eletti Pse su quelli Ppe: 22 contro 20 su 73 seggi.
Ma ben 24 eurodeputati italiani — i ‘grillini’, sostanzialmente — vanno nella casella ‘non iscritti’.
Mentre i sette restanti escono dalla Lega e da altre formazioni politiche.
Le previsioni tengono già conto della sentenza della Corte costituzionale tedesca, che ha sancito l’incostituzionalità della soglia di sbarramento al 3% alle elezioni europee.
Così, potranno ‘esordire’ a Strasburgo partiti come l’Afd anti-euro, i Pirati, l’Npd neo-nazista.
Il caso tedesco è uno specchio della frammentazione dell’elettorato europeo: il voto di protesta non esprime una forza compatta.
Un perno certo è l’Alleanza tra la francese Le Pen e l’olandese Geert Wilders, leader del Pvv, cui s’è unita la Lega di Matteo Salvini: insieme per liberare i popoli dell’Ue “dal mostro Bruxelles”.
I partiti della Le Pen e di Wilders divergono su molti punti, dal giudizio sull’Islam ai diritti dei gay.
A fare da collante al loro matrimonio politico è il comune rigetto dell’integrazione europea: Marine predica “sovranità nazionale” su moneta e bilancio; Geert ci va giù pesante definendo l’Unione uno “stato nazista”.
Fatta l’alleanza, bisogna quindi reclutare altri membri per darle efficacia: i secessionisti fiamminghi del Vlaams Belang, i democratici svedesi – estrema destra -, l’Afd tedesca, il Fpoe austriaco reduce da una forte affermazione elettorale (e che ha ancora le stimmate del suo fondatore Joerg Haider).
Interessano anche gli euro-scettici britannici dell’Ukip, guidati da Nigel Farage, partito che da solo conta già 13 eurodeputati e che, però, intende smarcarsi dalla neonata Alleanza.
Esclusi, invece, i greci di Alba Dorata, i bulgari di Ataka, gli ungheresi di Jobbik e i tedeschi dell’Npd, tutti accusati di derive razziste e antisemite.
Se la predica viene da quel pulpito c’è da credere vi sia del vero.
La porta resta aperta al M5S cui la Le Pen guarda con interesse da tempo.
Grillo e Casaleggio negano apparentamenti, anche se alcune posizione dei Cinque Stelle, ad esempio sull’immigrazione, sono vicine a quelle dell’Alleanza.
Anche il manifesto europeo in sette punti dei ‘grillini’ piace, soprattutto il referendum per la permanenza nell’euro.
Secondo i calcoli attuali, l’Alleanza potrà contare su una quarantina di seggi (la soglia per formare un gruppo politico a Strasburgo è di almeno 25 eurodeputati da almeno sette Stati) e potrebbe calamitarne altri.
Discorso a parte meritano gli autonomisti e i separatisti, catalani, scozzesi, fiamminghi. Oggi ci sono con loro pure i leghisti, che, però, hanno già pronta la nuova casacca.
Con la bussola all’ottimismo, i dubbi sui rapporti di forza a Strasburgo e la corsa alla presidenza della Commissione sono antidoti contro l’ennesimo calo dell’affluenza alle urne europea, che sarebbe per l’Unione sconfitta persino peggiore dell’affermazione di euro-critici ed euro-scettici.
Giampiero Gramaglia)
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 24th, 2014 Riccardo Fucile
IN VISTA DELLE EUROPEE, IN FRANCIA SUONA IL CAMPANELLO D’ALLARME PER I PARTITI TRADIZIONALI
A leggere i dati delle elezioni municipali francesi con freddezza non si può parlare di trionfo
dell’estrema destra.
Il Fronte nazionale ha ottenuto il 4,7 per cento, un bel balzo in avanti rispetto alle scorse elezioni municipali quando ottenne solo lo 0,9 per cento, ma sempre molto meno del Ump, il primo partito che ha conquistato il 46,5 (più 2 per cento) e dei socialisti 37,7 per cento, oltre sei punti meno del 44,4 ottenuto nel voto del 2008.
Certo il dato politico è lo “sdoganamento” del Fronte nazionale.
Non più il partito dei nostalgici del vecchio Jean Marie Le Pen, ma un nuovo partito ben organizzato dall’attenta Marine Le Pen, sua figlia.
La Le Pen ha saputo intercettare lo spirito dei tempi in perfetta sincronia con una sorta di sordità o di mancanza di lucidità dei partiti tradizionali per lo più impegnati soprattutto nelle loro lotte intestine.
Così, mentre i socialisti si dissanguano in interminabili discussioni se la svolta alla Schroeder di Hollande sia un tradimento o no dei valori della sinistra e l’Ump continua a sognare il ritorno dell’uomo della provvidenza Sarkozy, Marine Le Pen punta dritto alla pancia e al cuore dell’elettorato francese preoccupato dalla crisi economica e spaventato dall’Europa che percepisce come lontana e ostile.
Molto interessanti in questo senso le prime parole di Marine Le Pen dopo i risultati: “Oggi finisce in Europa la distinzione fra destra e sinistra. La vera lotta è fra alto e basso nella società . In alto ci sono i sarkosisti, i socialisti, l’euro e il libero mercato. In basso c’è il popolo. E ci siamo noi”.
Per il Fronte nazionale destra e sinistra tradizionali non hanno più senso e in segno di disprezzo ha coniato la sigla UMPS che mette insieme l’Ump e il Ps giudicati sostanzialmente identici nell’essere lontani dai bisogni del “popolo”.
In Francia il meccanismo del doppio turno è sempre servito ad isolare le estreme e a farle scomparire al secondo turno dove prevale il voto utile.
Questo meccanismo sembra essersi in qualche misura inceppato.
L’appello del presidente del consiglio Ayrault di votare inseme al secondo turno Ump e socialisti insieme per battere il fronte è caduto nel nulla: l’Ump cerca piuttosto di riguadagnare i voti del fronte nella coscienza che la Le Pen sta diventando una concorrente pericolosa nel bacino dei voti della destra.*
La questione è che se il Fronte nazionale ha fatto un balzo in avanti di quattro punti alle municipali che cosa potrà accadere con un voto puramente proporzionale come quello delle prossime europee?
C’è chi ipotizza apertamente un Fronte nazionale primo partito di Francia con conseguenze inimmaginabili per la politica nazionale e anche per gli equilibri europei.
Il problema è che cosa faranno nelle prossime settimane i socialisti al governo per evitare il naufragio totale.
Anche se con una certa dose di autoironia uno degli uomini di Hollande, rispondendo al telefono a un giornalista che chiamava l’Eliseo il giorno dopo il voto diceva: “Pronto, risponde il Titanic”.
(da “Huffingtonpost“)
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