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FONDI UE, LA FRODE INFINITA

Gennaio 10th, 2013 Riccardo Fucile

OGNI ANNO MILIARDI DI EURO INTASCATI O SPRECATI DA GOVERNI ED AZIENDE

In Polonia un gruppetto di multinazionali ha speso circa sette milioni di euro provenienti dai Fondi sociali europei (Fse) per offrire corsi di formazione ai propri dipendenti.
Questi fondi in verità  erano destinati alle piccole e medie imprese, non per chi è già  occupato e di certo non per i manager.
In primo luogo, infatti, questi fondi sono stati studiati per aiutare chi ha una formazione inadeguata ed è da tempo disoccupato.
Il quotidiano olandese Trouw, che aveva rivelato l’uso improprio dei fondi europei ha chiamato le multinazionali con il loro nome: Ing, Unilever, Philips e Bgz, la consociata polacca di Rabobank.
Il livello di uso improprio dei fondi è talora sconcertante.
L’articolo riporta una dichiarazione di Grzegorz Gorzelak del Centro per gli studi europei regionali e locali di Varsavia, secondo il quale “sembra che tutti cerchino di intascare soldi facilmente. Organizziamo corsi di formazione del tutto inutili. Spendiamo per album, biglietti da visita, copertine di cd, tazze, giocattoli e schede di memoria”.
Le voci sull’uso improprio dei fondi europei non sono nuove.
Due anni fa il Financial Times, in collaborazione con il Dipartimento per il giornalismo investigativo, ha presentato i risultati di una minuziosa inchiesta che ha scoperto che i programmi europei per lo sviluppo delle regioni europee bisognose “sono paralizzati dal peso della burocrazia”.
Del resto, anche quando vengono individuati truffe e usi impropri di rado sono perseguiti.
All’epoca il quotidiano aveva parlato di casi di multinazionali come Ibm, Fiat e H&M.
La British American Tobacco aveva raccolto 1,6 milioni di euro di aiuti per la costruzione di una fabbrica di sigarette.
Secondo la polizia italiana ogni anno circa 1,2 miliardi di euro in fondi europei finiscono nelle mani della mafia.
Bart Staes, europarlamentare dei verdi e membro della Commissione per il controllo del budget spiega: “L’uso improprio non riguarda soltanto i soldi provenienti dai tre Fondi strutturali europei più importanti — che avrebbero dovuto essere destinati all’occupazione per lo sviluppo regionale e la coesione sociale. Anche i sussidi all’agricoltura molto spesso non sono utilizzati per i fini per i quali sono stati messi a punto”.
L’anno scorso la Corte dei conti europea ha smascherato l’esistenza di vaste estensioni di “terreni destinati permanentemente a pascolo” in Italia e in Spagna che avevano ottenuto sussidi, ma in realtà  erano aree boschive o siti di “altri elementi non aventi i requisiti per ottenere i sussidi”.
La compagnia aerea olandese Klm invece ha dato prova di maggiore creatività : ha ricevuto aiuti per 600mila euro per il catering offerto a bordo, spacciato per “esportazione di prodotti agricoli”.
Come chiarisce Staes, “non sempre il problema è una truffa. Per esempio, è stata davvero una buona idea utilizzare i soldi del fondo per lo sviluppo regionale europeo per ricostruire le strade intorno alla città  di Anversa?”.
La Commissione per il controllo del budget del Parlamento europeo lavora già  da sette anni per incrementare la trasparenza e la vigilanza sui fondi europei.
Il vero problema è che le istituzioni europee sono incapaci di monitorare l’uso corretto dei molti miliardi di euro messi a disposizione.
Nel budget pluriennale del 2007-2013, ai soli tre fondi strutturali sono stati allocati non meno di 347 miliardi di euro, circa un terzo del budget complessivo dell’Ue. Se a questi si aggiungono i sussidi all’agricoltura, si arriva verosimilmente a una cifra pari ai tre quarti di quel budget.
Gli stati membri sono responsabili della gestione di questi fondi e del loro uso a integrazione dei loro stessi investimenti.
Da questo punto di vista godono di un grado considerevole di autonomia, e la Commissione europea ne è ben consapevole.
Secondo il “Blunder Book”, la Commissione ammette che “vi sono considerevoli lacune in alcune aree come lo sviluppo rurale, la coesione e la ricerca”.
Staes aggiunge che “nel corso degli anni le amministrazioni nazionali e regionali poco alla volta hanno iniziato a considerare i fondi come fondi propri invece che soldi europei. Di conseguenza la vigilanza è inadeguata. La corte dei conti europea ha calcolato che nel 70 per cento dei casi di uso improprio scoperti nei controlli, gli stati membri avrebbero dovuto essere consapevoli che i soldi non erano utilizzati nel modo previsto”.
Fare i nomi
Nel 2010 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione per chiedere l’adozione della politica di “naming & shaming”, per rivelare e smascherare pubblicamente i colpevoli. I precedenti tentativi sono falliti per obiezioni legali: gli accusati possono infatti rivolgersi alla corte di giustizia europea, che quando si tratta di tutelare la privacy adotta un approccio molto inflessibile.
Alla fine dello scorso anno i commissari europei per le politiche sociali, regionali e agricole avevano promesso di unire le forze e garantire il successo dell’iniziativa.
Nel frattempo, la Commissione di controllo del budget del Parlamento europeo ha proposto che i ministri delle finanze degli stati membri siano tenuti a rispondere del loro operato.
Fino a questo momento soltanto quattro stati membri hanno appoggiato la proposta: Svezia, Danimarca, Regno Unito e Paesi Bassi.
Secondo Staes, “non è un caso che proprio questi siano i membri più euroscettici dell’Ue”.
La crisi potrebbe indurre sempre più stati membri a guardare all’Europa come a una mucca da mungere.
Dice ancora Staes: “La tentazione di accedere ai fondi europei è sempre più forte”. Al momento la crisi sta creando buchi a un ritmo maggiore rispetto a quello col quale i Fondi strutturali europei possono ripararli. Il mese scorso Eurostat ha calcolato che nel 2011 viveva sotto la soglia di povertà  o poco al di sopra di essa quasi un quarto dei 500 milioni di persone che compongono la popolazione europea.
“Oltre il 27 per cento dei bambini dell’Unione è a rischio povertà  o emarginazione sociale”, è stata la conclusione di Laszlo Andor, il commissario per l’occupazione, gli affari e l’inclusione sociale.

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CONTRORDINE SCIACALLI: LA UE NON BOCCIA L’IMU MA L’ICI CHE “HA AUMENTATO LA POVERTA”

Gennaio 9th, 2013 Riccardo Fucile

QUANDO IN UN PRIMO MOMENTO ERA STATA FATTA FILTRARE LA VOCE CHE LA UE AVESSE BOCCIATO L’IMU, SI ERA SCATENATA, DA DESTRA A SINISTRA, LA CORSA   DEGLI SCIACALLI CONTRO MONTI…DOPO LA PRECISAZIONE SONO TORNATI A LATRARE ALLA LUNA

A provocare un «leggero aumento della povertà  in Italia» non è la nuova imposta sugli immobili (Imu) introdotta l’anno scorso, bensì la vecchia Ici: è la valutazione contenuta nel rapporto diffuso martedì dalla Commissione Ue sull’Occupazione e gli sviluppi sociali «riguarda la situazione nel 2006 e non la nuova tassa».
Lo precisa in una nota diffusa in serata il portavoce del Commissario Ue all’Occupazione Laszlo Andor.
In una prima interpretazione si era pensato a una bocciatura della nuova imposta da parte della Ue.
«L’IMU NON INCIDE SULLA POVERTA’» –
L’analisi della Commissione, precisa ancora la nota, «indica che l’impatto è stato molto contenuto (0,1%) e molto inferiore a quello della tassa inglese sulla proprietà ».
Per quanto riguarda invece la nuova Imu del 2012, «il rapporto non analizza l’impatto redistributivo della nuova tassa e non suggerisce che la riforma abbia un qualsiasi effetto negativo sulla povertà  o sulla distribuzione del reddito».
Il rapporto «puntualizza semplicemente che la riforma dovrebbe avere un impatto più progressivo sulla distribuzione del reddito se sposta la sua base di calcolo dai valori teorici catastali ai valori di mercato».
In effetti, conclude la nota, «il governo italiano ha proposto una revisione di questo tipo ma non è stata accettata dal parlamento italiano».

(da “il Corriere della Sera”)

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GERMANIA, VOLA LA CDU DI ANGELA MERKEL: NEI SONDAGGI AL 41%

Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile

IL SONDAGGIO DEL SETTIMANALE “STERN”: MAI COSI’ IN ALTO DAL 2006… L’SPD FERMA AL 27%, CALANO VERDI, LIBERALI E PIRATEN

Impennata record della Cdu/Csu di Angela Merkel, che schizza con un balzo di tre punti al 41%, il valore più alto registrato dal marzo 2006.
Lo rivela un sondaggio del settimanale «Stern», dal quale emerge che la Spd del suo sfidante Peer Steibrueck continua a rimanere bloccata al 27%, con i Verdi in calo di un punto al 13% e con la Linke ferma all’8%.
Sempre precarie le prospettive del partito liberale, che con il 4% attuale non rientrerebbe al Bundestag dopo le elezioni per la Cancelleria del settembre 2013.
Ancora peggio vanno le cose per i Piraten, che con il 3% vedono allontanarsi sempre di più la possibilità  di una rappresentanza nel parlamento nazionale, dopo essere riusciti quest’anno a farsi eleggere in tre parlamenti regionali.
Se il quadro attuale venisse confermato dal voto tra 9 mesi, l’unica opzione di governo possibile a Berlino sarebbe una riedizione della Grosse Koalition tra Cdu/Csu e Spd sotto la guida della Merkel.

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“L’ITALIA E’ CENTRALE PER GLI EQUILIBRI UE: NON VI OFFENDETE SE DICIAMO LA NOSTRA”

Dicembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

L’ECONOMISTA FINLANDESE SIXTEN KORKMAN: “MONTI PIACE A TUTTI, INUTILE NEGARLO, NON E’ INGERENZA MA INTERESSE PER L’ITALIA”

Sixten Korkman è professore di Economia alla autorevole Università  Aalto di Helsinki, dopo una lunga permanenza come tecnico nel dipartimento di politica economica del consiglio Ecofin a Bruxelles.
Interviene spesso sui quotidiani del paese nordico, ed è ben noto per un approccio “diretto” ed esplicito.
Alla luce del chiarissimo endorsement che i leader europei e del PPE hanno voluto concedere a Mario Monti, gli abbiamo chiesto un commento sulla presa di posizione di tanta parte dell’Europa che conta a favore di una permanenza di Monti alla guida del governo italiano.
Una scelta appropriata, corretta, opportuna, o un’invasione di campo nella politica italiana?
“Veramente le personalità  politiche di altri paesi — è la risposta – non dovrebbero esprimere pubblicamente opinioni su chi debba fare il primo ministro in Italia; non è corretto, e a mio avviso non è nemmeno troppo saggio. Tuttavia, è abbastanza comprensibile che tutti gli europei abbiano di questi tempi un forte interesse per le evoluzioni della politica italiana: le decisioni prese in Italia possono potenzialmente avere conseguenze importanti per l’Europa nel suo complesso”.
E l’opzione tanto netta a favore di Mario Monti?
Korkman non ha dubbi: “in Europa c’è un diffuso rispetto e genuina ammirazione per Mario Monti. Molti di noi hanno imparato a conoscerlo a Bruxelles, dove è stato un Commissario europeo molto influente e di successo. Molti di noi pensano che sia una persona intelligente, persuasiva, con una buona capacità  di comprensione della necessità  di raggiungere un equilibrio. E poi Monti ha un ottimo senso dell’umorismo ed è dotato di fascino personale. Mettiamola così, se volete: nel confronto con Monti, siamo molto meno positivamente colpiti se pensiamo alla maggior parte dei politici italiani”.
Motivazioni ragionevoli, quelle descritte. Eppure, chiediamo al professor Korkman, è difficile pensare che questa entrata a gamba tesa nelle faccende politiche di un paese sia facilmente accettabile dall’opinione pubblica di uno stato sovrano.
Che succederebbe, ipoteticamente, in Finlandia, se mezzo mondo vi dicesse “eleggete questo e non quello”?
“Sicuramente — risponde l’economista — saremmo seccati e infastiditi; e forse qualcuno dei nostri politici correrebbe a dichiarare che nessuno può intervenire negli affari interni della Finlandia. D’altra parte, ho l’impressione che noi finlandesi (forse solo privatamente) saremmo quasi contenti che degli stranieri si interessino a noi, che ci considerino tanto importanti da sentire il bisogno di esprimere un parere su quello che facciamo”.
Tuttavia, conclude Korkman, in linea generale non ci si dovrebbe offendere più di tanto per queste “ingerenze”.
“Alla fine — spiega — è persino un bene che si sia interessati a come funziona la politica, in casa nostra o in casa d’altri. Credo che bisognerebbe evitare una sensibilità  eccessiva, e pensare subito che degli “stranieri” vogliano limitare la nostra sovranità  nazionale. Magari sarebbe bene che chi esprime questi pareri sulle altrui faccende lo faccia in modo corretto ed evitando di sembrare offensivo”.

Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)

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ABBIAMO DIRITTO A 59,4 MILIARDI DI FONDI EUROPEI, MA RIUSCIAMO A SPENDERNE SOLO 16,1: IL RESTO VA RESTITUITO

Dicembre 15th, 2012 Riccardo Fucile

PIANGIAMO MISERIA E RINUNCIAMO A 43,3 MILIARDI PER IL PERIODO 2007-2013 PER MANCANZA DI PROGETTI DI INVESTIMENTO

La cifra è di quelle così grandi da sembrare un errore: 43,3 miliardi di euro.
Sono i soldi dei fondi strutturali europei che finora l’Italia non è riuscita a investire e che alla fine del 2013 non potrà  più usare.
I calcoli sono della ragioneria dello stato.
Per il periodo 2007-2013 a favore dell’Italia sono stati stanziati 59,4 miliardi di euro e al 30 giugno 2012 ne erano stati spesi solo 16,1.
Soldi destinati soprattutto alle regioni meridionali.
“Sulle cause si è discusso a lungo”, ha scritto Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, “spesso si tira in ballo la scarsa (o scarsissima) capacità  progettuale delle amministrazioni locali o centrali. Ma non c’è dubbio che ci sia anche il concorso dell’indolenza burocratica e di una certa miopia della politica”.
Il ministro della coesione territoriale Fabrizio Barca e il governo di Monti hanno cercato di spingere sull’acceleratore: riprogrammando, stimolando, controllando.
E lanciando Open Coesione, un sito dove tutti possono verificare l’uso dei fondi e seguire uno per uno i 473.048 progetti avviati.
In Europa l’Italia è al terzo posto tra i paesi che ricevono più soldi da Bruxelles (dopo Polonia e Spagna) e al secondo tra quelli che li usano di meno (dopo la Romania).
Ma, soprattutto, l’Italia è un contribuente netto al bilancio comunitario: ha versato nelle casse europee più di quanto abbia ricevuto sotto forma di aiuti.
Il Presidente della Repubblica ha detto che è arrivato il momento di voltare pagina, di farla finita con le opere incompiute e di mettersi d’impegno per usare i soldi.
Ha parlato di “imbarazzo” e “di grande spreco” di soldi che potrebbero far crescere il sud, uno spreco ancora più insultante perchè “sono in qualche modo soldi nostri, che vengono dalle nostre tasche, dal nostro lavoro”.
Il presidente era Carlo Azeglio Ciampi, nell’ottobre del 2000.

Giovanni De Mauro
(da “Internazionale.it“)

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EUROPA INFURIATA PER LA CRISI ITALIANA: TIMORI E OCCHI PUNTATI SUI MERCATI

Dicembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

IL CAVALIERE DEFINITO “SPIRITO MALVAGIO” DALLA STAMPA TEDESCA

Allarme in tutta l’Unione europea, Silvio Berlusconi definito dalla Sueddeutsche Zeitung “der boese Geist”, lo spirito malvagio, torna in scena e vuole vincere: che ne sarà  dell’eurocrisi, dell’eurozona, dei soldi che i popoli di 17 paesi europei hanno in tasca e in banca?
L’inquietudine si coglie chiaramente. L’Europa trema davanti alla prospettiva d’un ritorno di Berlusconi, titola Spiegel online oggi pomeriggio fotografando la situazione di trauma inatteso.
E Joerg Asmussen, uno dei due membri tedeschi del board della Banca centrale europea, in dichiarazioni rilasciate a Bild ha lanciato un severo monito all’Italia, accompagnato da una lode incondizionata al presidente del Consiglio dimissionario.
“Mario Monti”, ha detto Asmussen, certo parlando non senza l’assenso di Angela Merkel, “in poco tempo ha saputo realizzare moltissimo, con lui l’Italia ha riconquistato la fiducia degli investitori, e il suo governo ha portato avanti il processo di consolidamento del Bilancio”.
Fin qui la lode e l’onore del commiato a Monti, poi ecco il duro e chiarissimo monito del super-eurobanker tedesco: “Chiunque dopo le elezioni governerà  l’Italia, un paese fondatore dell’Europa, dovrà  proseguire sulla via del corso politico e di risanamento di monti con la sua stessa serietà “.
Qui nella prima potenza europea come nelle altre capitali e regioni che contano nel Vecchio continente.
E le dimissioni di Mario Monti, l’uomo che un po’tutti da Berlino a Francoforte, da Helsinki a Varsavia chiamavano affettuosamente ‘Supermario’, sono un pugno nello stomaco, la perdita d’una certezza o speranza di risanamento. Vediamo le reazioni e l’atmosfera, caso per caso.
GERMANIA
Silenzio ufficiale, ma la preoccupazione è evidente.
Stiamo a vedere adesso quale esito avranno le elezioni, si pensa qui nella capitale federale.
Secondo analisti autorevoli, come gli editorialisti del quotidiano liberal di Monaco, non conta il fatto che il Pdl sia a livello europeo nel Partito popolare europeo, cioè nella stessa famiglia politica della CduCsu di Angela Merkel.
Le incompatibilità  tra linea di rigore alla tedesca seguita da Mario Draghi e fino a ieri da Monti, e gli attacchi populisti di Berlusconi ora padrone del Pdl contro i ‘Diktat di Angela’allarmano troppo.
La paura appena confessata sottovoce è che una vittoria di questo centrodestra di nuovo guidato dallo ‘spirito malvagiò peggiori conti pubblici, rating e situazioen italiana in generale.
E allora sarebbero guai letali per l’euro e per tutti.
Anche per la prima potenza europea: l’Italia ancora grande paese industriale tra i primi al mondo e membro eel G8 è troppo grosso per poter essere salvato, se cade.
Anche negli ambienti del BDI, la Confindustria tedesca, alte fonti   –   quindi non certo voci di sinistra – hanno recentemente espresso in colloqui riservati con Repubblica opinioni di ribbrezzo sul conto del Cavaliere.
FRANCIA.
Povero Franà§ois Hollande, non bastavano crisi interna, calo di popolarità  e corsa dei ricchi verso il Belgio per pagare meno tasse.
Il nuovo presidente francese, con l’Italia di Monti, aveva costituito un asse di paesi virtuosi ma decisi a battersi per la crescita, e a negoziare da amici ma se necessario anche con toni duri con il gruppo riforista guidato dalla forte Germania di ‘Angie’.
Adesso Hollande ha perduto l’alleato-chiave che aveva ridato peso alla politica francese in Europa.
Da sola, a fronte di Berlino e degli altri rigoristi, una Quinta repubblica declassata dalle agenzie di rating e in grave crisi economica e sociale non può farcela, teme di dover persino lei aver bisogno in futuro di aiuti dei fondi salvastati.
E non sarà  certo un centrodestra italiano in pugno a Berlusconi ad aiutarla.
REGNO UNITO
Fastidio anche negli ambienti politici di Londra. Il premier David Cameron è un conservatore serio, avrà  mille difetti ma il suo governo di coalizione con i liberali di Nick Clegg detesta ogni populismo.
Sulla stessa linea sono al New Labour, vicinissimi al Pd italiano.
I media britannici sono sempre stati tra i più attenti e severi a denunciare scandali, fallimenti e arroganza del Cavaliere. La City non chiude mai gli occhi sul pericolo dei suoi populismi e della sua passata fallimentare politica di conti sovrani.
SPAGNA
Paradossamente problemi anche per il premier conservatore iberico Mariano Rajoy: la caduta del risanatore Monti e l’ascesa di promesse populiste gli renderanno ancor più difficile affrontare le contestazioni di piazza e del paese contro le durissime misure annunciate a Madrid.
EUROPA CENTRO-ORIENTALE
La Polonia, cioè il più dinamico paese ex colonia sovietica, e insieme a Svezia e Finlandia una delle economie della Ue che sono più cresciute, non ha nulla da guadagnare dal ritorno di Berlusconi. I
l governo liberal del premier Donald Tusk e del ministro degli Esteri Radoslaw’Radek’Sikorski, che vanta un debito sovrano attorno appena al 50 per cento del pil e aziende e ceto medio in crescita, e intanto affronta finalmente dure riforme (pensioni, sanità ) già  teme il rallentamento dell’economia tedesca ed europea.
Un rischio di aggravamento dell’eurocrisi a causa di venti populisti romani appare letale anche per Varsavia ‘tigre della nuova Europa’.
E rafforza l’euroscetticismo cavalcato dall’opposizione nazionalista di Jaroslaw Kaczynski.
In tutto il centro-est solo due leader forti sicuramente gioiscono.
Il presidente russo Vladimir Putin e il premier-autocrate nazionalconservatore e antieuropeista ungherese Viktor Orbà n, amici dichiarati di Berlusconi. Berlusconi da cui Orbà n ha avuto anche consiglieri politici per costruire il suo partito e il suo sistema di potere.
NORDEUROPA.
Peggio che mai per l’immagine dell’Italia, e in più nuove nubi di paura dell’Europa e rischio di rafforzamento dei populisti, dagli Sveriges demokraterna a Stoccolma ai Peerus Suomalaiset (autentici finlandesi) a Helsinki.
Pochi giorni fa, all’inviato di Repubblica a Helsinki, l’uomo-chiave del Grande nord nell’eurozona, cioè il giovane, poliglotta, plurilaureato, efficientissimo e popolare ministro finnico per gli affari europei Alexander Stubb, rigorista ma europeista e ammiratore dell’Italia che produce e dei suoi tentativi di rigore, aveva detto: “E’un bene per l’Europa che esistano i due Supermario, cioè Monti e Draghi, io conosco Monti da lunghi anni e lo stimo profondamente, sta tentando di affrontare con successo la crisi, noi che dopo il ’90 avemmo una crisi con crollo del pil del 20 per cento e crack bancario grave sappiamo quanto sia difficile ma lo ammiriamo”.
Ecco, adesso persino la cara, efficiente Finlandia si sente, dopo Monti, con un amico in meno.
E di Berlusconi a Helsinki ricordano tutti le volgari battute sulle leader politiche finniche, molte e tutte bravissime visto anche che la Finlandia non è certo un paese di veline bensì il primo paese al mondo che nel 1906 dette il diritto di voto alle donne, il paese meno corrotto del mondo e uno dei primi nelle pari opportunità .
Da queste idee di modernità  europea, siano esse finniche polacche tedesche o francesi, l’Europa teme ora che l’Italia si allontani.

Andrea Tarquini
(da “La Repubblica“)

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IN GERMANIA LE PENSIONI AVRANNO UN AUMENTO MEDIO DI OLTRE IL 9% TRA IL 2013 E IL 2016

Novembre 30th, 2012 Riccardo Fucile

PREVISTO UN INCREMENTO DEL 36% ENTRO IL 2026

I pensionati tedeschi possono guardare con fiducia al futuro.
I loro assegni mensili aumenteranno significativamente nei prossimi anni, grazie all’ottimo stato di salute del sistema previdenziale pubblico che ha beneficiato della crescita degli occupati e dei loro stipendi.
Questo è il quadro contenuto nel Rentenversicherung, il rapporto annuale redatto dal governo di Berlino e pubblicato ieri.
A differenza di numerosi Paesi europei — Italia inclusa — che hanno sforbiciato le pensione, la Germania intende aumentarle nel periodo 2013-2016 dell’8,27% nei Laender occidentali e dell’11% in quelli dell’ex Germania dell’Est.
L’anno prossimo l’aumento sarà  dell’1% nell’Ovest e del 3,49% nell’Est, il maggior aumento dal 1997.
I cittadini dell’Ovest potranno recuperare il terreno perduto nel 2015, quando vedranno salire le pensioni del 2,55%, il maggior rialzo dal 1993.
Questi dati hanno immediatemente infiammato la discussione politica, con l’Spd (i socialisti attualmente all’opposizione) che ha accusato il cancelliere Angela Merkel di volersi ingraziare gli elettori con regalie pre-elettorali.
Il prossimo 22 settembre — data fissata oggi, anche se non ancora ufficialmente — i cittadini tedeschi saranno infatti chiamati alle urne.
E per raccogliere voti anche presso i lavoratori il governo ha deciso che a partire dal prossimo primo gennaio il prelievo in busta paga per la previdenza scenderà  dall’attuale 19,6% al 18,9%, livello a cui dovrebbe restare fino al 2018.
Questa misura è resa possibile dal florido stato del sistema pensionistico: a fine anno le riserve saranno pari a 1,69 mesi di pagamenti (29,4 miliardi di euro), contro gli 1,5 mesi previsti dalla legge. Chi critica l’aumento delle pensioni deciso dalla Merkel punta il dito contro le previsioni di crescita dell’occupazione e degli stipendi contenuti nel rapporto (gli incrementi previdenziali dovranno infatti essere rivisti se la congiuntura sarà  più debole del previsto).
Per rispettare la tabella di marcia fissata gli stipendi lordi dovrebbero crescere annualmente ad una percentuale compresa fra il 2,5% e il 2,8% nei prossimi quattro anni, mentre il numero dei disoccupati dovrebbe scendere dagli attuali 2,89 milioni a 2,85 milioni del 2016.
Implicitamente, dunque, il governo Merkel ha rivisto le proprie previsioni sul mercato del lavoro che, fino a oggi, prevedevano la creazione di 250 mila posti di lavoro entro il 2016.
Altri interessanti dati contenuti nel Rentenversicherung riguardano le pensioni medie percepite nel 2012 dai 20 milioni di tedeschi che ne hanno diritto: le coppie di marito e moglie hanno potuto contare su complessivi 2.433 euro, gli uomini soli su 1.560 e le donne sole su 1.292.
Entro il 2030, inoltre, le pensioni dell’Est dovrebbero essere uguali a quelle dell’Ovest: oggi sono solo l’88,8%.
Entro il 2026, infine, le pensioni tedesche dovrebbero crescere complessivamente del 36% rispetto ai livelli attuali. Crisi dell’euro permettendo.

Giorgio Faunieri
(da “il Fatto Quotidiano“)

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DOVE FINISCONO I CONTRIBUTI DELL’UNIONE EUROPEA PER L’AGRICOLTURA?

Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

NELLE TASCHE DI GAETANO RIINA, FRATELLO DI TOTO’… ANNI DI SOLDI ALL’AGRICOLTURA, CONTROLLI BEFFA

Esponenti della criminalita organizzata hanno incassato contributi dell’Unione Europea per gli agricoltori.
Tra i beneficiati anche Gaetano Riina, il fratello di Toto Riina, in carcere da quattro anni. I fondi ovviamente non possono andare a chi e sotto sorveglianza di polizia o ha una condanna per mafia.
Ma bastava un’autocertificazione per ottenerli.
La prima domanda, banalissima, che viene in mente è la seguente: come mai nessuno faceva i controlli?
È un interrogativo che si pongono spesso anche i magistrati della Corte dei conti, quando si trovano davanti a casi come quello di Gaetano Riina.
L’anno scorso il fratello di Totò Riina, l’ex Capo dei Capi di Cosa Nostra, si è visto confermare in appello una condanna a restituire all’Agea, l’agenzia che eroga i finanziamenti agli agricoltori, contributi pubblici per 25.328 euro.
I giudici contabili hanno concluso che il Gaetano Riina aveva intascato fondi comunitari senza averne diritto.
Secondo la legge i contributi di Bruxelles non possono essere erogati nè a chi è sottoposto a misure di prevenzione quali la sorveglianza speciale di polizia (ed è questo il caso), nè a chi abbia subito una condanna in appello per associazione mafiosa, senza aver ottenuto una successiva riabilitazione.
Per ben sette anni dal 1997 al 2004, hanno argomentato i magistrati nella loro sentenza, il fratello di Totò Riina aveva presentato regolare domanda, «omettendo peraltro di produrre la certificazione antimafia», e l’agenzia che dipende dal ministero delle Politiche agricole aveva pagato.
Senza evidentemente battere ciglio.
Una delle poche circostanze in cui il principio dell’autocertificazione funziona a dovere.
Ragion per cui la Corte dei conti ha fatto a Riina pure lo sconto. Mentre la procura aveva chiesto la restituzione di 42.214 euro, i giudici si sono infatti limitati al 60% di quella somma.
«Considerato», hanno scritto nella sentenza, «che nel causare il danno erariale complessivo ha inciso pesantemente anche l’amministrazione erogatrice del contributo, che ha sostanzialmente omesso i controlli di competenza in ordine alla regolarità  e alla ammissibilità  delle istanze presentate dall’interessato».
Una semplice sbadataggine o qualcosa d’altro? Chissà .
Di sicuro un nome come quello non poteva passare inosservato nemmeno nel 1997: il fratello di Gaetano, Totò, era da quattro anni in carcere.
Più complicato sarebbe stato fare tana a Giuseppe Spera, fratello di Benedetto Spera, uno degli uomini più fidati di Bernardo Provenzano, morto in carcere nel 2007.
Le sue domande di accesso ai fondi agricoli europei erano state infatti presentate attraverso un’associazione di categoria.
Ma anche allora nessuno aveva fatto poi le necessarie verifiche. E qualche mese fa i giudici contabili hanno sentenziato che i suoi eredi dovranno rimborsare all’Agea 38.593 euro di contributi indebitamente incassati fra il 1997 e il 2002. Il fatto è che situazioni come queste non sono affatto isolate.
Negli ultimi tre anni la Corte dei conti ha emanato una cinquantina di sentenze per danno erariale a carico di esponenti conclamati della criminalità  o di persone sottoposte a misure di polizia che avevano incassato contributi pubblici destinati agli agricoltori.
E, a conti fatti, i contributi truffati così sarebbero circa due milioni di euro.
L’ultima sentenza è di fine ottobre. Biagio Mamone, che era stato condannato in via definitiva a otto anni per associazione mafiosa e concorso in estorsione nel lontano 1985, aveva percepito fino al 2009 i denari del fondo europeo.
Circa 11 mila euro in tutto, che se la decisione di primo grado sarà  confermata, dovrà  adesso rendere al ministero.
Negli stessi giorni, in Calabria, la Corte dei conti chiedeva al settantatreenne Antonio Piromalli la restituzione di 25.720 euro.
Soldi incassati per le campagne olivicole sebbene il «coltivatore» hanno sottolineato i magistrati, fosse stato sottoposto per cinque anni al soggiorno obbligato. Va ricordato che non sempre si parla di cifre modeste.
Qualche anno fa la Guardia di Finanza di Capo D’Orlando ha scoperto che un allevatore sottoposto a sorveglianza speciale aveva intascato quasi 250 mila euro di contributi nel quattro anni precedenti. Senza poi considerare che molti di questi illeciti finiscono in prescrizione.
Tre anni fa se l’è cavata così Alberto Campo, condannato nel 1994 per associazione mafiosa che, nonostante questo, aveva continuato a percepire i contributi che spettano ai marittimi imbarcati sui pescherecci: in tutto 120 milioni di vecchie lire.
Peccato, ha stigmatizzato la sentenza, che per nove anni, dal 1999 al momento in cui si è messa in azione la Corte dei conti, nel 2008, non sia stato «mai notificato alcun atto interruttivo della prescrizione».
Eppure, affermano i giudici, non era difficile: «Sia la capitaneria di porto di Milazzo, che aveva istruito la pratica per la concessione delle indennità , sia il ministero dell’Agricoltura, che ordinò la corresponsione dei benefici, sia la stessa Guardia di finanza, avrebbero potuto acquisire in qualsiasi momento il certificato del casellario giudiziale…».

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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HOLLANDE, IL PRESIDENTE DIMEZZATO

Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile

SCIALBO, POCO CARISMATICO, TIMIDO: A SEI MESI DALLE ELEZIONI PERDE CONSENSI… E BERLINO PRENDE LE DISTANZE DA PARIGI

Franà§ois Hollande cercherà  di riconquistare i francesi che gli hanno girato le spalle dopo averlo votato sei mesi fa. Sono tanti.
Soltanto un cittadino su tre si dice soddisfatto, e senza entusiasmo, per quel che fa o per quel che non fa. L’impresa è dunque ardua. Vasto è il programma.
E a cambiare gli umori dei cittadini della Quinta Repubblica, in questo autunno francese sempre più inquieto, non basterà  certo una conferenza stampa:
Il presidente che parla troppo sottovoce, troppo timido per appagare l’ansiosa curiosità  dei suoi concittadini, troppo poco carismatico per la civiltà  delle immagini, tanto qualunque da far apparire un’esibita virtuosa normalità  come un handicap, insomma il presidente silenzioso in questa occasione dovrebbe far risuonare la grancassa.
Ma c’è da dubitare che lo faccia. Non è nel suo stile.
Lui cammina in punta di piedi. Bisbiglia. Non fa rumore.
E i suoi connazionali, non solo quelli sanguigni, rischiano di restare inchiodati in un profondo scetticismo e sempre più preoccupati. Perchè si pongono alcuni interrogativi essenziali.
Il presidente fa il necessario per affrontare la crisi?
Ne ha valutato l’ampiezza?
I severi giudizi degli economisti tedeschi, che considerano la Francia «il principale problema dell’Europa », sono giustificati?
Annunciano un inevitabile disastro?
Sono gli interrogativi di un paese che, a torto o a ragione, in preda all’incertezza, alla sfiducia, non si sente governato da una mano abbastanza ferma.
Di solito appena arrivata al potere la sinistra accende passioni, esalta o inquieta, suscita speranza o apprensione.
La delusione e il bilancio negativo arrivano alla fine. Con Hollande, secondo presidente socialista eletto al suffragio universale (dopo Franà§ois Mitterrand nell’81) accade il contrario. Lui non ha neppure usufruito di quella che i cronisti amanti dei luoghi comuni chiamano luna di miele.
Il paese ha salutato il suo ingresso nel Palazzo dell’Eliseo senza troppi applausi. Lui dice che non si aspettava di più. Sostiene che l’importante è il bilancio finale.
Gli restano ancora quattro anni e mezzo: quindi ha tutto il tempo per concludere bene quel che è in apparenza cominciato male.
Meglio rovesciare una sciagurata tradizione.
Intanto però, da una più accurata analisi del voto che l’ha portato all’Eliseo, emerge che egli è stato eletto in una Francia in cui la destra è maggioritaria.
Basti ricordare che i due milioni di voti bianchi o nulli al secondo turno erano in larga parte di elettori di destra scontenti di Nicolas Sarkozy, e che sono stati sufficienti per determinare il risultato finale.
Franà§ois Hollande ha infatti vinto con solo un milione di voti in più. A decidere la gara è stata l’inquietudine identitaria. Il rigetto di Nicolas Sarkozy ha condotto il candidato socialista alla presidenza.
Quel Nicolas Sarkozy rifiutato resta nei paraggi un po’ come un fantasma, non come un leader rimpianto, ma come elemento di paragone.
Si dice di Hollande «che fa come Sarkozy», oppure «che fa di tutto per apparire il contrario di Sarkozy», oppure «che è ossessionato dai continui richiami a Sarkozy».
Lo stesso Hollande, nei suoi interventi pubblici, o nei colloqui privati, si riferisce spesso al suo predecessore per mettere in chiaro che il suo stile è diverso.
Molti simpatizzanti di destra (il 64 per cento) si augurano che Sarkozy si presenti alle presidenziali del 2017, ma Roland Cayrol, politologo di lungo corso, pensa che questo desiderio riguardi unicamente i suoi vecchi elettori, non la maggioranza dell’opinione.
Non è mai accaduto, nella Quinta Repubblica, che un ex presidente riproponesse la propria candidatura.
Sarkozy dovrebbe rifarsi una verginità  politica. Un presidente sconfitto non può essere rieletto. E comunque non è mai avvenuto. Evocare il nome di Sarkozy non significa insinuare la possibilità  di un suo ritorno; è rammentare piuttosto che è stato lui il protagonista delle elezioni di primavera. I francesi hanno voluto sconfiggerlo.
La vittoria di Hollande è stata la conseguenza del rigetto di un presidente che abusava dei mezzi di comunicazione, che inondava il paese di annunci senza seguito, contraddittori, e scandiva la sua funzione suscitando emozioni collettive, al ritmo dell’attualità .
Franà§ois Hollande è e vuole essere il contrario. Lo vuole essere a tal punto da apparire un personaggio scialbo.
Lui che prima di diventare presidente era un uomo spiritoso, conviviale, al punto da esercitare un certo fascino più nella società  femminile che in quella maschile, è diventato impenetrabile.
È diventato un presidente classico. Immerso fino al collo nella carica.
Anche in questo il contrario di Sarkozy, che amava le trasgressioni. «All’inizio, quando entravo nell’ufficio del presidente, mi aspettavo di trovare qualcuno seduto al mio posto», diceva Hollande.
Poi il peso delle responsabilità  ha spento la sua giovialità .
Ma non del tutto. Durante le frequenti visite, nell’ufficio affacciato sul parco in cui si spengono i rumori del traffico dell’agitato quartiere dei Campi Elisi, il presidente accoglie con il sorriso, comunque con serenità , le domande in cui si annidano le critiche alla lentezza del suo governo. L’opposizione ne denuncia l’inazione, la sinistra si spazientisce, l’opinione pubblica si impenna ed esprime giudizi negativi.
Lui reagisce difendendo il primo ministro Jean-Marc Ayrault, al quale si rimproverano la passività  e le numerose gaffes. Ayrault, dice Hollande, è il bersaglio di rimproveri in realtà  rivolti a lui, il presidente.
La destra pensa che la sinistra abbia vinto le elezioni per effrazione e che la sua occupazione del potere sia illegale.
Ma lui è presidente per cinque anni. Lo sottolinea con insistenza. E a chi si pronuncia per un’azione rapida, immediata, una specie di New Deal francese, risponde di voler procedere a tappe.
In un paese in cui le spese pubbliche, ereditate da Sarkozy, arrivano al 56 per cento, un livello non raggiunto neppure in Svezia, il margine d’azione del governo socialdemocratico è risultato assai limitato.
Hollande ha fatto male a non offrire subito all’opinione pubblica una visione realistica della situazione economica, e a minimizzare con i suoi silenzi l’importanza della crisi subita dalla Francia.
Si è comunque ben guardato dal ridurre drasticamente le spese pubbliche, per avvicinarle al livello tedesco (46 per cento), e dall’attenuare la rigidità  del mercato del lavoro.
Ha invece scelto di aumentare le tasse, con il rischio di degradare la competitività  delle imprese. Questo ha fatto inorridire gli economisti tedeschi e messo in allarme il governo di Berlino, preoccupato dalla prospettiva di vedere la Francia affiancata ai paesi del Sud Europa, dei quali non ha finora condiviso la situazione, pur non presentando conti esemplari, come i paesi del Nord.
A tranquillizzare un po’ i tedeschi è stata la recente decisione di aumentare di circa mezzo punto l’Iva e di accordare un credito di venti miliardi alle imprese, al fine appunto di migliorare la loro competitività .
Franà§ois Hollande dovrà  infine uscire dalla proverbiale riserva. La vivace cordialità  riservata ai visitatori dell’Eliseo dovrà  estenderla ai quattrocento giornalisti presenti alla conferenza stampa, e alla Francia in ascolto.
L’impopolarità , lo scetticismo dei francesi, i numerosi punti oscuri della sua politica economica, peseranno su domande e risposte.
Alcune promesse fatte durante la campagna elettorale sono state mantenute, altre no. Non ancora. Il presidente dovrà  giustificarsi. Spiegare.
Ecco qualche esempio. Il candidato Hollande aveva promesso di non aumentare l’Iva, ma l’ha aumentata. Sia pure di poco.
Aveva promesso di rinegoziare il trattato budgetario europeo firmato da Sarkozy, e si è accontentato di un capitolo annesso chiamato “patto per la crescita”.
In quanto alla fiducia che il candidato si impegnava di suscitare nel paese, manca all’appello, visti i pessimi sondaggi.
Il personaggio Hollande affronta un esame non facile.

Bernardo Valli

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