Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
I CONTI DELLA BANCA TEDESCA: SI FIDANO MENO DELLA SPAGNA DOVE L’ESPOSIZIONE IN TITOLI DI STATO E’ SCESA DEL 35%
Se il governo tedesco si mostra a volte scettico sull’affidabilità dell’Italia le sue banche la ritengono solida e sicura.
Come spiegare altrimenti la notizia che l’esposizione di Deutsche Bank sui titoli di Stato italiani è cresciuta di circa il 29% nel secondo trimestre passando da 1,953 a 2,516 miliardi di euro.
È quanto emerge dai dati di bilancio presentati dal gruppo bancario in occasione della presentazione dei risultati per il secondo trimestre.
Nello stesso periodo è invece scesa del 35% l’esposizione ai titoli di stato della Spagna che sono calati a 873 milioni da 1,358 miliardi alla data del 31 marzo 2012.
Deutsche Bank ha annunciato un piano di riduzione dei costi per 3 miliardi di euro.
Buona parte dei risparmi verrà da provvedimenti di riduzione della forza lavoro per 1900 dipendenti, quasi tutti al di fuori della Germania.
Di questo totale, 1500 tagli riguarderanno la divisione di investment banking.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
UNA LISTA DI 1500 EX DIPENDENTI PRONTI A ESSERE RICHAMATI AL LAVORO
L’industria tedesca continua a girare a pieno regime, ma a scarseggiare è la
manodopera, così sempre più aziende fanno tornare in fabbrica i pensionati.
La Bild rivela che il gruppo Bosch ha una lista di 1500 ex dipendenti, tra ingegneri, tecnici e operai specializzati, che possono essere richiamati in azienda in qualunque momento.
Solo l’anno passato la Bosch ha dovuto far ricorso a 600 suoi ex dipendenti, per un totale di 55mila giornate lavorative.
Un portavoce ha spiegato che «rispetto ad esperti esterni gli ex dipendenti Bosch hanno il vantaggio di reinserirsi molto presto, poichè conoscono le strutture interne».
Tra i pensionati richiamati in servizio figura anche Fritz Baumann, 66 anni, il quale spiega che «un mese dopo essere andato in pensione mi hanno chiesto se volevo andare in Russia come consulente. Ho accettato immediatamente».
Il colosso tedesco della distribuzione «Otto Group» ha addirittura fondato un’affiliata per reclutare in maniera sistematica gli ex dipendenti, da impiegare ciascuno su un progetto specifico per un massimo di 50 giorni all’anno.
Bild scrive che anche Volkswagen, Airbus, Daimler, Bayer e Fraport, la società che gestisce l’aeroporto di Francoforte, fanno ricorso ai loro ex dipendenti per le mansioni più varie.
Una portavoce della Volkswagen ha dichiarato che 13 pensionati fanno da guida a 20mila visitatori all’anno nella fabbrica di Hannover.
Un sondaggio effettuato presso le aziende tedesche ha mostrato che gli ex dipendenti sono particolarmente apprezzati per la loro esperienza, la disciplina di lavoro e per la lealtà nei confronti dell’azienda.
( da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 25th, 2012 Riccardo Fucile
CONSIDERAZIONI E PENSIERI SU UNA OLIMPIADE IMMAGINARIA… L’EUROPA CHE HA FATTO LA STORIA E RISCHIA DI ESSERE SFATTA DALLA CRONACA
Non prendetemi per pazzo. Oppure sì. Ma insomma, provate a immaginare.
Provate a immaginare che tutti gli atleti delle nazioni dell’area euro presenti a Londra si sfidino nelle rispettive specialità .
Immaginate che i primi tre classificati, e soltanto loro, partecipino poi ai Giochi con la divisa della Unione Europea.
Immaginate davanti al video una ragazzina spagnola che tifa Federica Pellegrini e un pensionato tedesco che incoraggia il centometrista francese Lemaitre.
Immaginate il medagliere olimpico, con l’Europa Unita che lotta per il primo posto contro l’America e la Cina, e quasi sicuramente le supera, sentendosi di nuovo il centro glorioso del mondo e non un insieme di piccole, rissose e decadenti periferie.
Immaginate quale effetto avrebbe sull’identità del Vecchio Continente la condivisione di emozioni così possenti.
Forse persino l’euro cesserebbe di essere una moneta svizzera finita per sbaglio nelle nostre tasche, assurgendo finalmente a simbolo di qualcosa di vivo.
Avete immaginato?
Ora riatterrate sulla realtà schizofrenica delle prossime settimane, quando nei discorsi economici invocheremo politiche unitarie e in quelli agonistici ci scanneremo per le piccole patrie di appartenenza, nani destinati alla sconfitta: in pista come in Borsa.
Prendetemi per pazzo, ma non per scemo.
So bene che la crisi d’Europa non si risolve con una manciata di medaglie.
Ma so anche che lo sport sarebbe un buon mastice per tentare di mettere insieme le membra di questo gigante depresso, che ha fatto la Storia ma rischia di essere sfatto dalla cronaca.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
AFFRONTARE UNA ROTTURA TRAUMATICA DELL’EURO AVREBBE UN COSTO ENORME PER LA GERMANIA: E’ CREDITRICE DEI PAESI DEBOLI PER MILLE MILIARDI DI EURO
Invece di prendersela con i tedeschi, bisognerebbe paradossalmente – compatirli. 
I mercati finanziari li stanno attirando in una trappola.
Più insistono che non saranno loro a pagare il conto per i Paesi deboli dell’euro, e più rischiano di andarsi a cacciare in una situazione in cui saranno costretti ad aprire il portafoglio sul serio.
Ovvero, se si seguita ad affermare alla leggera che l’area euro sarebbe bene ridimensionarla, i mercati continueranno a scommettere che si spacchi, divaricando ancor più i tassi di interesse tra Nord (compresi Francia e Belgio) e Sud.
Ma alla resa dei conti l’alternativa sarebbe tra due scelte entrambe costosissime per la Germania: soccorrere massicciamente Spagna e Italia, oppure affrontare una rottura traumatica dell’euro.
La Repubblica federale tra aiuti già erogati ai tre Paesi sotto assistenza e aiuti promessi a Madrid già contribuisce con un centinaio di miliardi di euro.
E’ facile compiacere i tedeschi dicendogli che hanno fatto fin troppo.
Meno facile è spiegargli che questi soldi li prestano, raccogliendoli sui mercati a un tasso assai inferiore, quando non addirittura sotto zero.
I mercati ingannano. Stanno gonfiando una bolla speculativa sui titoli di Stato non solo dei Paesi forti dell’euro, anche di altri Paesi economicamente legati alla Germania.
Secondo stime aggiornate, nella prima metà del 2012 lo Stato tedesco ha risparmiato un miliardo di euro rispetto a quanto prevedeva come pagamento di interessi sul debito.
L’afflusso ansioso di capitali verso i Paesi reputati sicuri li spinge a sottovalutare la gravità della crisi.
La Finlandia – dove Mario Monti si recherà tra una settimana – può cinicamente avere qualche buon motivo, dato che secondo alcune analisi sopporterebbe abbastanza bene una rottura dell’unione monetaria.
La Germania no, è creditrice dei Paesi deboli sotto varie forme, per almeno mille miliardi di euro.
Nella migliore delle ipotesi quei soldi li riavrebbe indietro molto svalutati.
Il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble queste cose le sa benissimo, tanto che ha fatto calcolare ai suoi uffici i costi di una rottura dell’euro; altri suoi compatrioti non riescono a capirle.
Per questo è urgente, come sosteneva ieri Giuliano Amato, verificare se il governo di Berlino è sincero quando propone passi avanti verso l’integrazione politica dell’Europa come passaggio per ottenere una maggiore solidarietà ; o se lo afferma a vuoto, sapendo che Parigi resta contraria.
L’intervista di Schaeuble apparsa sabato sul Figaro fa sperare, ma occorre una risposta francese.
Se è vero quanto sostengono il Fondo monetario e la Banca d’Italia, che solo una parte dello spread italiano e di quello spagnolo è giustificato dallo stato dei due Paesi – mentre dal lato opposto è assurdo che i titoli dei Paesi forti fruttino meno di zero – questo comporta che è già in atto in Europa quel «trasferimento di risorse» tanto temuto da certi tedeschi.
E’ già in atto, però alla rovescia: grazie ai mercati finanziari, da Italia e Spagna verso Germania, Olanda e Finlandia.
Proprio per questo motivo, al nostro Paese conviene una maggiore integrazione politica dell’Europa.
Stiamo pagando un tributo non deciso da nessuno; decidere tutti insieme a Bruxelles non sarebbe certo un danno.
Potremmo «vedere le carte» offrendo per primi di rinunciare a una parte della nostra sovranità di bilancio.
Mentre, al fondo, la lezione da apprendere per i politici tedeschi e italiani è la stessa: proporre soluzioni illusorie – lì la cacciata dei Paesi del Sud, qui un’uscita magari «temporanea» dall’euro – rischia di avverarle in forma di disastro.
Stefano Lepri
(da “La Stampa“)
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Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
ASSEDIO ALLA BAIONETTA CONTRO TASSI E SPREAD… E I VENTISETTE NON HANNO PIU’ MUNIZIONI, RESTA SOLO LA BCE… OPPURE UN SALTO DI QUALITA’ DIFFICILE
Sui mercati la giornata è partita malissimo. I rendimenti decennali italiani sono più alti di
quelli dell’Irlanda che è sotto programma, ovvero è stata salvata.
E’ una situazione da Fort Alamo. In cui le truppe federali non arrivano, mentre Monti e Rajoy sono assediati come Davy Crockett.
Il vero problema è l’impasse. Nessun può fare un gran che.
Salvo una entità che non potrebbe farlo.
1) L’Italia ha scritto e approvato le riforme. Ha un avanzo primario significativo. Difficile chiederle altri tagli o interventi strutturali. Il dilemma è la stabilità politica che non si risolve in una settimana.
2) La Spagna ha avuto i soldi per risanare le banche. Ora lo farà . Coi soldi potrà intervenire sul secondario. Il programmo è condizionato. Altro non si può.
3) La Grecia non sta rispettando i conti. Non le si può chiedere nulla sinchè la Troika, che arriva domani ad Atene, non tornerà nella seconda metà di agosto. Impasse.
4) Il fondo salva stati temporaneo, Efsf, ha un centinaio di miliardi in tasca. Noccioline.
5) Il fondo salvastati permanente, Esm, è bloccato sino al 12 settembre in attesa della sentenza della Corte di Karlsruhe. E comunque, non avrà più 400 miliardi. E’ stata una burla metterci così pochi soldi dentro, lo hanno voluto i soldi tedeschi, finlandesi & Co. Ci hanno pure presi in giro dicendo che era un trilione di dollari. Come avere le porte di cartone nel regno dei ladri di appartamento.
6) I tedeschi continuano a rilasciare dichiarazioni inutili e pericolose sulla Grecia. Un buon tacer non fu mai detto. Dovrebbero farla finita.
7) Il meccanismo antispread non è un gran che. Ha un costo politico, deve essere autorizzato, è condizionato (flessibilmente) , prevede una vigilanza Ue/Bce. L’Italia potrebbe pure chiederlo, anche se Monti farà di tutto perchè non accada, ma non essendoci l’ESm, l’Efsf con 100 miliardi in cassa farebbe poco più di uno sternuto della zanzara.
In parole semplici, abbiamo poca scelta. Che fare?
1) Mettere la sordina ai ministri in campagna elettorale, ovvero far tacere tedeschi, olandesi etc, ma anche al Fmi. E ai funzionari tedeschi della commissione.
2) Mostrare un vero senso di compattezza europea. Uniti per fare la forza. E non il contrario
3) Lasciare che la Bce possa intervenire al momento peggiore. Senza dirlo, ovviamente.
4) Prendere tempo in questo modo sino a settembre, e decidere di raddoppiare Esm. Due trilioni per salvare l’Unione monetaria. Oppure organizzare uno dei più costosi funerali della storia.
Questa crisi è la peggiore che abbiamo mai visto.
Non c’è paragone fra gli eserciti in campo.
I mercati, oltretutto, sono compatti. I governi, inseguono le logiche di politica nazionale e perdono di vista il quadro generale.
Mentre crolla il dominio dei Galli, nessuno può sperare di essere il villaggio di Asterix.
Più l’Europa sarà divisa e più alto sarà il conto.
Questa mattina il messaggio è chiaro come non lo è mai stato.
Marco Zatterin
(da “La Stampa“)
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Luglio 14th, 2012 Riccardo Fucile
TRA PARLAMENTO E CONSIGLIO E’ RISSA PER L’AUMENTO DELLE SPESE… I RAPPRESENTANTI DEGLI STATI MEMBRI NON VOGLIONO L’AUMENTO
Quando si parla di soldi si litiga sempre.
Pure a Bruxelles, dove le tre principali istituzioni dell’Ue, Commissione, Parlamento e Consiglio, stanno venendo ai ferri corti per la definizione del budget comunitario 2013.
A dire il vero ogni anno si bisticcia su quanto gli Stati membri devono pagare a Bruxelles, ma questa volta, complice la crisi economica e le misure di austerità a cui molti governi sono costretti, i negoziati sono particolarmente caldi.
Si tratta del bilancio 2013, ovvero il capitolo di spese che l’Unione europea nel suo insieme effettuerà l’anno prossimo.
Questi soldi vengono pagati proporzionalmente dai 27 Paesi membri che attraverso l’istituzione che li rappresenta (il Consiglio) negozia con Parlamento e Commissione europea. Il grosso dei soldi che arrivano a Bruxelles ritorna poi negli Stati membri sotto forma di finanziamenti vari, come i fondi di coesione e quelli strutturali.
Ad esempio nel 2012 il bilancio europeo è stato di 147,2 miliardi di euro (141,9 nel 2011), dei quali il 45% destinati a fondi di coesione (promuovere lo sviluppo nelle regioni e nei Paesi più poveri), il 30% a favore degli agricoltori europei, l’11% allo sviluppo rurale, il 6% per progetti extraeuropei e aiuti umanitari e il 5,6% alle spese di amministrazione e personale.
Succede che ogni anno, complice l’inflazione e l’aumento della spesa totale del’Ue, viene accordato un aumento di bilancio.
Ed è proprio qui che quest’anno sono volate le sedie.
La Commissione, di concerto con il Parlamento, aveva proposto lo scorso aprile un aumento del budget del 6,8% per far fronte anche a tutte quelle promesse di pagamento fatte l’anno passato (l’Ue ragiona per cicli di spesa pluriennali, adesso 2007-2013).
Neanche a dirlo, ai rappresentati del Consiglio (quindi degli Stati membri) si sono rizzati i capelli in testa.
Anche agli ex come Valèrie Pècresse, ministro francese al budget fino a due mesi fa nel governo Sarkozy, che ha detto: “E’ impossibile, assolutamente ingiustificabile e inaccettabile che l’Ue chieda ai suoi Stati membri di tagliare il deficit e le spese interne e allo stesso tempo proponga un aumento di quasi il 7% del suo proprio budget”. Impossibile, secondo il Consiglio, andare oltre un aumento tirato del 2,8%.
Furiosa la reazione di Commissione e Parlamento, che fanno notare come tagliare il budget dell’Ue equivale a tagliare i finanziamenti che gli stessi Stati membri riceveranno l’anno prossimo per stimolare crescita e occupazione.
“Questa posizione contraddice quanto deciso dagli stessi capi di Stato e di Governo lo scorso 28-29 giugno a Bruxelles che hanno stanziato 120 miliardi di euro per la crescita europea”, ha fatto notare il Commissario Ue al bilancio Janusz Lewandowski.
In effetti, anche se verrebbe naturale pensare che in tempo di crisi tutti debbano fare sacrifici, viene da se che ridurre l’aumento del budget Ue vuol dire tagliare anche i fondi che ogni anno partono da Bruxelles direzione Roma, Madrid e così via.
Ma questo i ministri nazionali lo sanno bene.
Ecco allora la contro proposta. Con un pizzico di cinismo, Paesi come Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Romania e Spagna hanno difeso a spada tratta i fondi di coesione, dimostrandosi però un pochino meno interessati agli aiuti umanitari internazionali.
Il Consiglio ha proposto infatti di tagliare del 9,75% le spese extraeuropee e di limitare l’aumento delle spese di amministrazione all’1,47% (considerando che l’Ue dovrà preso assumere un bel po’ di croati per accogliere il 28esimo Paese membro).
Nero Alain Lamassoure, popolare francese, a capo della commissione parlamentare per il budget (ce n’è una perfino per il controllo del budget) per quello che reputa “un attacco” dei ministri nazionali “al processo decisionale europeo”.
Ed ecco che torna d’attualità il tormentone di una tassa europea, uno degli obiettivi del Movimento federalista europeo, secondo il quale l’unione monetaria non è sostenibile senza un’unione fiscale e un bilancio dell’Unione dotato di risorse pari ad almeno il 2% del Pil europeo.
Questa possibilità , in effetti, permetterebbe all’Ue di emanciparsi economicamente dai governi nazionali e di rispondere della propria spesa solo ai contribuenti europei.
Ma al momento lo scontro resta tutto a Bruxelles.
A sbrogliare la matassa giocherà un ruolo di primo piano il ministro alle finanze cipriota Vassos Shiarly, che mentre il suo Paese ha chiesto 10 miliardi di aiuto all’Ue per salvare le proprie banche, si permette di litigare con il Commissario Ue al bilancio Lewandowski sul bilancio comunitario.
“Questa Ue costa davvero troppo”, starà pensando.
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
LE CANCELLERIE EUROPEE LANCIANO L’ALLARME A PALAZZO CHIGI
Da quando i giornali hanno riportato le dichiarazioni di Alfano che aprono la strada a una
rinnovata leadership berlusconiana della destra italiana, i centralini di Palazzo Chigi e quelli del Quirinale hanno passato ai piani alti dei due palazzi molte telefonate provenienti dalle altre capitali europee con richieste di chiarimenti e segnali di inquietudine.
E il «percorso di guerra» di Monti a Bruxelles si è fatto, se possibile, ancora più difficile.
«Ancora non riesco a credere che, dopo un totale fallimento politico ed economico, qualcuno possa pensare di riproporsi agli elettori», confida Hannes Swoboda, il capogruppo del Pse al Parlamento europeo.
«Tutto quello che Monti sta facendo è cercare di porre rimedio ai danni provocati da Berlusconi. La sua ricandidatura non sarà bene accetta in nessuna capitale perchè costituisce un danno per l’immagine dell’Europa che appare come una democrazia in cui non si sanno trarre le conseguenze delle esperienze negative».
Naturalmente, a livello ufficiale, tutte le bocche sono cucite.
Nessuno che abbia incarichi istituzionali si permette quella che apparirebbe come una plateale ingerenza negli affari interni di un Paese che ha appena riconquistato credibilità e prestigio sulla scena internazionale.
Ma l’annuncio di un ritorno di Berlusconi alle prossime elezioni conferma nel modo peggiore le preoccupazioni che molti governi avevano già espresso in via riservata sulla tenuta del Paese nel dopo-Monti.
E si scopre che le ultime dichiarazioni del Cavaliere, sulla possibilità di uscire dall’euro, sulle critiche all’Europa, sull’opportunità di far stampare moneta dalla Banca d’Italia, erano state ascoltate e registrate con attenzione anche quando sembravano, appunto, esternazioni di un fantasma incollerito.
«Non voglio immischiarmi negli affari interni italiani – dice Sylvie Goulard, esponente francese del gruppo liberale al Parlamento europeo, co-fondatrice del Gruppo Spinelli e relatrice del rapporto parlamentare sulle misure di rafforzamento della governance economica – ma tutte le capitali europee vorrebbero che il governo italiano restasse impegnato nella difesa dell’euro. Certo le ultime dichiarazioni di Berlusconi sulla moneta unica o sul ruolo della Banca centrale gettano all’aria tutti i progressi accumulati negli anni da uomini come Ciampi, Prodi, Draghi e Monti. Non credo proprio che nelle capitali abbiano accolto la notizia conpiacere. L’ultima cosa di cui hanno bisogno gli europei è una campagna elettorale italiana giocata sul sì o sul no all’Europa. Ovviamente la decisione finale spetta agli elettori italiani. Del resto hanno già avuto modo di sperimentare per tre volte i governi Berlusconi».
A stemperare le reazioni europee contribuisce il fatto che nessuno, per ora, prende sul serio le possibilità di successo della destra berlusconiana alle elezioni.
«Ma quello che nelle capitali non si è ancora capito, è che la presenza stessa di Berlusconi basta a complicare gli esiti del dopo-voto – spiega un alto funzionario italiano nelle istituzioni comunitarie -. Infatti, mentre prima si poteva comunque contare sulla possibilità di un governo di emergenza nazionale che tenesse insieme centrodestra e centrosinistra per l’adempimento degli impegni europei, la leadership berlusconiana rende di fatto impossibile anche una riconciliazione postelettorale».
Un altro fattore che fanno rilevare gli osservatori europei delle cose italiane è che l’annuncio del ritorno di Berlusconi, se anche dovesse dimostrarsi un “ballon d’essai” destinato a non avere seguiti concreti, ha comunque avuto l’effetto di togliere ogni credibilità politica ad Alfano, che era stato presentato in Europa come il suo delfino.
Il leader provvisorio del Pdl aveva perfino abbozzato una mini tournèe nelle capitali europee per accreditare la propria immagine e la propria autorevolezza.
Alla luce degli ultimi sviluppi, avrebbe fatto meglio a restare a casa.
Ma lo sconcerto per la ricomparsa di Berlusconi non si limita all’Europa.
Anche a Washington la notizia non deve aver fatto piacere.
L’entusiasmo con cui Obama ha accolto Monti in America è stata letto dai diplomatici anche come un segnale di sollievo per l’uscita di scena del Cavaliere, contro cui l’amministrazione democratica aveva decretato un vero e proprio ostracismo.
La riprova dei sentimenti americani per il leader della destra italiana si è avuta recentemente nel corso delle grandi manovre diplomatiche per la scelta del prossimo segretario generale della Nato.
Si sa che l’Italia vorrebbe mettere sul tavolo la candidatura dell’ex minsitro degli esteri Franco Frattini, uomo che si pensava ben accetto dagli americani.
Ma da Washington è arrivata una vera e propria doccia fredda: nonostante la stima personale per Frattini, gli Stati Uniti non vedono di buon occhio alla testa dell’Alleanza Atlantica un ex ministro di Berlusconi.
Anche per questa partita, la ricomparsa del Cavaliere non aiuta certo ad aggiustare le cose.
Andrea Bonanni
(da “la Repubblica“)
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
I FRANCESI DEVONO FARE I CONTI CON I BILANCI IN ROSSO, L’ITALIA PERENNEMENTE IN RITARDO NELLE DECISIONI…ORA I TEMPI SI ALLUNGANO E NULLA E’ PIU’ CERTO
Ancora 20 giorni fa, durante la sua visita a Roma per il vertice con Monti, Merkel e Rajoy, il presidente francese Franà§ois Hollande parlando della Torino-Lione era stato netto: «Si dovrà fare».
Ma ora che il nuovo governo francese ha iniziato a sua volta a fare i conti coi bilanci in rosso, tutti i piani di spesa sono rimessi in discussione a cominciare dal faraonico «Schema nazionale delle infrastrutture di trasporto» varato nemmeno due anni fa: troppi 260 miliardi di investimenti nell’alta velocità , quando solo per arginare il deficit entro il 2013 occorre varare manovre per 40 miliardi e quando il debito pubblico (al 90% del Pil) drena ogni anno 50 miliardi di spesa per interessi.
Per questo il governo di Parigi ha deciso di mettere sotto osservazione 10 progetti su 14. Compresa la Torino-Lione, che da sola di miliardi alle casse francesi ne costa in tutto ben 12. «Troppo cara» per il bilancio della Rèpublique, secondo la Corte dei conti d’Oltralpe, che pochi giorni fa ha esplicitamente invitato il governo a fare scelte precise e ad individuare delle priorità . In cima alla lista dei progetti da cassare c’è la Nizza-Marsiglia, perchè non è stato ancora trovato un accordo sul tracciato e perchè costa addirittura 15 miliardi di euro, subito dopo però viene la Torino-Lione.
Da Parigi spiegano che nulla è deciso, ma il rischio che il progetto del collegamento tra Piemonte e Rhà’ne-Alpes venga congelato è grande.
Ancora più grande se si considera che mentre sul versante francese una parte significativa delle opere, come le discenderie, è stata già realizzata, noi – per i mille noti motivi – non abbiamo combinato praticamente nulla.
A questo punto di che cosa ci potremmo lamentare coi francesi? Di nulla.
Dopo anni di tentennamenti, inerzie e ritardi non possiamo dire niente.
Ci possiamo solamente attaccare agli accordi, che certamente un loro peso ce l’hanno, ma che possono sempre essere messi in discussione.
Al contrario degli altri progetti, che si sviluppano tutti all’interno del territorio francese, la linea con la Francia non solo fa parte dei corridoi ferroviari previsti dall’Unione europea, ma è pure oggetto di un trattato internazionale.
Che certamente non può essere stracciato. Ma certamente può essere ridiscusso.
Ad esempio si può immaginare una diversa tempistica dell’opera che potrebbe essere rinviata a dopo il 2017, anno in cui tra l’altro la Francia pensa di raggiungere il pareggio di bilancio.
Il paradosso di questa vicenda, che la dice lunga sulla nostra capacità di progettare il futuro del Paese, è che comunque sia andiamo al rimorchio dei francesi.
O ci muoviamo solo per effetto di pressioni esterne.
Abbiamo detto sì al progetto dietro la spinta di Parigi, e poi ogni scelta nell’infinito iter di questa tormentatissima infrastruttura, dalla scelta del primo tracciato alla sua modifica, è stata dettata dal rischio di perdere i fondi europei oppure dal pericolo di dover pagare delle penali.
Non siamo stati in grado – governi, enti locali, forze politiche di esprimere una visione, di scegliere il progetto della Torino-Lione come vero progetto, non di Torino o del Piemonte, ma del Paese.
E di conseguenza non ci siamo minimamente preoccupati di costruire per tempo il consenso attorno a questa opera, a cominciare dalle sempre dovute compensazioni per le popolazioni più direttamente esposte all’impatto di una infrastruttura di questa portata come quelle della Val Susa.
E’ probabile che i francesi ci ripensino e decidano di salvare la Torino-Lione, ma se dovesse andare male per noi non sarebbe una semplice sconfitta.
Sarebbe una sconfitta doppia.
Paolo Baroni
(da “la Stampa“)
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
DATI EUROSTAT: 49 MILIONI DI PERSONE “NATE ALLL’ESTERO” VIVONO OGGI IN UN PAESE UE… DI QUESTE, 16,5 MILIONI SONO NATE IN ALTRO PAESE UE, 32,4 FUORI DALLA UE
Nell’Unione europea vivono 33,3 milioni di “stranieri”.
Più del 60% di questi, ossia 20,5 milioni, provengono dai paesi europei extra-Ue.
Gli altri, ossia 12,8 milioni, vengono da un paese Ue.
Questi, in sintesi, i dati principali resi noti stamattina da Eurostat, l’istituto di statistica della Commissione europea, relativi all’anno 2011.
In totale, gli “stranieri” rappresentano il 6,6% della popolazione totale residente nell’Unione europea. In media, ogni anno la popolazione straniera aumenta di un milione di persone, e il fenomeno assume ormai una dimensione importante anche in Italia, che appare per la prima volta tra i primi tre paesi con la più alta presenza di cittadini stranieri.
In numeri assoluti, il maggior numero di cittadini stranieri risiede infatti in Germania (7,2 milioni), Spagna (5,7 milioni) e Italia (4,6 milioni), seguiti da Regno Unito (4,5 milioni), e Francia (3,8 milioni).
Oltre il 75% degli stranieri vivono in uno di questi cinque Stati membri.
In valori relativi, la più alta percentuale di stranieri si riscontra invece in Lussemburgo (43% della popolazione totale), Cipro (20%), Lettonia (17%) e Estonia (16%). Le percentuali più basse (meno del 2%) in Polonia, Bulgaria, Lituania e Slovacchia. In Italia la percventuale di stranieri è del 7,5%.
I cambiamenti che avvengono nel tempo nella composizione delle popolazioni straniere dipendono a vari fattori, ad esempio dalla natalità e dalla mortalità , dai movimenti migratori, ma anche dal numero di persone che acquisiscono la cittadinanza del paese di residenza.
I dati sui cittadini stranieri nascondono infatti una parte del fenomeno migratorio, riguardante proprio coloro che provengono sì da un altro paese, ma hanno nel frattempo acquisito la cittadinanza del paese ospite.
In totale, 49 milioni di persone “nate all’estero” vivono oggi in un paese dell’Ue. Di queste, 16,5 milioni sono nate in un altro paese Ue (3,3% della popolazione Ue) e 32,4 milioni sono nate fuori dell’Ue (6,4% della popolazione Ue).
In quasi tutti gli Stati membri dell’Ue il numero di persone nate all’estero è superiore al numero totale di stranieri, il che indica l’alta percentuale di mobilità e il dinamismo di un fenomeno ancora tutto sommato giovane e in fase di continuo cambiamento.
In valori relativi, le più alte percentuali di “nati all’estero” si riscontrano in Lussemburgo (32,5%), Cipro (23,1%), Estonia (16,1%), Austria (15,5%), Belgio (14,8%). In Italia i nati all’estero rappresentano per ora soltanto l’8,8% della popolazione.
(da “il Redattore Sociale“)
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