Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
SAMARAS, IL LEADER DI NEA DIMOKRATIA: “GOVERNO AL PIU’ PRESTO, RISPETTEREMO GLI IMPEGNI”… BATTUTA LA SINISTRA RADICALE DI SYRIZA
“Oggi i greci hanno scelto di restare legati all’Europa. Questa è una vittoria per tutta
l’Europa”. Così il leader di Nea Dimokratia, Antonis Samaras, ha commentato la vittoria nelle elezioni legislative davanti a giornalisti di mezzo mondo radunati nel centro stampa di Atene.
Il leader dei conservatori “pro euro” ha aggiunto che Nea Dimokratia ha intenzione di formare “prima possibile” un governo.
“Sono sollevato – ha detto Samaras – per la Grecia e per l’Europa. Appena possibile formare un governo”. “Chiedo a tutti i partiti che hanno lo stesso obiettivo, tenere la Grecia in Europa, di unirsi per formare un governo solido – ha aggiunto Samaras -. Rispetteremo le nostre firme e gli impegni presi dalla Grecia e lavoreremo per far uscire il Paese dalla crisi. Non si mette in alcun dubbio l’appartenenza della Grecia all’Europa”.
Quando è stato scrutinato oltre il 50% dei seggi, Nea Dimokratia è oltre il 30,35%, mentre Syriza è poco oltre il 26%, terzo il Pasok con il 12,65%.
A seguire i Greci Indipendenti 7,45 %, Alba Dorata 6,95%, Sinistra democratica 6,05%, partito comunista Kke 4,46%.
Vincendo le elezioni, i conservatori ottengono i 50 seggi del premio di maggioranza.
Al momento, Nea Dimokratia avrebbe 130 seggi, Syriza 70 e il Pasok 34. Conservatori e socialisti, insieme, avrebbero dunque la maggioranza dei seggi sui 300 disponibili in Parlamento.
Superato dalla sinistra radicale di Syriza e punito dagli elettori, il Pasok di Evangelos Venizelos diventa comunque decisivo per assicurare una maggioranza in Parlamento.
Il leader dei socialisti ha annunciato di essere favorevole a un governo di coalizione insieme a Nea Dimokratia, spingendosi anche oltre, alla proposta di un governo di “corresponsabilità ” sostenuto da quattro partiti: Pasok, Nea Dimokratia, Syriza e il piccolo Dimar, la sinistra democratica.
Ma Syriza, che avrebbe voluto ridiscutere da zero le misure fissate dalla Trojika, pur ammettendo la sconfitta, non entrerà nel governo guidato da Nea Dimokratia.
Lo ha affermato il leader Alexis Tsipras che ha chiamato al telefono Samaras per congratularsi subito dopo i primi risultati del voto, come ha reso noto il suo portavoce, Panos Skourletis.
“Il risultato elettorale odierno è un successo per noi perchè abbiamo avuto contro forze interne ed esterne alla Grecia, quindi ne siamo orgogliosi – il commento di Tsipras -. Syriza è un partito che si batte contro il memorandum. Comunque, parlando al tefono con Antonis Samaras, gli ho detto che in base ai risultati odierni egli è libero di formare il governo che riterrà più opportuno per il Paese. Noi saremo presenti come opposizione. E siamo anche sicuri che la validità e la giustizia delle nostre posizioni sarà confermata dai futuri sviluppi. Lunedì ad ogni modo tutto cambierà e per la Grecia sarà un nuovo giorno”.
Dora Bakoyannis, dirigente di Nea Dimokratia, ex ministro degli esteri ed ex sindaco di Atene, ha rivendicato dopo le prime proiezioni la vittoria del suo partito.
Lo hanno riferito radio di Atene. “Siamo il primo partito – ha detto la Bakoyannis – è venuta l’ora di formare un governo di unione nazionale per uscire dalla crisi”.
Dall’esito di questo voto dipendeva non solo il futuro del Paese ma anche le prossime mosse dell’Eurozona. I greci erano chiamati a scegliere tra “il rispetto degli impegni” , come ha detto ieri il cancelliere tedesco Angela Merkel, o la rinegoziazione dei termini del prestito di salvataggio che ha comportato l’imposizione di severe misure d’austerità .
Le elezioni sono state convocate dopo il fallimento del voto del 6 maggio, che non ha garantito a nessun partito una maggioranza sufficiente per formare il governo.
In quell’occasione l’astensione era stata altissima: non aveva votato 40% degli aventi diritto.
In base ai dati del ministero dell’Interno di Atene, nella tornata odierna ha votato il 60,34% degli aventi diritto, quindi ancora alto l’astensionismo.
Gli aventi diritto sono quasi 10 milioni, su una popolazione di circa 11 milioni
(da “La Repubblica“)
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Giugno 11th, 2012 Riccardo Fucile
ELEZIONI LEGISLATIVE: L’ONDA ROSA NON SFONDA…IL PARTITO DI SARKOZY REGGE, MA LA SINISTRA AL BALLOTTAGGIO PUNTA ALL’EN PLEIN
Buone notizie per Francois Hollande. Nessuna sorpresa è uscita dalle urne del «terzo turno» elettorale francese, il primo delle legislative a cinque settimane dalla vittoria socialista alle presidenziali.
Pur senza «onda rosa», la sinistra ha confermato in modo netto la sua supremazia sulla destra e il Partito socialista non esclude, al ballottaggio di domenica prossima, di poter conquistare la maggioranza assoluta.
Le cifre parlano di una gauche che nel suo insieme (socialisti, Verdi e Front de gauche) totalizza il 46,3% dei voti contro il 33,9 della destra (Ump e alleati) e il 14% del Fronte nazionale.
Da solo, il Ps ottiene il 34,9, praticamente alla pari con l’Ump, ma per il peso delle circoscrizioni è nettamente avanti e potrebbe mettere insieme da solo i 289 seggi necessari per la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale.
In ogni caso, automatico è l’appoggio dei Verdi (4,9%), che hanno la loro leader Cecile Duflot già nel governo.
Il Front de gauche, che dovrà affrontare la seconda delusione consecutiva del suo leader Jean-Luc Melenchon, battuto da Marine Le Pen nel duello all’ultimo sangue di Henin-Beaumont, rimarrà ai margini ma il suo appoggio non sarà indispensabile.
Fine annunciata per i centristi del MoDem, che non arrivano al 2% e il cui leader, Francois Bayrou, quasi certamente è eliminato ed esce di fatto dalla politica dopo 25 anni.
Molto bassa l’affluenza, con una partecipazione al voto del 57,52%, e questo dato fa calare la percentuale di triangolari al secondo turno, gli scontri a tre in cui per lo più il candidato della sinistra e quello della destra devono vedersela con un terzo incomodo del Fronte nazionale.
Sarà una settimana di trattative serrate.
A destra si inneggia alla mancata «onda rosa» socialista e si invitano gli elettori a non rassegnarsi, come fa Alain Juppè, l’ex ministro e sindaco di Bordeaux che non si è candidato.
Per il momento, sembra che l’Ump non voglia concedere «assegni in bianco» alla sinistra dove non sarà presente al ballottaggio e che condizioni il suo appoggio contro un candidato dell’estrema destra al fatto che in quella circoscrizione la sinistra non abbia appoggiato un candidato del Front de gauche.
Oltre alla battaglia di Henin-Beaumont, dove la Le Pen inneggia alla vittoria personale (48%), ma sa che quasi certamente non ce la farà domenica prossima contro l’avversario socialista appoggiato dall’arco repubblicano dei partiti, le altre sfide personali non hanno riservato troppe sorprese.
Segolene Royal, nonostante il suo avversario dissidente socialista non si sia ritirato e confermi la sua presenza al secondo turno in una triangolare, è in situazione favorevole e ce la dovrebbe fare.
Tutti gli altri ministri che rischiavano il posto – la regola vuole che se si perdono le elezioni non si possa mantenere la carica nel governo – sono in posizione piuttosto tranquilla per il secondo turno, dalla ministra della Cultura Aurelie Filippetti a quella della Salute, Marisol Touraine.
Sono già eletti direttamente al primo turno in sei, compreso il premier Jean-Marc Ayrault, che ha lanciato un appello agli elettori affinchè esaudiscano la richiesta di Hollande di avere «una maggioranza ampia, solida e coerente».
Se poi fosse assoluta, i socialisti affronterebbero questi cinque anni in salita con la certezza di non dover negoziare il proprio programma nemmeno con l’alleato più fedele.
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Giugno 1st, 2012 Riccardo Fucile
SPACCATURA TRA I LEADER EUROPEI DI FRONTE A OBAMA IN TELE-CONFERENZA…LA CANCELLIERA: “LA GERMANIA NON REGALERA’ SOLDI ALLE BANCHE SPAGNOLE”…MONTI: “BERLINO RIFLETTA SUBITO”
“No, la Germania non regalerà soldi alle banche spagnole”. Per tre volte Barack Obama, Mario Monti e Francois
Hollande vanno alla carica. Per tre volte Angela Merkel dice di no.
In inglese e, per non sbagliare, in tedesco. La Cancelliera è irremovibile.
E così alla teleconferenza dell’altro ieri pomeriggio l’Europa clamorosamente si spacca.
Per la prima volta davanti a Obama. Qualcosa che gli europei volevano evitare. Come testimonia un’altra teleconferenza. Quella del 17 maggio, quando Monti, Merkel, Cameron e Hollande in partenza per il G8 di Camp David decisero che almeno di fronte agli altri grandi si sarebbero dovuti mostrare compatti.
Poi le beghe su come rilanciare la crescita per risolvere la crisi le avrebbero risolte tra loro, al rientro in Europa. Compito già arduo (e in alto mare) da portare a termine entro il summit Ue del 28 giugno (ieri confermata per il 22 la riunione preparatoria a Roma tra i leader di Italia, Francia, Germania e Spagna) sul quale poi si sono innestati i bubboni di Grecia e Spagna.
Ma è l’urgenza della bomba iberica a rendere evidenti le spaccature.
Il tempo stringe, dopo Bankia potrebbero saltare altri colossi del credito di Madrid.
E l’Europa deve tenersi pronta a intervenire per evitare la disintegrazione della sua moneta che metterebbe fine ai discorsi su Grecia, crescita, futura governance e quant’altro.
Le contromisure da mettere in campo le ha illustrate mercoledì il presidente della Commissione europea Josè Barroso.
La costruzione di un’Unione bancaria con un sistema di supervisione unico a livello Ue, una garanzia europea dei depositi bancari e l’intervento diretto del fondo salva-stati europeo (l’Efsf che si trasformerà nel più potente Esm) nel salvataggio delle banche.
Con il terzo pilastro da anticipare, da mettere subito in campo modificando lo statuto dell’Efsf per tenere in piedi la baracca, per evitare l’immediato tracollo dell’euro e avere il tempo di mettere in piedi quel “Fondo di risoluzione” per gli istituti di credito che Bruxelles proporrà a breve, forse già mercoledì prossimo.
È su questo sfondo che va vissuta la video-telefonata di mercoledì. Obama (spaventato che la crisi dell’euro contagi gli Usa e comprometta la sua rielezione) apre sostenendo l’Unione bancaria e l’intervento diretto del fondo salva-Stati per le banche spagnole. Monti e Hollande (che preferisce ancora parlare in francese) sono sulla stessa linea.
La Merkel no. “La Germania è contraria a un intervento diretto dell’Efsf, non vogliamo che il fondo, che opera con soldi dei governi, spenda milioni in cambio di collaterali di banche già cotte. Non vedo perchè dovremmo possedere pezzi di banche fallite”.
A poco sono servite le insistenze dell’agguerrito terzetto.
Monti ha cercato di convincere la Cancelliera rassicurandola (frase ripetuta ieri in pubblico) sul fatto che l’Italia è “contraria a cambiare lo statuto della Bce”.
Dunque, ha ragionato, se l’Eurotower non avrà più poteri almeno “ci vuole la Banking Union e l’intervento dell’Efsf”.
E ancora, i tre hanno fatto notare che se la Spagna, come vuole la Germania, prima prenderà i soldi del fondo salva-Stati e poi salverà le banche si rischia un effetto domino dei mercati.
“Non solo il suo debito pubblico crescerà aumentando la sfiducia degli investitori, ma i mercati considereranno Madrid parzialmente insolvente e lo spread andrà alle stelle rendendo tutto ancora più pericoloso”.
Posizioni che ognuno dei tre ha ripetuto in tre diversi round della conferenza.
Alle quali la Cancelliera ha puntualmente detto di no, deludendo chi sperava che l’aggravarsi della situazione l’avrebbe spinta a più miti consigli.
Ma il pressing non si arresta.
I quattro, recita il comunicato della Casa Bianca, hanno deciso di “continuare a consultarsi da vicino” in vista del G20 di Los Cabos, Messico, del 18 giugno.
E non è un caso che ieri Monti abbia detto che la Germania “deve riflettere profondamente e rapidamente” su come bloccare il contagio della crisi riferendosi all’Efsf e alla crescita.
Bruxelles intanto andrà avanti: forse già mercoledì presenterà il Fondo di risoluzione per le banche, un salvadanaio salva-banche che dovrà essere riempito dagli stessi istituti per assicurarsi dai rischi futuri visto che gli stati non hanno più soldi per salvarli.
Ma anche su questo – il fondo comunque non farebbe in tempo a risolvere la crisi iberica – ci sono opposizioni.
Della Gran Bretagna di Cameron, contraria anche alle regole di supervisione europea ripugnanti per la City, e delle stesse banche, che dicono di non avere risorse da mettere nel fondo. Gli europei hanno poche settimane per trovare la quadra.
Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica“)
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Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DATI ISTAT: PRECARI AUMENTATI DEL 48% DAL 1993…NATALITA’ AL PALO E FORTE DIVARIO TRA NORD E SUD
Economia ferma, salari bloccati. Sono i due dati principali che emergono dal rapporto annuale dell’Istat. Tra il 1992 e il 2011, spiega l’istituto di statistica, “l’economia italiana è cresciuta in termini reali a un tasso medio annuo dello 0,9%. La sua performance è stata migliore nel periodo 1992-2000 (+1,8 in media annua), mentre tra il 2000 e il 2011, la crescita media annua rallenta, attestandosi allo 0,4%. Con un punto percentuale in meno all’anno, il nostro Paese si colloca in ultima posizione tra i 27 stati membri, con un consistente distacco rispetto sia ai paesi dell’Eurozona sia a quelli dell’Unione nel suo complesso”.
Nel rapporto si sottolinea come la dinamica congiunturale del Pil, misurato al netto della stagionalità e degli effetti di calendario, “si è indebolita nella seconda parte dell’anno: alla tenue crescita del primo e secondo trimestre (rispettivamente +0,1 e +0,3%) sono seguite due variazioni negative (dello 0,2 nel terzo e dello 0,7% nel quarto). Sulla base delle informazioni a ora disponibili, confermate dall’andamento di un nuovo indicatore sintetico del clima di fiducia il primo trimestre sarà caratterizzato da un’ulteriore flessione dell’attività ”.
In questo quadro, anche le statistiche anagrafiche mostrano un paese inadatto alle famiglie.
Vero è che la popolazione italiana è cresciuta di 2 milioni 687mila unità in vent’anni (il confronto è col 1991), per un totale di 59 milioni e 464mila persone, ma il merito è quasi tutto degli stranieri residenti che, nell’ultimo decennio, sono quasi triplicati raggiungendo quota 3 milioni 770mila (pari a 6,3 ogni cento residenti).
LAVORO E REDDITO
Insomma, l’economia italiana non sta bene. E a risentirne sono soprattutto i lavoratori. Secondo l’istituto di statistica, il tasso di disoccupazione raggiungerà in Italia il 9,5% nel 2012 (dall’8,4% del 2011), salendo ulteriormente al 9,6% nel 2013.
Per chi un lavoro lo ha, del resto, i salari rimangono fermi.
”Tra il 1993 e il 2011 — spiega l’Istat — le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno”.
Come risultato, negli ultimi due decenni “la spesa per consumi delle famiglie è cresciuta a ritmi più sostenuti del loro reddito disponibile, determinando una progressiva riduzione della capacità di risparmio.
Complessivamente dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento.
Le retribuzioni da lavoro dipendente hanno aumentato la loro incidenza sul reddito disponibile delle famiglie, passando dal 39,3 per cento del 1992 al 42,8 per cento del 2011.
Al contrario — osserva l’Istat — i redditi da lavoro autonomo hanno complessivamente ridotto il loro contributo alla formazione del reddito disponibile, dal 28,8 per cento del 1992 al 25,3 per cento nel 2011. Il contributo dei redditi da capitale alla formazione del reddito disponibile si è piu’ che dimezzato, passando dal 16,1 per cento del 1992 al 6,8 per cento del 2011.
PRECARI, MAI COSI TANTI DAL 1993
Nel 2011 l’incidenza dei precari sul complesso del lavoro subordinato è al top dal 1993. “Dal 1993 al 2011 gli occupati dipendenti a termine — sottolinea l’Istat — sono cresciuti del 48,4 per cento (+751 mila unità ) a fronte del +13,8 per cento registrato per l’occupazione dipendente complessiva. Nel 2011 l’incidenza del lavoro temporaneo sul complesso del lavoro subordinato è pari al 13,4 per cento, il valore più elevato dal 1993; supera il 35 per cento (quasi il doppio del 1993) fra i 18-29enni”.
”Tra il 1993 e il 2000 — spiega l’Istat — rimane sostanzialmente stabile intorno al 40 per cento il tasso di permanenza, a distanza di un anno, dei 18-29enni nel lavoro dipendente a termine. Dopo il 2000 il tasso di permanenza cresce fino al 50 per cento del 2005-2006 e si porta fino al 56,3 per cento nel periodo 2010-2011″.
Prosegue, evidenzia il rapporto, “la discesa dell’occupazione a tempo pieno e a durata indeterminata (-105 mila unità pari a -0,6 per cento) ed è cresciuta quella a tempo parziale e indeterminato (+63 mila, pari al 2,3 per cento in più)”.
Aumento dovuto, secondo l’Istat, “esclusivamente dai lavoratori che hanno accettato un lavoro a orario ridotto non riuscendo a trovarne uno a tempo pieno (dal 42,7 per cento del 2010 al 46,8 del 2011).
Sono aumentati i contratti a tempo determinato e di collaborazione (+5,3 per cento pari a 136 mila unità ), concentrati prevalentemente nelle posizioni alle dipendenze. Come già nel 2010, è aumentato soprattutto il numero di contratti di breve durata: quelli fino a sei mesi sono cresciuti dell’8,8 per cento (+83 mila unità ), mentre è diminuito quello dei contratti con durata superiore all’anno (-32 mila unità )”.
PAESE SENZA MOBILITA’ SOCIALE
Cresce il peso dei lavoratori atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati: ha iniziato con un lavoro atipico il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi. Il primo lavoro è stato atipico nel 31,1% dei casi per la generazione degli anni ’70; nel 23,2% gli anni ’60 e in circa un sesto tra le generazioni precedenti.
A dieci anni dal primo lavoro atipico, poi, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro.
Del resto, la mobilità sociale nel Paese rimane molto bassa.
Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro.
Tra le categorie a maggiore rischio di povertà spiccano i separati e i divorziati (20,1% contro il 15,6% dei coniugati).
Le ex-mogli corrono un rischio maggiore (24% in media) rispetto agli ex-mariti (15,3% in media).
Solo se la donna ha un’occupazione a tempo pieno, la rottura dell’unione ha gli stessi effetti economici per i due ex-coniugi (13 per cento il rischio di povertà per entrambi). I rischi di mortalità sono più elevati per le persone delle classi sociali più basse, soprattutto per le donne.
Le 25-64enni con livello di istruzione meno elevato presentano un rischio di mortalità circa doppio rispetto alle coetanee con titolo di studio più elevato; per gli uomini della stessa età una bassa istruzione comporta un rischio di morire superiore dell’80% rispetto ai più istruiti.
NORD E SUD
Negli ultimi 15 anni, in presenza di una continua riduzione della propensione al risparmio, la povertà relativa in Italia ha registrato una sostanziale stabilità : la percentuale di famiglie che si trovano al di sotto della soglia minima di spesa per consumi si è mantenuta intorno all’11 per cento.
Resta però ampio il divario territoriale: al Nord l’incidenza della povertà è al 4,9 per cento, sale al 23 per cento al Sud.
Particolarmente grave risulta la condizione delle famiglie residenti in Basilicata, Sicilia e Calabria, dove nel 2010 il fenomeno riguarda più di una famiglia su quattro. E’ inoltre peggiorata la condizione delle famiglie più numerose.
Nel 2010 risulta in condizione di povertà relativa il 29,9 per cento delle famiglie con cinque e più componenti (più sette punti percentuali rispetto al 1997).
Nelle famiglie con almeno un minore l’incidenza della povertà è del 15,9 per cento. Complessivamente sono un milione 876mila i minori che vivono in famiglie relativamente povere (il 18,2 per cento del totale); quasi il 70 per cento risiede nel Mezzogiorno.
SOMMERSO ED EVASIONE
La crisi “ha verosimilmente allargato l’area dell’economia sommersa” in Italia che nel 2008 era stimata in una forchetta compresa tra 255 e 275 miliardi di euro, cioe’ tra il 16,3 e il 17,5% del Pil.
“In Italia l’economia sommersa — sottolinea l’Istat — è un fenomeno rilevante che influenza negativamente il posizionamento competitivo del Paese”. Il peso del sommerso sul Pil, tuttavia, “risulta in riduzione rispetto al 2000, quando era compreso tra il 18,2 per cento e il 19,1 per cento”.
BAMBOCCIONI SENZA SCELTA
Figli sempre più a lungo, sempre più istruiti ma ancora fortemente influenzati dalla classe sociale di provenienza dalla quale, nonostante l’elevata mobilità sociale assoluta, è ancora difficile uscire per fare il proprio ingresso in una più alta. E’ la fotografia dei giovani italiani negli anni 2000.
Faticano a uscire di casa, dunque, i ragazzi italiani che in quattro casi su dieci, nella fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, vivono ancora con i genitori. Di questi, il 45% dichiara di restare in famiglia perchè non ha un lavoro e/o non può mantenersi autonomamente.
SUD SENZA ASILI NIDO
Resta bassa in Italia l’offerta di nidi pubblici, con notevoli differenze nella diffusione territoriale: otto Comuni del Nord-est su dieci dispongono di asili nido, contro due del Sud.
In particolare, i Comuni in cui è presente il servizio sono il 78 per cento al Nord-est (83% in Friuli-Venezia Giulia e in Emilia-Romagna), circa il 48 e il 53 per cento rispettivamente al Centro e al Nord-ovest, mentre nel Sud e nelle Isole solo il 21 e il 29 per cento dei Comuni ha offerto il servizio sotto forma di strutture comunali o sovvenzionate.
PRIMI IN EUROPA PER RIFIUTI, MA AUMENTA LA DIFFERENZIATA
In Italia si producono 533 chili di rifiuti urbani pro capite all’anno, 23 in più rispetto alla media Ue.
Valori superiori alla media nazionale si registrano per le regioni del Centro (circa 600 chili pro capite) mentre nel Mezzogiorno la quantità è più contenuta (485). A livello nazionale, nel 2009 circa la metà dei rifiuti urbani raccolti è smaltito in discarica, valore in discesa di quattro punti percentuali rispetto a un anno prima.
In Sicilia, Liguria e Lazio le quote di rifiuti che finiscono in discarica sono ancora superiori all’80 per cento.
Nel Mezzogiorno solo la Sardegna, con il 42 per cento ha ottemperato alla direttiva comunitaria di scendere sotto ai 230 kg di rifiuti pro capite smaltiti in discarica.
Tra le regioni che impegnano maggiori risorse economiche per la gestione dei rifiuti, la Lombardia è quella che ricorre di meno allo smaltimento in discarica (34 kg per abitante), mentre la Sicilia è quella che vi fa maggiormente ricorso (456 kg per abitante).
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Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile
IL PIRATENPARTEI IN GERMANIA VELEGGIA OLTRE IL 10%…SI BATTONO PER LA PRIVACY E IL FILE SHARING, PRENDONO LE DISTANZE DA GRILLO E CERCANO IL CONFRONTO ORIZZONTALE
Sono la novità politica del momento. Nei sondaggi veleggiamo oltre le due cifre e anche
nel Nord-Reno Vestfalia, la regione più ricca e popolata della Germania, domenica hanno portato a casa il 7,7 per cento.
Parliamo del Piratenpartei, naturalmente, il partito dei pirati informatici tedeschi. Si battono per la difesa della privacy e del file sharing, prendono le distanze da Grillo ma, soprattutto, con la loro formazione “hacker” puntano tutto su strumenti informatici di confronto orizzontale.
Di ciò abbiamo parlato con Carlo Von LynX.
Carlo, come è cominciato tutto?
I politici erano sempre molto interessati ai temi digitali,ma poi alla fine facevano sempre quello che dicevano i lobbisti. Quando in Germania hanno proposto una legge che con la scusa di colpire la pedopornografia voleva censurare Internet, ci siamo dati da fare.
Tu come ti sei avvicinato?
Dopo l’europee del 2009: prendemmo l’un per cento, ma capimmo che potevamo crescere.
Per iscriversi bisogna prendere una tessera?
Sì, anche se in realtà si tratta di un foglio di carta che si può anche mandare via posta. Online non ci si può iscrivere: è troppo rischioso per la riservatezza dei dati
Un iscritto che diritto ha?
Il diritto più bello è la partecipazione al LiquidFeedback, il software al centro della proposta pirata, uno strumento di partecipazione ideato da scienziati politici vicini al partito che non fa altro che simulare un’assemblea permanente. Si discutono idee e proposte, dalle iniziative ai volantini. Ogni discussione è votabile ed emendabile in tempo reale: vince chi riceve più consensi. Questo vale anche per nominare delegati, incarichi ed esperti sui singoli tempi.
In quanti siete?
In Germania trentamila.
LiquidFeedback è uno strumento solo per i membri?
Sì, è necessario avere una identificazione per essere sicuri che dietro ogni account ci siano persone.
Quanto costa iscriversi?
36 euro l’anno, 3 euro al mese
Quali strutture avete?
Il minimo necessario previsto dalla legge tedesca sui partiti: board regionali e nazionali, loro rappresentanti e figure amministrative. Devono tutti riflettere esattamente le decisioni che abbiamo preso collettivamente.
Come li eleggete?
In assemblee tradizionali anche se nel nostro caso partecipa chiunque lo voglia. Si vota usando le classiche schede. Fondamentale è il voto segreto.
L’ultima assemblea?
Qualche settimana fa, con circa 1500 partecipanti.
Non votate su Internet?
No: riteniamo insormontabile il problema di rendere davvero sicuro un voto online.
Siete virtuali e reali…
Siamo diventati un partito molto reale: tantissimo lavoro si fa nei raduni settimanali nei quartieri. Solo qui a Berlino abbiamo cinque gruppi locali
A qualcuno di voi sono scappate frasi tipo “cresciamo come i nazisti”…
Siamo nuovi all’agone politico. Dobbiamo imparare ad aspettarci che una nostra frase possa essere estrapolata. Ma siamo assolutamente anti-nazi.
Avete a cuore solo i diritti “digitali”?
Siamo entrati in politica per difendere i nostri spazi di libertà su Internet. Ma abbiamo capito presto che la politica è dominata dal lobbismo e che dobbiamo occuparci di tutto. Col LiquidFeedback abbiamo una piattaforma nella quale il lobbismo non ha possibilità di esprimersi
Chi vota i pirati?
Un recente sondaggio, lo stesso che ci assegna il 12-13 per cento a livello nazionale, dice che veniamo percepiti come “di centro” e siamo votati da tutte le età , a destra e a sinistra, all’est e all’ovest . Siamo un vero movimento popolare
Grillo dice di essere il vostro corrispettivo italiano
Beppe Grillo mi è sempre piaciuto. Ma ha imposto al Movimento Cinque Stelle uno statuto che lo rende capo di tutto: è un leader politico anche se dice di non esserlo. Lui e la sua ditta tengono il “copyright” del logo e del nome del movimento, possono espellere singoli, o gruppi di persone, quando gli pare. In questo modo il suo non è un movimento sufficientemente democratico: se Beppe Grillo mollasse l’osso e permettesse al 5 Stelle di diventare un movimento orizzontale; se cedesse il potere a una tecnologia come il LiquidFeedback, allora potrebbe essere assimilabile a noi.
Siete contro qualsiasi alleanza politica?
L’opposizione fondamentale a ogni alleanza è una delle caratteristiche della vecchia politica. Suona un po’ come “o siamo al governo o vi blocchiamo tutto”.
E voi?
Se abbiamo preso una decisione condivisa nel partito e se una proposta corrisponde a quella di un governo, o di un’altra forza politica, non abbiamo problemi a votare a favore. Gli unici con i quali non ci accorderemmo mai sono i nazisti. Per il resto dipende dai contenuti. Chi ci viene incontro può collaborare con noi. Chi ci chiede voti su cose con le quali non siamo d’accordo non avrà mai il nostro sostegno.
Federico Mello
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 12th, 2012 Riccardo Fucile
SOLO PICCOLI INTERVENTI A PIOGGIA, PER IL 40% NON C’E’ UNA PROPOSTA SCRITTA…TRA LE 200 REGIONI EUROPEE, QUELLE MERIDIONALI IN 10 ANNI HANNO PERSO 40 POSIZIONI PER IL PIL PRO CAPITE
Ricordava soprattutto l’«imbarazzo», Carlo Azeglio Ciampi. 
Una sensazione sgradevole che provava quando a Bruxelles, da ministro del Tesoro, si sentiva dire che fra i Paesi europei l’Italia era quello «più indietro» nell’uso dei fondi comunitari.
L’ex governatore della Banca d’Italia rese questa amara confessione a Nuoro, il 10 ottobre del 2000.
A Roma c’era il governo di Giuliano Amato. Due anni prima l’attuale ministro della coesione Fabrizio Barca, chiamato al Tesoro proprio da Ciampi, aveva lanciato «Cento idee» per lo sviluppo del Sud.
Fu accorata, la requisitoria del presidente della Repubblica, al Quirinale da appena un anno e mezzo.
Accorata ma durissima contro il «grande spreco» dei soldi europei inutilizzati, che avrebbero potuto far crescere il Sud.
Uno spreco ancora più insultante perchè «sono in qualche modo soldi nostri, che vengono dalle nostre tasche, dal nostro lavoro». Ciampi disse che era arrivato il momento di voltare pagina, farla finita con le opere incompiute e mettersi d’impegno per usare i soldi. Perchè «ognuno è artefice del proprio destino».
Parole che potrebbero essere state pronunciate oggi: in questi dodici anni non è stato fatto neanche un piccolo passo avanti.
E se il divario fra il Sud e il Nord si è fatto ancora più spaventoso la responsabilità è anche di chi non ha provveduto a sfruttare quel tesoro.
Secondo la Svimez il Prodotto interno lordo medio delle Regioni meridionali era nel 1951 pari al 65,5% di quello del Centro Nord.
Nel 2009, al culmine della recessione precedente, era sceso al 58,8%: appena sopra al 56% del 1995.
Conseguenza della più bassa crescita, ovvio.
Ma il confronto con le altre aree europee svantaggiate fa toccare con mano che cosa abbia significato per il Sud d’Italia «lo spreco» immane dei fondi europei inutilizzati denunciato nel 2000 da Ciampi.
Nella graduatoria delle 208 regioni continentali meno sviluppate, quelle del Sud Italia si situavano nel 1995 tra il 112° e il 192° posto.
Dieci anni dopo erano scivolate tra il 165°e il 200°.
Dal 1999 al 2005 il Prodotto interno lordo di ogni singolo cittadino delle aree dell’«obiettivo 1» (le più arretrate) è cresciuto del 3%, in Italia dello 0,6%.
Cinque volte di meno.
Ci sono regioni che si erano affrancate da quel livello di povertà , traducibile per le statistiche comunitarie in una ricchezza media procapite inferiore al 75% della media continentale, e ci sono ripiombate.
Nel 2001 la Basilicata aveva raggiunto l’83%, sei anni dopo era al 75%.
La Sicilia è passata dal 75% al 66%. La Puglia, dal 77% al 67% del 2007.
Va detto che quelli dell’Europa non sono gli unici denari a giacere nei cassetti.
L’Associazione dei costruttori, per esempio, si lamenta che da agosto 2011 il Cipe ha stanziato 19 miliardi per le infrastrutture: tuttora fermi.
Ma ha ragione Rita Borsellino, europarlamentare democratica e sorella del giudice Paolo Borsellino, a definire «irresponsabile» una certa gestione dei fondi strutturali europei: rammentando come in Sicilia al 30 giugno dello scorso anno fosse stato completato appena l’8% dei progetti finanziati a valere sui piani 2000-2006.
Per rendersi conto di quanto la situazione sia grave basta leggere l’ultima relazione della Ragioneria generale dello Stato, sfornata giusto un anno fa.
La massa finanziaria destinata all’Italia da Bruxelles per il periodo che va dal 2007 al 2013 è imponente: fra finanziamento comunitario e contributo nazionale ben 59,4 miliardi di euro, di cui ben 47 destinati al Sud.
Ebbene, alla fine del 2010 soltanto un quinto di quella somma enorme era stato già impegnato. In tutto 12 miliardi, il 18,9% del totale.
Ma i denari effettivamente spesi erano molti, ma molti meno: 5,9 miliardi, ovvero il 9%. Un bilancio imbarazzante, considerando che il primo triennio 2007-2010 era già scaduto.
Semplicemente abissale, poi, la differenza fra Sud e Nord.
Nelle Regioni meridionali la spesa reale era all’8,2%, contro il 16,3% del resto d’Italia. Tenendo conto delle risorse utilizzabili nel solo primo triennio, pari a 33,5 miliardi, ecco che le otto regioni meridionali erano riuscite a impegnarne il 23,6%, con una spesa effettiva, però, non superiore all’11,4%.
E il bello è che le amministrazioni centrali, che tutti noi immaginiamo più efficienti rispetto alle strutture regionali, sono riuscite a fare appena meglio, con impegni pari al 41,2% e una spesa reale del 21%.
Per fare un paragone, lo Stato ha realizzato una performance tripla rispetto alla Calabria, che si è fermata al 7%, ma soltanto un po’ più decente di quella della Sardegna, regione che ha speso il 17,2%.
Senza riuscire ad avvicinarsi al Veneto, dove l’utilizzo reale dei fondi europei si è attestato a un pur modesto 25,5%.
Sulle cause si è discusso a lungo.
Spesso si tira in ballo la scarsa (o scarsissima) capacità progettuale delle amministrazioni locali o centrali.
Ma non c’è dubbio che ci sia anche il concorso dell’indolenza burocratica e di una certa miopia della politica.
Le conclusioni a cui sono giunti i magistrati della Corte dei conti in una recentissima indagine sull’uso dei fondi comunitari nel periodo 2000-2006 da parte della regione siciliana sono illuminanti.
Si parla di «eccessiva frammentazione degli interventi programmati e notevolissima presenza di progetti non conclusi, pari al 35 per cento della spesa certificata», che «hanno sfavorevolmente inciso sullo sviluppo locale e non hanno prodotto l’auspicato miglioramento delle condizioni di vita della popolazione».
Non bastasse, i ricambi ai vertici delle strutture regionali seguiti alle vicende politiche, «hanno di fatto rallentato la spesa compromettendo l’efficacia del programma regionale» mentre il livello molto elevato di errori e irregolarità «denota la carenza dei controlli e una generale scarsa affidabilità degli stessi».
L’Ifel, il centro studi dell’Associazione dei Comuni, sottolinea che gli interventi sono spesso troppo frammentati, con una generale incomprensione fra gestione a programmazione, quando i fondi non vengono utilizzati per progetti non strategici.
L’Anci ha calcolato che i Comuni, destinatari di una trentina di miliardi per il periodo 2007-2013, hanno messo in cantiere qualcosa come 2.410 progetti distribuiti per 1.293 municipi.
La dimensione media è infinitesima: il valore del 43,5% delle iniziative non supera 150 mila euro.
Nella sola Calabria si sono mobilitati, sulla carta, 264 Comuni.
La dimensione media è infinitesima: il 43,5% delle iniziative non supera nemmeno 150 mila euro.
E poi ci si stupisce che per il 40% dei progetti non ci sia nemmeno una pagina scritta, nè un segno sulla carta.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 10th, 2012 Riccardo Fucile
“NON FATE ZIG-ZAG E VINCERETE LE ELEZIONI, COME HOLLANDE”… IL SEGRETO DEL SUCCESSO SOCIALISTA RACCONTATO DAL SUO ARTEFICE
Sorride mentre lo dice: “Vivo come un borghese ma non sarò mai un borghese. Se sei cresciuto in una famiglia operaia, come è successo a me, resti figlio di quella storia per tutta la vita. Io sono figlio di quella storia. E sono figlio della Repubblica”.
Fino a domenica era uno degli uomini politici più eclettici di Francia.
Dal giorno successivo all’elezione di Hollande è diventato (anche) uno degli uomini politici più potenti. È una bella storia quella di Aquilino Morelle: ghostwriter, ma anche capo della campagna elettorale del nuovo presidente francese, uno degli artefici della sua vittoria.
Aquilino — 50 anni — è uomo dalle tante vite: intellettuale, dirigente politico, medico, comunicatore, stratega del candidato socialista.
Enarca (ovvero diplomato all’Ena, la scuola degli amministratori dello Stato), ma anche figlio d’operai e orgoglioso di esserlo.
Passa le sue vacanze a Montalcino, in Toscana, ama l’Italia.
Lo vado a trovare al quartier generale di Hollande.
Aquilino ha un nome italiano, un padre spagnolo, natali parigini, una formazione rigorosamente “repubblicana” e una ricetta semplice e affascinante per le sinistre di tutta Europa: “Nous n’avons pais fait du… zig-zag”. Ovvero: “Una volta approvato il programma elettorale non abbiamo fatto compromessi, nessun calcolo elettoralistico, nessuna marcia indietro, nessun zig-zag! La sinistra ha vinto questa campagna elettorale così, senza trucchi: con la sua faccia e con i suoi valori”. Con la mano traccia nell’aria il gesto della scure: “In ogni passaggio delicato, Hollande ha scelto di andare dritto”.
Nella vostra campagna ha avuto un grande ruolo lo scenario della crisi e la critica al dominio della finanza.
Abbiamo ripetuto sempre una cosa semplice, di cui siamo convinti: per vincere la crisi serve senso di responsabilità . Ma non si può risolvere la crisi attraverso le politiche budgetarie e l’austerità . Non è folle: è inefficace.
Di questi tempi, ripeterlo è considerato eresia o demagogia.
E perchè? Credo che anche i mercati lo abbiano imparato: se non si offre alla gente una credibile prospettiva di crescita nessun debito può essere ripagato.
Si possono convincere i mercati?
Abbiamo vinto, e non è caduta la Borsa. Evidentemente ci siamo riusciti.
Come ha costruito la lingua elettorale di Hollande?
(Sorride). Senza nessuna artefazione. Non sono un personaggio da film americano. Con Hollande facciamo interminabili discussioni, un ping-pong di idee e parole: quando la pallina smette di rimbalzare abbiamo sul tavolo il nostro discorso.
Quale è stato il bene più prezioso in questo lungo anno di lavoro?
(Altro sorriso) Il tempo.
Hollande si fida ciecamente?
Riscrive tutti i testi con maniacale pignoleria, fino all’ultimo momento. Spesso fatico a distinguere cosa viene da uno o dall’altro.
Siete stati accusati di aver promesso troppo…
E perchè? Il nostro progetto politico è serio e repubblicano.
“Repubblicano”, purtroppo, in Italia è aggettivo quasi intraducibile.
Ma è una parola che i francesi capiscono molto bene: è il richiamo ai valori che hanno fatto grande la Francia. La laicità , il progresso sociale, il riconoscimento dell’assistenza a tutti i cittadini. Uno dei cardini della nostra campagna è che il sogno francese che ha permesso la mobilità sociale dei cittadini sia ancora possibile.
Avete promesso di assumere 60 mila professori, lo farete davvero?
(Mi guarda stupito). Sarkozy aveva eliminato 420 mila professori mettendo a rischio il nostro sistema formativo, quindi non si trattava di una promessa elettoralistica ma di una necessità … E poi si tratta di 60 mila posti di lavoro in 5 anni, 12 mila l’anno: abbiamo previsto un costo di 160 milioni di euro l’anno perfettamente sostenibile.
Avete proposto anche una aliquota del 75% sui redditi sopra il milione di euro. in Italia sareste stati accusati di bolscevismo…
(Scuote la testa). Nei momenti di crisi tutti debbono fare sacrifici, e i più ricchi pagare di più. I grandi dirigenti di azienda si erano appena aumentati i salari. Se la sinistra esiste è per ridurre queste ingiustizie.
Avete messo in programma il matrimonio fra omosessuali, in Italia sareste stati accusati di attentato alla famiglia.
(Ride). Quando abbiamo introdotto le unioni civili dei Pacs qualche integralista sosteneva che la società francese sarebbe stata distrutta. Ora non se ne discute più. la politica deve parlare la lingua del futuro, non quella del passato.
Quanti voti vi avrà fatto perdere?
Credo nemmeno uno.
Hollande ha chiesto il voto amministrativo per gli immigrati mentre doveva recuperare i voti della Le Pen. Una follia?
No, semplice coerenza. Era nel nostro programma.
Da voi non vale l’adagio che si vince solo inseguendo il centro?
Siamo la prova del contrario.
Lei sa che anche per il Pd italiano molte di queste parole d’ordine sarebbero insostenibili?
Lo so. Ma noi socialisti francesi siamo sicuramente alla loro sinistra.
Per i cattolici del Pd il riferimento europeo è Bayrou: è un vostro alleato?
Non direi. Ha dato indicazione di voto per Hollande contro Sarkozy, ma è molto legato ai valori cattolici, ha sempre votato contro la sinistra.
E voi potreste allearvi con la sinistra radicale di Mèlenchon
Mèlenchon ha ottenuto un ottimo risultato ma raccoglie forze e culture diverse. Sono loro che devono decidere se vogliono governare. Se lo fanno perchè no?
Avete parlato molto d’Europa: cambierete davvero i rapporti di forza sul Fiscal compact?
Lavoreremo per rinegoziare i termini di quell’accordo, o meglio, per integrarlo con un nuovo trattato.
È possibile?
Abbiamo già cambiato i termini del dibattito prima ancora di vincere, e riscritto gli equilibri con la nostra vittoria.
E ora?
Si apre una nuova, grande speranza: le sinistre socialiste e riformiste d’Europa possono impugnare la bandiera della crescita e rinegoziare le politiche di rigore.
Luca Telese blog
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Marzo 31st, 2012 Riccardo Fucile
DOPO L’ARTICOLO DELL’INGLESE “GUARDIAN” CHE AVEVA RESO NOTA LA STORIA DEL GOMMONE LASCIATO ALLA DERIVA, 34 MEMBRI DEL CONSIGLIO D’EUROPA AVEVANO CHIESTO UN’INDAGINE: ORA LA CONDANNA DEL NOSTRO PAESE
La denuncia arriva dal rapporto “Vite perse nel Mediterraneo: chi è responsabile” presentato
al termine di un’inchiesta durata 9 mesi avviata per richiesta di 34 membri dell’Assemblea dopo che il Guardian aveva reso nota la storia del gommone con 72 persone a bordo partito da Tripoli nel marzo 2011 e lasciato alla deriva per 2 settimane. “Si salvarono in 9, nessuno li aiutò”
Nuova tegola sulle politiche dell’immigrazione dell’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Dopo la condanna della pratica dei respingimenti in mare da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo dello scorso 23 febbraio, oggi arriva una nuova sanzione ancora più pesante.
Il Consiglio d’Europa ha addossato al nostro Paese la responsabilità della morte in mare di 63 migranti avvenuta nel marzo del 2011.
”L’Italia, come primo Stato ad aver ricevuto la chiamata di aiuto e sapendo che la Libia non poteva ottemperare ai propri obblighi, avrebbe dovuto assumere la responsabilità del coordinamento delle operazioni di soccorso”, si legge nel rapporto che conclude l’inchiesta dell’organismo comunitario su una delle tante tragedie del Mare Mediterraneo.
Secondo questo testo, è stata una “catena di errori”, da parte di Italia e Malta, ma anche della Nato, che ha provocato il mancato soccorso al barcone di 72 migranti in fuga della Libia, 63 dei quali sono morti nelle due settimane in cui l’imbarcazione è rimasta alla deriva nel Mediterraneo.
I Centri di soccorso in mare dell’Italia e di Malta “erano informati del fatto che l’imbarcazione era in difficoltà , ma nessuno dei due si è preso la responsabilità di iniziare una operazione di search and rescue”.
La bozza conclusiva del rapporto — dal titolo “Vite perse nel Mediterraneo: chi è responsabile” è stato presentato dall’olandese Tineke Strik, dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, al termine di un’inchiesta di nove mesi avviata per richiesta di 34 membri dell’Assemblea dopo che la tragedia di questo gommone è stata, per la prima volta, denunciata dal giornale britannico The Guardian.
Il rapporto poi rivolge anche una critica politica alla “Nato ed ai paesi coinvolti militarmente in Libia per non essersi preparati in modo adeguato all’esodo di profughi e rifugiati”.
“Queste persone non dovevano morire — afferma riferendosi ai 63 migranti morti, in maggioranza provenienti dall’Eritrea — se i diversi attori fossero intervenuti o fossero intervenuti in modo corretto, si sarebbe potuto metterli in salvo in molte occasioni. Molto si deve ancora fare per evitare che persone muoiano nel disperato tentativo di raggiungere l’Europa”.
“Almeno 1500 persone hanno perso la vita tentando di attraversare il Mediterraneo nel 2011″ si legge infatti nel documento che sottolinea che questo caso appare differente “perchè appare che le richieste di soccorso siano state ignorate da pescherecci, navi militari e da un elicottero militare”.
La richiesta di soccorso era stata lanciata, dopo 18 ore in mare senza benzina, cibo o acqua, dal ‘capitanò del gommone telefonando ad un prete eritreo che vive in Italia — ricostruisce ancora il rapporto sulla base delle testimonianze dei superstiti — “il Maritime Rescue Coordination Center italiano, immediatamente informato, inviò una serie di messaggi verso le navi della zona per cercare l’imbarcazione in difficoltà ”. “E’ stato da questo momento che tutto è andato nel modo sbagliato”, si legge ancora nel rapporto che sottolinea che non solo Malta e l’Italia non hanno reagito, ma anche “la Nato non ha risposto alla richiesta di soccorso anche se vi erano navi sotto il suo controllo nelle vicinanze dalla zona da dove era stata lanciata la richiesta”.
In particolare una nave spagnola si trovava ad appena 11 miglia, anche se questa distanza viene contestata dalla Spagna che viene chiamata in causa, come gli altri stati che avevano proprie navi nella zona, dal rapporto che fa anche riferimento al mancato intervento di “due non identificate navi commerciali che si trovavano nella zona”.
A questo proposito il rapporto esorta i paesi membri ha “riempire il vuoto di responsabilità ” lasciato da “uno stato che non vuole o non può esercitare la sua responsabilità di operazioni di soccorso”, come appunto è stato il caso della Libia.
Il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) fornisce i numeri delle tragedie in mare: “Secondo le stime di Fortress Europe, dal 1998 all’agosto 2011, 17.738 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa — si legge nel rapporto “Accesso alla protezione: un diritto umano“ – Solo nel corso del 2011, circa 2000 tra uomini, donne e bambini sono morti nello Stretto di Sicilia: il 5% di tutti coloro che hanno tentato di raggiungere l’Europa dalla Libia”.
Chi sono le persone che muoiono nel Mediterraneo?
“Molti -viene rilevato- sono rifugiati che scappano da guerre, violenze e persecuzioni, che non hanno altra alternativa che tentare il pericoloso viaggio del mare per ottenere la protezione di cui hanno bisogno. La possibilità di richiedere asilo nell’Unione Europea dipende infatti dalla presenza fisica della persona nel territorio di uno Stato membro. Ma le misure introdotte nell’ambito del regime dei visti e delle frontiere dell’Ue hanno reso praticamente impossibile per quasi tutti i richiedenti asilo e rifugiati raggiungere i territori dell’Ue in modo legale. Non solo, sono stati rafforzati i controlli alle frontiere esterne ma i sistemi di sorveglianza sono stati estesi anche ai territori dei paesi terzi. Si stima che nel 2011 circa il 90% di tutti i richiedenti asilo nell’Unione Europea siano entrati irregolarmente”.
“Inoltre, la maggior parte delle persone che cercano di raggiungere l’Europa sono generalmente soggette a gravi violazioni dei diritti umani nel loro viaggio e in particolare nei paesi di transito e in alto mare”.
L’Europa e l’Italia “hanno l’obbligo di dare protezione ai rifugiati, e dovrebbero aprire ingressi legali come unico rimedio per impedire i disperati viaggi via mare. Dobbiamo ricordare che meno del 10% dei rifugiati nel mondo vive in Europa.
I rifugiati in Italia sono 56.397, mentre in Pakistan sono 1.900.621 e in Siria: 1.005.472”.
Questo ultimo atto d’accusa verso le politiche di accoglienza dell’ex governo di centrodestra segue a stretto giro la condanna della politica dei respingimenti in alto mare dei migranti, fiore all’occhiello della politica di Maroni e frutto degli accordi bilaterali fra Italia e la Libia di Gheddafi sul contrasto dell’immigrazione clandestina. Secondo le toghe di Strasburgo, questi accordi sono in contrasto con la Convenzione europea sui diritti umani. In particolare con l’articolo 3, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. In quell’occasione la Corte ha anche stabilito che Roma ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto per le vittime di fare ricorso presso i tribunali nazionali
La sentenza del tribunale europeo, che apre la strada a molti altri ricorsi, si riferiva a un episodio in particolare, quando, il 6 maggio 2009 in acque internazionali a 35 miglia a Sud di Lampedusa, le autorità italiane intercettarono un barcone con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea.
Nonostante sull’imbarcazione ci fossero anche donne in gravidanza e bambini e nonostante il fatto che le popolazioni provenienti dal Corno d’Africa una volta in Italia ricevano spesso una qualche forma di protezione internazionale, i migranti furono fatti trasbordare su un’altra imbarcazione e riaccompagnati a Tripoli.
Senza essere identificati nè tantomeno informati della vera destinazione del viaggio. Tant’è che i migranti non hanno avuto nessuna possibilità di presentare alle autorità italiane richiesta di protezione internazionale.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 4th, 2012 Riccardo Fucile
IL DOSSIER FRANCESE SULLA TORINO-LIONE: PROGETTI INCOMPLETI E FORTE IMPATTO AMBIENTALE….L’AGENZIA NAZIONALE AMBIENTE DI PARIGI HA GROSSI DUBBI SULLA LIONE-TORINO, MENTRE IL GOVERNO MONTI NON SENTE RAGIONI
“Il dossier” sulla Lione-Torino “ha un carattere incompleto… il suo grado di coerenza e di
precisione è spesso inferiore a quello che ci si potrebbe attendere da uno studio di impatto riferito a un’opera di questa portata”.
A dirlo non sono i No-Tav della Val di Susa, ma un documento dell’Agenzia Nazionale per l’Ambiente francese.
Un soggetto pubblico. Che, pur con linguaggio diplomatico, avanza dubbi clamorosi: i calcoli dei traffici e della redditività potrebbero essere stati compiuti su dati non più validi e forse troppo ottimistici.
Ma un documento che soprattutto dice: “La valutazione socio-economica del progetto stima che sarà a partire dal 2030-2035”, dopo la realizzazione delle opere che metteranno fine al doppio utilizzo passeggeri-merci della linea, “che si potrà operare una svolta modale importante”.
Ma il progetto low cost su cui puntano adesso Italia e Francia prevede ancora le strutture essenziali per separare i traffici passeggeri e merci rendendo vantaggiosa la linea?
Il documento di 28 pagine (firmato nel dicembre scorso) contiene decine di “raccomandazioni” alla società realizzatrice su questioni non secondarie, come la valutazione degli impatti ambientali.
Un rapporto che arriva in un momento delicato per la Francia: siamo alla vigilia delle elezioni e la Lione-Torino sembra non convincere più tutti.
L’Autorità Ambientale francese “raccomanda di rimediare”.
Non bocciati, ma rimandati, questo sì.
Si parla “dell’impatto ambientale complessivo” delle strutture connesse alla nuova linea ferroviaria.
L’Autorità non si accontenta della documentazione presentata da Rff (la società pubblica che gestisce la rete ferroviaria francese, gemella dell’italiana Rfi, assieme alla quale gestisce il cento per cento delle azioni della Lyon-Turin Ferroviaire) chiede approfondimenti sulla “sistemazione delle stazioni e delle tratte urbane resa necessaria dal traffico più intenso”. Pretende poi chiarimenti della sistemazione “dei campi e dei boschi” attraversati dalla nuova linea.
Il rischio inondazioni
All’impatto ambientale sono dedicate sette pagine.
L’Autorità “ritiene che lo studio di impatto non ha il livello di precisione, di completezza e non tiene adeguatamente conto delle specificità locali”.
Partiamo dall’acqua: “Si raccomanda di completare gli studi… e di precisare le misure tecniche che si intendono prendere… tenuto conto dell’importanza dell’elemento “acqua” per questo progetto”.
Un capitolo fondamentale riguarda le zone umide e a rischio inondazioni.
L’opera, raccomanda l’Autorità , “deve essere trasparente”, cioè non deve ostacolare il deflusso delle acque: “La società Rff deve dimostrare la trasparenza idraulica dell’opera, senza limitarsi ad affermarla”.
C’è poi la questione dello “smarino” che preoccupa anche in Val di Susa: “Nello studio sull’impatto bisogna fornire dettagli sul trattamento del materiale proveniente dallo scavo dei tunnel, che richiederà lo smaltimento di dieci milioni di metri cubi ”.
Quindi il punto forse più scomodo per i sostenitori dell’opera in cui si raccomanda un “migliore studio sull’impatto” precisando “la valutazione socio-economica del progetto”.
Qui l’Autorità pare mettere in discussione i dati sulla redditività dell’opera: “Tenuto conto della fortissima probabile sensibilità dei risultati di redditività alle ipotesi delle diverse scadenze, l’Autorità raccomanda di mettere in relazione le ipotesi di traffico dello studio socio-economico con quelle dello studio di impatto” tenendo in conto le diverse fasi del progetto “e di indicare la sensibilità dei risultati a ipotesi di traffico merci più deboli di quelle considerate…”.
Insomma, il calcolo dei benefici non può essere effettuato sull’ipotesi più ottimistica.
L’Autorità avverte di “aver avuto comunicazioni di nuove previsioni di traffico differenti da quelle che sembrano essere state prese in considerazione nella valutazione socio-economica attuale…”.
L’Autorità non ha potuto conoscere “per giunta gli impatti di queste nuove ipotesi sui calcoli di bilancio del progetto”.
E qui un punto chiave: “Il risultato abbastanza debolmente positivo (dei calcoli presentati dalla società realizzatrice, ndr) è dipendente da una parte di ipotesi di traffico non stabilizzato e dall’ipotesi di scadenze di lavoro molto serrate”.
In sostanza l’Agenzia pare dubitare che “un ritardo, che non appare inverosimile” nella realizzazione dell’opera “modificherebbe la redditività ipotizzata”.
Dubbi sostanziali.
L’Autorità raccomanda: occorre chiarire in che cosa la redditività sarebbe influenzata dai ritardi per dare “una buona informazione al pubblico sulla reale utilità del progetto”.
Il dossier dell’Autorità non è passato inosservato in Francia.
Le associazioni ambientaliste Frapna e Fne inizialmente avevano dato il via libera al Tav, adesso chiedono una proroga della discussione pubblica.
Alcuni partiti, come anche una parte dell’Ump, cominciano a nicchiare.
Dubbi cugini
Difficile dire se nella battaglia del Tav si stia per aprire un fronte francese. Finora la popolazione era in gran parte favorevole.
Merito anche del lungo lavoro di preparazione compiuto dai governi di Parigi .
La legge del 2002 ha previsto che in val Maurienne l’86% delle imprese siano locali. Il personale dei cantieri si appoggia ad alberghi e ristoranti della zona.
Poi sgravi fiscali, ipotesi di destinare alle comunità locali il ricavato della vendita della roccia scavata.
Per finire con il dibattito pubblico che si sta concludendo in questi giorni.
Vero, i lavori per le gallerie preliminari sono quasi finiti.
Ma in Francia da più di dieci anni stanno lavorando anche per preparare il terreno “umano”.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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