Giugno 27th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL PREMIER “TREMONTI E’ IMPAZZITO, MA IL MINISTRO NON CEDE: “LA SPECULAZIONE INTERNAZIONALE CI STA COLPENDO”
Siamo alla resa dei conti. Fuori i secondi, restano sul ring Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi. Ma stavolta il premier può contare sulla sponda politica offerta da Umberto Bossi.
Anche Bossi è deciso a non far passare la manovra di correzione dei conti senza prima aver visto accolte “nero su bianco” le richieste di Pontida.
Un conflitto ormai impossibile da nascondere quello tra il capo del governo e il ministro dell’Economia, nonostante Paolo Bonaiuti ripeta con foga che “l’attacco di Guido Crosetto a Tremonti è stata un’uscita a titolo personale”.
Eppure la versione del portavoce di palazzo Chigi non collima con quella dei testimoni presenti al matrimonio di Mara Carfagna sabato sera, alla vigilia della bordata sparata dal sottosegretario alla Difesa (e fedelissimo del Cavaliere) contro il ministro dell’Economia.
I presenti riferiscono infatti di un lungo colloquio tra Crosetto e il premier nel giardino del castello di Torreinpietra.
Oggetto: proprio la manovra in cottura al ministero di via XX Settembre.
Coincidenze?
Tremonti è ovviamente convinto del contrario, ma avrebbe scelto di non replicare a Crosetto per non dare un’impressione di debolezza.
Sta di fatto che, in queste ultime ore, la pressione del capo del governo sul ministro dell’Economia si è fatta incessante.
Se per Crosetto le bozze della manovra “andrebbero fatte analizzare da uno psichiatra”, Berlusconi in privato ha espresso lo stesso concetto: “Tremonti è impazzito, così fa saltare tutto”.
Una sentenza che si accompagna a un moto di stizza nei confronti di chi sembra abbia commissariato l’intero governo: “Io non prendo ordini da nessuno”.
Lo show-down è atteso per domani, quando il Cavaliere presiederà a palazzo Grazioli, alla presenza di Bossi e Tremonti, un vertice di maggioranza dedicato ad esaminare le bozze della manovra.
Lo schema che gli ha fatto arrivare il ministro dell’Economia lo ritiene “inaccettabile”.
Berlusconi (e con lui tutti gli altri ministri) non contestano l’obiettivo del risanamento, ma non accettano la logica del “prendere o lasciare” che imputano a Tremonti.
Lo scontro al momento appare senza paracadute e può portare anche all’uscita di Tremonti dal governo.
Non a caso ieri il Cavaliere, nel messaggio invitato ai promotori della libertà , ha intestato a se stesso la linea tremontiana.
“Dobbiamo proseguire – ha detto – nella politica di prudenza e di rigore”. Insomma il messaggio che Berlusconi rivolge all’esterno, al paese ma anche ai mercati, è che la tenuta dei conti pubblici è un imperativo di tutta la maggioranza, di cui il primo garante è proprio il presidente del Consiglio. Non esistono quindi “salvatori della patria” e “nessuno è indispensabile”.
Agli attacchi e alle voci di una tenaglia tra Berlusconi e Bossi per costringerlo a modificare in profondità la manovra, Tremonti ha scelto per il momento di non replicare. E tuttavia domani, quando si troverà faccia a faccia con i suoi accusatori, è deciso a metterli di fronte alla realtà . “Forse – ripete in queste ore agli amici – qualcuno nel governo non si è ancora reso conto di quello che è successo venerdì. C’è stato un attacco premeditato e coordinato della speculazione, una dichiarazione di guerra contro l’Italia. Di fronte a questo abbassiamo la guardia?”.
Venerdì si è toccato infatti un nuovo record storico per lo spread tra i Btp decennali e il corrispettivo bund tedesco e i titoli delle banche italiane sono andati a picco simultaneamente. Con questi dati in mano, il ministro dell’Economia è certo di poter resistere a ogni diktat.
Eppure stavolta Tremonti è solo.
La Lega infatti, suo tradizionale puntello, ha deciso di mollarlo al suo destino. Con il partito squassato dalla lotta tra i colonnelli, Bossi deve incassare qualche risultato visibile e stavolta non farà sconti a “Giulio”.
Il ministro dell’Economia è convinto invece di potersi presentare al vertice di maggioranza con qualche asso nella manica, almeno per venire incontro ai “desiderata” del Carroccio. “Non era stato proprio Bossi – ripete in privato – a chiedere a Pontida un taglio dei costi della politica entro 30 giorni? Con il mio progetto li ho accontentati in una settimana”.
Ma non è detto che basti.
Qualcosa di più lo si comprenderà oggi dopo la riunione della segreteria “federale” della Lega a via Bellerio, in cui tutti si attendono una parola definitiva da Bossi.
Ieri sera un leghista di primo piano si spingeva a prevedere un “no” dei padani alla finanziaria Tremonti, un gesto dirompente che aprirebbe scenari finora impensabili: dalla rapida sostituzione del ministro dell’Economia alla crisi di governo.
Berlusconi ieri al matrimonio della Carfagna è sembrato ai presenti molto sicuro di del fatto suo. “Adesso la musica è cambiata, darò il via a un nuovo corso”, ha annunciato tra un brindisi e un giro di tavolo. In cima alla lista dei propositi per la “nuova fase”, il Cavaliere ha piazzato due cose che ritiene abbiano finora gonfiato la reputazione del ministro dell’Economia.
Due “cosette” che, d’ora in poi, ha deciso di cominciare a fare anche lui in prima persona: “Parlerò io stesso con tutte le opposizioni e comincerò a chiamare ogni giorno i direttori dei giornali. Dobbiamo comunicare quello che stiamo facendo, dimostrare a tutti che non stiamo qui a scaldare la sedia”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile
I BANCHI ITALIANI SPESSO SONO VUOTI: I PEGGIORI SONO DE MITA, MAGDI ALLAM E BONSIGNORE… E POI PARLANO DI ASSENTEISMO IN FABBRICA E NEGLI UFFICI PUBBLICI
Prendi i voti, e i soldi, e poi scappa; o, almeno, non farti vedere in giro spesso, tra Strasburgo
e Bruxelles.
È la politica dell’assenteismo di molti eurodeputati italiani: la politica del seggio vuoto.
A due anni dall’elezione a suffragio universale della settima legislatura del Parlamento europeo, Andrea D’Ambra, giornalista e attivista con un occhio a Beppe Grillo, si ripete: stila le pagelle degli europarlamentari italiani, chi c’è (quasi) sempre e chi non c’è (proprio) mai, nelle aule delle plenarie e delle commissioni.
L’esercizio ha il pregio della chiarezza, della semplicità e dell’oggettività , anche se il criterio delle presenze non può essere l’unico per valutare l’operato di un parlamentare, nazionale o europeo che sia: bisognerebbe pure prendere in considerazione i rapporti stilati, gli emendamenti presentati, le interrogazioni fatte, gli interventi in aula e in commissione, le partecipazioni a missioni.
D’Ambra, 28 anni, presidente di Generazione Attiva, un’associazione in difesa dei consumatori da lui stesso creata, non è però d’accordo: “Quegli elementi non sono un indice corretto quanto la presenza, perchè interrogazioni ed emendamenti sono sovente fatti da altri, specie dagli assistenti parlamentari”.
Quello che D’Ambra stigmatizza, nel commento alla classifica pubblicata sul suo blog, è che le assenze degli eurodeputati “non sono penalizzate in sede retributiva”, a parte l’incidenza su indennità come quella di soggiorno o i rimborsi spese.
Le assenze, per quanto ingiustificate esse siano, non decurtano il compenso di base, che è variabile, ma che si situa intorno ai 7 mila euro al mese.
L’assenteismo parlamentare non è uno scandalo solo italiano, ma non è certo il caso di dire “mal comune mezzo gaudio”.
Anche perchè chi non c’è non puo’ poi lamentarsi dello strapotere tedesco nell’emiciclo di Strasburgo, dove gli eurodeputati d’oltreReno sono teutonicamente presenti sempre in massa: vero che sono “vicini”, ma lo sono pure, e anzi di più, francesi e beneluxiani.
I criteri di giudizio di D’Ambra sono molto severi: dà ottimo solo agli “stakanovisti” del Parlamento europeo, quelli che sono sempre presenti.
Il percorso netto è riuscito, per il secondo anno consecutivo, a Giovanni La Via, Pdl, e ad Oreste Rossi, Lega, cui s’è aggiunto Francesco Speroni, leader della pattuglia leghista nell’Assemblea Ue: tre su 71.
Prendono “buono” 11 eurodeputati, le cui presenze superano il 95%.
In questa pattuglia di punta, troviamo qualche “tenore” della rappresentanza italiana in Europa, come il vice-presidente vicario dell’Assemblea Gianni Pittella (Pd), il capo della delegazione del Pdl Mario Mauro, l’ex leader della Cgil e sindaco di Bologna Sergio Cofferati (Pd) e l’efficiente e apprezzato Roberto Gualtieri (Pd).
I “sufficienti” sono, sempre per D’Ambra, quelli le cui presenze superano il 90%: 16 eurodeputati, fra cui Roberta Angelilli, Pdl, vice-presidente dell’Assemblea, David Sassoli, capogruppo del Pd, Carlo Casini, Udc, Gabriele Albertini, Pdl, e Vittorio Prodi, Pd, il professore fratello dell’ex premier pure professore Romano.
Al di sotto del 90% di presenze, che comunque vuol dire un assenteismo del 10%, nettamente superiore a quello medio nelle fabbriche e negli uffici, persino nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni, restano 41 eurodeputati italiani, quasi il 60% della rappresentanza italiana al Parlemento europeo.
D’Ambra li boccia tutti, ma, con scelta personale e arbitraria, ne classifica una pattuglia di cinque come mediocri — fra essi, Iva Zanicchi, berlusconiana in scena e sul seggio —, mentre tutti gli altri li “bolla” come insufficienti, scarsi e scarsissimi. Sono così “marchiati” nomi eccellenti, come Pino Arlacchi (Pd), Elisabetta Gardini (Pdl), Silvia Costa (Pd), Paolo De Castro (Pd, ex ministro, presidente della Commissione Agricoltura), Mario Borghezio (Lega, uno che, dalla quantità di dichiarazioni che produce, si direbbe che c’è sempre), Sonia Alfano (Idv), Debora Serracchiani (Pd) e Gianni Vattimo (Idv).
Sotto l’80%, ci sono Patrizia Toia (Pd, un ex ministro), Clemente Mastella (ex un po’ di tutto: ma che mai avrà da fare di meglio che guadagnarsi almeno questo stipendio?) e Rita Borsellino (Pd).
La lista degli “scarsi” è aperta da Luigi Berlinguer (Pd) e Luigi de Magistris (Idv, neo-sindaco di Napoli e certo penalizzato in classifica dalla campagna elettorale che l’ha visto protagonista e vincitore).
Gli “scarsissimi” sono sei e stanno sotto il 70%: in pratica, una volta su tre non ci sono.
Nomi poco noti, come Vincenzo Iovine (Api) e Crescenzio Rivellini (Pdl), ma anche, e proprio agli ultimi quattro posti, nomi che fanno sussultare, come il convertito Magdi Cristiano Allam, che sta nel Ppe, l’ex premier dc Cristiano De Mita, che sta pure nel Ppe ma come Udc, e i Pdl Vito Bonsignore e Alfredo Antoniozzi, l’unico sotto il 60%. Antoniozzi ha un doppio lavoro, perchè è assessore alla casa al Comune di Roma, ma così, dividendosi a metà , dovrebbe prendere due mezzi stipendi (e non due stipendi interi).
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Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile
IL NOSTRO PAESE CITATO DI FRONTE ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO PER UN EPISODIO DEL 2009: DUECENTO MIGRANTI FURONO RIPORTATI A TRIPOLI… DOVEVANO ESSERE CONDOTTI IN ITALIA E LA POSIZIONE DI CIASCUNO DI LORO ESAMINATA SINGOLARMENTE
L’Italia contro la Corte europea dei diritti dell’uomo: Roma dovrà rispondere a Strasburgo, di fronte all’Europa intera, per aver respinto – due anni fa, a 35 miglia a sud di Lampedusa – duecento rifugiati politici.
L’esito creerà un precedente e influirà sulle politiche sia italiane che comunitariesull’immigrazione.
Contro l’Italia si sono schierati 24 migranti, undici somali e tredici eritrei.
Il ricorso (il numero 27765/09) è stato presentato dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, membri del direttivo dell’Unione forense per i diritti dell’uomo.
Al centro di questa causa internazionale, la condotta delle autorità italiane: la storia comincia nel 2009 e il primo a raccontarla è stato il giornalista Riccardo Iacona nel documentario “Respinti”.
Il 6 maggio, tre barconi con 200 passeggeri a bordo, sono stati intercettati in acque di competenza maltese dalla Guardia Costiera italiana.
Ma invece di essere soccorsi e sbarcati, sono solo stati trasferiti sulle navi militari italiane e riportati dritti dritti a Tripoli nelle mani delle forze libiche.
I 24 migranti hanno riferito agli avvocati che durante il viaggio le autorità italiane non li hanno informati su dove sarebbero stati portati e, calpestando il diritto d’asilo, non gli è mai stato chiesto da dove provenissero.
La Convenzione Sar impone invece l’obbligo di riportare i rifugiati “in a safety place”che non è nè la nave soccorritrice, nè — a detta del Parlamento europeo – un porto libico.
Non solo: la Convenzione di Ginevra, di cui l’Italia è firmataria, prevede che nessun Paese “potrà espellere o respingere, in nessun modo, un rifugiato verso le frontiere dei luoghi dove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità ”.
“Nel ricorso — spiega Lanna – noi solleviamo diverse questioni, relative principalmente alla non ottemperanza di quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione per i diritti dell’uomo (divieto di tortura e di maltrattamenti, ndr), dall’articolo 4 del quarto protocollo allegato alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (divieto di espulsioni collettive di stranieri, ndr) e l’articolo 13 della stessa Convenzione (diritto a un ricorso effettivo)”.
L’onere della decisione spetta alla Grande Camera della Corte Europea, composta da 17 giudici.
Unico testimone italiano del respingimento è Enrico Dagnino, fotoreporter, che tra il 6 e il 7 maggio del 2009 si trovava a bordo del pattugliatore Bovienzo della Guardia di Finanza.
Per l’avvocato Lanza “si tratta di un caso di grande interesse a livello mondiale. Basti pensare che tra i terzi intervenuti nella causa troviamo due organi importanti dell’Onu come l’Alto Commissariato per i rifugiati e l’Alto Commissariato per i diritti umani. Ci sono poi le più importanti organizzazioni non governative e associazioni, fino ad arrivare alla Columbia University”.
Il verdetto arriverà dopo l’estate.
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Giugno 20th, 2011 Riccardo Fucile
L’ITALIA PERDE LA BASE DEL CENTRO DI COMANDO E CONTROLLO DELLA CATENA DI SORVEGLIANZA RADAR NATO DI POGGIO RENATICO, VICINO A FERRARA… AMBIENTI MILITARI: “SIAMO STATI MESSI IN MEZZO. LA RUSSA, QUANDO FINALMENTE E’ ARRIVATO, NON ERA NEANCHE INFORMATO: UN DURO COLPO ALL’ITALIA DERIVANTE DALLA APPROSSIMAZIONE E AL DISINTERESSE DEL MINISTRO”
«È solo l’ultimo, tragico colpo inflitto dal ministro La Russa alla Difesa italiana, il frutto del
suo disinteresse, della sua approssimazione: ma purtroppo è un danno per tutto il Paese, una sconfitta che forse molti non coglieranno, ma che colpisce la sicurezza dell’Italia».
Chi parla così è un ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica: commenta l’incredibile rinuncia di La Russa a mantenere a Poggio Renatico, vicino Ferrara, uno dei due “Caoc” che la Nato prevede nella sua nuova struttura.
I Caoc (Combined Air Operation Center) sono i centri di comando e controllo in cui affluiscono le informazioni da tutti i radar della catena di sorveglianza Nato e nazionale, e da cui partono tutte le informazioni per le basi delle aeronautiche dell’Alleanza e per i controllori di volo civili.
La Nato in Europa ha due Caoc: uno, appunto, a Poggio Renatico, e l’altro per l’Europa centro-settentrionale a Uedem, in Germania.
Cosa è successo?
La Nato da mesi ha avviato un processo di ristrutturazione che doveva tagliare e razionalizzare i suoi comandi in Europa e ridurre il personale.
Per capirci, passare dal 12.000 a circa 8.000 uomini e ridurre di un terzo i comandi.
La settimana scorsa il ministro della Difesa Ignazio La Russa è arrivato con 6 ore di ritardo alla riunione dei ministri della Difesa Nato in cui l’americano Robert Gates salutava per l’ultima volta i suoi colleghi, lanciava il suo allarme sulla Libia, parlava del prossimo ritiro dall’Afghanistan e soprattutto dava gli ultimi ritocchi al piano di tagli.
«Siamo stati messi in mezzo», dice il generale Dino Tricarico, anche lui ex capo dell’Aeronautica ed ex consigliere militare di Berlusconi: «L’Italia doveva perdere solo il comando di Nisida, e invece abbiamo regalato anche Poggio Renatico, che però è strategico nella protezione dello spazio aereo italiano giorno per giorno, anche in tempo di pace».
Altri ufficiali la spiegano così: la ristrutturazione doveva portare da 2 a 1 i comandi aerei.
Tra Smirne (Turchia) e Ramstein (Germania) si è scelto di penalizzare i turchi, per cui Ankara andava compensata: avrà un comando terrestre.
A questo punto verrà chiuso il comando terrestre della Spagna, che con la mancata partecipazione alle operazioni in Libia non avrebbe avuto titolo per battere i pugni sul tavolo.
E invece, alla vigilia dalla riunione di Bruxelles, la ministra Carme Chacòn ha scritto una lettera di fuoco al segretario generale Rasmussen.
«A questo punto hanno messo in mezzo La Russa, che arrivato in ritardo, trafelato e disinformato, ha danneggiato l’Italia», dice un generale informato della trattativa.
«La Russa purtroppo ha un capo di Stato maggiore che è un alpino, senza esperienza internazionale, non conosce l’aeronautica e non parla inglese», aggiunge un altro generale in servizio.
La Nato aveva già preparato un contentino per la Spagna: hanno inventato un “deployable Caoc”, un centro di comando e controllo rischierabile, che quindi in tempi normali non funziona, ma viene “montato” in un altro paese in caso di crisi.
Un comando virtuale.
A La Russa è andata bene così, nel segno della Difesa virtuale.
Vincenzo Nigro
(da “La Repubblica“)
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Giugno 20th, 2011 Riccardo Fucile
PRATICAMENTE LO STESSO DESTINO IPOTIZZATO NEL 2007, PRONTO A MATERIALIZZARSI CON 4 ANNI DI RITARDO E DIVERSE CENTINAIA DI MILIONI IN MENO….QUANDO BERLUSCONI REGALO’ LA PARTE BUONA DI ALITALIA AI FRANCESI
Il Ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani smentisce ma, la notizia è ormai nell’aria. 
Alitalia, scrive in esclusiva il quotidiano romano Il Messaggero, sarebbe pronta a trasferirsi a Parigi diventando parte di una super-holding controllata dal duo Air France-Klm.
Un’indiscrezione? Senz’altro, ma anche una voce concreta a sentire il quotidiano che dell’operazione sembra in grado di fornire più di un dettaglio.
In sintesi: la compagnia di bandiera, che dai francesi è già partecipata per un quarto, si preparerebbe alla fusione con conseguente trasferimento della sede direzionale a Parigi (vi ricorda qualcosa che riguarda una certa Detroit?).
Air France avrebbe già dato mandato in tal senso alla Leonardo & Co, advisor finanziario reclutato per l’occasione.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta sarebbe già stato informato della vicenda nel corso di un incontro a Palazzo Chigi.
Fin qui gli elementi chiave dell’operazione che, afferma ancora il Messaggero, dovrebbe realizzarsi entro la fine dell’anno.
Ma nella notizia, ovviamente, c’è dell’altro.
A cominciare dagli indizi a conferma dell’indiscrezione.
Il primo, in realtà , lo aveva offerto lo stesso presidente di Alitalia, Roberto Colaninno che, smentite successive a parte, non aveva escluso sette mesi fa la possibilità della fusione con il vettore francese.
Il secondo lo aveva fornito lo scorso anno l’amministratore delegato Rocco Sabelli secondo il quale quella di Air France rappresenterebbe la scelta obbligata in calendario per il 2013, alla faccia dei proclami di “italianità ” dell’azienda.
Il terzo indizio lo offre oggi la stessa compagnia che, in risposta allo scoop del quotidiano, sceglie di non seguire Romani nella smentita preferendo, al contrario, il più neutrale no comment.
Tre indizi potranno anche non fare una prova. Ma per un legittimo sospetto c’è ne già a sufficienza.
A dire il vero tra gli indizi ve ne sarebbe anche un quarto, quello rappresentato dalla logica del mercato.
La stessa logica chiamata in causa dal direttore generale uscente della Iata — International Air Transport Association, Giovanni Bisignani secondo il quale allo stato attuale delle cose la compagnia per come è concepita oggi non sarebbe più in grado di sopravvivere. “La strada è il consolidamento con altre compagnie con cui creare più efficienza” ha dichiarato all’Ansa.
A pesare la concorrenza dei low cost ma anche i rincari del prezzo del carburante. Secondo la Iata, l’industria area mondiale avrebbe già rivisto al ribasso del 50% i propri utili attesi per quest’anno ipotizzando per il 2011 un profitto complessivo di circa 4 miliardi di dollari contro gli 8,6 previsti in precedenza.
Nel 2010 gli utili erano stati di 18 miliardi. Alitalia, dal canto suo, ha registrato una perdita operativa di 100 milioni nel 2010 migliorando la propria situazione contabile rispetto all’anno precedente quando il rosso si era attestato a 274 milioni.
La scelta di affidarsi ad Air France, insomma, sembrerebbe logica.
Ma una domanda sorge spontanea: non sarebbe stato preferibile percorrere la stessa strada anni fa quando l’accordo, che sembrava cosa fatta, fu stoppato con la scusa delle necessità strategica della compagnia di bandiera in “solide” mani italiane?
Un passo indietro.
Nel 2007, con la compagnia di fatto agonizzante, si inizia a parlare sempre più insistentemente del possibile interessamento di Air France che nel marzo dell’anno successivo presenterà la sua offerta: 1,7 miliardi di euro per acquisire l’intera compagnia e i suoi debiti.
Nell’estate del 2007, intanto, è scoppiata la rivolta dell’allora opposizione.
Berlusconi invoca l’intervento dell’imprenditoria italiana. Detto fatto. Le ipotesi di cordata si materializzano da lì a poco.
Antonio Baldassarre, ex presidente della Corte Costituzionale, si fa promotore dell’operazione diffondendo notizie in proposito a partire dall’agosto del 2007.
Notizie, rivelatesi “false e concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione dei valori del titolo Alitalia quotato sui mercati finanziari” diranno i giudici del tribunale di Roma che nel febbraio di quest’anno rinviano a giudizio per aggiotaggio lo stesso Baldassarre, già sanzionato dalla Consob con una multa da 400 mila euro .
Nel dicembre 2007 la cordata è svanita e la compagnia si prepara ad entrare in amministrazione controllata. Poi nel 2008 il centrodestra rivince le elezioni.
E lì prende forma il capolavoro.
“Merci Silvio” titolerà il giornale francese Les Echos nel gennaio 2009, e non è difficile comprendere il perchè.
Air France ha appena acquisito il 25% delle quote di Alitalia spendendo appena 300 milioni di euro.
In termini relativi è già un affare, ma il bello viene dalla qualità degli assets.
E già , perchè l’azienda nel frattempo è cambiata.
Ai francesi finisce un pezzo di compagnia sana e senza debiti visto che tutto il marcio è stato convogliato in una bad company (all’origine di un disastro per i piccoli azionisti) beneficiaria a sua volta di un prestito ponte da 300 milioni di euro.
Da chi viene il prestito?
Dallo Stato, ovviamente, vale a dire dai contribuenti.
Ma è solo la punta dell’iceberg visto che tra prestiti, ammortizzatori sociali e debiti scaricati sul Ministero dell’Economia, il conto finale di Alitalia si colloca tra i 4 e i 5 miliardi di euro.
“Un’operazione politica, sbagliata e costosa” scriverà l’Economist.
Insomma, la parte malsana, quella preponderante cioè, è stata scaricata sullo Stato e quindi sui cittadini, quella buona, minoritaria, è stata data in pasto al mercato.
Solo che le cifre adesso sono note.
E se la matematica non è un’opinione il 25% pagato 300 da Parigi identifica un valore complessivo dell’azienda pari 1,2 miliardi.
Il che è meno di quanto aveva offerto a suo tempo Air France ma anche qualcosa, e non poco, in più rispetto a quei 1.056 milioni versati dai Colaninno boys per la rinnovata Cai. Nel frattempo la compagnia ha assunto il monopolio della preziosa tratta Roma-Milano grazie all’acquisizione di AirOne privandosi del fardello di 7.000 dipendenti in esubero. La possibile (probabile?) fusione rappresenterebbe la logica conclusione di un processo di ristrutturazione economicamente disastroso per tutti, tranne che per i diretti interessati.
E se l’operazione andrà in porto i fortunati azionisti avranno modo e motivo di brindare copiosamente.
Spumante o Champagne non fa davvero differenza.
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Giugno 18th, 2011 Riccardo Fucile
SOTTO REVISIONE I TITOLI DI STATO ITALIANI: LO FA SAPERE L’AGENZIA STATUNITENSE… SOTTO ACCUSA IL PESANTE DEBITO PUBBLICO, LE DIFFICOLTA’ STRUTTURALI DELLA NOSTRA ECONOMIA E LA SITUAZIONE DELLA GRECIA
L’agenzia statunitense Moody’s ha collocato il rating Aa2 dell’Italia sotto revisione in vista di un possibile downgrade.
Lo fa sapere l’agenzia statunitense in una nota. Moody’s ha anche riaffermato il rating di breve termine al livello prime -1.
Una nuova tegola sull’economia italiana dopo l’outlook negativo assegnato al rating italiano da Standard & Poor’s.
Meno di un mese fa, infatti, S&P aveva tagliato l’outlook citando le deboli prospettive di crescita e l’incerto impegno politico per attuare riforme che stimolino la produttività .
E di sviluppo torna a parlare anche Moody’s, citandolo come primo fattore dietro alla messa sotto revisione del rating: sotto accusa i rischi per la crescita economica dovuti alla “debolezza macroeconomica strutturale e alla probabile risalita dei tassi d’interesse nel tempo”.
Debolezza strutturale che per Moody’s ha a che fare con “bassa produttività e importanti rigidità nel mercato del lavoro e dei prodotti”.
L’Italia ha recuperato finora “solo una frazione dei sette punti di prodotto interno lordo che ha perso durante la crisi globale”.
Al secondo punto tra i motivi della messa sotto revisione i rischi legati alla messa in pratica dei “piani di consolidamento fiscale richiesti per ridurre il debito pubblico e tenerlo a livelli gestibili”.
Potrebbe rivelarsi difficile generare l’avanzo primario di bilancio necessario a dare inizio a “una solida tendenza al ribasso”, secondo Moody’s, che cita la recente bocciatura delle proposte sull’acqua ai referendum come prova del fatto che il governo ha difficoltà a fare approvare politiche di riforma.
Terzo punto “i rischi legati alle mutate condizioni per gli emettitori sovrani europei fortemente indebitati”, con il mercato sempre più pronto a punire i paesi con “peso del debito più alto della media, come l’Italia”.
Nel caso dovesse arrivare un taglio, sarebbe il primo per l’Italia da parte di Moody’s da oltre quindici anni, visto che le ultime due azioni (nel 1996 e nel 2002) avevano portato ad un aumento del rating.
Ora l’attenzione del mercato si sposta a lunedì, per valutare la possibile reazione delle borse, che avevano registrato freddamente il taglio dell’outlook da parte di S&P.
Occhi puntati soprattutto sulle aste dei titoli di Stato, con quelle di Bot e Ctz, a cui faranno seguito martedì quelle di Btp e Cct.
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
COSTANO TROPPO, SONO PERICOLOSE, NON RISOLVONO I PROBLEMI ENERGETICI…IL RIPENSAMENTO SULL’ATOMO E’ GLOBALE
Non vi fidate di quello che dicono da sempre gli antinuclearisti?
E allora prendete in parola quello che dicono persone caute e ragionevoli come i ministri dei governi di Berlino e di Berna che, nelle scorse settimane, hanno ufficialmente annunciato la chiusura delle centrali atomiche in Germania e in Svizzera.
Se non vi bastano questi esempi, ecco dieci motivi per votare Sì al referendum e andare a tener compagnia a tedeschi e svizzeri, lontano dal nucleare.
1) Il nucleare non è sicuro.
In base al calcolo delle probabilità , ci dovrebbe essere un meltdown di un reattore (la fusione del combustibile, l’incidente più temuto) ogni 250 anni.
Ne abbiamo avuti cinque (Three Mile Island, Cernobyl e tre a Fukushima) in 50 anni.
E le ultime notizie dicono che a Fukushima il combustibile radioattivo è uscito all’aperto, la situazione più pericolosa.
Non è solo un problema di tecnologie più o meno sicure. È anche un problema di banale manutenzione quotidiana.
I rapporti delle agenzie di sicurezza nucleari sono pieni di tetti che gocciolano, tubature che perdono, valvole bloccate, controlli rimandati o trascurati, tutti potenziali motivi di disastro. Sfioriamo ogni giorno l’incidente. Come in ogni industria.
Ma quella nucleare, con il suo carico di radioattività , è la più pericolosa di tutte.
2) L’Italia è un paese sismico. Meno del Giappone, ma con la sua quota di devastanti terremoti (e tsunami, come a Messina nel 1908). La zona meno soggetta è una stretta striscia fra Piemonte e Lombardia, ma i siti previsti dal governo prevedono aree a rischio “moderato”. La scienza dei terremoti è però giovane e approssimativa, come dimostra il recente caso giapponese, dove gli scienziati non si aspettavano un sisma così violento.
3) L’incubo delle scorie. Restano radioattive e pericolose per centinaia di migliaia di anni. Oggi, nel mondo, queste “bombe sporche” sono accatastate a fianco delle centrali.
Nessuno è riuscito a trovare e costruire un deposito sicuro e permanente.
I francesi lo stanno progettando (a carico dello Stato): costerà 15 miliardi di euro, quasi quanto tre centrali atomiche.
4) Il nucleare che viene dall’estero. Assai poco. Secondo le stime ufficiali, l’1,5% dell’elettricità italiana proviene dal nucleare straniero.
E le centrali straniere sono a non meno di 100 chilometri dai nostri confini, oltre la fascia più pericolosa (circa 40 chilometri)
5) L’effetto serra. È la carta migliore a disposizione dei nuclearisti. Ma va vista in proporzione. Senza centrali atomiche, il mondo, oggi, produrrebbe 2 miliardi di tonnellate di Co2 in più. Una cifra importante, ma non decisiva: trasformare a gas le attuali centrali a carbone consentirebbe di risparmiarne di più.
6) La dipendenza energetica.
Quale? Le macchine continueranno ad andare a benzina, che il nucleare non produce. Quanto all’elettricità , il gas, oggi, con le nuove fonti non convenzionali, è diventato economico e abbondante. In futuro ne importeremo sempre di più da Usa, Polonia e Sudafrica e sempre meno da Russia e Libia.
7) Lo sviluppo delle rinnovabili. Grandi centrali nucleari presuppongono una rete di distribuzione molto concentrata, che unisce grossi centri di consumo a grossi centri di produzione. Tutto il contrario delle rinnovabili, che hanno bisogno di una rete (produzione – distribuzione) molto leggera e diffusa.
8) Costa troppo. Il prezzo di un kilowattora nucleare è dato dal costo di costruzione della centrale che lo produce. Questo costo continua a salire.
Le centrali proposte dall’Enel costerebbero, oggi, 6-7 miliardi di euro l’una, quanto basta per mettere il kw nucleare fuori mercato.
Questo sovracosto ce lo troveremmo in bolletta.
Negli Usa, negli ultimi mesi, su quattro progetti di centrali atomiche in corso, due sono stati congelati, due sono andati avanti.
Quelli congelati dovevano servire aree in cui c’è il mercato libero dell’elettricità .
Quelli che sono andati avanti serviranno aree in cui le norme consentono di caricare i costi di produzione sugli utenti. In termini generali, il solo piano Enel assorbirebbe investimenti per 25-30 miliardi di euro, circa il 2% del Pil nazionale.
9) Affari e occupazione. La metà degli appalti di una centrale riguarda, in realtà , reattore e turbine, che compreremmo chiavi in mano dall’estero. A regime, finita la fase di costruzione, una centrale impiega poche centinaia di persone. In Germania, 40 mila persone lavorano nel nucleare, 440 mila nelle rinnovabili.
10) Se ne può fare a meno.
Anche con un rilancio immediato, il nucleare non è una risposta ai problemi di oggi dell’energia italiana.
Sarebbe una risposta ai problemi di domani: con i tempi di costruzione di una centrale, il nucleare non darebbe un apporto significativo prima del 2025-2030.
A quella data, secondo il piano Enel, dovrebbe fornire il 12,5 % del fabbisogno di elettricità . Secondo alcuni studi, fra vent’anni, le rinnovabili italiane (solare, vento, piccolo idroelettrico, geotermia) potrebbero arrivare a soddisfare il 36 % del fabbisogno.
Se, a quel punto, non avremo trovato una superbatteria, per colmare i vuoti di produzione di fonti volatili come fotovoltaico ed eolico (legate, oggi, all’effettiva presenza di sole e vento) si può pensare a piccole centrali a gas di complemento.
Si può essere meno ottimisti e puntare obiettivi meno ambiziosi del 36 %.
Contro il 12,5% che dovrebbe assicurare il nucleare italiano, i tedeschi contano di portare dal 17 al 38% – venti punti in più – la loro quota di rinnovabili. Entro il 2020.
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
MALAGESTIONE E SCANDALI: LE BOLLETTE ALLA FINE ERANO CRESCIUTE DEL 260%… LE AZIENDE NON REINVESTIVANO I LORO GUADAGNI PER MIGLIORARE IL SERVIZIO
Acqua privata, andata e ritorno.
Viaggio nel tempo della privatizzazione di una rete idrica: vedi alla voce Parigi.
Nel 1984 la capitale francese è stata tra le prime in Europa a dare in appalto il servizio.
E adesso è considerata pioniera nella difesa del pubblico.
Malgestione, accuse di corruzione, scarsa manutenzione e infrastrutture che cadono a pezzi, tariffe che in venticinque anni sono aumentate del 260%.
«Ci è sembrato doveroso offrire a tutti i cittadini un bene primario come l’acqua potabile alla migliore qualità e minor costo possibile» sintetizza Anne Le Strat, 43 anni, vicesindaco di Parigi.
Dal gennaio 2010 presiede la nuova compagnia “Eau de Paris” che ha riunificato sotto l’egida del Comune l’intera filiera idrica locale, con 861 dipendenti e un patrimonio stimato a 5 miliardi di euro.
Sul referendum di domani ha le idee chiare. «Serve un doppio sì» commenta Le Strat che è anche presidente del consorzio europeo Aqua Publica ed è venuta qualche giorno fa in Italia per partecipare alla mobilitazione.
La battaglia contro la privatizzazione dell’acqua è partita anni fa proprio in Francia, dove hanno sede alcuni dei giganti mondiali del settore come Veolia e Suez, presenti anche sul mercato italiano.
«Da noi le privatizzazioni sono andate molto avanti, ormai 70% della rete idrica nazionale è in appalto. Ma la controtendenza è cominciata» assicura Le Strat.
La marcia indietro di Parigi è stato un segnale forte.
L’allora sindaco Jacques Chirac aveva spartito la città . La rive droite a Veolia, la rive gauche a Suez.
Dal 1987 si era aggiunto un terzo operatore, Sagep, che in teoria avrebbe dovuto controllare i distributori privati.
In pratica, l’ente misto era partecipato dalle stesse imprese.
«Era un assetto illogico, che disperdeva le competenze, le responsabilità , e non garantiva trasparenza» ricorda Le Strat.
Sulla manutenzione, spiega, c’erano molte disfunzioni. «I privati non reinvestivano i loro guadagni per migliorare il servizio. Intanto, tutti i grandi lavori su acquedotti o infrastrutture continuavano a gravare sulle casse pubbliche».
Con l’elezione del socialista Bertrand Delanoe è arrivata la “rivoluzione blu”.
Fuori le multinazionali dell’acqua, avanti il nuovo ente pubblico.
«Abbiamo dimostrato che il privato non è più efficiente del pubblico e che, a parità di prezzo, siamo almeno allo stesso livello di qualità ».
Le Strat smentisce l’idea che rimunicipalizzare il servizio idrico abbia pesato sulle casse del comune.
Nel primo anno, “Eau de Paris” ha anzi realizzato un risparmio stimato a 35 milioni di euro rispetto alla gestione privata.
Delanoe aveva promesso ai 3,3 milioni di consumatori parigini di mantenere le tariffe bloccate fino al 2014.
«Ma i nostri risultati operativi sono stati talmente buoni che dal 1 luglio potremo già abbassare le tariffe dell’8%».
Le Strat ricorda con qualche ironia il momento in cui gli operatori privati hanno capito che non sarebbero più stati i padroni del ricco mercato parigino dopo un quarto di secolo.
«Erano scioccati dalla nostra decisione, ci hanno fatto molte pressioni».
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Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile
VARATA LA LEGGE PER CHIUDERE TUTTE LE CENTRALI ENTRO IL 2022…LA MERKEL ACCELLERA I TEMPI…SUBITO 5 MILIARDI DA INVESTIRE IN FONTI RINNOVABILI
Oggi forniscono ancora circa un quinto del fabbisogno d’energia alla prima economia europea,
dal 2022 non saranno altro che ruderi, come vecchie fabbriche ottocentesche chiuse e in rovina, o parchi giochi come già è il caso dell’ex reattore a Kalkar.
Ieri la Germania di Angela Merkel ha definitivamente voltato pagina: con un segnale e una sfida esemplare al mondo, la potenza industriale numero uno indiscussa nel Vecchio continente e quarta a livello mondiale, la patria delle migliori eccellenze tecnologiche europee, ha varato a livello ufficiale il preannunciato addio all’atomo civile.
Non importa se costerà caro: la gente lo vuole, dopo Fukushima il “rischio residuo” di incidenti e tragedie è ritenuto troppo importante sia dai politici sia da chi li elegge.
Nessuno ci aveva mai provato, a restare potenza industriale con i massimi livelli di competitività globale senza più un kilowatt di energia nucleare.
Nessuno, o meglio nessuno a parte un precedente governo tedesco, quello di sinistra (Spd-Verdi) eletto nel settembre 1998.
Il cui piano di addio a tappe all’atomo, inizialmente rinnegato dal centrodestra con uno spettacolare riavvicinamento alla lobby atomica (2009), è ora riabilitato alla grande, e anzi accelerato rispetto a quanto annunciato la settimana scorsa.
Il progetto di legge dovrà ora andare all’esame del Bundestag, la prima camera del Parlamento federale, e del Bundesrat, la Camera degli Stati.
Per le sinistre ora all’opposizione – i Verdi in ascesa, in alcuni sondaggi primo partito nazionale o quasi, la Spd debole e senza strategia – è una vittoria morale postuma. Angela Merkel lo riconosce con umiltà , scrive la Sueddeutsche Zeitung, pur di seguire timori e dubbi del paese dopo la tragedia giapponese.
È insieme un messaggio al mondo e una scommessa esposta al rischio di costi pesanti, l’addio tedesco al nucleare, in controtendenza assoluta rispetto a Francia e Usa, Regno Unito o nuove potenze come Cina India o Brasile.
I costi, a seconda delle diverse valutazioni degli esperti, oscilleranno tra i 90 e i 200 miliardi di euro.
Il solo spegnimento e smantellamento dei reattori costerà 28,7 miliardi.
Il piano è rapido: dei 17 reattori tedeschi, otto sono già spenti (sette per controlli di sicurezza ordinati dopo Fukushima, uno già prima per manutenzione) e non verranno riaccesi.
Già ora dunque la percentuale di energia fornita dall’atomo all’economia-modello del mondo industriale scende allo stesso livello delle rinnovabili.
Dei nove reattori ancora attivi, uno sarà spento nel 2015, uno nel 2017, uno nel 2019, tre nel 2021 e tre nel 2022.
Solo un reattore verrà tenuto in “standby”, per eventuale produzione in caso di emergenze come blackout, aumento del fabbisogno per inverni rigidi o altri casi-limite.
Ma le energie rinnovabili dovranno fornire nel 2022 il 35 per cento del fabbisogno, nel 2030 il 50 per cento, il 60 per cento nel 2040 e l’80 per cento nel 2050.
Addio all’atomo, ma non per vivere al buio, nè per rinnegare l’obiettivo globale di produrre ed esportare sempre di più o la priorità strategica ai primati d’eccellenza da global player e all’occupazione.
Il governo Merkel vuole investire a breve 5 miliardi di euro per enormi parchi eolici marini, 1,5 miliardi per il risanamento degli edifici onde ridurre il consumo per il riscaldamento.
Vuole costruire in corsa nuove centrali a carbone e a gas e nuove linee ad alta tensione, e venire incontro alle industrie per compensare aumenti del caro-energia derivanti dall’addio al nucleare, e accelerare al massimo nello sviluppo delle nuove tecnologie.
Il “big dream” del centrodestra tedesco potrà costare caro al contribuente, ma vuol fare della Bundesrepublik il numero uno mondiale anche nelle tecnologie verdi: il meglio delle tecnologie nelle rinnovabili, da vendere ovunque come oggi le Bmw e le Mercedes.
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica“)
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