Aprile 11th, 2019 Riccardo Fucile
LE RILEVAZIONI CONDOTTE IN SEI PAESI, ISTANTANEA DELL’INSODDISFAZIONE E DEL MALESSERE
Sfiducia verso la classe politica, paura per la minaccia rappresentata da multinazionali e grandi banche, adesione ideale alle violente proteste dei gilet gialli, disinganno e sospetto nei confronti del modello capitalista.
In sintesi: la grande rabbia che monta e attraversa tutti i Paesi dell’Ue.
E come una livella, appiana per una volta le differenze sociali, economiche e culturali di una unione politica disfunzionale. È quanto emerge da una macro-indagine condotta da Swg in Italia e da altri quattro istituti di ricerca in Germania, Austria, Polonia, Spagna e Francia.
Stesse domande a cittadini di sei Stati, utili a fotografare il sentiment elettorale alla vigilia del voto europeo del 23-26 maggio.
Al di là dei risultati che usciranno dalle urne, su cui influiscono fattori molteplici – come la collocazione spesso scoordinata di partiti affini in gruppi diversi per meri calcoli politici, il numero di seggi assegnati ai Paesi in base al loro “peso”, o l’esito ancora incerto del processo Brexit – il maxi-sondaggio è un’istantanea dell’insoddisfazione e del malessere di colui che per primo avrebbe dovuto beneficiare del sogno comunitario: il cittadino europeo.
Si vede quindi che la metà degli elettori di Germania, Austria e Spagna crede che tutti i politici, o comunque la maggior parte di essi, siano disonesti.
Una tale sfiducia nell’integrità della classe politica è superiore solo in Francia (55%). A ben vedere, sono l’Italia (44%) e la Polonia (43%) i Paesi dove la diffidenza è minore.
E dove – coincidenza – governano partiti di vena euroscettica.
Al sospetto si unisce poi la paura per lo strapotere di multinazionali e grandi banche d’affari sulle vite dei singoli.
In Spagna il 72% dei cittadini si dice preoccupato, in Austria il 70%, in Germania il 67%, in Italia il 61%, in Francia il 60% e in Polonia il 52%. A dimostrazione che il grande ombrello istituzionale di Bruxelles appare incapace, agli occhi dei popoli europei, di dare quella protezione sociale che pure l’unione avrebbe dovuto garantire.
Serve quindi un cambiamento, è convinzione unanime. Stupisce però un dato che emerge dall’indagine dei cinque istituti demoscopici: il consenso che in alcuni Paesi, anche in quelli che guidano le classifiche macroeconomiche dell’Ue, viene attribuito a forme di protesta prossime alla violenza.
Più di un francese su due (53%) si dice d’accordo sulla necessità di arrivare a un cambiamento attraverso la rivolta. Non a caso i gilet gialli da settimane scendono in strada per manifestare contro il caro vita continuando a godere di una discreta approvazione sociale, nonostante tanti episodi di aggressioni e vandalismo.
Nell’Italia che ancora stenta a tornare ai livelli pre-crisi è il 43% dei cittadini a dirsi favorevole all’idea di ricorrere anche alla violenza per attuare un cambiamento sempre più necessario.
Sorprende la Germania, dove ben quattro elettori su dieci condividono l’approccio dei gilet gialli. La (fu?) locomotiva dell’economia europea oggi è alle prese con l’avanzata dell’estrema destra, in ascesa negli ultimi anni nei consensi soprattutto nella area orientale del Paese dove è più alto il prezzo pagato alla globalizzazione.
Basti pensare che ormai un po’ ovunque, anche in Germania, il capitalismo è considerato sorpassato. Si solleva anzi la richiesta di un sistema economico nuovo, o totalmente differente rispetto al modello capitalista o misto, che ne allevi gli effetti nefasti.
In Germania solo il 15% dei cittadini lo “difende”, riporta l’indagine. E non si fatica a capirne le ragioni.
Come mostra un recente studio del Diw di Berlino, dal 1995 nonostante il boom del mercato del lavoro e la forte crescita economica, la quota dei bassi salari tra le retribuzioni dei lavoratori tedeschi si è ampliata, invece di diminuire.
La famosa “forbice” delle diseguaglianze si è allargata e a pagare il prezzo maggiore sono state le donne e i cittadini dell’ex Germania dell’Est (circa il 30%). Naturale, quindi, che l’insoddisfazione investa il modello economico in vigore. Solo in Polonia resiste una certa dose di fiducia nel capitalismo mentre in tutti gli altri Paesi si avverte l’esigenza di un cambiamento radicale.
L’analisi Swg svela in tutta la sua amarezza lo stato d’animo dell’elettore europeo, a poche settimane da quello che molti osservatori non esitano a definire un voto cruciale, uno spartiacque nella storia dell’Ue. Racconta di un cittadino sopraffatto e indifeso di fronte a un modello economico oppressivo e a una classe politica inadeguata al ruolo che lei stessa si è ritagliata senza avere le capacità necessarie ad onorarlo.
Se a più di un quarto di secolo da Maastricht ci si interroga sulla effettiva convenienza dello stare insieme, è chiaro che qualcosa è andato storto.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 10th, 2019 Riccardo Fucile
IN SPAGNA CRESCITA DEL 2,6%, TRE VOLTE L’ITALIA, IN PORTOGALLO DEL 2%
Europa, buoni esempi mediterranei. La Spagna cresciuta del 2,6% nel 2018 (il triplo,
rispetto allo stentato 0,9% dell’Italia) e con la previsione di crescere del 2,2% nel 2019 (contro una crescita zero o sottozero dell’Italia).
E il Portogallo, con un Pil in crescita del 2% nel 2018 (dopo un buon 2,7% del 2017) e con una stima di un altro 1,5% nel 2019. Sono entrambe economie fragili, naturalmente.
Vengono fuori da una stagione di pesante recessione, con un severo lavoro di aggiustamento dei conti pubblici, tutt’altro che privo di costi sociali.
Risentono di arretratezze produttive e di parziale assenza dai settori strategici dell’economia digitale. Eppure cambiano, crescono, innovano, attraggono investimenti, s’impegnano a costruire nuovi equilibri economici e sociali.
E in tempi difficili di crisi e contestazioni verso la Ue, scelgono di restare chiaramente legate alle regole e alle strategie di Bruxelles, come cardine dell’impegno di risanamento e rilancio, invece che indulgere a populismi anti-euro e a sovranismi senza prospettive.
Sino a pochi anni fa erano considerati un problema per l’Europa, uno dei quattro “Pigs”, acronimo dall’eco volgare per indicare appunto Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, la deriva mediterranea, i focolai di crisi che minacciavano la stabilità della Ue, il cattivo esempio della sponda Sud. Adesso quella sigla non è più d’attualità nel discorso pubblico europeo.
Spagna e Portogallo non hanno conti pubblici a rischio, non alimentano polemiche rozze contro la moneta unica, non occupano il dibattito politico contestando “i burocrati” di Bruxelles e, soprattutto, le loro economie sono in netta ripresa anche in questi ultimi mesi difficili di rallentamento delle economie globali.
La Grecia sta faticosamente camminando lungo la strada del risanamento, archiviata la stagione velleitaria ed estremistica di Tsipras-Varoufakis: l’ex ministro dell’Economia, fuori dai giochi politici, se ne va in giro a fare conferenze, il premier Tsipras, dopo aver condotto il suo Paese sull’orlo della Grexit e del fallimento, ora è interprete di politiche responsabili.
Resta aperto il caso Italia: nessuna crescita, deficit pubblico in allarmante aumento verso le soglie di tolleranza ex Maastricht, debito pubblico ben oltre il 130% del Pil e senza segnali credibili di riduzione. E spread molto maggiore di quelli di Spagna e Portogallo, sempre al di sopra di quota 250, dunque con ricadute sul costo parecchio più elevato per finanziare il debito. In tempi, appunto, di crisi globale e con un governo che fa delle polemiche con la Ue un fondamento d’una campagna elettorale dai toni accesi, l’Italia è l’anello debole dell’Europa. Un problema per noi e per tutta l’area dell’euro.
Vale la pena considerare alcuni altri dati (“Il Sole24Ore” sta dedicando proprio in queste settimane accurati reportage all’Europa mediterranea).
Gli investimenti internazionali, per esempio: la Spagna (dati dell’Ufficio studi del Banco Santander) ha uno stock di investimenti esteri di 650 miliardi di dollari), equivalenti al 50% del Pil, rispetto al 30% di Germania e Francia e al 20% dell’Italia.
Il deficit spagnolo è sceso al 2,6% del Pil, uno dei più alti della Ue, ma caratterizzato da un percorso
virtuoso di riduzione che dovrebbe portare, nei prossimi mesi, alla conclusione della procedura Ue per deficit eccessivo. Il debito è in costante calo, al 97,2% del Pil alla fine del 2018, quasi un punto in meno di quello del 2017. Basso lo spread, dunque, un terzo di quello italiano.
Risanamento dei conti pubblici e investimenti ripresa sono i cardini d’una politica economica di successo. Esportazioni e attrazione di capitali internazionali. E stimoli alla domanda interna.
Tutto sempre dentro i solidi confini dell’Europa e dell’euro.
Le scelte politiche di fondo sono state condivise dai governi che si sono succeduti nel tempo, i popolari e poi i socialisti, pur in presenza di fragilità delle alleanze politiche, ma anche di gravi tensioni (l’autonomismo catalano estremizzato, con le dure polemiche tra Barcellona e Madrid). E, nonostante limiti e contraddizioni, stanno pagando in termini di equilibri, ripresa, riavvio del benessere.
Anche il Portogallo ha dati su cui riflettere.
Il deficit è appena allo 0,5% del Pil, sintomo d’una ottima condizione dei conti pubblici che libera risorse per investimenti (nel 2017 quel deficit era al 3%, dopo aver toccato l’11% al culmine della Grande Crisi). Il debito resta sopra il 120% del Pil, ma l’avanzo primario che si sta generando permette di nutrire fiducia in un percorso chiaro di rientro.
“Il Portogallo è riuscito a conquistare un livello di credibilità che non avevamo mai avuto”, sostiene Mario Centeno, ministro delle Finanze del governo guidato dal socialista Antonio Costa e, dal 2018, presidente dell’Eurogruppo di Bruxelles (l’organismo di coordinamento di tutti i ministri delle Finanze dei 19 paesi dell’euro).
Insiste Centeno: “Abbiamo riavviato un meccanismo virtuoso che, partendo dalla crescita, dai conti pubblici e dalla conseguente credibilità , ha moltiplicato la fiducia dei mercati che si è tradotta in una riduzione dei tassi d’interesse ai minimi storici”.
Anche a Lisbona, i governi conservatore prima e poi, dal 2016, socialista hanno condiviso i percorsi di risanamento e di rilancio, con uno sguardo lungimirante sul primato degli interessi del Portogallo e non della propaganda elettorale. Nessun populismo, nessun sovranismo. E intelligente legame con Bruxelles, compreso il buon utilizzo dei fondi europei a disposizione (proprio quelli che l’Italia, soprattutto nelle regioni del Sud, si dimostra incapace di usare).
Commenta Carlo Cottarelli, che da direttore esecutivo del Fondo Monetario, ha monitorato a lungo la situazione portoghese: “Il governo Costa ha sempre confermato il suo fermo impegno a formulare e implementare politiche economiche e fiscali che promuovono una crescita sostenuta ed equa, in un contesto di consolidamento fiscale”, promuovendo “un aggiustamento fiscale del tutto in linea con gli impegni internazionali”, soprattutto con “un controllo della spesa, eliminando gli sprechi, com’è necessario in un paese con un elevato debito pubblico”.
Gli effetti: due paesi in crescita, nel contesto di un’Europa che li considera esempi positivi.
La loro lezione mediterranea potrebbe far bene all’Italia.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2019 Riccardo Fucile
DOPO LA TERZA BOCCIATURA, TUTTI GLI SCENARI POSSIBILI, DAL NO DEAL AL RINVIO
E ora che succede? Dopo la terza bocciatura dell’accordo di divorzio fra Londra e Bruxelles, si aprono diversi scenari, che vanno dal no deal ad una lunga estensione dell’articolo 50, fino alla possibilità di cancellare la Brexit.
La prossima scadenza importante è il 12 aprile. L’ultimo Consiglio Europeo ha stabilito che, in caso di nuova bocciatura del piano May, si potrà prendere in considerazione prima di quella data una nuova richiesta, motivata, di una lunga estensione dell’articolo 50, altrimenti la Gran Bretagna uscirà tra due settimane esatte.
Lunedì primo aprile il parlamento britannico si riunirà per una serie di voti indicativi su possibili alternative al piano May.
Se si riuscirà a trovare un accordo su una proposta, bisognerà vedere se il governo accetterà di sostenerla. In questo caso la May potrebbe chiedere un’estensione dell’articolo 50 per realizzare il nuovo progetto.
Se passerà l’idea di una soft Brexit, ovvero l’unione doganale caldeggiata dai laburisti, non è escluso che l’accordo di divorzio possa essere finalmente approvato, magari grazie ad una revisione in questo senso della dichiarazione politica che l’accompagna. In questa eventualità la Gran Bretagna lascerebbe l’Ue il 22 maggio nell’ambito di un accordo. E poi dovrebbe negoziare i termini dell’unione doganale durante il periodo di transizione.
Se nessuna proposta alternativa otterrà la maggioranza, oppure se il governo non vorrà appoggiare le decisioni della Camera dei Comuni, le strade sono due: uscita dall’Ue senza accordo il 12 aprile, oppure richiesta di una estensione lunga, nove mesi o un anno, il che comporterà la partecipazione alle elezioni europee di maggio.
Il governo di Londra dovrà motivare la richiesta di estensione perchè sia accettata dagli altri 27 paesi. Il rinvio potrebbe essere chiesto per tentare di negoziare un diverso accordo, votare un’ennesima volta sul piano May, convocare nuove elezioni oppure indire un secondo referendum. E alla fine potrebbe anche succedere che la Brexit venga revocata.
Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha intanto convocato un vertice straordinario per il 10 aprile. Se non giungerà nessuna richiesta da Londra, la Ue potrebbe decidere di tagliar corto e prepararsi al no deal, oppure – ipotizza il Guardian – lanciare un ultimo appello ai deputati britannici, offrendo un rinvio della Brexit a determinate condizioni che Westminster potrebbe decidere di mettere ai voti.
(da “La Stampa”)
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Marzo 25th, 2019 Riccardo Fucile
NELLA STRATEGIA DI EN MARCHE ANCHE UN RUOLO CHIAVE ALL’AMBIENTALISTA PASCAL CANFIN, DIRETTORE DEL WWF… ASSE EUROPEISTA CON LA MERKEL
L’italiano Sandro Gozi candidato per le europee 2019 nelle liste francesi di En Marche. Nulla è deciso tra Roma e Parigi, ma l’idea di far correre l’ex sottosegretario agli Affari Europei dei governi Renzi e Gentiloni nelle liste di Emmanuel Macron gira da tempo, in virtù del lavoro di Gozi sul fronte europeista, la sua proposta di liste transnazionali lanciata nel 2016, condivisa dal presidente francese anche se non è diventata realtà per la contrarietà del Ppe, e infine i suoi contatti con il movimento di En Marche, da sempre attivi.
Nulla è deciso, ma adesso la questione rimbalza sui media francesi e anche Huffpost apprende di questa possibilità .
Entro oggi, la ministra agli Affari europei del governo Philippe, Natalie Loiseau, dovrebbe dimettersi per assumere l’incarico di guidare la campagna elettorale per il voto di maggio come capolista. Dovrebbe essere affiancata da Pascal Canfin, ex ministro di Francois Hollande, attuale direttore del Wwf, potenziale numero due della lista.
E’ così che, dopo mesi di problemi con i gilet gialli in piazza, ancora non del tutto risolti, Macron vorrebbe recuperare il consenso anche dei movimenti ambientalisti.
Anche il portavoce dell’esecutivo Benjamin Griveaux potrebbe dimettersi per candidarsi al Comune di Parigi. Insomma, le europee imporranno evidentemente anche un rimpasto di governo in Francia.
Forte di sondaggi che lo danno in risalita, Macron si gioca il tutto per tutto nel voto di maggio, sempre più saldo nell’asse europeista con Angela Merkel, rafforzato a gennaio dal trattato di Aquisgrana tra Germania e Francia.
Oggi a Parigi si è tenuto il primo incontro del Parlamento congiunto tra Francia e Germania, previsto dal trattato firmato il 22 gennaio scorso.
Un inedito istituzionale: 50 deputati francesi e 50 tedeschi, si riuniranno due volte l’anno per fare proposte e controllare il rispetto del Trattato che prevede, tra le altre cose, cooperazione in materia di difesa ed economia, con tanto di vertici ministeriali.
A firmare l’atto fondativo della nuova assemblea, Wolfgang Schauble, presidente del Bundestag, e il presidente dell’assemblea nazionale francese, Richard Ferrand. “Agli scettici dico: la nuova assise non danneggerà nè abolirà la sovranità dei due Paesi”, dice Schaeuble. Ci saranno “dibattiti vivaci anche su temi scomodi”, per esempio nel tema sicurezza. “Avremo anche da litigare, perchè c’è bisogno anche del litigio”.
Ma questa è la risposta franco-tedesca all’avanzata dei populisti.
Ad ogni modo, a breve si potrebbe sapere di più sulle liste di En Marche, che corre in competizione anche con il Pd e – a livello europeo – il Pse, anche se dopo il voto è probabile che finiscano insieme nella stessa alleanza europeista.
La presenza di Gozi nelle liste francesi – e non dunque in quelle del Pd ora guidato da Nicola Zingaretti – potrebbe essere una della novità di questa campagna elettorale, che farebbe il paio con l’insoddisfazione dei renziani – battuti alle primarie – verso la nuova leadership.
Da tempo Gozi, ora componente della Direzione nazionale del Pd, sostiene che bisognerebbe “andare oltre il Pd”, proprio come ha fatto Macron anni fa. Il suo lavoro di connessione di reti europeiste poi non si è mai fermato, è stato lui ad accompagnare Matteo Renzi a dicembre nella visita a Bruxelles e negli incontri con alcuni commissari europei. Renzi per ora resta fermo, pur avendo accarezzato la possibilità di creare un suo soggetto politico. Gozi – forse – si muove intanto verso la Francia. Si vedrà , sempre che vada così.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
OLTRE 4 MILIONI LE FIRME RACCOLTE ON LINE
Record formalizzato, oltre le 4,2 milioni di firme, per la petizione popolare lanciata sul web per chiedere al Parlamento britannico la revoca dell’articolo 50, e quindi lo stop della Brexit, a dispetto del voto referendario di 3 anni fa.
Lo riportano i media sulla base dei numeri dal sito di Westminster che segnalano il sorpasso rispetto a un’analoga iniziativa condotta nel 2016 dallo stesso fronte pro Remain per invocare (allora invano) un referendum bis.
La notizia arriva nella giornata del grande corteo anti-Brexit in corso a Londra.
Sono più di un milione le persone scese in piazza a Londra nel grande corteo anti Brexit di oggi per invocare un secondo referendum. Lo affermano i promotori della piattaforma ‘People’s Vote’, parlando di una partecipazione “straordinaria”.
La coda del corteo all’arco di Wellington, il corpo che costeggia Hyde Park per invadere Trafalgar Square e giù fino a Parliament Square, di fronte a Westminster.
Il centro della capitale è paralizzato e Transport for London, l’ente responsabile per i mezzi pubblici nella capitale britannica, ha diramato un annuncio in cui avverte che una serie di stazioni della metropolitana londinese saranno “estremamente trafficate” durante la manifestazione e invita ad evitarne in particolare 13, ovvero l’intera zona centrale di Londra.
Lungo il corteo sventolano bandiere dell’Unione europea, britanniche e scozzesi, fra cartelli e slogan come: “Revochiamo l’articolo 50”, “Vogliamo un altro Voto del Popolo”, “Amiamo l’Ue”, ma anche “Amo il socialismo, odio la Brexit”. La manifestazione arriva due giorni dopo la decisione dei leader europei di accordare al Regno Unito due opzioni per un rinvio della Brexit oltre la data prevista del 29 marzo, fissandola al 12 aprile, e in contemporanea al record di adesioni raggiunto dalla petizione sul sito del Parlamento, dove in oltre 4 milioni hanno chiesto di ‘disattivare’ l’articolo 50
La premier scozzese Nicola Sturgeon, che partecipa al corteo e ha esortato tutti coloro che rifiutano la Brexit a “cogliere al massimo l’opportunità ” offerta da Bruxelles. “Dobbiamo evitare sia la catastrofe di un ‘no deal’ sia il danno causato dal pessimo accordo della premier Theresa May”, ha dichiarato.
L’opzione di un secondo referendum è stata respinta dalla Camera dei Comuni il 14 marzo, e incontra anche l’opposizione di May, ma i suoi sostenitori sperano che nel caos in cui è piombato il Regno Unito resti un’opzione inevitabile. In piazza, tra centinaia di migliaia di cittadini, ci sono anche numerosi personaggi dello spettacolo, tra i quali l’attrice Keira Knightley.
L’approdo del corteo è in Parliament Squadre dove è stato montato un palco per permettere ad alcuni dei molti politici presenti di rivolgersi alla folla. Fra gli oratori il sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, il vice leader del Labour, Tom Watson (ma non il leader Jeremy Corbyn, assente), il conservatore pro Remain Dominic Grieve, il LibDem Vince Cable e la pasionaria ex Tory Anna Soubry.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2019 Riccardo Fucile
PAESE DIVISO, CLIMA INCANDESCENTE: “SOMIGLIAMO SEMPRE PIU’ ALLA RUSSIA DI PUTIN CHE A UN PAESE EUROPEO”
Sulla strada che dall’aeroporto porta verso la capitale ce ne sono ancora. Perchè se a Budapest i cartelloni della discordia, quelli che avevano provocato la levata di scudi del Partito popolare europeo (Ppe), sono spariti, in periferia e nei piccoli centri di provincia, roccaforti del premier Viktor Orbà¡n, il cittadino deve stare in allerta.
«Hai il diritto di sapere cosa sta facendo Bruxelles!», recita lo slogan che incornicia i volti sghignazzanti di Jean-Claude Juncker e del miliardario ungherese George Soros, finanziatore della Open society foundation e di progetti legati al multiculturalismo e all’immigrazione, e quindi obiettivo numero uno della propaganda del partito al potere Fidesz.
In un Paese in cui già alla vigilia del voto del Ppe non mancavano tensioni e spaccature, il clima nelle ultime ore si è fatto incandescente. Tanto che dall’opposizione non sono mancate bordate contro l’«autoritarismo» del partito del premier «finalmente svelato» in Europa.
Negli uffici di Momentum, piccolo partito pro-Ue, la vicepresidente Anna Donath ammette però che la «sospensione concordata» di Fidesz dal Ppe è «una soluzione politica per non risolvere il problema, mentre sarebbe servito un messaggio ancora più chiaro come l’espulsione».
Secondo Donath «alle elezioni europee gli ungheresi seguiranno i loro valori: il voto darà un’opportunità ai partiti più piccoli di mostrare che in molti vogliono un’alternativa».
«Le generazioni più giovani — prosegue, mentre è continuo il via vai degli attivisti — hanno già beneficiato così tanto dell’appartenenza all’Unione Europea, ognuno di noi ha la sua storia personale di cosa significa essere cittadini europei. Non possiamo tornare indietro».
«Orbà¡n ha distanziato Fidesz dai valori del Ppe: il governo ungherese non rispetta quei fondamenti democratici che rappresentano valori comuni europei»: Petra Bà¡rd insegna Diritto costituzionale europeo in quella Central European University sostenuta da Soros che la nuova legge sulle università straniere voluta dal governo sta “forzando” al trasferimento da Budapest a Vienna.
Il Ppe aveva chiesto il salvataggio dell’ateneo, la cui sede in Nador utca dista dalla sede del Parlamento di Budapest poche centinaia di metri, ma Orbà¡n ha tirato dritto. «L’Ungheria oggi è un Paese che non rispetta la libertà accademica, un Paese dominato dalla politica del risentimento — prosegue Bà¡rd —. Vede i miei studenti? Non apprezzano l’illiberalismo e molti di loro hanno in programma una carriera all’estero. Lo definirei un “bran drain” volontario, offriamo ad altri Paesi le nostre menti migliori».
Al potere dal 2010, dopo la schiacciante vittoria nelle elezioni dello scorso anno Fidesz detiene una “supermaggioranza” che gli ha consentito anche importanti modifiche costituzionali. Il clima è da campagna elettorale permanente, favorito, secondo l’opposizione, dalla riduzione dei media indipendenti. I continui richiami alla difesa dei valori cristiani e l’apertura a politiche di sostegno alle famiglie si scontrano con la chiusura ai migranti, con la stretta sull’equilibrio dei poteri nel sistema giudiziario e con le nuove leggi sul lavoro definite dall’opposizione “leggi schiavitù”, che hanno provocato manifestazioni di piazza.
Balà¡zs Hidvèghi, già deputato e membro di Fidesz da 30 anni, oggi è il numero uno della comunicazione del partito, membro della ristretta cerchia di Orbà¡n. Ci riceve negli uffici parlamentari, la vista sul Danubio in una giornata insolitamente piena di sole è impareggiabile. «Quello con il Ppe è stato e sarà un dibattito sul futuro dell’Europa, su due visioni diverse. Certo non avremmo accettato una sospensione come atto unilaterale — sottolinea —. Lo scambio è e sarà basato sul mutuo rispetto, ma certo non possiamo fare compromessi sulla difesa dei tradizionali valori cristiani europei e sullo stop all’immigrazione».
Rà³za Hodosà¡n, sociologa, storica attivista per la democrazia ed ex parlamentare liberal, guarda oggi con preoccupazione all’evolversi dello scenario politico. «Sì sono molto pessimista, credo che il regime — parlando con Avvenire lo definisce così — abbia raggiunto il punto di non ritorno. Non somigliamo più ad un Paese europeo democratico, ma alla Russia di Putin: un’autocrazia cleptocratica».
Parole dure, toni perentori. In fondo più di uno, in questa dolce e fresca serata di Budapest, dal Ppe si è sentito inevitabilmente “tradito”.
(da “Avvenire”)
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Marzo 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IL BILATERALE A BRUXELLES CON CONTE CHE PARLA SEMPRE DI ANALISI COSTI-BENEFICI E IL PRESIDENTE FRANCESE CHE GIUSTAMENTE LO RIPORTA SULLA TERRA MENTRE SI DICHIARA DISPONIBILE A VERIFICARE LA SITUAZIONE DEI LATITANTI
Ridurre i costi, riequilibrarli. Per capire se si può superare il muro No-Tav innalzato dall’analisi costi benefici commissionata dal governo italiano.
Con questo obiettivo Giuseppe Conte ha provato stamattina ad aprire il confronto con Emmanuel Macron in un bilaterale a Bruxelles a margine del Consiglio europeo.
“Un incontro proficuo” ha detto Conte al termine del colloquio, il primo tra il premier italiano e il presidente francese dai giorni del ritiro dell’ambasciatore francese. “Sulla Tav abbiamo condiviso un metodo – continua il presidente del Consiglio – riferiremo ai nostri rispettivi ministri competenti, Toninelli e Bourne, che avranno il compito di analizzare i risultati dell’analisi costi-benefici e su quella base aprire una discussione, una discussione aperta”.
Sulle dure frasi pronunciate nella notte da Macron in merito alla Torino-Lione (“Problema italiano, non ho tempo da perdere”, ha tagliato corto al termine di un lungo vertice a 27 su Brexit), Conte minimizza: “Il presidente francese mi ha spiegato che siccome ha visto che in Italia le forze politiche sono molto coinvolte e hanno preso posizioni diametralmente opposte, voleva evitare di lasciarsi coinvolgere in un dibattito politico interno, per evitare la pressione che gli stavate trasmettendo voi giornalisti
Un altro tema affrontato con il Capo dell’Eliseo è quello dei terroristi ancora latitanti in Francia: “Abbiamo parlato anche dei latitanti che sono in Francia” e condiviso il fatto che i nostri ministri della Giustizia su questo si incontreranno. Io gli ho chiesto di superare la dottrina Mitterand. Lui ha detto che si incontreranno anche su questo i ministri e valuteranno dal punto di vista tecnico: anche su questo ha dimostrato apertura”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 18th, 2019 Riccardo Fucile
PARLA IL DIRETTORE DEL GIORNALE DOVE LAVORAVA IL GIORNALISTA ASSASSINATO UN ANNO FA
“Zuzana Caputova se confermata al ballottaggio sarà un successo per la società civile,
ma ancor piຠimportanti saranno le elezioni politiche dell’anno prossimo, ci dice Peter Bardy, direttore di Aktuality.sk, il giornale investigativo online slovacco per cui lavorava il giornalista Jan Kuciak assassinato un anno fa.
Abbiamo ascoltato Bardy all’indomani della vittoria di Zuzana Caputova, la candidata liberal, europeista, ambientalista e anticorruzione al primo turno delle elezioni presidenziali.
Che significa la vittoria di Zuzana Caputova per la società civile e la democrazia slovacche?
“Zuzana Caputova è un’attivista della società civile, quindi la sua vittoria al primo turno mostra che è possibile che aumenti l’interesse dei cittadini slovacchi ad appoggiare in posizioni di vertice persone che non sono i politici tradizionali, e che hanno una storia grande e importante alle loro spalle. Zuzana Caputova una storia importante, appunto, ce l’ha”.
Se sarà confermata al ballottaggio il 30 marzo, potrà davvero cambiare la situazione nel Paese?
“Non lo so, e non voglio descrivere come facile e scontata la possibile vittoria di Zuzana Caputova, ma sinceramente devo dire che il suo rivale al secondo turno, Maros Sefcovic (vicepresidente della Commissione europea, ndr) non appartiene al novero dei nomi politici ‘fortì in Slovacchia. Il partito di governo (Smer, socialdemocratici) lo ha scelto perchè non aveva altri candidati possibili. L’eventuale vittoria di Zuzana Caputova al secondo turno e il suo arrivo alla guida dello Sttao sarebbero un successo per la società civile, ma sarà più importante il test del 2020 con le elezioni parlamentari per vedere come il mio Paese si svilupperà nei prossimi mesi”.
In un’intervista a Repubblica Caputova ha detto che si sente sicura ma è sempre accompagnata da due guardie del corpo. Significa che l’impegno civico è ancora pericoloso?
“Non credo che corra rischi, ma non dispongo di tante informazioni quante ne ha il suo staff”.
Cosa consiglierebbe a Zuzana Caputova, se sarà confermata presidente?
“Non voglio dare consigli a Zuzana Caputova perchè non sono il suo consigliere, bensà un giornalista. Se vincerà al secondo turno dovrebbe fare del suo meglio per non deludere la gente che ha votato per lei, la società civile”.
Che significano queste elezioni slovacche nel contesto di Visègrad e dei rappporti dell’Est Europa con la Nato?
“Zuzana Caputova potrebbe da capo dello Stato continuare in una certa misura la politica del suo predecessore Andrej Kiska, in altre parole possiamo aspettarci una presidente che sarà europeista, pro-Nato e favorevole alle organizzazioni non governative”.
Il risultato del voto è una vera sconfitta per il potere, per gli autocrati, per chi non esita a usare la violenza come chi ha assassinato Jan Kuciak
“Non credo, aspettiamo per dirlo. Ma comunque è un segnale che la Slovacchia può cambiare, che possiamo aspettare e vedere successi di politici che proteggono i cittadini, le persone decenti e oneste, e non potenti colpevoli di frodi e legati al crimine organizzato”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 17th, 2019 Riccardo Fucile
L’AVVOCATESSA ZUZANA CAPUTOVA, LIBERALE E AMBIENTALISTA TRAVOLGE CON IL 40,6% DI CONSENSI MAROS SEFCOVIC, SOSTENUTO DAL GOVERNO, CHE RACCOGLIE SOLO IL 18,6%… SOVRANISTI AL 14,1% RESTANO FUORI
Addio al ballottaggio per i sovranisti nel cuore di Visegrad, tagliati fuori dal secondo
turno delle presidenziali in Slovacchia dove prende forma la possibilità di un cambiamento radicale rispetto al passato.
Il volto di queste presidenziali è quello di Zuzana Caputova, avvocatessa 45enne liberale e ambientalista critica nei confronti di un governo la cui stabilità è stata minata dall’omicidio del giornalista d’inchiesta Jan Kuciak.
Caputova, sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska e che ha sostenuto le proteste di piazza anti-governative, ha guadagnato il il 40,57% dei voti, e il 30 marzo — giorno del ballottaggio — sfida l’altro candidato europeista Maros Sefcovic, 52 anni, vicepresidente della Commissione europea sostenuto dal partito al potere Smer-Sd, che ha ottenuto soltanto il 18,66%.
Fuori Stefan Harabin (14,15), giudice della corte suprema e anti-migranti che si è definito l’unico candidato nazionale e contro “il diktat dell’Ue”.
Si ferma al 10% Marian Kotleba, esponente dell’estrema destra, contro i rom e le elite ed estimatore di Jozef Tiso, prete che divenne presidente del Consiglio e alleato dei nazisti dopo l’occupazione della Slovacchia da parte delle truppe tedesche.
Chi è Zuzana Caputova
La vittoria dell’avvocatessa Zuzana Caputova al primo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia riflette il desiderio degli elettori di cambiare il sistema.
Lo scrive oggi stampa nazionale, secondo cui questo desiderio si è manifestato con forza dopo l’omicidio del giornalista Jan Kuciak. Kuciak, come è noto, si occupava dei presunti legami tra il partito dell’ex premier Robert Fico — lo Smer — e la criminalità organizzata. Caputova ha partecipato l’anno scorso alle manifestazioni organizzate dopo l’omicidio del giornalista Kuciak, assassinio che ha provocato una crisi politica nel Paese di 5,4 milioni di abitanti, membro dell’Unione europea e della Nato.
Appoggiata dal presidente uscente, Andrej Kiska, Caputova esorta a lottare “contro il male” e vuole ristabilire la fiducia nello Stato. Al contrario, presentandosi con lo slogan ‘Sempre per la Slovacchia, Sefcovic ha promesso di rafforzare i vantaggi sociali per gli anziani e le giovani famiglie.
“Caputova ha convinto la gente che sceglie la via della verità e della decenza di poter fare da contrappeso a coloro che imbrogliano e distruggono lo Stato di diritto — ha scritto il quotidiano Sme -. È riuscita a convincere di essere capace di mantenere le pratiche mafiose lontano dal palazzo presidenziale”.
Dal primo discorso dei due rivali trasmesso stamane dalla tv pubblica sono emersi i temi chiave della campagna prima del secondo turno: il problema della migrazione e i valori liberali contro quelli cristiani.
“Per me la base sono i valori cristiani quali la compassione e l’amore per il prossimo, anche per le minoranze. Il Paese dovrebbe unirsi su questa base”, ha detto Caputova, secondo la quale i valori cristiani non sono in contrasto con il suo atteggiamento liberale
I due sfidanti al ballottaggio
La 45enne vicepresidente del partito non governativo Slovacchia progressista è entrata nella politica nel 2017. Prima di allora si batteva come attivista contro una discarica illegale a Pezinok ed il suo impegno in questo campo le è valso il premio Goldman per l’ambiente. Caputova è nota anche per essersi impegnata per i diritti degli omosessuali.
Il suo rivale, il 52enne Maros Sefcovic, invece, promuove la famiglia tradizionale e i valori cristiani, nonostante negli anni Ottanta fu membro del Partito comunista che nell’ex Cecoslovacchia comunista perseguitava le chiese.
Nel 2009 ha assunto la carica di Commissario europeo per l’istruzione, la cultura e la gioventù e dal 2014 è vicepresidente della Commissione Ue per l’Unione dell’energia e il clima. Nel primo turno Caputova ha ottenuto il 40,57% dei voti, mentre Sefcovic è finito secondo con il 18,66%. L’affluenza alle urne è stata di circa il 49%. Il secondo turno è previsto per il 30 marzo.
(da agenzie)
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