Gennaio 16th, 2019 Riccardo Fucile
DECISIVO IL VOTO DEGLI UNIONISTI NORDIRLANDESI, ORA TUTTO TORNA IN ALTO MARE
Dopo la disfatta epica di ieri sul suo accordo con l’Ue sulla Brexit (oramai sepolto), Theresa May oggi ha superato un altro voto cruciale: con 325 a 306 è stata respinta la mozione di sfiducia contro di lei, o meglio del suo governo, che il leader laburista Jeremy Corbyn ha presentato alla Camera dei Comuni.
Decisivo, per la tenuta dell’esecutivo, ancora una volta il voto dei deputati del Democratic Unionist Party, i lealisti nordirlandesi, determinati a impedire che Corbyn formi un nuovo governo.
Ora che ce l’ha fatta, ricomincerà tutto daccapo, un po’ come nel Giorno della Marmotta: la premier britannica riprenderà a tessere la tela con i suoi per un nuovo, irrealistico accordo, per allontanare lo spauracchio del 29 marzo, quando il Regno Unito, senza un’uscita concordata con l’Ue, verrebbe brutalmente sbalzata fuori dall’Unione, con conseguenze economiche e commerciali potenzialmente gravissime.
Il punto è che May non ha un Piano B dopo che Boris Johnson & Co. le hanno “ammazzato” (parole loro) l’accordo raggiunto con enorme fatica con l’Europa lo scorso novembre dopo due anni di negoziati.
E May non ha le caratteristiche politiche per riunire un partito dilaniato tra correnti diversissime, dai brexiters agli europeisti.
Inoltre, il nodo fondamentale del backstop (cioè una sorta di assicurazione concordata con l’Unione Europea per preservare la fluidità e l’invisibilità del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda, pilastro fondamentale della pace del Venerdi Santo nel 1998) pare tuttora irrisolvibile: i conservatori ribelli e gli unionisti nordirlandesi (che forniscono appoggio esterno a May in Parlamento) lo vogliono sradicare da un nuovo accordo, per l’Europa invece è imprescindibile.
Insomma, anche se May è rimasta a galla, lo stallo rimane esattamente lo stesso.
Per questo si pensa innanzitutto a rinviare la scadenza del 29 marzo, cosa che Londra può richiedere ai 27 paesi membri Ue, i quali devono approvare.
Nei corridoi europei oramai si discute realmente di questa possibilità , ma che senso avrebbe prolungare l’agonia se il Regno Unito non offrirà nulla più di quanto offerto sinora? Il capo negoziatore europeo Barnier, difatti, oggi ha ricordato che il “no deal è sempre più vicino”.
Angela Merkel esclude la possibilità di un nuovo accordo, anche se si dice possibilista sui tempi da dare alla Gran Bretagna per trovare una soluzione interna, su cui – specifica la cancelliera intervenendo oggi al Bundestag – non ci saranno pressioni europee di alcun tipo.
Non infierire su May, ma difendere gli interessi europei. È la linea anche dell’Eliseo: “Abbiamo già raggiunto il limite di quello che potevamo fare nel contesto dell’accordo. Per risolvere un problema di politica interna britannica non possiamo non difendere gli interessi degli europei”.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile
IPOTESI REFERENDUM DOPO LE EUROPEE: SI DOVRA’ SCEGLIERE TRA L’ACCORDO BOCCIATO E RESTARE IN EUROPA
“Ci sono cose su cui non possiamo pianificare…”. Pierre Moscovici allarga le braccia quando gli si chiede di Brexit alla fine della rituale conferenza stampa della Commissione al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria.
E’ pomeriggio, ma l’ombra serale della annunciata bocciatura dell’accordo su Brexit tra Londra e Bruxelles da parte del parlamento britannico si è già allungata qui a Strasburgo.
E l’Ue annaspa nel buio, proprio come Theresa May bocciata a sera dal voto della Camera dei comuni: (432 contrari, 202 a favore).
Ma la premier, coriacea, non si dimette: se i laburisti presentano una mozione di sfiducia, domani il Parlamento la discuterà , annuncia.
Sullo sfondo, apprende Huffpost, c’è almeno una bozza di accordo con la Commissione per cercare una luce in fondo al tunnel.
Il guado è fitto. E superarlo è un’incognita per tutti.
Per prepararsi al peggio, Jean Claude Juncker oggi se n’è tornato a Bruxelles da Strasburgo. Domani si perderà la plenaria che ospita il premier spagnolo Pedro Sanchez proprio per seguire la cosa più cogente, il caos Brexit, da Bruxelles: per comunicazioni con la May.
A quanto apprende Huffpost, la Commissione europea avrebbe già imbastito una sorta di accordo con May per tentare di superare il guado. Le possibilità di riuscita sono appese a tante variabili, ma ci provano.
Sul tavolo della Commissione c’è l’ipotesi di dare alla Brexit altri tre mesi di tempo. Alla luce della bocciatura di stasera, la Gran Bretagna non uscirebbe dall’Unione a fine marzo, come previsto inizialmente.
La data verrebbe posticipata a luglio, cioè entro l’insediamento del nuovo Parlamento europeo che verrà eletto il prossimo 26 maggio.
Per fare cosa? L’ipotesi concordata da Bruxelles con la premier britannica sarebbe di tenere un nuovo referendum entro luglio.
Che esporrebbe gli elettori del Regno Unito di fronte alla seguente scelta: o l’accordo raggiunto dal governo May con la Commissione, quello bocciato stasera, oppure – shock – restare nell’Ue. Il no deal verrebbe così escluso.
E questa è una delle incognite, una delle tante di questa storia che è iniziata nel 2016 con la scelta Brexit da parte degli elettori britannici e che sembra non avere mai fine
Ma andiamo con ordine.
Secondo questo schema, gli elettori britannici non voterebbero per eleggere i loro eurodeputati il 26 maggio. Tutto verrebbe congelato fino al nuovo referendum.
Se vincesse l’accordo strenuamente difeso dalla May ma bocciato dal parlamento di Londra, la Brexit si compirebbe così.
Se vincesse il ‘remain’, la Gran Bretagna indicherebbe una propria data di voto per le europee per eleggere i propri rappresentanti a Strasburgo.
E’ chiaro che però questo schema di massima viene disturbato da mille variabili. Primo: la forza di chi in Gran Bretagna sostiene il ‘no deal’. Cioè lasciare l’Ue senza aver raggiunto un accordo con Bruxelles, con conseguenze imprevedibili, non contemplate dai trattati, imperscrutabili se non con una sfera di cristallo di quelle buone.
E infatti sul tavolo della Commissione europea c’è anche la carta ‘no deal’, per forza di cose. Del resto, a differenza del governo di Londra, in questa storia la Commissione ha il coltello dalla parte del manico.
Nell’ipotesi di nuovo referendum, la squadra Juncker si espone ad un’ipotesi ‘win win’. Se vincesse l’accordo raggiunto dal mediatore europeo Michel Barnier, bene. Benissimo se alla fine gli elettori britannici decidessero di restare nell’Unione. Dall’altro lato c’è May e i conservatori britannici.
Anche loro avrebbero da guadagnare dallo schema dei ‘tre mesi in più’. Riuscirebbero a mantenere il governo, non andrebbero a nuove elezioni, insomma non rischierebbero di lasciare il timone al Labour di Jeremy Corbyn che infatti stasera sentenzia: “Una sconfitta catastrofica per il governo”.
Nelle intenzioni della May e dei suoi sostenitori (non tantissimi) l’ipotesi di nuovo referendum entro luglio dovrebbe bastare per convincere i supporter del ‘no deal’ a mollare.
E la sfiducia presentata dal Labour non dovrebbe passare domani. Il Brexiter Nigel Farage auspica: “Se May ha il senso dell’onore si dimetterà “. Ma questo non è all’orizzonte.
Chissà . Dopo l’annunciata bocciatura dell’accordo, il presidente della Commissione Ue Juncker avverte sul rischio di una “uscita disordinata” del Regno Unito dall’Ue. E allo stesso modo, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk cerca di stanare i sostenitori del ‘no deal’:
Da domani parte il dibattito che sarà la prova del nove degli schemi abbozzati tra Londra e Bruxelles. La storia ‘Brexit’ ha intanto provato che le trattative tra leader non sono scolpite sulla pietra. Possono saltare per aria. In un gioco di imprevedibilità che sta facendo tremare le istituzioni in quanto tali.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 15th, 2019 Riccardo Fucile
CORBYN ANNUNCIA UNA MOZIONE DI SFIDUCIA CHE VERRA’ DISCUSSA DOMANI
Il Parlamento britannico affonda il piano di Theresa May sulla Brexit. Con 432 no e 202 a
favore, i Comuni come previsto non hanno dato il via libera all’accordo con l’Unione europea per l’uscita dalla Ue.
Il leader laburista Jeremy Corbyn ha annunciato una mozione di sfiducia, che si dovrebbe votare domani.
E’ stato il giorno più atteso e la notte più lunga per la Brexit, Theresa May e tutto il Regno Unito. Dopo tanti rinvii e polemiche, l’accordo della premier britannica con l’Europa per l’uscita dall’Ue è andato ai voti alla Camera dei Comuni britannica, senza molte speranze di passare.
Quando qualche settimana fa ha superato la sfiducia del suo partito, oltre cento conservatori ribelli le votarono contro
“Stasera decideremo se andare avanti con l’accordo negoziato con i partner europei e porre le condizioni per un futuro migliore. E’ una responsabilità profonda per ciascuno di noi, è una decisione storica – aveva detto Theresa May nel suo ultimo intervento ai Comuni, ricordando come nel 2016 sia andato al voto il 72% dei cittadini britannici, maggiore affluenza di sempre per qualsiasi referendum, e il popolo ha scelto di uscire dall’unione.
“Ben 246 deputati presenti in questa Camera hanno votato per attivare l’articolo 50 – ha detto la May – e solo 85 si sono opposti. E quale alternative abbiamo? O andare a un secondo referendum che poterebbe a ulteriori divisioni e direbbe al popolo che noi siamo stati eletti per servirlo e attuare la sua volontà ma non abbiamo voluto farlo, oppure possiamo uscire senza accordo ma non credo che questo sia quello che vuole il popolo. Il popolo ha deciso di uscire dalla Ue ma di mantenere rapporti commerciali con l’unione ma senza accordo non ci sono intese commerciali e l’incertezza danneggerà le nostre imprese”.
Duro l’intervento del leader laburista Jeremy Corbyn: l’accordo di ritiro è “uno sconsiderato salto nel buio”, è “cattivo per economia, democrazia e per il Paese”. Corbyn ha aggiunto che era stato promesso un documento “preciso” e “dettagliato”, mentre il “governo ha spettacolarmaente fallito” in questo senso, perciò il Labour si oppone all’intesa raggiunta con Bruxelles.
Le “rassicurazioni” arrivate ieri da Bruxelles sul cosiddetto “backstop temporaneo” (cioè il regime temporaneo dell’Irlanda del Nord in una sorta di mercato comune europeo e la Gran Bretagna nell’unione doganale Ue fino a quando non verrà trovata una soluzione definitiva sul confine irlandese) serviranno a poco. Tutti sanno che non avranno valore legale.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2019 Riccardo Fucile
ERIC DROUET: “ABBIAMO INIZIATO DA SOLI E RESTIAMO SOLI”
Quelli moderati avevano risposto picche. E adesso anche l’ala più dura, quella
rappresentata da Eric Drouet, hanno gentilmente messo alla porta l’emissario della piattaforma Rousseau travestito da capo politico grillino
“Signor Luigi Di Maio, i gilet gialli hanno iniziato un movimento apolitico fin dall’inizio, non saremmo quello che siamo senza questo”
Parole chiare e nette pubblicate sulla pagina Facebook de la France en Colère nella quale si ritrovano gli attivisti più radicali della protesta
Ha aggiunto Drouet a nome del gruppo: “Noi rifiuteremo tutti gli aiuti politici, poco importa da dove vengono. Noi rifiutiamo quindi il vostro aiuto. Abbiamo iniziato da soli e noi finiremo soli”
Drouet aveva fatto un FB Live in cui Salvini veniva chiamato “dittatore”.
Drouet il 3 gennaio scorso era stato arrestato perchè accusato di aver partecipato a una manifestazione non organizzata.
Come è noto Giggino da Avellino nei giorni scorsi aveva goffamente cercato di cavalcare la rivolta francese addirittura mettendo a disposizione dei Gilet Gialli la piattaforma della società privata della Casaleggio Associati, in un improvvido tentativo di mettere nelle mani di una società privata una protesta popolare
Se questo trucchetto è riuscito – al momento – in Italia, pensavano forse anche di ripeterlo in Francia, ovviamente dimenticando che le loro follie (visto che sono al governo) possono compromettere il ruolo e gli interessi dell’Italia non solo rispetto alla Francia ma anche all’interno della stessa Europa.
Il Pd intanto ha depositato un’interrogazione in Parlamento per avere informazioni per chiedere se “Lega e M5S, anche attraverso Fondazioni o associazioni, stanno finanziando le attività dei gilet gialli in Francia?”.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL PIS POLACCO SOSPETTOSO CON LA LEGA PER I RAPPORTI CON LA RUSSIA E DIFFIDENTE VERSO MARINE LE PEN
Si fa presto a dire ‘alleanza sovranista’. L’obiettivo invece non è a portata di mano
nemmeno per Matteo Salvini che oggi è volato a Varsavia per conoscere il presidente del partito nazionalista ‘Diritto e giustizia’ (Pis), JarosÅ‚aw KaczyÅ„ski, in ascesa nei sondaggi in vista delle europee di maggio.
L’idea di base è confluire nello stesso gruppo dell’Europarlamento dopo il voto. Ma tra Salvini e KaczyÅ„ski c’è un ingombro, anzi due. Il primo si chiama: Vladimir Putin. Il secondo, di conseguenza, si chiama: Marine Le Pen.
Nella conferenza stampa dopo il faccia a faccia di un’ora e mezza con il potente KaczyÅ„ski, che formalmente ora in Polonia è solo un deputato della Dieta ma nella realtà controlla tutto nel governo guidato dal suo partito, lo stesso leader leghista ammette le difficoltà , a mezza bocca. “Siamo d’accordo sul 90 per cento, ci teniamo un 10 per cento di discussioni aperte, sennò sarebbe noioso”, esordisce. “Abbiamo cominciato un dialogo. Chiudere in un’ora e mezza mi sembra eccessivamente ottimista, abbiamo proposto un programma comune da presentare ad altri movimenti europei”
Tradotto: “Essere il secondo gruppo in Parlamento o comunque fondamentali per determinare una maggioranza”.
Ecco, ma raggiungere questo obiettivo uniti non è semplice, nemmeno per tutte queste forze sovraniste che i sondaggi danno in crescita in tutta l’Unione.
I media polacchi hanno accolto la visita di Salvini a Varsavia con mille interrogativi sui suoi rapporti di amicizia con Vladimir Putin, l’eterno nemico russo per la Polonia che negli anni è scivolata a destra con KaczyÅ„ski e prima con suo fratello Lech (ex presidente morto in un incidente aereo) ma che non dimentica la dittatura sovietica. Nel paese insomma la questione ‘Putin’ è più che sentita: non è solo un vezzo dei media.
Proprio su questo, in piazza a Varsavia Salvini si becca anche la contestazione di un gruppo che in italiano gli urla: “Razzista e ‘succhiacazzi’ di Putin vaffanculo!”
Ma comunque, a fine visita, anche dallo stesso entourage di Salvini filtra che Putin resta un problema nei rapporti con il leader polacco, capo di un partito nazionalista (il Pis, ‘Diritto e giustizia’) che all’Europarlamento conta ben 18 deputati.
Sono la delegazione più numerosa all’interno del gruppo dei Conservatori e riformisti (Ecr), al secondo posto dopo i Conservatori britannici che però al prossimo giro non ci saranno più causa Brexit.
Insomma è un gruppo fa gola a chi come Salvini vuole creare un’alleanza sovranista per le europee. E inoltre è un gruppo politico che governa un paese, lo stesso leghista non nasconde quanto gli piacerebbe stringerci una vera alleanza: “C’è interesse da parte di vari Stati a cambiare l’Europa, è un’occasione storica. Chissà che all’asse franco-tedesco non si sostituisca un asse italo-polacco”.
Per ora non c’è. Salvini prova a convincere KaczyÅ„ski, senza naturalmente rinnegare il suo rapporto con Putin: non può. “Ho ribadito che facciamo parte dell’Ue e dell’Alleanza Atlantica”, dice dopo aver incontrato il capo supremo del Pis che ha tutto l’interesse ad avere la Nato a difesa dei confini polacchi dalla minaccia russa. “Continuo ad avere dubbi sull’utilità delle sanzioni economiche per risolvere le controversie politiche – aggiunge Salvini in riferimento alle sanzioni contro Mosca decise dalla comunità internazionale dopo la crisi in Crimea – Ma il diritto alla sovranità del territorio polacco non può essere messo in discussione da nessuno”.
Rassicurazioni che non si sono rivelate sufficienti in questo primo incontro. Ce ne saranno altri, magari in Italia, auspicano i leghisti.
Ma a Varsavia non c’è solo l’ombra di Putin a oscurare l’armonia tra sovranisti. C’è anche la storica diffidenza dei polacchi verso Marine Le Pen, l’altra alleata ‘forte’ di Salvini verso il voto di maggio, anche lei super-amica di Putin tanto che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe accettato un finanziamento dei russi per il suo partito, quando ancora si chiamava Front National.
La leader del Rassemblement National è già stata a Roma lo scorso autunno per un incontro in pompa magna mediatica con Salvini. Ebbene: i deputati del Pis non hanno granchè da spartire con lei.
Infatti per ora fanno parte di due gruppi diversi all’Europarlamento: i polacchi sono nei ‘Conservatori e Riformisti’ (Ecr), dove di recente è confluita Giorgia Meloni e il suo ‘Fratelli d’Italia’, in vista delle prossime europee; i francesi sono nel gruppo ‘Europa delle Nazioni e delle Libertà ‘ (Enf), lo stesso dei leghisti.
Ora: l’idea di Salvini e del suo ‘sherpa’ sulle alleanze europee Lorenzo Fontana, ministro per la Famiglia e le disabilità attivo negli incontri con i sovranisti degli altri paesi, è di stringere un’alleanza ‘identitaria’ con più partner possibili e creare un nuovo gruppo dopo le elezioni di maggio. Un nuovo gruppo, che vada quindi oltre l’Ecr e l’Enf.
Provano a praticare questa terza via, dopo che le due opzioni iniziali si sono rivelate impossibili al primo test di oggi in Polonia.
La prima: che la Lega confluisca nell’Ecr. E’ una via auspicata dalla parte italiana del Ppe, gli eurodeputati di Forza Italia, interessati ad agevolare un’alleanza tra Popolari e ‘Conservatori e Riformisti’ dopo le europee anche in chiave di politica interna italiana Ma per Salvini il prezzo sarebbe troppo alto: dovrebbe abbandonare la Le Pen.
La seconda opzione è anche più ostica, alla luce dell’incontro di oggi a Varsavia: portare KaczyÅ„ski e i suoi nell’Enf. Non se ne parla.
E così si lavora a un nuovo gruppo, con tanta fiducia, ci dice Fontana, ma con risultati tutt’altro che scontati.
E così alle differenze di fatto sulle politiche economiche (nessuno dei paesi sovranisti ha aiutato il governo gialloverde nel braccio di ferro con Bruxelles sulla manovra) e sui migranti (uniti nel respingere i barconi ma non sulla redistribuzione che continua ad essere un problema per l’Italia), si aggiungono le distanze geopolitiche.
L’alleanza sovranista parte in salita.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
ERIC DROUET E’ UNO DEI CAPI DEL MOVIMENTO, VICINO AI COMUNISTI DI MELENCHON
Eric Drouet, uno dei capi del movimento francese dei gilet gialli, è stato arrestato in serata nel centro di Parigi, vicino a Place dell’Opera. E’ accusato di aver tentato di organizzare una manifestazione non autorizzata.
Nel pomeriggio aveva invitato su Facebook i membri del movimento a preparare nei prossimi giorni a Parigi una “azione” in grado di “sconvolgere l’opinione pubblica”. E’ delle ultime ore l’endorsement del leader della sinistra radicale, Jean-Luc Melanchon, nei confronti di Drouet, considerato dallo stesso Melanchon un esempio da seguire per la sua determinazione.
L’arresto ha provocato immediate reazioni politiche con i rappresentanti del movimento che accusano il governo di un “uso politico della polizia”.
Gli agenti seguivano le mosse di Drouet fin dal pomeriggio quando l’uomo invitava i suoi compagni a presentarsi in piazza senza indossare i gilet che li avrebbero resi riconoscibili.
Quando il leader dei gilet gialli ha riunito una trentina di militanti in place de la Concorde e ha cominciato a marciare verso l’Opera, sono arrivati i cellulari della polizia e lo hanno arrestato.
(da agenzie)
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Gennaio 2nd, 2019 Riccardo Fucile
LA LINEA CORBYN NON CONVINCE LA BASE LABURISTA, VOGLIONO UN NUOVO REFERENDUM
Come tutto il Regno Unito, Jeremy Corbyn ha un grosso problema: la Brexit. 
È il tema sul quale il leader Labour è notoriamente più ambiguo, principalmente per una ragione: non vuole alienarsi i voti pro-Brexit delle classi operaie e popolari soprattutto nel Nord dell’Inghilterra, ma allo stesso tempo non vuole perdere i voti dei tantissimi giovani, molto spesso europeisti, che lo sostengono.
Questo equilibrismo, però, non potrà continuare per molto, e lo conferma un importante sondaggio di oggi: il 72 per cento della base laburista, cioè gli iscritti al partito, sarebbe a favore di un secondo referendum e, in tal caso, l’88% voterebbe per rimanere nell’Unione Europea.
Sono dati che mettono in forte dubbio la linea di Corbyn, che ha sempre considerato un secondo referendum come l’ultima delle possibilità , anche dopo le elezioni anticipate.
Non a caso, oggi pomeriggio Corbyn è tornato a parlare di Brexit, tendendo la mano a Theresa May, almeno in apparenza: “Se la premier modificasse il suo accordo di uscita dall’Europa potremmo anche sostenerlo”.
In realtà , l’offerta del leader laburista è sempre la stessa dei mesi scorsi e si basa sull’unione doganale permanente per il Regno Unito. Soluzione però impossibile per May, perchè sarebbe considerata un “tradimento della Brexit” all’interno di una buona parte del suo partito.
Sul referendum, poi, Corbyn insiste e allo stesso tempo rimanda: decide il Parlamento, come sul piano May (che verrà votato nella settimana del 14 gennaio).
I dati del sondaggio, però, mettono in luce per la prima volta il timore che sulla Brexit il 69enne leader Labour stia tirando troppo la corda con gli europeisti e i giovani: un terzo degli iscritti Labour non approva la linea di Corbyn e la metà di questi (quindi circa un sesto del totale) si dice pronta ad abbandonare il partito se il leader non cambiasse idea sul referendum.
Allo stesso tempo, circa il 66% dei membri crede che Corbyn stia facendo un buon lavoro alla guida dei Labour e il 58% che raggiungerebbe con l’Europa un accordo migliore di quello di May.
Insomma, c’è ancora una sostanziale fiducia di fondo, almeno per ora.
Inoltre, le posizioni degli iscritti non vanno confuse con quelle degli elettori semplici del Labour (e senza tessera di partito): soprattutto nel Nord, ci sono molte circoscrizioni a maggioranza laburista che hanno votato a favore della Brexit. Tutti voti che Corbyn non vuole perdere.
Ma il caos della Brexit continua, in ogni campo. L’ultima polemica è un appalto del governo May rivolto a società private riguardo al trasporto via mare di scorte di beni e medicinali in caso di “no deal”, cioè di nessun accordo tra Regno Unito e Ue entro il 29 marzo con la conseguente uscita brutale del primo. Si è scoperto che una di queste società , la Seaborne Freight, al momento non ha una nave e non ha mai navigato. “Ma sarà pronta in tempo”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti Chris Grayling. Un’altra promessa della Brexit, che chissà se verrà mai rispettata.
(da agenzie)
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Gennaio 1st, 2019 Riccardo Fucile
IL LONDON EYE SI E’ ILLUMINATO PER ASSOMIGLIARE A UNA BANDIERA DELL’EUROPA
Il sindaco di Londra Sadiq Khan si è divertito a trollare Theresa May con uno sfarzoso
spettacolo di fuochi d’artificio anti-Brexit per inaugurare il nuovo anno.
Khan, che si è pubblicamente schierato per un secondo referendum sulla Brexit prima dell’addio alla UE programmato per il 2019, ha detto che i Tories hanno “fatto casino” sulla Brexit mentre lo spettacolo andava in scena a poca distanza dal parlamento.
La frase “London is open” è stata pronunciata in spagnolo, polacco, francese, rumeno, tedesco e italiano mentre i fuochi d’artificio hanno preso il via nella capitale, che ha votato per il 60% per il “remain” nel 2016.
E il London Eye si è illuminato per assomigliare a una bandiera dell’Unione Europea mentre risuonava la canzone There For You di Culture Shock.
We Are Your Friends, Stay e Do not Leave Me Alone gli altri brani scelti per la colonna sonora di 11 minuti, con artisti provenienti da Irlanda, Francia, Svezia e altrove.
L’episodio non e’ sfuggito ai brexiter, i sostenitori della Brexit, che sono insorti contro il sindaco. Ma lui non si è scomposto: “I nostri spettacolari fuochi d’artificio #LondonNYE hanno dimostrato che, qualunque sia l’esito della Brexit, Londra è aperta al business, al talento, alle idee e alla creatività . Perchè Londra è la più fantastica città del mondo”.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 21st, 2018 Riccardo Fucile
IL POPOLO UNGHERESE PROTESTA CONTRO LE 400 ORE DI STRAORDINARIO OBBLIGATORIO VOLUTO DALLA MARIONETTA SOVRANISTA AL SOLDO DELLA FINANZA
Prima cacciare i migranti in nome del ‘popolo’, poi sfruttare il ‘popolo’ nel nome del potere.
Il giochetto sovranista comincia a essere smascherato: il primo ministro ungherese Viktor Orban ha descritto l’ondata di proteste contro il suo governo, destinata a continuare anche questa sera a Budapest, come «urla isteriche»
Le dimostrazioni a livello nazionale sono iniziate la scorsa settimana in seguito all’approvazione di una legge che ha aumentato il volume del lavoro straordinario da
250 a 400 ore all’anno, soprannominata ‘legge sugli schiavi’.
La legge introduce di fattro la settimana lavorativa di sei giorni.
Non solo: gli staordinari verranno pagati dilazionandolo in tre annni.
Le proteste hanno anche attaccato i modi autocratici di Orban, che dal 2010, quando ha preso il potere, lo hanno aiutato a rafforzare il suo controllo sull’economia, i media e persino la magistratura.
Ormai l’Ungheria è un regime sovranista guidata da un affarista che agisce per conto dei poteri forti.
(da agenzie)
argomento: democratici e progressisti, denuncia, Europa | Commenta »