Luglio 4th, 2016 Riccardo Fucile
LA MALEDIZIONE DELLA BREXIT: DOPO CAMERON E JOHNSON ABBANDONA ANCHE FARAGE… LA RETE SI SCATENA: “CODARDI”
Uno dopo l’altro, escono di scena i principali artefici della vittoria del Leave al referendum sulla
Brexit.
Dopo le dimissioni, non ancora effettive, del premier David Cameron — strenuo sostenitore del Remain, ma segnato dal ‘peccato originale’ di aver convocato il referendum — e il passo indietro dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson — volto vincente della Brexit, grande favorito nella corsa alla leadership dei Conservatori — oggi è la volta dell’euroscettico Nigel Farage, leader del Partito dell’Indipendenza del Regno Unito (Ukip) e difensore a oltranza della sovranità britannica.
In un’attesissima conferenza stampa a Londra — in cui ci si aspettavano novità sul futuro del partito, e non colpi di scena personali — Farage ha presentato le sue dimissioni dalla guida del partito, spiegando di aver “raggiunto il proprio obiettivo” con la vittoria del Leave al referendum e di volersi “riappropriare” della sua vita.
Farage non si ritirerà da parlamentare europeo, anche se ha espresso l’intenzione di non ricandidarsi.
“Continuerò a sostenere il partito e il suo nuovo leader; seguirò come un falco i negoziati a Bruxelles e interverrò ogni tanto dal Parlamento europeo” — un fatto per cui molti lo accusano di poca coerenza: il suo partito, come abbiamo scritto qui, costa all’Ue la bellezza di 16 milioni all’anno.
L’annuncio delle dimissioni di Farage ha colto di sorpresa la stampa britannica.
C’è chi — come Marina Hyde — invita a non prendere troppo sul serio il suo passo indietro: si tratta infatti delle sue terze dimissioni. Inoltre, alla domanda su un possibile ritorno alla guida del partito in tempo per le elezioni generali del 2020, la sua risposta non è stata vaga: “Vedremo dove saremo tra due anni e mezzo…”. Difficile, nel caso di Farage, dare alle sue parole un significato univoco.
Prima di diventare il capo del partito populista anti europeo ed essere eletto come deputato al parlamento di Strasburgo, Farage ha lavorato come broker alla borsa di Londra. Non è chiaro se è questo che vuole tornare a fare. Non si può escludere che alla base della sua decisione ci sia qualche “scheletro nell’armadio”: in passato è stato spesso detto che beve un po’ troppo, anche se nessuno lo ha mai descritto come un alcolizzato.
Potrebbero aver pesato le tensioni all’interno dell’Ukip, di cui le dichiarazioni di Carswell sarebbero solo la punta dell’iceberg.
Fatto sta che — terzo caso in pochissimo tempo — la scena politica britannica perde uno dei protagonisti di questo nuovo — e incerto – corso.
Debora Orr, del Guardian, dà voce al pensiero generale, almeno degli osservatori dal Continente: “di tutti coloro che hanno architettato la Brexit, praticamente ne rimangono pochissimi in campo per affrontare la crisi che hanno provocato”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 4th, 2016 Riccardo Fucile
“ORA LA GERMANIA GUIDI LA NUOVA UE”
«Se si continua in questo modo, con questa crescita delle disuguaglianze, senza politiche sociali,
l’Europa salta per aria. E dopo si salvi chi può, perchè forse l’Unione non è più possibile, ma è certamente necessaria: ogni staterello europeo, da solo, sarebbe alla mercè della speculazione internazionale e del gioco delle grandi potenze imperiali».
Professor Massimo Cacciari, come si è arrivati in Europa a questo livello di disuguaglianze? Non era questa l’Europa che sognavano i padri fondatori…
«L’unità politica europea sta tradendo le sue promesse fondative, perchè tutti speravamo in un’unità basata su politiche di uguaglianza e solidarietà . La crescita delle disuguaglianze non data da oggi, è dall’inizio degli anni ’80 che aumenta. Le forze politiche che hanno fondato l’idea europea, quelle socialdemocratiche e quelle cattolico-popolari, che ragionavano su politiche tendenzialmente egualitarie, hanno fallito. Ora l’alternativa non è una nuova socialdemocrazia, ma Hofer, Le Pen, Salvini. O, quando va bene, Grillo. E poi ci sono stati altri errori».
Tipo?
«Il modo sciagurato con cui si sono realizzate politiche di espansione, date solo da esigenze di politica di difesa. Bisognava essere più prudenti. Dio non voglia che facciano la stessa cosa con la Turchia».
Di chi è la colpa se l’Europa è diventata così diseguale?
«Non si è riusciti a modificare il modello di welfare socialdemocratico del Secondo dopoguerra. Creando l’unità europea bisognava ridurre il modello statalistico per ottenere risorse per le politiche sociali e la piena occupazione, invece si è fatto il contrario. Questo ha provocato la secessione dell’opinione pubblica dall’idea di unità politica europea: gli antichi romani la chiamerebbero una secessio plebis»
Se in Italia si potesse fare un referendum come in Gran Bretagna secondo lei ci sarebbe una «Italexit»?
«No, penso comunque che i favorevoli alla Ue sarebbero almeno il 60 per cento. Come penso che, se gli inglesi potessero rivotare, vincerebbe il Remain».
Nonostante la «secessio plebis»?
«Sì, perchè è vero che c’è il rigetto di una classe dirigente che ha tradito tutte le promesse, ma c’è anche la paura dell’ignoto. Una paura che però non durerà ancora molto».
Colpa anche della Germania e del suo dogma dell’austerità ?
«La Germania ha realizzato l’unificazione mantenendo politiche stabili: un miracolo che abbiamo pagato tutti. Berlino ha certamente delle responsabilità , ma è anche l’unica che può dettare il cambio di linea che consenta di salvare la baracca».
Che cambio di linea servirebbe?
«Una ristrutturazione del funzionamento complessivo della comunità , ottenendo risorse per le politiche sociali e l’occupazione. L’unico che mi pare lo capisca è Draghi».
E secondo lei c’è qualcosa che l’Italia può fare?
«Cercare di convincere la Germania a esercitare al meglio il suo ruolo di leader, anzichè mostrare muscoletti che non ha. Si spenda per convincere i tedeschi che stanno segando il ramo su cui sono seduti».
Francesca Schianchi
(da “La Stampa”)
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Luglio 4th, 2016 Riccardo Fucile
CENTRO STUDI CASA.IT: VALORE DELLE ABITAZIONI – 5,5%, LA DOMANDA SFROFONDATA DEL 19%… SPETTRO BOLLA IMMOBILIARE
Pochi giorni dopo la Brexit, il valore di vendita delle case nel Regno Unito cala del 5,5%. In picchiata
anche la domanda di abitazioni in Gran Bretagna, crollata del 19% in quattro giorni, mentre è boom delle richieste di case in Scozia (+150%) da parte di famiglie del resto del Paese.
Questi i numeri forniti dal centro studi di Casa.it, che ha approfondito l’impatto del divorzio tra Londra e Bruxelles sul mercato immobiliare.
“Lo spettro di una bolla Brexit, sul mercato residenziale londinese viene considerata più che probabile dalla maggioranza degli operatori locali, soprattutto per quanto concerne il segmento top del mercato — spiega Alessandro Ghisolfi, responsabile del centro studi di Casa.it — Sebbene nell’ultimo trimestre i valori di vendita delle case a Londra abbiano registrato una nuova crescita del 9,8%, la Brexit ha, nel giro di poche ore, fatto scendere i valori delle trattative di 5,5 punti percentuali. Oggi le case di Londra valgono in media 33mila euro in meno rispetto ai prezzi record registrati 7 mesi fa, il costo medio di un appartamento è valutato intorno ai 590mila euro.”
Anche il mercato degli immobili di pregio ha subito un rallentamento, spiega Casa.it, soprattutto nelle zone top come il quartiere di Kensington e l’area di Notting Hill.
“Gli ultimi dati registrano una caduta della domanda per le zone top di Londra del 2,5% nell’ultimo trimestre, rispetto al trimestre precedente — prosegue Ghisolfi — Il quartiere di Kensington nel secondo trimestre ha registrato un calo della domanda dell’11,8%, seguito da un -10,7% per l’area di Notting Hill”.
Ma i più colpiti dal referendum, secondo Ghisolfi, sono gli azionisti delle società di sviluppo che stanno operando sul mercato londinese: “Le loro azioni hanno già subito delle riduzioni di valore superiori al 25% un’ora dopo l’apertura dei mercati il 24 giugno, a urne chiuse e risultati acquisiti”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
“UNO STATO MEMBRO PUO’ TORNARE SULLA PROPRIA DECISIONE NEL PERIODO DI TRANSIZIONE”
Ci vorranno “quasi sicuramente” più di due anni prima che il Regno Unito possa lasciare l’Unione
Europea.
E’ quanto si legge in un rapporto della Camera dei Lord licenziato lo scorso 4 maggio, prima della Brexit. Il documento, allegato in un dossier pubblicato dal Servizio Studi del Senato e intitolato ‘Dopo la Brexit’, prevede dunque tempi più lunghi del previsto per chiudere la pratica: in un primo momento, si parlava di due anni per il divorzio tra Londra e Bruxelles.
Nel rapporto ‘The process of withdrawing from the European union’, preparato dall’European Union Committe, si analizzano in anticipo le complicate conseguenze di una possibile vittoria del ‘Leave’, poi divenuta realtà .
“Vista l’assenza di precedenti specifici — si legge nel dossier — non è possibile prevedere con certezza quale sarà la durata dei negoziati”.
Si ricorda poi che “in media gli accordi commerciali tra Ue e gli Stati membri richiedono, per essere finalizzati, un periodo tra i quattro e nove anni”.
Tuttavia la decisione di protrarre i negoziati oltre i due anni spetta al Consiglio Europeo, che deve esprimersi all’unanimità , e “non può essere considerato a priori un passaggio scontato”.
Il rapporto si apre notando che nell’unica base giuridica per il recesso di uno Stato dall’Unione, l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, “non vi è nulla che impedisca a uno Stato membro di tornare sulla propria decisione”.
In pratica, il voto popolare deve certamente essere considerato incontrovertibile ma non lo è per gli accordi esistenti e nulla esclude che lo stesso popolo britannico possa cambiare idea in futuro.
E’ inoltre “probabile che, in parallelo con l’accordo di recesso, venga negoziato anche un accordo sulle relazioni future tra Regno Unito e Unione europea” perchè dovrebbe essere di “interesse comune, di tutte le parti in causa, assicurare un coordinamento efficace tra i due accordi”.
Un punto su cui potrebbe non essere d’accordo Jean-Claude Juncker. Il presidente della Commissione europea ha dichiarato alla tv pubblica tedesca Ard che “non sarà un divorzio consensuale, ma non è stata neppure una grande storia d’amore”.
Di difficile soluzione anche il problema della presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea che nel secondo semestre 2017 spetta al Regno Unito. Ai sensi dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona un Paese in uscita non può infatti presiedere le sedute dedicate al suo stesso recesso.
Infine i britannici si preoccupano della propria credibilità , a rischio di essere “seriamente minata” nel lungo periodo in cui il Regno Unito dovrà prendere delle decisioni in quanto membro dell’Unione e allo stesso tempo ne tratterà l’abbandono.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
L’ITALIA PUNTA ALL’AUTORITA’ DEL FARMACO E DELLE BANCHE
L’addio all’Unione europea può costare caro al Regno Unito per tante ragioni, non ultima la possibile diaspora di multinazionali e Autorità comunitarie che hanno sede a Londra e dintorni, alle quali sono ben disposti a fare ponti d’oro i governi degli altri Paesi, Italia, Germania e Francia in testa.
“Brexit per l’Italia può rappresentare un’occasione”, ha spiegato oggi il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che vuole una task force “che coinvolgerà gli esponenti della finanza e dell’economia italiani che hanno un ruolo a livello europeo per portare in Italia tutto quello che si può portare”.
L’attenzione, in questo caso, è in particolare per due Autorità sulle quali da tempo Roma ha messo gli occhi, vale a dire l’Ema (European Medicines Agency, l’agenzia del farmaco che occupa circa 600 persone) e l’Eba (European banking Authority, con circa 150 dipendenti di cui molti italiani), che hanno entrambe sede a Canary Wharf, centro direzionale ricavato nella vecchia zona portuale di Londra.
Dalle rive del Tamigi potrebbero dunque traslocare al di qua delle Alpi e Milano si è già candidata per ospitarne almeno una, tanto che il sindaco Giuseppe Sala mercoledì volerà nella capitale britannica per gettare le basi di un possibile trasferimento.
La strategia dell’accoglienza italiana non sarebbe comunque riservata solo agli enti pubblici, ma anche alle aziende, da attirare con vantaggi fiscali.
Il governo sta infatti valutando la possibilità di creare due aree a fiscalità agevolata a Milano, nell’area ex Expo, e a Bagnoli per attrarre investimenti, magari proprio in fuga da Londra.
La concorrenza da parte dei partner europei, però, è agguerrita.
Sul piatto ci sono i miliardi che muovono marchi come Vodafone, Visa, Easyjet, Nissan, Toyota o colossi del credito come JpMorgan, Morgan Stanley e Deutsche Bank, che fanno gola a molti: finora nessuno ha fatto il passo ufficiale per il trasloco, ma gli indizi di un possibile addio ci sono.
Easyjet ha chiesto un certificato di vettore europeo, Vodafone “sta valutando giorno per giorno la situazione”, Visa “continua a monitorare la situazione con attenzione”, Nissan e Toyota (presenti in forze nel Paese) ancora prima del referendum avevano avvertito che gli investimenti ne avrebbero risentito.
Se qualcuno deciderà veramente di passare il Rubicone, anzi di attraversare la Manica, troverà ad accoglierlo non solo l’Italia, ma anche la Francia (la Brexit rappresenta per la Francia l’opportunità di “vincere” aziende, ha detto il ministro dell’Economia, Emmanuel Macron) e la Germania: per Vodafone, per esempio, si è fatto avanti il land del Nord Reno Vestfalia, che ha candidato la città di Dusseldorf.
Molta incertezza aleggia poi sulla questione della prospettata fusione tra la Borsa di Londra (London Stock Exchange, che tra l’altro controlla Piazza Affari) e quella di Francoforte, che sarà domani al vaglio dell’assemblea della stessa Lse per un voto favorevole ritenuto scontato.
La Bafin, l’ente di controllo tedesco sui mercati finanziari, ha già mostrato le proprie perplessità sul fatto che Londra possa essere la sede della super-Borsa nata dalla fusione e anche il presidente della Consob Giuseppe Vegas ha scritto al presidente della Lse Donald Brydon per chiedere un coinvolgimento dell’Autorità di vigilanza italiana in eventuali iniziative che coinvolgano Borsa Italiana a seguito della Brexit.
Da Londra, insomma, potrebbero scappare in molti e forse non servirà nemmeno l’accorato appello del sindaco Sadiq Kahn, che oggi in una lettera aperta ha assicurato che la capitale britannica è “aperta alle imprese”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGI: IL 5% DEL FRONTE LEAVE HA CAMBIATO IDEA
Migliaia di persone in piazza contro la Brexit.
Una grande manifestazione ha attraversato il centro di Londra, nel giorno in cui un sondaggio ha rivelato che il 5% dei sostenitori del ‘Leave’ ha cambiato idea.
Tra i più contrari all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ci sono gli scozzesi. Non a caso, la premier di Edimburgo Nicola Sturgeon ha detto che “la Scozia avrà un ruolo in un’Europa più forte”, alimentando le voci su un nuovo referendum per l’indipendenza scozzese da Londra.
Durante la “Marcia per l’Europa“, i dimostranti hanno esibito bandiere dell’Ue, nonchè cartelli su cui si leggeva “Bremain” e “Amiamo l’Ue”.
La manifestazione è stata organizzata tramite social network, è partita dalla zona di Park Lane e arrivata alla piazza del Parlamento.
“Saremmo pronti ad accettare il risultato del referendum se la partita fosse stata combattuta in modo onesto — ha detto l’attore Mark Thomas, organizzatore dell’evento — Ma c’è stata troppa disinformazione”. Analoghe manifestazioni sono state organizzate in altre città del paese.
Intanto, nel Paese si registra il pentimento dei brexiters: il 5% dei britannici che hanno votato ‘Leave’ al referendum sulla Brexit ha cambiato idea.
Il dato è rivelato da un sondaggio Ipsos Mori citato dalla Bbc.
La percentuale di chi farebbe la scelta opposta si abbassa al 2% tra chi ha invece scelto di rimanere nell’Unione europea.
Il 42% degli interpellati, incluso il 18% dei ‘brexiters’, sostiene che la Gran Bretagna deve continuare ad accogliere i cittadini europei in cambio dell’accesso al mercato unico.
Per il 38%, invece, uscire dal mercato unico è un prezzo che vale la pena pagare per ridurre i numero di migranti nel Regno.
E la partita sulla Brexit si gioca anche a Edimburgo, che punta all’indipendenza dal Regno Unito per rientrare nell’alveo dell’Unione europea.
“La Scozia avrà un ruolo in un’Europa più forte“, ha detto la first minister scozzese Nicola Sturgeon intervenendo all’apertura della quinta sessione del parlamento scozzese. Il parlamento, ha aggiunto la leader scozzese, “porterà avanti il volere della nostra gente”, riferendosi al 62% di scozzesi che hanno votato ‘Remain’ al referendum sulla Brexit.
Poco prima, anche la regina Elisabetta aveva parlato al parlamento di Edimburgo, facendo appello alla “saggezza” dei deputati. “Resto fiduciosa che i parlamentari scozzesi utilizzeranno il loro potere in modo saggio per continuare a fare gli interessi di tutta la Scozia”, ha detto la sovrana britannica, che trascorrerà in Scozia una settimana, come ogni anno all’inizio di luglio.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
RYANAIR E EASYJET IN FUGA DA LONDRA…LA COMPAGNIA INGLESE HA PERSO IL 30% DEL VALORE IN BORSA
Una settimana dopo Brexit le compagnie aeree che hanno avvicinato Nord e Sud d’Europa studiano
la strategia per continuare a volare.
Il Chief Marketing Officer di Ryanair Kenny Jacobs dice a La Stampa che le strategie della compagnia guidata da Micheal O’Leary non cambiano.
Ma se il Regno Unito non farà più parte del mercato unico europeo «gli investimenti e i nuovi aerei si sposteranno tutti su mercati come Italia, Spagna e Germania».
Il problema è che se davvero la trattativa tra Londra e Bruxelles portasse a una rottura, «volare da Roma a Londra diventerà come andare a New York, tra controlli di passaporti e file».
La Brexit pesa anche sulla concorrente low cost EasyJet che ha iniziato a dialogare in vari Paesi d’Europa per ottenere un’autorizzazione di volo con un’altra bandiera. Sono mosse obbligate anche se una decisione imminente non è alle porte, come dimostra la lentezza del dialogo tra la Commissione e il governo dimissionario.
Oltre a mettere in pericolo i diritti di volo europei dell’azienda, la Brexit ha avuto pesanti ripercussioni anche sul titolo di EasyJet (dopo il referendum, -30% in Borsa con la capitalizzazione crollata a 4,4 miliardi di sterline).
Jacobs guida il marketing di Ryanair ed è uno degli uomini più importanti della compagnia. Spiega che nel futuro immediato non si può trovare una risposta.
I voli estivi sono già prenotati. «A ottobre capiremo di più. Se ancora non avremo un governo britannico e la sterlina sarà debole, il Regno Unito potrebbe essere in recessione, e le persone viaggeranno meno», dice.
Allo stesso tempo un weekend a Londra sarà più abbordabile per gli europei. «Sono solo ipotesi, non piani – continua -, ma noi ci aspettiamo che il Regno Unito sarà parte del mercato unico».
Brexit arriva però in un momento di trasformazione per Ryanair. Divenuta la prima compagnia in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, l’azienda sta quasi raddoppiando la flotta da 340 a 564 aerei nel 2024, migliorando il servizio, anche per i clienti corporate.
La Ryanair battagliera dei primi tempi è ora una compagnia che atterra negli aeroporti principali e dagli hub come Londra Stansted o Barcellona propone anche i voli in connessione.
Se domani Stansted non sarà più nel mercato unico gli hub si sposteranno a Sud. «Oggi le persone volano da Pisa o Malpensa a Londra per poi prendere un volo per New York. Domani potrebbero volare su Roma», afferma Jacobs.
I passeggeri italiani che hanno volato Ryanair nel 2015 sono 30 milioni. «Continueremo a investire in Italia – aggiunge Jacobs -, abbiamo avuto dei buoni incontri col ministro Delrio sui problemi delle tasse aeroportuali, e spero ci saranno delle modifiche».
In un mercato che si muove finirà anche il dualismo low cost-compagnie di bandiera. «Nei prossimi 18 mesi contiamo di fare due accordi con grandi compagnie per lavorare assieme», annuncia Jacobs.
Si partirà con Norwegian, British Airways e Tap in Portogallo: Ryanair porterà i passeggeri sulla breve distanza e le grandi compagnie faranno i voli intercontinentali.
O’Leary non ha mai nascosto l’idea di trovare un accordo con Alitalia. «Ora la conversazione con Alitalia non va da nessuna parte – conclude Jacobs -, ma penso che quando avremo iniziato a lavorare con altri, Alitalia capirà che è interessante».
Beniamino Pagliaro
(da “La Stampa”)
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Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
LA LICENZA NON SARA’ PIU’ BRITANNICA, RICHIESTO UN NUOVO CERTIFICATO DI VETTORE AEREO… DOPO RYANAIR SI DISIMPEGNA ANCHE IL SETTORE VETTORE LOW COST EUROPEO PIU’ IMPORTANTE
Prima o poi doveva accadere. Per non perdere i diritti di volo europei, garantiti unicamente alle
compagnie comunitarie, easyJet chiede di “emigrare” in un altro Paese e ha annunciato in queste ore di aver chiesto un certificato di vettore aereo in “un’altra nazione dell’Unione europea”.
La notizia è arrivata a soli otto giorni dalla vittoria della Brexit al referendum.
Il certificato (Coa) emesso dall’autorità per il trasporto aereo di ciascun Paese (come l’Enac in Italia), “dovrà consentire a easyJet di volare in tutta Europa come facciamo oggi” ha scritto la compagnia in una nota. Easyjet ha avviato “un procedimento formale per acquisire” la licenza in un diverso Paese europeo.
Questo per garantire stabilità al vettore di stanza in Gran Bretagna che rischia, una volta uscita Londra dall’Unione, di dover ricontrattare tutti i diritti di volo, e dunque di veder sfumare la possibilità di effettuare le tratte oggi esistenti.
“EasyJet sta facendo pressione sul governo del Regno Unito e l’Unione europea per garantirsi la possibilità di continuare a operare in un mercato pienamente liberalizzato e deregolamentato nel Regno Unito e in Europa come oggi” spiega un comunicato della società , “come parte della pianificazione di emergenza di EasyJet prima del referendum ha avuto contatti informali con un certo numero di autorità regolatorie aeronautiche europee per ottenere un certificato di operare aeronautico un in un paese dell’Unione Europea per consentire a EasyJet di volare in tutta Europa come avviene oggi”.
La conferma di una “trattativa” viene dalla stessa azienda: “EasyJet ha iniziato il processo formale per acquisire il certificato”.
Il vettore low-cost ha poi aggiunto che non c’è “alcun bisogno di apportare altre modifiche operative o strutturali fino a quando l’esito dei negoziati di uscita Ue della Gran Bretagna non diventerà chiaro”.
EasyJet ha visto nelle ultime ore addensarsi molte nubi sulla sua rotta. Prima le difficoltà per il suo futuro “comunitario” poi il profit warning di lunedì (che ha provocato un tracollo in Borsa) e ora il cambio di passo, a sorpresa e molto deciso, in direzione dell’Europa.
La seconda compagnia europea low cost per importanza, la terza in Italia, ha così scelto la via del colpo di teatro, una mossa che le consentirà di mantenere gran parte dei collegamenti che nel corso degli anni le hanno garantito ottimi profitti.
Resta però incerta la questione legata ai voli da e per la Gran Bretagna, che subiranno, quasi sicuramente, un drastico taglio nei prossimi mesi e nel contempo anche i profitti di easyJet saranno trascinati in basso.
Già Ryanair ha ammesso che nel corso del 2016 e del 2017 diminuiranno gli investimenti nel Regno Unito e i prezzi dei biglietti aumenteranno considerevolmente (“di almeno il 20% in più” ha spiegato il numero due del vettore irlandese Kenny Jacobs) proprio per il calo di possibili rotte da e per l’Uk.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
LA CORTE COSTITUZIONALE RILEVA TROPPE IRREGOLARITA’ NELLO SPOGLIO… IL NUOVO VOTO A SETTEMBRE
Dopo il primo turno vinto dall’estrema destra e dopo il ballottaggio vinto sul filo di lana dai Verdi, le elezioni presidenziali in Austria si avviano ora verso un terzo atto. La Corte costituzionale austriaca, infatti, ha deciso questa mattina che il ballottaggio, vinto lo scorso 22 maggio dal candidato dei Verdi Alexander Van der Bellen, va annullato a causa delle irregolarità verificatesi nelle operazioni di scrutinio.
La Corte si è pronunciata dopo aver esaminato e accolto il ricorso presentato dal partito di ultradestra del candidato Norbert Hofer, sconfitto dallo sfidante per una manciata di voti.
Il ministero dell’Interno austriaco ha già annunciato che il nuovo voto dovrebbe tenersi tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, anche se la scelta definitiva della data verrà comunicata martedì prossimo. Secondo il quotidiano Kurier, la data più probabile potrebbe essere il 18 settembre.
La sera del 22 maggio, alla chiusura dei seggi, in base agli exit poll Hofer sembrava in vantaggio, ma il risultato finale uscito dal conteggio di circa 700mila voti per corrispondenza ha decretato la vittoria di Van der Bellen con uno scarto di circa 30.000 voti soltanto.
Van der Bellen, in pratica, è diventato nuovo presidente dell’Austria con il 50,3 per cento delle preferenze, rispetto al 49,7 per cento di Hofer.
Il Partito della Libertà cui Hofer appartiene, a questo punto, ha deciso di presentare ricorso affermando che nella maggior parte dei 117 distretti elettorali si erano verificate varie violazioni di legge.
Prima fra tutte, lo scrutinio dei voti per corrispondenza iniziato prima che i funzionari della commissione elettorale arrivassero.
In altri casi, invece, alle operazioni di spoglio avrebbero preso parte persone non autorizzate.
Il partito aveva anche affermato di poter dimostrare che al voto avrebbero partecipato ragazzi di età inferiore ai 16 anni e stranieri.
Oggi da Vienna è arrivata la sentenza della Corte, che ha riscontrato irregolarità in 94 distretti.
Le schede votate o scrutinate in maniera irregolare sarebbero circa 78mila, numero che supera di gran lunga quello dei voti di distacco tra i due candidati.
Nel corso delle due settimane di udienza dedicata all’esame della questione, i giudici hanno ascoltato circa 90 testimoni, tra cui membri dei seggi di tutto il Paese.
E molti di loro hanno ammesso che spesso non è stata rispettata alla lettera la legge elettorale, in particolare per quanto riguarda i tempi e le modalità del conteggio dei voti per posta.
La Corte ha poi dichiarato illegittima la prassi seguita dal ministero dell’Interno di inviare a stampa e istituti di sondaggistica i risultati locali prima della chiusura definitiva di tutti i seggi.
Si congela quindi l’insediamento ufficiale di Van der Bellen che avrebbe dovuto avvenire il prossimo 8 luglio.
Non appena il presidente uscente Heinz Fischer lascerà l’incarico, quindi, la presidenza verrà assunta ad interim collegialmente dai presidenti delle due Camere. Mentre Hofer spera ora di avere una nuova opportunità per diventare il primo presidente ultranazionalista, anti-immigrati e di estrema destra di uno Stato membro dell’Unione europea.
Un profilo che preoccupa l’Europa, visto che dopo il referendum sulla Brexit lo stesso Hofer aveva dichiarato di essere favorevole a promuovere un identico referendum in Austria: secondo lui, se l’Unione continua ad andare nella direzione sbagliata, è giusto chiedere ai cittadini austriaci un parere sulla permanenza del Paese tra gli Stati membri.
“Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità . La sentenza deve rafforzare il nostro stato di diritto”, ha detto il presidente della Corte costituzionale Gehrart Holzinger prima di leggere il dispositivo con cui è stato accolto il ricorso.
E’ la prima volta che viene annullato un ballottaggio in Austria.
“Non ci devono essere dubbi sulla legittimità di nessuna elezione. La decisione della Corte di ripetere il ballottaggio delle presidenziali non è qualcosa di cui rallegrarsi, ma dimostra che la democrazia e lo stato di diritto funzionano”, ha dichiarato il cancelliere austriaco Christian Kern, commentando la decisione e sottolineando che le elezioni sono state invalidate “per un errore formale e non per manipolazioni o brogli”.
Kern ha poi aggiunto: “Spero che ora ci sarà una campagna elettorale breve e non emotiva. Siamo interessati a concludere rapidamente le elezioni. Chiedo a tutti i cittadini di esercitare il loro diritto di voto”.
(da agenzie)
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