Agosto 16th, 2020 Riccardo Fucile
UNA DURA BATTAGLIA PER UNA GIOVANE DEMOCRAZIA EUROPEA CHE NASCE : “CREDIAMO, POSSIAMO, VINCIAMO”
Il capo della grande fabbrica che elogia la vittoria di Lukashenko alle elezioni e tutti — TUTTI — gli operai che si alzano in piedi dichiarando di aver votato per Svetlana Tsikhanouskaya (che in teoria avrebbe preso il 10%).
Le più grandi industrie del Paese in sciopero, i sit in nelle fabbriche e i cortei che si uniscono dalle diverse strade di Minsk, e marciano assieme.
Le donne in bianco che sfilano davanti ai palazzi del potere, al grido di “Crediamo, possiamo, vinciamo” I soldati che abbassano gli scudi e vengono abbracciati dai manifestanti.
Queste sono le immagini che arrivano dalla Bielorussia, ultimo Paese europeo a essere governato da un tiranno di nome e di fatto, Alexandr Lukashenko, che ha appena rivinto le elezioni con il “solito” 80% dei consensi e i “soliti” brogli, dopo mesi di repressione e incarcerazioni di qualunque candidato osasse sfidarlo.
La storia (forse) la conoscete: questa volta l’illusione non è riuscita.
Svetlana Tsikhanouskaya, moglie di uno dei candidati sfidanti arrestati o fatti fuggire da Lukashenko, si è candidata presidente e ha sfidato il tiranno. Ha perso, come si sapeva sarebbe accaduto, ma negli exit poll indipendenti condotti da agenzie europee nei seggi esteri — quelli in cui il governo non può imbrogliare — 86 elettori su 100 hanno indicato la loro preferenza per Svetlana Tsikhanouskaya e solo il 3% ha ammesso di aver votato Lukashenko.
E i cittadini bielorussi, non bastasse, sono scesi in massa in piazza e hanno scioperato nelle fabbriche per dimostrare al mondo la gigantesca finzione che si era appena consumata.
Quel che vediamo oggi, una democrazia che nasce, è bellissimo. Quel che non vediamo — ma che ci viene raccontato: altro indizio di un regime che muore — è la repressione delle proteste, sono le migliaia di arresti di manifestanti , oppositori politici e giornalisti, sono i pestaggi in strada da parte di poliziotti in abiti civili, sono le torture che subisce chi viene fermato, sono i morti che questa piccola, grande rivoluzione, se mai sarà , lascerà sul terreno.
C’è altro ancora, che non vediamo, ma possiamo solo intuire. C’è la delicatezza geopolitica di questa rivoluzione, pericolosissima come tutto ciò che avviene ai confini della Russia di Putin, che si sente fisiologicamente minacciata quando in uno dei suoi stati-cuscinetto — e la Bielorussia lo è, come lo era l’Ucraina — una satrapia asiatica cede il passo a una democrazia occidentale.
Chi ne sa qualcosa, lo dice apertamente: tutto bello, ma Putin non lascerà mai la Bielorussia in mano a europei e americani dopo aver già perso l’Ucraina e i Paesi baltici. Ed Europa e Stati Uniti non hanno la forza politica di stare dalla parte del popolo, soprattutto l’America nel bel mezzo del suo anno elettorale — e certo non con un presidente come Donald Trump, sui cui ambigui rapporti con la Russia si è speculato un bel po’. Pure lo strano e imbarazzato silenzio del governo italiano ha la sua inquietante eloquenza, in questo scenario.
Ecco, se non ci sono loro, dobbiamo esserci noi.
Noi mezzi d’informazione — perdonate l’autoreferenzialità — che dobbiamo accendere un faro su quel che accade e tenerlo acceso più che possiamo, per evitare che l’ignavia della politica trasformi la rivoluzione in una violenta repressione del dissenso.
Ma anche noi opinione pubblica — cioè, voi che state leggendo — che dovete porre attenzione a quel che accade ai confini del nostro mondo.
Per loro, i bielorussi, che stanno lottando ma anche per noi, perchè in un mondo post pandemico in cui i tiranni e gli autocrati stanno rialzando la testa, dalla Russia alla Turchia alla Cina — sì, dovremmo occuparci un po’ di più pure di Hong Kong — e in cui persino in Occidente una democrazia che nasce è un fiore nel deserto.
E che nasca in uno di quelle terre devastate tra Russia e Germania, Europa e Asia, Est e Ovest, dal Novecento di Hitler e Stalin, è ancora più bello.
Forza, Bielorussia, siamo tutti con te.
(da Fanpage)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
SMONTATA LA BUFALA CHE DIAMO PIU’ SOLDI DI QUANTI NE RICEVIAMO: IL SALDO PARZIALE NEGATIVO DI 3-5 MILIARDI E’ RIBALTATO DAGLI 80 MILIARDI DI BENEFICIO ANNUALE E DI ALTRI 10 MILIARDI PER AGRICOLTURA E LAVORO
Indipendentemente dall’enorme impatto che avrà su Italia e Europa il Next Generation EU, perchè
non ha senso dire che l’Italia (cosi’ come altri Paesi) è stata sinora un “contributore netto” al bilancio dell’Unione europea?
E’ vero che l’Italia versa al bilancio UE tra i 12 e i 15 miliardi € all’anno, ricevendone indietro soltanto 9 o 10 (prima del Next Generation/Recovery Fund ovviamente, che cambierà tutte le carte in tavola)?
E’ vero, ma solo da un punto di vista contabile e di breve periodo. Perchè se i costi dell’Europa si possono facilmente quantificare (meno di una tazzina di caffè al giorno per ciascuno di noi, secondo una metafora facile e veritiera), i suoi benefici non si misurano soltanto con i fondi attribuiti direttamente al proprio paese, sotto forma di “fondi strutturali” o sovvenzioni agli agricoltori. Si misurano in benefici spesso non quantificabili.
E’ come quando si pagano le tasse allo Stato: lo si fa per avere in cambio dei servizi e dei benefici, scuole di qualità , ospedali efficienti e accessibili, pensioni adeguate, strade sicure. Non chiediamo allo Stato di restituirci le cifre da noi versate. Gli chiediamo soprattutto servizi e benefici. La stessa cosa succede al bilancio UE.
I 27 governi, cioè i “contribuenti” al bilancio europeo, versano alle casse dell’Unione una quota (pari a circa l’ 1% del PIL) per avere in cambio benefici o “beni pubblici europei”, come il poter aderire a un mercato unico da 450 milioni di persone, come le opportunità di muoverci senza ostacoli all’interno di questo spazio comune come turisti, lavoratori o studenti, come la possibilità di affrontare uniti sfide come il clima, l’intelligenza artificiale o il terrorismo, o come le direttive europee che permettono all’aria di essere più pulita, ai giocattoli e agli elettrodomestici di essere più sicuri, al nostro patrimonio culturale di essere più protetto, etcetera etcetera.
L’Italia, versando la sua “quota d’iscrizione” annuale di 12-15 miliardi di euro (a seconda degli anni), riceve dal club europeo tutti questi benefici e opportunità (si calcola un beneficio annuale per l’Italia di 80 miliardi di € solo per la sua partecipazione al mercato unico!), e oltre a tutto ciò, anche 9-11 miliardi di euro che le autorità nazionali o regionali italiane possono spendere a fondo perduto a sostegno degli agricoltori, di progetti di sviluppo locale, corsi di formazione professionale, lotta alla disoccupazione o inclusione sociale.
Sommando il tutto, si tratta di un beneficio netto per qualunque paese partecipi all’Unione europea, sia per quelli che, da un punto di vista puramente contabile, contribuiscono più di quanto ricevano direttamente, sia per gli altri.
Ancora due esempi per chiarire ulteriormente: se un progetto di ricerca europeo coordinato, poniamo, in Svezia, sviluppa un nuovo farmaco o una nuova fonte di energia, grazie al lavoro congiunto di scienziati di paesi diversi, come si può calcolare il beneficio? Dal punto di vita contabile questi fondi vanno attribuiti alla Svezia, paese in cui il progetto è coordinato, ma il beneficio andrà a tutti i cittadini europei (e non solo) che un giorno potranno beneficiare di quel farmaco o di quella invenzione. Che probabilmente non sarebbero stati scoperti se non ci fossero stati il partenariato e il finanziamento europei.
Secondo esempio: con fondi UE attribuiti a un paese X, una ditta italiana si aggiudica un appalto per un nuovo aeroporto in quel paese. Sotto il profilo contabile, questi fondi vanno al Paese X. Nella realtà , il beneficio va anche all’impresa italiana e, soprattutto, a tutti i viaggiatori che utilizzeranno quell’aeroporto, che siano cittadini di quel paese oppure no.
Per rispondere alla domanda iniziale: la definizione di paesi “contributori netti” è miope e fuorviante.
Investire nell’Europa non significa cercare di trarre il massimo ritorno nei nostri confini: significa investire nel nostro orizzonte comune, nello spazio economico, politico, sociale, scientifico, di cui l’Italia fa parte. Un’Europa prospera e dinamica è nell’interesse nazionale di qualunque paese europeo. Nel breve e nel lungo periodo.
Anche a prescindere dai piani d’emergenza come il Recovery Fund.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
ORA LA PARTITA SI GIOCA SULLE RIFORME NAZIONALI
Ci sono voluti — si fa per dire — solo quattro giorni alla Ue per raggiungere un accordo sul Recovery Fund. Una svolta senza precedenti nella sua storia economica. Per la prima volta è stata superata la barriera del debito comune europeo, dopo giorni e notti di resistenza da parte dei Paesi frugali.
Il risultato immediato è un grande «impulso di fiducia» per l’Unione Europea e una grande vittoria per Giuseppe Conte, dice a Open Mujtaba Rahman, direttore del dipartimento lavoro della società di consulenza Eurasia Group in Europa, fondata dal politologo Ian Bremmer.
La svolta c’è stata e questa volta i mattatori non sono solo Angela Merkel ed Emmanuel Macron: «Nessuno avrebbe potuto farcela da solo». Ma, per una Europa che si prepara a fare debito comune, i rischi riguardano ora «i delicati rapporti tra Stati».
La quadra sul Recovery Fund è stata accolta — soprattutto dal blocco di Italia, Francia e Germania — come una svolta storica. Siamo davanti a un vero successo?
«L’accordo è un grande risultato per i Paesi del sud Europa. Possiamo parlare di un momento spartiacque per l’Unione europea, si sono superate certe barriere. L’idea di prestiti su larga scala e di trasferire il denaro ai Paesi più colpiti dall’epidemia aiuti soprattutto sotto forma di sovvenzioni e non di prestiti. E un periodo di 30 anni per restituire i soldi prestati. Sono tutte innovazioni che fanno di questo accordo un momento storico e significativo. Ma ora la vera domanda è come verrà implementato. Perchè compiere passi falsi causerebbe danni enormi, in particolare per paesi come l’Italia».
L’Italia è stata il maggior beneficiario dei fondi. Come vede il ruolo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte?
«Nel breve termine ha sicuramente rafforzato la posizione del premier Giuseppe Conte, che è stato uno dei principali sostenitori a livello europeo dell’accordo. Le nazioni Frugali si erano opposte alle sovvenzioni per il valore di 390 miliardi di euro e se si pensa al punto di partenza e al risultato finale, questa è stata una grande vittoria simbolica per Conte e per il governo italiano. L’opposizione italiana sta davvero facendo fatica a capire come attaccare l’accordo. Va riconosciuto a Conte di aver permesso all’Italia di fare un grande passo avanti nell’integrazione europea. Se nel lungo termine altererà la politica italiana rendendo la sua appartenenza all’Ue meno traballante dipenderà dall’implementazione dell’accordo».
Qual è stato l’elemento cruciale per arrivare a un compromessi con gli Stati del “Nord”?
«I Paesi frugali sono riusciti a ottenere un aumento sui rebate, ovvero sui rimborsi spettanti agli Stati membri. E alle Nazioni del Nord Europa è toccata la fetta più grande, in particolare all’Olanda, con 1,9 miliardi. Inoltre hanno rafforzato il processo della governance, ovvero della valutazione delle riforme nazionali, riducendo tra l’altro il volume dei prestiti. Come sappiamo i fondi per il piano di aiuti saranno reperiti sul mercato e ripagati, oltre che dagli Stati membri, anche dalla Commissione Ue con risorse proprie. Ciò su cui hanno spinto i Paesi frugali riguarda le tasse green e digital da cui riusciranno a prelevare fondi aggiuntivi. Questa è stata una componente cruciale per convincere il blocco guidato dall’Olanda e dall’Austria a firmare l’accordo».
È stata veramente una sconfitta per i partiti populisti?
«Senza l’accordo è molto probabile che Conte avrebbe dovuto richiedere il Mes e la percezione pubblica sul meccanismo di stabilità continua a essere negativa. Nel breve termine, se non fosse arrivato un accordo, il governo avrebbe perso la fiducia dei cittadini e i partiti d’opposizione avrebbero sfruttato la situazione. Il governo ha ricevuto i soldi ma ora ha bisogno di spenderli in modo efficace. L’esecutivo ha la capacità di farlo? Stiamo parlando di 209 miliardi di euro. Questo è una enorme opportunità dal punto di vista economico. L’Italia ha la capacità amministrativa e istituzionale per spenderla bene? Non è ancora chiaro. Ma al momento evitare di essere obbligato a prendere il Mes è stato per Conte un grande risultato, anche se potrebbe valutare comunque di implementarlo».
In suo articolo ha parlato del rischio che l’accordo possa non funzionare. Che cosa intende?
«Ciò di cui sono preoccupato riguarda la governance e il futuro dei rapporti tra i Paesi membri. La Commissione europea è l’organo esecutivo dell’Unione europea e ha il potere di implementare i trattati e farli rispettare. Quello che il premier austriaco e olandese hanno chiarito fin da subito è che non credono che la Commissione sia in grado di assicurarsi che, per esempio in Italia, le riforme siano studiate e implementate. La discussione politica deve quindi essere molto calibrata e cauta altrimenti, nel peggiore dei casi, potrebbe avvelenare la relazione tra i leader dell’Ue. I partiti populisti potrebbero ribadire che le riforme nazionali non sono decise attraverso deliberazioni con Bruxelles, ma decise da altre capitali europee. Ma al momento l’accordo ha infuso un grande spirito di fiducia nell’Ue, che procede emettendo debito comune e ridistribuendo i fondi ottenuti ai paesi più bisognosi. Non c’è alcun impatto economico negativo. È una mossa seria che ha aumentato la fiducia negli investitori e la loro volontà di entrare nel mercato europeo. Ma, come già detto, al momento è tutto teorico. Il banco di prova effettivo per valutare l’accordo e le sue conseguenze — soprattutto in Italia — dipenderà dal modo in cui i soldi verranno spesi».
Una delle sorprese del vertice è stato l’intervento del premier ungherse Viktor Orban. Qual è il suo gioco?
«Da sempre Orbà¡n cerca soldi in Europa per sostenere il suo network corrotto. E c’è riuscito. Orbà¡n gestisce quella che possiamo definire una cleptocrazia e ha bisogno di continui flussi di denaro per tenere in piedi il suo governo. Non penso che fosse davvero preoccupato per la solidarietà europea. Voleva ottenere fondi ed evitare l’intrusione europea nei suoi affari domestici. E ha avuto successo in entrambi i casi. Un giorno dopo l’accordo ha licenziato il direttore del primo sito web non governativo in Ungheria: Index. Sintomo che l’accordo ha rafforzato la sua posizione politica e di controllo».
Dietro al risultato del premier Conte, quanto hanno pesato il ruolo di Merkel e Macron?
«Tutti dovevano avere un ruolo. Angela Merkel non avrebbe potuto farcela da sola, lo stesso per il presidente Emmanuel Macron. Anche Charles Michel non avrebbe avuto successo da solo. Ecco perchè l’Ue è un’organizzazione multilaterale. Nessun Paese sarebbe stato in grado di portare a casa questo accordo da solo. E’ stato uno sforzo collettivo. Questo è ciò che ha di grandioso e storico il compromesso raggiunto a Bruxelles. E dobbiamo essere realisti a riguardo: era più grande di Merkel, di Macron e di Conte. Si tratta del risultato di tutta l’Unione».
(da Open)
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Luglio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
IL RICHIAMO AL FARMACO CONTRO I DISTURBI GASTRICI: CHI DI MALOOX FERISCE, DI MALOOX PERISCE
È stato il nome del farmaco anti-disturbi gastrici più utilizzato dai leghisti in risposta a chi li criticava. Oggi che, come specchio riflesso, viene propinato a loro sul tema dell’accordo per il Recovery Fund, i sostenitori del Carroccio non l’hanno presa benissimo.
Il tutto è partito da una vignetta di Makkox pubblicata sull’edizione odierna de Il Foglio. Quel disegno è stato mostrato dalla conduttrice di Omnibus (su La7) al senatore Alberto Bagnai in collegamento. E non l’ha presa benissimo questa legge del contrappasso.
Insomma, la satira è apprezzata solo quando la si usa e non si subisce. Il senatore leghista, infatti, non ha apprezzato il gesto della conduttrice di Omnibus che, anche per stemperare i toni accesi del dibattito sul Recovery Fund, ha deciso di mostrarla e lui e alla telecamera.
«Bene, sono contento che lei si diverta», ha risposto causticamente Alberto Bagnai alle risate della conduttrice che hanno accompagnato la presentazione di quella vignetta. Insomma, il leghista non l’ha presa benissimo e non ha neanche apprezzato il disegno realizzato da Makkox.
Ma si sa: chi di Maalox ferisce, di Maalox perisce. Non si può essere contenti solo quando viene prescritto agli altri.
(da agenzie)
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Luglio 21st, 2020 Riccardo Fucile
ECCO COME FUNZIONA: I PRESTITI VANNO RESTITUITI IN 30 ANNI, DAL 2027 AL 2058… L’ITALIA POTRA’ AVER A INIZIO 20121 UN ANTICIPO DI 20,9 MILIARDI.. LE RIFORME RICHIESTE PER TUTTI I PAESI: GIUSTIZIA, FISCO E LAVORO
I soldi che l’Italia avrà dal Recovery Fund sono in tutto 209 miliardi, tra prestiti e risorse a fondo perduto, ma cosa dovrà fare il Governo per farli arrivare nelle casse dello Stato? Quali riforme bisogna mettere sul piatto?
E se un Paese ritiene che stiamo facendo i furbi, fino a che punto può bloccarci?
La svolta è nel meccanismo che sta alla base del Recovery Fund. Per la prima volta nella storia, infatti, i 27 Paesi membri dell’Unione europea danno mandato alla Commissione di indebitarsi a loro nome per una cifra record di 750 miliardi.
In pratica questi soldi saranno raccolti sui mercati e poi distribuiti ai singoli Paesi sotto forma di prestiti (360 miliardi) e sussidi (390 miliardi).
Ma a pagina 1 delle conclusioni del Consiglio europeo che ha raggiunto l’intesa c’è scritto che la strategia anti Covid è “limitata nel tempo” perchè il quadro base è e resta il quadro finanziario pluriennale, cioè il bilancio 2021-2027 che pur subisce modifiche proprio per l’innesto del Recovery Fund.
I soldi. Quando arrivano?
La gamba più pesante del Recovery Fund è il Fondo per la ripresa e la resilienza con 672,5 miliardi. I soldi saranno distribuiti ai vari Paesi tra il 2021 e il 2023.
Con quale cadenza? Il 70% dei soldi va impegnato dall’Europa nel 2021-2022, mentre il restante 30% deve essere impegnato entro la fine del 2023. Quindi l’Italia avrà circa 146 miliardi nei prossimi due anni, mentre i restanti 63 miliardi arriveranno nel 2023.
Una novità dell’ultim’ora è il prefinanziamento del 10%: questa fetta di soldi arriverà prima di tutti gli altri.
Sempre nel 2021, ma sarà un anticipo rispetto al resto delle risorse che dovranno passare dal meccanismo dei controlli. La condizione, però, è che questi soldi siano utilizzati per misure che siano coerenti con il programma generale.
Per l’Italia l’anticipo si traduce in 20,9 miliardi e questi soldi possono coprire le spese sostenute a partire da febbraio di quest’anno. In pratica questi soldi potranno essere utilizzati per coprire una parte delle spese imposte dal Covid.
Come funzionano i rimborsi, la tara tra i soldi ricevuti e quelli da dare
La parte dei soldi presi a prestito (per l’Italia sono 127,4 miliardi su 202 miliardi) andrà rimborsata a partire dal 2027.
Sarà un rimborso graduale perchè ci sarà tempo fino al 31 dicembre 2058.
Anche la parte dei soldi a fondo perduto (la quota italiana è di 81,4 miliardi) va inquadrata in un meccanismo di dare-avere. Perchè se è vero che all’Italia andranno 81,4 miliardi è pur vero che l’Italia, come tutti gli altri Paesi, dovrà poi partecipare al rimborso comunitario relativo al Fondo.
I 750 miliardi, infatti, sono soldi che il mercato presta e l’Europa deve quindi restituirli. E per restituirli ci sono due meccanismi: le tasse, come quella sulla plastica, e i contributi che ogni Paese dà al bilancio comunitario.
La stima dei soldi che l’Italia dovrà dare in termini di contributo è di 40,6 miliardi. Per questo tra dare e avere quello che resterà in Italia saranno circa 40 miliardi di soldi a fondo perduto.
Il criterio della ripartizione
Il criterio guida per i soldi che saranno erogati nel 2021 e nel 2022 è quello della disoccupazione relativa al periodo 2015-2019: più è alta, più soldi arrivano.
Nel 2023 si cambia: il criterio sarà la perdita del Pil nel 2020 e quella cumulativa, sempre del Pil, nel 2020-2021. Inquadrata nell’ottica italiana, il secondo tempo sarà migliore del primo.
Quindi il vantaggio maggiore sarà nel 2023 perchè il Pil, proprio secondo le stime della Commissione europea, avrà un trend molto negativo nei prossimi due anni. Il cambio del criterio è arrivato sul filo di lana e proprio per questo motivo l’importo dei prestiti in favore dell’Italia è risultato alla fine maggiore rispetto a quello previsto inizialmente.
I requisiti del piano italiano per avere i soldi. Quali riforme e quali impegni?
Ogni Paese, e quindi anche l’Italia, deve preparare un piano nazionale, quello comunemente definito Recovery Plan. Un piano triennale (2021-2023) che andrà presentato in autunno e che tuttavia, se giudicato idoneo, non garantirà l’erogazione totale dei soldi. Uno dei punti delle conclusioni, infatti, specifica che i piani “saranno riesaminati e adattati, ove necessario, nel 2022 per tenere conto della ripartizione definitiva dei fondi per il 2023”.
Questo significa che la fetta del 30% dei soldi, che sarà distribuita nel 2023, potrebbe essere vincolata a una revisione del piano.
Ma l’Italia cosa dovrà fare?
Come tutti gli altri Paesi dovrà presentare un piano coerente con le raccomandazioni specifiche che la Commissione dà a ogni singolo Paese. Al punto A19 delle conclusioni, infatti, si legge che il piano per la ripresa sarà valutato dalla Commissione entro due mesi dalla presentazione. Sarà quindi novembre-dicembre.
Ma soprattutto c’è scritto che nella valutazione il punteggio più alto “deve essere ottenuto per quanto riguarda i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese”. Il riferimento alle raccomandazioni è qui.
Considerando che quelle del 2020 non valgono per via del Covid, bisogna andare a riprendere quelle del 2019.
Eccole le richieste: contrasto all’evasione, alla corruzione e al lavoro sommerso, ma anche riduzione dei tempi della giustizia e politiche attive per quanto riguarda il mondo del lavoro. Soprattutto c’è una riduzione della spesa pubblica che deve portare a una correzione strutturale (quindi a una manovra) pari allo 0,6% del Pil.
E poi le entrate straordinarie devono andare ad abbattere il debito, ma è necessario anche tagliare le agevolazioni fiscali e “razionalizzare” le aliquote Iva. Tradotto: l’Italia deve fare una riforma della giustizia, ma anche una del fisco e una del lavoro.
Tra gli elementi che impattano sulla valutazione positiva ce ne sono di altri altrettanto impegnativi: il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e “la resilienza sociale ed economica dello Stato membro. E anche “l’effettivo contributo alla transizione verde e digitale” rappresenta una condizione preliminare per ottenere il disco verde.
Come funzionerà il giudizio dell’Europa sul piano italiano
La valutazione del piano dovrà essere approvata dal Consiglio, a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione. Il via libera è un atto di esecuzione che il Consiglio adotta entro un mese dalla proposta. Ma bisogna soddisfare i target intermedi e finali. Perciò la Commissione chiederà al Comitato economico e finanziario se questi target vengono conseguiti.
Il freno
Uno o più Stati membri, però, potrebbe dire: no, così non va. “In via eccezionale” è scritto sempre nelle conclusioni, ma l’eccezione è comunque una possibilità e come tale può essere quindi esercitata. Un Paese può dire che ci sono “gravi scostamenti dal soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali”.
Può allora chiedere che il presidente del Consiglio europeo rinvii la questione al successivo Consiglio europeo. In caso di rinvio c’è una strada tenue nel senso che la Commissione non prenderà nessuna decisione sul conseguimento dei target fino a quando “il prossimo Consiglio europeo non avrà discusso la questione in maniera esaustiva”.
Ma non potrà prendere tempo all’infinito. Anzi. Potranno passare al massimo tre mesi dal momento in cui la Commissione ha chiesto il parere del comitato economico e finanziario.
(da agenzie)
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Luglio 21st, 2020 Riccardo Fucile
I PAESI DEVONO DIMOSTRASI ALL’ALTEZZA DEL COMPITO STORICO
Prima li hanno chiamati “paesi del Sud” contro i “paesi del Nord”: erano i tempi in cui si discutevano i piani di aiuti Europei e i possibili impieghi del MES. Poi è arrivata una nuova divisione lessicale: i “frugali” contro gli “ambiziosi”, nella fase di contrattazione del Recovery Fund. Da oggi, però, i Paesi possono essere semplicemente definiti europei. Membri di un processo di integrazione economico, sociale, culturale, politico.
A chiudere mesi di tentativi di divisione, più lessicale, che reale, più social, che politica, è l’accordo sul Recovery Fund: 750 miliardi per aiutare i Paesi più colpiti dal Covid-19. L’accordo è arrivato nonostante le preoccupazioni dei Paesi Bassi, tacciati da molti di essere egoisti, nonostante fosse evidente che le diverse condizioni di conti pubblici, non avrebbero permesso un facile allineamento degli interessi.
L’Italia si porta dietro una difficile condizione dei conti pubblici, con un debito pubblico che ha superato 2.508 miliardi di euro, e un rapporto debito/PIL che passerà dal 138 per cento del 2018 a oltre il 155 per cento.
Numeri del tutto diversi da quelli dei nostri colleghi europei, nell’Unione la media si attesta infatti all’83 per cento. Il nostro Paese ha più volte infranto le regole europee: dagli aiuti di Stato (come nel caso di Alitalia), allo sforamento del deficit, ad alcune mancate liberalizzazioni (ad esempio nel caso della Direttiva Bolkestein). Misure come Quota 100 sono state fortemente criticate in sede europea, a causa delle pesanti esternalità negative che avrebbero creato sulla stabilità dei conti pubblici.
Eppure, nonostante tutto — e nonostante sia mancato un reale piano di riforme — l’Italia, paese fondatore dell’Unione Europea, è stata sostanzialmente accontentata. Di questo risultato, Giuseppe Conte, dovrebbe ringraziare anche Emmanuel Macron, che per primo si è battuto, insieme ad Angela Merkel, affinchè si potesse trovare un accordo condiviso, senza rischiare il veto nel Consiglio dei Paesi Bassi.
Nonostante le differenze, l’accordo sul Recovery Fund dimostra che il progetto di integrazione Europeo è più vivo che mai. La necessità di condividere i rischi ha prevalso sulla possibilità di disgregare lo spirito d’unione dei Paesi. Questo può essere accaduto anche per convenienza sia economica che politica: il veto dei Paesi Bassi avrebbe permesso ai sovranisti anti-Europa di continuare con la retorica della “guerra tra Stati”, e al tempo stesso un tracollo dei Paesi più vulnerabili avrebbe condizionato fortemente anche gli altri stati membri: uno scenario che non avrebbe fatto bene nè al Paese, nè agli equilibri europei.
Rimane da affrontare il tema del MES, il Fondo Salva Stati, da sempre osteggiato da Conte, che in passato ha però dimostrato efficacia come sostegno e coadiuvante ad azioni di riforma, quantomeno nei casi di Spagna, Portogallo e Irlanda. Accettare o richiedere ulteriori fondi, attraverso il prestito MES non sembra, ad oggi, un’opzione gradita al Governo giallorosso, e il fronte del no è esteso anche a forze di opposizione, come Lega e Fratelli d’Italia.
Dal 1945 ad oggi, il processo di integrazione europea ha tagliato numerosi traguardi, con passi avanti e qualche passo indietro. La giornata di oggi, però, porta l’Unione Europea vicina a quell’idea di “Stati Uniti d’Europa” che regnava nei pensieri dei padri fondatori. Un insieme di forze e di Paesi uniti non solo in una condivisione di obiettivi, ma anche in quella dei rischi, perchè è davvero solo così che un continente può vincere le sfide globali del nuovo millennio.
(da TPI)
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Luglio 21st, 2020 Riccardo Fucile
IL PREMIER: “ORA POSSIAMO CAMBIARE VOLTO ALL’ITALIA”… L’ITALIA RICEVERA’ 209 MILIARDI (82 A FONDO PERDUTO E 127 DI PRESTITI)… SPERANDO CHE LI SPENDA MEGLIO DI QUANTO HA FATTO FINORA
Ci sono voluti quattro giorni e quattro notti, ma alla fine un lungo applauso ha sancito l’accordo al
vertice europeo sul Recovery Fund ed il Bilancio Ue 2021-2027. Sintomo che “l’Europa è solida, è unita” ha esultato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel dopo una maratona negoziale di oltre 90 ore che ha fatto del summit il più lungo della storia dell’Unione.
All’Italia l’intesa porta una dote di 209 miliardi. Un piatto ancora più ricco (82 miliardi di sussidi e 127 di prestiti) rispetto alla proposta della Commissione di maggio, che destinava al nostro Paese 173 miliardi (82 di aiuti e 91 di prestiti).
Una quota “davvero molto consistente: il 28% – dice molto soddisfatto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – Abbiamo anche migliorato l’intervento a nostro favore, se consideriamo la proposta originaria della Commissione Ue e della presidente von der Leyen. Avremo una grande responsabilità : con 209 miliardi abbiamo la possibilità di far ripartire l’Italia con forza e cambiare volto al Paese. Ora dobbiamo correre”, rimarca Conte, affermando di aver conseguito questo risultato “tutelando la dignità del nostro Paese”.
â€³È un momento storico per l’Europa e per l’Italia” dice ancora, “siamo soddisfatti: abbiamo approvato un piano di rilancio ambizioso e adeguato alla crisi che stiamo vivendo”.
Ora il ritorno in patria, con la convinzione che “il Governo italiano è forte: la verità è che l’approvazione di questo piano rafforza l’azione del Governo italiano”.
Uno dei temi che riemergeranno è quello del ricorso al Mes, ma Conte ribadisce ora con più forza che “non è il nostro obiettivo, l’obiettivo è valutare il quadro di finanza pubblica e le necessità e valutare gli strumenti nel migliore interesse dell’Italia. Il piano che oggi approviamo ha assoluta priorità nell’interesse dell’Italia. Ci sono prestiti molto vantaggiosi”. Anzi la speranza di Conte è che il Recovery Fund possa “contribuire a distrarre l’attenzione morbosa attorno al Mes”.
L’Italia si trova ora davanti a uno dei suoi punti deboli: saper spendere. “Abbiamo già lavorato al piano di Rilancio, elaborato progetti e condiviso con tutte le componenti della società . Rimane un ultimo confronto con le opposizioni, dopodichè avremo un quadro definito dei progetti. Dovremo declinarne la priorità e individuare quelli da selezionare in prospettiva europea – dice ancora Conte – La costruzione di una task force operativa, al di là di uno staff che ha già lavorato al piano di Rilancio, sarà una delle priorità che andremo a definire in questi giorni perchè dovrà partire al più presto”.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di “giornata storica per l’Ue”, che per la prima volta mette in comune il suo debito per rafforzarsi e reagire alla crisi seminata dal Covid-19.
Un “buon segnale” per Angela Merkel, mentre per il commissario Paolo Gentiloni il Next Generation Eu ”è la più importante decisione economica dall’introduzione dell’euro”.
L’annuncio dell’intesa è arrivato intorno alle 5.30 del mattino, dopo che i leader hanno trascorso ore e ore a ricontrollare tutti i documenti concordati. L’ultimo tema più controverso – il rispetto della condizionalità sullo stato di diritto – invece, è stato risolto per acclamazione contraddicendo le più fosche previsioni.
La soluzione è stata individuata dopo un meticoloso lavoro di cucitura, a piccoli gruppi, svoltosi nella giornata di lunedì, per modificare la proposta presentata sabato. Un testo in cui la condizionalità è stata così tanto diluita che lo stesso leader ungherese, Viktor Orban (pronto alla guerra totale assieme al polacco Mateusz Morawiecki) ne ha addirittura applaudito con entusiasmo l’adozione, arrivando a congratularsi con Macron per gli input risolutivi.
Sul Recovery Fund la dotazione complessiva del piano per sostenere i Paesi più colpiti dal passaggio del Covid-19 è rimasto fissato a 750 miliardi. Dopo varie oscillazioni, rispetto ai 500 miliardi iniziali l’asticella della quota di sussidi si è fermata a 390 miliardi di euro, con la Resilience e Recovery Facility, il cuore del Fondo per il rilancio economico, allocato direttamente ai Paesi secondo una precisa chiave di ripartizione, a 312,5 miliardi.
La sforbiciata ha ridotto invece i trasferimenti spacchettati tra i programmi, 77,5 miliardi (rispetto ai 190 mld pensati dalla Commissione). I
n particolare, è stata azzerata la dotazione di Eu4Healt, il nuovo programma europeo per la sanità . A farne pesantemente le spese, anche il Just Transition Fund e il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale.
Il bilancio europeo 2021-2027 è rimasto a 1.074 miliardi di impegni. Ma sono stati accontentati i Frugali con succulenti rebates, i rimborsi introdotti per la prima volta su richiesta del Regno Unito ai tempi di Margaret Thatcher, che con la Brexit molti leader Ue avrebbero voluto cancellare.
In alcuni casi sono stati raddoppiati. Alla Danimarca sono andati 322 milioni annui di rimborsi (rispetto ai 222 milioni della proposta di sabato); all’Olanda 1,921 miliardi (da 1,576 miliardi) ; all’Austria 565 milioni (da 287), e alla Svezia 1,069 miliardi (da 823 milioni).
Risolta anche la spinosa questione della governance sull’attuazione delle riforme dei piani nazionali che dovranno essere presentati dai Paesi per avvalersi delle risorse. La chiave di volta è stato un super-freno di emergenza emendato, oggetto di un negoziato durissimo tra Giuseppe Conte e Mark Rutte durato fino all’ultimo minuto, del quale il coriaceo olandese alla fine si dice soddisfatto
In sostanza, i piani presentati dagli Stati membri saranno approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata, in base alle proposte presentate dalla Commissione. La valutazione sul rispetto delle tabelle di marcia e degli obiettivi fissati per l’attuazione dei piani nazionali sarà affidata al Comitato economico e finanziario (Cef), gli sherpa dei ministri delle Finanze. Se in questa sede, “in via eccezionale”, qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà chiedere che la questione finisca sul tavolo del Consiglio Europeo prima che venga presa qualsiasi decisione.
Per quanto riguarda il bilancio Ue, sarà il Parlamento europeo a doversi esprimere sul bilancio da 1.074,3 miliardi. Per ricevere gli aiuti, invece, in autunno il governo italiano dovrà proporre un Piano di riforme che sarà valutato dalla Commissione entro due mesi. A pesare saranno il tasso di rispetto di politiche verdi e digitali e delle raccomandazioni Ue 2019-2020. Le riforme riguarderanno pensioni, lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità .
I fondi inizieranno ad arrivare nel secondo trimestre del 2021, ma potranno essere usati retroattivamente anche per coprire le misure prese dal febbraio 2020, purchè compatibili con gli obiettivi del Recovery Fund.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile
LA PLENARIA IN NOTTATA… L’ITALIA AVREBBE, RISPETTO ALLA BOZZA INIZIALE BEN 35 MILIARDI IN PIU’ (+ 38,8 DI PRESTITI, – 3,8 DI SUSSIDI)… INOLTRE BLOCCA I FRUGALI SULLA LORO RICHIESTA DI UNANIMITA’ PER L’EROGAZIONE DEI FONDI… IL PROBLEMA SARA’ POI COME VERRANNO SPESI
Raccontano che Giuseppe Conte si è battuto fino all’ultimo a Bruxelles per mantenere l’ammontare totale del recovery fund sui 750mld di euro, stabiliti dalla proposta von der Leyen.
Altri leader si sarebbero accontentati di 700mld, sfiancati dalle trattative in corso da venerdì: questo rischia di essere il Consiglio europeo più lungo della storia recente dell’Ue. Almeno dal 2000, quando a Nizza, sull’omonimo Trattato, i leader restarono riuniti dal giovedì mattina fino all’alba del martedì seguente. Conte però in questa battaglia si è giocato tutto: reputazione europea e stabilità di governo nazionale.
Alla fine riesce a ottenere una bozza finale di accordo (sempre che sia l’ultima), stilata dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che conferma i 750mld e non tocca i capitoli che più interessano all’Italia.
Sempre che domattina il quadro resti in questi termini: mentre scriviamo, la plenaria che dovrà esaminare il tutto e dare eventualmente il via libera all’unanimità è in corso, più volte rimandata nella giornata.
In sostanza, rispetto alla proposta Michel di sabato scorso (750mld totali, 500mld di sussidi e 250mld di prestiti), dalla nuova ripartizione (750mld totali, 390mld di sussidi e 360 di prestiti), l’Italia riesce a ottenere una disponibilità maggiore di prestiti pari a +38,816mld (127,4mld rispetto agli 88,584mld che avrebbe avuto con la prima bozza) e vede ridursi la quota dei sussidi di soli 3,842mld (81,4mld contro gli 85,242mld della prima proposta).
Il saldo tra sovvenzioni e prestiti è positivo: quasi 35mld in più per l’Italia (da 173,826mld a 208,8mld). Un calcolo che trova spiegazione nel fatto che i due capitoli del pacchetto ‘Next generation Eu’ dai quali l’Italia prenderà le maggiori percentuali di sussidi, il ‘Recovery and resilience facility’ (20 per cento) e ‘React Eu’ (32 per cento), non vengono toccati o ridotti di poco.
E poi c’è la questione della ripartizione di queste risorse negli anni: 70 per cento nel 2021-22 e 30 per cento nel 2023, ma tutto basato sul calo del pil per quest’anno e l’anno prossimo. Roba che, ahinoi, per via della pandemia ‘premia’ l’Italia, la più colpita di tutta Europa dal covid.
La delegazione italiana incrocia le dita.
La bozza di Michel di fatto limita le pretese dei frugali. Olanda, Svezia, Danimarca e Austria riuscirebbero a ottenere un aumento degli sconti ai contributi sul bilancio europeo (rebates) e un meccanismo di governance che gli assegna un certo controllo di come verranno spesi i soldi dagli Stati membri, ma non otterrebbero l’unanimità per far passare l’erogazione dei fondi in Consiglio Ue.
L’unanimità era la battaglia, per molti versi in solitaria, dell’olandese Mark Rutte, il falco di questo Consiglio, il premier che ha bloccato l’intesa riuscendo a trascinare gli altri frugali, il leader col quale Conte ha più discusso di più nelle trattative a oltranza.
E sta proprio qui l’altro aspetto politico della battaglia del presidente del Consiglio italiano, sempre che la notte non cambi le carte in tavola ancora una volta. Oggettivamente, Conte è riuscito a piegare le pretese dei frugali, in particolare sull’unanimità , meccanismo che avrebbe trasferito il controllo delle risorse dalla Commissione europea ai governi nazionali, attribuendo agli Stati un potere di veto che avrebbe tradito i trattati europei.
Il recovery fund è bottino del premier e della delegazione italiana, che a Bruxelles include il ministro agli Affari europei Enzo Amendola, per parlare solo dei ruoli di governo cui vanno sommati quelli diplomatici.
E’ una battaglia iniziata all’inizio della pandemia, quando ancora l’Europa non aveva capito la gravità della situazione, quando Angela Merkel faceva squadra con i frugali e Ursula von der Leyen si ostinava a mandare avanti la sua agenda sul Green deal senza variazioni di percorso, come se nulla stesse accadendo.
La notte dirà se è tutto oro quel che luccica. Per ora lo è. E’ andata bene per Conte e il suo governo, che ora dovrà occuparsi dei piani di investimento e riforma per fare tesoro dei fondi Ue. Il Mes? A fronte dei quasi 39mld di prestiti in più ottenuti con l’ultima bozza, il Salva Stati potrebbe non essere necessario. Ma attenzione: i soldi del Meccanismo europeo di stabilità sono disponibili da subito, quelli del Recovery fund dall’anno prossimo.
(da “Huffintonpost”)
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Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile
AUMENTATI DI 7,8 MILIARDI GLI SCONTI SUI CONTRIBUTI AL BILANCIO UE PER AUSTRIA, OLANDA, DANIMARCA E SVEZIA
Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz lo aveva detto: “Non basta, vogliamo ancora di più”. Lo hanno ottenuto.
Il negoziato sulla nuova proposta di Recovery Fund presentata dal presidente del Consiglio Ue Charles Michel non è ancora concluso ma un dato è certo: dopo aver tenuto in ostaggio le trattative dei Ventisette per ben quattro giorni, i Frugali si portano a casa per i prossimi anni più di 26 miliardi di euro.
Soldi puliti che finiscono direttamente nelle casse statali e che non hanno nulla a che fare con il fondo per la ripresa legato al Covid: si tratta dei famosi “rebates”, gli sconti ai contributi che i quattro Paesi (Austria, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca, insieme alla Germania) versano come tutti al bilancio dell’Unione Europea nel prossimo quadro finanziario 2021-2027.
Gli Stati guidati dai leader più intransigenti nelle ultime 96 ore di incontri, Olanda e Austria, hanno ottenuto un’attenzione particolare da parte di Bruxelles.
C’è da ricordare che alla vigilia dello scontro sul Recovery Fund, molti Stati in Europa avevano messo ripetutamente in dubbio la legittimità di questi sconti e, nelle scorse settimane, si era addirittura parlato di una possibile soppressione di quello che molti, in particolare gli Stati del Sud, vedono come un privilegio immotivato.
I rebates invece sono entrati a pieno titolo nel negoziato sul Recovery Fund reso particolarmente ostico dall’atteggiamento dei Frugali che hanno lavorato a ridurne la portata e a incrementare i vantaggi per se stessi.
Alla fine, quindi, i rebates non solo sono stati confermati ma sono anche aumentati. Del suo contributo al budget Ue, la Danimarca riceverà indietro 322 milioni di euro l’anno. Con i vecchi sconti invece riceva “solo” 197 milioni. Anche la Svezia ci ha guadagnato nel far squadra con i Stati più “avari”: il suo sconto annuale è passato da 798 milioni a 1,06 miliardi.
Come detto però a sorridere di più sono Sebastian Kurz e Marke Rutte. Il primo può vantare un risultato notevole, essendo riuscito a raddoppiare lo sconto annuale per il suo Paese. L’Austria infatti riceverà un rimborso di 565 milioni di euro, un bel risparmio se si tiene conto che prima le tornavano indietro solo 237 milioni.
I Paesi Bassi guidati dall’avaro Rutte pure possono gioire, riceveranno 1,9 miliardi di euro.
È un gran risultato per l’Aja se si pensa che con la prima proposta di mediazione presentata da Michel il suo “vecchio” sconto non veniva incrementato (era di 1,5 miliardi annui) ma in cambio si lasciavano al 20% i costi di raccolta dei dazi doganali per conto dell’Ue, anzichè ridurli al 10%.
Concessione non da poco per un Paese che ha il porto di Rotterdam, principale punto di ingresso per le merci importate nell’Unione.
In questo modo i “Frugali” hanno ottenuto un notevole risparmio sul loro contributo al bilancio Ue. Vuol dire che la strategia di tenere sotto scacco fino a notte fonda gli altri 22 Paesi, ponendo veti e facendo infuriare persino Angela Merkel ed Emmanuel Macron, alla fine è servita.
In soldoni portano a casa per il prossimo bilancio pluriennale circa 26 miliardi e mezzo, con un incremento netto di 7,8 miliardi rispetto a quello precedente. Mica male per chi si fa chiamare “frugale”.
(da “Huffingtonpost”)
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