Destra di Popolo.net

ECCO LA BOZZA UE SUI PROFUGHI

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

SI’ ALLA REDISTRIBUZIONE DI 40.000 PROFUGHI, MA SULLE QUOTE DECIDONO I GOVERNI

Sì ai quarantamila migranti da redistribuire, ma saranno gli stati dell’Unione europea a decidere come spartirseli, entro luglio.
Ecco il compromesso a dodici stelle possibile sui migranti, la ricetta per chiudere le polemiche sull’obbligatorietà  della ripartizione chiesta alle capitali dalla Commissione Ue e sgradita a metà  dei governi dell’Unione, la soluzione con cui si spera di salvare la faccia dell’Europa solidale, incrinata dalle divisioni e dalle incertezze davanti alla tragedia dei morti nel Mediterraneo.
La bozza di conclusioni del vertice europeo in programma a Bruxelles giovedì e venerdì, di cui La Stampa ha ottenuto una copia, scrive che gli stati membri «approvano la redistribuzione per due anni da Italia e Grecia verso gli altri stati membri di 40 mila persone che abbiano evidente bisogno di protezione temporanea».
Allo stesso tempo, chiedono al Consiglio, cioè al conclave dei governi nazionali, «la rapida adozione di una decisione che istituisca il meccanismo temporaneo ed eccezionale» proposto dal Team Juncker e stabiliscono che «tutti gli Stati membri concorderanno, entro la fine del mese di luglio, sulla distribuzione di queste persone».
Chiaro, no? L’Europa sceglie di dare un aiuto iniziale ai paesi di prima linea, la Grecia e l’Italia, ma rifiuta che “le quote” (che nessuno chiama ufficialmente così) siano determinate dalla Commissione o da altre istituzioni.
Per questo si impegnano a definirle i governi, con una forma di riallocazione coordinata che assomiglia molto a una “obbligatorietà  volontaria”.
In pratica, si scioglie il nodo senza creare un precedente di diktat, e si passa il messaggio che sono gli stati ad avere l’ultima parola e non le istituzioni.
Alla prova dei fatti, il risultato concreto è lo stesso: Italia e Grecia saranno aiutate.
Quello che manca è un impegno vero a ripetere l’operazione in futuro, dunque ad costruire una vera politica dell’Immigrazione comune con regole automatiche in caso di crisi. Per questo, ci vorranno ancora discussioni e parecchio tempo.
Nel testo – che rispecchia l’orientamento del Consiglio Interni di giovedì scorso e che, naturalmente, potrebbe subire modifiche nei prossimi quattro giorni che ci separano dall’ultimo minuto del summit europeo – si chiede anche «la creazione di zone di frontiera e servizi strutturati negli stati in prima linea» con il sostegno attivo di esperti di altre capitali, dell’ufficio per l’Asilo, di Frontex e Europol in modo da «garantire la rapida identificazione, la registrazione e la presa delle impronte digitali dei migranti».
Sono gli “hotspots” in cui va concentrata l’azione di ricevimento, i centri in cui assicurare che le procedure di identificazione e controllo siano complete.
Il governo Renzi ha offerto una sede in Sicilia. Non sarà  l’unica, probabilmente.
Ad ogni buon conto, la bozza rileva come il Consiglio approva «la fornitura immediata di assistenza finanziaria rafforzata» a Italia e Grecia per «contribuire ad alleviare i costi per la ricezione e il trattamento delle domande di protezione temporanea».
Oltre a questo, i Ventotto sono chiamati ad accogliere «il principio secondo cui tutti gli Stati membri parteciperanno al reinsediamento di 20.000 sfollati in evidente bisogno di protezione internazionale».
Anche qui cade l’idea, originariamente intavolata dalla Commissione, si stabilire un meccanismo obbligatorio di ripartizione. E anche qui, i governi dovrebbero impegnarsi a decidere loro come distribuirli volontariamente.
Se il vertice europeo adotterà  questa linea, il via libera potrebbe venire dalla riunione dei ministri degli Interni Ue in programma a Lussemburgo il 9 luglio.
L’entrata in vigore sarebbe rapida e, per l’Italia, avrebbe effetto retroattivo sino al 15 aprile.
Un passo avanti. Piccolo, ma sempre meglio che niente e, comunque, qualcosa su cui si potrà  provare a costruire altro.
Per i tempi di emergenza e magari anche no.

Marco Zatterin
(da “la Stampa”)

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ECCO PERCHE’ SE LA GRECIA FALLISCE E’ ANCHE UN TUO PROBLEMA

Giugno 18th, 2015 Riccardo Fucile

UNA GUIDA PER CAPIRE LA CRISI

Da molte settimane si parla di “giornate decisive” per la crisi greca.
Ma “decisive” per cosa? La Grecia sta fallendo? Di che cosa stanno discutendo Atene e l’Europa? Perchè la questione interessa anche gli altri Paesi?
La Grecia non ha più soldi ed è fortemente indebitata con l’Europa e il Fondo Monetario Internazionale.
Il governo di Tsipras ha detto di non volere accettare nuove misure di austerità  in cambio di finanziamenti. Ma senza queste risorse il Paese rischia il fallimento.
La trattativa riguarda la possibilità  di ricevere fondi senza dovere applicare alcune di queste misure, come aumenti di tasse e tagli delle pensioni. Questo accordo va trovato entro il 30 giugno
SOLDI IN CAMBIO DI RIFORME
La trattativa riguarda la possibilità  di incassare 7,2 miliardi di euro.
Chi paga?
La famosa Troika: Bce, Fondo Monetario e Commissione Europea. Oggi ribattezzata Brussels Group
Sono tanti, sono pochi?
Sono pochi. Oltre alle spese ordinarie che il paese affronta ogni mese, e a cui riesce appena a fare fronte con gli incassi che arrivano dal gettito fiscale e da altre entrate, Atene deve pagare 1,6 miliardi al Fondo Monetario a giugno e 6,7 miliardi a luglio e Agosto alla Bce. Le risorse, senza un nuovo accordo, non servirebbero nemmeno a ripagare questi debiti. Anche per questo in molti hanno ipotizzato già  la necessità  di mettere a punto un nuovo piano di salvataggio.
La Grecia ha bisogno di soldi dalla Troika per ripagare la Troika?
Per certi versi, sì. Ue, Bce e Fmi non si comportano diversamente da un normale creditore, che pur di non perdere il proprio credito è disposto a concedere un nuovo prestito in cambio di un rimborso immediato di quanto dovuto.
Nella speranza che le condizioni future del Paese permettano alla Grecia di saldare i propri debiti.
In realtà  l’eventuale esborso da 7,2 miliardi alla fine del mese, e le relative misure di contenimento della spesa, dovrebbero consentire alla Grecia — almeno nelle intenzioni — di avere un po’ di respiro, rianimando così — questa è la speranza di Atene — l’economia ellenica.
LE TAPPE
Il 30 giugno è l’ultimo giorno utile per pagare una rata da 1,5 miliardi al Fondo Monetario Internazionale che già  include tutti i mancati pagamenti del mese.
Non pagare significa per Atene mettersi in una situazione quasi inedita nei confronti della comunità  finanziaria internazionale, dichiarando di fatto di non essere un creditore affidabile.
Inoltre il 30 giugno è anche l’ultimo giorno utile stabilito nell’accordo sottoscritto a febbraio per trovare un’intesa sulle riforme da adottare in cambio dei finanziamenti necessari per Atene.
Che cosa succede il 1 luglio?
Non esiste una risposta da manuale perchè tutti in questo momento hanno l’interesse di evitare che non si raggiunga un accordo. Bisogna quindi separare le diverse questioni. Da una parte le conseguenze per la Grecia, dall’altra quelle per gli altri Paesi.
Cosa succede il primo luglio per la Grecia
A meno di nuove proroghe, con il mancato pagamento al Fmi la Grecia interromperebbe il proprio rapporto con i creditori.
Il Fondo Monetario Internazionale darebbe il via ad un iter che porterebbe a dichiarare il Paese ufficialmente in default, cioè fallito.
In termini concreti non ci sarebbero cambiamenti immediati sulla vita dei cittadini greci. Ma è prevedibile innanzitutto che i titoli bancari greci registrino un calo molto pesante affondando la Borsa di Atene.
Sì, ma cosa cambia concretamente?
La conseguenza principale per la Grecia potrebbe arrivare dalle mosse della Banca Centrale Europea.
Fino ad oggi la Bce ha fornito della liquidità  di emergenza alle banche elleniche, che si stavano progressivamente svuotando a causa delle corsa agli sportelli da parte dei cittadini.
L’azione della Bce equivale a versare dell’acqua in un contenitore bucato sul fondo. Nel momento in cui la Bce interrompesse questa iniezione, le banche rischierebbero di svuotarsi rapidamente.
Non pagando il 30 giugno e rompendo il proprio rapporto con i creditori è prevedibile che la Bce cessi di erogare la liquidità  di emergenza, mettendo a rischio la tenuta del sistema bancario ellenico.
In questo caso, la conseguenza sarebbe molto pesante sulla vita dei greci. I cittadini si recherebbero agli sportelli per ritirare i propri depositi in euro, temendo un possibile fallimento degli istituti di credito.
È questo lo scenario peggiore di tutti, e che di fatto costringerebbe il governo ad un controllo parziale o totale ai capitali. Significa, in concreto, non avere completo accesso ai propri depositi custoditi nelle banche ed essere costretti, ad esempio, a potere ritirare dai propri conti una quota limitata dei propri risparmi.
Se la situazione non dovesse sbloccarsi, alcuni analisti hanno ipotizzato che il controllo dei capitali possa scattare anche prima del 30 giugno.
Allora la Grecia uscirebbe dall’Euro?
Non è scontato. Anche in questo caso, non essendoci precedenti, non è automatico cosa possa accadere ad Atene. Quel che è certo è che la permanenza della Grecia nell’euro è legata all’assistenza finanziaria della Banca Centrale Europea.
Senza risorse proprie e con le banche a secco per la Grecia diventerebbe sempre più inevitabile ricorrere a un’altra moneta, almeno per potere fronteggiare le proprie spese interne.
Sarebbe di fatto un abbandono della moneta unica, e quindi un’uscita dal sistema dell’euro.
Ci siamo. La Grecia esce dall’Euro, che cosa cambia per l’Europa?
La composizione attuale del debito greco è completamente diverso rispetto a quella di quattro anni fa. Allora la maggior parte era in mano ai privati, con una quota rilevante nelle banche europee, prevalentemente francesi e tedesche.
Un default in quel momento avrebbe comportato pesanti ripercussioni sulle economie del continente.
Il debito greco è invece oggi in mano prevalentemente di investitori istituzionali: i Paesi europei, direttamente o tramite il fondo salva stati Esm, la Bce e il Fmi.
Anche nel peggiore degli scenari possibili, quello di un’uscita della Grecia dall’Euro, è impensabile immaginare che Atene ripudi integralmente il proprio debito.
Il presidente dell’Eurupgruppo Jeroen Dijsselbloem l’ha ripetuto negli ultimi giorni: “Anche lasciando l’Eurozona il debito resta”. Atene potrebbe, invece, cercare di ottenere una ristrutturazione del debito stesso.
È il famoso taglio del debito che Atene chiede?
Non per forza. Ristrutturare il debito può significare tagliare l’importo delle somme che Atene deve ai Paesi europee, posticiparne le scadenze, oppure rinegoziare la quota e i tempi di pagamento degli interessi.
Questa discussione però riguarda un passaggio successivo della trattativa di questi giorni.
Riassumendo: se la Grecia fallisce l’Italia perderà  per sempre i soldi che ha prestato alla Grecia?
No. Potrebbe vederne tornare indietro solo una parte, o incassarli più avanti nel tempo o rinunciare a una parte degli interessi.
Non è questo però il pericolo principale. Il vero rischio riguarda le possibili turbolenze che un possibile default potrebbe causare sulle borse europee.
Quindi ci sono rischi per l’Europa?
Pur con tutti gli strumenti di cui la Bce si è dotata, è difficile che sia in grado di contenere completamente il possibile contagio sui mercati europei.
Anche se la situazione è migliore di due anni fa, lo scenario del default di un Paese e la prima uscita di uno Stato dall’Euro potrebbero avere conseguenze impreviste.
Il messaggio che per la prima volta si manderebbe alla comunità  finanziaria internazionale sarebbe: l’Euro non è più un blocco indistruttibile e può perdere pezzi per strada.
Lo stesso Mario Draghi, che più di tutti in questi mesi ha avuto un ruolo decisivo nel sostenere Atene, ha affermato che con l’uscita della Grecia dall’Euro “entreremmo in un terreno inesplorato”.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A MARC AUGE’: “SOLO UN PIANO MARSHALL PER I PROFUGHI POTRA’ SALVARE L’EUROPA”

Giugno 16th, 2015 Riccardo Fucile

“LE PAURE DERIVANO DALLE LACERAZIONI DELL’EUROPA”… “UN’EUROPA SENZA SOLIDARIETA’ NON HA PIU SENSO”

«L’emergenza immigrazione rivela tutte le nostre debolezze e paure».
Per l’antropologo Marc Augè, quello che accade in questi giorni tra il Mediterraneo e l’Europa è il sintomo di una società  in difficoltà , senza più progetti e convinzioni forti.
«Le tensioni provocate dall’arrivo dei migranti rivelano soprattutto il malessere acuto dei nostri paesi», spiega lo studioso francese autore di diversi saggi, tra cui Le nuove paure (Bollati Boringhieri) e L’antropologo e il mondo globale (Raffaello Cortina). «Di conseguenza, la politica interna interferisce con un problema d’ordine planetario che bisognerebbe affrontare globalmente con la cooperazione di tutti. Naturalmente sarebbe meglio risolvere la questione alla fonte, nei paesi da cui partono i migranti, solo che non ne siamo capaci. Anche perchè per troppo tempo abbiamo lasciato deteriorare una situazione le cui conseguenze esplodono oggi, producendo problemi che non possono essere affrontati con misure improvvisate ».
Cosa bisognerebbe fare?
«Ci vorrebbe una politica europea forte e coraggiosa, ma l’assenza e l’immobilità  dell’Europa è evidente. Da qualche tempo, le divisioni e le paure lacerano il continente, tanto che alcuni vorrebbero perfino reintrodurre le frontiere interne. Invece, se si rinunciasse alle reazioni emotive, si potrebbe cercare di valutare i problemi razionalmente e ipotizzare innanzitutto alcune soluzioni immediate d’ordine umanitario per garantire l’accoglienza e la protezione dei migranti. Queste soluzioni a breve avrebbero però senso solo se contemporaneamente si cercassero anche soluzioni di lungo periodo. Ad esempio immaginando una grande iniziativa collettiva, una sorta di piano Marshall dell’immigrazione. A un problema d’ordine planetario occorre rispondere con una politica globale di cui i paesi più ricchi d’Europa dovrebbero farsi promotori».
Per far questo ci vorrebbe un’Europa più sicura di sè…
«Invece l’Europa si scopre debole, divisa e incerta di fronte a un problema che in termini numerici non è certo insormontabile, se solo ci fosse la volontà  politica. Ma un’Europa senza solidarietà  è un’Europa che non ha più senso. Certo, tutto ciò ha un costo, che deve essere stimato. L’Europa unita è ancora essere sufficientemente forte per provarci. Se però non è in grado, allora accetti la propria sconfitta e lasci intervenire l’Onu».
Oggi compassione e solidarietà  sono spesso considerate un sintomo di ingenuità  e debolezza…
«Sì, ed è disdicevole. Per paesi che si richiamano ai diritti dell’uomo, la solidarietà  dovrebbe essere normale, senza dimenticare che è anche vantaggiosa, visto che una parte non indifferente del nostro Pil è prodotto dagli immigrati».
Perchè i migranti suscitano ancora tanta paura nell’opinione pubblica?
«Prima di tutto perchè sono l’esempio vivente dello sradicamento. Hanno lasciato il loro luogo d’origine e ciò, per noi che viviamo nel culto delle radici, è una sorta di sacrilegio. Come tutti i nomadi, ci costringono a rimettere in discussione l’idea che un uomo sia legato per sempre alle proprie radici, ricordandoci che un giorno anche noi potremmo trovarci sradicati. Questa paura dello sradicamento è particolarmente sentita nel mondo globalizzato di oggi. Da qui le reazione identitarie di coloro che s’identificano ossessivamente a un luogo, tanto da volerlo preservare a tutti i costi dall’arrivo degli altri».
I migranti sono l’immagine di una vulnerabilità  che un giorno potrebbe essere la nostra?
«Certamente. E la presenza pubblica della loro miseria ci terrorizza, perchè la crisi la rende una possibilità  concreta anche per noi. Nella loro immagine si rispecchiano le nostre paure, rivelando tutto il paradosso di una mondializzazione che lascia circolare le merci, il denaro e le informazione, ma non le persone».
Cosa pensa delle eventuali missioni militari contro i trafficanti?
«Le reti di trafficanti devono essere combattute vigorosamente, ma la risposta non può essere solo militare. Occorre creare condizioni per viaggi più sicuri, mettendo a disposizione delle navi e magari organizzando dall’altra parte del Mediterraneo l’accoglienza dei migranti e la raccolta delle domande d’asilo politico. Occorre trovare soluzioni nuove all’altezza della fase di transizione in cui ci troviamo, tra la fine del vecchio mondo e la nascita di un mondo nuovo, quello dell’umanità  planetaria. Di fronte a questa vasta e dolorosa transizione, gli individui si sentono soli, senza strumenti e senza protezione. Cercano quindi un capro espiatorio cui attribuire le colpe di tali situazione, aiutati da demagoghi, populisti e xenofobi di ogni tipo che provano a sfruttano le loro paure. Di fronte a questa situazione, i politici dovrebbe assumersi le loro responsabilità , invece di correre dietro l’opinione pubblica».

Fabio Gambaro
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A TSIPRAS: «ACCORDO POSSIBILE MA NON TAGLIO PENSIONI E SUSSIDI»

Giugno 9th, 2015 Riccardo Fucile

“ABBIAMO SOFFERTO PIU’ DI TUTTI”

Premier greco da appena quattro mesi, eletto all’insegna del rifiuto dell’austerity, Alexis Tsipras è il campione della nuova sinistra europea che contesta liberismo, privatizzazioni, impoverimento della classe media, riduzione dello Stato sociale e dei diritti sindacali. Per lui sono tutte conseguenze delle ricette economiche sin qui seguite per ordine delle autorità  comunitarie e che, per salvare la Grecia e l’Europa vanno ribaltate. Come?
Lo spiega in questa intervista esclusiva al «Corriere della Sera».
Presidente Tsipras, mercoledì incontrerà  Merkel e il presidente francese Hollande. La Cancelliera ha detto che «tutti stanno lavorando intensamente, ma non resta molto tempo». Eppure da settimane il team greco sfoggia ottimismo, la controparte no. Che cosa intende proporre di diverso per arrivare a un compromesso?
«Credo che domani la discussione entrerà  nel merito dei progressi raggiunti. Definiremo dei tempi chiari per l’accordo. Noi abbiamo presentato un testo completo che include il terreno comune individuato delle trattative tecniche al Bruxelles Group. Lavoreremo per annullare le distanze sulle finanze statali, portando delle proposte alternative lì dove vi sono delle richieste illogiche e non accettabili. Tutto ciò, tuttavia, avrà  senso se anche da parte delle istituzioni vi sarà  la volontà  di trovare soluzioni serie sulla sostenibilità  del debito. Vogliamo porre definitivamente termine a questa orrenda discussione sul Grexit che rappresenta da anni un freno alla stabilità  economica in Europa. Non che il problema sia riciclato ogni sei mesi».
Quali sono le misure che i creditori hanno già  accettato e quelle che state ancora discutendo?
«Penso che siamo molto vicini ad un accordo sull’avanzo primario per i prossimi anni. Basta che ci sia un atteggiamento positivo sulle proposte alternative al taglio delle pensioni o all’imposizione di misure recessive. Il nostro obiettivo è che le misure contengano l’elemento della redistribuzione e della giustizia sociale. La cosa più importante è trovare un accordo, non solo su come chiudere il programma di assistenza al debito greco, ma anche sull’alba del nuovo giorno, cioè su come la Grecia tornerà  il prima possibile sui mercati con una economia competitiva. Un ruolo centrale ha la soluzione del problema finanziario a breve termine. Ci sono soluzioni tecniche che possono evitare un terzo programma di aiuti e contemporaneamente fornire una prospettiva sostenibile a medio termine per quel che riguarda la restituzione del debito, così da riportare la Grecia nuovamente sui mercati più velocemente di quanto possiate immaginare».
Perchè alle tre istituzioni, Fmi, Commissione europea e Banca centrale europea, non piacciono le vostre proposte?
«Non credo che non piacciano. Il problema è che alcuni sono restii a riconoscere che le riforme greche del quinquennio passato sono fallite, perchè questo comporterebbe un costo. L’Europa e le Istituzioni devono riconoscere che l’austerità  è fallita. Non è una decisione facile, dobbiamo pensare però al costo economico di una crisi perpetua o, peggio ancora, al costo storico di un fallimento».
Cosa, invece, non vi è piaciuto della proposta delle istituzioni?
«Quella proposta è stata infelice ma in una trattativa succede. Ci dispiace il fatto che non riflettesse affatto gli accordi già  raggiunti nei negoziati nel Bruxelles Group. Non possiamo proseguire un programma che è chiaramente fallito. Non è possibile che ci si chieda di applicare misure che nessuno ha applicato in Europa, o che si esiga dalla Grecia di muoversi come se non ci fossero state quattro mesi fa, elezioni che hanno cambiato il governo. È una questione di principio, ma anche di sostanza. Dopo 5 anni di austerità  è inconcepibile che ci venga richiesto di abolire le pensioni più basse e i sussidi che riguardano i cittadini più poveri. O di aumentare del 10% il costo dell’energia elettrica per le famiglie, in un Paese nel quale migliaia di persone non hanno accesso all’elettricità . Di abolire il sussidio per il riscaldamento mentre si muore dal freddo. Sono delle proposte che non possiamo accettare non solo perchè si pongono al di fuori del mandato popolare che abbiamo ricevuto, ma perchè se le accettassimo assesteremmo un colpo durissimo all’Europa della democrazia e della solidarietà  sociale alla quale, alcuni di noi, continuano a credere con passione».
L’austerità  è stata applicata in molti Paesi europei. Perchè la Grecia deve essere differente?
«La differenza è che in Grecia l’austerità  è stata attuata con una brutalità  mai vista e ha portato a conseguenza economiche e sociali rovinose. Questo appare chiaramente anche come si è ridisegnato il Paese negli ultimi anni. Disoccupazione dal 12 al 27% in tre anni, Pil sceso del 25%, sulle classi medie e su quelle più povere della società  è gravato un peso fiscale enorme, con la crisi umanitaria i senza tetto e coloro che vivono ai margini della società  sono aumentati ogni giorno. Basta guardare i programmi di Irlanda e Portogallo per capire che si tratta di paragoni “infelici”. Nessuno ha sofferto quanto la Grecia».
Tutta la rinegoziazione del debito greco è stata caratterizzata dallo scontro tra i sostenitori dell’austerity e chi crede negli stimoli alla crescita. Solo una questione di teoria economica o sfida politica?
«Le teorie economiche vengono costruite per sostenere specifici interessi sociali. Ed è per questo che non esiste una scuola economica unica, ma molte. Basta confrontare gli indicatori di disuguaglianza sociale della Grecia e dell’Europa prima e dopo la grande crisi del 2008. Le ricette attuate miravano alla riduzione del costo del lavoro, ma anche alla deregolamentazione del mercato del lavoro con l’obiettivo di creare incentivi per maggiori profitti, per aumentare gli investimenti. La grande promessa era che lo sviluppo si sarebbe allargato a tutta la società . Purtroppo non ha funzionato. È una ricetta che fallisce costantemente e ovunque nel corso degli ultimi 30 anni».
In caso di Grexit l’Europa scricchiolerebbe sia dal punto di vista economico che geopolitico. Per voi è un vantaggio negoziale. Ma è giusto che i contribuenti europei paghino un fallimento economico?
«Non vogliamo mettere paura o ricattare. Sappiamo che anche altri affrontano difficoltà  e contemporaneamente mostrano solidarietà . D’altra parte la Grecia resta uno Stato sovrano che ha l’obbligo di fronte ai suoi cittadini e alla comunità  internazionale di discutere con tutti la stabilità  economica e geopolitica. Voglio essere chiaro. La Grecia iceve prestiti. Nessuno le regala dei soldi. Secondo l Parlamento tedesco, la Grmania ha gudagnato 360 milioni di euro dai prestiti che ci a concesso».
Il fallimento della Grecia sarebbe anche il fallimento dell’euro?
«Penso sia evidente. Sarebbe l’inizio della fine ell’eurozona. Se la leadership politica europea on può gestire un problema come quello della Grecia che rappresenta il 2% della sua economia, quale sarà  la reazione el mercati per Paesi che affrontano problemi molto più grandi, come la Spagna o l’Italia che ha un debito pubblico di 2 mila miliardi? Se la Grecia fallisce i mercati andranno subito a cercare il prossimo. Se dovesse fallire la trattativa, il costo per i contribuenti europei sarà  enorme. È per questo che sono profondamente convinto che ciò non convenga a nessuno. Lo dico per far comprendere che il mio governo non tratta egoisticamente. Al contrario. Se la Grecia otterrà  qualcosa di buono da questa trattativa — ad esempio minore austerità  — la strada si aprirà  per tutti. Per questo, specialmente i Paesi del Sud, dovrebbero appoggiare la posizione greca nel loro proprio interesse».
Per Matteo Renzi è impensabile che gli italiani paghino le baby pensioni ai greci.
«Parlerò con Matteo e gli spiegherò che su questo punto ha sbagliato. Sulle baby-pensioni ci siamo impegnati ad abolirle. Tuttavia, i paragoni sono fuori luogo. La Grecia in 5 anni ha ridotto le pensioni fino al 44%, ridotto gli stipendi nel settore privato fino al 32%, distrutto il suo mercato del lavoro, demolito lo Stato sociale, salassato fiscalmente dipendenti e classe media, raggiunto 1 milione e mezzo di disoccupati su una popolazione attiva di 6 milioni».
Come esce la Grecia dalla crisi?
«Il problema centrale è che l’intero peso della crisi è ricaduto sui poveri e sulla classe media. Quello che ci saremmo aspettati dai nostri partner era la possibilità  di sfruttare il fatto che in Grecia c’è finalmente un governo pronto a scontrarsi che l’oligarchia economica e che ci aiutassero a combattere l’evasione fiscale, il contrabbando e il lavoro nero. Siamo gli unici a poter fare queste riforme. Solo così l’Europa potrà  rilegittimarsi agli occhi dei cittadini europei, ma anche dei greci. È la grande sfida dell’Europa e della Grecia».
Se alla fine l’accordo non arrivasse, tornerebbe alle elezioni?
«Non prevedo e non voglio elezioni. Abbiamo ricevuto l’investitura popolare appena 4 mesi fa e i sondaggi mostrano che abbiamo moltiplicato la nostra influenza. Nell’arco dei quattro anni previsti,porteremo a termine il nostro lavoro. Non tradiremo il popolo greco».

Andrea Nicastro
(da “il Corriere della Sera”)

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FURBETTI ITALIANI ALL’EUROPARLAMENTO: TANTE PRESENZE, POCA SOSTANZA

Giugno 6th, 2015 Riccardo Fucile

DICHIARAZIONI DI VOTO SU VOTI NON EFFETTUATI, VALANGHE DI INTERROGAZIONI E PROPOSTE SENZA BASE LEGALE PER VINCERE LA CLASSIFICA DELLA PRODUTTIVITA’

Ultima sessione plenaria di Strasburgo, pomeriggio del 19 o del 20 maggio, al bar dei deputati si trovano gomito a gomito due veri e propri stakanovisti del Parlamento europeo, Nicola Caputo, Pd, e Mara Bizzotto, Lega Nord.
I due, scherzando, si accusano reciprocamente di voler fare le scarpe all’altro nel Mep Ranking, una delle due classifiche di produttività  redatte da altrettante società  britanniche – l’altra è Vote Watch, specializzata sui voti – grazie al generoso finanziamento della stessa eurocamera: 300 mila euro all’anno per fare le pulci alle attività  degli eurodeputati.
A guidare il Mep Ranking è il liberaldemocratico croato Ivan Jakovcic, primo con 591 punti, frutto di una somma statistica tra il numero degli interventi in aula, comprese le dichiarazioni di voto, la quantità  di rapporti firmati come titolare e come relatore ombra (ossia il relatore per il proprio gruppo politico), la cifra delle risoluzioni proposte e quella delle dichiarazioni scritte.
Dietro il croato, il podio è tutto azzurro, appannaggio proprio dei nostri due litiganti: il casertano Caputo a quota 555 si gioca l’argento con la bassanese Bizzotto, distanziata di 30 punti.
E poi ancora tanta Italia nella top ten: i grillini Ignazio Corrao, Marco Valli e Fabio Massimo Castaldo si piazzano quinto, settimo e nono.
Cinque italiani nei primi 10 e subito fuori ecco Barbara Matera, Forza Italia, 12esima, Giovanni La Via, Ncd, due gradini più sotto e quindi a seguire Lara Comi e Aldo Patriciello, altri due di Forza Italia, quindicesima e sedicesimo.
In totale nove nei primi venti, meglio della valanga azzurra di Thoeni e Gros.
Tanto per fare un paragone tra le grandi nazioni, il primo degli spagnoli, l’ex ministro di Zapatero Pepe Blanco è ottavo ed è l’unico nei primi 20, il primo dei britannici, il laburista Sion Simon 19esimo, la prima dei francesi, Dominique Bilde del Front National 44esima ed ancora più indietro la capofila dei tedeschi: Beatrix von Storch del partito anti euro Alternative fà¼r Deutschland, viaggia in 146esima posizione.
Vuol dire che lavoriamo e ci facciamo sentire a Strasburgo più dei tedeschi ?
Guardando alle cifre ci sarebbe di che sfatare il mito dell’italiano fannullone, se non fosse che la rosea classifica di alcuni dei nostri rappresentanti — alcuni, assolutamente non tutti – nasconde altri miti italici, legati alla furbizia.
Andiamo per specialità .
Patriciello, Forza Italia, va forte nelle dichiarazioni di voto, tanto forte che giustifica anche voti a cui non ha partecipato.
In questo spicchio di legislatura – gli eurodeputati sono stati eletti giusto un anno fa e sono arrivati a Strasburgo nel luglio 2014 – per 28 volte Patriciello ha spiegato il perchè del suo Sì (quasi mai del suo No) su voti realizzati in plenaria in cui non era fisicamente presente, quindi non poteva votare.
Per altre 7 volte era a Strasburgo, ma aveva altro da fare, niente voto nemmeno in questi casi, ma poco importa, una dichiarazione non si nega a nessuno.
Andando poi alla sostanza delle sue dichiarazioni di voto, sono praticamente tutte uguali: riprende due o tre paragrafi del testo della risoluzione votata e quindi alla fine aggiunge “per tali ragioni ho espresso il mio voto favorevole”.
La Bizzotto è invece è la indiscussa numero 1 nella categoria proposte di risoluzione: ne ha presentate 181, ad un ritmo di oltre una ogni due giorni, dalla tutela del Prosecco al finanziamento del terrorismo islamico, dall’estrazione di idrocarburi in Croazia al cyberbullismo in Italia.
Temi differenti ma una sola struttura: un paio di considerando e un invito alla Commissione Ue a studiare il caso.
Poco lavoro, tanto nessuna di queste proposte di risoluzione ha mai visto la luce, cioè è mai stata sottoposta al voto del Parlamento, nè ha speranze di vederla visto che i deputati del Carroccio sono marginalizzati nel gruppo dei Non Iscritti.
Anche se non vanno da nessuna parte queste risoluzioni quasi in fotocopia, se non fosse per l’argomento, fanno comunque punteggio, eccome.
Su questo terreno il suo avversario Caputo, che eccelle nelle dichiarazioni di voto e nel numero degli interventi in aula, è facilitato dall’appartenenza al gruppo S&D, il secondo dell’emiciclo.
Delle 101 risoluzioni che ha firmato si tratta nella quasi totalità  di risoluzioni presentate da altri membri del suo gruppo o di risoluzioni comuni realizzati con altri gruppi e da lui sottoscritte. Una firma e via che il punteggio sale.
Come sale con le interrogazioni parlamentari, e qui si apre il capitolo forse più scabroso dell’iperattività  di molti eurodeputati.
La Bizzotto ne ha depositate 303, quasi una al giorno, seconda solo alla maltese Marlene Mizzi, imbattibile a quota 376.
Altri, come Lara Comi, ferma a 171, vanno a ondate, lei ne ha firmate 92 nella stessa giornata, il 31 marzo.
Dalla Commissione fanno notare che dall’inizio dal primo gennaio al 31 maggio sono piovute 7.773 interrogazioni, se si mantiene il trend dei primi 5 mesi del 2015, per fine anno si arriverà  alla cifra astronomica di oltre 18.500.
Ognuna va registrata e classificata, quindi inviata alla Commissione, lì ad occuparsene è un unità  di otto persone, che le valuta e le smista alla Direzione o alle Direzioni Generali competenti.
Una volta ricevute le risposte, vengono assemblate, tradotte, classificate e rinviate al Parlamento, il tutto per un costo medio, assicura il Pd David Sassoli, relatore per l’Eurocamera del rapporto sul bilancio 2015 della Ue, “di 1.200-1.500 euro per interrogazione”.
Facendo i conti la Bizzotto ha già  fatto spendere ai contribuenti Ue tra i 360 ed i 450 mila euro. Se nel 2015 si supererà  quota 18.500 interrogazioni totali, l’esborso complessivo sarà  di oltre 22 milioni di euro.
“Il problema”, spiega ancora Sassoli, “è che in grandissima parte queste interrogazioni non hanno base giuridica”, in sostanza non servono a nulla, se non a fare, ancora una volta, punteggio.
Nella scorsa legislatura un deputato portoghese ne aveva inviate di colpo 175, la domanda era sempre la stessa: “qual è la relazione commerciale tra la Ue e” e poi di seguito una domanda per ogni paese dell’Onu, avendo almeno l’accortezza di escludere i 28 dell’Europa Unita.
Una mole di lavoro impressionante per i servizi della Commissione e il tutto, spesso, per partorire il nulla, non c’è base legale, o informazioni di scarso interesse politico.
Ma una mole che permette di dire a chi firma l’interrogazione di essere al top della produttività  del Parlamento.
Un po’ l’ambizione dei nostri Caputo e Bizzotto (non a caso in un tabloid fatto uscire prima delle scorse europee l’esponente del Carroccio campeggiava con una foto con sullo sfondo la plenaria e due dati: 1° Europarlamentare italiano; 5° Europarlamentare su 766, ossia la classifica della scorsa legislatura) anche se non hanno mai firmato una direttiva o un regolamento.
Discorso in buona parte diverso invece per i tre grillini Corrao, Valli e Castaldo che li seguono in classifica.
Al di là  di una certa tendenza all’interrogazione facile, il risultato è dovuto al fatto che nel loro gruppo, l’Efdd, sono praticamente gli unici a lavorare, visto che gli euroscettici britannici del Ukip si vedono bene dal fare alcunchè.
Interventi in aula, rapporti, come relatori o relatori ombra, interventi e risoluzioni sono quindi cosa loro e questo è lavoro vero, non solo un prodotto da classifica.
“Ma anche per noi si sente il bisogno di essere in una buona posizione nel Mep Ranking”, ammette un eurodeputato grillino mentre sullo smartphone controlla la sua posizione nella classifica per nazione, “anche perchè pure io prima di arrivare qui guardavo alla produttività  dei deputati. Il problema è che questa classifica è puramente quantitativa, non dice nulla sulla qualità  e l’importanza del lavoro che stai facendo”.
E qui si arriva al nocciolo della questione: Mep Ranking, come l’altro sito di analisi Vote Watch, calcola solo i chili spalati da ogni eurodeputato, non la qualità  del materiale spalato.
“È un’analisi molto approssimativa”, spiega ancora Sassoli, “valuta solo il lavoro in plenaria e non in commissione e poi c’è tutta una gamma di attività  legislativa che non viene valutata: per fare la direttiva Bolkestein o la riforma della Pac, la Politica agricola comune, ci vogliono almeno 2 anni di lavoro mentre per altri provvedimenti bastano 15 giorni. E poi c’è il superattivismo nelle interrogazioni, le dichiarazioni di voto che vengono contate come interventi in un dibattito quando non hanno alcun interesse, tutte cose ridicole che influiscono nella disfunzione dell’attività  parlamentare”.
Come soluzione Sassoli intende proporre un’analisi che sia anche qualitativa del lavoro e l’introduzione di un filtro per le interrogazioni parlamentari in modo da bloccare sul nascere, già  in Parlamento, quelle senza base giuridica.
E, infine, mettere in discussione la sovvenzione da 300 mila euro che ricevono le due società  britanniche.
“I fondi vengono affidati senza appalti, ho chiesto che si apra una gara e che si cambino i criteri, l’ho detto pure a Schulz: guarda che con questi criteri sei in fondo alla classifica”. Il Presidente del Parlamento, che pure ha una discreta mole di lavoro da sbrigare, non può firmare risoluzioni, votare o partecipare ai dibattiti, in sostanza non può fare punteggio. Lo stesso David Sassoli, Vicepresidente dell’emiciclo, è terzultimo tra gli italiani, 653esimo in assoluto, pur avendo per le mani anche il Secondo Pacchetto Ferroviario, un dossier importante, che però vale come una manciata di interrogazioni.
Dietro a Sassoli solo Renato Soru e Giovanni Toti, ultimo, ma su questa posizione la statistica c’azzecca: il neo governatore della Liguria a Strasburgo e Bruxelles è stato praticamente un fantasma.

Alberto D’Argenzio
(da “L’Espresso”)

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L’EURO NON È PIÙ SCONTATO, DRAGHI LANCIA L’ALLARME

Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile

“LE DIVERGENZE STRUTTURALI TRA I PAESI MINACCIANO IL FUTURO DELLA MONETA UNICA”

L’euro non è più scontato.
Se i paesi dell’Eurozona non faranno le riforme strutturali e non appianeranno le differenze fra chi cresce e chi no, c’è davvero il rischio che in un futuro prossimo la moneta unica possa risentirne, fino allo scenario peggiore di un abbandono da parte dei paesi europei.
Mario Draghi è sempre più impaziente nei confronti degli squilibri strutturali fra le diverse economie e stavolta dal Portogallo lancia un robusto avvertimento che non può rimanere inascoltato dai governanti europei.
Soprattutto in un momento come questo, in cui i tempi iniziano a essere stretti per un accordo-salvataggio sulla Grecia.
“In una unione monetaria non ci si può permettere di avere profonde e crescenti divergenze strutturali tra paesi, perchè queste tendono a diventare esplosive”, ha detto il Governatore durante il forum della Bce nella città  portoghese di Sintra, a circa 30 chilometri da Lisbona. Per Draghi infatti tali differenze strutturali “possono arrivare a minacciare l’esistenza dell’unione monetaria”.
Questo scenario nefasto tuttavia può essere evitato.
A patto che i governi si sveglino: “Non c’è momento migliore per fare le riforme che ora”, ha aggiunto Draghi. Già  nei giorni scorsi aveva incoraggiato i governi europei ad approfittare della ripresa economica per fare le riforme necessarie ai loro paesi.
Il Governatore ha aggiunto che oggi c’è una certa mancanza di “politiche strutturali”, che comprendono, ad esempio, la flessibilità  delle riforme del mercato del lavoro o sistemi pensionistici pubblici.
“Un paese che approva la riforma del sistema pensionistico e poi cambia idea ogni anno non ottiene alcun beneficio a breve termine”, ha concluso.

(da “Huffingtonpost”)

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L’EUROPA REDISTRIBUISCE I PROFUGHI: IN 24.000 LASCERANNO L’ITALIA, ECCO LA BOZZA UE

Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

MENO PESI PER I CENTRI DI ACCOGLIENZA, MA L’ITALIA DEVE RISPETTARE LE REGOLE

Adesso il numero è scritto. L’orientamento definito dai tecnici di Bruxelles è che la Commissione europea, nella riunione di mercoledì, debba proporre ai governi dell’Unione di redistribuire su base obbligatoria 40 mila dei migranti in fuga dalle guerre, quelli che hanno attraversato il Mediterraneo e sono sbarcati sulle nostre coste.   Secondo quanto risulta alla Stampa, il 60 per cento verrà  prelevato dall’Italia (24 mila, poche ore fa era stato comunicato 22 mila), il resto dalla Grecia (16 mila).
La mossa alleggerirebbe in parte il peso sui centri di accoglienza dei due paesi più esposti all’emergenza e, per la prima volta, creerebbe un meccanismo di solidarietà  obbligatorio per riallocare chi ha diritto alla protezione.
È un impianto, va precisato, che non riguarda in alcun modo i migranti economici e chi non può ottenere l’asilo: «Chi può essere rimandato a casa, deve essere rimandato a casa – assicura un alto funzionario -. Ci sono le regole, basta applicarle».
Il condizionale resta d’obbligo.
La certezza sui numeri e i metodi, per ora in bozza e senza sigillo “politico”, si avrà  solo a metà  settimana quando il collegio dei commissari – a cui i Trattati attribuiscono il ruolo di scrivere le proposte nominative europee – varerà  l’insieme delle disposizioni operative per la sua Agenda Immigrazione.
Potrebbe cambiare qualche cifra, magari anche crescere, però l’ordine di grandezza dovrebbe essere assodato.
Il pacchetto di base, approvato dieci giorni fa, crea le fondamenta per una politica comune a ventotto in un settore che, fino a questo momento, è stato di competenza dei governi nazionali.
L’offensiva
Fra le altre cose, la strategia scritta dalla Commissione, e voluta con forza dal trio di testa Juncker-Mogherini-Avramopolous, conferisce più mezzi e fondi alla missione Triton; introduce un sistema temporaneo di distribuzione vincolante e di emergenza dei migranti che ne hanno diritto; apre un nuovo canale pilota obbligatorio per gli asilanti che ancora non sono sul territorio europeo (20 mila, per ora); pone le basi per schemi di accoglienza permanenti dal 2016; riapre il dibattito sul controverso regolamento di Dublino III che attribuisce al porto più vicino l’onere di registrazione etc. Si lavora anche uno strumento per la lotta ai trafficanti.
I 40mila
Nella comunicazione del 13 maggio mancava il numero da attribuire al meccanismo di ridistribuzione dei migranti arrivati, ovvero la risposta «cosa ne facciamo dopo averli salvati?».
Si era parlato di ventimila anime, adesso la Commissione è intenzionata a raddoppiare: è un precedente, più che una soluzione, visto che da noi gli arrivi del 2015 erano 37.982 mila il 17 maggio.
Se il Consiglio – cioè i governi a cui spetta l’ultima parola – sarà  d’accordo, da luglio partirà  lo smistamento organizzato su una base di criteri, fra cui pil, popolazione, disoccupazione, sforzi precedenti.
Nonostante le polemiche, il Team Juncker non intende cambiare la formula per questa decisione temporanea. Entro l’anno, presenterà  una proposta per un sistema definitivo. Condizioni
La Commissione propone di alleggerire i centri di accoglienza greci e italiani a patto che i due paesi dimostrino pieno rigore nell’identificare e nel custodire (evitare cioè che i centri di accoglienza siano un colabrodo e rispedire al mittente chi non ha diritto di restare). È il principio della solidarietà  in cambio della responsabilità .
Triton
La proposta della Commissione è di triplicare i fondi e aumentare le navi. A conti fatti, la missione navale finirà  per assomigliare a quella che l’ha preceduta, la vituperata Mare Nostrum.
Attesa la decisione di consentire l’allargamento dell’area di azione oltre le 30 miglia marittime (sino a 50, con ogni probabilità ». E una maggiore flessibilità  nel poter effettuare manovre di “Search and Rescue”, cosa che sinora non faceva parte del mandato).
L’iter
Lunedì i capi di gabinetto dei ventotto commissari Ue chiuderanno il pacchetto. Mercoledì il collegio lo varerà , sfidando ogni polemica, perchè questa è la determinazione del presidente Juncker che vuole costringere gli stati membri a essere solidali oppure a prendersi la responsabilità  del loro rifiuto.
Il 15 giugno primo esame politico al Consiglio dei ministri degli Interni.
Decisione finale al vertice Ue del 25-26 giungo, insieme con la missione navale davanti alla Libia che si spera nel frattempo sia stata sdoganata dall’Onu.
Alcuni paesi non parteciperanno all’Agenda e alla redistribuzione (Regno Unito, Danimarca, Irlanda).
Altri potrebbero votare contro. La Francia è incerta, la Germania è favorevole con fermezza, come l’Italia.
Nonostante i dinieghi, e le proteste accese, la maggioranza per approvare l’intero disposto, dovrebbero esserci.
Salvo i soliti imprevisti e colpi di scena.

(da “La Stampa”)

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JEAN MARIE LE PEN: “TROPPI GAY NEL FRONT NATIONAL, NON MI PIACE LA LORO LOBBY”

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

SECONDO IL FONDATORE DEL FRONT NATIONAL: “FANNO GRUPPO COME GENTE CHE ODIA CHI NON E’ COME LORO”

È inarrestabile Jean-Marie Le Pen. Un nuovo giorno, un nuovo attacco al Front National guidato dalla figlia Marine.
Stavolta il fondatore del partito di estrema destra francese prende di mira gli omosessuali, che a suo avviso sono diventati una presenza troppo ingombrante nel partito.
“Bisogna riconoscere una cosa, che è uno dei dati della politica attuale […]: alla direzione del Front National ci sono molte persone omosessuali”, afferma il fondatore del movimento di estrema destra francese rispondendo alle domande di Bfmtv.
Alla giornalista, che contesta come le sue parole “sembrino condannare” queste persone “rinfacciandone l’identità  sessuale”, Le Pen risponde di “non condannare gli omosessuali sul piano individuale, ma quando cacciano in branco si”.
Ossia, prosegue, “quando manovrano di concerto, in un certo modo e si comportano come eterofobi, come gente che odia chi non è come loro”.
“Si rende conto che la legge reprime questo tipo di affermazioni?”, chiede allora l’intervistatrice.
“No”, risponde lui. “Si può ancora parlare di omosessualità  e omofobia senza andare in prigione in Francia”.

(da “Huffingtonpost“)

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IL PIANO UE SUI PROFUGHI: OBBLIGO DI ACCOGLIENZA SOLO PER I PRIMI VENTIMILA

Maggio 11th, 2015 Riccardo Fucile

MERCOLEDI IL VARO DELLE QUOTE PER SUDDIVIDERE GLI ARRIVI TRA GI STATI MEMBRI, MA IN CONCRETO SI ARRIVERA’ ALL’AUTUNNO

Oggi l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini, illustrerà  al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la drammatica situazione dei migranti nel Mediterraneo e la decisione del Consiglio europeo di condurre una missione per la distruzione delle barche usate dai trafficanti di esseri umani. L’obiettivo è quello di ottenere al più presto il via libera ad una risoluzione dell’Onu che autorizzi l’intervento delle forze europee nelle acque territoriali libiche e possibilmente anche nei porti che vengono utilizzati come base di partenza delle carrette del mare.
Non sarà  facile. Ci sono resistenze soprattutto all’ipotesi di missioni aeree per la distruzione delle imbarcazioni.
Ma sembra certo che gli europei riusciranno comunque ad avere la benedizione del Palazzo di vetro, che darebbe alla loro azione la richiesta legittimità  internazionale.
In questo caso, il piano di azione preparato da Bruxelles dovrebbe finire sul tavolo dei capi di governo al prossimo Consiglio europeo di giugno.
Quindi toccherà  ad una coalizione di Paesi europei su base volontaria mettere insieme le forze di intervento necessarie, che saranno con ogni probabilità  coordinate dall’Italia
Mercoledì, invece, il collegio dei commissari dovrebbe approvare l’Agenda europea per le migrazioni, un documento che stabilirà  una serie di principi per far fronte in modo strutturale alla questione degli immigrati, sia di quelli che cercano asilo, sia di quelli irregolari, sia dei migranti che richiedono un permesso di lavoro.
Il documento prevede, tra l’altro, l’obbligo di ridistribuire i profughi tra i vari Stati membri tenendo conto della popolazione, del Pil e del numero di rifugiati già  ospitati. Un obiettivo ambizioso, che infatti suscita forti resistenze da parte di molti Paesi, a partire dalla Gran Bretagna, dall’Irlanda, dall’Ungheria e da numerosi governi del Nord e dell’Est europeo.
Il dibattito sarà  lungo. E difficilmente i primi atti legislativi concreti potranno vedere la luce prima dell’autunno prossimo.
Per sbloccare la situazione, la Commissione ha deciso di ricorrere all’articolo 78.3 del Trattato, che dà  all’esecutivo comunitario la possibilità  di proporre «misure di urgenza» sulle quali il Consiglio deve decidere a maggioranza «sentito il Parlamento europeo», il cui via libera non è dunque vincolante.
Queste misure di urgenza riguarderebbero l’accoglienza di un numero limitato di rifugiati da distribuire tra gli stati membri sempre in base alla stessa chiave di ripartizione.
Quale sarà  questo numero non è ancora deciso in via definitiva.
In un primo momento si era parlato di cinquemila, cifra scartata perchè considerata irrisoria. Alla fine è comunque probabile che la cifra proposta dalla Commissione si situerà  tra dieci e ventimila rifugiati attualmente ammassati nei centri di accoglienza in Italia, a Malta e in Grecia.
La procedura di urgenza dovrebbe anche consentire di evitare che si crei una minoranza in grado di impedire l’approvazione della proposta della Commissione. Infatti, poichè si riferisce alle procedure di richiesta di asilo, la norma di fatto consente un «opt-out» di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca.
Se decidessero, come è probabile, di esercitare il loro diritto a chiamarsi fuori dal provvedimento, i tre Paesi sarebbero anche esclusi dalla votazione e tra i rimanenti non dovrebbe essere difficile raccogliere la maggioranza qualificata necessaria.

Andrea Bonanni
(da “La Repubblica”)

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