Gennaio 25th, 2015 Riccardo Fucile
A TSIPRAS ANDREBBERO TRA 146 E 158 SEGGI (PER GOVERNARE NE SERVONO 151)… NUOVA DEMOCRAZIA TRA IL 26 E IL 28%… TERZO TO POTAMI, SOLO QUARTA ALBA DORATA
Syriza verso la maggioranza assoluta, seconda la Nuova Democrazia del premier uscente Antonis Samaras e Alba Dorata quarto partito.
I primi exit poll delle elezioni in Grecia consegnano la vittoria al partito di Alexis Tsipras.
“Ha vinto la speranza”, è il primo messaggio su Twitter dello staff mentre al quartier generale dello schieramento sono iniziati i primi festeggiamenti.
Dati ancora provvisori, ma la prima reazione è arrivata dal presidente della Bundesbank: “E’ nell’interesse del governo greco”, ha detto Jens Weidmann alla tv tedesca, “fare le riforme necessarie per risolvere i suoi problemi strutturali. La Grecia deve aderire alle condizioni del salvataggio”, ha aggiunto.
Alle 19.30 sono stati diffusi i secondi exit poll: Syriza, il partito di Tsipras, è in testa con il 36-38% .
Dimokratia sarebbe al 26-28% e al terzo posto “To Potami” (centrosinistra) e Alba Dorata (estrema destra) con il 6-7%.
Seguono il partito comunista Kke 5-6%, i socialisti del Pasok 4,2-5,2%; Greci Indipendenti 4-5%; Kinima 2,2-3,2%.
“E’ una vittoria storica. E’ la vittoria del popolo che si è mobilitato contro l’austerità ”, hanno commentato i responsabili di Syriza al quartier generale del partito.
Atene è tornata alle urne per un voto che potrebbe avere forti ripercussioni politiche ed economiche su tutta l’Unione Europea.
Syriza ha affermato con forza la sua intenzione di ridiscutere il debito greco e ha già annunciato che un suo eventuale governo riconoscerà gli obiettivi fiscali fissati dai trattati europei ma non le misure previste dagli accordi firmati dal governo precedente con i creditori della troika (composta da Bce, Commissione Ue, e Fmi).
“Oggi — ha detto Tsipras dopo aver votato — è un giorno storico. I greci devono decidere se domani la troika deve ritornare in Grecia per proseguire ciò che ha fatto con il governo Samaras, ovvero tagliare ancora stipendi e pensioni. Il popolo deve votare per difendere la propria dignità e per un governo che proseguirà dure trattative con i creditori internazionali”.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2015 Riccardo Fucile
I CINQUE “CIRCOLETTI ROSSI” CHE HANNO MESSO IN ALLARME LE CANCELLERIE DEI FALCHI EUROPEI
C’è il nodo del taglio al debito, ma non solo.
A Francoforte e a Bruxelles l’allarme è già altissimo da giorni. Il destino della moneta unica – salvo clamorosi ribaltoni nelle urne – si giocherà da domani (e in pochissime settimane) in un braccio di ferro molto delicato con Alexis Tsipras. Eurotower e i funzionari della Ue hanno letto e riletto mille volte il programma economico di Syriza.
Scoprendo e cerchiando in rosso cinque punti su cui le parti sono distanti anni luce e che rischiano di far saltare, qualcuno teme in tempi brevissimi, ogni ipotesi di accordo: il rialzo di stipendi e pensioni, gli interventi sullo stato sociale, i tagli alle tasse, i nuovi investimenti e, ovviamente, la richiesta di una sforbiciata all’esposizione del Paese.
«Si tratta di emergenze umanitarie su cui prenderemo decisioni importanti un minuto dopo la formazione del governo Syriza – ripetono da giorni i vertici del partito – abbiamo promesso l’addio all’austerity e lo faremo subito, con o senza l’ok dei creditori ».
Pena la rapida fine della luna di miele con un elettorato molto liquido che si aspetta esattamente questo.
Il rischio, ammettono a Bruxelles, è che queste mosse unilaterali possano far saltare il tavolo dei negoziati prima ancora della sua apertura. Spingendo la Grecia verso il default, mandando in fibrillazione i mercati e rimettendo in discussione i fragilissimi equilibri dell’area euro.
STIPENDI E PENSIONI
Le finanziarie imposte dalla Troika hanno ridotto del 40% il potere d’acquisto dei greci. Il reddito medio era di 24mila euro nel 2008.
Oggi è sceso a 19mila.
I salari pubblici sono calati del 31% dal 2009, quelli privati del 22%. Syriza vuole alzare da 586 euro al mese a 751 lo stipendio minimo e si è impegnata a ripristinare la tredicesima (istituto cancellato dall’austerity) a tutti gli 1,2 milioni di pensionati che guadagnano meno di 700 euro al mese.
Il capitolo più delicato però è il progetto di ripristinare i contratti collettivi di lavoro e l’abolizione delle norme che consentono i licenziamenti di massa, un altro dei fiori all’occhiello dei creditori.
Dove troverà i soldi Tsipras? Chiedono loro. «Dalla lotta agli evasori e dal fondo salva-banche», dice lui. Ma mantenere queste promesse – dicono a Berlino – costerà molto più delle sue stime, visto che solo l’operazione tredicesima vale più di 500 milioni.
LO STATO SOCIALE
A inizio 2009, calcola Eurostat, 3,04 milioni di greci (su 11 milioni) erano a rischio povertà . A fine 2013 erano 3,9 milioni.
La Troika ha cerchiato in rosso – tema: carenza di fondi – le mosse previste da Tsipras nei primi giorni di governo a favore di queste fasce sociali: i buoni pasto e l’elettricità gratis alle 300mila famiglie più povere del paese (costo stimato da Syriza circa 800 milioni), gli affitti sociali a 3 euro al metro quadro per i senza casa e l’assistenza sanitaria garantita ai disoccupati che oggi – dopo un anno che hanno perso il lavoro – restano senza diritto alla salute.
Oltre a una carta per il trasporto pubblico gratuito.
Tutti provvedimenti su cui Ue, Bce e Fmi pretendono di negoziare senza trovarsi di fronte tra pochi giorni al fatto compiuto.
I TAGLI ALLE TASSE
L’austerity, sostiene il Wall Street Journal, ha moltiplicato per nove le tasse sulle spalle dei greci. E, forse non a caso, i cittadini hanno smesso di pagarle.
Quelle arretrate sono a quota 77 miliardi.
La Troika pretende una task force che vada all’attacco di questa montagna d’oro. Tsipras nominerà una squadra speciale per stanare i grandi evasori che riporterà a lui. Ma ha promesso una serie di sgravi al resto del Paese, sconfessando le intese con Bruxelles & C..
La soglia di reddito esentasse dovrebbe salire da 5 a 12 mila euro.
L’imposta unica sulla casa sarà sostituita da una patrimoniale sugli immobili di lusso. E chi è in ritardo con i pagamenti potrà rateizzare anche in 100 mesi i suoi obblighi verso lo stato. Altro cerchietto rosso, altra area di potenziale rottura tra le parti.
I NUOVI INVESTIMENTI
Quarto tasto dolente. Tsipras si è impegnato con i creditori a «mantenere un bilancio in equilibrio ».
Il suo programma prevede però da subito investimenti pubblici importanti. Obiettivo: creare 300mila posti di lavoro.
Varando pure una banca pubblica per crediti agevolati ad artigiani e piccole e medie imprese. Syriza vorrebbe finanziare questi provvedimenti in parte con fondi Ue, ma soprattutto eliminando l’obbligo di generare un attivo annuo di bilancio pari al 4,5% del Pil imposto dai creditori.
Un cappio – dicono – che soffoca il Paese. La Troika naturalmente non è d’accordo e specie sugli obiettivi di budget prefissati sembra pronta a vendere cara la pelle.
IL TAGLIO DEL DEBITO
È il punto più discusso. Syriza chiede una taglio dei 314 miliardi di esposizione (il 174% del Pil) come è stato fatto per la Germania nel dopoguerra alla Conferenza di Londra. Schauble e i falchi hanno risposto picche in tutte e 29 le lingue della Ue.
Per assurdo, però, è forse uno dei nodi più facili da sciogliere.
In primis perchè ci potrebbe essere più tempo a disposizione visto che i creditori starebbero studiando un’estensione fino a luglio del termine per negoziare un’intesa.
E con un po’ di finanza creativa (leggi allungamento delle scadenze, taglio ai tassi e bond legati alla crescita dell’economia) si potrebbe trovare la quadra.
La miracolosa soluzione sui debiti rischia però di arrivare troppo tardi. E non a caso i cinque cerchi rossi della Troika sul programma di Tsipras saranno già al centro della discussione del tavolo dell’Eurogruppo di domani.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 24th, 2015 Riccardo Fucile
COSI’ LA SINISTRA RADICALE HA COSTRUITO UN SISTEMA DI VOLONTARIATO CHE CREA CONSENSI
«Scusi la penombra, ma non abbiamo pagato le bollette della luce. Manca anche il riscaldamento, quindi tenga pure il cappotto».
Sulla credenza dove una volta c’era il servizio di porcellana e le bomboniere dei matrimoni ora sono allineate scatole di medicine.
In cucina lo stesso, in bagno anche, farmaci ovunque, fin nel frigorifero rotto.
«Per fortuna sono tante» sorride Dimitri Souliotis. «Questa è casa di mia cognata, ma ora lei vive con me e mia moglie e questa è diventata una farmacia per disoccupati, senza tetto e immigrati. Assistiamo anche tre italiani indigenti. È stato il Consolato a mandarceli».
Le medicine sono in ordine alfabetico come in una farmacia vera, ma dentro le confezioni ci sono pastiglie e bustine sfuse, blister usati a metà .
«Ormai qui in Grecia lo fanno tutti. Quando guarisci e qualche farmaco è avanzato, non lo lasci scadere nel cassetto, ma lo regali. Noi li raccogliamo e li distribuiamo».
Souliotis per trent’anni ha fatto il marconista sulle navi. Erano i tempi d’oro degli armatori greci, Onassis e non solo.
Poi, in pensione con 1.250 euro al mese, è finalmente tornato ad Atene, in tempo per scarrocciare sotto la furia della Grande Crisi.
«La pensione è affondata a poco più di 800 euro, ma comunque sto a galla. Gente più giovane e senza lavoro invece ha perso tutto: la casa che pagava col mutuo e l’assistenza sanitaria. In mare quando uno sta annegando lo si aiuta. Perchè a terra dovevo far finta di non vedere?».
L’impegno sociale è una riscoperta per tutta Europa, ma in Grecia, la disoccupazione ha colpito selvaggiamente, ha cambiato la società e la politica.
La Chiesa ortodossa ha attivato le chiese, una rete fittissima che riceve poche critiche e sfama ogni giorno almeno 200 mila persone.
Anche la destra neonazi di Alba Dorata ha proposto il suo volontariato con ronde antimmigrati, «aiuti» per sfrattare gli stranieri morosi e mense sociali per soli greci purosangue.
Chi ha azzeccato la formula è stata la sinistra di Syriza.
«Non abbiamo messo il cappello su nessuna iniziativa e questo ci ha dato grande credibilità » dice Argiris Panagopoulos, una sorta di ambasciatore della sinistra greca in Italia.
«La gente ha capito che non ci comportavamo come un partito qualsiasi, che noi eravamo come loro: la risposta della società ai nuovi bisogni».
Farmacie sociali, mense, reti di medici per visite gratuite, Syriza non è solo sfida al debito e all’euro, ma anche una sorta di Stato sociale sostitutivo di quello azzoppato dai tagli della Troika.
«Una delle idee migliori sono i mercatini senza intermediari – spiega Feano Fotiu responsabile della solidarietà di Syriza –. Guadagnano i contadini che non sono strozzati dalle catene dei supermercati e guadagnano i consumatori con prodotti di qualità a basso prezzo».
Come nei gruppi d’acquisto a km0, solo che qui non si pensa al bio, ma a sopravvivere.
Il 30% delle famiglie è sotto la soglia della povertà , i disoccupati 1,5 milioni, come i lavoratori e i pensionati.
«Gli avversari ridevano di noi chiamandoci il “partito delle lenticchie”. Ma erano loro a non capire che contro la fame, un piatto di lenticchie è benvenuto soprattutto se onesto e disinteressato».
Per ordinare le merci, chiedere farmaci, vestiti, aiuto è necessario lasciare un numero di telefono, un indirizzo mail.
In due anni di Grande crisi, Syriza ha costruito così un database che è diventato utilissimo per costruire anche una base politica.
«Sono 400 i centri di solidarietà in tutto il Paese che in vario modo fanno parte del nostro network – spiega Fotiu – e così siamo riusciti a diffondere una consapevolezza diversa».
Syriza è uscita dal «palazzo» per riportare la politica nell’agorà , in piazza.
Organizza assemblee di quartiere dove cercare soluzioni ai problemi pratici, un ritorno etimologico alla politica.
Così è nata, gramscianamente, l’egemonia di cui godono oggi le tesi del partito in Grecia. «La gente era paralizzata dal senso di colpa che gli era stato indotto dalla narrativa dominante della recessione. Il Nord Europa e la Destra ci descriveva come meridionali lazzaroni e corrotti, inferiori ai virtuosi tedeschi. I greci sentivano la responsabilità morale del fallimento nazionale fino a che Syriza non ha parlato del ruolo dei banchieri, del trucco dei prestiti che rendono schiavi, del neoliberismo rapace. E le teste si sono alzate».
Questo welfare solidale una volta lo si sarebbe chiamato «catena di trasmissione» tra partito e società , ma in Grecia si è dimostrato un antidoto per l’anti politica e la rassegnazione che dominano in tanta parte d’Europa.
Futiu è certa: «Con farmaci e lenticchie Syriza ha distribuito anche l’idea che un partito diverso, più pulito e umano, possa meritare fiducia».
Andrea Nicastro
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 18th, 2015 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALLA GIORNALISTA DEL NEW YORK TIMES: “NEGLI ULTIMI SEI ANNI I GOVERNI EUROPEI HANNO PAGATO 125 MILIONI DI DOLLARI PER I RISCATTI, SPESSO IN FORMA MASCHERATA, GERMANIA COMPRESA”
“Non conosco le modalità , ma so per certo che il governo italiano ha pagato un riscatto per Greta e
Vanessa”.
Rukmini Maria Callimachi, giornalista del New York Times e finalista al Premio Pulitzer 2009, è tra le massime esperte internazionali di rapimenti compiuti da gruppi jihadisti.
È attraverso il suo lavoro che sappiamo che i governi europei hanno pagato 125 milioni di dollari in riscatti ai rapitori negli ultimi sei anni.
E tra i casi che ha analizzato più a fondo ci sono diversi italiani.
Riscatti ai jihadisti per risolvere i sequestri, è una prassi consolidata?
Cominciamo col dire che il governo italiano ha sempre pagato per i riscatti. Conosco da vicino i casi di Sandra Mariani, e Rossella Urru, entrambe rapita da al Qaeda in Algeria. Nel caso di Mariani gli appoggi locali erano in Burkina Faso, il denaro è stato stanziato dal governo italiano e pagato attraverso mediatori locali. Spesso però questo riscatto è mascherato da aiuto umanitario. Il Paese europeo paga una governo locale o una ong, che poi gira il dovuto ai sequestratori. L’ha fatto anche la Germania nel 2003 in Mali. Si scrive aiuto umanitario, si legge riscatto.
Nel caso di Greta e Vanessa si ipotizzato un riscatto milionario , qualcuno ha scritto 12 milioni di euro, altri sei. Le sembra credibile?
Non so dire come l’Italia abbia “finanziato” la liberazione, ma so per certo che ha pagato. I mediatori dei due casi citati in precedenza me l’hanno confermato.
C’è una divergenza molto forte di strategia tra i Paesi europei da un lato, e Stati Uniti e Regno Unito dall’altro.
Il governo americano è uno dei pochi che ha un atteggiamento “nero o bianco”: in passato non ha dato nulla ai gruppi terroristici. Il prezzo da pagare è che molti ostaggi americani sono stati uccisi. Ma per gli Usa l’unica opzione per risolvere un sequestro è il raid militare.
Questo comportamento diverso può creare problemi ai rapporti bilaterali?
Credo che gli Usa abbiano provato attraverso i canali diplomatici a far capire che non sono felici di questa strategia. D’altro canto, i governi continentali ufficialmente negano sempre i pagamenti perchè in qualche modo si vergognano. Peraltro al summit del G8 a Londra nel 2013 tutti i governi si sono impegnati a non pagare i riscatti. Parlando con i rappresentati Usa ho però capito che per loro quella dei riscatti non è una priorità : ci sono talmente tanti tavoli aperti nei rapporti bilaterali, che non è un tema in cima alle priorità .
Nella sua inchiesta scrive che gli affiliati di al Qaeda nel Maghreb hanno modificato le consuetudini per i sequestri anche nel Medio Oriente. In che modo?
Nel Maghreb i sequestrati sono considerati risorse, per questo vengono trattati bene. In passato per gli ostaggi sia dell’Isis che di al Qaeda questo non avveniva. Prendiamo il caso dell’americano Theo Padnos, per due anni prigioniero di al Nusra: che veniva torturato tutti i giorni. Questo con Greta e Vanessa non è avvenuto, un po’ perchè è cambiato l’approccio, e forse anche perchè si tratta di due ragazze.
Alessio Schiesari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile
MA PER IL 72% DEGLI ITALIANI E’ MEGLIO RESTARE IN EUROPA
L’Italia non ha inciso sulle politiche economiche dell’Unione Europea e nemmeno è cresciuta di peso e autorevolezza.
È quanto pensano tre italiani su quattro alla conclusione del semestre europeo a guida italiana secondo un sondaggio fatto da Tecnè.
Ma non è l’unico dato interessante.
In un momento politico in cui sono diversi i partiti che si chiedono se sia opportuno uscire o meno dall’euro, la risposta degli italiani pare in controtendenza.
Il 72 per cento degli intervistati afferma infatti che per l’Italia sia meglio rimanere nell’Euro. Prevale, nonostante lo scetticismo verso le istituzioni europee, la ragionevole consapevolezza che uscirne sia peggio.
Quanto alla considerazione sul peso dell’Italia in Europa, solo il 23 per cento degli italiani pensa che la propria opinione abbia un quache valore in Europa.
Non desta quindi sorpresa che, nonostante le speranze suscitate al momento della nascita della Unione Europea, oggi a sentirsi cittadini europei sono quasi la metà (47 per cento).
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Gennaio 13th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI PARLA AL DESERTO, SALVINI CONTESTA MA E’ SOLO PURE LUI, GRILLO SORVEGLIA DALL’ALTO
Di certo non trabocca di parlamentari, l’aula del Parlamento europeo a Strasburgo dove Matteo Renzi tiene il suo discorso di chiusura del semestre di Presidenza Ue.
A denunciarlo per primo (poi seguono Toti e Fitto) il leader della Lega Nord Matteo Salvini che su facebook pubblica una foto durante il discorso del premier italiano: “Qui Strasburgo, parla Renzi e l’aula è deserta! Non gli credono più nemmeno i suoi amici…”.
Dopo un po’ gli fa eco Giovanni Toti di Forza Italia: “I banchi del Partito Socialista Europeo durante il discorso di Renzi. #deserto”, scrive su twitter.
E poi Raffaele Fitto: “‘Parlamento europeo, mentre parla Matteo Renzi chiude semestre
presidenza italiana. Non mi pare desti grande interesse.
La replica corre sui social, così l’eurodeputata Pina Picierno risponde pubblicando la foto dei banchi della Lega, anche questi vuoti: “In realtà , gli unici assenti sono gli amici di Salvini #vuotocosmico”.
In effetti sembra il bue che dice cornuto all’asino
Il premier italiano, nel corso del suo intervento di chiusura del semestre italiano di presidenza italiana dell’Ue, ha citato Dante quando parla di Ulisse nel famoso ‘Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza’.
“Buuu – ha tuonato il segretario della Lega dagli scranni -, non ti ascoltano neanche i tuoi, stai parlando al deserto”.
“Capisco che leggere più di due libri per qualcuno di voi non è facile”, ha ribattuto Renzi.
Sulle tribune si aggirava anche il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo: “E’ il nulla che parla, è fantastico. La voce del nulla. Sono stati mesi fantastici, eh. E’ migliorata molto l’Europa”.
Stasera la compagnia di giro rientra in Italia
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
“QUI NON C’E’ UN’EUROPA IN GUERRA, CI SONO CONFLITTI DA DISINNESCARE CON LE ARMI DELL’INTELLIGENZA”
«I fatti orrendi di Parigi dovrebbero imporre a tutti noi di ragionare alla grande, ma in questo clima sono in pochi a ragionare, soprattutto in Italia. Il livello del dibattito è deprimente». Lo dice il filosofo Massimo Cacciari
E quale sarebbe, professore, la prima riflessione da fare?
«Negli ultimi venti-trent’anni abbiamo vissuto tutti nell’illusione che la storia potesse in qualche modo cancellare la propria dimensione tragica. Che la nostra Penisola potesse restare fuori dalle trasformazioni epocali che hanno rivoluzionato la geopolitica e prodotto una serie di conflitti (Afghanistan, Iraq, la questione irrisolta dei rapporti tra Israele e palestinesi) che anche per colpa dell’Occidente restano pesantemente irrisolti»
Risultato?
«Vedo un rischio terribile e concreto. Il rischio di una guerra civile in Europa. Mi spiego: dobbiamo tenere presente che nel 2050 la metà della popolazione del nostro continente sarà di origine extracomunitaria, quindi è impensabile ritenerci in guerra, noi europei, con l’altra parte, con il mondo islamico. Per questo dico che bisogna ragionare alla grande. Il problema è con chi».
A che cosa allude?
«In Europa, per non dire dell’Italia, in questo momento c’è una deficienza paurosa di personale politico in grado di affrontare il problema. Qui non c’è un’Europa in guerra, ci sono conflitti da disinnescare anche con le armi dell’intelligenza. E con la consapevolezza che si tratta di un processo lungo, difficile, faticoso. Ma non c’è alternativa, altrimenti si va dritti verso quello scontro di civiltà a cui puntano proprio i terroristi».
Le armi dell’intelligenza, lei dice..
«Certo. Se durante il secondo conflitto mondiale ci fosse stato solo il generale Patton, e non anche la lungimiranza di leader come Churchill e Roosevelt, avrebbe vinto Hitler. Affrontare il problema solo dal lato della semplice repressione non basta, non può bastare. Anche se questi islamisti hanno compiuto un indiscutibile salto di qualità »
In che senso?
«Non siamo in presenza del kamikaze solitario, della bomba anonima. Le azioni come quella di Parigi sono programmate con una logica militare che punta, voglio ripeterlo, allo scontro di civiltà ».
Quindi?
«Fino a quando la nostra democrazia non dimostrerà di essere accogliente, e continuerà con le disuguaglianze, questo tipo di terrorismo troverà sempre terreno favorevole. Sullo scenario europeo, ora si pensa di far fuori la Grecia, mentre si allargano i confini dell’Unione alla Lituania: è pazzesco».
Ma i toni salgono, Salvini dice che siamo in guerra…
«Una battuta che si commenta da sè, sotto il profilo culturale. Sarebbe un errore madornale additare nell’Islam il nemico, il modo per moltiplicare gli jihadisti».
Aggiunge che il Papa non deve dialogare con l’Islam…
«Figuriamoci che cosa importa al Pontefice delle parole di Salvini. Che insieme alla Le Pen sta facendo di tutto per ostacolare il dialogo. Se si votasse domani la Lega e il Front national prenderebbero una valanga di voti. Sarebbe pericolosissimo, allora sì che saremmo in guerra. Certo, poi occorre realismo ».
E cioè?
«Riconoscere che fino a quando non sarà abbattuto lo Stato islamico dobbiamo aspettarci il peggio. Ma lo si abbatte solo se non si invoca il conflitto di civiltà . Purtroppo quando la storia appare tragica si fa molto fatica a ragionare. È del tutto logico, e porta anche voti: ma è anche pericolosissimo. Bisognerebbe fare un grande sforzo a partire da noi italiani, non credo sia inutile. In fin dei conti, con la storia che abbiamo, dovremmo essere vaccinati. Anche se adesso non pare così».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 31st, 2014 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA FRANCESE: “AIUTERA’ A RIVEDERE L’AUSTERITY CHE SOFFOCA L’EUROPA”
«Non capisco perchè le cosiddette cancellerie europee siano così terrorizzate dalla probabile
vittoria di Syriza in Grecia. O meglio, lo capisco, però è ora di smontare le loro ipocrisie”.
Thomas Piketty, docente all’Ecole d’èconomie parigina, “l’economista più autorevole del 2014” come lo ha definito il Financial Times, è sceso in campo con tutta la sua grinta con un editoriale pubblicato ieri da Liberation .
«Serve in Europa una rivoluzione democratica», ha scritto e ce lo ripete chiaro e forte al telefono dall’aeroporto di Parigi mentre sta per imbarcarsi per New York, la città che ha lanciato il suo “Capitale nel XXI secolo” come libro dell’anno grazie all’endorsement del premio Nobel Paul Krugman.
Professore, però Tsipras si è fatto strada sventolando la bandiera dell’uscita dall’euro…
«Sì, ma ora ha molto ammorbidito le sue posizioni. Si è rivelato, all’opposto, un leader fortemente europeista, una posizione che si assesterà ulteriormente se com’è probabile dovrà formare un governo di coalizione, visto che secondo i sondaggi non avrà più del 28% e quindi 138 seggi, 12 in meno della maggioranza. I più probabili alleati come sapete sono il neocostituito partito di centrosinistra Potami e l’altra forza di sinistra democratica Dimar, che gli garantirebbero un altro 8-10%. Certo, Syriza farà valere le sue posizioni in Europa, ma non sarà un male, anzi».
Qualcosa accadrà , insomma. Ma è sicuro che non sarà qualcosa di dirompente?
«Senta, guardiamo la situazione con realismo. La tensione in Europa è arrivata a un punto tale che in un modo o nell’altro scoppierà , entro il 2015. E tre sono le alternative: una nuova crisi finanziaria sconvolgente, l’affermazione delle forze di destra che realizzano la coalizione di cui stanno mettendo le basi incentrata sul Fronte Nazionale in Francia e comprendente la vostra Lega e forse i 5 Stelle, oppure uno choc politico proveniente da sinistra: Syriza, gli spagnoli di Podemos, il Partito democratico italiano, quel che resta dei socialisti francesi. Finalmente alleati e operativi. Lei quale soluzione sceglie? Io la terza».
La famosa “rivoluzione democratica”, insomma. Quali dovrebbero essere i primi atti?
«Due punti. Primo, la revisione totale dell’attuale politica basata sull’austerity che sta soffocando qualsiasi possibilità di recupero in Europa, a partire dal Sud dell’eurozona. E questa revisione deve per primissima cosa prevedere una rinegoziazione dei debiti pubblici, un allungamento delle scadenze, eventualmente dei condoni veri e propri di alcune parti. È possibile, glielo assicuro. Vi siete chiesti perchè l’America marcia alla grande, così come l’Europa fuori dall’euro come la Gran Bretagna? Ma perchè l’Italia deve destinare il 6% del proprio Pil al pagamento degli interessi e solo l’1% al miglioramento delle sue scuole e università ? Una politica incentrata solamente sulla riduzione del debito è distruttiva per l’eurozona. Secondo punto: un accentramento presso le istituzioni europee di politiche di base per lo sviluppo comune a partire da quella fiscale, e magari riorientare quest’ultima tassando di più le maggiori rendite personali e industriali. Su queste materie fondamentali si deve votare a maggioranza e non più all’unanimità , e poi vigilare perchè tutti si adeguino. Più centralità serve anche su altri fronti a somiglianza di quanto si sta cominciando a fare per le banche. Solo così si potrà omogeneizzare l’economia e sbloccare la frammentazione di 18 politiche monetarie con 18 tassi d’interesse, 19 da inizio gennaio con la Lituania, esposta al flagello della speculazione. Non rendersene conto è miope e, quel che è peggio, profondamente ipocrita».
Le “ipocrisie europee” di cui parlava all’inizio: a cosa si riferisce più precisamente?
«Andiamo con ordine. Il più ipocrita è Jean-Claude Juncker, l’uomo al quale incoscientemente si è data in mano la commissione europea dopo che per vent’anni ha condotto il Lussemburgo a una sistematica depredazione dei profitti industriali del resto d’Europa. Ora pretende di fare il duro e di prendere un giro tutti con un piano da 300 miliardi che però è finanziato solo per 21, e all’interno di questi 21 la maggior parte sono fondi europei già in via di erogazione. Parla di “effetto leva” senza neanche rendersi conto di cosa sta parlando. Al secondo posto c’è la Germania, che fa finta di aver dimenticato il maxi-condono dopo la seconda guerra mondiale dei suoi debiti, scesi di colpo dal 200 al 30% del Pil, che le ha permesso di finanziare la ricostruzione e la prepotente crescita degli anni successivi. Dove sarebbe andata se fosse stata obbligata a ridurre faticosamente il debito a colpi dell’uno o due per cento all’anno come sta costringendo a fare il sud Europa? La terza piazza nell’imbarazzante classifica delle ipocrisie spetta alla Francia, che ora si ribella alla rigidità tedesca ma è stata in prima fila nell’affiancare la Germania quando è stata impostata la politica dell’austerity, e altrettanto decisa sembrava quando con il Fiscal Compact del 2012 si sono condannate le economie più deboli a ripagare i debiti fino all’ultimo euro malgrado la devastante crisi del 2010-2011. Ecco, se saranno smascherate e isolate queste ipocrisie si potrà ripartire per lo sviluppo europeo nell’anno che sta per iniziare. E Syriza farà meno paura»
Eugenio Occorsio
(da “La Repubblica”).
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Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
MA CON LA UE SI AVVIA LA TRATTATIVA
«Oggi è una giornata storica. Il futuro è iniziato e grazie al voto dei greci presto manderemo in
archivio la parola austerità ».
Cinque anni fa Alexis Tsipras militava in un partito che raccattava a stento il 4,9% dei consensi.
Oggi la sinistra di Syriza è in testa a tutti i sondaggi con 3-6 punti di vantaggio su Nea Demokratia il centrodestra del premier Antonis Samaras.
E il 40enne che vuole rivoltare l’Europa come un calzino ha lanciato ieri sera in un bagno di folla al teatro Keramikos il programma elettorale e le parole d’ordine che potrebbero cambiare davvero la storia della Grecia e del Vecchio continente.
«L’Europa deve mettersi in testa una cosa. Quello che conta in democrazia è il voto. E il futuro del mio paese lo decideranno i miei concittadini e non i falchi dell’euro », ha esordito. Compito dei greci è scegliere «tra nuovi tagli e la Troika o la speranza».
Il 25 gennaio, visto da questa sala che trabocca di passione, è già diventato una sorta di catarsi.
«Oggi è l’inizio della fine di chi ha portato la Grecia nel baratro – assicura l’enfant prodige della sinistra europea ai militanti del partito – . Il bello è che il premier e i politici che hanno causato la crisi si presentano come i salvatori della patria dandoci lezioni di europeismo. Ridicolo, visto che arrivano da chi (leggi Samaras, ndr .) è passato in una notte da paladino del fronte anti-Troika a miglior amico di Ue, Bce e Fmi». Applausi
La strada, lo ammette anche Tsipras in camicia bianca quasi renziana, «non è facile». Prima c’è da vincere le elezioni («ribalteremo i pronostici, la gente non vuol buttare alle ortiche cinque anni di sacrifici», ha detto ieri il presidente del Consiglio).
Poi, soprattutto, c’è da cercare alleati per formare un governo e raggiungere in tempi brevissimi – entro fine febbraio – un’intesa con la Troika per sbloccare nuovi aiuti ed evitare il default.
«C’è una sola cosa non negoziabile – è il mantra del leader di Syriza – . Noi vogliamo uscire dal memorandum senza nuovi tagli lacrime e sangue».
Washington, Bruxelles e Francoforte devono mettersi il cuore in pace.
I due miliardi di austerity pretesi in cambio dell’ultima tranche da sette miliardi di prestito resteranno secondo i piani di Tsipras un sogno.
Anzi: «Syriza implementerà da subito il programma di Salonicco ». Tradotto: un ritocco all’insù delle pensioni più basse e dello stipendio minimo, elettricità gratis alle famiglie meno abbienti e nuovi investimenti pubblici. In soldoni, una sconfessione degli accordi già presi con la Troika che per il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble «vanno rispettati ».
Il braccio di ferro si preannuncia durissimo.
Anche perchè Syriza chiederà alla Ue un taglio sostanzioso del debito greco, fumo negli occhi per i rigoristi del Nord.
Tsipras però ha teso loro ieri anche qualche piccolo ramoscello d’ulivo: «Teniamo alla stabilità del sistema bancario in Grecia e in Europa – ha spiegato–. Non usciremo dall’euro, non prenderemo decisioni unilaterali sul debito e non toccheremo i risparmi dei privati».
Lotta senza quartiere invece agli evasori. «E’ un assurdo che Samaras chieda il voto a un ceto medio che ha spinto nella povertà massacrandolo di tasse e di tagli agli stipendi mentre non ha torto un capello ai ricchi che non pagano le tasse».
Clima molto pre-elettorale. Aperitivo di una campagna che si preannuncia virulenta e polarizzata e dove «il concetto di Grexit, l’uscita di Atene dall’euro in caso di vittoria di Syriza, sarà utilizzato da Nea Demokratia come arma impropria di terrorismo mediatico».
Gli ambienti europei sono convinti che al momento di sedersi al tavolo delle trattative i toni saranno meno accesi.
E che Tsipras, imbrigliato anche dalla necessità di trovare alleati per varare un governo, abbasserà dopo il 25 gennaio l’asticella delle sue pretese.
Il leader carismatico della sinistra ellenica promette invece battaglia: «Il vento in Europa è cambiato. Podemos è in testa ai sondaggi in Spagna. Ho ricevuto messaggi di solidarietà da Italia, Francia, Bolivia e persino dalla Germania».
E nessuno, è la sua speranza, avrà il cuore di buttare la Grecia fuori dall’euro.
Il finale, nello stile dell’oratore, è pirotecnico.
«Samaras e Venizelos saranno buttati fuori dalle stanze del potere – ha concluso Tsipras – . Ma li diffido dal far sparire documenti ed e-mail firmati in questi anni. Specie quelli con la Troika. Li vogliamo vedere tutti uno a uno». Ovazione.
Dalla sala e dalle strade intorno al Keramikos, intasate di gente che non ha trovato posto nel teatro.
La campagna elettorale è iniziata.
(da “La Repubblica”)
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