Marzo 22nd, 2021 Riccardo Fucile
AUTOSTRADE, TELECOM E I PESSIMI AFFARI DELLO STATO CHE FECERO FELICI I SOLITI NOTI: GLI ANNI 90 DELLA DEREGULATION FINANZIARIA E LE GRANDI BANCHE ANGLO-USA CHE INVADONO IL TESORO
Dopo i 43 morti per il crollo del ponte Morandi a Genova, la vendita della monopolista società Autostrade è diventata il principale simbolo negativo delle privatizzazioni di aziende “gioiello” dello Stato, organizzate negli anni Novanta da Mario Draghi quando era direttore generale del ministero del Tesoro.
Ora, in una specie di “nemesi” del destino, tocca proprio al premier Draghi decidere sulla trattativa in corso per acquistarla e riportarla sotto il controllo pubblico.
Per alcuni Autostrade fu svenduta. Per i compratori Benetton — che sapevano farsi benvolere dal centrosinistra di Romano Prodi, Massimo D’Alema e Carlo Azeglio Ciampi, come dal centrodestra di Silvio Berlusconi e dagli altri partiti — il prezzo era giusto.
Le condizioni tecniche di Draghi per la vendita furono favorevoli: in sintesi consentivano di comprare con l’aiuto di maxi-debiti e di trasferirli poi dentro l’azienda acquisita.
Autostrade sembrava un gigantesco bancomat per i proprietari, riempito a suon di aumenti dei pedaggi concessi dai governi di tutti i colori.
L’inchiesta giudiziaria sul crollo del ponte a Genova chiarirà se si risparmiava sulla manutenzione fino a mettere a rischio la sicurezza degli automobilisti. In compenso Draghi sa nei dettagli quanto e come fu pagata Autostrade. Ha la competenza per comprarla senza farsi condizionare dai prezzi alti ipotizzati da “indiscrezioni” di giornali attenti agli interessi dei Benetton. E per non far accollare allo Stato gli imprevedibili e altissimi rischi dei risarcimenti per il disastro del Morandi.
Anche la vendita del colosso monopolista Telecom ha fatto capire ai liberisti alla Draghi che il privato non sempre è meglio del pubblico.
Nel ’97 il controllo fu dato agli Agnelli che, com’era loro abitudine, comprarono una quota minima con un “nocciolo duro” di altri azionisti. Poi prevalsero — con maxi-debiti scaricati sulla società — Emilio Gnutti e Roberto Colaninno, ben visti dall’allora premier D’Alema. Quando a Palazzo Chigi arrivò Silvio Berlusconi, incassarono rivendendo a Marco Tronchetti Provera.
In sostanza, con le privatizzazioni, imprenditori e finanzieri graditi ai governi subentrarono ai dirigenti-boiardi imposti dai politici. Telecom, molto indebitata, tagliò decine di migliaia di dipendenti.
Meno nota, ma giudicata nella finanza laica quasi “un delitto”, fu la privatizzazione della Banca commerciale italiana (Comit/Bci), raro esempio di istituto di credito nazionale con efficienza, credibilità e abbastanza autonomia dai partiti fin dai tempi del banchiere umanista Raffaele Mattioli.
Finì ai “nemici” delle banche ex democristiane. Intesa di Giovanni Bazoli la inglobò ed eliminò il prestigioso marchio Comit/Bci.I facili introiti “una tantum” delle privatizzazioni di Draghi non risolsero il problema dell’alto debito dello Stato. Serviva ridurre gli sprechi, la corruzione, l’evasione fiscale e un attento controllo della spesa strutturale. Andava calcolato meglio se, nel lungo periodo, sarebbe convenuto non vendere le aziende redditizie e incassare i dividendi. Anche perchè, in Italia, governi e alti burocrati non avevano certo fama di bravi venditori/compratori con i privati.
Bisognava migliorare molto almeno gli apparati dei ministeri. Invece Draghi, nel suo decennio al Tesoro, esternalizzò alle costose banche d’affari e società di consulenza multinazionali, spesso in potenziali conflitti d’interessi con altri loro business e clienti privati.
Iniziò nella mini-crociera sul panfilo reale inglese Britannia, nel giugno ’92, dove aprì le porte del suo ministero ai banchieri anglo-Usa. Già nel settembre successivo alcuni di loro furono sospettati dell’attacco speculativo alla lira con guadagni enormi a spese degli italiani. La conseguente svalutazione della moneta deprezzò le aziende pubbliche. In teoria banchieri e loro clienti potrebbero aver partecipato alle privatizzazioni pagando a prezzi di saldo con quanto incassato speculando contro la lira.
Secondo dei veterani del Tesoro, Draghi sbagliò a “far entrare famelici squali della finanza dove alti burocrati sguazzavano come pigri pinguini e placide foche”.
Un esempio di come li sbranarono furono le ingenti perdite con riservatissimi e criptici contratti di “derivati finanziari”, piazzati dalle banche straniere. Dovevano assicurare un grande debitore come l’Italia dalle eccessive variazioni dei tassi d’interesse e dei cambi valutari. Ma a volte svelavano effetti speculativi ad alto rischio. Il Tesoro e altre amministrazioni pubbliche hanno pagato miliardi alle grandi banche d’affari, che vincevano quelle “scommesse” finanziarie. Le contestazioni della Corte dei Conti contro dirigenti del Tesoro sono ancora in corso. Non hanno coinvolto Draghi, che ha sempre rivendicato l’utilità e la cultura dei derivati, sia di non aver mai firmato contratti “incriminati”.
Guidando la commissione per la riforma degli intermediari finanziari, il direttore del Tesoro diede vita alla “legge Draghi”.
Era influenzato dal liberismo dominante a Wall Street e nella City. E la sua coerenza andava rispettata. Almeno fino a quando non lasciò il Tesoro e nel 2002 sollevò dubbi di potenziali conflitti di interessi trasferendosi a Londra al servizio della banca privata Goldman Sachs, che lo gratificò con un mega-stipendio.
Anche suo figlio Giacomo seguì le orme paterne in una entità simile, Morgan Stanley, che guadagnerà miliardi su un contratto di derivati con il Tesoro (successivo all’uscita di Draghi).
Le banche d’affari assumono spesso politici e dirigenti dopo averli apprezzati quando operavano nello Stato. Queste “porte girevoli” tra pubblico e privato, però, possono nascondere una ricompensa dilazionata nel tempo? Il segreto sui contratti bancari non consente certezze.
Rispetto a tanti governanti ingaggiati “a peso d’oro” dai banchieri, l’indiscussa competenza finanziaria tutelava l’immagine del buon Mario. In più quelle critiche si dissolvono man mano che si allontana il ricordo del ruolo nelle istituzioni pubbliche.
Il problema di Draghi fu che non finì ricco e dimenticato in Goldman Sachs. Nel 2006 fu richiamato a Roma dal premier Berlusconi, su “segnalazione” del solito Ciampi (allora al Quirinale), come governatore della Banca d’Italia, al posto di Antonio Fazio travolto dallo scandalo Bancopoli.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 21st, 2021 Riccardo Fucile
CHE STANNO FACENDO ALCUNI DEI “MIGLIORI”?
I cantori del governo Draghi hanno parlato di “Dream team”, di “All star”, delle “migliori risorse” messe a disposizione del Paese per uscire dal momento più difficile. Qualcuno però dev’essersi imbucato, non foss’altro per i curricula di certi ministri e sottosegretari o per le prime decisioni prese.
Il risultato, figlio anche delle necessità di accontentare una maggioranza estesa quasi quanto l’intero Parlamento, è un esecutivo pieno di “peggiori”: dalla leghista Lucia Borgonzoni alla Cultura fino allo smarrito Patrizio Bianchi alla Scuola, subito alle prese con la chiusura di quasi tutti gli istituti.
Per non dire del ritorno della renziana Teresa Bellanova — quella che per amore della Patria aveva “rinunciato alle poltrone” — e della nomina di Francesco Paolo Sisto come sottosegretario alla Giustizia, lui che nei tribunali ci andava come avvocato di Silvio Berlusconi (la cui idea sulla giustizia italiana è nota).
Ma tant’è: questa è la squadra e ci dobbiamo accontentare. Anche solo per non rassegnarci alla narrazione del “governo dei migliori”, però, è utile un piccolo bignami sui primi passi nell’esecutivo di questi nostri illustri rappresentanti e sulle loro mirabili imprese. Tra gaffe e flop precoci, c’è già materiale per un inglorioso resoconto da cui dovranno riscattarsi.
Il nuovo cts. Numeri sballati e addio all’Inail
Il nuovo Comitato tecnico scientifico dell’era Draghi parte tra polemiche e persino minacce di esposti in Procura. Per il sospetto che Palazzo Chigi sia stato sensibile alle pressioni della Lega, che da tempo reclamava la mordacchia per gli scienziati accusati di voler tenere “reclusi in casa gli italiani”. Nella nuova composizione è stato ridotto il peso specifico degli esperti sanitari e addirittura cancellata la presenza dell’Inail, che aveva svolto un ruolo fondamentale per l’elaborazione dei protocolli anti-Covid per i luoghi di lavoro. Mentre un posto nell’organismo era stato assicurato ad Alberto Gerli, esperto informatico col vizio di fare cilecca con previsioni tranquillizzanti sull’andamento della pandemia, poi costretto al passo indietro (“A fine febbraio il Veneto sarà zona bianca” , assicurava a inizio anno).
Nel collegio c’è anche Donato Greco, epidemiologo convinto che l’emergenza sia cessata già da tempo e che le restrizioni siano “frutto di una politica della paura”. In passato aveva negato ogni relazione tra tumori e discariche al tempo in cui era sub commissario per l’emergenza rifiuti in Campania.
Roberto Cingolani. Transizione tra le stelle
Il suo esordio davanti alle commissioni di Camera e Senato non ha impressionato in positivo, soprattutto gli ambientalisti. L’ex direttore dell’Iit di Genova oggi ministro per la Transizione ecologica ha messo sul tavolo una eterogeneità di prospettive al confine tra l’incognita e il preoccupante: idrogeno verde, fusione nucleare, le “stelle come fonte di energia del futuro”. Ammesso che l’idrogeno sia la risposta in un futuro lontano (sulla fusione nucleare, per dire, c’è ancora molta strada da fare), non è ben chiara la transizione immediata e la sua progettualità in seno al Pnrr.
Su trivelle, petrolio e gas ha preso tempo con una nuova scadenza per la realizzazione del piano delle aree, ma ha dato un rapido indirizzo su come snellire la “burocrazia” richiamando il “modello Genova”. Intanto, si è dimenticato di parlare delle rinnovabili “tradizionali”.
Carlo Cottarelli. Dopo tanta attesa, ecco la chiamata per la pa
Carlo Cottarelli è l’uomo dei mille incarichi promessi, colui che teneva il telefono “sempre acceso”, hai visto mai arrivasse una chiamata dal Colle più alto. La chiamata è arrivata, ma non dal Quirinale, semplicemente dal ministero della Pubblica amministrazione di Renato Brunetta che lo ha voluto nel gruppo di lavoro sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, insieme a un po’ di noti burocrati e professori di economia, rigidamente bocconiani.
Lui, ospite fisso di Fabio Fazio, si mostra sempre cuor contento: presenzia, consiglia, si agita, guarda il telefono e poi, come un Renato Altissimo qualunque, si ritrova nel centro liberaldemocratico costituito da Azione, Più Europa, Partito repubblicano italiano, Alleanza liberaldemocratica per l’Italia e Liberali (ma oggi si passerà alla “maratona virtuale dei riformisti”).
Lui presiede la scrittura del “Programma per l’Italia”. E magari mentre scrive, ci ripensa, come ha fatto sul Mes: prima a favore, poi contrario. Ma sempre cuor contento.
Lucia Borgonzoni. La sua Cultura: “Riaprire i bingo”
La sottosegretaria alla Cultura che non legge libri è tornata sul luogo del delitto, quel Mibact che ha frequentato nel Conte I senza lasciare ricordi indelebili, ma consolidando la fiducia di capitan Salvini (e quindi la candidatura disastrosa alle regionali emiliane).
Non è realistico valutare l’impatto del suo lavoro in queste poche settimane, ma dalle sue uscite pubbliche possiamo capire che si occupa — come il suo leader — di quasi tutto tranne che di Beni culturali (interviene su vaccini, economia, fisco, legittima difesa, etc). Il suo cavallo di battaglia in questi giorni è aver promosso il decreto che regola i crediti d’imposta per i produttori di videogiochi
Che c’azzecchino cinema e videogiochi è un mistero, ma la sottosegretaria leghista sembra proiettata sulla dimensione ludica: subito prima del suo nuovo incarico al Mibact si era distinta per aver chiesto di far riaprire subito non musei e teatri ma “sale slot, scommesse e bingo”, definiti “presidi della legalità contro la mafia”.
Patrizio Bianchi. Chiudere, aspettando che la tempesta passi
Non ce l’ha fatta a tenerle aperte, anzi, è riuscito nell’impresa di fare in modo che le scuole fossero le prime (e praticamente uniche) a chiudere. Era in parte successo anche alla ministra Lucia Azzolina, che l’ha preceduto, di dover subire la decisione autonoma delle Regioni o di dover mediare le pressioni degli alleati di governo LeU e Pd, ma almeno in quel caso si era percepita della resistenza, una lotta, un tentativo di trovare una soluzione. Nel caso del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, invece, si è vista solo la resa di fronte a una variante inglese che pareva auto-generarsi nei corridoi delle scuole. Esito: istituti chiusi in tutte le zone rosse, anche per i più piccoli (che hanno protocolli molto più stringenti) e Dad a tempo indefinito per tutti gli altri.
Brunetta-Gelmini. Renato dà il bonus, Mariastella apre
Per Renato Brunetta è un ritorno, ma questa volta sembra orientato a una linea soft. Se al suo primo giro da ministro della Pa era andato alla guerra coi dipendenti pubblici, considerati una manica di fannulloni tanto da meritarsi i famigerati tornelli, ora il suo approccio è più morbido. In attesa della riforma, il suo biglietto da visita è stato l’assunzione di 2800 precari, un aumento di 107 euro in busta paga e l’introduzione di una serie di bonus per eccellenze e innovazione. E sembra morbido anche sullo smart working. Maturazione o furbizia?
Della Mariastella Gelmini ministra dell’Istruzione si ricordano i tagli draconiani al personale scolastico e la gaffe sul “tunnel dei neutrini tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso”. Ora alle Politiche Regionali ha preso il testimone di Francesco Boccia ma sta sul fronte opposto: se Boccia era per chiudere il più possibile, Gelmini è “aperturista”, più propensa ad ascoltare le ragioni di imprenditori e commercianti che quelle dei medici. Per lei, però, la vera sfida sarà tenere botta sull’organizzazione delle vaccinazioni, dove le Regioni vanno in ordine sparso.
Teresa Bellanova. Altro che rinuncia alla poltrona
Per un paio di settimane, a cavallo tra gennaio e febbraio, Matteo Renzi ha ricordato ogni giorno il “gesto di coraggio” di Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto, eroi che “hanno rinunciato alle poltrone mentre gli altri li giudicavano folli”.
Oggi sono tornati tutti e tre al governo, anche se l’ex ministra dell’Agricoltura ha dovuto accontentarsi di un posto da “vice” alle Infrastrutture, dove il responsabile è Enrico Giovannini.
Poco male, anche a giudicare dai toni con cui i renziani parlano della loro operazione politica per far fuori Conte: “Un drappello di visionari riformisti ha avuto ragione”, dice la stessa Bellanova. E ora? La linea sponsorizzata dalla viceministra ricalca il Piano Shock di Italia Viva, un miliardario insieme di opere pubbliche da gestire attraverso commissari (nulla di molto diverso dalle tanto criticate task force tecniche) in grado finalmente di “sbloccare i cantieri”. Un modello Genova amplificato che vuole rendere consuetudine l’eccezionalità di quella ricostruzione, naturalmente derogando a molti dei vincoli oggi previsti dal Codice degli appalti.
Carlo Sibilia. Quello che Draghi “andava arrestato”
L’eternauta del M5S. In tre anni il Movimento ha cambiato tre volte alleati di governo e messo in soffitta molti totem ma Carlo Sibilia, 35 anni, di Avellino, è sempre rimasto dov’era, sottosegretario di Stato all’Interno.
Apparentemente intoccabile, di certo bravissimo a galleggiare nelle acque agitate dei 5Stelle. Ce l’ha fatta anche stavolta, grazie innanzitutto al legame con Luigi Di Maio.
E non era semplice, anche perchè Sibilia è lo stesso 5Stelle d’assalto che l’11 febbraio 2017 scriveva: “Draghi è quello che ha dato il via al crack Mps che noi oggi paghiamo 20 miliardi. Andrebbe arrestato”.
Un post che il grillino poche settimane fa ha precipitosamente cancellato, come un altro di pochi giorni dopo, in cui ribadiva: “È stato Draghi nel 2008 a mettere Mps su un piano inclinato”. D’altronde anche Beppe Grillo urlava contro l’ex presidente della Bce, e ora lo descrive come “un po’ grillino”. Quindi, liberi tutti.
Garofoli e Sileoni. Giurista e super liberista
Del sottosegretario alla presidenza del Consiglio è stato detto: nel Conte 1, da capo di gabinetto al Tesoro (arrivato con Padoan, rimase con Tria), fu messo nel mirino di Palazzo Chigi per una norma comparsa in un decreto a favore della disastrata Croce Rossa, poi cassata da Tria. Chiarì che era una richiesta del ministero della Salute.
In quel periodo, peraltro, Garofoli stava risolvendo un contenzioso con Cri su una casa in cui aveva aperto un B&B. A inizio 2019 lo scontro porta alle dimissioni. Oggi è tra coloro che dovrebbero studiare come introdurre le nuove misure anti-Covid senza ricorrere a quei Dpcm tanto invisi a Sabino Cassese.
Si pensa a un decreto, che però rischia di non lasciare tempo al Parlamento di discutere neanche il precedente. O a un’ordinanza del ministro della Salute che però dovrebbe intervenire anche su temi di altri ministeri e far saltare il confronto con loro e le Regioni. Nello staff di Draghi è arrivata anche la super liberista Serena Sileoni (ricercatrice in diritto pubblico) dell’Istituto Bruno Leoni. Il suo ultimo intervento sul Foglio è dedicato ai successi delle case farmaceutiche contro il Covid. In altri auspicava una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro e che “si tolgano le briglie al mercato”.
Valentina Vezzali. Tutto deciso prima che arrivasse
L’ultima arrivata ha già fatto storcere il naso a molti: ai suoi colleghi che magari avrebbero preferito altri ex atleti, ai partiti che si sono sentiti esclusi dalla scelta, a chi ancora ricorda la gaffe con Berlusconi e l’esperienza con Monti.
Eppure Valentina Vezzali, la campionessa di scherma voluta da Mario Draghi (ma si dice soprattutto dall’ex capo della Polizia Gabrielli e dal leghista Giorgetti) come sottosegretaria allo Sport, non ha fatto ancora nulla.
Il decreto salva-Coni è stato approvato subito prima della sua nomina (e forse non a caso: sarà dura contenere Malagò). Il decreto Sostegni per lo sport prevede quasi solo il bonus per i collaboratori sportivi, che era stato il cavallo di battaglia di Spadafora (però con la novità della progressività , per non dare più soldi a pioggia, su input del nuovo governo condiviso dalla sottosegretaria). Il suo primo, vero passo sarà la scelta dello staff. Come si dice nelle pagelle sportive, è ancora s.v.: senza voto.
F. Paolo Sisto. Giustizia, riforma baciata da Silvio
Fosse per lui, le intercettazioni quasi non dovrebbero esistere perchè “le esigenze del processo non sono sempre prevalenti. Esiste un diritto alla vita privata, alla riservatezza, alla libertà di espressione che conta quanto e talvolta più delle esigenze investigative”. L’avvocato Francesco Paolo Sisto, neo sottosegretario alla Giustizia in quota Forza Italia, non sta nella pelle ora che a Via Arenula c’è Marta Cartabia e quell’intruso di Alfonso Bonafede, che solo a vederlo gli provocava l’orticaria, è ormai un lontano ricordo (per quanto spiacevolissimo). Adesso però l’occasione è finalmente propizia per una riforma della giustizia, a partire dalla prescrizione — modificata proprio da Bonafede — così cara a Silvio Berlusconi e (il copyright è proprio del neo sottosegretario) ai “partigiani della Costituzione di Forza Italia”, che per i critici sono da sempre gli scudi umani del Cav, da loro sempre difeso a suon di leggi ad personam e di sit-in di fronte al Palazzo di giustizia di Milano. Sisto, per la verità , il suo lo ha fatto anche in tribunale, dove ha assistito il Capo nel processo per le escort portate in via del Plebiscito, vecchia residenza romana di Silvio, da Giampi Tarantini.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile
LA FIDUCIA NEL GOVERNO DRAGHI E’ CROLLATA AL 40%
Il primo tagliando del governo Draghi a un mese abbondante dal giuramento al Quirinale non è entusiasmante per il premier e i suoi ministri.
I sondaggi danno un responso unanime: il consenso attorno all’ex presidente della Bce è in flessione, la luna di miele con l’opinione pubblica sembra già agli sgoccioli.
La fiducia degli elettori nel nuovo governo è in calo secondo tre diversi istituti demoscopici: per Euromedia Research di Alessandra Ghisleri è al 47% (e partiva dal 57), secondo Aqua Group di Fabrizio Masia è al 40% (una settimana fa era al 42), anche per Antonio Noto (Noto Sondaggi) è al 40, in discesa di circa 4 punti dall’ultima rilevazione.
Anche il carisma personale del presidente del Consiglio sembra meno luminoso di come era stato percepito all’esordio a Palazzo Chigi: la fiducia in Draghi scende dal 57 al 52% secondo i numeri di Noto, dal 64 al 57% per quelli della Ghisleri.
Le ragioni? “Più il tempo passa, più le persone aspettano qualcosa di concreto”, riflette la direttrice di Euromedia Research.
Per Ghisleri, “Draghi fa bene a comunicare poco, è la sua cifra e il suo stile, credo si sia imposto di parlare solo nel momento in cui c’è qualche risultato effettivo da presentare all’opinione pubblica. Al tempo stesso però la gente sente il bisogno di essere tranquillizzata, sia sui ristori che sull’evoluzione della pandemia. La gestione del caso AstraZeneca, ad esempio, poteva essere affrontata in modo più limpido e rassicurante”.
L’impressione complessiva che si ricava dai sondaggi di Draghi è che il sostegno praticamente unanime del sistema mediatico non sia stato sufficiente a mascherare le lacune del suo basso profilo comunicativo.
“Mettendo insieme destra e sinistra — sottolinea Noto — il premier partiva da un bacino potenziale di consenso vicino al 70%, se si sommano le percentuali dei partiti di maggioranza. Un potenziale altissimo. È difficile mantenere un consenso di questo livello. La grande attesa iniziale e l’aspettativa alimentata dal racconto dei media possono diventare un boomerang”.
Per i bilanci è ancora presto, i numeri di maggio o giugno racconteranno una tendenza più solida e significativa. Intanto però si è accesa una prima spia d’allarme attorno alla reputazione quasi sacrale di un uomo presentato come il salvatore della Patria: “Credo Draghi stia scaldando ancora i motori — aggiunge Noto —, di certo finora ha parlato davvero troppo poco. Visti i numeri di partenza molto alti, un calo può essere anche considerato fisiologico. Resta il fatto che gli italiani per adesso non hanno percepito nessun cambiamento concreto rispetto alla situazione precedente”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile
“TROPPA DISTANZA TRA QUANTO PERSO E I RISTORI STANZIATI”: MA QUALCUNO LI HA OBBLIGATI A FARE I LAVORATORI AUTONOMI?
Criteri giusti, risorse insufficienti. Il popolo degli autonomi e delle partite Iva accoglie con un sospiro di sollievo il Decreto Sostegni, appena varato dal Consiglio dei MInistri, anche perchè, ricorda il presidente di Confprofessioni Gaetano Stella, “per noi professionisti l’ultimo intervento di ristoro è arrivato a maggio, e il decreto appena varato dal governo prevede che il prossimo contributo ci arrivi non prima di aprile: siamo stati “dimenticati” per un anno”.
Ma a fronte di tanta attesa, e della stretta del Covid a partire dallo scorso ottobre, i ristori messi a disposizione dal governo appaiono una goccia nel mare: “I parametri per ottenere gli indennizzi sono troppo selettivi, e le risorse sono insufficienti. Le speranze sono appese ai vaccini ma, intanto, le imprese non hanno più riserve per andare avanti”, rivendica il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli.
L’ultimo calcolo di Unimpresa stima in quasi 320 miliardi di euro la perdita complessiva di fatturato per le aziende e le partite Iva in Italia, nell’arco del 2020.
Nel complesso, la contrazione degli incassi è del 12,4%: il calo maggiore si è registrato per alberghi, bar e ristoranti (-40,3%), mentre è stato del 27,1% per il settore dell’intrattenimento e dello sport.
In controtendenza sia il comparto informazione e comunicazione (+1,6%) sia quello dell’agricoltura (+1,8%).
In termini percentuali, a livello territoriale è la Sardegna ad aver avuto l’impatto più forte sulla sua economia (-25,2%), seguita da Friuli-Venezia Giulia (-20,3%), Valle d’Aosta (-17,4%) e Lazio (-16,3%). “Il decreto non ci sembra adeguato nè dal punto vista delle tempistiche, perchè i fondi arriveranno almeno ad aprile, nè da quello delle risorse”, conclude Unimpresa.
“Sui ristori alle imprese apprezziamo il metodo applicato dal governo con il superamento del criterio dei codici Ateco, l’attenzione alle piccole imprese con la rimodulazione dell’intensità dei contributi, la rapidità dell’erogazione. Tuttavia va incrementata la quantità di risorse da destinare agli imprenditori, in particolare per i settori più colpiti, dalla moda al legno-arredo fino alla filiera del turismo”, ribadisce il presidente di Confartigianato, Marco Granelli.
Cna ritene ingiusto aver escluso coloro che “hanno subito pesanti cadute del fatturato pur al di sotto del 30% e non percepiranno alcun ristoro.
In attesa di avere maggiori ristori e contributi a fondo perduto, si sarebbe potuto dare una seconda opportunità di prestiti agevolati a imprese e partite Iva, suggerisce Gaetano Stella.
Tra le organizzazioni più critiche c’è Confesercenti, che stima tra il 5 e il 7 per cento la quota di copertura delle perdite subite dalle imprese a causa del Covid. Stime simili quelle di Fipe: secondo l’associazione un bar che nel 2019 fatturava 150mila euro e ne ha persi 25mila a causa delle restrizioni, avrà diritto a un bonus di 1.875 euro, il 4,7% della perdita media mensile. Tutti chiedono comunque al governo di fare in fretta: la preoccupazione è che i tempi di erogazione dei nuovi contributi, già previsti non prima di aprile, possano ulteriormente slittare.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile
DUE MESI PER FOTOCOPIARE IL DECRETO RISTORI DI CONTE E CHIAMARLO SOSTEGNI
No, dà i, sarà uno scherzo, non può essere vero.
La maggioranza di extralarge intese impiega due mesi a fotocopiare e ritoccare il dl Ristori scambiandolo per nuovo solo perchè lo chiama Sostegni; e poi, proprio sul filo di lana, si blocca per altre 3 ore.
Il Governo dei Migliori litiga su un condonetto come un qualsiasi governo dei peggiori.
Il premier Migliore convoca la stampa per la prima volta in un mese alle 17.30 e poi si presenta alle 20 col favore delle tenebre e a favore di tg, come il Conte Casalino (avvertire Mieli).
Intanto il suo staff s’arrampica sugli specchi delle nuove misure anti-Covid (al posto del decreto Draghi e del Dpcm Draghi in scadenza il 6 aprile) per trovare strumenti normativi diversi dal Dpcm: sennò poi dicono che è tutto come prima e Cassese s’incazza (e, tra i Cassesi che s’incazzano e i giornali che svolazzano, sono cassi).
Così si pensa a un secondo decreto. Ma c’è un problema: essendo impossibile convertire in legge il primo dl Draghi entro il 6, farne un secondo che assorbe e supera il primo significa impedire al Parlamento di discutere il primo e passare al secondo, semprechè si faccia in tempo a discutere il secondo prima che sia sostituito dal terzo, ad libitum.
Perciò il governo dei peggiori faceva un decreto e poi vari Dpcm attuativi, illustrandoli al Parlamento ogni 14 giorni. Cosa impossibile coi dl perchè, prima che ne venga convertito uno in 60 giorni, ne arriva un altro al posto, e poi chi lo sente Cassese?
Dunque i cervelloni di Palazzo Chigi pensano a un’ordinanza di Speranza, che però sarebbe molto meno democratica e garantista di un Dpcm: la farebbe solo il ministro della Salute, anche su materie sociali ed economiche che competono ad altri; invece il Dpcm lo firma il premier, ma “sentiti i ministri competenti e la Conferenza Stato-Regioni”, che invece sarebbero tagliati fuori da un’ordinanza Speranza.
Voi direte: ma con 400 morti al giorno, boom di ricoveri e terza ondata ti scaldi tanto per così poco? Non è per me.
È per le ministre italovive, anzi per l’unica superstite: Elena Bonetti. Nove settimane e mezzo fa lasciò il governo precedente con “Teresa” e “Ivan” perchè “non vogliamo renderci complici di delegittimare il metodo democratico”, del “mancato rispetto delle forme parlamentari”, delle “mancate convocazioni del pre-Consiglio” dei ministri, dell’“abitudine di governare con decreti” e dell’“utilizzo ridondante del Dpcm”, per non parlare della “scelta di non accedere al Mes”.
Ora, siccome i decreti e i Dpcm continuano, il pre-Consiglio non c’è stato neppure ieri e il Mes è sparito dai radar, non vorremmo che la Bonetti ci lasciasse di nuovo. O che l’Innominabile la ritirasse.
O, peggio, che tutto ciò fosse già accaduto e nessuno se ne fosse accorto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 19th, 2021 Riccardo Fucile
“IL MASSIMO DI QUELLO CHE SI POTEVA FARE”… TUTTE LE MISURE
Il consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge “Misure urgenti in materia di sostegno alle imprese e agli operatori economici, di lavoro, salute e servizi territoriali, connesse all’emergenza da covid 19′, megio noto come “decreto sostegni”. Risolta la questione della cancellazione delle vecchie cartelle esattoriali , il decreto Sostegni è finalmente arrivato sul tavolo del Consiglio dei ministri, ritardato proprio per la necessità di lavorare sul capitolo dello stralcio dei debiti col Fisco.
Contributi alle imprese che hanno perso il 30% dei ricavi
Al netto di quella partita, la bozza di 44 articoli circolata prima dell’inizio del Cdm ha confermato l’impianto di assegnazione degli oltre 11 miliardi di contributi a fondo perduto per le imprese e gli autonomi che hanno sofferto la crisi del Covid. Questi andranno alle imprese e ai titolari di partita Iva con fatturato fino a 10 milioni e che hanno registrato una diminuzione del fatturato (nella media mensile) di almeno il 30% tra il 2020 e il 2019. Per le imprese, che dovranno presentare domanda all’Agenzia delle Entrate attraverso una nuova piattaforma affidata a Sogei, ci sarà l’opzione tra il bonifico sul c/c e un credito d’imposta da usare in compensazione. Gli aiuti saranno di minimo 1000 euro per le persone fisiche (2000 per le persone giuridiche) e massimo 150mila euro. I contributi saranno modulati a seconda delle dimensioni delle aziende coinvolte: sono previste 5 fasce di ricavi con percentuali dei ‘sostegni’ differenziate che vanno dal 60% delle perdite per le più piccole al 20% per le più grandi.
Turismo, cultura, agricoltura, matrimoni: gli altri sussidi
Oltre allo schema generale di sostegno, il decreto prevede alcuni ambiti specifici d’intervento. Per la filiera della montagna, ad esempio, c’è un fondo da 700 milioni (cento in più delle indiscrezioni recenti) da assegnare ai comuni con un decreto del nuovo ministero del Turismo, in accordo con la Conferenza Stato-Regioni: tra i soggetti beneficiari, oltre agli esercizi commerciali, ci sono maestri e scuole di sci. Per il mondo della cultura il bilancino dice di 400 milioni in più. Aumenta di 200 milioni di euro la dotazione (di 80 milioni nel 2020) per le emergenze nei settori dello spettacolo, del cinema e dell’audiovisivo. Di 120 milioni di euro è invece l’incremento dei fondi per spettacoli e mostre, e viene ristretta la destinazione, escludendo dal capitolo fiere e congressi, ora riconducibili al nuovo Ministero del turismo. Inoltre passa da 25 a 105 milioni di euro il sostegno per il settore del libro e dell’intera filiera dell’editoria.
Anche le filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura sono interessate dal provvedimento con un incremento da 150 a 350 milioni di euro per il 2021 del Fondo istituito dalla legge di Bilancio, una scelta per dare ristori alle imprese alla luce del perdurare delle misure restrittive per il contenimento del Covid. Anche in questo caso serviranno uno o più decreti del Ministero per le politiche agricole e forestali, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, per definire i criteri e le modalità di attuazione del Fondo.
Il testo prevede poi un fondo da 200 milioni “da destinare al sostegno delle categorie economiche particolarmente colpite dall’emergenza Covid, incluse le imprese esercenti attività commerciali e ristorazione nei centri storici e le imprese operanti nel settore dei matrimoni e degli eventi privati”. Anche in questo caso i fondi saranno distribuiti dalle Regioni. Poi 100 milioni andranno a coprire la cancellazione di fiere e congressi e altri 150 le fiere internazionali. Tra le forme di sostegno particolari, il decreto congela la tassa sui tavolini all’aperto di bar e ristoranti fino al 30 giugno 2021.
Prestiti agevolati dal Mise alle grandi imprese
Al Ministero dello Sviluppo economico si assegna un budget da 200 milioni per finanziamenti agevolati destinati a grandi imprese in difficoltà per la crisi, ma con prospettive di ripresa. Il nuovo Fondo dedicato opera con prestiti da restituire in massimo 5 anni, per assicurare la continuità operativa delle grandi imprese in temporanea difficoltà finanziaria, con almeno 250 dipendenti e un fatturato superiore a 50 milioni di euro o un bilancio oltre i 43 milioni (quindi sono escluse le Pmi, oltre alle società dei settori bancario-finanziario e assicurativo). Il Fondo, viene precisato, può concedere finanziamenti anche alle imprese in amministrazione straordinaria. La misura rientra nel Quadro temporaneo per le misure di aiuti di Stato a sostegno dell’economia nell’emergenza Covid (Temporary Framework), e la sua efficacia è subordinata all’autorizzazione da parte della Commissione Ue
Lavoro, cassa e licenziamenti
Le aziende che hanno la cassa integrazione ordinaria potranno chiedere 13 settimane tra il primo aprile e il 30 giugno 2021 con causale Covid senza contributo addizionale. Secondo la bozza entrata in Cdm saranno invece concesse al massimo 28 settimane tra il primo aprile e il 31 dicembre 2021 per quei lavoratori che non sono tutelati da ammortizzatori ordinari ma hanno l’assegno di solidarietà o la cassa in deroga. Anche in questo caso non è chiesto un contributo addizionale.
Parallelamente il blocco dei licenziamenti individuali e collettivi viene prorogato fino a tutto giugno. Poi, fino alla fine di ottobre è previsto un ulteriore divieto ai licenziamenti per le aziende che usufruiscono del trattamento della cassa integrazione Covid. Vengono riproposte le eccezioni previste dall’ultima legge di bilancio, ad esempio nel caso di un’azienda che cessa definitivamente la propria attività .
Fino al 31 dicembre non sarà necessario aver lavorato almeno 30 giorni negli ultimi 12 mesi per ottenere la Naspi, misura che secondo la relazione in bozza ha una platea di beneficiari di 139.000 persone. Secondo gli archivi amministrativi risultano aver perso il lavoro nel 2018 senza fruizione di Naspi con almeno 13 settimane di contribuzione nell’ultimo quadriennio ma con meno di 30 giorni di lavoro effettivo nell’ultimo anno. La fruizione dell’indennità sarà di un mese. L’onere stimato per la misura è di 121 milioni nel 2021 e di 12 nel 2022 compresi gli oneri figurativi.
Causali dei contratti a termine: stop per tutto il 2021
Il congelamento della stretta del Decreto Dignità scavalca la scadenza di fine marzo: la possibilità di rinnovo o proroga dei contratti a tempo determinato senza la necessità di indicare la causale, per un periodo massimo di dodici mesi e per una sola volta, viene estesa dal 31 marzo al 31 dicembre 2021. Il decreto Sostegni tiene ferma la durata massima complessiva di 24 mesi
Reddito di cittadinanza ed esonero contributivo per gli autonomi
Come anticipato, il fondo per il Reddito di cittadinanza viene rifinanziato nel 2021 per un miliardo, alla luce del fatto che la media della spesa per le erogazioni mensili nel 2020 è più alta del 38% di quella del 2019. Il decreto prevede l’erogazione di tre nuove mensilità del reddito di emergenza alle famiglie in situazione di necessità economica con le stesse regole previste dal decreto rilancio ma con una soglia di reddito incrementata per i nuclei che sono in affitto. Si parte da 400 euro per arrivare fino a un massimo di 800 a seconda dei componenti il nucleo familiare: si prevede una spesa complessiva per il Rem nel 2021 di 1,52 miliardi.
Un miliardo e mezzo di euro riguarda invece l’esonero dei contributi previdenziali dovuti da lavoratori autonomi e professionisti che “abbiano percepito nel periodo d’imposta 2019 un reddito complessivo non superiore a 50.000 euro e abbiano subito un calo del fatturato, o dei corrispettivi nell’anno 2020 non inferiore al 33%, rispetto a quelli dell’anno 2019”. Beneficiari della misura saranno gli iscritti alla gestione separata dell’Inps, gli associati agli Enti di previdenza privati e privatizzati e gli iscritti alle gestioni speciali dell’Ago (Assicurazione generale obbligatoria).
Soldi per vaccini e farmaci anti Covid
Lo stanziamento per i vaccini e i farmaci per la cura del Covid-19 è di 2,8 miliardi: sono previsti 2,1 miliardi per l’acquisto di vaccini e 700 milioni per l’acquisto di farmaci per la cura di pazienti Covid. Sono destinati poi 345 milioni a coinvolgere nella campagna vaccinale medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, pediatri di libera scelta, medici di continuità assistenziale. Per i Covid Hospital sono previsti 51,6 milioni, per cui si provvede con scostamento di bilancio.
Scuola, risorse anche per l’assistenza psicologica
Il decreto sostegni destina alla scuola 150 milioni per il 2021, per acquistare prodotti per l’igiene ma anche per l’assistenza pedagogica e psicologica degli studenti e degli insegnanti. I fondi dovranno essere utilizzati anche per l’inclusione degli alunni disabili e per servizi medico-sanitari per supportare le scuole: dai test diagnostici facoltativi al contact tracing. Il decreto stanzia altri 150 milioni anche per il recupero delle competenze e della socialità degli studenti anche nel periodo estivo. Per il completamento delle attività di sostegno della didattica digitale nelle Regioni del Mezzogiorno (compreso l’acquisto di dispositivi) sono stanziati ulteriori 35 milioni, mentre per la ricerca e la didattica a distanza dell’Università sono in arrivo 78,5 milioni di euro.
Regioni ed enti locali
Il dl Sostegni prevede anche capitoli per gli enti locali, con un incremento di un miliardo di euro sul fondo 2021 per gli enti locali (che arriva a 1,5 miliardi, 1,35 per i Comuni e 150 per Città metropolitane e Province) e di 260 milioni per quello di Regioni e Province autonome. Sono confermati 800 milioni di euro per il Trasporto pubblico locale e 250 milioni per il 2021 per il ristoro parziale dei Comuni per le minori entrate per la mancata riscossione dell’imposta di soggiorno o del contributo di sbarco.
Per le spese sanitarie sostenuti da Regioni e Province autonome per fronteggiare il Covid si prevede un miliardo di euro e si precisa che il Dipartimento della protezione civile e il Commissario per l’emergenza hanno richiesto alle Regioni la rendicontazione delle spese sostenute per farmaci, kit, tamponi, ventilatori e altre apparecchiature, e Dpi. La disposizione, chiarisce la relazione tecnica, non ha effetti in termini di indebitamento tecnico.
(da La Repubblica”)
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Marzo 16th, 2021 Riccardo Fucile
DI MAIO, GIORGETTI E FRANCHESCHINI AL LAVORO PER SPARTIRSI LA TORTA
Da qui ai prossimi giorni si aprirà la cruciale partita per le nomine delle partecipate. Aziende che molto spesso valgono ben più di un ministero.
Con Roberto Garofoli il ruolo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio è tornato ad essere centrale negli snodi del potere: è lui che Mario Draghi incarica per la preparazione dei vertici e per le decisioni più importanti. Ed è lui l’ufficiale di collegamento con l’altro grande decisore delle partite che contano: Daniele Franco, ministro dell’economia.
Ma la partita delle nomine sarà il primo vero banco di prova per la “triade” Di Maio-Giorgetti-Franceschini. Che, a quanto si dice negli ambienti del Deep State, quello “stato profondo” sempre molto bene informato, sarebbe già al lavoro. Di più, avrebbe iniziato a studiare una nuova architettura possibile.
In scadenza, tra le grandi, ci sono Saipem e Cdp (qui la sfida è tra Palermo che punta alla riconferma e Scannapieco, fedelissimo di Draghi e Franco) ma a restare in bilico è ancora Leonardo, visto che le vicende giudiziarie potrebbero costringere i vertici a rassegnare le dimissioni (in ballo c’è anche il Nos, il Nulla Osta Sicurezza).
Poi il Gse, sottovalutato da molti ma strategico per il futuro del Paese. La partita è aperta e chi pensa che la politica sia rimasta a guardare commette un grande errore di misura. I partiti sono allo sbando e navigano a vista, è vero, ma lo erano anche un anno fa. La grande novità è nel numero dei timonieri. E Draghi non potrà non tenerne conto.
(da TPI)
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Marzo 15th, 2021 Riccardo Fucile
NEL SONDAGGIO SWG IL 75% DEGLI ELETTORI DEM FAVOREVOLI ALLA SUA NOMINA… IL PD TORNA AD ESSERE IL SECONDO PARTITO SCAVALCANDO FDI E M5S
Pd, a che punto è la notte? Oggi è il primo giorno ufficiale della segreteria di Enrico Letta. L’idea è quella di un partito che continuerà sulle alleanze la linea di Zingaretti (quindi aperto agli accordi con 5 Stelle e Leu) mentre agli amici i fedelissimi del neo segretario fanno sapere che — a differenza della gestione del Presidente del Lazio- sul Governo Draghi Letta non lascerà il rapporto ai tre ministri Pd (Franceschini, Orlando, Guerini) ma parlerà lui direttamente con Super Mario.
Insomma, non vuole fare la fine del “Re travicello” come invece qualche capo bastone Pd spera. Sul fronte interno probabilmente all’inizio Letta non farà nessun nuovo vicesegretario/a. O per lo meno non si limiterà a queste sole caselle.
Questo per evitare da subito uno scontro con le correnti. Discorso diverso per i capigruppo di Camera e Senato, espressione del renzismo più esasperato.
Alla Camera Delrio, nonostante le parole mielose di oggi, ha tentato fino alla fine di stoppare l’ascesa di Letta candidando la Serracchiani, uscita di scena solo all’ultimo momento.
Mentre al Senato la vicinanza di Marcucci a Renzi e ai renziani è sotto gli occhi di tutti. Come risolvere il problema? I due sono sostenuti da Base Riformista, la corrente degli ex renziani che conta poco nel partito ma tanto nei gruppi parlamentari (fatti proprio da Renzi).
Base Riformista mollerà le due poltrone? E a che prezzo? Forse solo per una nomina a vicesegretaria di Alessia Morani, che andrebbe ad affiancare Letta anche nella delicata stesura delle lista elettorali, che stanno tanto a cuore ai parlamentari
Intanto al posto di Delrio alla Camera si fanno i nomi di Paola De Micheli o Francesco Boccia, due ex proprio della corrente di Letta.
Mentre al Senato Anna Rossomando (area Orlando) potrebbe prendere il posto di Marcucci, che verrebbe dirottato alla vicepresidenza del Senato, dove ora siede proprio la Rossomando.
Insomma, con un tris di donne (Morani, De Micheli, Rossomando) Letta potrebbe aprire la sua nuova segreteria. E ridimensionare gli ex renziani, quelli dell’”Enrico stai sereno”.
Sondaggio Swg
Il Pd risale e guadagna quasi un punto (0,8% per la precisione) negli ultimi sondaggi politici Swg per il Tg La7 di Enrico Mentana.
Il Partito Democratico, con Enrico Letta nuovo segretario (dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti) ora è al 17,4%. I Dem tornano a essere il secondo partito italiano, davanti a Fratelli d’Italia e M5S.
Chi scende è Fratelli d’Italia: di poco (0,2%), ma tanto basta a farsi agganciare da M5S (che cresce di due decimi) a quota 17%.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2021 Riccardo Fucile
QUALCHE GIORNO FA SALVINI E’ STATO AL VIMINALE A COLLOQUIO CON IL MINISTRO… E SUL FATTO CHE NON CI SARANNO MODIFICHE IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA MOLTENI “NE CONVIENE”
Qualche giorno fa Matteo Salvini è stato al Viminale e ha avuto un colloquio con la ministra Luciana
Lamorgese a proposito di immigrazione. In serata il segretario della Lega, ai microfoni di Radio Radio, aveva fatto sapere di essere stato presso la sede del ministero dell’Interno, spiegando “di essere uscito ora dal Viminale, dove ho avuto una serie di incontri”.
Oggi Luciana Lamorgese in un’intervista a La Stampa conferma che sui decreti Salvini, chiamati anche decreti Sicurezza, non è prevista alcuna modifica. E il sottosegretario della Lega Molteni ne “conviene”:
Lei si trova anche a convivere con un sottosegretario della Lega, Nicola Molteni, che era stato molto polemico con le sue scelte. Come vanno le cose al ministero?
«Il clima mi sembra positivo. Il confronto deve essere continuo anche perchè nel governo c’è davvero bisogno del contributo di tutte le forze della maggioranza».
Molteni, però, si era molto speso nella redazione dei decreti Salvini, che poi avete smontato. Ne avete parlato?
«Sì, convenendo che eventuali modifiche non sono all’ordine del giorno. L’anno scorso,i decreti immigrazione erano stati corretti partendo dalleosservazioni della presidenza della Repubblica e tenendo conto del lavoro di raccordo, svolto qui al Viminale, tra le proposte avanzate dalle forze della maggioranza dell’epoca».
Sull’immigrazione si nota in effetti un notevole raffreddamento dei toni. Miracolo del nuovo assetto politico, oppure tregua passeggera?
«È positivo che tutti i partiti della maggioranza mostrino di comprendere fino in fondo le difficoltà politiche ed operative che presentano operazioni, solo apparentemente semplici, come le ricollocazioni in Europa dei richiedenti asilo e i rimpatri di chi non ha diritto alla protezione internazionale. Ora, mi sembra che anche chi in passato ha attaccato il Viminale, talvolta con eccessi inaccettabili, si sia convinto della necessità di remare nella stessa direzione per spuntare un buon accordo con l’Europa».
Per quanto riguarda i flussi migratori Lamorgese ha affermato che “la crisi economica dovuta dalla pandemia rende il fenomeno migratorio ancora più difficile da gestire anche perchè sono in aumento, soprattutto dalla Tunisia, gli sbarchi autonomi che possono essere fermati solo in partenza. L’Italia sta facendo il massimo sforzo anche sollecitando l’Europa per l’avvio di nuove forme di partenariato con iniziative tese allo sviluppo e azioni finalizzate al contrasto alle organizzazioni criminali che lucrano sulla tratta di esseri umani. Purtroppo si ripetono — ha proseguito Lamorgese — naufragi in mare con la perdita di molte vite umane: si tratta di tragedie inaccetabili per l’Italia, che ha sempre avuto tra le sue priorità la difesa dei diritti dell’uomo, primo tra tutto il diritto alla vita. In questo contesto vanno considerate, come elemento di difficoltà , le condizioni di instabilità dei governi di alcuni Paesi di origine e di transito dei flussi migratori”.
E pensare che pochi giorni fa il segretario della Lega, ospite di ‘Non stop news’ su Rtl 102.5 spiegava: “Sull’immigrazione occorrerà tornare a un controllo sereno, legittimo, dovuto e doveroso dei nostri confini di chi entra e di chi esce”.
Come si vociferava qualche tempo fa pare proprio che sull’immigrazione Lamorgese non abbia proprio intenzione di cambiare rotta.
(da “NextQuotidiano”)
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