Luglio 14th, 2017 Riccardo Fucile
“NESSUNO VUOLE LASCIARE LA PROPRIA TERRA, OCCORRE CREARE UNA CULTURA INDUSTRIALE”
Si fa grave il tono della voce di Claudio Descalzi quando comincia a parlare del dramma dei migranti in fuga dall’ex «continente nero».
«Nessun africano ha voglia di lasciare l’Africa – assicura -, è gente attaccata alla propria terra, alle tradizioni: quando scappano è perchè non possono farne a meno, perchè hanno problemi esistenziali».
Conosce bene il problema, l’ad dell’Eni che, non a caso, è la più africana delle imprese italiane, oltre 8 miliardi di investimenti in 16 Paesi.
Per questo si rammarica di come l’Europa, e non solo, ha concepito le politiche oltre il Mediterraneo. Per questo invita a un salto di qualità . Come? «Pensando al lungo termine quando si investe – risponde svelto – . Non solo al profitto immediato, ma alla sostenibilità del business».
È un punto di filosofia di impresa che impone una svolta di etica politica e un maggiore orgoglio politico. «Se l’Africa è il continente che cresce di più, e ne abbiamo bisogno – spiega il top manager milanese -, allora l’Europa deve trovare una visione unitaria per aiutare se stessa, sostenendo l’Africa. Se aiuti il tuo interlocutore a diventare più forte, sei più forte anche tu».
Cosa non ha funzionato?
«È il modello prevalente di sviluppo postcoloniale in Africa che ha mostrato limiti di sostenibilità : è quello che ci ha visti andare, esplorare e sfruttare i campi petroliferi, però esportando tutta la materia prima. Abbiamo lasciato l’Africa senza energia, dunque senza sviluppo e diversificazione industriale».
Di qui le migrazioni…
«Un esodo così forte è stato esacerbato dall’assenza di diversificazione. Il prezzo basso di petrolio e gas, lontano dalla soglia di profitto, ha causato ulteriore povertà in un sistema già povero, provocando disperazione. Il greggio in calo ha messo in estrema difficoltà molti Paesi».
Serve un cambio di passo?
«Nel momento in cui estraggo gas, posso scegliere di esportarlo tutto, oppure solo una parte e lasciare il resto nel Paese come investimento per la stabilità . L’Eni sta facendo questo. Riducendo in parte il profitto di oggi, ma aumentando valore, sostenibilità e credibilità per il futuro. Un esempio è la Libia, dove abbiamo cominciato a distribuire gas, il sessanta per cento di quello estratto, senza obbligo contrattuale. L’effetto è che ci considerano più credibili».
L’impegno è oneroso.
«L’Europa ha messo tanti soldi a disposizione dell’Africa, centinaia di miliardi in mezzo secolo. Ma sono state iniziative più umanitarie che altro. Poche volte, sono stati dati contributi per sviluppare accesso all’energia e formazione in ambiti specifici con il necessario accompagnamento».
Sono queste le priorità «per aiutarli a casa loro»?
«Certamente. L’energia è una leva lunga, aiuta l’affermarsi di una cultura industriale e dello sviluppo. Per far rimanere le persone nella propria terra occorre farle studiare e formarle. Un 20% dei fondi vanno destinati ai giovani, 2-3 anni in cui tutti possano seguire una fase di preparazione che li porti ai mestieri che, nel frattempo, vengono creati».
L’Ue ha stanziato 2,6 miliardi per l’Africa Trust. Però la cassa è ancora vuota.
«I fondi arrivano se c’è una forte motivazione da parte di chi deve versarli, il che richiede leadership molto chiara. Succede nei governi come nelle aziende: le cose funzionano quando il vertice ci crede, sennò i soldi da soli non bastano. Occorre condivisione degli obiettivi. Se moriamo nelle burocrazie, negli attacchi politici perchè qualcuno contesta idee solo perchè le ha avute un altro, non c’è speranza».
Messa così, costringe a riflettere sull’assenza di leadership europea di questi mesi.
«In Europa c’è chi sottostima il problema delle migrazioni. Manca una sufficiente sensibilità del fatto che gli esodi siano un problema esistenziale gravissimo, così serio da poter far cadere qualunque struttura politica. È uno tsunami, non può essere considerato “un problema di qualcun altro”. Da noi, governo e parlamento, bussano a un’Europa che sembra non sentire. Non si accetta che sia un movimento globale che comporta conseguenze che vanno al di là del nostro continente».
Torniamo alla Libia. È la porta che bisogna chiudere.
«Stabilizzare la Libia è una questione centrale. Non è semplice. Succederà solo quando si sarà raggiunta una unità nazionale completa. C’è pressione sull’Europa ma anche sulla Libia. La questione va risolta alla radice».
È difficile, dopo che gli hai preso il petrolio per anni, convincerli alle rinnovabili?
«Il cambiamento climatico e le sue problematiche magari non sono prioritari visto i problemi esistenziali in essere. Però le rinnovabili lo sono. Abbiamo chiuso accordi di sviluppo delle rinnovabili, nel nostro ambito petrolifero, con Egitto, Tunisia, Algeria, Ghana. Discutiamo con altri 4 o 5 Paesi».
L’Enel è attiva nelle rinnovabili. È possibile una cooperazione africana?
«Siamo disponibili a studiare progetti sulle rinnovabili con chiunque e anche con Enel. Ci sono però dei vincoli. Noi operiamo all’interno delle nostre attività petrolifere, dove abbiamo terreni, strutture, reti. Lavoriamo in seno a contrattualistiche consolidate, dove possono seguirci i partner delle joint venture da noi operate. Ciò non significa che non saremmo interessati a studiarne la fattibilità ».
Gira una voce nei corridoi europei. Dice che l’Italia ha risparmiato gli sbarchi dei migranti a Malta in cambio di attenzioni per l’Eni. Che ne dice?
«L’unico modo per risponderle sarebbe una citazione di Fantozzi e la Corazzata Potà«mkin. Quindi non lo farò».
(da “La Stampa”)
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Luglio 14th, 2017 Riccardo Fucile
IL SUO DIFFICILE RAPPORTO CON LA REALTA’
Luigi Di Maio stamattina si è svegliato molto arrabbiato con i giornali e ha deciso di cantargliele chiare e forti dalla sua pagina Facebook.
Come al solito, Di Maio ha un problema grosso come una casa con la realtà e tende a inventare accuse e insulti per fare vittimismo.
Andiamo a vedere di cosa si lamenta.
“Mi si fa passare per un indagato per mafia, quando è una delle tante querele che ho che si aggiungono a quelle archiviate. In questo caso per una frase totalmente inoffensiva nella quale non ho nemmeno pronunciato il nome della Cassimatis.”
In realtà nessun giornale italiano fa passare Luigi Di Maio per indagato per mafia. Oggi sui giornali si racconta invece della querela per diffamazione e della sua iscrizione nel registro degli indagati per quello che lo stesso Di Maio ha detto riferendosi chiaramente a Cassimatis, anche se oggi nega che stava parlando di lei.
«I cittadini – aveva detto il vicepresidente – apprezzano sempre quando una forza politica allontana chi si approfitta della stessa. Alcuni si fanno eleggere con questa e dopo poco passano al gruppo misto».
Per Di Maio i giornali lo fanno passare “per un indagato per mafia” ma non è così perchè tutti i giornali hanno fatto esplicitamente riferimento al fatto che si tratta di una querela per diffamazione.
Il problema semmai è che per molti anni secondo il M5S ogni indagato è automaticamente colpevole, soprattutto se è un politico.
“Mi si fa passare per antisemita e fascista perchè in un gruppo che si chiama “Club Luigi Di Maio”, di cui abbiamo già chiesto a Facebook che venga cambiato il nome e che non ha alcun legame con me nè con il movimento 5 stelle, qualcuno a me estraneo ha pubblicato delle foto insultando il deputato Pd Fiano.
In realtà nessun giornale ha fatto passare Di Maio per un antisemita.
L’articolo a cui il vicepresindente della Camera fa riferimento è quello a firma di Marco Zonetti su Affaritaliani. Ci vuole davvero molta fantasia per leggere qualche accusa di antisemitismo a a Di Maio in un articolo che parla soprattutto e unicamente degli attacchi beceri dei fan dell’esponente politico pentastellato al “nemico di turno”.
Il fatto che l’autore dell’articolo chieda — legittimamente — «cosa ne pensi l’onorevole Di Maio di “cotanta” fan base» non equivale ad un’accusa di antisemitismo.
Ma forse chi non è abituato a rispondere alle domande dei giornalisti ha qualche difficoltà a distinguere una domanda da un’accusa.
Successivamente anche diversi parlamentari PD (come ad esempio Alessia Morani) hanno chiesto a Di Maio di prendere le distanze da quegli insulti.
“Mi si fa passare per scemo perchè mi sono attaccato al telefono per provare a chiamare gli ambasciatori degli altri Paesi Ue chiedendo ai loro governi un aiuto per le nostre terre che bruciano. Come l’Italia recentemente ha fatto per il Portogallo. I rapporti con le ambasciate rientrano nelle prerogative di Vicepresidente della Camera, ma forse qualche giornalista non lo sa”
Nessuno vuole far passare Luigi Di Maio per uno scemo, ci mancherebbe.
In fondo tutti i politici, chi più chi meno, accorrono sui luoghi di disastri e tragedie per far vedere che si stanno rimboccando le maniche e si danno da fare.
Il punto è — come abbiamo spiegato ieri — che Di Maio si è vantato di aver trovato i Canadair “dall’estero” grazie ad un intenso impegno telefonico.
Di Maio oggi spiega che è nelle sue prerogative “chiamare gli ambasciatori” e questo nessuno lo mette in dubbio.
Peccato che gli aerei del soccorso antincendio siano partiti su richiesta della Protezione Civile all’Unione Europea. In questa vicenda non c’entrano nè le ambasciate nè Luigi Di Maio.
Ma questo il vicepresidente evidentemente non ha molta voglia di raccontarlo.
“Vengo offeso da un giornalista che scrive su oggi e sul Corriere e che mi definisce “terrunciello” solo perchè ho provato a dare una mano alla mia gente in Campania. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla qualità del giornalismo italiano.
L’ultima delle lamentele di Di Maio riguarda l’offesa ricevuta da un giornalista “che scrive su Oggi e sul Corriere” e che lo ha definito “terrunciello”.
Letta così potrebbe sembrare che questa offesa sia addirittura stata pubblicata su un articolo di giornale. Invece no, perchè è solo un commento fatto dal giornalista Mauro Suttora sul suo profilo Facebook.
Anche in questo caso Di Maio evita coraggiosamente di fare nomi (per evitare la gogna, dirà , ma tanto i pentastellati sono già arrivati in quello status).
Sorprende però che un deputato del partito del vaffanculo, di quello che definiva i politici morti zombi e che tanti insulti ha regalato alla kasta dei giornalisti se la prenda con un epiteto come “terrunciello esaltato”.
Per tacere ovviamente dei numerosi insulti sessisti vomitati addosso alle donne del Partito Democratico direttamente dal blog o dall’account Twitter del Capo Politico del 5 Stelle.
Di nuovo il vicepresidente ha perso drammaticamente il contatto con la realtà .
Ma si sa che giocare a fare la vittima è molto meglio che affrontare le proprie responsabilità e le proprie mancanze.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 14th, 2017 Riccardo Fucile
GENOVA, ERA IN PRIMA LINEA PER FERMARE LA STRUTTURA DEI CEIS, ORA LA “CONVERSIONE”
Non ci sono più buoni e cattivi, in questa storia dall’incipit cupo e dal finale capovolto: ribaltato
a tal punto da sembrare una favola.
E invece non è una favola, anzi: perchè è la realtà , a riuscire sempre a spiazzare sul serio.
Tutto inizia in cima alla collina di un quartiere difficile, dove anche l’autobus fa fatica a inerpicarsi e la collina si sfarina appena piove.
È qui, in fondo alla salita, davanti a un piccolo parcheggio e proprio in faccia alle palazzine, che due anni fa il Ceis, il Centro di solidarietà di Genova, aprì Casa Bozzo: il centro di accoglienza dei migranti di via Edera, a Quezzi.
Appena la voce si sparse, i residenti organizzarono una mezza sollevazione: assemblee sotto la pioggia battente, gruppi whatsapp di cittadini terrorizzati, passeggiate notturne, liti su Facebook dove qualcuno buttava lì persino la proposta di dotarsi di dissuasori elettrici scaccia-profughi.
E poi, dopo sit-in e confronti e pure la passerella di Forza Nuova, con Roberto Fiore intervenuto in comizio, alla fine eccoli, i profughi.
Sono arrivati, al centro di una guerra già scoppiata e combattuta in loro assenza, si sono sistemati nelle stanze bianche e azzurre e nessuno ha più cercato di scacciarli.
Da quel momento sono passati due anni.
E ieri, ecco spuntare il lieto fine più azzardato che ci si sarebbe potuti inventare: uno dei più fieri oppositori della protesta, proprietario di alcuni appartamenti del quartiere, ha deciso di mettere a disposizione dei migranti un intero bosco: 1.500 metri quadri del suo terreno, che sovrasta il centro di accoglienza. In comodato d’uso gratuito al Ceis per cinque anni.
In questa fiaba vera, dunque, il bosco pieno di sterpaglie, impenetrabile da anni, potrà tornare percorribile: è l’obiettivo del Ceis, che con la collaborazione di Orto Collettivo sta già guidando i cinquanta migranti di Casa Bozzo nella risistemazione del verde. «Non ho parole per ringraziare il proprietario di questo terreno boschivo — spiega Enrico Costa, presidente del Centro di Solidarietà di Genova — spero che questa storia possa fare da apripista, da esempio, anche per altre zone della città ».
Non scriviamo il nome del proprietario, che preferisce restare nell’ombra. Ma nel quartiere è molto conosciuto.
C’è anche un paradosso, in questa vicenda cominciata con un muro contro muro: a proporsi per primo nel mettere a disposizione un terreno limitrofo a Casa Bozzo era stato il Municipio Bassa Val Bisagno.
L’idea era di recuperare l’area, attraverso il lavoro dei migranti, e metterla in sicurezza dal pericolo di smottamenti in caso di forte pioggia. L’entusiasmo istituzionale era forte, ma «purtroppo per difficoltà tecniche e burocratiche quel progetto si è arenato», ricorda Enrico Costa.
Alla fine, più che il pubblico volenteroso, potè il privato (inizialmente) riottoso. «Speriamo che in futuro diventi sempre più agevole attivare percorsi di questo tipo», sottolinea Costa.
«Inizieremo a lavorare sul terreno tra nemmeno quindici giorni — sorride Andrea Pescino di Orto Collettivo — quel bosco è in stato d’abbandono, durante l’ultima pioggia il piazzale era invaso dalla terra. Eppure, era un’area bellissima: c’era un sentiero che va fino a Pianderlino, dotato di illuminazione pubblica: ma da anni neppure i cinghiali riescono a passare di lì. Grazie ai migranti, ora ripristineremo i percorsi, mettendoli di nuovo a disposizione dei residenti».
Intanto, intorno alla casa dei migranti di via Edera si lavora già .
I richiedenti asilo hanno strappato le erbacce infestanti, messo a punto le vasche di contenimento dell’acqua, piantato quaranta alberi da frutta: meli, peri, ciliegi.
«Il nostro obiettivo — spiega Pescino — è aprire i cancelli di Casa Bozzo ogni settimana, e offrire frutta e ortaggi agli abitanti del quartiere».
(da “La Repubblica”)
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Luglio 9th, 2017 Riccardo Fucile
IN VIAGGIO CON QUATTRO PROFUGHI SU UNA CORRIERA DEL MONFERRATO
Lo so che è una sciocchezza. Anzi: peggio, è inutile. Capovolgere il discorso, non quello che noi pensiamo dei migranti, ma tentare di definire il contrario. Cioè quello che loro pensano di noi, italiani, ospiti renitenti, samaritani ringhiosi o turbati dal dubbio di commettere, accogliendo, un errore.
Che strana domanda: a chi mai potrebbe interessare il giudizio di un migrante? Diamine: non è un turista o uno scrittore o un uomo d’affari. Un migrante.
È vero. Non bisognerebbe chiederlo: lui, il migrante, è un uomo che ha solo un minuto di speranza, di farcela di essere accettato di avere il pezzo di carta, un minuto contro, due, tre, cinque anni di disperazione. Che è il tempo del suo viaggio.
Lui vive di questo: del minuto di speranza. Come puoi chiedergli di buttarlo via con una risposta incauta? Non è molto, è una realtà quasi impalpabile.
Non sa se la mia compassione sia finta. Forse lo è. Ma come rischiare? La sua inquietudine, sì, quella è sincera e ha ben motivo di essere inquieto.
Questa volta non vado a cercarli in mare o nel deserto, non è il suo viaggio, ora, che mi interessa; è il suo specchiarsi in ciò che gli sta intorno, il Nuovo Mondo che si è conquistato con la paura, il sudore, il dolore.
Il suo Dopo nell’abnegazione di ogni istante. Non devo andare lontano: basta salire un mattino su una corriera qualsiasi di una linea locale nella zona in cui vivo, il Monferrato.
«Lì li trovi di sicuro, si spostano in bicicletta, ma qualche volta usano l’autobus se hanno un lavoro o solo per vagare in giro, qualcuno per fuggire verso qualche confine». Ci affanniamo a discutere se siano un bene o un male, e loro sono già normalità , paesaggio.
Ci sono infatti: quattro. Li ho subito ribattezzati il Grosso, il Triste, il Rasta e il Filosofo, tre gambiani e un maliano.
Si tengono insieme, muti, nell’autobus semivuoto, qualche anziano che si sposta da paese a paese e ragazzi con lo zaino che chiacchierano e ridono fitto. Nessuno, salvo me, sembra badare a loro.
Il bus avanza sulla via provinciale, una via familiare più che di transito, dove si sentono gli uomini con i loro costumi, le loro abitudini, perfino i pensieri. Le villette dei geometri degli Anni Sessanta, le cascine rimodernate, e i bar dove c’è sempre qualcuno che sembra aspetti l’arrivo di una gara. I quattro migranti non guardano quello che sfila fuori dai finestrini, forse hanno già fatto questa strada molte volte, forse ci passano solo stamane prima di fuggire.
Con i migranti non bisogna fare domande, è la polizia che fa domande: bisogna ascoltarli, parlare. Se fai domande ti risponderanno che qui tutto è magnifico, che sono felici, che la gente è buona.
Ne trovi a centinaia di migranti che ti parlano così, è umano, è normale. È parlando a se stesso che il migrante si confessa, non a te occidentale, straniero, infedele.
Hanno tutti una storia che dividono con innumerevoli sconosciuti, le cui figure tragiche e i gesti disperati si susseguono senza mai scomparire del tutto. La mutilano, la truccano la loro storia; ma sfigurarla non è per loro l’unico modo per non riconoscerla più?
Il Triste è un uomo che non potrò dimenticare. È grande, alto, eppure sta piegato, guarda sempre per terra come se avesse un gigantesco peso sulle spalle che lo opprime. Non ho mai incontrato nessuno così definitivamente vinto dalla vita, così tragicamente consapevole che ha perso la scommessa, bruciato l’unica possibilità .
È perfino difficile restituire il suo parlare, perchè è annegato in infiniti silenzi.
«Perchè sono qui? Perchè voglio ricomprare la mia casa laggiù in Gambia, la casa che non è più mia, che mi hanno preso, e metterci dentro mia madre perchè possa invecchiare e morire in pace. Mia madre! Che ha raccolto uno ad uno i soldi per farmi arrivare qui. Ho solo lei, non ho amici, non ho nessuno da nessuna parte del mondo. Tutti, nel centro dove stavo, telefonano, parlano. Io ho solo lei da chiamare, le dico che va bene, che è bello qua, che tutti sono gentili e non è del tutto vero. Io devo guadagnare quei soldi, devo. Sono qui per nient’altro. Quella casa la rivoglio. Non mi fermo, andrò in giro a cercare lavori a tempo, caporali che mi assumano in nero, va bene, così guadagnerò più rapidamente. Dormirò alla stazione, in strada, non mi importa, è la casa che devo ricomprare, la casa. Ho attraversato l’inferno, tre anni di Libia sai cosa vuol dire? Sono ancora vivo: per cosa? Per niente: ho fallito, ho perso».
Il Rasta: «Che penso dell’Italia, penso che vado via, che vado a Malta, parto lunedì! Non c’è niente qua. Che ci vado a fare? A vendere sulle spiagge, affitto una cassa di roba da uno e mi tengo una percentuale di ciò che vendo. Se ho amici laggiù? Non conosco nessuno. Tutti a dirmi: sei scemo, resta qua, hai un posto dove stare e un lavoro. Ma io voglio andare a vendere a Malta. Dio sono certo che mi farà andare perchè gliel’ho chiesto. Dio è buono, me lo deve dare. Voi italiani non capite, noi ci sentiamo sempre provvisori. Io so fare mille cose il muratore, il contadino, riparo biciclette, faccio miracoli con le nostre bici africane che non sono belle come le vostre. Ho trovato un posto in un vivaio in un paese qua vicino e ti racconto una cosa: quello che lavorava con me è italiano, ha la macchina, non mi dava un passaggio e dovevo fare venti chilometri in bici ad andare e altrettanti a tornare. Diceva che ha paura di avere guai in caso di un incidente. Solo se pioveva forte mi dava un passaggio, ma si faceva pagare la benzina».
Il Grosso: «Ero muratore al mio paese, come qui. Sì, il lavoro è lo stesso, ma non è lo stesso il resto: i soldi per esempio, franchi Cfa si chiamano, e non valgono niente. Quando c’era qualcosa da fare, facevano a metà , altrimenti niente per nessuno. Qua il padrone mi guarda e dice: i soldi, i soldi te li do a fine mese, è scritto nel tuo contratto, non siamo mica in Africa qui. Va bene: quando arriva fine mese non mi dà nulla. E dai, non c’è lavoro, mica ti devo pagare se non c’è lavoro. Voi africani siete sempre a chiedere, chiedere. Sapere se posso o non posso fidarmi di lui mi fa impazzire: forse ridacchia appena volto le spalle e le spalle me le volta sempre fingendo di avere qualcosa da fare, va su e giù, prende una martello, un secchio, fa finta lui, fa finta di essere occupato. Una volta ho fatto una prova: ho fatto un balzo in avanti e l’ho guardato. Ho visto solo un po’ di paura. Voi italiani sapete controllarvi meglio di noi, siete una cricca piena di forza e di sicurezza: noi, noi che aspettiamo, noi africani non abbiamo niente , viviamo sulla lama del coltello, ci bilanciamo da una minuto di speranza a un altro minuto di speranza. Ci tenete ben stretti al morso, due parolette e la nostra vita è di nuovo andata al diavolo. Amministrate il paradiso, amministrate la speranza, la consolazione. Avete tutto in pugno, noi possiamo solo accostare le labbra per qualche minuto».
Il Filosofo: «Tu vuoi sapere cosa pensiamo di voi? In Africa vedevamo i turisti, anche italiani; ricchi, tutti ricchi, spendevano, pagavano. Così pensiamo che da voi tutti abbiano soldi. Adesso, arrivati qui, sappiamo che non è così, ma nessuno lo racconta. Anzi si assicura che va tutto bene, stiamo come signori. C’è uno al centro di accoglienza che è andato via e ora fa il mendicante. Non ci crederai: si fa delle foto con il telefonino vicino ad auto di lusso o a ristoranti famosi e le manda a casa, perchè credano che è così che vive. Perchè? Perchè in Africa non si racconta agli altri il tuo problema, è tuo e basta, e nessuno può fare niente per noi».
(da “La Stampa”)
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Luglio 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA RELAZIONE DELL’INPS DIMOSTRA CHE GLI IMMIGRATI SONO UNA RISORSA PER L’ITALIA, LA SALVEZZA DEL NOSTRO SISTEMA PREVIDENZIALE
Parlare il linguaggio della verità non è mai popolare. Le circostanze talvolta impediscono
di farlo ai politici, ma per chi come Tito Boeri ha la responsabilità di tenere in piedi uno dei sistemi di protezione sociale più grandi del mondo è un dovere istituzionale.
Di fronte ai fatti di questi mesi, all’insipienza dell’Europa, all’ignavia che ha lasciato l’Italia sola ad affrontare una crisi migratoria senza precedenti, il rapporto Inps squarcia il velo dell’ipocrisia.
Gli studi dell’Istituto — corroborati dal lavoro dei ricercatori del programma VisitInps — confermano che gli immigrati non sono più un contributo alla crescita delle nostre economie, ma il necessario supporto di un sistema previdenziale sempre più appesantito dall’aumento dell’aspettativa di vita.
Non solo: i numeri dimostrano che tutto questo avviene a dispetto della leggenda secondo la quale gli immigrati tolgono il lavoro agli italiani.
Una ricerca sulla grande sanatoria del 2002 anticipata nei mesi scorsi dalla Stampa dimostra al contrario che la gran parte di loro si dimostra più flessibile e disposto ad accettare i mestieri che gli italiani non hanno più voglia di fare.
Negli ultimi anni la risposta della politica all’ondata migratoria ha risposto all’inevitabile logica dell’emergenza e ai timori legati all’estremismo islamico.
Dalla grande sanatoria del 2002 in cui furono regolarizzate nella sola industria più di 230mila persone, il numero di immigrati accolti nel mercato del lavoro italiano si è assottigliato fin quasi ad azzerarsi.
I numeri di Boeri dimostrano che così facendo stiamo mettendo un cappio al collo dell’economia e del sistema previdenziale.
Prima o poi bisognerà farci i conti.
(da “La Stampa”)
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Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile
LA MIA BISNONNA E IL BASTIMENTO CON LA TERZA CLASSE NEL VENTRE DELLO SCAFO
I miei bisnonni non avevano mai visto il mare. Dalle campagne del Monferrato anche se ti metti sul “bricco” più alto non ci riesci.
Lo hanno conosciuto arrivando faticosamente a Genova, prendendone confidenza dal ventre dello scafo in cui i “bastimenti” inghiottivano i passeggeri di terza classe, quelli che avevano addirittura una biglietteria separata da quella di chi non viaggiava per necessità .
Settimane e settimane di traversata in condizioni inumane, poi la quarantena ad Ellis Island, infine un ingresso nel “Nuovomondo” che solo una disperata speranza poteva far sembrare salvifico
Il racconto della mia bisnonna Maria, Elvira sul suo ingiallito passaporto, mi ha segnato profondamente. “Nuova York” era il capolinea dei sogni. Per i più fortunati il punto di partenza di aspirazioni, desideri, ambizioni.
Suo figlio Bartolomeo Delprino, lo zio Romeo, quando nel 1920 tornarono negli Stati Uniti dopo una breve permanenza in Italia, nei registri dell’Immigration Service vedeva il suo nome preceduto da un timbro. “US Citizen” si legge ancor oggi sulla lista di chi era sbarcato dalla nave “America”.
Romeo era nato negli Stati Uniti che lo avevano riconosciuto figlio di quella terra.
Chissà quanti — tra coloro che stanno leggendo queste mie poche righe — potrebbero narrare analoghe epopee familiari, ricordare storie dolorose e inaspettati “lieto fine”, farsi venire le lacrime agli occhi al pensiero di tanti sacrifici e difficoltà , avere impresso la strenua forza di sentirsi uguali agli altri che ha animato qualunque nostro trisavolo involontariamente catapultato lontano da casa.
A distanza di un secolo dalle nostre parti si discute dello “ius soli” e in troppi si sono dimenticati la nostra storia.
Con toni più o meno beceri parecchi politici (o soggetti che si dichiarano tali) hanno vomitato i loro sproloqui nella ferrea convinzione di cavalcare l’onda emotiva dello tsunami sociale in corso.
La nostra Italia non versa nelle attuali drammatiche condizioni per colpa degli immigrati, ma grazie a quei nostri connazionali che l’hanno portata alla catastrofe magari “mangiando” sull’arrivo e sulla permanenza di questi “indesiderati”.
Lo Stato latita, affida in concessione attività indelegabili e apre redditizi varchi agli “scafisti anidri” ovvero a quegli sciacalli che non devono nemmeno bagnarsi i piedi per speculare sulla disperazione.
C’è bisogno di ordine, certo. Ma non è negando la cittadinanza a chi nasce dalle nostre parti che si rimedia a uno sfascio senza fine.
Chi ha urlato contro lo “ius soli” dovrebbe vergognarsi: gli immigrati in regola pagano tasse e contributi, e lo fanno in silenzio pur sapendo che quelle somme non daranno loro nulla. I loro figli, come la buonanima di Bartolomeo Delprino, sono figli di questa terra.
Non smetto di domandarmi perchè chi non vuole “intrusi” non si faccia promotore di una bella proposta di legge per togliere ogni diritto civile a chi evade il fisco, a chi viola la legge e a chi non la fa rispettare, a chi con la corruzione ha minato le fondamenta della Pubblica Amministrazione, e così a seguire.
Ma — Papa Francesco a parte — nessuno sembra preoccuparsi delle cose serie e indifferibili.
Umberto Rapetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 19th, 2017 Riccardo Fucile
UN RAPIDO PRONTUARIO DI TUTTE LE BALLE CHE VENGONO FATTE CIRCOLARE SUL WEB
Prima gli italiani che vogliono resistere all’africanizzazione dell’Italia. Poi, forse, gli altri. Ma solo se ci sarà ancora spazio nel nostro Paese. Perchè, spiegano i contrari al provvedimento di legge in discussione al Senato, con lo ius soli ci sarà la fila di donne incinte che verranno a partorire in Italia.
E allora addio italiani, perchè saranno sostituiti dagli stranieri. Non possiamo spalancare le porte del nostro Paese in maniera indiscriminata a tutti, perchè l’immigrazione è un problema.
Ma in realtà tutti quelli che con dovizia di particolari ci spiegano i pericoli dello ius soli non hanno la minima idea di ciò di cui stanno parlando
L’Italia diventerà la sala parto del Mediterraneo?
Con lo ius soli chiunque nasca in Italia diventerà automaticamente italiano? Questo è falso.
In primo luogo perchè in Italia è già possibile, per i bambini di origine straniera che ci nascono, fare richiesta di ottenere la cittadinanza.
Secondo la legislazione attuale al compimento del diciottesimo anno di età una persona nata da genitori stranieri residenti in Italia può farne richiesta.
Cosa succederà con lo ius soli? Si apriranno le porte dell’inferno “del diritto incondizionato di cittadinanza” come tanti patrioti vanno strepitando in questi giorni? La risposta è no.
Con la legge sullo ius soli (che in realtà è uno ius soli temperato) non ci sarà alcun automatismo tra la nascita e la concessione della cittadinanza.
La legge renderà più semplice e veloce l’acquisizione della cittadinanza per i minori al di sotto dei 12 anni che completano un intero ciclo scolastico nel nostro Paese o che nascono da genitori stranieri che risiedono in modo stabile e regolare in Italia da almeno 5 anni senza interruzioni antecedenti alla nascita.
La legge non si applica a coloro che non sono in possesso di regolare permesso di soggiorno.
Quindi una madre straniera (non necessariamente africana) potrà anche venire a partorire in Italia ma il figlio non diventerà automaticamente italiano.
Vale la pena di ricordare che tra i migranti che sbarcano ogni giorno in Italia ci sono già numerose donne incinte. Alcune di loro sono vittime di stupri.
Assisteremo alla nascita del partito islamico?
Non tutti gli stranieri che arrivano in Italia sono di religione musulmana. Pertanto non è chiaro come mai l’unico partito che dovrebbe spaventarci sarebbe quello islamico.
Ci sono già cittadini italiani di fede musulmana che possono votare. E la legge attuale non costituisce in nessun modo un argine all’eventualità di un partito del tipo “democrazia musulmana”.
Perchè dare la cittadinanza ad un minore — come nel caso della proposta di legge — significa che non potrà votare. Potrà farlo una volta compiuti i 18 anni. E questo è possibile anche secondo la legislazione vigente.
C’è chi ha paura che in questo modo lo Stato non avrà più alcuna forma di controllo sull’estremismo islamico. Anche questo non è vero.
Perchè dal momento che il nostro codice penale prevede il reato di terrorismo (e altri reati connessi al terrorismo internazionale) un cittadino italiano potrà continuare ad essere arrestato, processato e condannato anche con la nuova legge.
Qualcuno poi dovrebbe spiegare come mai i nostri valorosi patrioti associano l’essere straniero all’essere di fede musulmana. E i cittadini di origine cinese? E quelli che provengono dal Brasile o da paesi dell’Africa a maggioranza cristiana?
Perchè il Parlamento non pensa agli italiani che non arrivano a fine mese?
Secondo Luigi Di Maio il Parlamento ha ben altro di cui occuparsi che della cittadinanza ai minori nati in Italia da genitori stranieri.
Ad esempio occuparsi di coloro che italiani lo sono già e che sono poveri. Da nessuna parte è scritto che il Parlamento debba fare una sola cosa alla volta.
Ma che fretta c’è di pensare agli immigrati proprio ora?
Per la verità non c’è nessuna fretta. Il provvedimento di legge è in discussione da quasi due anni ed è già stato approvato alla Camera.
A ben guardare in realtà la storia della legge sullo ius solis temperato è ancora più antica. Sono quasi tredici anni che le forze politiche discutono su come cambiare la legge per l’ottenimento della cittadinanza da parte di chi è nato nel nostro Paese.
Le prime proposte di legge furono prese in esame nel 2003.
Quanto costa lo ius soli?
L’ultimo scoglio da affrontare è il costo. Alcuni sono anche disposti a concedere la cittadinanza a questi minori nati in Italia. Ma a patto che la cosa non costi un euro.
Perchè va bene essere accoglienti ma ci vuole buon senso. Giusto per dare alcune cifre stiamo parlando di circa 6-700.000 stranieri minori che — se la legge fosse approvata- potrebbero diventare “di botto” italiani.
La cosa interessante è che sono già tutti inseriti nella contabilità italiana sia dal punto di vista demografico che da quello economico.
Questo significa che lo ius soli non costerà un euro agli italiani. Perchè i loro genitori sono immigrati regolari che pagano le tasse, come tutti gli italiani.
Per Diego Fusaro però il punto è un altro: il Capitale usa lo ius soli per togliere la cittadinanza a chi ce l’ha. Lo ius soli è una delle “infinite vie inventate dal capitale per abbassare i salari, rimuovere il sistema welfaristico e il sistema pensionistico“. Dicendo che “tutto è cittadinanza” si toglie valore al concetto stesso di cittadinanza.
Perchè, come ha spiegato il filosofo che crede al piano Kalergi al Fatto, “se un diritto diventa accessibile a tutti non ci saranno più i fondi per garantirlo”.
Peccato che gli stranieri residenti paghino le tasse e che quei minori stranieri che diventeranno italiani già abbiano diritto all’assistenza medica e all’istruzione.
Come tutti.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 14th, 2017 Riccardo Fucile
KONRAD KRAJEWSKI HA LASCIATO IL SUO APPARTAMENTO IN BORGO PIO A UNA FAMIGLIA SIRIANA: “NIENTE DI ECCEZIONALE, LA CARITA’ E LA CONDIVISIONE SONO NEL DNA DELLA CHIESA”
Dopo che ha deciso di lasciare il suo appartamento di via Borgo Pio a una famiglia di
rifugiati, dorme in ufficio.
L’arcivescovo polacco Konrad Krajewski, elemosiniere di Sua Santità , ha preso sul serio l’incarico datogli da Francesco nel 2013.
“La scrivania non fa per te, puoi venderla; non aspettare la gente che bussa, devi cercare i poveri”, gli disse al momento della nomina.
Ma lui ha fatto di più. Saputo dell’arrivo tramite i corridoi umanitari promossi da Sant’Egidio di una coppia siriana (da pochi giorni è nata loro una bambina) ha ceduto l’appartamento che il Vaticano gli aveva concesso in quanto dipendente.
E si è trasferito in ufficio, all’ultimo piano della piccola palazzina in dotazione all’elemosineria entro le mura leonine. Per qualche settimana ha abitato in una stanza al pian terreno, dove sono conservate le pergamene che l’elemosineria compila con la benedizione apostolica a chi ne fa richiesta. Poi, lo spostamento a un piano superiore dove ha almeno garantita un po’ di privacy.
“È una cosa normale, nulla di eccezionale”, racconta Krajewski a Repubblica. Eppure, una cosa non da tutti, anche Oltretevere.
Invece, incalza lui, “sono tanti i sacerdoti nel mondo che, non da oggi, si comportano così. La carità e la condivisione sono nel dna della Chiesa. A ognuno è chiesto qualcosa secondo il suo compito. Io non ho famiglia, sono un semplice sacerdote, offrire il mio appartamento non mi costa nulla”.
Una statua di Gesù, a grandezza naturale, rappresentato come un homeless disteso su una panchina fa mostra di sè all’ingresso dell’elemosineria.
Sulla panchina, ai piedi del corpo del Nazareno, c’è spazio per chi si vuole sedere. Sono diversi i poveri che si accomodano in attesa che sia il proprio turno per entrare e ricevere aiuti, sostegno.
Chiunque può bussare, nessuno escluso. Molti, nell’attesa, con una mano sfiorano i piedi di Gesù, come a chiedere a lui protezione.
“Tutta l’estate — racconta Krajewski — i nostri servizi rimangono aperti: la barberia, le docce vicino al colonnato di san Pietro, il presidio medico, i bagni pubblici. La gente ha bisogno tutti i giorni dell’anno, e tutte le ore del giorno. E noi non chiudiamo mai. Abbiamo già iniziato la domenica a portare i disabili e i poveri nel stabilimento balneare vicino a Polidoro. La sera la giornata si chiude sempre con una pizza tutti insieme. Cose semplici ma concrete”.
Proprio oggi, in occasione della prima giornata mondiale dei poveri che si svolgerà il 19 novembre, Francesco ha chiesto di “tendere la mano ai poveri sull’esempio di san Francesco”. Nella Chiesa in tanti già lo fanno. Anche sfruttando il periodo estivo quando tutti partono e i poveri invece restano dove sono.
E forse è anche per questo motivo che il Papa ha chiesto, come fa ogni anno, che tutti i cardinali gli indichino per iscritto dove e per quanto tempo saranno lontani da Roma durante l’estate. Probabilmente anche per sensibilizzarli a scegliere luoghi e modalità di villeggiatura consoni con l’abito che indossano.
(da “La Stampa”)
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Maggio 26th, 2017 Riccardo Fucile
A GRAGNANO TREBBIENSE UN ATTESTATO A CHI FA LAVORI DI PUBBLICA UTILITA’…NEL PICCOLO CENTRO DI 4600 ABITANTI SONO STATI ACCOLTI 24 RIFIUGIATI
Keita viene dal Mali, Abdou dal Togo, Kouname dalla Costa d’Avorio. Sono loro i primi “volontari comunali” d’Italia.
C’è infatti un piccolo paese in Emilia-Romagna che “diploma” i richiedenti asilo che lavorano per la comunità . È Gragnano Trebbiense, in provincia di Piacenza.
La sindaca, Patrizia Calza, crede nei diritti di chi viene accolto, ma anche nel rispetto di coloro che accolgono. Per questo, premia solo chi si impegna davvero in lavori di pubblica utilità , con un attestato di “volontario comunale”.
Già il decreto Minniti, approvato definitivamente il 12 aprile scorso dalla Camera, prevede “l’impiego di richiedenti protezione internazionale, su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore delle collettività locali”.
In attesa della sua applicazione, c’è chi si è portato avanti come il primo cittadino di Gragnano. «Il nostro comune non aderisce alla rete Sprar d’accoglienza — premette Patrizia Calza, eletta con una lista civica nel 2014 — ma a ottobre del 2015 abbiamo saputo che una società di Gragnano aveva partecipato a una gara d’appalto della prefettura e all’improvviso abbiamo visto arrivare sul nostro territorio profughi e richiedenti asilo». Oggi i 4.600 abitanti di Gragnano convivono con 24 rifugiati.
«Ci siamo subito accorti che questi richiedenti asilo venivano alloggiati e sfamati, ma non veramente gestiti — racconta la sindaca — per questo ci siamo attivati. Non ci piace che ci siano persone che per mesi girino per il paese senza fare nulla, non sapendo come ammazzare il tempo. È indecoroso per chi deve accoglierli, ma anche per loro. Non sono dei pacchi da collocare in un posto e basta. Nell’agosto scorso abbiamo chiesto loro di firmare con il comune e l’Auser un patto di volontariato. Hanno accettato in 18, tre hanno garantito un lavoro continuativo e serio. Hanno collaborato con il nostro operaio comunale alla manutenzione del verde, alla pulizia delle strade dalle foglie, all’annaffiatura degli alberi, all’allestimento delle manifestazioni cittadine. Per questo gli abbiamo riconosciuto un attestato».
«Credo — conclude la sindaca — che questo loro impegno debba valere anche ai fini della concessione dell’asilo. Andrebbe inteso come un requisito, o almeno come una corsia preferenziale. ”
(da “La Repubblica”)
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