Gennaio 8th, 2017 Riccardo Fucile
HA OFFERTO LA SUA CASA PER DARE ACCOGLIENZA MA NESSUNO HA SAPUTO DARGLI INDICAZIONI: “UN’ODISSEA”
“Guardi la tv, sei bombardato dalle immagini di uomini, donne, bambini, disperati in mezzo al mare. Rischi di abituartici. Dopo un po’ non fanno più male. Poi, a un certo punto ti alzi dalla poltrona e ti chiedi: e io che faccio?”.
Ludovico Greco una risposta l’aveva trovata: “Avrei voluto comprare un battello e mettermi in mare tra i soccorritori. Impossibile. Allora mi sono detto: posso aprire la mia casa e ospitare chi è riuscito a sopravvivere all’inferno”.
Ludovico si è rivolto a tutti: Comune, Viminale, associazioni, chiesa. Ha telefonato, mandato mail, incontrato il parroco.
Il risultato? “La mia casa oggi è ancora vuota”.
Quindi ha raccontato la sua storia Primapagina, la trasmissione di Radio3.
Ludovico vive a Marta, un tranquillo borgo di pescatori raccolto attorno al suo porticciolo sul lago di Bolsena e su cui svetta l’ottagonale Torre dell’orologio voluta da papa Urbano IV.
Un piccolo paese in provincia di Viterbo, con 3.500 abitanti e a “immigrati zero”, “nel senso che qui non ci sono rifugiati accolti”, spiega Ludovico.
Lui e la moglie, Anna Maria, sono arrivati a Marta sei anni fa. “Eravamo stanchi di Roma e ci siamo subito innamorati di questo borgo”. Ludovico ha 60 anni ed è un pensionato Alitalia: “Facevo l’assistente di volo e, come si usa dire, ho visitato mezzo mondo”.
La moglie lavora ancora, fa la pendolare con la capitale, dove è impiegata comunale.
I due figli sono ormai grandi e lontani. “Il maschio ha 34 anni e fa il barman a Preston, in Inghilterra. La sua compagna è un’infermiera, che si è formata in Italia, ma come tanti colleghi ha trovato più possibilità in un ospedale inglese che nel nostro Paese. Hanno un bambino che a febbraio compirà un anno. Ho già prenotato il volo per andarlo a trovare. Mia figlia invece vive a Ostia, dove fa l’assistente in un asilo nido”. E così Ludovico e Anna Maria oggi si trovano con una bella camera da letto vuota.
La loro è una storia all’incontrario.
In un Paese sempre più impaurito (stando all’ultimo rapporto Demos, il 40% degli italiani ritiene gli immigrati un pericolo per la sicurezza) e dove oltre 5mila comuni su 8mila non fanno accoglienza, c’è chi invece chiede di ospitare un profugo, le prova tutte, ma trova solo porte chiuse.
“In me è stato un crescendo – spiega Ludovico – di fronte a tanta sofferenza non potevo non fare qualcosa. Capisco che ci sono problemi di sicurezza legati all’immigrazione. Ma credo che con un’accoglienza diffusa, ci si conosca meglio e si riducano anche i rischi”. Così comincia il “viaggio” di Ludovico.
“Nell’agosto 2015 mi sono rivolto al comune di Marta, offrendo una camera da letto per accogliere un rifugiato, chiaramente a titolo gratuito. Ho scritto pure una mail con posta certificata. Nessuno ha risposto. Non mi sono dato per vinto. Nell’aprile di quest’anno ho contattato Refugees Welcome (una piattaforma online che mette in contatto profughi e famiglie ospitanti, ndr). Mi hanno fatto una lunga intervista telefonica, al termine della quale mi hanno dato parere positivo, perchè hanno verificato che non cercavo “una badante gratis o una moglie giovane”, parole loro.
Il secondo passo doveva essere la visita di un volontario per controllare le condizioni dell’alloggio. Io purtroppo vivo a 135 chilometri da Roma e ancora non sono venuti. A novembre ho quindi scritto allo Sprar, presso il Viminale. Ma anche qui nessuna risposta”.
Ludovico non si ferma: “Sono andato dal parroco di Marta. Pure lui mi ha detto che ha dei locali liberi, che vorrebbe mettere a disposizione, ma nessuno ancora gli ha dato un’indicazione. Siamo rimasti d’accordo che il primo che ci riesce avverte l’altro”.
Ludovico ha un’ultima carta da giocare. “Scriverò direttamente al ministro dell’Interno, Marco Minniti. Voglio solo una risposta: devo lasciar perdere o è possibile per un cittadino italiano come me avviare un percorso d’accoglienza?”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
“SOSTANZIALE FALLIMENTO DEL PIANO EUROPEO: A UN AUMENTO DELLE PERSONE IDENTIFICATE NON CORRISPONDE QUELLO DEI RICOLLOCATI E DEI RIMPATRIATI”
«Il bilancio dell’approccio hotspot non può che considerarsi deficitario ed evidenziare un sostanziale fallimento del piano europeo: a fronte del raggiungimento di un tasso di identificazioni di oltre il 94 per cento, non sono corrisposti risultati positivi in termini di persone ricollocate e persone rimpatriate».
Qualche numero: «Alla fine di dicembre 2016, sono state ricollocate dall’Italia in altri Stati membri solo 2.350 persone sul totale di 40.000 previste dal piano europeo».
Appena il 5 per cento.
«La funzione del Cie è praticamente esaurita»
L’ultima fotografia scattata dalla Commissione diritti umani del Senato sui Centri di identificazione ed espulsione in Italia risale a tre giorni fa, è aggiornata con i dati relativi al 2016, e mostra che la quota di persone distribuite sul continente o rispedite nel Paese d’origine è molto inferiore alla soglia programmata o perseguita dalle varie strategie governative.
La più recente, annunciata dal Viminale, prevede il ritorno ai Cie, ma dalla relazione della commissione presieduta da Luigi Manconi, senatore del Pd come il ministro dell’Interno Marco Minniti, emerge una critica nemmeno troppo velata.
Perchè «proprio alla luce dell’elevatissima percentuale di persone identificate all’interno degli hotspot e alla disponibilità immediata di dati anagrafici e impronte digitali in una banca-dati condivisa da tutte le forze di polizia degli Stati membri, la funzione istituzionale dei Cie risulta residuale se non praticamente esaurita».
La difficoltà nei rimpatri
Insomma, se tra i migranti si vogliono cercare e fermare in tempo i potenziali terroristi o le persone considerate pericolose perchè hanno già commesso reati, è un problema di polizia e di coordinamento tra apparati, soprattutto a livello europeo; non di identificazione.
E nemmeno di espulsione, visto l’esito di quella ordinata – prima in Italia e poi in Germania – nei confronti di Anis Amri, lo stragista di Berlino.
«L’analisi dei dati conferma le difficoltà nell’eseguire i rimpatri e l’inefficacia dell’intero sistema di trattenimento ed espulsione degli stranieri irregolari», denuncia la relazione. Durante i primi nove mesi del 2016, su 1.968 persone passate dai Cie, ne sono state rispedite indietro solo 876, cioè meno della metà .
E negli anni precedenti, quando i numeri erano più alti, si è sempre rimasti intorno alla soglia del 50 per cento. Gli altri diventano automaticamente irregolari.
Gli hotspot
Un’altra fabbrica di clandestini sono gli hotspot dove vengono raccolti i migranti prima dello smistamento secondo le indicazioni europee.
Quelli che fanno domanda di asilo politico entrano in un circuito separato, mentre chi non lo chiede è destinato al rimpatrio. In teoria.
Tra il settembre 2015 e il gennaio 2016, tra quelli sbarcati a Lampedusa 74 sono stati distribuiti nei Cie, mentre 775 (più del 18 per cento sul totale degli arrivi) hanno ricevuto l’ordine di lasciare il Paese entro sette giorni, verosimilmente non rispettato: «Di fatto sono destinati a rimanere irregolarmente sul territorio italiano, e a vivere e lavorare illegalmente e in condizioni estremamente precarie nel nostro Paese».
I dati sull’hotspot di Taranto, relativi al periodo marzo-ottobre del 2016, riferiscono di 14.576 migranti transitati da quella struttura, di cui solo 5.048 (il 34 per cento) arrivati con gli sbarchi; gli altri «sono stati rintracciati sul territorio italiano e condotti a Taranto per essere identificati».
Una pratica che secondo la Commissione «desta molte perplessità ».
Il 22 ottobre ne sono arrivati un centinaio da Milano, raccolti di notte intorno alla stazione; i successivi controlli hanno appurato che «alcuni avevano già avviato la procedura per la richiesta d’asilo, erano in possesso di regolare permesso di soggiorno e disponevano di un posto nel circuito di accoglienza».
Anche a Taranto, come dagli altri Centri, chi non ha diritto all’asilo è destinato alla clandestinità .
Nonostante la grande maggioranza aspiri a un lavoro, o già lo eserciti nelle pieghe nascoste della società . «C’è la tendenza a spingere verso l’illegalità criminale coloro che invece vorrebbero emergere nella legalità della regolarizzazione» spiega il presidente Manconi, per il quale una soluzione adeguata può essere cercata solo con adeguate politiche sociali.
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2017 Riccardo Fucile
NIENTE BARACCHE MA CASE IN AFFITTO E SERVIZI GRATUITI
Case in affitto ai migranti e centri di prima accoglienza che funzionano per i disperati del Mediterraneo. 
Quello di Drosi ormai è diventato un modello in Calabria, uno dei pochi esempi di come si può fare accoglienza e rimanere umani.
Drosi è una frazione di Rizziconi dove da sei anni i migranti e gli stagionali riescono ad affittare una casa e a pagare solo 50 euro al mese al proprietario.
A differenza di quello che succede a pochi chilometri di distanza (come nella tendopoli di Rosarno e San Ferdinando), nel piccolo comune della Piana di Gioia Tauro non ci sono ghetti o baracche, non ci sono situazioni esplosive con migranti abbandonati a se stessi.
Grazie alla Caritas diocesana, infatti, una ventina di persone vivono nel centro di prima accoglienza in attesa del permesso di soggiorno o dello status di rifugiati.
“Qui ci sono solo nuclei familiari — spiega una delle assistenti sociali del centro, Emanuela Vaperaria -. Gli prestiamo assistenza sanitaria e psicologica, i bambini vanno a scuola e abbiamo anche tre neonati. Per noi questo non è solo un lavoro, ma una missione. Li accogliamo come se fossero parte della nostra famiglia”.
“Quasi tutti — racconta la psicologa Domenica Gattuso — sono arrivati con disturbi post-traumatici da stress”.
“Ho chiesto il permesso di soggiorno e sto aspettando una risposta — racconta uno degli ospiti -. Quando arriva, spero di trovare un lavoro. Altrimenti più che rimanere qui, non so che fare”.
Altri 150 migranti, invece, ormai vivono stabilmente a Drosi dove molti cittadini hanno accettato l’invito della Caritas e della Chiesa e hanno affittato le loro case agli stagionali.
In cambio, ogni migrante paga una cifra simbolica per assicurarsi un tetto quando termina la giornata di lavoro in campagna.
“Abbiamo cominciato con quattro case, — spiega Francesco Ventrice della Caritas — adesso siamo a venti. Abbiamo iniziato con 30 persone, adesso siamo a 150. Le cose bisogna farle gradatamente. Queste case sono a costo zero per lo Stato perchè le pagano gli extracomunitari che, però, ricevono i servizi gratis. La Caritas li aiuta però poi ognuno si deve rialzare e fare il proprio cammino. Questo serbe anche per responsabilizzarli altrimenti vivono sulle spalle degli altri. Molti di loro, oggi, sono residenti a Drosi”.
Uno di loro ci porta a casa sua per farci vedere come vive assieme ad altri migranti. “Siamo arrivati in Italia nel 2010. — dice — Per un periodo abbiamo vissuto in campagna e poi la Caritas ci ha aiutato a trovare queste case e non vivere nelle tende. Adesso noi stiamo bene”.
“Preferisco pagare 50 euro — aggiunge il suo coinquilino — che andare a vivere in campagna. La salute viene prima di tutto e quando finisco di lavorare mi piace tornare a casa e trovare l’acqua calda. Gli abitanti di Drosi sono molto bravi con noi”.
“Loro ormai convivono con noi. — conclude Ventrice — Non sono immigrati. Non ci siamo occupati solo della casa, ma di tutto quello che hanno bisogno”.
Perchè questo modello non funziona in molti altri Comuni: “Tanta gente si approfitta di loro per fare dei soldi. Ma quella non è accoglienza, è sfruttamento”
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 31st, 2016 Riccardo Fucile
IL VIMINALE: BASTA CON GLI ORDINI DI ESPULSIONE CHE RESTANO SULLA CARTA… MA SI FA FINTA CHE SI POSSANO RIMPATRIARE FACILMENTE: IN REALTA’ SOLO CON 4 PAESI ABBIAMO ACCORDI DI RIAMMISSIONE… NEL 2016 SOLO 5.000 SU 38.000 (11.000 SI SONO ALLONTANATI DA SOLI) SONO STATI RIMPATRIATI
«Severità e integrazione», la nuova linea dettata in materia di immigrazione dal ministro dell’Interno, Marco Minniti.
Che sta affrontando la gestione della sicurezza senza timore di prendere decisioni controverse per il «suo» mondo di centrosinistra.
Così è stato per le festività blindate, così sarà per i clandestini, che dovranno essere rimpatriati sul serio, come vuole la legge.
Minniti l’ha annunciato nel chiuso di un comitato per la sicurezza a Milano due giorni fa, presente il Governatore lombardo Bobo Maroni, che non a caso quand’è uscito sprizzava soddisfazione.
Ora, a dare corpo alle direttive politiche del ministro, arriva anche una circolare del Capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli, che invita tutti i prefetti e i questori a predisporre un grande piano di «rintraccio» degli immigrati illegali, affinchè siano portati nei Cie e rimpatriati in massa.
Non ordini di espulsione che restano sulla carta (vedi quello intimato proprio a Amri nell’estate del 2015), ma accompagnamento fisico fino al Paese di appartenenza.
S’annuncia dunque una nuova gestione muscolare della questione immigrazione, peraltro condivisa a livello di governi europei.
Anche la Germania, dopo lo choc di Berlino, ha annunciato di voler procedere sul serio ai rimpatri degli immigrati che non hanno diritto a restare. L’Austria propone di ricontrattare gli aiuti internazionali per quei Paesi che non accettano i rimpatri. Il tema, insomma, è maturo. E anche l’Italia archivia l’approccio più lasco.
Scrive perciò Gabrielli, che «il controllo e l’allontanamento degli stranieri irregolari» consentirà di «intercettare fenomeni di sfruttamento e di inquinamento dell’economia collegati a forme di criminalità organizzata». Non solo.
Sullo sfondo c’è anche l’incubo del terrorismo. Il rischio è che i jihadisti approfittino dell’area grigia dell’immigrazione clandestina per nascondersi.
Perciò – scrive Gabrielli – una seria attività di «rintraccio» e di espulsione degli illegali varrà anche come «prevenzione e contrasto nell’attuale contesto di crisi». Obiettivo finale: «Mantenere il territorio sotto controllo».
Ebbene, «per le ragioni sopra esposte», il Capo della polizia dà indicazione ai prefetti e ai questori di predisporre, ciascuno nella propria provincia, a piani straordinari «attraverso una specifica attività di controllo delle diverse forze di polizia».
Tutte le forze di polizia – dalla Ps ai carabinieri, alla Finanza, perfino ai vigili urbani – saranno coinvolti nel corso del 2017 in questo massiccio piano di controlli, identificazione, trattenimento ed espulsione coatta.
Sarà una grande attività di «contrasto dell’immigrazione irregolare», ma anche al caporalato, «allo sfruttamento della manodopera» e alle varie forme di criminalità che «attingono al circuito della clandestinità ».
Naturalmente, perchè il piano possa funzionare, occorrerà che tutto il sistema vada a regime. Serviranno nuovi Centri di identificazione ed espulsione (erano ridotti al lumicino, ma si sta lavorando a riattarli e sono già disponibili 1600 posti) e nuovi accordi di riammissione con i Paesi d’origine dell’immigrazione.
Quelli che funzionano sono appena quattro, con Tunisia, Nigeria, Egitto e Marocco. Ne occorrono molti altri. Meglio se concordati a livello di Unione europea.
Il nuovo ministro degli Esteri, Angelino Alfano, sa bene di che cosa si parla. Si era molto lamentato negli anni scorsi che non si spingeva abbastanza per i rimpatri; ora il tema è in cima anche alla sua agenda.
Francesco Grignetti
(da “la Stampa”)
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Dicembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
L’IDEA DEL REGISTA PREMIO OSCAR ALEJANDRO INARRITU IN OCCASIONE DELLA VISITA DEL PAPA A MILANO IL 24 MARZO
Una “suggestione straordinaria”, un progetto ambizioso, ma che sarebbe una testimonianza
unica di una tragedia che chiama tutti a impegnarsi.
Il regista Alejandro Ià±à¡rritu l’ha illustrato la settimana scorsa al sindaco di Milano Beppe Sala: l’idea – sposata da Repubblica con una raccolta firme – è quella di portare a Milano il “barcone della morte”, il peschereccio affondato nell’aprile 2015 al largo della Libia, portando sul fondo del mare almeno 700 migranti.
Il barcone è in Sicilia, ad Augusta, ma il regista premio Oscar, con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, vorrebbe farlo arrivare a Milano per il 24 marzo, in piazza Duomo: lì, quel giorno, papa Francesco dirà messa.
C’è molto mistero intorno a questa operazione, ma dopo che Repubblica per prima ne ha scritto lanciando anche una campagna di raccolta firme per portare a termine l’iniziativa, arrivano i primi commenti.
Dalla Diocesi milanese, che sta organizzando la visita del Papa, fanno sapere che “si sta cercando di capire il progetto, a cui guardiamo con simpatia e interesse”.
Perchè, è il senso della riflessione che si fa in Arcivescovado, “in una città che si sforza di accogliere i migranti, un simile memoriale sarebbe un monito per tutti gli altri a vivere lo stesso impegno, e alla nostra città a continuare”.
In Comune, per adesso, sono cauti, perchè bisogna capire bene la fattibilità di un trasporto che, in ogni caso, potrebbe non essere definitivo: l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, l’estate scorsa, aveva detto che avrebbe voluto portare il barcone a Bruxelles, come testimonianza per tutti i Paesi che sono, o dovrebbero essere, coinvolti da questa tragedia.
Il sindaco Sala aveva già guardato con interesse a un possibile arrivo a Milano del relitto, immaginando anche un museo interattivo dedicato ai migranti, ma adesso aspetta di capirne di più, anche se la visita del regista lo avrebbe molto colpito. Risponde, però, l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino: “Una suggestione molto ambiziosa, sarebbe un simbolo straordinario, e spero riesca a realizzarla nella città che, dal febbraio 2013, ha accolto 117mila persone, di cui più di 21mila bambini.
Il progetto del regista (con la Fondazione Prada, che mantiene il riserbo) va, comunque, al di là di questo viaggio eccezionale ma riguarda la storia del relitto.
E raccoglie già l’approvazione della Fondazione ente dello spettacolo della Chiesa italiana.
Spiega il presidente don Davide Milani, che è anche portavoce del cardinale Angelo Scola: “Aderiamo al progetto di Ià±à¡rritu e siamo disponibili a collaborare con iniziative culturali”.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
“FURONO I BARBARI AD ARRIVARE LI’, OGGI E’ UNA DELLE REGIONI MIGLIORI D’EUROPA”
Nella cornice del Cinema Farnese di Roma è lo storico Salvatore Bono l’ospite della rassegna “Mediterraneo al Cinema” organizzata dall’Unimed (QUI il programma), in collaborazione con la libreria Fahrenheit 451, la casa editrice Castelvecchi e il Fatto Quotidiano in qualità di media partner.
Tema del secondo incontro: “Schiavi e corsari nel Mediterraneo“.
“I rifugiati come nuovi schiavi moderni? Direi di no, ma certo sono la realtà di oggi così com’era ieri. Ma nei secoli scorsi chi arrivava come schiavo, riusciva a scalare la società , fino ad arrivare anche a cariche alte. L’Europa oggi non sa integrare i rifugiati, ma l’integrazione avverrà lo stesso”.
“Perchè la storia è integrazione”, spiega Bono ai microfoni del fattoquotidiano.it.
Per poi provocare il leader della Lega Nord, Matteo Salvini: “Vorrei dire a un noto politico legato alla Lombardia: si ricorda mai perchè la Lombardia si chiama così? Erano i barbari ad essere arrivati lì, in una regione che oggi è tra le migliori d’Italia”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
IL PERMESSO DI SOGGIORNO CONSENTE AI RICHIEDENTI ASILO DI TROVARE UN’OCCUPAZIONE, MA SOLO IN DUEMILA CE L’HANNO FATTA
Le lancette dell’orologio girano all’infinito, così come le decine di rifugiati che popolano piazza di Porta Capuana a Napoli.
Loro si spostano da un marciapiede all’altro, consapevoli di non poter produrre granchè dal proprio tempo
Sono lì, spaesati, immobili, quasi come in un limbo.
È la condizione in cui si trovano a vivere ancora molti richiedenti asilo che approdano in Italia
Una situazione che ha acceso non poche polemiche sul perchè questo potenziale umano – peraltro sempre in aumento – debba rimanere congelato e non introdotto nel mondo del lavoro.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno solo nei primi nove mesi di quest’anno sono state 84.969 le richieste d’asilo presentate nel nostro Paese.
Un dato che si accompagna ad un altro: gli sbarchi di questo 2016 sono stati 167.148 . Ben 16,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2015, e le previsioni sul futuro non fotografano una diminuzione del fenomeno facendo crescere insistentemente una domanda: a che punto è l’inserimento nel mondo del lavoro
In teoria grazie al decreto legislativo 142/2015, gli ostacoli per l’occupazione dei rifugiati non dovrebbero più sussistere: trascorsi 60 giorni con il permesso di soggiorno provvisorio, si potrebbero aprire le porte della legalità così come ha auspicato più volte anche dall’Unione europea.
Nella pratica il processo è tutt’altro che facile. Nell’ultimo anno l’Italia ci ha provato: soprattutto grazie alle iniziative promosse attraverso il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar ndr) che ha, infatti, al suo interno progetti di inserimento socio-economico
L’ordinamento italiano riconosce ai richiedenti protezione internazionale la possibilità di seguire corsi di formazione professionale che, eventualmente, possono anche essere realizzati dall’ente locale titolare del progetto di accoglienza.
Ma c’è anche l’iniziativa «Inside» del Ministero del Lavoro, che ha erogato proprio quest’anno quasi 700 borse di tirocinio per i richiedenti asilo e protezione ospitati negli Sprar.
E «Percorsi» diretto invece all’inserimento socio-economico dei minori non accompagnati.
C’è poi il protocollo d’intesa tra Confindustria e il Ministero dell’Interno siglato solo a fine giugno, al fine di sensibilizzare le imprese e aprire le porte a formazione e tirocini ai richiedenti asilo.
E infine il progetto «Welcome. Working for refugee integration» dell’Unhcr con il patrocinio del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il sostegno di Confindustria, che consiste nell’assegnazione di un riconoscimento alle aziende che agiscono concretamente per favorire i processi di integrazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo nel mondo del lavoro.
Insomma, una macchina in movimento che dovrebbe già produrre qualche numero più preciso sull’andamento.
Ad oggi, invece, avere dati certi sui richiedenti inseriti nel mondo del lavoro non è semplice.
Qualcosa inizia ad emergere solo dall’ultimo rapporto Sprar: «Malgrado la difficile congiuntura economica che persiste e influisce molto sulle opportunità lavorative dei beneficiari – si spiega – nel 2015 sono stati 1.972 gli inserimenti lavorativi registrati».
L’inserimento ha riguardato soprattutto il settore della ristorazione e del turismo, a cui seguono i settori dell’agricoltura e della pesca.
Vista la portata dei numeri, però, risulta davvero poca cosa. E a confermarlo sono gli esisti anche delle altre iniziative.
Il protocollo d’intesa tra Confindustria e Ministero dell’Interno per l’inserimento al lavoro dei rifugiati partendo da tirocini nelle imprese a quattro mesi dal suo lancio non ha ancora prodotto nulla.
Zero è infatti il numero di rifugiati che sono riusciti a partecipare all’iniziativa nonostante la forte promozione e i buoni intenti.
Il progetto «Welcome. Working for refugee integration» dell’Unhcr con il patrocinio del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il sostegno di Confindustria, è ancora uno slogan, una storia senza lieto fine.
Siamo appena partiti – dicono un po’ tutti in coro – bisogna aspettare ancora per vedere l’effetto dei progetti e delle iniziative.
Sicuramente ci vorrà tempo, ma intanto il numero delle persone all’interno delle varie strutture in Italia è imponente.
E c’è chi ha fiutato l’affare ingrossando le fila del lavoro nero e del caporalato.
(da “La Stampa”)
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Novembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
DIVISIONE PER CREDO RELIGIOSO DEGLI IMMIGRATI IN ITALIA: CRISTIANI 53,8%, MUSULMANI 32%, ATEI 4,6%, INDUISTI 3%, BUDDISTI 2,2%, ALTRI 4,5%… QUELLI DI FEDE ISLAMICA DIMINUITI DI 4.500 UNITA’
Mentre quelli che hanno comprato lauree in Albania e ristrutturato le case del Capo con soldi
pubblici vi raccontano che c’è un’invasione, gli immigrati di fede islamica che arrivano o sbarcano in Italia non sono affatto in aumento.
Anzi, diminuiscono leggermente rispetto all’anno scorso.
Ad affermarlo è il sociologo Massimo Introvigne, direttore del Centro Studi sulle nuove religioni (Cesnur), in una ricerca curata con PierLuigi Zoccatelli, presentata da Roma nell’ambito del convegno «Dall’Islam in Europa all’Islam europeo», organizzato dal mensile Confronti presso la Biblioteca Centrale del Cnr.
La Stampa dedica alla vicenda un’infografica e un articolo a firma di Massimo Tornielli:
«Senza volere entrare in dibattiti di carattere politico scrivono i due studiosi — rileviamo che, contrariamente a opinioni diffuse, gli immigrati musulmani in Italia non sono in aumento ma in lieve diminuzione».
Gli islamici erano infatti 1.613.500 nel 2015 e sono 1.609.000 nel 2016, spiegano i sociologi del Cesnur.
«La maggioranza degli immigrati — aggiungono — è cristiana: sul totale degli immigrati i cristiani sono il 53,8% contro il 32% dei musulmani. La percentuale dei musulmani sul totale degli immigrati a sua volta non aumenta dal 2015 al 2016 ma scende leggermente, dal 32,2% al 32%. È vero che, per effetto delle acquisizioni di cittadinanza, sono per converso aumentati i musulmani cittadini italiani: erano 245.621 l’anno scorso, sono 302.090 quest’anno. Ma soltanto in poche migliaia di casi si tratta di conversioni, nella stragrande maggioranza riguarda la conclusione di un lungo iter burocratico per la cittadinanza espletato da chi già da anni risiede nel nostro Paese.
Questa è la ripartizione degli immigrati per appartenenza religiosa: ortodossi, 1.541.000 (30,7%), cattolici 908.000 (18,1%); protestanti e altri cristiani 255.000 (5,0%); musulmani 1.609.000 (32,0%); ebrei 7000 (0,1%); induisti 149.000 (3,0%); buddhisti 111.000 (2,2%); altre religioni orientali 78.000 (1,6%); atei e agnostici 227.004 (4,5%); religioni tradizionali 56.000 (1,1%); altri 85.000 (1,7%).
Facendo le somme, l’insieme degli immigrati cristiani delle diverse confessioni è pari a 2.704.000 (53,8%), oltre un milione in più di quelli di fede islamica.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 6th, 2016 Riccardo Fucile
L’ESPERIENZA DELLE COPPIE CHE ACCOLGONO… BYAGUI, APPRODATO A LAMPEDUSA A 17 ANNI DAL MALI: “E’ MOLTO PROTETTIVO NEI CONFRONTI DEI DUE FIGLI PIU’ PICCOLI”
Se Alassane nel mercato di una cittadina del Mali non avesse incontrato la mendicante cieca, in
Italia forse non sarebbe mai arrivato.
Oggi ha 19 anni, ma a 14, dalla Guinea dov’è nato, ha iniziato a vagare per l’Africa: la nonna, presso la quale si era rifugiato per sfuggire al padre violento, era morta e lui si era messo a camminare.
Burkina, Niger, Mali. In Niger, poco più che bambino, era stato rapinato più volte di ciò che riusciva a guadagnare nei campi.
Per questo il Mali, con quel lavoretto al mercato da due-tre euro al giorno, gli era sembrato un posto buono per restare.
«Al mercato c’era un’anziana cieca e Alassane aveva preso l’abitudine di darle l’elemosina. Un giorno lei gli ha chiesto: perchè tu che sei povero mi aiuti? Io posso lavorare, tu no, le ha risposto. Allora l’anziana gli ha detto di non preoccuparsi per lei, di cercare una vita migliore. Lui ha pensato all’Italia».
A raccontare sono Gianfranco e Liliam, quarantenni (funzionario lui, impiegata lei) in attesa di un bimbo.
Da giugno accolgono Alassane con il «Rifugio diffuso in famiglia» del progetto Sprar gestito dalla Pastorale Migranti diocesana, una delle 28 famiglie che nel 2016 si sono rese disponibili per ospitare un rifugiato.
«Alassane è arrivato due anni fa ed è entrato in un progetto per minori. Noi, intanto, eravamo rimasti colpiti da una trasmissione sui rifugiati in famiglia – racconta la coppia – e avevamo preso contatto con la Migranti. Dopo dieci mesi e ci hanno proposto Alassane. Proprio allora abbiamo scoperto che avremmo avuto un bimbo. Ci siamo detti: il bimbo nascerà tra nove mesi, nel frattempo c’è posto per questo ragazzo».
Alassane si è dato da fare da subito, ha studiato italiano, cucina, meccanica.
«Ora lavora in un ristorante. Lo stiamo aiutando a trovare casa, a fare la patente. È un ragazzo che ha fatto esperienze terribili. Ha visto ammazzare, ha visto persone cadere dal camion. Qui sta recuperando un po’ di adolescenza. L’abbiamo portato in vacanza: la prima della sua vita».
Affetto, partecipazione alla costruzione di una persona, come un figlio da crescere.
«Sono sentimenti comuni alle famiglie che accolgono i giovani rifugiati. Spesso i 413 euro che ricevono per vitto e alloggio li mettono da parte per quando i ragazzi diventeranno autonomi», dice Marcella Rodino della Pastorale Migranti, che cura gli abbinamenti rifugiato-famiglia.
Un altro incontro felice è quello tra la famiglia di Sabrina, insegnante di inglese, tre figli, mamma affidataria del Progetto neonati del Comune di Torino, e Byagui, 20 anni, del Mali.
«Byagui era stato mandato dai genitori a casa di amici, in Libia, per studiare, ma una volta là è scoppiata la guerra. Lui sarebbe tornato in Mali ma non c’erano mezzi. Qualcuno gli ha detto che una nave l’avrebbe portato in Costa d’Avorio. Invece è sbarcato a Lampedusa».
Byagui è stato accolto in una comunità per minori prima di approdare a Pessione, a casa di Sabrina.
«Quando ci siamo conosciuti, non era contento di venire qui, non voleva lasciare gli amici a Torino. Ma ha accettato. Dopo pochi giorni siamo andati a Roma dal Papa. Lui è musulmano, ma è entusiasta di Francesco».
A Pessione Byagui si è ambientato, si è affezionato ai figli di Sabrina (il maggiore ha la sua età ), ha imparato a prendere il treno per raggiungere l’officina dove ha buone probabilità di essere assunto.
«La domenica vuole lavare i pavimenti, e l’erba non è mai stata così in ordine. Da noi non accetta denaro. In estate, mentre il tirocinio era sospeso, dopo molte insistenze sono riuscita a dargli 50 euro. Con il primo stipendio di 120 me li ha restituiti. Presto andrà a vivere da solo, con lo stipendio potrà pagarsi l’affitto. Ha scelto di restare a Pessione e su di noi potrà sempre contare».
Maria Teresa Martinengo
(da “La Stampa”)
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