Destra di Popolo.net

QUANDO ERANO I NOSTRI NONNI, UN SECOLO FA, A SOGNARE UN FUTURO LONTANO DAL LORO PAESE

Giugno 14th, 2018 Riccardo Fucile

FURONO 15 MILIONI GLI ITALIANI A CERCARE FORTUNA IN AMERICA CON LE VALIGIE DI CARTONE SULLE CARRETTE DEL MARE

Farebbe bene a tutti, in questa Italia inedita dei porti chiusi in faccia ai migranti un ripasso di storia Patria, un recupero di memoria perduta della nostra emigrazione.
Per i tanti che non sanno o fingono di non sapere o dimenticano facilmente chi siamo e da dove veniamo, ritrovare la memoria vale più di tanti appelli al soccorso, all’ospitalità , al senso di umanità 
Servirebbe a tutti una visita nei gironi infernali di Ellis Island, il terribile museo dell’emigrazione dall’Italia verso gli Stati Uniti, o nei piccoli musei degli emigranti nei tanti Comuni italiani, soprattutto del Sud.
Guardare i volti degli italiani di un secolo o mezzo secolo fa, poveri cristi ammassati a poppa e a prua e nelle stive delle navi salpate da Napoli o Genova o Palermo, i tre porti di imbarco autorizzati dalla legge 23 sull’emigrazione del 31 gennaio 1901. Sbarcati nella terra promessa di New York dopo quasi due mesi di terribile navigazione, venivano schiavizzati dai boss aguzzini che li smistavano nei lavori più duri, oppure subivano l’onta del respingimento dagli States.
Mai come oggi è bene ricordare le impressionanti stragi di nostri migranti sepolti nella tomba più grande del mondo, il mare, quando eravamo noi i figli della miseria più nera, della fame e delle epidemie, con migliaia in fuga dalle guerre, da persecuzioni e schiavitù di baroni e capibastone.
Eravamo noi quelli che salpavano con la valigia di cartone, salutati dalle lacrime dei parenti dalle banchine dei porti più tristi del mondo.
Tra la fine dell’Ottocento e la metà  del Novecento, nel solo arco di tempo che va dal 1876 al 1915, ben 14 milioni di nostri connazionali, una cifra impressionante che ridicolizza gli sbarchi di oggi, si imbarcarono su navi e piroscafi obsoleti e fatiscenti con rotta verso le Americhe.
Erano contadini e braccianti poveri e analfabeti e in gran parte delle regioni disperate del Sud.
In quelle traversate molti pagarono con la vita il sogno di una esistenza dignitosa. Salpavano in condizioni simili a quelle che oggi indignano e atterriscono.
Ecco cosa si legge nei documenti del Museo nazionale dell’emigrazione italiana: “Al trasporto dei migranti venivano assegnate le carrette del mare, con in media 23 anni di navigazione. Si trattava di piroscafi in disarmo, chiamati “vascelli della morte”, che non potevano contenere più di 700 persone, ma ne caricavano oltre 1.000, che partivano senza la certezza di arrivare a destinazione.
Nei “vascelli fantasma” la “merce” a bordo arrivava anche priva di vita a causa delle pessime condizioni igieniche e sanitarie”.
Le navi erano un inferno, stipate all’inverosimile, con terribili condizioni igieniche, pessimo vitto, spazi personali ridottissimi, niente aria, sporcizia, la promiscuità  che spesso sfociava in violenze e epidemie. E furono molte le stragi non solo per i naufragi.
Sul piroscafo “Città  di Torino” nel novembre 1905 contarono 45 morti su un totale di 600 imbarcati; sul “Matteo Brazzo” nel 1884 una ventina di morti per colera vennero gettati in mare e la nave fu respinta a cannonate a Montevideo per il timore di contagio; sul “Carlo Raggio” furono 18 i morti “per fame” nel 1888 e 206 “per malattia” nel 1894; sul “Cachar” segnarono 34 morti “per fame e asfissia” nel 1888; sul “Frisia” nel 1889 riportarono sul diario di bordo altri 27 morti “per asfissia” ma più di 300 quando sbarcarono erano in fin di vita; sul “Parà ” nel 1889 altri 34 morti; sul “Remo” 96 deceduti “per colera e difterite” nel 1893; sull'”Andrea Doria” 159 uccisi da malattie nel 1894; sul “Vincenzo Florio” 20 morti sempre nel 1894.
Le carrette degli oceani con a bordo la “tonnellata umana”, come definivano il carico di emigranti italiani, spesso affondavano. Ci fu la strage del 17 marzo 1891 con 576 italiani annegati, quasi tutti meridionali, per il naufragio dell'”Utopia” davanti al porto di Gibilterra.
Altri 549 colarono a picco con la “Bourgogne” al largo della Nuova Scozia il 4 luglio 1898, e 550 il 4 agosto 1906 annegarono del naufragio della “Sirio” in Spagna. Altri 600 connazionali affondarono con la “Principessa Mafalda” il 25 ottobre 1927 al largo del Brasile e erano piemontesi, liguri e veneti a bordo di una nave talmente usurata che aveva subito 11 guasti ai motori, alla pompa, all’asse dell’elica di sinistra che quando si sfilò ruotando per inerzia squarciò lo scafo e le porte stagne non funzionavano e i migranti e l’equipaggio furono inghiottiti dal mare.
Ellis Island era il centro di smistamento e di quarantena per i figli dell’Italia povera in attesa di metter piede a New York.
Era stato progettato e costruito per accogliere 500.000 immigrati all’anno, ma ne arrivavano il doppio. Le famiglie italiane venivano divise, uomini da una parte e donne e bambini dall’altra.
Gli “indesiderabili” e i malati li portavamo al secondo piano dove i medici dopo aver certificato alla buona la presenza di “malattie ripugnanti e contagiose” e “manifestazioni di pazzia” li contrassegnavano con una croce bianca sulla schiena e poi venivano reimbarcati verso il porto di origine.
Molti si tuffavano in mare e morivano finiti dagli squali mentre cercavano alla disperata di nuotare verso Manhattan, o si suicidavano piuttosto che ritornare a casa. Ellis Island prese così il nome di “Isola delle lacrime”.
Tanti superavano i controlli e la maggior parte degli immigrati italiani fece grande il New Jersey e gli Usa.
Nelle stive di un secolo dopo, ci sono altri migranti che sognano un futuro.
Ne hanno tutto il diritto, esattamente come i nostri nonni un secolo fa.
I migranti di ogni epoca sanno cosa li aspetta. Ci provano e ci riproveranno sempre a raggiungerlo perchè voltarsi indietro significa guardare le guerre e la fame e la sconfitta dei loro sogni.

(da “Huffingtonpost”)

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I PRIMI PROFUGHI “SALVATI” DA SALVINI: 232 MIGRANTI IN ARRIVO A REGGIO CALABRIA

Giugno 8th, 2018 Riccardo Fucile

SALVINI AVEVA CHIESTO SE ERA POSSIBILE NON CONCEDERE L’APPRODO IN ITALIA, MA HA DOVUTO DESISTERE PERCHE’ LA LEGGE VALE ANCHE LUI

Tra il dire falsità  e governare l’immigrazione, come osservano su Twitter, c’è di mezzo il mare.
E così domani la Sea Watch arriverà  al porto di Reggio Calabria con il suo carico di 232 migranti dopo quattro giorni di mare insieme a un’altra nave di una ONG, la Seefuchs, che Malta si è rifiutata di far attraccare.
La Sea Watch soltanto oggi ha ricevuto l’indicazione su quale porto dirigersi dopo essere stata lasciata in mare per quattro giorni con il suo carico di vite umane.
Sergio Scandura di Radio Radicale afferma: “Non era mai accaduto finora che una nave umanitaria sia arrivata in Sicilia, praticamente a bordo costa (posizione 11:20) senza POS già  assegnato dal Viminale“.
La nave ha prima ricevuto l’ordine di venire verso l’Italia e solo dopo essere arrivata sulle coste della Sicilia ha saputo che avrebbe dovuto arrivare fino a Reggio Calabria.
Scrive Repubblica che già  tre giorni fa, subito dopo il suo insediamento, Salvini — saputo del salvataggio dei migranti da parte della nave della Ong — aveva chiesto ai suoi collaboratori se era possibile non concedere l’approdo in Italia.
Poi la nave è rimasta in zona Sar anche per dare aiuto ad una imbarcazione di un’altra ong tedesca, la Seefuchs, un piccolo peschereccio che — con 120 persone a bordo — si è trovata in difficoltà  davanti a onde alte due metri.
La guardia costiera di Roma ha chiesto a Malta, porto più vicino, di intervenire per mettere in sicurezza la Seefuchs ma i maltesi si sono rifiutati e così da Roma è partito l’ordine ad un mercantile di passaggio prima e ad una nave militare italiana poi di dare assistenza alla Seefuchs.
E così è arrivata la decisione di farli sbarcare a Reggio Calabria.
Ieri, scrive Vita, la Seefuchs è riuscita ad inviare alcune foto al proprio social media team sulla terraferma che le ha postate su Instagram: «Quelle sono le immagini della missione di salvataggio di ieri. 120 persone erano su un gommone, pieno d’acqua quando l’equipaggio della Seefuchs le ha evacuate. Per via delle condizioni meteo difficili, il tentativo di salvataggio con il RIB non è stato possibile. Tutte le 120 persone sono però riuscite a salire a bordo. Non voltatevi dall’altra parte. Inviate queste immagini ai politici dei vostri collegi elettorali, delle vostre municipalità . Chi aiuta è criminalizzato e diffamato».

(da “NextQuotidiano”)

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SALVINI ANNUNCIA “CENTRI PER RIMPATRI CHIUSI”, QUALCUNO LO AVVISI CHE GIA’ ESISTONO, SONO NEL DECRETO DEL SUO AMICO MINNITI DI UN ANNO FA, SI SVEGLI

Giugno 6th, 2018 Riccardo Fucile

SONO I CPR, CENTRI DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO, DOVREBBERO ESSERCENE UNO PER REGIONE, MA FINO AD OGGI SONO SOLO SEI…SAPETE DOVE MANCANO? NELLE REGIONI RETTE ANCHE DALLA LEGA PERCHE’ SI SONO OPPOSTI I GOVERNATORI LEGHISTI

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ai cronisti in Transatlantico ha detto che “vanno realizzati Centri per i rimpatri “che permettano di espellere chi va espulso”. Centri “chiusi“, dunque, “che servono per ospitare momentaneamente chi deve tornare a casa sua”.
Centri di questo tipo — destinati non ai richiedenti asilo, ma agli irregolari destinatari di provvedimento di espulsione — sono già  previsti dal decreto Minniti dell’aprile 2017: non si chiamano più Cie (Centri di identificazione e di espulsione) ma Cpr, “Centri di permanenza per il rimpatrio“, secondo il provvedimento voluto dall’ex capo del Viminale doveva essercene uno in ogni Regione da 150 posti al massimo ma fino a oggi quelli aperti sono solo 6 (Torino, Roma, Bari, Brindisi, Caltanissetta e Potenza) per poche centinaia di posti rispetto ai complessivi 1.600 previsti a regime. Altre strutture sono state individuate (da Iglesias a Bologna, a Santa Maria Capua Vetere), ma non avviate.
Il problema a cui Salvini si trova di fronte è l’opposizione di molti governatori e di molti sindaci.
Chissà  come mai in Lombardia, Veneto e Liguria i governatori leghisti non hanno messo a disposizione strutture adeguate, visto che Salvini parla tanto.
Il problema in ogni caso è che per rimandare a casa gli irregolari e superare i poco più di 6mila i rimpatri in media ogni anno servono accordi con i Paesi di provenienza: l’Italia ne ha siglati solo con Tunisia, Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia.
Quindi Salvini pensi a lavorare invece che fare annunci.

(da agenzie)

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SALVINI DA’ I NUMERI SU RICHIEDENTI ASILO E “FINTI PROFUGHI”, MA I DATI REALI LO SMENTISCONO

Giugno 6th, 2018 Riccardo Fucile

UNA COSA HA CERTIFICATO: CHE I RICHIEDENTI ASILO PREFERISCE TENERLI IN ITALIA CHE REDISTRIBUIRLI IN EUROPA… SE DIMINUISCONO COME FA AD AIZZARE I RAZZISTI CHE LO VOTANO PER QUELLO?

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha ribadito ieri che l’Italia voterà  no (assieme ai paesi del “gruppo di Visegrad”) alla proposta di revisione del trattato di Dublino. Ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto al Senato che il nostro Paese chiederà  con forza il superamento del Regolamento di Dublino «al fine di ottenere l’effettivo rispetto del principio di equa ripartizione delle responsabilità  e realizzare sistemi automatici di ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo» dimostrando di ignorare che la proposta dell’Europarlamento prevede proprio la realizzazione di un sistema automatico di ricollocamento basato su quote.
Per Salvini clandestini, rifugiati e richiedenti asilo sono la stessa cosa
Tra il sistema di ripartizione dei richiedenti asilo (quindi non solo di chi ha già  ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato) e quello ungherese che prevede la costruzione di reticolati di filo spinato e il categorico rifiuto del ricollocamento dei rifugiati Salvini sembra preferire il secondo.
Non è ben chiara quale sia la convenienza per l’Italia.
Ma non dobbiamo dimenticare che per Salvini migranti, profughi, richiedenti asilo sono solo parole inventate dai buonisti di sinistra per cancellare la parola “clandestino”.
Non è un caso che nel suo discorso Conte abbia detto che il suo governo intende difendere «gli immigrati che arrivano regolarmente sul nostro territorio».
È noto però che chi scappa da guerre o persecuzioni religiose non ha la possibilità  di entrare regolarmente in Italia.
Un richiedente asilo è una persone che nella maggior parte dei casi è entrata clandestinamente nel nostro Paese, ma una volta che viene riconosciuto lo status di rifugiato gode degli stessi diritti (e doveri) di chi è entrato in Italia con regolare permesso di soggiorno.
Non tutti i migranti che arrivano in Italia saranno riconosciuti come rifugiati, ma questo non significa che tutti i rifugiati debbano provenire necessariamente da un paese in guerra.
Il diritto d’asilo non viene concesso solo a chi scappa da un conflitto ma anche ad altri individui (ad esempio a chi ha subito violenze domestiche, chi ha subito violenze durante il transito in Libia oppure a chi ha compiuto un significativo percorso di integrazione).
Inoltre il procedimento non termina con la decisione della commissione territoriale stabilisce che il migrante non è “idoneo”.
Il richiedente asilo può fare ricorso che in questo modo sospende l’espulsione fino a che non è stato esaminato il ricorso.
Ieri sera il ministro Salvini ha detto che «è strafinita la pacchia per chi ha mangiato per anni, alle spalle del prossimo, troppo abbondantemente: ci sono 170mila presunti profughi che stanno in albergo a guardare al tv».
Ma come fa Salvini a sapere che quei richiedenti asilo sono tutti “presunti profughi” da rimpatriare?
Molte delle persone ospitate nei centri di accoglienza (che non sono propriamente degli alberghi, si veda il caso di Cona, nel veneziano) sono richiedenti asilo in attesa che lo Stato italiano determini la loro condizione.
Salvini continua a fare oggi quello che ha fatto negli ultimi anni: alimentare la confusione tra “clandestino” — che è ogni migrante sbarcato o arrivato in Italia in maniera irregolare — e rifugiato.
Salvini insomma sta continuando a parlare della presunta invasione dei migranti. Invasione che nei fatti non c’è (qui le statistiche del Viminale aggiornate al 6 giugno 2018) visto che il picco risale al 2015.
Già  nel 2016 — quindi dopo la “crisi” — l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati aveva pubblicato delle statistiche che dimostravano come l’Italia non fosse certo il paese vittima dei rifugiati.
Nel mondo ci sono circa 16 milioni di rifugiati (non di richiedenti asilo) e in Europa ce ne sono poco più di due milioni, persone che sono arrivate nel corso degli anni, dei decenni.
L’Italia — che generalmente accetta il 40% delle richieste d’asilo — ne aveva accolti in totale 131mila (su una popolazione di 60 milioni di abitanti).
Durante la puntata di ieri sera di Otto e Mezzo Paolo Pagliaro ha spiegato che nel 2017 l’Italia ha accolto 580 richieste d’asilo ogni milione di abitanti mentre la Germania ne ha accolte 3.943 (sette volte di più).
In rapporto alla popolazione residente hanno accolto più richieste d’asilo anche Francia, Liechtenstein, Finlandia, Grecia, Svezia, Cipro, Norvegia, Belgio, Svizzera,   Malta Lussemburgo e Austria.
A questi vanno aggiunti coloro che hanno ricevuto il riconoscimento della “protezione sussidiaria” — ad esempio nel caso il migrante rischi di subire un “danno grave” al rientro in patria — e la “protezione umanitaria” (che viene concessa per altri motivi umanitari).
Curiosamente la “protezione umanitaria” è lo status che viene maggiormente riconosciuto ai migranti (ad aprile 2018 sono state assegnate 2.751 protezioni umanitarie contro 603 domande di asilo accolte).
Tra i “presunti profughi” di Salvini ci sono quindi molte persone che hanno visto riconosciuto il diritto a   stare in Italia e soprattutto ce ne sono molte di più che stanno aspettando l’esito del procedimento.
Se Salvini accettasse la proposta di revisione del trattato di Dublino le richieste d’asilo non dovrebbero essere esaminate per forza nel paese di primo approdo (l’Italia) ma anche in altri stati membri.
In questo modo il ministro dell’Interno sta dicendo che preferisce tenere in Italia “finti profughi” invece che distribuire il carico dell’esame dei procedimenti in altri paesi europei.

(da “NextQuotidiano”)

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PIETRO BARTOLO, IL MEDICO DI LAMPEDUSA: “SALVINI FACCIA IL MINISTRO, NON IL PROPAGANDISTA”

Giugno 3rd, 2018 Riccardo Fucile

IL MEDICO DEI MIGRANTI: “AIUTARLI A CASA LORO? DA QUELLA CASA LI ABBIAMO COSTRETTI A FUGGIRE, COLONIZZANDO, AFFAMANDO E SACCHEGGIANDO”… “RISPEDIRLI INDIETRO DOVE? NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO LIBICI, TRA STUPRI DI MASSA, TORTURE E RIDUZIONE IN SCHIAVITU? MA SALVINI SA DI COSA PARLA?”

Se c’è un uomo simbolo di una Italia solidale, generosa, impegnata in una solidarietà  fattiva, quotidiana, nei confronti di migranti e rifugiati che in questi anni sono sbarcati sulle coste siciliane, quest’uomo è Pietro Bartolo, 62 anni, il “medico dei migranti”, impegnato da una vita ormai a Lampedusa, reso famoso dal film “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, vincitore nel 2016 dell’Orso d’oro a Berlino.
Nel giorno in cui il neo ministro dell’Interni Matteo Salvini, è a Pozzallo, il “medico dei migranti” parla in esclusiva con HuffPost.
“Mi auguro con tutto il cuore — afferma il dottor Bartolo — che Matteo Salvini si renda conto di non essere più in campagna elettorale, dimostrando da ministro dell’Interni non solo equilibrio, lungimiranza ma anche umanità  nei confronti dei più indifesi tra gli indifesi”.
Quanto poi all’affermazione del titolare del Viminale: “E’ finita la pacchia”, rivolta ai migranti, Pietro Bartolo risponde così: “Certo, la pacchia deve finire, ma per quelli che lucrano sulla pelle e sulla vita di migliaia di disperati, per le organizzazioni criminali che prosperano con il traffico di esseri umani. Si concentri su questi delinquenti, il ministro Salvini, e lasci stare coloro che chiedono solo di poter vivere una vita dignitosa per sè e i propri figli”.
Un mantra che ha caratterizzato gli ultimi tempi, è stato quello di “Aiutiamoli a casa loro”.
Il “medico dei migranti”, ha qualcosa da dire in proposito: “Certo, aiutiamoli a casa loro, anche perchè da quella ‘casa’ li abbiamo costretti a fuggire, colonizzando, affamando, saccheggiando i Paesi di origine. Ma oggi, prima di tutto dobbiamo aiutarli a ‘casa nostra’, rendendola per loro più vivibile, accogliente, inclusiva”.
“E’ finita la pacchia”. E il messaggio che il neo ministro dell’Interni Matteo Salvini ha rivolto ai migranti. Lei che dal 1992 è il responsabile delle prime visite a tutti i migranti che sbarcano a Lampedusa, cosa si sente di rispondere al nuovo titolare del Viminale'”.
“Gli direi di ragionare come un uomo di governo e non come un leader politico in perenne campagna elettorale. Mi auguro con tutto il cuore che Salvini faccia questo salto di responsabilità , con giudizio e razionalità . Spero davvero che cominci a ragionare, a riflettere, a mostrare lungimiranza. E a mostrare anche un po’ di umanità . Perchè di esseri umani stiamo parlando, una umanità  sofferente che fugge da situazioni che di umano non hanno nulla ma che tanto assomigliano a un inferno in terra. Salvini ha ripetuto in campagna elettorale che bisogna rispedirli indietro. Dove? Nei campi di concentramento da cui in moti sono riusciti a fuggire a fronte di tanti altri che in quei lager sono statti uccisi, torturati, violentati? Rispedirli nei Paesi di origine? Ma Salvini dovrebbe sapere che ciò è impossibile senza l’accordo dei Paesi in questione. E allora? Cosa si spera: che muoiano tutti nel Mediterraneo? Si dice che l’abito non fa il monaco. Ecco, io mi auguro che non valga per Salvini, e che l'”abito” di ministro, con le responsabilità  che comporta ricoprire questo ruolo, lo porti a ragionare e a muoversi con senso di responsabilità “.
Quella del 2017, è stata una estate caldissima nel Mediterraneo, con le polemiche sul ruolo delle Ong e con una emergenza senza fine. C’è il rischio che questo scenario si ripeta, magari aggravato, anche per l’estate che bussa alle porte?
“Le statistiche relative agli ultimi 12 mesi indicano una riduzione importante degli sbarchi. Ma non credo, francamente, che l’Italia possa andare fiera di ciò. Perchè sappiamo che questa riduzione è dovuta in buona parte dagli accordi che il precedente governo italiano ha stretto con la Libia. E quando parlo di accordi, non mi riferisco solo al sostegno dato alla Guardia costiera libica, che non ha certo brillato in umanità , ma anche a quelli, mai smentiti, con milizie e tribù che controllano i porti libici da cui partono le carrette del mare. Vede, solo pochi giorni fa abbiamo potuto raccogliere, nel centro medico di Lampedusa, le testimonianze di persone che erano riuscite a fuggire dai lager libici. Testimonianze da far accapponare la pelle. Racconti di abusi, sevizie fisiche e psicologiche, di stupri di massa, di persone vendute come schiavi. No, non dobbiamo essere orgogliosi di queste ‘riduzioni’. Al nuovo primo ministro, il professor Conte, e ai capi dei due partiti al governo, Di Maio e Salvini, vorrei chiedere se è loro intenzione rinnovare quegli accordi o cambiare rotta e se sì, quale sarebbe questa rotta? Non possono più giocare di rimessa, sono al governo, hanno il potere del fare. Vediamo come intendono utilizzarlo. Certo, la partenza del ministro dell’Interni non è che induca all’ottimismo, anche perchè Salvini insiste su una narrazione che gli ha portato voti ma che con la realtà  ha ben poco a che fare…”.
Vale a dire?
“Spesso, quando si affronta il tema dei migranti, si parla senza conoscere, basandosi solo su bugie raccontate spesso dai partiti, e in questo la Lega di Salvini si è rivelata maestra. La narrazione secondo cui i migranti ci rubano il lavoro, i migranti portano le malattie, i migranti attentano alla sicurezza delle nostre città , i migranti costano allo Stato…Questa narrazione porta consensì perchè indica un ‘nemico’ contro cui scagliarsi, a cui imputare tutto il peggio. Così si possono conquistare voti, vincere le elezioni, ma se poi non si cambia registro e si fa di questa narrazione falsificante la base per scelte di governo, allora le cose sono destinate a mettersi davvero male…”.
Resta quel monito: “E’ finita la pacchia”…
“Anch’io spero che la ‘pacchia’ finisca: quella delle organizzazioni criminali che si arricchiscono con il traffico di esseri umani, alimentando il caporalato, organizzazioni che prosperano anche perchè possono contare, in Europa, sui ‘colletti bianchi’, che quei soldi riciclano e reinvestono.
In questi mesi, anche in piena campagna elettorale, da più parti si è ripetuta l’affermazione: “Aiutiamoli a casa loro”. Cosa significa per Lei questa affermazione, dottor Bartolo?
“Aiutarli a casa loro è la cosa più importante, ma non la più immediata. Perchè oggi e in un futuro prossimo, la cosa più urgente, decisiva, è aiutarli a casa nostra, rendendo questa casa più vivibile, accogliente, inclusiva. Dico questo non solo perchè spinto da principi umanitari che dovrebbero essere ancora parte fondante della civiltà  europea, ma perchè sono fermamente convinto che queste persone che arrivano da noi non siano una minaccia ma al contrario una ricchezza, e là  dove, penso all’esperienza di tanti comuni e realtà  locali, l’integrazione è avvenuta, queste persone, tolte dalla clandestinità , si sono rivelate importanti per la crescita, non solo culturale ma economica e sociale, delle comunità  locali. Penso, solo per fare un esempio, all’esperienza di Mazara del Vallo, per restare alla mia Sicilia. Certo, la prospettiva è quella di ‘aiutarli a casa loro’, ma per realizzarla l’Europa deve avere il coraggio e l’onesta dell’autocritica. Perchè la quasi totalità  delle persone che bussano alle nostre porte, provengono da Paesi che l’Europa ha colonizzato, affamato, ridotto a campi di battaglia, sostenendo regimi sanguinari, dittature feroci utili però a perpetuare certi interessi. Di quella ‘casa in fiamme’, i Sud del mondo, l’Europa è in parte, grande, responsabile. Non dobbiamo dimenticarlo mai”.

(da “Huffingtonpost”)

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“FARE PIU’ FIGLI NON BASTA, L’IMMIGRAZIONE E’ NECESSARIA”: INTERVISTA ALLO SCRITTORE STEFANO PROVERBIO

Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile

“SERVE PIU’ IMMIGRAZIONE E DI QUALITA’. CARENZA DI PERSONE NELLA SANITA'”

L’immigrazione per l’Italia è una necessità  imprescindibile che, come dimostrano altri casi mondiali, può far decollare la nostra economia e migliorare anche i nostri salari medi.
Una ricetta economica che, se ben gestita, può dare risultati migliori di qualsiasi flat tax, reddito di cittadinanza o bonus vari.
Serve però accogliere più immigrati e di qualità . Parola di Stefano Proverbio, director di McKinsey & Company e autore, con Roberto Lancellotti del libro “Dialogo sull’immigrazione. Tra falsi miti e scomode verità “, edito da Mondadori.
Partiamo da una delle domande principali del libro: l’immigrazione è un problema o viceversa può rivelarsi un’opportunità ?
Il libro nasce da una discussione sulla demografia in Italia. E la risposta è che l’immigrazione per l’Italia è una necessità  imprescindibile. Perchè l’Italia è già  dentro una crisi demografica: negli ultimi 20 anni abbiamo perso 3 milioni di italiani in età  lavorativa che sono stati compensati come forza lavorativa solo grazie all’immigrazione. Da qui al 2020 ne perderemo altri 12 milioni con conseguente insostenibilità  del sistema sanitario e del welfare e con ripercussioni su Pil e debito pubblico. E fare più figli italiani non basterebbe: primo perchè ci vorrebbero venti anni prima che entrino nel mondo del lavoro; e poi per colmare il gap bisognerebbe tornare a sei figli per donna.
Gli immigrati dunque sono una risorsa che può sostenere la nostra economia.
Certamente. E lo sono già . Basti pensare che l’8% del nostro Pil è fatto già  oggi dagli immigrati. E il numero di nuove imprese aperte dagli stranieri in Italia cresce del 3% all’anno, mentre quelle aperte dagli italiani cala dell’1% l’anno. Anche far ringiovanire la popolazione sostiene l’economia facendo ripartire i consumi.
Una valida alternativa a flat tax, reddito di cittadinanza o bonus da 80 euro quindi?
Non le vedo come cose alternative queste, le vedo come disastri. Il reddito di cittadinanza sono gli 80 euro per 20. La flat tax è un salto nel buio con un enorme deficit nel breve periodo, da rischio default.
Uno slogan che una parte della politica ha fatto suo è “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani”.
Non è vero. Perchè gli immigrati fanno dei lavori che gli italiani non vogliono fare. E poi i casi studiati — come l’immigrazione dei vietnamiti e dei cubani – dimostrano che l’immigrazione crea un circolo virtuoso nell’economia del Paese di approdo con un aumento medio anche dei salari dei nativi. Guardiamo al caso di Israele che ha importato un milione di russi laureati e ha avuto un boom economico eccezionale: oggi per iniziative di start up Israele ha superato la Silicon Valley, e questo è dovuto essenzialmente agli immigrati.
Ecco, noi di quale immigrazione abbiamo bisogno?
In Italia dovremmo avere più immigrazione e di qualità . Gli studi dimostrano che se io prendo dei rifugiati è meglio che prendere immigrati economici, perchè i rifugiati hanno di norma più competenze. Noi invece ci focalizziamo sugli sbarchi, che sono in realtà  un fenomeno che si gestisce con dei numeri relativamente piccoli. Gli immigrati che accettiamo sono pochi e per lavori temporanei in cui il grosso è rappresentato dall’agricoltura, quindi l’opposto di quello che serve. Anzichè importare, idealmente, laureati, noi importiamo manodopera di basso valore.
Potremmo allora imitare il modello tedesco?
Sì. La Germania non è perfetta ma fa bene: quando arrivano gli immigrati li classifica subito in funzione delle proprie competenze, li mette subito a studiare il tedesco e alcuni basic di educazione civica. Quelli che hanno competenze buone li segnala alle aziende che fanno richieste, e gli altri li addestra per le professionalità  che servono al Paese.
Ci sono delle professioni che in Italia servono di più?
Ad esempio abbiamo una carenza in tutte le professioni della sanità , come infermieri, che già  importiamo, e medici. E questa carenza aumenterà  con il tempo, col rischio di non riuscire ad attrarre da fuori immigrati professionalizzati. Perchè si tratta di una carenza globale e io immagino che in futuro un medico albanese preferirà  emigrare negli Stati Uniti piuttosto che in Italia.
Come si fa a “importare” solo gli immigrati di cui abbiamo bisogno?
Il sistema è complesso ma io imiterei quelli che stanno andando bene come la Germania, il Canada e la stessa Australia, anche se finisce sui giornali come quella cattiva. Questi Paesi delineano le competenze che gli servono e scelgono gli immigrati che sono più allineati a quel tipo di competenza. Dovremmo poi pubblicizzare di più tentativi come quello degli incentivi fiscali per attrarre laureati stranieri e non proibire, come fatto, i corsi integralmente in inglese al Politecnico di Milano.
Dove sbaglia l’Italia oggi?
In Italia c’è anche il problema che mentre facciamo aspettare i migranti per accogliere la richiesta di asilo, non gli permettiamo di lavorare. Questo porta al rigetto da parte della popolazione, che vede queste persone ciondolare per strada senza un’occupazione.

(da “La Stampa”)

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L’AIDA A TUNISI: “INVESTIRE QUI SIGNIFICA FERMARE L’INTEGRALISMO”

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’AMBASCIATORE ITALIANO : “PORTEREMO LA SCALA AD AL JEM, COSI’ SI AIUTA LA DEMOCRAZIA TUNISINA”

“Fare diplomazia è anche portare per una settimana l’Opera italiana in Tunisia. Perchè ciò significa lanciare un segnale forte che tocca l’immaginario collettivo. E che aiuta a consolidare il processo democratico in un Paese così cruciale per noi”.
A parlare è Lorenzo Fanara, neo ambasciatore italiano in Tunisia.
L’HP lo ha intervistato in occasione della consegna dei premi agli imprenditori italiani che si sono maggiormente contraddistinti nel fare impresa nel Paese nordafricano, costruendo opportunità  di lavoro e dando speranza a un popolo giovane e alla sua giovane democrazia, nata sull’onda della “rivoluzione jasmine”, sette anni fa.
L’ambasciatore Fanara è giustamente orgoglioso del lavoro fatto dal “sistema Italia” in Tunisia, un sistema che ha saputo tenere assieme pubblico e privato, progetti finanziati dalla nostra Cooperazione allo sviluppo , e realizzati da Ong internazionali che si sono avvalse del lavoro di personale tunisino, e al tempo stesso sostenere l’intervento di soggetti privati in campi strategici, a cominciare da quello delle infrastrutture.
“Le imprese italiane presenti sul territorio tunisino sono uno strumento, importante, di politica estera”: è questo il filo conduttore del nostro colloquio che ha come sfondo suggestivo Tabarka, la città  dei pescatori e dei coralli, affacciata sul Mediterraneo, ai confini tra la Tunisia e l’Algeria.
E il Mediterraneo visto da qui è ancora mare nostrum, luogo di contaminazione e di dialogo tra culture, popoli, civiltà . L’occasione è data dalla consegna dei premi agli imprenditori italiani maggiormente impegnati in Tunisia.
Una serata pienamente riuscita, quella organizzata dalla Camera di commercio italo-tunisina, a cui ha presenziato, per il governo italiano, la sottosegretaria al ministero dei Beni e delle Attività  Culturali e del Turismo Dorina Bianchi.
Signor Ambasciatore, cosa significa per l’Italia e la Tunisia la presenza di tante aziende italiane nel tessuto produttivo del Paese nordafricano?
“Significa investire sul futuro, sulla nostra sicurezza. Perchè senza sviluppo la sicurezza resta fragile. Portare lavoro in Tunisia significa cercare di colmare o quanto meno restringere quella faglia apertasi nel Mediterraneo, dentro la quale è cresciuto in questi anni l’integralismo, il jihadismo, un estremismo che ha cercato di far leva sul malessere sociale per ingrossare le proprie fila. Consegnare oggi questi premi alle imprese italiane in Tunisia significa riconoscere loro quel ruolo importante, per certi versi decisivo, che hanno avuto e stanno avendo per dare più forza alla giovane democrazia tunisina”.
Il “sistema Italia” agisce praticamente a 360 gradi in Tunisia. L’intervento in settori quali le infrastrutture o l’agricoltura è abbastanza conosciuto e apprezzato. Ma qual è, invece, l’ambito rimasto un po’ più in ombra, almeno dal punto di vista mediatico, di cui Lei si sente più fiero?
“Direi senz’altro i progetti culturali che abbiamo realizzato o che stiamo in procinto di portare a compimento. Abbiamo provato a pensare in grande, non per presunzione ma perchè convinti che questo sia il modo migliore, più incisivo per lanciare un messaggio forte interno ed esterno alla Tunisia. Mi riferisco a progetti di grande impatto, capaci di colpire l’immaginario collettivo..”.
Qualche esempio?
“Il prossimo 7 luglio, porteremo la Scala ad Al Jem, un anfiteatro romano a sud di Tunisi. Il 30 giugno e il 4 luglio porteremo l’Aida, nella sua completezza, ad Al Jem e a Tunisi, con un’altra compagnia che utilizzerà  anche personale tunisino. Non è stato semplice realizzare questi, come altri progetti culturali, ma il nostro impegno è stato supportato dalla convinzione che così facendo la Tunisia, anche con il contributo italiano, dimostra di essere in grado di accogliere tanti turisti valorizzando le proprie bellezze, il proprio patrimonio archeologico e puntando sulla cultura. I Tunisini sono un popolo giovane, orgoglioso, fiero della propria identità  culturale e nazionale, e sta cercando di costruire una normalità  che in questi anni gli integralisti in armi hanno cercato a più riprese di attentare. Ma la gente non si è piegata. Ha reagito, si è rimboccata le maniche, e noi abbiamo cercato di dare il nostro contributo. E di questo l’Italia dovrebbe andar fiera”.
In un Mediterraneo lacerato, in un Vicino Oriente marchiato da guerre ed esodi biblici, la Tunisia appare come l’unico modello che non è stato spazzato via dall’integralismo o dalle controrivoluzioni che hanno portato al potere generali e autocratico. Dal suo osservatorio speciale, lei è forse la persona più adatta per fare un quadro della situazione. Le chiedo: a distanza di sette anni, cosa è rimasto in vita di quelle istanze di libertà  che sono state alla base della “rivoluzione dei gelsomini”?
“Anzitutto è rimasta in vita la democrazia, e non è davvero poca cosa se solo alziamo lo sguardo a ciò che avviene in altri Paesi vicini, come la Libia. Certo, è una democrazia giovane, con tutte le sue contraddizioni e fragilità . Ma è una democrazia che si sta irrobustendo, che si è dimostrata capace di tenere assieme forze che in altri Paesi mediorientali si sono divise e scontrate, e la nuova Carta costituzionale sta a dimostrarlo. Ma una democrazia, per consolidarsi, ha bisogno di un forte radicamento nel territorio e di migliorare le condizioni di vita della popolazione. Per quanto ci riguarda, come ‘sistema-Italia’ abbiamo cercato di contribuire al rafforzamento delle istituzioni democratiche con risultati incoraggianti. Vede, lei è in Tunisia in un momento cruciale della vita pubblica del Paese: agli inizi di maggio, si svolgeranno le elezioni amministrative che, per certi versi, acquistano un significato ancora più importante delle elezioni legislative, perchè significa votare per eleggere le amministrazioni di centinaia di città  e villaggi. E questo vuol dire radicare nel territorio la democrazia, selezionare una nuova classe dirigente che si cimenta con i problemi di tutti i giorni e ad essi cerca di dare risposta Significa che in Tunisia, la democrazia sta mettendo le sue radici”.
E questo in controtendenza con ciò che sta segnando la Sponda Sud del Mediterraneo, costellata di Stati falliti, o da un caos armato che favorisce l’affermarsi delle milizie jihadiste o di organizzazioni criminali che fanno del traffico di esseri umani il loro “core business”.
“Il quadro complessivo desta preoccupazione, ma non deve farci abbassare la guardia ma, al contrario, moltiplicare il nostro impegno. In questi anni, nel Mediterraneo si è realizzata una faglia segnata dall’emergere del fanatismo integralista che ha cercato di allargare ulteriormente questa faglia. Il nostro impegno, ognuno per ciò che può e gli compete, è quello di colmare o quanto meno ridurre questa faglia. E, torno a insistere su questo punto, la cultura è uno strumento fondamentale, perchè produce conoscenza, e non solo posti di lavoro, perchè valorizza ciò che unisce e non crea muri di ostilità “.
Ambasciatore Fanara, lei sa che in Italia c’è chi sostiene che le spese per la Cooperazione allo sviluppo siano soldi sprecati, un lusso che non possiamo permetterci. Discorsi che non riecheggiano solo nei bar ma anche nelle aule parlamentari. Le chiedo. Se dovesse spiegare ai politici, oltre che all’opinione pubblica, perchè oggi investire in Tunisia è necessario, e non solo utile, quali argomenti userebbe?
“Investire in Tunisia è essenziale per la nostra stessa sicurezza, perchè la Tunisia è la nostra frontiera Sud. Ma la Tunisia è anche il Paese più vicino alla Libia e soffre della situazione in quel Paese. Non è un caso che gli integralisti abbiano cercato più volte di destabilizzare la Tunisia, perchè sanno bene che l’affermarsi di un modello di democrazia plurale, inclusiva, il consolidamento di uno stato di diritto nel Sud del Mediterraneo rappresenta un argine ad ogni deriva jihadista. Una Tunisia destabilizzata avrebbe inevitabilmente un impatto sulla nostra sicurezza e per governare al meglio i flussi migratori. Altro che soldi gettati via. Lo sanno bene le aziende italiane che hanno scommesso sulla Tunisia. Una scommessa vincente”.

(da “Huffingtonpost“)

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ADDIO ALL’ULTIMO SOPRAVVISSUTO DELLA STRAGE DI MARCINELLE, LA MINIERA BELGA DOVE 136 MIGRANTI ITALIANI PERSERO LA VITA NEL 1956

Marzo 17th, 2018 Riccardo Fucile

QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI PER CERCARE DI SFUGGIRE ALLA MISERIA E I BELGI CI INSULTAVANO CHIAMANDOCI “MUSI NERI” E “SPORCHI MACCARONI”

Aveva 83 anni, Mario Ziccardi. Era l’ultimo sopravvissuto della strage di Marcinelle, la miniera dove 136 lavoratori italiani persero la vita in una devastante sciagura nel 1956.
I Belgi li trattavano più o meno come prigionieri di guerra. Erano i lavoratori italiani della miniera del Bois du Cazier a Marcinelle vicino a Charleroi.
Si erano sentiti spesso chiamare “musi neri” o “sporchi maccaroni”. Siamo nel 1956, ma le condizioni di vita dei minatori emigrati riportavano ad almento 10 anni indietro, quando le misere baracche dove alloggiavano erano state utilizzate prima come lager dai nazisti e poi come campo di prigionia per gli stessi tedeschi.
Il Belgio si trovava in quegli anni in una situazione opposta a quella dell’Italia stremata da una guerra perduta.
Aveva molte risorse e poca mano d’opera disponibile. Il nostro Paese invece mancava completamente di riserve energetiche, centellinate dai vincitori.
Decine di migliaia di italiani furono così spinti dalla fame a lavorare nei pericolosi cunicoli delle miniere del Belgio.
Braccia umane in cambio di carbone.
Il contratto prevedeva per i minatori un periodo minimo di un anno di lavoro, pena l’arresto in caso di rescissione da parte loro.
Per 8 anni fino al giorno della tragedia, gli italiani lavorarono giorno e notte in cunicoli alti appena 50 centimetri a più di 1000 metri dentro le viscere della terra, spesso vittima di esplosioni di grisù e di malattie gravi come la silicosi.
La speranza per 262 minatori, di cui 136 italiani, si spense poco dopo le 8,20 del mattino dell’8 agosto 1956.
Nel pozzo N.1, un impianto obsoleto in funzione dal 1930, si verificò un incidente ad un ascensore carico di carrelli di carbone. Uno di questi sporgeva di alcuni centimetri dal vano di carico e per un errore umano fu fatto partire verso la superficie.
L’attrito del carrello sporgente spezzò contemporaneamente cavi elettrici e tubazioni d’olio per macchinari ad alta pressione.
L’incendio si innescò immediatamente e invase presto le gallerie puntellate con travi di legno e prive di sistemi di sicurezza efficaci.
Presto dai due pozzi della miniera iniziarono a levarsi alte colonne di fumo, mentre la squadra di soccorso del Bois du Cazier distava ben 1,5 km dall’impianto.
Non fu neppure fermato il pozzo di aerazione, fatto che contribuirà  ad alimentare l’incendio ed i gas letali da questo sprigionati.
Le fiamme furono domate solo 24 ore dopo con l’ausilio dei pompieri di Charleroi, ma i superstiti furono soltanto 13.
262 cadaveri giacevano inghiottiti nelle gallerie, ed i quotidiani uscirono con il titolo a cinque colonne “Sono tutti morti”.
Gli ultimi corpi furono recuperati il 22 marzo del 1957, mentre iniziava l’inchiesta sulle responsabilità  della tragedia.
Come prevedibile, la Commissione belga nella quale furono chiamati anche alcuni ingegneri minerari italiani, scagionò la società  delle miniere del Bois du Cazier in un iter pieno di omissioni e vizi di forma.
Nessuna tra le vittime ebbe giustizia nè risarcimento in quell’estate di 60 anni fa quando la vita umana valeva una manciata di carbone.
E quando gli immigrati con le pezze al culo eravamo noi.

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“WOMEN, E’ ARRIVATO L’ARROTINO”: A LONDRA IL BUSINESS DEI COLTELLI E’ UNA STORIA TUTTA ITALIANA

Marzo 10th, 2018 Riccardo Fucile

QUANDO I NOSTRI IMMIGRATI SI AFFRANCANO DAI PREGIUDIZI DEGLI INGLESI … OGGI FATTURANO 10 MILIONI DI STERLINE AFFILANDO E AFFITTANDO

Un business da oltre dieci milioni di sterline l’anno, poco più di undici milioni di euro. E’ quello degli arrotini del Trentino che a Londra hanno il monopolio dell’affilatura dei coltelli.
I primi emigrarono dalla Val Rendena, dopo la Seconda guerra mondiale.
Alcuni sbarcarono a New York, la maggior parte nella capitale inglese.
Il mercato si ampliò negli anni ’50 e ’60, tanto che i primi emigranti chiamarono parenti e amici per coprire la crescente richiesta.
Fin quando il 21 febbraio del 1970 a Londra venne fondata la prima associazione del genere, la “London Grinders Association”: 49 membri tutti con cognome italiano di origine trentina.
Quasi cinquant’anni dopo, quell’associazione esiste ancora, portata avanti dagli eredi dei vari Collini, Nella, Povinelli, Beltrami, Ferrari, Maestri, Ambrosi, Tisi e molti altri ancora.
Una storia di emigrazione e successo raccontata anche da Patrick Grassi in un libro e in un documentario dal titolo “Sharp families, tagliati per gli affari”

(da “La Repubblica”)

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