Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
IL GRAN SENSO DELLA LEGALITA’ DEL CENTRODESTRA
Al sindaco di Trieste Roberto Dipiazza non è andata giù la sanzione di 41 euro (scontabili fino a
28 se pagati entro i primi 5 giorni) ricevuta mercoledì 7 marzo, per aver parcheggiato al posto dei vigili urbani.
Una volta vista la multa appoggiata sotto al tergicristalli, il primo cittadino ha fatto riprendere la sua reazione in un video, che ha poi postato sulla sua pagina Facebook.
«Interessante – esordisce-. Non giro con l’autista perchè uso la mia auto. Questa mattina sono arrivato dietro al Comune e non c’era spazio. Forse perchè i vigili non controllano bene chi parcheggia lì… Ho così lasciato l’auto al posto dei vigili».
E poi la chiosa con tono minaccioso: «Andrò immediatamente a pagare la multa, ma d’ora in poi controllerò molto attentamente l’operato della polizia locale».
La richiesta di scuse avanzata dal Sapol Fvg.
A stretto giro di posta arriva la reazione del Sindacato autonomo di polizia locale (Sapol). «È proprio molto interessante aprire Facebook e scoprire che il sindaco di Trieste è stato giustamente multato in quanto il suo veicolo personale si trovava in divieto. E ancora più interessante scoprire, guardando il piccolo cortometraggio postato, che il sindaco ritiene che i “suoi vigili urbani” non facciano il proprio dovere e poi si lamenti quando lo fanno minacciando, neanche tanto velatamente, di controllare personalmente l’operato della polizia municipale, come se ritenesse che vi sia qualcosa di “losco” all’interno del Corpo.
Ricordiamo al signor sindaco – riprende la nota – che la polizia locale di Trieste non ha nulla da nascondere, che può venire a controllare il nostro operato quando e come vuole, così magari imparerà tante cose in più sul nostro lavoro colmando le attuali gravi lacune».
E ancora: «Ricordiamo al signor sindaco che non è il padrone di Trieste ma solo un amministratore della res publica e che quindi i vigili non sono “suoi”.
Per questo chiediamo le formali scuse da parte del primo cittadino al Corpo della polizia locale e agli agenti che, multandolo, hanno compiuto il proprio dovere».
Poco dopo è arrivato anche il post del vice di Dipiazza e assessore alla Polizia locale, Pierpaolo Roberti, che al sindaco dà il “benvenuto nel club del “chi sbaglia paga”, mi sento meno solo ora!».
Solo a dicembre, infatti, anche lo stesso vicesindaco era stato multato, come ricorda lui stesso in un post.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
LE STRANE ASSUNZIONI POCO PRIMA O POCO DOPO LE ELEZIONI… IL CASO DEL GRILLINO RANDAZZO LA CUI SOCIETA’ E’ DI PROPRIETA’ DI UNA COMMERCIALISTA INDICATA COME ASSESSORA IN CASO DI VITTORIA
Antonino Randazzo è un consigliere comunale del MoVimento 5 Stelle a Palermo ma anche consulente ambientale nel “settore rifiuti speciali e urbani” per la Crea Gest, una srl della quale lo stesso Randazzo è comproprietario: detiene un terzo delle quote.
Caterina Meli è anche lei consigliera comunale a Palermo oltre che dipendente del patronato Anmil.
Insieme a loro ci sono Marianna Caronia e Alessandro Anello, rispettivamente assunta dalla società dove il padre è amministratore delegato (APR) e dipendente di Sicilia Bella, di cui è comproprietario: gli ultimi due sono stati eletti con Fabrizio Ferrandelli ma tutti e quattro hanno una cosa in comune: le aziende che li hanno assunti percepiscono rimborsi per le assenze dal lavoro a causa delle sedute del consiglio comunale.
Le cifre che i quattro hanno fatto incassare alle loro aziende sono di tutto rispetto: 6199 euro per Randazzo, 3150 per Meli, 3849 per Caronia e 6225 per Anello.
Quest’ultimo e Meli sono però dipendenti delle aziende da qualche tempo prima (venti anni per Anello e dal novembre 2016 per Meli), mentre i casi di Randazzo e Caronia sono diversi.
L’eletta con Ferrandelli è stata infatti assunta dal 3 luglio del 2017, 23 giorni dopo essere stata eletta consigliera comunale. Randazzo è stato invece l’unico dipendente assunto dalla Crea Gest nel 2017, a partire dall’8 maggio: solo un mese dopo verrà eletto in Consiglio comunale a Palermo. Una coincidenza piuttosto curiosa.
Che va a sommarsi a un’altra coincidenza per quanto riguarda Randazzo: come racconta Sara Scarafia su Repubblica Palermo del 24 dicembre scorso, subito dopo essere stato eletto il Randazzo consigliere e dipendente ha presentato richiesta per far rimborsare al suo datore di lavoro, tra i quali il Randazzo che la Crea Gest l’ha creata con altri due soci, i soldi spesi per garantire il suo stipendio durante le assenze istituzionali.
«Non mi sono assunto da solo, mi ha assunto il legale rappresentante della società », prova a spiegare Randazzo. Che aggiunge: «Fino a marzo 2017 ero in mobilità a seguito di un licenziamento collettivo avvenuto a marzo 2016. A maggio 2017 sono stato assunto dalla Crea Gest, della quale sono socio con una quota del 33 per cento: mi offriva una opportunità di lavoro non avendo nessuna prospettiva di essere eletto».
Ma Randazzo, pur, pare, non credendoci, a Sala delle Lapidi ci è finito – è stato eletto con 494 preferenze – e da consigliere, nonchè comproprietario, ha subito deciso di usufruire delle opportunità che Palazzo delle Aquile riserva ai dipendenti.
Naturalmente è vero che nel momento in cui Randazzo è stato assunto non poteva assolutamente essere certo che sarebbe stato eletto in Consiglio comunale e quindi la sua situazione è diversa da quella di Caronia che è stata assunta dopo l’elezione.
C’è di più: la proclamazione di Randazzo, come ha spiegato lui stesso, è arrivata il 22 luglio; in base ai risultati ufficiosi dell’11 giugno erano stati eletti 5 consiglieri e lui risultava soltanto settimo in graduatoria. Ma nei gruppi grillini c’è un bel po’ di maretta anche a causa dei soci di Randazzo:
La società , infatti, è controllata solo al 33 per cento da Randazzo: un’altra quota analoga è nelle mani di Maria Alessandra Costantino, la commercialista che il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, Ugo Forello, aveva scelto come assessora designata alle Aziende partecipate. Al momento Costantino è una delle esponenti più ascoltati del gruppo palermitano del Movimento 5 Stelle, tanto che fra i grillini circola con insistenza il suo nome per una candidatura alle “Parlamentarie”, le primarie online che di qui a breve il movimento terrà per scegliere i candidati alle Politiche.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
E ALLA FINE LA COCCA DELLA CASTA E DEGLI ANTICASTA TROVA SEMPRE LA QUADRA PER SFUGGIRE AL GIUDIZIO
Il Senato dice no alla proposta della Giunta per le immunità e concede l’insindacabilità a
Paola Taverna (M5S) e Stefano Esposito (PD) per due diverse vicende che integravano una querela per diffamazione ciascuna.
La Giunta aveva deciso che Taverna avrebbe dovuto rispondere in tribunale a una querela per diffamazione intentatale da Ignazio Marino, ex sindaco di Roma, per questo post pubblicato su Facebook in cui si mostrava un video con dichiarazioni di Buzzi poi indagate e giudicate false e inventate dalla procura di Roma, che aveva chiesto e ottenuto l’archiviazione dalle accuse per gli indagati.
Trattamento diverso aveva riservato invece al senatore Pd Stefano Esposito le cui offese a una manifestante “No Tav” erano state considerate da Giunta e Aula “insindacabili, cioè espresse nell’esercizio della sua funzione di parlamentare.
Esposito aveva scritto, a proposito della manifestante No Tav Marta Camposano, che aveva accusato i poliziotti di molestie, questo tweet:
L’Aula a sorpresa ha uniformato i “verdetti” salvando entrambi.
Il primo era stato giudicato subito “insindacabile” dalla Giunta in quanto tutte le dichiarazioni da lui postate anche sui social contro la manifestante “No Tav” Marta Camposano erano state considerate “espresse nell’esercizio del suo mandato di parlamentare” e come tali non giudicabili in Tribunale.
Mentre Paola Taverna era stata dichiarata “sindacabile” per quanto da lei scritto su Fb a proposito di mafia capitale.
E i 5 Stelle, sia in Giunta, sia in Aula hanno votato in questo senso in quanto, come spiegato anche dal pentastellato Maurizio Buccarella “lei non ha proprio nulla da temere” e il M5S è “coerente” anche quando si tratta di suoi esponenti.
Ma l’Assemblea di palazzo Madama ha scelto invece di ribaltare la proposta della Giunta uniformando i “verdetti”.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
IL BENEFIT REVOCATO AI DIRIGENTI DELLA MOBILITA’ URBANA, LUI CONTINUA A GIRARE CON L’AUTISTA E LA MACCHINA DEL COMUNE
Il Messaggero di oggi ci racconta di come Paolo Ferrara, capogruppo del MoVimento 5 Stelle in Aula Capitolina, sia solito utilizzare l’auto “di servizio” anche se i grillini all’epoca dell’insediamento in Campidoglio avevano annunciato la rinuncia:
«Via le auto blu a disposizione dell’ufficio di presidenza e quelle a disposizione dei presidenti dei gruppi».
Era il luglio del 2016.
Un anno e mezzo dopo, qualcuno deve essersi accorto che le auto di servizio, in fondo, sono comode.
E allora mentre il benefit viene revocato ai dirigenti della Mobilità comunale (risparmio: 31mila euro l’anno), c’è chi, come il capofila dei pentastellati in Aula Giulio Cesare, Paolo Ferrara, continua ad andare in giro per la città tutto solo insieme all’autista, sulla macchina messa a disposizione dall’amministrazione capitolina.
Il presidente dei consiglieri M5S è stato “pizzicato” in diverse zone, dal Centro all’Eur, a bordo della tanto vessata (almeno ai tempi dell’opposizione) auto blu, che poi in Campidoglio è bianca quasi per tutti, a parte per la Raggi,che la sfoggia in un’elegante versione grigio metallizzato.
«Ma non è la mia personale — si giustifica lui- è la “navetta” per tutti i consiglieri, ci porta dalla sede dei gruppi in via del Tritone al Campidoglio».
Ma, ricorda il Messaggero, quel “ci” porta è curioso visto che nelle foto c’è solo lui. D’altro canto Ferrara è quello che sosteneva che a Ostia i voti al M5S fossero “raddoppiati” rispetto al 2013, che utilizza come termine di paragone.
Questo è falso: lo stesso Ferrara prese 15mila voti come candidato presidente al X Municipio nel 2013, mentre la Di Pillo oggi ne ha presi 19mila.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
MAI DISCUSSIONE E’ STATA PIU’ DEMENZIALE, I VITALIZI REALI SONO STATI GIA’ ABOLITI… PER DEMAGOGIA NESSUNO HA IL CORAGGIO DI DIRE CHE LA NORMA NON PUO’ ESSERE RETROATTIVA E QUINDI QUESTA E’ INCOSTITUZIONALE
La ripresa dei lavori in Senato, a inizio settembre, chiamato a esaminare il provvedimento sui vitalizi dei parlamentari, si preannuncia alquanto turbolenta.
E le turbolenze maggiori si registrano dentro il Pd.
Il senatore ed ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, apre il fronte: “Dicono che voterò no alla riforma. È riduttivo. Sarebbe meglio dire che ho già costruito la maggioranza parlamentare che affosserà la legge sui vitalizi”.
Netta la replica del presidente dei senatori dem, Luigi Zanda, interpellato dall’Adnkronos: “Insabbiarlo? Non se ne parla”.
Il capogruppo spiega che il testo, già approvato dalla Camera, sarà “esaminato attentamente”, ma ribadisce che il Pd è determinato ad andare avanti per portare a termine il percorso della legge Richetti.
Sposetti, però, non cede. Il senatore Pd, contattato telefonicamente dall’AGI, spiega che “con la legge approvata alla Camera è stata lesa la dignità del Parlamento, delle Istituzioni. Quello che succederà al momento del voto non lo so, io non vado a cercare i favorevoli e i contrari. Faccio la mia battaglia come ho sempre fatto”, aggiunge.
“So che sono molti ad essere contrari al provvedimento e che, come me, pensano che occorra difendere il Parlamento e chi ci lavora”.
Perchè, sottolinea ancora l’ex tesoriere dei Ds, “alla Camera” nel ddl Richetti, “non hanno tenuto conto del fatto che c’è la dignità del Parlamento e colpire retroattivamente solo chi ci lavora è colpire la politica”.
A tutto questo si aggiunge il dato tecnico di una legge “che è palesemente incostituzionale”.
Il percorso della legge a palazzo Madama si presenta difficile anche per la posizione di altri partiti, M5S in testa. Per l’abolizione dei vitalizi “abbiamo già tentato di utilizzare diversi strumenti ma solo con una norma costituzionale possiamo essere sicuri di realizzarlo”, sottolinea il deputato pentastellato Danilo Toninelli sul blog di Beppe Grillo.
“Anche gli ex parlamentari, come ogni altro lavoratore – prosegue Toninelli – dovranno ricevere una pensione commisurata ai contributi versati: niente di meno ma niente di più! Per arrivare a questo obiettivo di semplice equità abbiamo già tentato di utilizzare diversi strumenti ma solo con una norma costituzionale possiamo essere sicuri di realizzarlo.
Finalmente i grillini hanno capito che la legge Richetti è un tarocco incostituzionale.
Cerchiamo di spiegare:
1) I vitalizi in Italia sono stati già aboliti : i parlamentari che vanno in pensione riceveranno solo in base ai contributi versati, nulla di più
2) Qua si parla delle pensioni maturate negli decenni passati, dove c’era una parte contributiva e una figurativa. Ma una legge non può essere retroattiva.
3) Se passasse questo concetto due terzi dei pensonati italiani si vedrebbero ridurre l’assegno mensile del 40%, perchè anche loro hanno usufruito di un calcolo non solo contributivo ma anche figurativo, quindi sarebbe il caos.
Conclusione: per pura demagogia si stanno prendendo per i fondelli gli italiani , contendendosi la bandiera di una battaglia persa in partenza.
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
LA FNSI: “UNA BRUTTA PAGINA, IL NEMICO NON E’ IL GIORNALISTA”… TOTI, PERCHE’ NON LO INVITI A GENOVA? VEDRAI CHE CAMMINARE SUL RED CARPET LO REALIZZA
Un “non rispondo” ci può stare. Una sorta di “Daspo” per i giornalisti che mercoledì si
sono presentati a Piale, la frazione di Villa San Giovanni dove si stava commemorando l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, è francamente troppo. Arriva il ministro dell’Interno Marco Minniti e ai giornalisti è stato vietato non solo fare domande ma anche solo pensare di avvicinarsi a una distanza tale da essere sentiti dall’esponente del governo Gentiloni.
Quella di mercoledì, alla fine, è stata una cerimonia per pochi intimi. O meglio per alcuni.
A un certo punto, sembrava quasi che l’unica preoccupazione degli agenti di polizia in servizio alla commemorazione del 26esimo anniversario della morte del magistrato calabrese, fosse quella di allontanare i giornalisti e le telecamere.
I più fortunati sono finiti in mezzo agli alberi in una balconata lontana che ha richiesto gli straordinari agli zoom dei vari cameramen presenti.
Impensabile tentare di ascoltare le parole di chi è intervenuto o quelle del “blindatissimo” ministro del Partito democratico.
“Ordini dall’alto”, hanno riferito gli agenti della polizia. E più in alto di tutti, nella scala gerarchica del ministero dell’Interno, c’è proprio Minniti.
Regolarmente invitati, con tanto di mail da parte di un’agenzia di comunicazione alla quale è stato affidato l’annuncio dell’evento, ai cronisti che si sono lamentati del trattamento ricevuto è stato risposto: “Vi sono ragioni di sicurezza per cui l’area deve essere bonificata”.
Chi pensava ci fosse un attentato in corso o motivi che mettevano a rischio la vita delle persone fortunatamente si è sbagliato.
I problemi di sicurezza, evidentemente, avevano la forma del tesserino dell’ordine dei giornalisti e per questo alla stessa cerimonia off-limits per la stampa hanno partecipato un centinaio di persone, tra politici, forze dell’ordine, esponenti della Regione, sindaci, assessori comunali e magistrati.
Tutti a pochissimi metri dal ministro Marco Minniti, tranne i giornalisti, qualche esponente di Libera e un testimone di giustizia che, dopo aver parcheggiato l’autoblindata con cui è arrivato a Piale, si è accorto di non essere nell’elenco delle “autorità ” ed è rimasto sulla balconata a guardare da lontano.
Anche ad alcuni cittadini della zona è stato impedito di assistere alla cerimonia avvenuta nel punto esatto dove nel 1991 è stato ammazzato il magistrato Scopelliti che avrebbe dovuto rappresentare in Cassazione l’accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra.
Un omicidio del quale si è discusso anche recentemente sulle pagine di cronaca dei giornali locali e nazionali dopo l’operazione ‘Ndrangheta stragista, secondo la quale non è escluso che dietro il delitto ci possa essere stato un accordo tra la mafia siciliana e le cosche calabresi.
Argomenti che, dopo il ricordo dell’uomo Antonino Scopelliti, potevano essere oggetto di domande a Minniti il quale avrebbe potuto rispondere anche su altri temi di carattere nazionale se gli “ordini dall’alto”, o romani a questo punto, non avessero trattato i giornalisti quasi come dei “disturbatori” non graditi.
Carlo Parisi, il segretario generale aggiunto dell’Fnsi, ha definito l’episodio “spiacevole”.
“Una brutta pagina — ha sottolineato l’esponente del sindacato dei giornalisti — che dovrebbe indurre seriamente a riflettere sia gli organizzatori di queste iniziative, sia chi è deputato a garantire la sicurezza: il nemico non è certo il giornalista e, soprattutto, senza il lavoro dei giornalisti (che va rispettato da tutti) nessuno avrebbe probabilmente neppure saputo che il 9 agosto 2017 a Piale di Villa San Giovanni un ministro della Repubblica e una pletora di deputati, amministratori, politici, magistrati, forze dell’ordine e chi più ne ha ne metta, ha celebrato il 26° della scomparsa di un magistrato che ha pagato con la vita il coraggio di combattere la ‘ndrangheta. Una guerra che il giudice Scopelliti ha combattuto con i fatti e non con le passerelle”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 25th, 2017 Riccardo Fucile
COME FINIRA’? CHE LA LEGGE VERRA’ DICHIARATA INCOSTITUZIONALE DALLA CORTE AI PRIMI RICORSI, MA TUTTI AVRANNO FATTO LA LORO BELLA FIGURA ANTIKASTA PER I PIRLA
La proposta di legge Richetti per tagliare i vitalizi pregressi ai parlamentari dovrebbe ricevere l’ok della
Camera entro domani, ma c’è chi non si arrende all’idea.
Uno di questi è Clemente Mastella, sindaco di Benevento ed ex Guardasigilli, che in un’intervista al Giorno spiega il perchè della sua indignazione.
“[I vitalizi parlamentari] sono una cosa che esiste, in un modo o nell’altro, in tutti i Parlamenti del mondo […]. Alla base di questo testo c’è la sfida a chi la spara più grossa. È un espediente populista che ha gioco facile perchè c’è lo sputtanamento del mondo della politica”.
Mastella prevede che la nuova legge darà molto lavoro alla Corte Costituzionale: “un parlamentare decurtato e mortificato ingiustamente è ovvio che si appellerà alla Corte”. “I risparmi saranno risibili — prosegue — e lo Stato sarà costretto a difendersi davanti alla Corte”.
Mastella assicura di non fare il proprio interesse:
“A me del vitalizio non frega nulla […]. Mi sono dimesso da ministro e da vicepresidente della Camera con tutti i privilegi connessi. Da sindaco non prendo l’emolumento di 4.200 euro al mese. Ma mi scoccia il modo, il principio, questo sì”.
Il sindaco di Benevento lamenta il fatto di essere stato “beffato prima e dopo”:
“Quando diventai parlamentare per la prima volta, ero giornalista Rai e guadagnavo molto di più di quanto si prendeva col gettone […]. Io rifiutai di prendere il doppio stipendio, mentre deputati del Pci e del Psi intascarono per anni il doppio emolumento. I comunisti della doppia morale e del doppio portafoglio”.
Sulla Stampa, invece, è Ugo Sposetti, senatore da cinque legislature ed ex tesoriere Ds, a spiegare il suo no convinto al taglio dei vitalizi. Neanche Enrico Berlinguer — assicura — lo avrebbe voluto: “lui ha sempre difeso la democrazia e le istituzioni”.
Come Mastella, anche Sposetti mette in guardia dal “mare di ricorsi” che seguirà l’approvazione della legge:
“Il punto dei diritti acquisiti è che solleverà un mare di ricorsi. Si apre una voragine, un tunnel che porterà a ricalcolare la pensione a milioni di lavoratori: l’opinione pubblica dovrebbe capirlo e non godere per i tagli a questo o quel vecchio parlamentare”
Anche lui assicura che la sua contrarietà alla riforma non ha nulla a che fare con l’interesse personale:
“Non so quanto prenderei di pensione con la Richetti e non mi faccio fare il conto. Perchè quando ho lasciato le ferrovie per andare a lavorare come funzionario del Pci a Viterbo non mi sono chiesto quale sarebbe stato lo sviluppo della mia carriera. Seppi subito che lo stipendio era molto più basso di quello da ferroviere. Non mi vergogno del lavoro in difesa dei partiti e dell’istituzione. E se il senso comune è un altro io lo combatto”.
Durissimo il giudizio su Renzi e Richetti:
“Io non capisco questi quarantenni che non difendono il Parlamento”, afferma Sposetti. “Sono degli sprovveduti, quello che mi spaventa è questo, l’improvvisazione senza pensare a quello che succede dopo, agli ostacoli”.
Intervistato dal Giornale Radio Rai, Matteo Richetti, “padre” del testo per l’abolizione dei vitalizi, risponde così alle critiche sui prevedibili ricorsi:
“Ci saranno ricorsi, lo so. Ma se c’è un’ingiustizia, come quella di regalare 2500 euro a qualcuno che ha messo piede in Parlamento solo un giorno, il legislatore deve porvi rimedio […].Il rischio c’è, ma io sulla Costituzione – rimarca il deputato Pd – leggo che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. E dunque tutti devono avere lo stesso trattamento, compresi i parlamentari. Se la Corte dirà che questa legge è incostituzionale se ne prenderà al responsabilità . Ma una resa preventiva non è possibile, altrimenti l’Italia non cambia mai”.
Altro tema, l’appoggio M5S al testo Richetti. Una sorpresa? “Ma no, più che altro ne sono contento, al di là di alcune mistificazioni, perchè ho letto delle dichiarazioni fuori dalla realtà … Intanto – puntualizza – la proposta Lombardi non toccava minimamente la riduzione per i vecchi vitalizi. E poi se uno vuole proporre una legge se la fa scrivere dal partito avversario? Mi fa molto piacere che si uniscano i grillini, ma loro hanno firmato questa legge solo poche settimane fa. Questa legge è depositata dal 2015. Se avessero voluto fare sul serio, perchè in questi due anni non si sono uniti alla battaglia lasciando che sulla proposta ci fossero solo 80 firme, tutte del Pd?”.
E se il rischio fosse quello di dare l’impressione di ‘inseguire’ i 5 Stelle?
“Ma no, anzi. In questi giorni sto notando una santa alleanza, piuttosto curiosa. Chi non vuole rinunciare ai privilegi si sta alleando proprio con i populisti, ovvero i grillini, che non vedono l’ora di veder fallire questa legge per poi accusarci, in campagna elettorale, di non aver cambiato nulla. Ma io a questo gioco non ci sto. Il Pd combatte una battaglia che ritiene giusta. Se altri vogliono unirsi sono i benvenuti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 6th, 2017 Riccardo Fucile
SETTE DATE E 486 TAGLIANDI OMAGGIO, UN ELETTO SU DUE NON SI E’ PERSO UN APPUNTAMENTO… SOLO SALA, MAJORINO, DE BERTOLE’ GELMINI, PARISI E I CINQUESTELLE HANNO RINUNCIATO
La corsa per vedersi i concerti di San Siro, anche quest’anno, non ha visto soltanto cittadini affannati in coda o attaccati al pc per aggiudicarsi l’ultimo posto disponibile. Anche i biglietti istituzionali, infatti, sono andati a ruba: in totale, tra membri del Comune, personale amministrativo a vario titolo e associazioni, 2223 persone sono andate ai concerti gratis.
Sono soprattutto i consiglieri, gli assessori, i dirigenti comunali e i presidenti di Municipio a non essersi fatti mancare la loro poltronissima gratuita: da Davide Van De Sfroos ai Coldplay passando per Tiziano Ferro e i Depeche Mode, la richiesta di ticket è stata molto alta.
Ai 48 consiglieri comunali, che hanno diritto a due biglietti a testa per evento, sono stati assegnati in tutto per le sette serate della stagione 486 biglietti.
Gli 11 assessori più la vicesindaca, invece, ne hanno richiesti complessivamente 72, mentre 56 ticket sono stati stampati per il gabinetto del sindaco Sala, il quale invece ha deciso di farne a meno.
Anche i nove presidenti di Municipio che, a differenza dei loro consiglieri, hanno diritto agli ingressi gratis, si sono fatti assegnare 110 posti.
Tra i consiglieri di Palazzo Marino, più della metà (27 per l’esattezza) ha fatto l’en plein, portandosi a casa cioè tutti i biglietti disponibili, 14 a testa.
La febbre da concerto ha contagiato un po’ tutti, in maniera decisamente bipartisan: da Matteo Salvini della Lega a Paolo Limonta di SinistraXMilano, da Diana De Marchi, Angelica Vasile e Bruno Ceccarelli del Pd a Fabrizio De Pasquale, Silvia Sardone e Gianluca Comazzi di Forza Italia.
Da Enrico Marcora ed Elisabetta Strada della Lista Sala a Manfredi Palmeri di Io corro per Milano. Da Basilio Rizzo di Milano in Comune a Matteo Forte di Milano Popolare.
Un po’ più morigerati sono stati Elena Buscemi del Pd (6 biglietti), Sumaya Abdel Qader (4 )e Laura Molteni della Lega (4).
A rinunciare, invece, a qualsiasi benefit sono stati, oltre a tutti e tre i rappresentanti del Movimento 5 Stelle (Gianluca Corrado, Patrizia Bedori e Simone Sollazzo), Carlo Monguzzi del Pd, Stefano Parisi e Maria Stella Gelmini.
Per quanto riguarda gli assessori, a richiedere tutti i ticket disponibili sono state la vicesindaca Anna Scavuzzo e l’assessora alla Sicurezza Carmela Rozza.
A restare a casa, o a pagarsi tutti i biglietti, sono stati invece Filippo Del Corno (Cultura), Lorenzo Lipparini (Partecipazione), Pierfrancesco Majorino (Welfare)e Cristina Tajani (Attività produttive).
Anche il sindaco Sala e il presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolè non hanno chiesto nulla, mentre al Gabinetto del sindaco sono andati 56 posti.
Tra i nove presidenti di Municipio nessuno ha rinunciato al posto gratis: il più parsimonioso è stato Santo Minniti del Municipio 6 con “soltanto” sei biglietti. Mentre a fare piazza pulita, con 14 richieste a testa, sono stati Fabio Arrigoni (Municipio 1), Caterina Antola (3), Paolo Guido Bassi (4), Alessandro Bramati (5), Marco Bestetti (7).
Comune in senso stretto a parte, a poter usufruire del posto gratis sono anche i vigili del fuoco (che hanno richiesto soltanto 35 biglietti) e dirigenti e membri dell’amministrazione penitenziaria (168 ticket).
Altri 490 posti, poi, sono stati assegnati al personale. Infine, un capitolo a parte, è quello delle associazioni benefiche e ai centro socio ricreativi, dove il biglietto gratuito rappresenta un premio per l’attività svolta.
Qui, tra chi si occupa di anziani, di malati, di bambini e di persone in difficoltà sono stati distribuiti più di 800 biglietti.
Preferenze per gli artisti? Nessuna in particolare, complice un palinsesto attrattivo, più o meno la richiesta è omogenea. Il pienone lo hanno fatto Tiziano Ferro, richiestissimo in tutte e tre le serate del 16, 17 e 19 giugno e i Coldplay sia il 3 sia il 4 luglio.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 6th, 2017 Riccardo Fucile
NONOSTANTE GLI ANNUNCI RIPRENDONO AD AUMENTARE SOPRATTUTTO NEI COMUNI DEL SUD… DATI INCREDIBILI: UN COMUNE DI 271 ABITANTI HA 4 AUTO BLU CON TRE AUTISTI
La valanga delle auto di Stato non si arresta. 
Anni di polemiche e denunce hanno solo scalfito un sistema che continua a proliferare nonostante la spending review e la necessità di moralizzare la vita pubblica.
A conti fatti parlare di riduzione è stato un bluff.
I dati sono pubblici, ma nessuno ha fatto le somme: l’ultimo censimento sulle auto della Pubblica Amministrazione, concluso il 28 febbraio del 2017, ha prodotto un immenso tabellone in pdf. Repubblica ha chiesto alla società di data management Twig, guidata da Aldo Cristadoro, di trattare e confrontare le cifre con il precedente censimento chiuso nel febbraio dell’anno scorso.
Ebbene: il risultato è che nel 2016 sono emerse 8.791 auto di servizio in più, si è passati da quota 20.891 a 29.682.
L’emersione di circa 9.000 auto in più dipende per buona parte dalla maggiore accuratezza del censimento e dal numero di risposte pervenute dove si dichiara il possesso di almeno una auto di servizio: ciò significa che basta fare una rilevazione più approfondita per scoprire che le auto di servizio in Italia sono molte di più di quanto si pensi.
Eppure, nel comunicare i dati del 2016, il governo sottolineò una riduzione di 1.049 auto, pari al 3,3 per cento rispetto al 2015.
Invece secondo la rielaborazione e il riallineamento dei dati fatta da Twig per quei due anni, anche per via della maggiore partecipazione al censimento delle amministrazioni, sarebbero emersi quasi 2.000 veicoli in più.
Ma la vicenda delle auto di servizio, per le quali lo Stato spende una cifra considerevole ogni anno, e che si tenta di prendere di petto dal 2012, quando fu varato il primo decreto di contenimento, si presta ad altre sorprese.
Quando Matteo Renzi annunciò, nei primi mesi del 2015 di voler vendere su eBay le Maserati blindate di Stato, la mastodontica platea delle auto di servizio italiane era già stata più che dimezzata.
Peccato che era avvenuto solo sulla carta: alla fine del 2014 un decreto del ministero della Funzione pubblica aveva infatti cambiato i criteri del censimento, cancellando dall’insieme delle auto censibili circa 40 mila veicoli con un colpo di bacchetta magica.
Il decreto infatti eliminava le auto destinate al contrasto delle frodi alimentari, alla manutenzione della rete stradale Anas, alla difesa, alla pubblica sicurezza e ai servizi sociali e sanitari.
Così si è scesi da quota 60 mila a quota 20 mila sulla quale oggi ragioniamo: cambiando i criteri del censimento sono sparite circa 20 mila auto delle Asl e in genere della sanità regionale.
La domanda è: ma se si tratta di semplici auto al servizio della collettività e non di scandalose auto blu con autista, perchè non censirle? Contare non vuol dire, mettere all’indice.
Il vero boom delle auto di servizio e blu è nei Comuni: si moltiplicano man mano che i censimenti si fanno più approfonditi.
Nel 2016 siamo arrivati a quota 16 mila, quasi il doppio rispetto all’anno precedente e al numero dei municipi che sono circa 8 mila. Senza contare che il panorama dell’auto di servizio non è ancora tutto delineato perchè i municipi sono riluttanti e quelli che hanno denunciato il numero delle proprie auto è ancora solo il 60,6 per cento.
La posizione di testa nella classifica dei Comuni che denunciano il maggior numero di auto blu (cioè con annesso autista) è occupata da Oristano: ce ne sono 20 (il che significa 63,2 ogni 100 mila abitanti).
Seguono – con netta prevalenza del Sud – Trapani, Brindisi, Messina, Cosenza e Matera.
In termini assoluti, e con riferimento alle semplici auto di servizio (cioè senza autista dedicato), in testa c’è Torino con 294 auto, seguita da Roma con 146 auto. Spicca Sassari con 106 auto (83,1 ogni 100 mila abitanti).
Paradossali i casi di Roccasecca dei Volsci (Latina) che denuncia 10 veicoli con autista (sarebbero 872,6 auto su una ipotetica platea di 100 mila abitanti). E delle tre regine dell’auto di servizio: Roseto degli Abruzzi (Teramo), Monopoli (Bari) e Bagheria (Palermo), Comuni con più di 50 vetture a disposizione.
A Pietracamela (Teramo) invece, con 271 abitanti, ci sono 4 auto di cui 3 con autista.
Forse l’unico settore dove qualche sforzo è stato fatto è quello dei ministeri.
La ministra della Funzione Pubblica, Marianna Madia, disse la verità quando nel febbraio 2016 affermò che le auto delle amministrazioni dello Stato l’anno precedente si erano dimezzate scendendo, come risulta, a quota 274.
I conteggi di Twig dicono che il processo è andato avanti e nel 2016 siamo scesi a quota 212.
Ma anche in questo caso ci sono problemi di rilevazione statistica che possono trarre in inganno. L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, che aveva avviato un serio intervento di riduzione, nel suo libro “La lista della spesa”, le valutava prima del decreto di riduzione in 1.800, tenendo conto che mancano all’appello del censimento le auto del ministero dell’Interno e le auto fornite ai vari dicasteri dai cinque principali corpi di polizia.
Tanto per fare un esempio: il “car pool” britannico per i dicasteri conta di solo 80-90 auto. Ma noi siamo lontani.
(da “La Repubblica”)
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