Giugno 1st, 2017 Riccardo Fucile
SOLO 1O ELETTI ITALIANI SU 73 RISPONDONO ALL’INCHIESTA… LA MAGGIOR PARTE SI METTE IN TASCA ANCHE QUESTI SOLDI, OLTRE A 8.500 EURO DI STIPENDIO BASE E 300 EURO AL GIORNO DI PRESENZA
Quaranta milioni di euro l’anno senza controlli. 
I 748 membri del Parlamento europeo ricevono ogni mese un’indennità per le spese generali (Isg) di 4.342 euro a copertura dei costi di un ufficio e delle attività di rappresentanza nel territorio di elezione. Senza controlli.
Le regole ci sono, ma sono poco chiare, spesso le raccomandazioni sono orali e variano di anno in anno. Ai 73 eletti italiani vanno 3,8 milioni l’anno. Li ricevono ogni mese direttamente nel proprio conto corrente.
Abbiamo chiesto a ciascun deputato se ha un ufficio come europarlamentare in Italia, a quanto ammontano le spese coperte dall’indennità , la disponibilità a mostrarne un rendiconto e se ha mai restituito la parte inutilizzata o intende farlo.
Silenzio dai deputati di Forza Italia, che a fine aprile hanno votato quasi compatti contro sei emendamenti al bilancio, per l’introduzione di maggiore trasparenza sulle Isg.
Unico a rispondere, Antonio Tajani da presidente del Parlamento. Facendo sapere di non avere un ufficio in Italia e di gestire il fondo “in linea con il regolamento”.
Dal presidente avremmo apprezzato maggiore trasparenza. Tajani scrive anche di aver rinunciato all’indennità di rappresentanza prevista per il presidente del Parlamento europeo (1.418,07 euro al mese) e, nel novembre 2014, all’indennità transitoria di fine mandato pari a 468 mila euro, quale ex vicepresidente della Commissione Ue. Dichiara di aver intrapreso azioni per riformare le regole.
Vedremo. Già lo scorso anno il Parlamento aveva approvato l’introduzione di una “completa trasparenza” ma in ufficio di presidenza, stando al verbale del 12 dicembre 2016, infatti, l’allora presidente del Parlamento Martin Schulz bocciò la proposta perchè i controlli avrebbero avrebbe avuto costi eccessivi.
Della Lega Nord Mara Bizzotto è la sola a pubblicare l’indirizzo di un ufficio locale.
I deputati del Carroccio sono tra coloro che hanno votato per gli obblighi di rendiconto e controllo. Ma il passaggio dalla predicazione alla pratica non sembra agevole. Nessun rendiconto, nessuna risposta.
Salvini? “È molto impegnato, ci sono le elezioni”.
Il Pd: silenzio e sedi fantasma
Non risponde Gianni Pittella (Pd). “Non è uno qualsiasi”, spiega un assistente. Decisamente no. È il presidente del gruppo europeo dei Socialisti e Democratici che ha conteso a Tajani lo scranno più alto del Parlamento. A lui si allineano gli altri deputati del Pd. Che, infatti, sugli emendamenti trasparenza sull’indennità hanno votato contro.
Dodici deputati del Pd su 29 danno riferimenti su dove trovarli in Italia. In quattro usano come punto di appoggio la sede del Parlamento europeo in via IV Novembre 149 a Roma. Ne usufruiscono tra gli altri Silvia Costa e David Sassoli.
L’utilizzo degli spazi è gratuito, così abbiamo ripetutamente provato a contattarli per sapere come utilizzano il fondo e se intendano restituirne l’eventuale differenza.
Tante promesse, non hanno richiamato. Stessa sede per Enrico Gasbarra. Un fantasma: nessuno risponde ai telefoni dei suoi uffici. Goffredo Bettini sul proprio sito indica il suo ufficio in un palazzo signorile di via Tirso a Roma, interamente occupata da una società . Nessuna targa o citofono con il suo nome.
Chi lavora lì non ne sa nulla e anche lui non risponde. Come Paolo De Castro e Cècile Kashetu Kyenge. Le segreterie: “Vi facciamo chiamare”. Macchè.
Pier Antonio Panzeri è l’unico esponente del Pd ad aver risposto. Ci informa di “non avere nessun ufficio in affitto” e di attenersi alle norme del Parlamento europeo. Stop.
Flavio Zanonato, anch’egli Pd, ha un ufficio in Piazza dei Frutti a Padova al secondo piano. Al telefono l’assistente è molto disponibile, ma appena si parla di soldi, allontana la palla.
In almeno tre casi l’indirizzo è quello della sede locale del Pd: Piemonte, Milano e Brescia. Mercedes Bresso subaffitta una stanza nello stabile di via Masserano, a Torino. All’ingresso sul citofono non c’è traccia del nome dell’eurodeputata.
Patrizia Toia, invece, ha un ufficio nella stessa struttura del Pd metropolitano di Milano, in via Lepetit. “È un’ala dedicata, autonoma”, fanno sapere dalla tesoreria. Luigi Morgano rimanda all’indirizzo della Federazione di Brescia, di proprietà della Fondazione Ds.
Lorenzo Cesa, attuale segretario dell’Udc, indica come sede da deputato europeo quella nazionale del partito. Al bilancio dell’Udc risultano sue donazioni, ma nessun canone di locazione. Come spende l’indennità ? Ah saperlo. Nonostante la cortesia dei segretari, più volte sollecitati, non abbiamo avuto risposta.
Le regole ci sono ma senza sanzioni
“Un membro del Parlamento europeo può sì prendere in affitto un ufficio da un partito — afferma Marjory Van den Broeke, vice portavoce del Parlamento di Bruxelles e Strasburgo —, basta che certe condizioni vengano rispettate e che l’affitto sia a prezzo di mercato, in modo da prevenire il finanziamento indiretto”.
“Ci deve essere un bisogno di avere un ufficio lì”, precisa. “Soprattutto, l’ufficio dovrebbe essere usato davvero per l’esercizio del mandato europeo. Dovrebbe essere separato dagli altri uffici e chiaramente indicato per il lavoro al Parlamento europeo. Non può essere utilizzato da altre persone o per altri fini”. Ma se non ci sono controlli non ci sono sanzioni.
L’eurodeputato e coordinatore provinciale catanese di Forza Italia, Salvatore Pogliese, ha la segreteria allo stesso indirizzo di una sua proprietà .
Raffaele Fitto, leader dei Conservatori e Riformisti Fitto, pure. Ma la domanda resta la stessa per tutti, a prescindere: come e quanto spendono dei 4.342 euro che le vengono dati per coprire le spese generali? Loro non lo dicono e il Parlamento non controlla. A noi — se non per pochi casi — non è dato saperlo.
Il verde riminese che mette tutto online
Solo dieci deputati hanno voluto dare informazioni sull’utilizzo dell’Indennità per le spese di rappresentanza.
Oltre ai già citati ci sono gli indipendenti: Marco Affronte, ex grillino passato ai Verdi e Barbara Spinelli, eletta nella lista Tsipras da cui poi è uscita, Sergio Cofferati e la civatiana Elly Schlein. Si aggiungono Curzio Maltese ed Eleonora Forenza della lista L’Altra Europa con Tsipras. Infine, Piernicola Pedicini del Movimento Cinque Stelle.
Sono appena tre gli eurodeputati che tengono una rendicontazione pubblica delle indennità che ricevono. Infatti, il Parlamento fa sapere che, trattandosi di una somma forfetaria, “ai deputati non è richiesto nessuno scontrino o giustificativo”.
“Se ne raccontano su questi fondi — dice Affronte —. All’inizio del mandato ricordo che dicevano che per molti è un altro pezzo di stipendio”.
Che ammonta a 8.484 euro lordi mensili più una diaria esentasse di 307 euro sui giorni di presenza in Parlamento.
“Ho sempre pubblicato online quello che spendevo”. L’ex cinquestelle riminese, passato al gruppo dei Verdi europei, è l’unico ad averci mostrato la documentazione delle spese.
La principale è l’affitto di una scrivania in uno studio associato in una zona non troppo centrale di Rimini: 366 euro al mese. E poi telefonia, cancelleria, acquisto di stampanti e computer, il sito web, abbonamenti a riviste e agenzie, l’organizzazione di eventi territoriali.
Difficile che si arrivi a consumare l’intero importo. Affronte, che riceve l’indennità su un conto a parte, per ora stima di restituire a fine mandato almeno 93.543 euro.
È un impegno, quello di ridare indietro i fondi non utilizzati, preso da tutto il gruppo dei Verdi europei.
Spese più alte per i Cinque Stelle Ignazio Corrao e Piernicola Pedicini. Sui loro siti per ora le eccedenze da restituire ammontano rispettivamente a 60.750 euro e 12.225. L’ufficio indicato da Corrao è in piazza Castelnuovo a Palermo. La rendicontazione mostra negli anni un forte calo nel costo dell’affitto da 1.100 a 250 euro.
Pedicini, che inizialmente puntava a dare due punti di riferimento nella circoscrizione meridionale, fa sapere: “Non ho più aperto lo studio a Benevento. Siamo in procinto di chiudere anche quello a Potenza. Lavoriamo da casa”.
Pedicini è un vero appassionato di elettronica, solo tra il 2015 e il 2016 nel suo rendiconto risultano oltre 11mila euro di spese sotto questo capitolo. Con la spesa più consistente del 2016, 1783,84 euro, a dicembre.
C’è chi li ha restituiti e chi dice che lo farà
Anche un’altra deputata del M5s, Isabella Adinolfi, a dicembre ha lasciato l’ufficio che aveva in locazione a Salerno. Ma nonostante le promesse e le votazioni a favore di una maggiore trasparenza, degli altri grillini non si sa di più.
Uffici locali vengono indicati anche sui siti di Daniela Aiuto, David Borrelli, Fabio Massimo Castaldo e Laura Ferrara. Borrelli allo stesso indirizzo ha una casa di proprietà . Un appartamento in una zona residenziale di villette a schiera. Al telefono rispondono le assistenti locali: “Ufficio onorevole Borrelli”. Altro non si può sapere. La responsabile della comunicazione M5s Cristina Belotti, parla per tutti: “A fine legislatura ogni deputato sarà tenuto a restituire al Parlamento tutto quello che non ha speso e giustificare ogni spesa compiuta durante il mandato” ma per ora non è possibile “un bilancio complessivo e verificabile”.
In realtà , si può restituire anche prima o rinunciare. Ogni anno, dal 2010 a oggi, dai cinque ai venti deputati su 748 restituiscono i fondi, senza contare quelli che hanno richiesto di non ricevere l’intero importo.
Per esempio, Barbara Spinelli ci ha comunicato di avere già riconsegnato “una quota non utilizzata pari ad euro 90.000”. Anche Curzio Maltese, a favore dell’eliminazione di questo fondo, dichiara: “Ho restituito al Parlamento europeo migliaia di euro”. Spinelli e Maltese, così come Cofferati, non hanno un ufficio in Italia.
Elly Schlein o Eleonora Forenza, invece, dei costi di locazione li hanno e delle indennità fanno uso quasi interamente.
“Tra affitto (2.100 euro mensili) e altre spese riconducibili all’ufficio, si spendono circa tre quarti dell’indennità , ma varia da mese a mese — spiega l’eurodeputata di base a Bologna —. Poi ci sono un’altra serie di spese coperte dalla stessa indennità , ma non direttamente collegate alla gestione dell’ufficio di rappresentanza”.
La capogruppo dell’Altra Europa con Tsipras ha un ufficio in via degli Scialoja 3 a Roma, accanto a Rifondazione, in un palazzo dell’Enpam.
Una targa segnala la sua presenza nettamente separata da quella del partito. Anche lei elenca tante altre voci, tutte previste nell’elenco delle spese imputabili.
A tentare di colmare il silenzio del Pd arriva in extremis una nota, secondo cui l’emendamento dei Verdi bocciato il 27 aprile non è stato sostenuto in quanto “demagogico e inefficace”, ma loro sono per la “pubblicazione delle norme di utilizzo” e rispettano “il regolamento del Parlamento europeo e sotto il controllo degli organismi preposti”.
Stessa musica dalla delegazione italiana dei Popolari europei (FI e Ap): “Rispetto delle norme e sostegno alla riforma”.
Ma i controlli della libera stampa, evidentemente, no.
Irpi — Investigative reporting project Italy
Il lavoro è stato sostenuto dal Journalism Fund
(da “La Stampa”)
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Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile
ENTRATO A FINE LEGISLATURA, SALVATORE CALTAGIRONE BENEFICIA DI UN SONTUOSO VITALIZIO DELLA REGIONE SICILIA
Immagina, puoi. Nel magico mondo dei vitalizi dei consiglieri regionali tutto è possibile.
Anche che un deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana subentri alla fine della legislatura a un politico eletto alla Camera, partecipi a cinque sedute in tutto senza firmare atti e alla fine si porti a casa un vitalizio di tremila euro al mese.
La storia la racconta Emanuele Lauria su Repubblica:
Salvatore Caltagirone difende la sua storia di meteora della politica, di inquilino mordi e fuggi di un’assemblea legislativa. Venne, vide, vinse un vitalizio da 3 mila euro (lordi) al mese.
Era il 16 aprile del 2001: l’imprenditore di Grotte, provincia di Agrigento, sbarcò all’Ars come primo dei non eletti nella lista di Alleanza nazionale.
Prese il posto di un collega, Giuseppe Scalia, che nel frattempo era andato alla Camera. Cinque sedute prima della chiusura della legislatura regionale, due mesi in tutto senza un intervento in aula, senza la firma su un atto. Sufficienti a garantire la “pensione”.
La Sicilia in particolare spende 19,5 milioni di euro l’anno per i vitalizi degli ex deputati. La Regione non ha tagliato nulla anche per la paura di finire nel vortice dei tribunali. Il risultato è questo:
La metà delle Regioni non ha applicato il cosiddetto contributo di solidarietà previsto nel 2014, una “tassa” sui vitalizi. La Sicilia è fra queste. Caltagirone, che oggi ha settant’anni, nel 1996 tentò volentieri la strada del parlamento che è «il più antico d’Europa», come amano ricordare i suoi rappresentanti. E che, di certo, almeno fino a qualche tempo fa, è stato anche il più generoso.
La candidatura nata con il favore di Guido Lo Porto, allora braccio destro di Gianfranco Fini in Sicilia, fruttò 4.174 preferenze. Non abbastanza per essere eletto e fare un’intera legislatura, ma per sperare sì: in un ripescaggio che, anche con pochi giorni di militanza, allora poteva garantire l’agognato vitalizio.
Così, quando Scalia lasciò, Caltagirone si guadagnò automaticamente l’assegno.
«Non vedo dove sia lo scandalo. In quella legislatura ci furono 12 o tredici candidati subentranti. Io non lo so quanti mesi o anni abbiano trascorso all’Ars, ma tutti oggi hanno una pensione. Lo prevedeva la legge. Che non ho fatto io».
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 16th, 2017 Riccardo Fucile
A 24 ORE DAL SALVATAGGIO DI LOTTI, 19 PD VOTANO CONTRO LA DECADENZA DEL SENATORE DI FORZA ITALIA, CONDANNATO IN VIA DEFINITIVA A 2 ANNI E SEI MESI PER PECULATO… LA LEGGE SEVERINO NE PREVEDE LA IMMEDIATA DECADENZA
Ieri hanno salvato il ministro Luca Lotti, oggi il soldato Augusto Minzolini. Domani, già lo chiedono, Berlusconi.
Dopo infiniti rimandi la questione della decadenza dell’ex direttore del Tg1, aperta dalla condanna definitiva per peculato con interdizione, è approdata in Aula che ha votato per salvarlo: è passato con 137 voti a favore, 94 contrari e 20 astenuti l’ordine del giorno di Forza Italia che ha proposto di respingere la deliberazione con cui sette mesi fa la Giunta per le autorizzazioni aveva votato la revoca del mandato parlamentare.
All’annuncio del presidente Pietro Grasso: applausi, pacche sulle spalle, qualche lacrima e abbracci tra i sodali strenuamente o nascostamente avversi alla cacciata del senatore.
“Sono pronto a bere la cicuta”, aveva detto Minzolini a conclusione del suo discorso prima del voto. Pochi minuti dopo può tornare a brindare a Champagne grazie al salvataggio in extremis.
E infatti, puntuale, l’annuncio: “Ora ho vinto la mia battaglia, mi dimetto“. Parole, le dimissioni dovranno essere anche calendarizzate e poi votate. E potranno essere respinte. Così che Minzolini — benchè dimissionario a parole — nei fatti potrà rimanere al suo posto e maturare anche la pensione.
Per sminare il voto Forza Italia ha proposto non uno ma tre ordini del giorno (due poi ritirati) per neutralizzare il parere della giunta del 18 luglio 2016.
Il Pd aveva lasciato libertà di voto, opzione che si rivelerà decisiva: in dettaglio votano per il salvataggio 19 senatori Pd, altri 24 sono assenti al momento del voto. E tanto è bastato.
Ma in pochi minuti il tema politico è diventato già un altro: che fine fa la Severino oggi rottamata in Parlamento?
Forza Italia ha colto al volo l’occasione. “Con questo voto oggi il Senato l’ha abolita. Berlusconi dovrà essere reintegrato già domani perchè i due casi sono simili”, ha detto Lucio Barani, capogruppo di Ala-Sc al Senato.
Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “E adesso che fine farà l’infame legge Severino? Usata dalla sinistra solo contro il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi è rottamata una volta per tutte”.
I democratici si sono affrettati a respingere ogni accusa d’inciucio. “Il M5S è abituato alle fake news. Non c’è alcuna relazione tra il voto su Lotti e quello su Minzolini. Oggi il Pd ha scelto di lasciare libertà di voto. Libertà è un altro termine ostile per i Cinque stelle”, ha detto il senatore Pd Andrea Marcucci (che pure si è astenuto).
Un assist perfetto per il M5S che tuona legittimamente .
I grillini hanno organizzato una conferenza stampa poco dopo il voto e l’attacco più duro lo ha pronunciato Luigi Di Maio: “Non vi lamentate se i cittadini poi protestano in maniera violenta”, ha detto. “Si è trattato di un atto di una violenza inaudita, un atto eversivo contro le istituzioni della Repubblica, l’atto di un partito al governo che, da oggi, sancisce il principio che la legge non è più uguale per tutti. Per la legge di questo Stato, Minzolini non potrebbe fare nemmeno il collaboratore scolastico o il netturbino.”
Prima di arrivare al voto, si sono espressi in Senato i vari rappresentanti dei partiti politici che hanno motivato le loro posizioni.
Per i dem ha parlato il capogruppo Luigi Zanda, che ha lasciato libertà di coscienza: “I senatori e senatrici del Pd hanno libertà di voto”, ha detto. “Io voterò in conformità delle decisioni prese dalla Cassazione”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
OLTRE 150 MILIONI DI EURO… FRUTTO DI PROVVEDIMENTI DI FAVORE
Quella sui vitalizi è una battaglia tutta concentrata su Camera e Senato per effetto dei 5 Stelle che a inizio settimana hanno riaperto le ostilità proponendo di modificare i regolamenti dei due rami del Parlamento ed equiparare questi trattamenti a quelli dei normali lavoratori.
Il Pd cerca di contenere la loro spinta rilanciando il progetto di legge presentato dal renziano Matteo Richetti, che a sua volta propone il ricalcolo col sistema contributivo di tutti gli assegni dei politici, quelli vecchi e quelli futuri.
Ed è un palleggio continuo destinato a durare per mesi e che probabilmente finirà solo dopo le elezioni.
Tutto il dibattito si è cosi concentrato esclusivamente sui costi dei due rami del Parlamento, che pesano sul bilancio dello Stato per oltre 220 milioni di euro, e sulla possibilità che di qui al 15 settembre i parlamentari della XVII Legislatura arrivino a maturare una pensione di mille euro lordi con appena 4 anni e 6 mesi di contributi, mentre normalmente se ne chiedono almeno 20.
L’altro pezzo dello «scandalo», se così lo vogliamo chiamare, ovvero i vitalizi delle Regioni (che pure la proposta Richetti mette nel mirino), resta invece completamente in ombra.
Eppure si tratta di una spesa altrettanto consistente, oltre 150 milioni di euro, secondo le stime contenute nell’ultimo rapporto di «Itinerari previdenziali», frutto di meccanismi di assoluto favore del tutto simili a quelli dei parlamentari.
In tutto le Regioni nel 2015 hanno erogato ben 3538 vitalizi (2583 pensionati diretti e 945 reversibilità ), contro i 2116 della Camera ed i 1271 del Senato.
L’importo medio si attesta attorno ai 45.245 euro (42.314 euro conteggiando anche le reversibilità ), contro gli 81.830 dei deputati e i 68.103 dei senatori.
IL CASO MOLISE
Non tutte le Regioni sono però uguali: ci sono infatti forti differenze sia sugli importi dei trattamenti concessi, che spesso si cumulano poi con altri vitalizi ed altre pensioni toccando cifre davvero esagerate, sia come quantità .
La Regione «più virtuosa» in questo caso è la Lombardia, dove secondo i calcoli di «Itinerari previdenziali» si contano 44.800 abitanti per ogni vitalizio erogato a fronte di una media nazionale di 17.195.
A seguire poi ci sono Lazio (26.055), Emilia Romagna (25.131), Campania (23.497) e Piemonte con 22.586.
La Regione «meno virtuosa» è il Molise, dove si conta addirittura un vitalizio ogni 3852 abitanti. A seguire nell’ordine si piazzano poi Sardegna, Basilicata, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, con medie comprese tra 5300-5800 abitanti per ogni assegno.
CHI SPENDE DI PIÙ
Le Regioni che in assoluto spendono di più sono Puglia, Sicilia, Sardegna, Lazio e Campania con uscite che complessivamente oscillano tra 10 e 18 milioni l’anno. Agli ultimi posti troviamo invece Toscana, Abruzzo, Marche, Basilicata e Molise, che viaggiano attorno a 3-4 milioni di euro.
Il numero più alto di percettori si trova in Sicilia, Sardegna, Lazio, Campania e Veneto (da 248 a 312 vitalizi erogati), mentre le regioni col minor numero di prestazioni sono Abruzzo, Marche, Liguria, Basilicata e Molise.
RICCHI E POVERI
Ma in concreto quanto guadagnano ex consiglieri ed ex assessori regionali?
Prima di entrare nei dettagli occorre fare una premessa: il reperimento di questi dati — è scritto nel rapporto — è «difficile, poichè non tutti i soggetti comunicano i dati al Casellario centrale delle posizioni previdenziali attive», in pratica l’anagrafe nazionale delle pensioni.
E così dall’indagine emerge che a pagare gli assegni più ricchi è la Regione Puglia, che ai 159 suoi pensionati stacca un assegno che in media vale 77.987 euro l’anno. Ma anche la Sicilia con 60.293 euro lordi, la Sardegna con 58.236 e la Calabria con 56.053 euro non scherzano.
Il più misero invece spetta a 139 ex consiglieri della Toscana, che beneficiano di un vitalizio che in media vale appena 26.660 euro lordi l’anno.
Di due regioni, Umbria e Val d’Aosta, non sono stati trovati dati, mentre di Veneto e Lazio si conoscono solo valori netti.
Nel primo caso il vitalizio medio è pari a 28.993 euro, nel secondo si arriva addirittura a 63.287, che corrispondono a un lordo di oltre 98 mila euro.
I RISPARMI POSSIBILI
Anche questi vitalizi, se venisse approvata la «proposta Richetti», verrebbero tutti ricalcolati col contributivo.
In media, secondo le stime dell’Inps, anche questi assegni verrebbero così decurtati di un buon 40% con un risparmio pari a circa 60 milioni l’anno.
Peccato che sino all’altra settimana il pdl Richetti giacesse quasi dimenticato nei cassetti della Commissione affari costituzionali.
Potenza della campagna elettorale in arrivo.
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 18th, 2017 Riccardo Fucile
COME DILEGUARSI DAI LAVORI DELL’AULA, RISULTANDO ASSENTI GIUSTIFICATI E PERCEPENDO LA DIARIA INTERA… E PASSARE IL TEMPO IN TV, A INAUGURARE NEGOZI E FARE CAMPAGNA ELETTORALE
Thomas Mackinson sul Fatto di oggi racconta di un diffusissimo malcostume in voga tra i parlamentari:
ovvero di quelli che si dileguano dai lavori d’aula e commissione per farsi i fatti propri o del partito, avendo però cura di farsi pagare come se fossero lì. Sotto la lente c’è l’utilizzo della “missione”, ovvero dell’istituto previsto dal regolamento della Camera che permette ai “deputati che sono impegnati per incarico avuto dalla Camera, fuori della sua sede o, se membri del governo, per ragioni del loro ufficio” di essere “computati come presenti per fissare il numero legale”.
Chi è in missione percepisce quindi per intero la diaria, ovvero 3500 euro netti al mese, oltre allo stipendio: i deputati e i senatori ricorrono alle missioni per rimanere negli uffici (si spera, a lavorare) oppure ancora per fare campagna elettorale: così risultano presenti, o meglio assenti giustificati, mandando un fax che il servizio assemblea registra; tanto nessuno controlla
Perchè nessuno denuncia questo andazzo?
Perchè troppi ne beneficiano, a volte per “missioni” assai poco probabili sulle quali i vertici di Montecitorio chiudono gli occhi e pure le orecchie: abbiamo chiesto più volte all’Ufficio di presidenza e al Servizio assemblea di poter consultare le richieste che hanno autorizzato al fine di verificare la rispondenza tra l’oggetto della missione dichiarata e la reale natura degli impegni poi svolti dai deputati fuori dal Parlamento. Non li abbiamo mai ricevuti, neppure sollecitando segreterie e portavoce di alcuni parlamentari.
Ecco cosa è emerso da ricostruzioni empiriche, sulla base dei resoconti d’aula e delle cronache di giornata.
Tra questi c’è proprio lui: Luigi Di Maio:
È l’esponente dei Cinque Stelle che più si è speso nella battaglia sulle indennità dei deputati. Per questo ha subito anche l’affondo di Renzi alla vigilia del voto: “Ha il 37% delle presenze, perchè non gli diamo allora il 37% dello stipendio?”.
Avrebbe potuto anche querelarlo, il vicepresidente della Camera, perchè quel dato è falso: con il 55% di missioni la sua presenza in Parlamento schizza all’88%. Altro che assenteista. E allora: “Scusi Di Maio, querela Renzi?”.
L’esponente M5S — a cui abbiamo formalmente chiesto spiegazioni per sei date, da luglio a oggi — non risponde, forse per stile o forse perchè sa che le missioni dichiarate sono spesso fittizie e raramente aderenti al dettato del regolamento della Camera che lui ben conosce, essendone vicepresidente.
La libera uscita, per titolari di cariche interne, dovrebbe essere “per incarico connesso con l’esercizio di funzioni istituzionali”.
Gli impegni espletati però sono di altra natura, prettamente politica. Per la quale sarebbe stato più corretto indicare l’assenza anzichè la missione.
E gli altri furbetti della missione
Ma Di Maio è la punta di un iceberg: il Fatto ricorda la simpatica abitudine di Valentina Vezzali, beccata spesso in palestra invece che in Aula; mentre Michela Vittoria Brambilla, ufficialmente in missione il 4 maggio 2016, era ad inaugurare un negozio pet friendly a Modena.
Poi c’è il famoso braccio destro di Renzi: Luca Lotti, deputato e neo ministro dello Sport, in tre anni e mezzo è stato più in missione (77%) che in aula (13,58%), tanto da collezionarne più lui del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (65%): «Tra le tante c’è anche quella di salvare il Pd da se stesso, catapultandosi sui circoli in fermento, che catalogare traquelle “in ragione del proprio ufficio”, come recita il regolamento della Camera, è arduo.
Eppure il Servizio Assemblea registra la “presenza ” e la trasmette agli uffici per le competenze parlamentari, che pagano la diaria piena».
E non poteva mancare Renato Brunetta: capogruppo di FI, missionario storico (83% di missioni, 5 di assenze e 11,7 presenze) e presenzialista catodico.
Non si sa cosa facesse nei giorni in cui si dichiarava in missione. Ma di certo era in tv. Quanto costa il giochino in totale? Ottanta milioni di euro l’anno, versati dall’Ufficio per le competenze parlamentari.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DI NCD NON SARA’ PROCESSATO PER CALUNNIA, MEZZO PD E’ ARRIVATO IN SUO SOCCORSO
Il Senato “salva” il senatore Ap-Ncd Gabriele Albertini dal processo a suo carico per calunnia aggravata, nonostante le accuse rivolte al pm di Milano Alfredo Robledo che gli sono costate la querela, siano state pronunciate da Albertini quando ancora era parlamentare europeo.
L’Aula di Palazzo Madama, con 185 sì, 65 no e 2 astenuti, ha approvato la decisione della Giunta per le Immunità presieduta da Dario Stefano (Misto) che il 25 ottobre scorso si era pronunciata a favore dell’insindacabilità .
La maggioranza, ma soprattutto il Pd, si divide. Dei 94 Dem presenti, più di un terzo non “salva” Albertini: 17 votano contro e uno si astiene, mentre 18 non partecipano alla votazione.
Albertini nel 2012 presentò un esposto al ministero della Giustizia, perchè secondo lui Robledo non aveva gestito correttamente tre fascicoli tra cui quello sull’acquisto di quote della società Autostrada Serravalle da parte della Provincia di Milano, allora guidata da Filippo Penati.
Robledo si sentì calunniato e querelò l’ex sindaco. L’ex sindaco di Milano, allora eurodeputato, si rivolse al Parlamento europeo per ottenere l’immunità , ma gli fu negata. Per invitare il Senato a fare lo stesso, visto che Albertini non era senatore all’epoca dei fatti, venne presentata una petizione con centinaia di firme promossa da Paolo Pollice, ordinario di Diritto Civile all’Università di Napoli Federico II.
“L’immunità retroattiva — spiegò — significa una totale impunità anche per reati commessi prima di entrare in Parlamento”.
Il senatore di Ap-Ncd aveva chiarito che senza l’insindacabilità avrebbe tolto il suo appoggio alla maggioranza.
Alla prova del voto però il Partito democratico è risultato diviso sulla questione.
E la divisione ci fu già in Giunta, dove il primo relatore designato Guido Pagliari decise alla fine di rinunciare all’incarico. Felice Casson votò contro, esattamente come oggi in Aula, e definisce la relazione della Giunta una “incredibile arrampicata sugli specchi”.
La decisione del Senato rischia ora di diventare un “pericoloso precedente“, si spiega tra i contrari all’insindacabilità , visto che su Albertini si era già pronunciato il Parlamento europeo che aveva negato l’immunità in sede penale e in quella civile.
Da ottobre ad oggi il “caso Albertini” era stato fatto slittare più volte.
Poi, si osserva nell’opposizione, “una volta passato il referendum e ora che si è alla vigilia della sentenza si è deciso di votare. E senza che sia stato messo in calendario un altro “fascicolo caldo” della Giunta, deciso prima del “caso Albertini”: quello che riguarda la decadenza dal mandato di senatore di Augusto Minzolini, a cui nessun gruppo però fa più cenno.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
L’IDEA DI UN ASSEGNO DA 50.000 EURO PER EVITARE UNA “PROROGATIO” DEL GOVERNO GENTILONI
La mossa del Pd per evitare una prorogatio del Governo Gentiloni e al contempo mettere nell’angolo
l’M5s.
Repubblica racconta oggi in un retroscena il provvedimento in rampa di lancio a Montecitorio che “può segnare una svolta, un punto in favore dei renziani: convincere peones e new entry parlamentari a chiudere anzitempo la legislatura con una contropartita niente male.
Una “buonuscita” da 50 mila euro cash.
Passa attraverso l’abrogazione di qualsiasi pensione in favore di deputati e senatori a partire dalla diciottesima legislatura, la prossima: i 950 euro netti mensili da incassare a 65 anni dopo una sola legislatura (1.500 a 60 anni dopo due)”.
Una opportunità che dovrebbe convincere tutti gli onorevoli a incassare l’assegno e mettere fine a questa legislatura senza la tentazione di dover attendere il 15 settembre per maturare i diritti alla pensione minima
“I deputati – continua Repubblica – sceglieranno che fare in futuro dei loro contributi e potranno solo nel 2017 ottenerne la restituzione. 50 mila euro: neanche pochi e maledetti, di questi tempi, e da incassare subito
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
IL GIORNALE FINANZIATO CON SOLDI PUBBLICI DEL FIGLIO DEL MINISTRO DEL LAVORO
Il cervello in fuga di Giuliano Poletti non ha ancora dato al corpo il comando di alzarsi dalla
poltrona di ministro del Lavoro anche se persino Dario Di Vico sul Corriere della Sera ha spiegato che sarebbe il caso, per questioni di decenza e capacità , di farsi da parte possibilmente per sempre dalla vita pubblica italiana.
E allora il Fatto Quotidiano di oggi, a proposito di giovani che piacciono e che non piacciono a Poletti, pubblica un’intervista al figlio Manuel, che ha tante cose curiose da raccontare.
Manuel è il direttore di Setteserequi, settimanale della provincia di Ravenna.
Presiede anche la società editrice, una cooperativa che, in tre anni, ha ricevuto oltre mezzo milione di euro di contributi pubblici. Setteserequi ha due redazioni, certifica 5.000 copie vendute.
Setteserequi sopravvive anche con il denaro pubblico.
Vero, rispettando la legge. Il governo Renzi, però, ci ha rovinato.
Prego?
Ha gestito il fondo per l’editoria con tagli retroattivi, dopo che nel 2012 la riforma Peluffo aveva già ridotto giustamente le risorse cambiando i criteri.
Forse dalla Romagna, fra coop rosse e il partito, non si è costretti a emigrare.
Qui c’è un sistema economico che può aiutare, anche aziende editoriali meritevoli come la nostra.
Con 800 mila euro di ricavi totali, ne incassate 250 mila di pubblicità .
Abbiamo 250 inserzionisti che comprano i servizi redazionali o la pubblicità tabellare.
Non saranno così generosi perchè suo padre è ministro?
Non credo abbia mai influenzato la nostra attività
L’Huffington Post ha pubblicato un articolo in cui riepiloga la mole di contributi pubblici al giornale del figlio di Poletti:
Secondo le norme che regolano i contributi alla stampa (legge 250/90) il periodico Sette Sere Qui ha ricevuto nel 2015 190.888,48 euro di contributi pubblici.
Importo simile a quello corrisposto nel 2014, quando al settimanale sono pervenuti un totale di 197.013,74 euro.
Qualche decina di migliaia di euro in meno invece nel 2013 per il quotidiano diretto da Poletti Jr: il totale dei contributi pubblici erogati ammonta a 133.697,24 euro. In tre anni sono circa mezzo milione di euro.
Come ricorda un articolo di Italia Oggi, Poletti Jr ha seguito le orme del padre lanciandosi a testa bassa nel mondo delle cooperative.
Il ministro infatti viene da quel mondo, essendo stato presidente nazionale di Legacoop prima di approdare al ministero del Lavoro che ha varato norme controverse come il Jobs Act e il decreto Poletti.
Manuel ha seguito le sue orme: lontano dalla politica ha preferito muovere “passi importanti all’interno di Legacoop Romagna, l’organizzazione territoriale delle coop rosse scaturita dalla fusione di quelle di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini”.
Carlo Tecce poi chiede a Manuel Poletti della sua laurea:
“Prendere una laurea con 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”, sempre il ministro.
È una notizia vecchia e ne condivido il significato di fondo.
Traduca.
Che non sempre la laurea con il massimo dei voti assicura la qualità del lavoratore. Non è scontato, almeno.
Manuel, lei ha una laurea?
No, mi mancano pochi esami. Ho 42 anni,mi sono dedicato prima al lavoro e alla famiglia. Ho una bambina. E sono giornalista professionista da cinque anni.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 24th, 2016 Riccardo Fucile
UN DEPUTATO IN ITALIA INCASSA CIRCA 16.000 EURO AL MESE, SUDDIVISI IN PIU’ VOCI… IL BLUFF DEL M5S CHE HA RINUNCIATO NON ALLA META’ COME DICE, MA SOLO A 2.500 EURO AL MESE
Quanto ci costa la “casta”? A noi italiani sicuramente di più rispetto ai cittadini degli altri paesi europei. I parlamentari di casa nostra, infatti, hanno gli stipendi più alti d’Europa.
Un dato confermato da diversi studi condotti negli ultimi anni, dalla relazione della commissione Giovannini, presieduta dall’allora presidente dell’Istat, al dossier Ocse-Eurostat, a uno studio più recente dell’Economist basato su dati del Fondo Monetario Internazionale (Fmi).
Più in dettaglio, un onorevole italiano guadagna in media sei volte e mezzo più di un elettore e porta a casa uno stipendio lordo mensile che, tra indennità parlamentare, diaria e rimborso di trasporto, supera i 16mila euro: il 60% in più rispetto alle media Ue. E anche i vitalizi fanno la differenza: da noi sono il triplo che altrove.
Altri dati in sterline arrivano dalla Independent parliamentary standards authority (Ipsa), in un confronto che prende in considerazione anche Paesi extrauropei: gli italiani guidano la classifica con un salario di 120.546 sterline, seguiti da Australia (117.805), Stati Uniti (114.660), Canada (100.166) e Norvegia (87.964).
Nella seconda parte della classifica ci sono invece Irlanda (79.556), Germania (78.979), Nuova Zelanda (74.154), Svezia (69.017).
Infine gli ultimi tre sono Regno Unito (66.396), Francia (56.815) e Spagna (28.969). Su questi dodici paesi la media è di 82.918 euro. L’Italia la supera del 45%.
Il ddl sul dimezzamento degli stipendi dei parlamentari proposto dal M5s, del quale oggi comincia la discussione nell’Aula di Montecitorio, riaccende dunque i riflettori sull’annoso tema del taglio dei costi della politica.
Vediamo allora quanto guadagnano i politici italiani rispetto ai loro colleghi europei (inclusi i britannici) sulla base dei dati dello studio comparato della commissione Giovannini. Ad eccezione dell’Italia, negli altri casi prendiamo in considerazione solo i deputati, o meglio i membri della “”camera bassa”.
ITALIA
La Camera ha 630 deputati. L’indennità parlamentare è di 11.703,64 euro lordi, che diventano 5.486,58 al netto di ritenute fiscali e previdenziali.
Il rimborso spese per il soggiorno è di 4.003 euro. A questa somma vengono detratte 206 euro per ogni giorno di assenza quando si svolgono votazioni elettroniche.
I deputati viaggiano gratis in autostrada, treno (prima classe), nave e aereo sul territorio nazionale.
Per i trasferimenti in aeroporto c’è un rimborso: da 1.107 a 1.331 euro al mese.
In più, 4.190 euro per il rapporto eletto-elettore, utilizzabile per lo stipendio dei collaboratori. 258 per le telefonate. 2.500 (per legislatura) di spese informatiche. Assegno di fine mandato: 46.814 euro per una legislatura, 140.443 per tre.
Il vitalizio: 2.486 euro al mese dai 65 anni con un mandato, 4.973 euro dai 60 anni con due, 7.460 euro con tre.
Il Senato ha 315 senatori, che ricevono importi simili a quelli dei deputati. Un senatore ogni mese riceve 11.555 euro di indennità , 3.500 di diaria, 1.650 euro per i trasporti e 4.180 euro per le spese di rappresentanza.
FRANCIA
L’Assemblèe nationale ha 577 deputati. L’indennità lorda è di 7.100 euro, 5.677 tolte le ritenute previdenziali, ma il netto varia in base all’imposta sul reddito.
Alcuni parlamentari hanno a disposizione uffici doppi dove dormire, altri alloggiano in un residence a tariffa agevolata.
Possono avere un prestito di 76mila euro al 2 per cento per comprare un appartamento. Libera circolazione ferroviaria, ma solo 40 viaggi aerei pagati fra il collegio e Parigi, e 6 fuori collegio. 6.400 euro al mese per spese relative al mandato. E 9.138 euro per la retribuzione di non più di cinque collaboratori, pagati dal deputato o direttamente dall’assemblea.
Non hanno un assegno di fine mandato ma un sussidio di reinserimento, se disoccupati, per al massimo tre anni. Vitalizio di 1.200 euro per un mandato a partire dai 60 anni ora (e da 62 nel 2018), 2.400 per due.
GERMANIA
Il Bundestag ha 620 parlamentari. Indennità lorda di 7.668 euro, il netto varia in base all’imposta sul reddito. Non ci sono ritenute previdenziali.
Contributo mensile di 3.984 euro per l’esercizio del mandato, con trattenute da 50 a 100 euro per i giorni di assenza (20 euro per malattia, nessuna trattenuta per maternità o figli malati).
Libera circolazione ferroviaria, rimborso dei viaggi aerei nazionali nell’esercizio delle funzioni e con giustificativi di spesa. Tutti hanno un ufficio arredato nei palazzi del Bundestag, e la possibilità di spendere 1.000 euro al mese per gestirlo.
Ogni deputato può assumere collaboratori a carico del Parlamento per un massimo di 14.712 euro. Nessun assegno di fine mandato ma un’indennità provvisoria per 18 mesi. Vitalizio a 67 anni, 961 euro lordi per 5 anni, 1.917 per dieci.
GRAN BRETAGNA
L’House of Commons ha 650 membri. L’indennità mensile lorda è di 6.350 euro, il netto varia, così come il contributo previdenziale.
Come diaria si può richiedere un rimborso massimo mensile di 1.922 euro, di cui 1.680 per rimborso locazione.
Chi preferisce l’albergo può spendere fino a 150 euro a notte. Sono rimborsati gli spostamenti in taxi e metropolitana (taxi solo dopo le 23) e i viaggi per l’esercizio delle funzioni solo in classe economica. 1.232 euro di rimborso per l’ufficio nel collegio, 1.004 euro per le spese.
I collaboratori li paga un’agenzia per conto del Parlamento, fino a un massimo di 10.500 euro al mese. Al termine del mandato possono chiedere un rimborso di 47mila euro per spese connesse al completamento delle funzioni. Il vitalizio, dai 65 anni, varia in base ai contributi versati: 530 euro lordi per un mandato con il minimo, 794 euro con il massimo.
PAESI BASSI
La Tweede Kamer (o Camera Bassa) è composta da 150 deputati.
L’indennità mensile lorda è di 8.503 euro, la diaria prevede un massimo mensile di 1.636. Libera circolazione sui treni in prima classe.
Se il parlamentare sceglie l’auto gli vengono rimborsati 37 centesimi al Km se non esistono mezzi pubblici alternativi. Se invece esistono, il rimborso sarà solo di 9 centesimi di euro al Km. Per le spese di segreteria e rappresentanza ha diritto ad altri 203 euro mensili.
BELGIO
La Camera dei rappresentanti conta 150 membri. L’indennità parlamentare mensile lorda è pari a 7.374 ma non è prevista nessuna diaria. Libera circolazione su treni, aerei, navi e in autostrada. Per le spese di rappresentanza è previsto un rimborso di 1.892 euro, che comprende però anche le spese telefoniche e la dotazione informatica. I collaboratori dei deputati sono dipendenti della Camera.
AUSTRIA
Il Consiglio nazionale austriaco ha 183 membri. L’indennità mensile è di 8.160 euro, più 489 euro di spese di rappresentanza che comprendono anche la diaria, le spese per i viaggi e per il telefono. I collaboratori sono dipendenti della Camera e guadagnano al massimo 2.387 lordi.
SPAGNA
Lo Congreso de los diputatos è composto da 350 membri. Gli onorevoli spagnoli sono all’ultimo posto nella classifica europea con un’indennità mensile lorda di 2.813 euro. L’indennità di residenza è di 1.832 euro per gli eletti fuori Madrid, 870 euro per gli eletti di Madrid. I rimborsi spese per i viaggi sono pari a 150 euro al giorno per l’estero e 120 euro per gli spostamenti interni.
PARLAMENTO EUROPEO
Il Parlamento europeo ha 736 deputati. L’indennità netta è di 6.200 euro, l’indennità di soggiorno di 304 euro ogni presenza. Documentandoli, i deputati possono farsi rimborsare i viaggi effettuati per raggiungere le sedi parlamentari. Ci sono anche indennità fisse basate su distanza e durata del viaggio. E 354 euro al mese di rimborso per viaggi al di fuori dello Stato di elezione per motivi diversi dalle riunioni ufficiali. Ci sono 4.299 euro mensili di rimborso spese generali (ufficio, telefono, informatica). E collaboratori pagati dal parlamento per un importo massimo di 19.709 euro.
A fine mandato indennità (non cumulabile con pensioni o stipendi) da 6 a 24 mesi. Il vitalizio scatta a 63 anni, 1.392 euro per un mandato, 2.784 per due, 5.569 euro dai 20 anni in poi.
(da “La Repubblica”)
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