Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile
POCA TRASPARENZA: ECCO COME HANNO FATTO
“Cinquemila euro «basta e avanzano», aveva proclamato l’anno passato il presidente della giunta regionale dell’Emilia Romagna, Stefano Bonacini.
La sua mossa sembrava il preludio di una nuova importante sforbiciata generale ai costi della politica locale. In realtà sono stati in pochi a seguirlo.
Solo la Regione Piemonte, la scorsa settimana, è scesa a quota 5mila (più indennità e rimborsi, si intende).
In tutte le altre regioni, invece, dalla Lombardia al Lazio, dal Veneto alla Campania, presidenti, vicepresidenti, assessori e consiglieri vari intascano molto di più.
Anche 3mila euro al mese, visto che una larga maggioranza di loro sfrutta in pieno il tetto massimo di 13.800 euro lordi fissato da una legge di fine 2012.
Anche il compenso del governatore emiliano è un poco più alto: ai 5mila euro di indennità di carica vanno infatti aggiunti 2.500 euro di indennità di funzione e 2.258 di rimborsi.
Il totale fa comunque meno di 10mila euro, 9.758 per la precisione.
I piemontesi, con la manovra che ha appena tagliato altri 11 milioni di euro di costi della politica, adesso li hanno raggiunti.
Al presidente della Giunta regionale Sergio Chiamparino ed al presidente del Consiglio regionale Mauro Laus sono stati assegnati in tutto 10.200 euro lordi al mese: 5mila sotto forma di indennità di carica, anzichè 5.940, 1.700 come indennità di funzione e 3.500 come rimborso spese, anzichè 4.050.
Ai consiglieri senza incarichi spettano invece 8.500 euro, 9.750 agli assessori.
Subito alle loro spalle, in base ad una ricognizione fatta dagli uffici del Consiglio regionale del Piemonte chiesta dal gruppo Pd, si piazzano le Marche, che attribuiscono ai presidenti di Giunta e Consiglio in tutto 11.600 euro (9.100 ai consiglieri).
Governatori al massimo
E tutte le altre Regioni? Costano molto ma molto di più. Ben 9 su 20 applicano il tetto massimo deciso a fine 2012 dalla Conferenza delle Regioni: 13.800 euro lordi omnicomprensivi per i presidenti di Regione e di Assemblea e 11.100 euro per i consiglieri. Zaia in Veneto, Zingaretti nel Lazio, De Luca in Campania, Emiliano in Puglia, Crocetta in Sicilia, Oliverio in Calabria e Pittella in Basilicata, dunque, graduando in maniera differente le tre voci di stipendio, intascano il massimo.
E lo stesso fanno i loro consiglieri. Lombardia, Liguria e Trentino si fermano un pelo sotto, ma la sostanza non cambia: a Bobo Maroni vanno 13.155 euro, a Toti 13.720 euro, 13.755 a Rossi.
Anche gli stipendi base (indennità di carica e indennità di funzione) in Friuli, Umbria e Abruzzo sono un poco più contenuti: i presidenti ricevono rispettivamente 10.080, 11.600 e 9.300 euro. In più occorre però conteggiare i rimborsi spesa.
La babele dei rimborsi
E qui si entra in una vera e propria Babele. In Friuli il rimborso è stabilito in questo modo: 2.500 euro ai consiglieri di Trieste e Gorizia, 3.500 per quelli di Udine, Tolmezzo e Pordenone. Al presidente della Regione e del Consiglio e agli assessori vanno invece 2.450 euro, a meno che non rinuncino all’auto di servizio, in questo caso spettano loro 3.500 euro.
In Abruzzo chi risiede nel capoluogo riceve 4.100 euro, di chi invece abita ad oltre 100 chilometri di distanza arriva a 4.500.
Nelle Marche è invece prevista una quota fissa di 2.700 euro, più una variabile (massimo 1.500 euro) in base a presenze e km percorsi.
In Sardegna al rimborso base di 3.850 euro vanno aggiunti altri 650- 1.200 euro (assessori).
In Liguria, dove è stata tolta l’indennità di funzione e aumentati i rimborsi (che sono esentasse) , addirittura sono previste 4 fasce di rimborso chilometrico (oltre 80 km, da 51 a 80, da 26 a 50 e da 0 a 25 km dalla sede), con gli importi che vanno da un minimo di 2.775 euro ad un massimo di 4.884 euro (vicepresidenti a assessori). Quattro fasce anche in Umbria: rimborso «massimo» 4.100 euro, «medio» 3.800, «minino» 3.500, mentre un «residente a Perugia» ne percepisce «appena» 3.300. Insomma un bel guazzabuglio: la trasparenza invece è un’altra cosa.
(da “il Secolo XIX”)
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Dicembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
“ADEGUAMENTI SALARIALI” BLOCCATI: MA NON BASTA CHE UN BARBIERE GUADAGNI PIU’ DI UN MAGISTRATO?
I dipendenti della Camera sono sul piede di guerra. 
Annunciano lo stato di agitazione perchè i loro adeguamenti salariali sono bloccati dal 2011 e il taglio delle indennità di funzione che si sommano allo stipendio sarà prorogato anche per il 2016.
Non li ha convinti la motivazione che si è in attesa di definire il ruolo unico dei dipendenti di Camera e Senato i cui trattamenti economici, oggi diversi, andranno omogeneizzati.
E minacciano di far scattare l’accusa di comportamento antisindacale nel caso in cui la misura venisse presa in modo «unilaterale».
Va detto che fatti del genere appartengono alla normale dialettica interna al settore pubblico.
Se non fosse che la Camera non è una pubblica amministrazione normale. Basta dire che con 24 anni di servizio alle spalle il barbiere più anziano ha una retribuzione lorda di 143 mila euro annui: compenso paragonabile, e talvolta anche superiore, a quello di un magistrato.
Inoltre il taglio degli stipendi di Montecitorio, dove prima della sforbiciatina la paga media dei dipendenti era il quadruplo di quella dei loro colleghi della britannica House of Commons, ha avuto una sua particolarissima applicazione.
Nel senso che i famosi 240 mila euro sono stati interpretati come limite della retribuzione al netto di alcune voci importanti, anzichè tetto omnicomprensivo di ogni emolumento come per tutti gli altri lavoratori pubblici.
Con il risultato che i funzionari più alti in grado possono superarlo di slancio. Comprendiamo perciò, cari sindacati della Camera, che dentro il Palazzo si continui a vedere una realtà deformata rispetto a quella che c’è fuori.
Anche se talvolta basterebbe affacciarsi alla finestra, e guardare i volti di quelli che si presentano con i cartelli davanti a Montecitorio dopo aver perduto il posto di lavoro, per capire che vi si chiede soltanto di tornare sulla terra.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
UN MILIONE E 700MILA EURO PER 59 BENEFICIARI
In Campania il vitalizio si percepisce anche dopo la morte. Un milione e 700 mila euro finisce nelle tasche di coniugi, figli e parenti di 59 ex consiglieri defunti. La regione Campania stacca puntualmente l’assegno, insieme a 11 milioni diretti ad altri 184 beneficiari, ancora in vita.
Si legge sulla Città di Salerno:
I più alti assegnati a Francesco Porcelli, socialista di Torre Annunziata, già vice presidente di giunta e consiglio, morto 6 anni fa, o a Giovanni Alterio medico e politico di San Gennaro Vesuviano e amicizie nella famiglia dell’ex boss Carmine Alfieri, scomparso a 44 anni nel ’99: la vedova Rosa Catapano fu candidata l’anno dopo dall’Udc di Casini al consiglio regionale.
I più bassi, 1.500 euro, maturati da vecchi liberali come Enrico Cerza, vecchi socialisti come Umberto Palmieri.
Ex comunisti come Telemaco Malagoli, 2 mila euro, diventato consigliere con i Verdi e coinvolto in un blitz che lo mise ai domiciliari per una truffa sui rimborsi farmaceutici. Carmine Mensorio (1998), potente direttore dell’Isef di Napoli, il più votato nella Dc alle regionali del 1975 e vent’anni dopo accusato di legami con la camorra.
Si buttò da una nave tornando dalla Grecia.
Ecco i salernitani. Roberto Virtuoso (2.397 euro) da Cava dei Tirreni fu assessore al turismo con la Dc; Gerardo Ritorto (1.998 euro) rampante socialista del Vallo di Diano, morì in un incidente d’auto.
Michele Scozia (2.242 euro) sindaco di Salerno con la Dc. Michele Giannattasio (1.998 euro) sindaco di Acerno.
Filiberto Menna (1.998 euro), critico d’arte, figlio dello storico primo cittadino Alfonso, abbandonò la tradizione democristiana del padre, si candidò come indipendente nelle liste del Pci e nel 1975 fu eletto consigliere regionale.
Vincenzo Casalino (1.899 euro) socialista dell’Agro nocerino, Giuseppe Amarante (1. 761 euro) storico dirigente del Pci di Salerno.
Edmondo Cuomo, repubblicano, già sindaco di Nocera inferiore ( 2.997 euro); il socialdemocratico cilentano Paolo Correale (3.596 euro).
Tutti hanno lasciato nei loro cari un buon ricordo, ma anche un vitalizio.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
CASINO’, CALCIATORI, FESTIVAL, CORI E BANDE: RISORGE LA FINANZIARIA DELLE LOBBY
Dallo sconto fiscale per la compravendita dei calciatori ai soldi per casinò, festival, cori e bande.
Anche quest’anno nella legge di Stabilità targata Renzi (tra le più obese della storia) spunta il «fondo per gli interventi strutturali di politica economica»: 300 milioni destinati a soddisfare gli onorevoli, il cosiddetto serbatoio delle mancette parlamentari.
Il buon Natale agli elettori siciliani l’ha regalato il deputato democratico loro conterraneo Angelo Capodicasa.
Con un emendamento ha fatto prorogare per un anno i contratti di settemila precari nei Comuni falliti o sull’orlo del dissesto.
«E senza neppure dover attendere il milleproroghe!» ha esultato l’onorevole che fu per una breve stagione, alla fine degli anni Novanta, addirittura presidente della Regione siciliana.
Ma sul fatto che assomigli tanto alla solita grande operazione clientelar-assistenziale c’è poco da esultare.
Esattamente come per i 20 milioni elargiti dalla medesima legge di Stabilità ai forestali calabresi. Ancora una volta, come sempre, da tempo immemore.
A dimostrazione del fatto che non basta cambiare il nome a una legge perchè la legge cambi davvero.
Correva l’anno 2009 e Giulio Tremonti descriveva l’assalto alla diligenza che stava accompagnando la legge di bilancio in parlamento per l’ennesima volta come «un film dell’orrore che non vogliamo più proiettare».
Mesi più tardi la finanziaria diventava così «legge di Stabilità ». Un provvedimento «totalmente tabellare», ispirato quindi alle sobrie leggi di bilancio britanniche inemendabili, precisava l’ex ministro dell’Economia che vedeva materializzarsi un sogno inseguito dal 2002.
Ma che invece continua a rivelarsi, anno dopo anno, un autentico incubo
La prima finanziaria risale al 1978: sessanta articoli e quattro tabelle. Da allora è stato un crescendo inarrestabile fino ai 1.364 indecifrabili commi della legge di bilancio 2007, la prima del secondo governo Prodi.
A nulla sono serviti gli appelli del Colle, da quel messaggio alle Camere trasudante indignazione di Carlo Azeglio Ciampi nel 2004, alle reprimende del suo successore Giorgio Napolitano. E la parolina magica, «stabilità », si è rivelata una illusione assoluta.
Alla faccia della stessa norma grazie alla quale la vecchia finanziaria è diventata cinque anni fa «legge di Stabilità », e secondo cui il provvedimento di bilancio non può contenere disposizioni localistiche o microsettoriali, oggi la seconda «legge di Stabilità » targata Renzi si avvia a salire sul podio delle finanziarie più obese della storia.
È entrata infatti in aula alla Camera con 993 commi. Appena dietro i 1.364 della legge di bilancio 2007 e i 1.193 di quella dell’anno seguente.
Una creatura mostruosa uscita da quello che ha definito «un suk indecente in commissione bilancio» il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta. Che però deve aver scordato l’indecenza del medesimo suk quando era il suo partito a menare la danza.
La prova che si sapeva fin dall’inizio come sarebbe andata a finire, del resto, sta tutta in quello che si chiama «fondo per gli interventi strutturali di politica economica»: 150 milioni a disposizione della Camera e altrettanti del Senato per soddisfare le richieste degli onorevoli.
Con la presenza di quell’aggettivo, «strutturali», che conferisce amara comicità a questo serbatoio delle marchette parlamentari.
Ecco allora spuntare, accanto a cose che molto hanno fatto discutere come i 500 euro ai diciottenni e i 100 milioni del 2 per mille alle associazioni culturali, anche 9 milioni per il comune di Campione d’Italia: dove la locale casa da gioco in dieci anni ha perso 105 milioni. Perdite, quelle sì, «strutturali».
È l’emblema della morale a doppio senso di uno Stato che mentre dice di voler colpire il gioco d’azzardo ripiana le perdite del casinò di proprietà di una società pubblica. Per giunta avendo stabilito che gli enti locali devono cedere le partecipate non coerenti con l’attività istituzionale.
E c’è forse qualcosa di meno coerente di un casinò?
Impossibile che in cima all’elenco delle mance impietosamente compilato dal Movimento 5 Stelle non finisse quel finanziamento.
Insieme ai 20 milioni per i collegamenti aerei con la Sicilia, ai 15 del Fondo per la montagna, ai 10 del Comitato per le Olimpiadi di Roma 2014, ai 10 per Radio Radicale, ai 5 per la bonifica della Valle del Sacco, allo sconto fiscale sulla compravendita dei calciatori…
Per non parlare di briciole ancora più minute contenute in quella lista. Come i soldi per finanziare festival, cori e bande: 3 milioni in tutto.
O il milioncino al Club alpino e al Centro ricerca Ebri, i 500 mila euro alla Fondazione Maxxi e all’Istituto Suor Orsola di Benincasa, i 300 mila per la sopravvivenza della società Dante Alighieri, fino ai 70 mila al museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata.
Interventi, ne siamo sicuri, in qualche caso anche doverosi al di là delle scontate critiche grilline.
Ma che con la «legge di Stabilità » c’entrano come i cavoli a merenda.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere dlla Sera”)
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Dicembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
TORNA IN AUGE IL PONTE: NON QUELLO DELLO STRETTO, QUELLO DELLA VACANZA
Nella Roma che accoglie i pellegrini del Giubileo con ingorghi festosi, per trovare silenzio e spazi vuoti bisogna andare a Montecitorio.
Un’oasi di pace nel cuore della Capitale.
Le banche scricchiolano, l’Isis incombe, Salvini si crede Marine Le Pen che si crede Napoleone, ma i deputati della Repubblica non accettano di darla vinta agli strateghi del terrore cambiando le proprie abitudini.
E con sprezzo del pericolo, ma non del ridicolo, hanno confermato e addirittura ampliato l’usanza di mettersi in ferie. Dal 4 al 14 dicembre.
Il Ponte tornato in auge nei giorni scorsi non si riferiva dunque allo Stretto, ma alla larghissima vacanza che consentirà agli onorevoli di testare l’efficienza delle strutture turistiche italiane e di acquisire informazioni di prima mano su quelle estere.
A questo punto avrebbero potuto darsi appuntamento direttamente alla seconda settimana di gennaio — si pensi alla sfida ingegneristica e al significato culturale di un ponte gettato tra l’Immacolata e la Befana — ma il senso di responsabilità che è da sempre il loro tratto costitutivo li indurrà a interrompere brevemente la villeggiatura verso la metà del mese per votare a comando la legge di Stabilità , azzoppare ancora una volta i candidati alla Corte Costituzionale e soprattutto scambiarsi gli auguri di Natale.
A conferma dei legami d’affetto tra persone in apparenza tanto divise e lontane, in realtà tenute insieme da una comunanza di valori rigorosamente quotati in Borsa.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Dicembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
CON LA SCUSA DELLA MANOVRA L’AULA MONTECITORIO E’ VUOTA
Onorevoli in settimana bianca o in vacanza al mare. 582 deputati su 630 da venerdì 4 dicembre
fino a lunedì 14 sono in ferie.
Per loro un lungo assaggio di vacanze natalizie, come mai successo prima d’ora: ben dieci giorni di relax fuori dal Palazzo nel bel mezzo dell’ultimo mese dell’anno.
Montecitorio è un deserto, l’unica commissione al lavoro, formata da 48 deputati, è la Bilancio che sta esaminando la Legge di stabilità .
Una spiegazione a questo lungo stop c’è.
I gruppi parlamentari, durante la riunione dei capigruppo, hanno chiesto alla presidenza la possibilità di esaminare “con calma” la manovra in commissione, senza che i deputati dovessero fermare i lavori per partecipare a quelli dell’Aula.
Permesso accordato e votato da tutti i rappresentanti.
Tuttavia Sinistra italiana, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle, nonostante i lavori della commissione sulla manovra, avevano dato la disponibilità per le votazioni in seduta comune sulla Consulta. Ma alla fine ha prevalso la “linea vacanza”. Non solo.
Alcune commissioni che erano stato convocate (vedi Giustizia) hanno annullato l’appuntamento, altre invece appaiono sul calendario dei lavori ma solo perchè scade il termine per depositare gli emendamenti.
Complice quindi la sessione di bilancio e, per i mal pensanti, il ponte lungo dell’Immacolata, è stato deciso dunque di riprendere i lavori d’Aula solo lunedì prossimo, 14 dicembre, giorno in cui si ricomincerà a votare per i tre giudici della Corte Costituzionale.
Si tratta del 30esimo scrutinio: dopo le tante fumate nere i deputati affronteranno questo appuntamento reduci da una lunga pausa di riflessione.
Eppure l’Aula, regolamento alla mano, si sarebbe potuta riunire.
Durante la sessione di bilancio infatti non possono essere esaminati soli i provvedimenti cosiddetti “di spesa”, salvo chiedere una deroga se si tratta di provvedimenti in scadenza. Su tutto il resto, disegni di legge, interpellanze, interrogazioni parlamentari, l’emiciclo può proseguire regolarmente i lavori.
E pur non essendoci provvedimenti urgenti da approvare, di lavoro arretrato ce ne sarebbe tanto.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
DA GENNAIO NON E’ PIU’ DIRETTORE DEL QUOTIDIANO DELLA MARGHERITA MA NON E’ RIMASTO SENZA LAVORO…DELRIO GLI GARANTISCE SUBITO UN CONTRATTO DI CONSULENZA
“Europa vive anche senza di noi, trattatela bene”. Così Stefano Menichini un anno fa si
congedava dai lettori del giornale che aveva contribuito a fondare e diretto per oltre dodici anni.
Un doloroso addio, seguito a stretto giro dall’incarico sfumato d’un soffio alla direzione dell’Unità , poi affidata da Matteo Renzi al fedelissimo Erasmo D’Angelis. Per sua fortuna è arrivata una mano dal cielo a invertire la sfiga e l’incipit del triste commiato: vivo anche senza Europa, ma trattatemi bene. Detto, fatto.
La mano è quella del ministro Graziano Del Rio, altro ex Margherita che, tempo due settimane ancora, ha firmato a Menichini un incarico al ministero delle Infrastrutture e Trasporti di “diretta collaborazione” cioè di consulenza, da 120mila euro.
Il contratto è stato stipulato il 14 luglio 2015 con scadenza a fine legislatura.
Da qui al 2018 Menichini riceverà dunque uno stipendio da 40mila euro l’anno, tremila e passa al mese.
Un trattamento certo inferiore allo stipendio da 5mila euro netti al mese che dichiarava di percepire come direttore di un giornale di partito che è sopravvissuto al partito stesso (e alla mancanza di lettori) grazie a 30 milioni di fondi pubblici.
Ma certo migliore di quello riservato agli altri giornalisti di Europa, cassintegrati e messi alla porta dalla Fondazione Eyu del Pd che ha rilevato la testata, ormai prossima alla liquidazione, per tenerla in vita in versione digitale, facendola digitare al Nazareno dagli ex uffici stampa del partito senza lavoro.
Gli estimatori, e tanti ce ne sono, diranno che è una bella notizia.
I suoi detrattori che non lo è affatto. Il punto è che è una notizia, comunque la si pensi, rimasta finora sotto traccia. Dell’incarico in questione, infatti, è stata data ben poca pubblicità .
Tanto che ancora oggi, a distanza di quattro mesi, perfino tra gli addetti ai lavori c’è chi si sorprende: “Davvero? Cadono sempre in piedi!”, maligna qualcuno.
Il nome di Menichini, a ben vedere, non compare nello staff degli uffici di diretta collaborazione del ministro. Per trovarlo bisogna smanettare un bel po’. Si deve consultare il sito alla sezione “trasparenza” e passare in rassegna l’elenco dei 675 consulenti esterni sparsi in 76 pagine.
Se non sai che c’è, non ci arrivi di sicuro. Non si trova, va detto, neppure il relativo decreto di nomina (DM 244/2015).
Il ministero precisa: “non viene richiesta la pubblicazione”. E’ un dettaglio che oltre alla “predisposizione dei Piani della comunicazione” il decreto in questione indichi “attività di supporto all’indirizzo per l’attuazione del principio di trasparenza dell’azione amministrativa, in particolare mediante la realizzazione degli Open Data”.
C’è però una scorciatoia per arrivare dritti al nome di Menichini.
Basta ordinare l’elenco per importo e voillà , salta fuori in un baleno.
E’ il nono della lista, appena dietro Ettore Incalza, il super-dirigente arrestato nell’inchiesta sulle grandi opere e poi rimosso (ma non ancora dall’elenco).
Presto sarà anche il primo: i contratti di chi lo precede, infatti, vanno in scadenza al 31 dicembre mentre il suo proseguirà per altri tre anni.
Proprio così: Menichini, diplomato al liceo classico Socrate di Roma, presto sarà il consulente più costoso di tutto il ministero.
Nulla di cui vergognarsi per il giornalista, che non è nuovo a questo tipo di incarichi. Già Bassanini e Amato hanno fatto ricorso ai suoi consigli, come racconta lo stesso Menichini presentandosi in terza persona: “È passato per qualche anno dall’altra parte della barricata occupandosi di comunicazione istituzionale al Comune di Roma e a palazzo Chigi come consigliere del presidente Amato…”.
A questo giro, però, neppure l’incaricato fa bella mostra dell’incarico. Non sul Post, dove ha una sua rubrica. Meno che mai sui suoi profili “social”, seguitissimi, dove da qualche tempo fanno capolino sparuti cinguettii che rilanciano attività e presenze del ministro: Del Rio che è qui, Del Rio che è la, che fa questo e che fa quello.
Idem per i talk politici della tv, che sempre fanno a gara per ospitarlo: non c’è volta che spenda mezzo minuto per chiarire a che titolo sia lì e parli, se di libero giornalista o di stipendiato dal governo.
Così, giusto per segnalare da che parte della barricata si trova oggi. Bastano anche un tweet o un sottopancia.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
L’IMPORTO MEDIO E’ DI CIRCA 9.000 EURO NETTI AL MESE
Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ha commentato con il sorriso sulle labbra: «Probabilmente Matteo Renzi si riferiva ai deputati. Io prendo quanto un direttore, anzi meno del direttore generale della mia Regione». Facile.
Si sa che certi burocrati guadagnano più dei politici, e non stupisce più di tanto.
Ma che il presidente del consiglio dei ministri abbia una busta paga più magra dei presidenti di Regione, come ha sibilato Renzi all’indirizzo dei governatori che ancora si lamentano per i tagli della legge di stabilità , in effetti, può lasciare di stucco chi non immagina come vanno certe cose nella politica italiana.
E magari ricorda vagamente che dopo lo scandalo del consiglio regionale del Lazio il governo Monti fece approvare una legge che avrebbe dovuto porre un limite ferreo ai compensi degli eletti regionali.
Per esempio, il presidente della Regione Toscana, che è uno dei governatori meno pagati d’Italia, ha di sicuro una indennità più alta di quella del premier.
Le Regioni forniscono generalmente i dati delle retribuzioni lorde, ma ricavare il netto, con l’aiuto di programmini di calcolo comunemente disponibili su internet, non è troppo difficile.
E il risultato, nella fattispecie, è questo.
L’indennità mensile del premier è pari a 9.566 euro e 39 centesimi lordi, corrispondente a 5.381,95 euro netti per chi risiede a Roma e a 5.425,38 euro per chi abita a Firenze.
Al governatore della Toscana spettano invece indennità tassate pari a 10.154,95 euro, per un netto di 5.678 euro e 3 centesimi.
Di più, al presidente della Regione toccano rimborsi spese forfettari, quindi non tassati, per 2.845 euro e 5 centesimi.
Il che porta il totale netto percepito ogni mese a 8.523 euro e spiccioli.
Cifra, peraltro, che risulta superiore di mille euro circa ai 7.519 euro netti che rappresentavano la somma delle indennità e dei rimborsi fino al dicembre 2012: cioè prima che i tagli imposti da Monti entrassero in vigore.
Non trovate che sia curioso?
Ma c’è ovviamente una spiegazione, per quanto poco digeribile. La legge voluta da Monti ha imposto il massimo di 11 mila euro lordi mensili alla retribuzione «onnicomprensiva» dei consiglieri regionali, mentre per i governatori il limite è stato fissato a 13.800.
Inutile dire che quasi tutte le Regioni si sono adeguate a quegli importi o ci sono andate molto vicino, anche quelle come la Toscana dove i compensi erano più bassi. Così oggi il totale lordo degli emolumenti del governatore toscano è di 13 mila euro mensili.
E non è stato l’unico a veder gonfiare la propria busta paga. In qualche caso anche grazie ad un’accorta gestione delle voci accessorie: una sforbiciatina allo stipendio e contemporaneamente una spintarella all’insù dei rimborsi.
Un gioco da ragazzi, ridurre le voci tassate e aumentare quelle senza tasse.
Per evitarlo sarebbe bastato fissare un tetto agli emolumenti netti, anzichè al lordo. Ma perchè frustrare la creatività delle nostre Regioni?
C’è il presidente della Regione Abruzzo, passato da 8.450 a 9.748 euro netti al mese. C’è quello della Basilicata, salito da 9.221 a 9.790.
C’è la presidente dell’Umbria, altra Regione tradizionalmente rossa al pari della Toscana, il cui emolumento è cresciuto da 7.604 a 8.921.
E anche la sua collega del Friuli-Venezia Giulia deve registrare un aumento simbolico: il calcolo dà oggi un netto di 8.136 euro, contro gli 8.063 di tre anni fa. Altri hanno semplicemente limitato i danni.
È il caso del presidente dell’Emilia-Romagna, che ha perso più o meno trecento euro, o di quello del Veneto, il quale ha dovuto rinunciare a 130 euro.
Botte più serie le hanno invece accusate i presidenti di Marche (-906 euro mensili), Molise (-1.527), Lombardia (-2.403), Lazio (-2.502), Sicilia (-4.444), Piemonte (-4.687) Puglia (-5.034), Sardegna (-5.606).
Ma certe paghe erano così alte che il sacrificio non è stato poi così doloroso.
Non mancano alcune incongruenze fra i nostri calcoli sul netto e le cifre dichiarate.
Il compenso netto del governatore della Campania, rimborsi compresi, che si dovrebbe attestare intorno agli 8.800 euro netti al mese contro i 10.775 del 2012; risulterebbe invece di 10.300 euro.
Idem quello del presidente della Liguria, dichiarato in 10.514 euro netti al mese contro i 9.890 calcolati; tre anni fa era di 10.841 euro, quindi più o meno come oggi.
Qualche danno collaterale l’hanno poi subito anche i vertici politici delle Province autonome di Trento e Bolzano, con tagli rispettivi di 1.777 e 2.079 euro mensili. Anche se il compenso del presidente altotesino rimane comunque ampiamente superiore al tetto dei 13.800 euro lordi mensili previsti dalla legge: tocca infatti i 19.215 euro, per un netto (10.668 euro) che supera di poco quello percepito da chi invece quel limite lo rispetta.
Per esempio il presidente della Regione Calabria: 10.493 euro. Perchè mai? Semplicissimo. I rimborsi forfetari esentasse del presidente della Provincia di Bolzano sono di 700 euro mensili, mentre quelli del governatore calabrese raggiungono 6 mila euro. Il top in Italia.
E addirittura più alti della sua indennità netta (circa 4.500 euro), facendogli scalare la classifica dei compensi dei presidenti regionali.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 5th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 1946 I PARLAMENTARI PERCEPIVANO POCO PIU’ DI UN OPERAIO… POI BALZI IN AVANTI COI GOVERNI MORO, CRAXI E DINI..LA LEGA IN TRE ANNI HA VOTATO SETTE VOLTE NO ALLA RIDUZIONE DEGLI STIPENDI
Furono i deputati dell’assemblea costituente, in particolare Pietro Longo, Luigi Einaudi, Pietro
Calamandrei, ma anche Alcide De Gasperi, a volere che il loro stipendio fosse di poco superiore a quello di un operaio e di un impiegato.
“In questo momento la gente ha sfiducia nella politica e nello svolgere il nostro mandato non possiamo lasciare che qualcuno sospetti che ci sia un interesse personale nostro”. Parole sentite più volte.
Eravamo nel 1946, l’Italia usciva da un ventennio mussoliniano e malconcia per la guerra.
Fu così che i più autorevoli deputati decisero che lo stipendio non poteva superare quelli che, al netto della rivalutazione e del cambio in euro, sarebbero oggi 1300 euro.
Un operaio allora ne guadagnava 420 e un impiegato 480.
C’era sì una differenza, ma del doppio rispetto a uno stipendio normale, non di 14 volte superiore come è oggi.
Ma, seppur mossi da buona fede, anche i deputati di allora non fecero passare troppi anni prima di diventare casta,come poi sarebbero rimasti.
Alcuni, soprattutto i comunisti, furono intransigenti. Non volevano l’aumento e fu così che iniziarono la consuetudine di lasciare i soldi al partito.
Tenevano per sè quello che era sufficiente per vivere a Roma,non un centesimo in più. All’inizio quasi il 75 per cento finiva nelle casse di via delle Botteghe Oscure. Tutto meno che casta.
Volevano dimostrare che la loro posizione non aveva niente di vantaggioso.Lavoravano alla costruzione di una Repubblica e di uno Stato che si lasciasse alle spalle tutto quello che era stato il fascismo.
Passarono gli anni, intanto, e i governi si superarono e si ripetono.
La Democrazia Cristiana era il primo partito ed era lei a dettare legge. Ma anche allora fu un governo di centrosinistra, uno dei pochi, guidato da Aldo Moro e Pietro Nenni, a volere che lo stipendio dei parlamentari fosse notevolmente superiore a quello di un impiegato.
Il 4 dicembre 1963 giurò quello che era già il diciannovesimo governo (sarebbe rimasto in carica 7 mesi e 18 giorni) formato da democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani.
Presidente del consiglio era Moro, il primo di una serie di governi che sarà chiamato a presiedere. Qualche anno prima la casta qualche privilegio se lo era già regalato, come i viaggi gratis per i parlamentari, i ministri e tutti quelli che lo erano stati.
Le prime autostrade, il carburante, ma soprattutto il treno per tutti, i wagon lits, soprattutto. Prima classe.
Il provvedimento venne sostenuto e voluto dall’allora presidente del consiglio, Antonino Segni, destinato a portare lo sfarzo anche al Quirinale dove arrivò nel 1962 per dimettersi due anni dopo.
Ma la casta fece uno scatto decisamente in avanti con il secondo governo Moro e Nenni, nel 1965: lo stipendio di un parlamentare venne equiparato a quello di un giudice presidente di corte di Cassazione.
Niente male per una classe dirigente che era entrata con l’obiettivo di mantenere un salario molto vicino a quello di un impiegato e un operaio.
In un solo giorno e per decreto gli stipendi diventarono cinque volte superiori a quello degli statali e otto volte rispetto agli italiani che lavorano in fabbrica a un già indebolito boom economico.
Da quel momento fu un continuo crescere.
Le spese telefoniche , gli assistenti, i voli di linea gratis. La casta si blindò anche per il futuro: i privilegi furono garantiti anche al termine del mandato.
Venne aperto anche uno sportello bancario del Banco di Napoli, attivo ancora oggi, alla Camera dei deputati, che offriva condizioni molto vantaggiose rispetto a un qualsiasi altro istituto di credito.
Per garantirsi la non troppa pubblicità la stessa banca diede il diritto anche ad alcuni esterni, per esempio i giornalisti, che anche oggi possono godere di tassi d’interessi identici a quelli dei deputati.
Come se non bastasse il resto arrivarono anche gli anni di Bettino Craxi, il segretario del Psi divenuto leader indiscusso del Caf, l’alleanza tra lui, Andreotti e Forlani, dove il privilegio personale dei politici era ormai smaccato e la puzza delle tangenti si sentiva lontano chilometri.
Ben prima del 1992 e dell’inchiesta Mani Pulite. L’Italia era già un Paese consapevolmente corrotto: per un imprenditore lavorare voleva dire pagare tangenti Ma se i soldi andavano ai partiti col sistema poi smascherato dai magistrati di Milano, è nel 1995, quando presidente del consiglio è Lamberto Dini, tra la prima crisi del governo Berlusconi e un non ancora eletto Romano Prodi, che i parlamentari arrivarono a guadagnare 16.686 euro al mese.
In quell’anno gli operai guadagnano in media 1180 euro al mese e gli impiegati non arrivano a 1400.
La casta è assolutamente blindata e la discesa a Roma dei leghisti serve a poco: gridano Roma ladrona, ma quando si affacciano i aula i primi provvedimenti per la riduzione degli stipendi loro votano no.
Per sette volte nell’arco di tre anni.
Poco ha potuto la sbandierata spending review voluta da Mario Monti: gli stipendi sono scesi dopo oltre mezzo secolo di crescita, ma siamo sempre a un divario rispetto all’italiano medio incolmabile. Nonostante tutte le buone intenzioni che avevano mosso i padri costituenti.
Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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