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GERONIMO LA RUSSA COLLEZIONA POLTRONE: ORA E’ ANCHE NEL CONSIGLIO DIRETTIVO DELL’ACI

Dicembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

IL FIGLIO DI IGNAZIO DIVENTA PRESIDENTE DI UNA CONTROLLATA DELL’ACI CHE A SUA VOLTA HA DEBITI PER OLTRE 300.000 EURO E UN BILANCIO IN PASSIVO

Per Geronimo La Russa una poltrona tira l’altra.
A fine ottobre il primogenito dell’ex ministro Ignazio La Russa è entrato nel consiglio direttivo dell’Aci di Milano ed è stato nominato presidente della controllata Acm Services.
Una mossa a sorpresa dopo che, nel luglio scorso, Geronimo non aveva potuto presentarsi alle elezioni tra i soci del club nella lista capitanata dall’ex pilota Ivan Capelli, che poi è diventato presidente.
Tutta colpa di un cavillo: aveva rinnovato la tessera in ritardo.
È comunque bastato attendere qualche mese: a ottobre La Russa è stato cooptato come nuovo consigliere fino al 2018 ed è finalmente diventato presidente.
Non direttamente dell’ente che gestisce il circuito di Monza, ma della controllata Acm Services, che gestisce un parcheggio in piazza San Babila e si occupa di servizi come i corsi di recupero dei punti della patente
La società  ha chiuso il bilancio 2013 in rosso per 18 mila euro e con 323 mila euro di debiti, perchè la crisi del mercato automobilistico pesa anche sulla richiesta di assistenza per le pratiche.
Ora a risolvere i guai ci penserà  Geronimo. Che conosce molto bene l’Aci meneghino, di cui era stato vicepresidente dal 2010 al 2012.
Venne costretto a dimettersi dal decreto Monti che vietava i doppi incarichi agli amministratori (preferì conservare il posto nella Premafin dei Ligresti).
Ma le poltrone tornano.

Camilla Conti
(da “L’Espresso”)

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LOMBARDIA, I VITALIZI DEGLI EX CONSIGLIERI INDAGATI, IMPUTATI E CONDANNATI

Dicembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

A NICOLI CRISTIANI (FORZA ITALIA), EX VICE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE VANNO 51.191 EURO L’ANNO… A FILIPPO PENATI (PD) EX PRESIDENTE DELLA PROVINCIA, 13.651 EURO… AL LEGHISTA STEFANO GALLI 33.783 EURO

Indagati, imputati e condannati. Ci sono anche loro nella lista dei 230 ex consiglieri regionali della Lombardia che si trovano nel conto in banca un bel gruzzoletto, grazie ai vitalizi che pesano sulle casse pubbliche del Pirellone per più di 600mila euro al mese.
Dai 51.191 euro lordi all’anno di Franco Nicoli Cristiani, l’ex vice presidente del consiglio di Forza Italia che ha patteggiato due anni di reclusione nel procedimento sulle tangenti per la licenza della discarica di amianto di Cappella Cantoni, si passa ai 34.082 euro dell’ex assessore Domenico Zambetti, a processo per voto di scambio nell’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia.
Dai 13.651 euro di Filippo Penati, l’ex presidente della provincia di Milano alla sbarra per il “sistema Sesto”, ai 33.786 euro dell’ex capogruppo della Lega al Pirellone, Stefano Galli, imputato per le spese dei gruppi consiliari, tra cui quelle finite a finanziare le nozze di sua figlia, e già  condannato dalla Corte dei conti per danno erariale.
Ora i nomi di chi è stato beneficiato dai versamenti nel 2013 ci sono tutti e vanno ad aggiungersi a quelli pubblicati già  in passato, tra cui il presidente di Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti (57.395 euro lordi), il primo presidente della Lombardia Piero Bassetti (28.697), l’ex leader sessantottino Mario Capanna (37.919), Carlo Ripa di Meana (28.697), il presidente della Fondazione Fiera Milano Benito Benedini (27.977) e l’ex tesoriere del Carroccio Alessandro Patelli (46.641), che ai tempi di Mani Pulite, giusto per tornare a parlare di giustizia, si diede del “pirla” per avere incassato 200 milioni di lire dai proprietari di Enimont.
L’elenco completo è stato pubblicato sul sito della regione in seguito all’approvazione della legge che due mesi fa ha portato a un taglio del 10% ai vitalizi.
Taglio contro cui, questo è certo, alcuni dei privilegiati hanno già  messo al lavoro i propri avvocati per mettere nero su bianco un bel po’ di ricorsi.
Continuando a scorrere l’elenco si trovano poi l’ex ras della sanità  pavese Gian Carlo Abelli (43.001 euro lordi nel 2013), i ciellini Antonio Simone (59.154) e Giuglio Boscagli (33.786), rispettivamente vecchio amico e cognato di Roberto Formigoni, entrambi rimasti coinvolti in inchieste relative all’era dominata dal Celeste, Romano La Russa (22.262), il presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia (57.395), l’ex sindaco di Milano Giampiero Borghini.
E tanto per rimanere a Palazzo Marino, l’attuale assessore comunale Daniela Benelli (50.054), il consigliere Roberto Biscardini (65.979), l’uomo di Pisapia per l’Expo, Giovanni Confalonieri (20.476).
Il record? Con 75.838 euro ce l’ha Luciano Valaguzza, anche lui Comunione e liberazione.

Luigi Franco

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ABRUZZO, PER I CONSIGLIERI UN REGALO DI 60.000 EURO A TESTA COME ANTICIPO DEL TFR SENZA GIUSTIFICAZIONE

Novembre 25th, 2014 Riccardo Fucile

SCOPPIA IL CASO E IL PRESIDENTE BLOCCA TUTTO: “IO NON C’ERO”

In Abruzzo, il regalo di Natale, i consiglieri regionali se lo sono già  fatto.
Pochi giorni fa hanno approvato la modifica alla legge che permette loro di   percepire in anticipo l’indennità  di fine mandato (Tfr), direttamente in busta paga.
Più di 60 mila euro a testa che da oggi possono intascare senza alcuna giustificazione e in ogni momento.
O meglio, per citare esattamente il testo ritoccato, “in qualsiasi tempo”.
Sono bastate un paio di righe aggiunte all’articolo 2 della norma in questione (la 40 del 2010), per dare il via libera a un provvedimento per lo meno fuori luogo, visti i tempi e la difficile situazione economica che si trovano ad affrontare gli abruzzesi.
Un privilegio che i politici si sono concessi nel più totale riserbo, proprio mentre la Regione ha problemi finanziari così seri da rischiare di non poter pagare neppure gli stipendi ai lavoratori. Una mossa, quella per ottenere il Tfr anticipato, che è stata inserita addirittura “fuori sacco”, cosa che avviene quando l’argomento ha un’urgenza tale da essere discusso anche se non è all’ordine del giorno.
Ma il regalo di Natale che si sono fatti i consiglieri regionali abruzzesi, non è piaciuto alla gente. La notizia pubblicata sull’ultimo numero de L’Espresso ha fatto velocemente il giro della rete sollevando clamore e indignazione, e a fare marcia indietro è stato lo stesso presidente della Regione, Luciano D’Alfonso (Pd). “Non promulgherò questa legge fino a revoca”, afferma, “io non c’ero il giorno in cui l’hanno approvata”.
E D’Alfonso, che in campagna elettorale tuonava contro i provvedimenti “fuori sacco”, oggi si ritrova una patata bollente tra le mani. “Si tratta di una norma intrusa”, dichiara, “che non era nel programma e che non ha ragione di esistere”.
Qualche problema allora potrebbe sorgere con la maggioranza di governo, che lo stesso D’Alfonso non sa come giustificare se non con un senso di tardivo pentimento: “E’ stata fatta un’operazione di valutazione leggera, penso se ne siano pentiti”.
Ora, il governatore si trova a dover affrontare una situazione di conflitto con l’assemblea.
In effetti, stando allo Statuto della Regione Abruzzo, la legge va promulgata entro venti giorni dal presidente della Regione e non è prevista la “non promulgazione”.
Ma lui assicura, “non andrò avanti, io questa legge non la promulgo”.
Intanto, fa discutere anche l’atteggiamento della minoranza che ha votato compatta a favore.
Ad astenersi sono stati solo i 5Stelle.
Un atteggiamento condiviso che, grazie al metodo del fuori sacco, ha permesso ad una modifica del genere di rientrare a margine di provvedimenti seri, come i contributi destinati al credito agrario e quelli alla provvidenza in favore delle famiglie abruzzesi.
In questo calderone è stato inserito l’emendamento-privilegio, presentato dal vice presidente del Consiglio regionale, Lucrezio Paolini (Idv), e accolto con sorniona benevolenza dall’assise.

Melissa Di Sano
(da “il Fatto Quotidiano“)

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VOLI DI STATO, UN PILOTA A LA7: “SALGONO AMICI E PARENTI PER ANDARE ALLE SAGRE”

Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile

“HO TRASPORTATO CENTINAIA DI POLITICI E LORO AMICI, LEGITTIMI SOLO IL 5% DEI VOLI”

“Per semplice comodità  personale alcune autorità  hanno utilizzato i voli di Stato. Oltre alla personalità  stessa, si sono imbarcati anche: familiari, parenti, amici e così via e questa è una prassi piuttosto consolidata”.
A rivelarlo alla cronista Monica Raucci de ‘La Gabbia’ (La7) è un pilota degli aerei preposti ai voli di Stato.
L’interlocutore (protetto da anonimato) aggiunge anche: “Gli scopi illegittimi? Innumerevoli volte per ricongiungimenti familiari o per sagre varie, ho trasportato delle personalità ”.
E ancora: “Ho trasportato un centinaio di politici in questi anni su voli di Stato. Bene, legittimi saranno stati un 5 per cento“.
Una dichiarazione che si inserisce in un momento di polemica dopo il caso del “volo di Stato” per riportare a casa il ministro Pinotti.
Una prassi che sembrerebbe non un caso isolato, ma un uso disinvolto delle strutture statali per fini non certo catalogabili come istituzionali.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA RESA DEL MINISTRO ALLO STRAPOTERE DEI BUROCRATI

Novembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

PER RENZI ERA “LA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE”, MA AL DI LA’ DEI PROCLAMI, NON E’ CAMBIATO NULLA

Siamo condannati all’ergastolo dei commi «36-sexiesdecies» e delle «panie della scepsi»?
Pare di sì, a leggere la lettera del ministro della Semplificazione Marianna Madia. Secondo la quale contro i deliri psicopatici del burocratese si può usare solo «una sorta di moral suasion dei ministri nei confronti degli uffici legislativi».
Ma come: siamo passati dalla «violenta lotta alla burocrazia» alla soave moral suasion? Auguri.
Era un martello pneumatico, Matteo Renzi. Ringhiava che «il vero capo del governo è la burocrazia». Denunciava l’incubo di «una sabbia mobile che è la burocrazia» dalla quale «o si ha il coraggio di uscire o il Paese è condannato al declino».
Definiva quella contro la burocrazia «la madre di tutte le battaglie»…
Ed ecco che pochi mesi dopo, rispondendo al Corriere Economia reo d’aver beccato sulla Gazzetta Ufficiale una leggina che correggeva al volo un’altra pubblicata sullo stesso numero, la «Giovanna d’Arco» scelta per la guerra riconosce – sul Corriere della Sera di ieri – che sì, certo, «servono meno leggi» e «più chiare, scritte meglio, comprensibili da tutti i cittadini» ma tutto ciò che un governo può fare è spiegare ai burocrati che devono sburocratizzarsi…
Campa cavallo…
Come scriveva molti decenni fa Max Weber, «ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità  della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni».
Perchè mai i nostri alti burocrati, che secondo l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli sono i più pagati al mondo, dovrebbero aprire l’accesso ai labirinti dei quali solo loro conoscono l’ingresso e l’uscita?
Quello è il loro potere: essere incomprensibili.
Lo spiegò tempo fa Pietro Ichino sventolando a Palazzo Madama la legge che i senatori stavano votando: «Questo testo è letteralmente illeggibile (…) Credo che in Aula, in questo momento, non ci sia una sola persona in grado di dirci che cosa voglia dire».
E così, al di là  dei proclami, andiamo avanti. Senza un segnale di rottura. Di smarcamento. Di rivolta contro il dominio dei «gabinettisti».
Lo prova il decreto che ha convocato gli ultimi esami di maturità : 55 «visto» e «vista» (cinquantacinque!) prima di venire al nocciolo.
Lo conferma il decreto sui contributi allo spettacolo dal vivo che chiede ad attori e violinisti, trapezisti e domatori di tigri di risolvere una formula pazzesca di 31 elementi impossibile non solo da risolvere ma perfino da leggere, manco fosse un ideogramma cinese, per chi non abbia dottorati in matematica.
Lo ribadiscono i calcoli cervellotici pretesi da certi Comuni per la Tasi: puro disprezzo per i cittadini.
La prova del nove è però il decreto «Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari» della stessa Marianna Madia.
Che, semplificando semplificando, firma leccornie come questa: «Art. 21-bis. (Riorganizzazione del ministero dell’Interno). — 1. In conseguenza delle riduzioni previste dall’articolo 2, comma 1, lettere a) e b), del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, da definire entro il 31 ottobre 2014, il ministero dell’Interno provvede a predisporre, entro il 31 dicembre 2014, il decreto del presidente del Consiglio dei ministri di cui all’articolo 2, comma 7, del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, e successive modificazioni…».
Fateci capire: è questa la semplificazione?
C’era una legge del 2001 che ordinava ai dipendenti pubblici di usare «un linguaggio chiaro e comprensibile». Macchè: avendo «l’interesse a rendere il funzionamento dei loro uffici il più opaco e complicato possibile, in modo da essere i soli a poterli far funzionare» (copyright Alberto Alesina e Francesco Giavazzi) gli azzeccagarbugli han tirato dritto. Ignorando la regola.
Finchè Filippo Patroni Griffi ha deciso di abolire la legge: tanto, non la rispettava nessuno…
Bel modo di governare: nessuno rispetta il rosso? Aboliamo il semaforo!
Ed ecco al Policlinico di Napoli spuntare in un avviso pubblico il termine «elasso» che, abbandonato da secoli, non c’è più nei dizionari.
E il Comune di Farini, Piacenza, deliberare che «considerata la situazione descritta nei prolegomena…».
E il segretario comunale di Ariano Irpino spedire lettere che si avvitano sulle «panie della scepsi» o frasi tipo «è meridianamente epifanica l’indifferenza contenutistica»… Ma può un Paese reggere a una crisi così se la società  intera, imprese e cittadini, scuola e famiglie affogano in questo pantano?
Se il vincolo su un pitosforo a Messina porta via 2.650 giorni cioè il doppio di quelli necessari ai cinesi per fare il ponte di Donghai, 32 chilometri a otto corsie in mezzo al mare?

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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QUELL’AEREO-TAXI DI STATO INGUAIA LA PINOTTI

Novembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

I TABULATI DELL’ENAS CONFERMANO: IL PIANO DEL FALCON 50, PARTITO DA CIAMPINO PER GENOVA, CAMBIATO “SU MISURA” PER IL MINISTRO

Nuovi documenti mettono in serio imbarazzo Roberta Pinotti per il volo militare del 5 settembre del 2014 sulla rotta Roma-Genova, dove il ministro della Difesa risiede.
Il Tg de La7 ha mostrato i documenti inediti dei piani di volo presenti nel cervellone dell’Ente Nazionale Assistenza al Volo dal quale risulta che il piano del Falcon 50 che quella sera ha riportato il ministro a casa da Ciampino è stato cancellato alle 18 e 04 e riscritto alle 18 e 06 in concomitanza dell’orario del decollo stimato dell’Airbus del premier Renzi da Firenze, sul quale c’era Roberta Pinotti.
In pratica il piano di volo del Falcon 50, che teoricamente doveva essere in missione di addestramento, non sembrava ritagliato su misura delle esigenze dei piloti bensì su quelle dell’unico passeggero civile: Roberta Pinotti
Al ministero della Difesa preferiscono non commentare i documenti mostrati nel servizio tv di ieri. Il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, su specifica richiesta dei giornalisti (‘Il ministro Pinotti è indagato? ‘) ieri ha replicato: “Su questa vicenda non commento”.
Eppure la vicenda del volo di addestramento usato dalla Pinotti per tornare a casa la sera del 5 settembre al ritorno dal vertice Nato in Galles, al quale Pinotti aveva partecipato insieme all’allora collega degli esteri Federica Mogherini e a Renzi, meriterebbe maggiore attenzione.
I due documenti che avevamo pubblicato a corredo degli articoli del 25 e 26 settembre scorsi dimostravano già  che quel volo Roma-Genova ancorchè trattato dal punto di vista dei permessi come un normale volo di addestramento aveva caratteristiche particolari
Se Roberta Pinotti avesse voluto usufruire dello stesso aereo la stessa sera seguendo le regole previste per tutti i ministri dalle norme e direttive introdotte prima da Berlusconi e poi da Monti e Letta sarebbe dovuta passare dalla Presidenza del Consiglio.
Il volo però le sarebbe stato negato. Infatti: “I voli di Stato devono essere limitati al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato, al presidente del Consiglio dei ministri, al presidente della Corte costituzionale” e “eccezioni rispetto a questa regola devono essere specificamente autorizzate” inoltre, “una volta autorizzato il volo si procede alla pubblicazione, con cadenza mensile, sul sito internet della Presidenza del Consiglio dei ministri”
Quella sera il ministro della Difesa aveva evitato lo stop della normativa, la noia della richiesta e della pubblicazione del volo-taxi grazie a una gentilezza dell’Aeronautica che le aveva offerto un passaggio su uno dei suoi voli di addestramento. Effettivamente l’Aeronautica dispone di una sorta di ‘tesoretto’ di ore di volo di addestramento perchè i piloti, per mantenere i brevetti, devono volare un tot all’anno. Si dice che non solo i politici ma anche i generali usufruiscano di questo benefit
Il volo del 5 settembre aveva una missione prioritaria: aspettare il rientro della Pinotti da Cardiff per poterla portare a casa.
Il 26 settembre avevamo pubblicato la ‘nota del giorno’ del 31° stormo dell’Aeronautica, che si occupa dei voli di Stato, dal quale risultava che il Falcon 50 quella sera stava a Ciampino fermo sulla piazzola come un taxi. C’era scritto: “Decollo successivo all’atterraggio del volo Iam 9002 – Equipaggio in tuta da volo”
In pratica il Falcon 50 non sarebbe dovuto partire prima dell’atterraggio dell’Airbus 319 che, dopo avere scaricato Renzi a Firenze, sarebbe atterrato a Ciampino di ritorno dal Galles. Il Tg7 ha aggiunto un ulteriore tassello alla ricostruzione di quello che è accaduto quella sera: il piano di volo del Falcon 50 è stato cambiato in funzione delle esigenze di rientro a casa del ministro Pinotti quella sera
I piani di volo sono compilati dagli operatori a terra del 31° stormo sulla base delle indicazioni dei piloti.
Possono essere aggiornati più volte prima del decollo e tutte le modifiche sono presenti nei terminali dell’Enav.
Alle 15 e 09 l’operatore inserisce il piano di volo dell’Airbus presidenziale con a bordo Renzi e i ministri Pinotti e Mogherini.
È un vero volo di stato e si prevede la partenza alle 15 e 30. Alle 15 e 41 viene inserito anche il piano di volo del Falcon, teoricamente non è un volo di stato ma è un volo di addestramento però si prevede il decollo alle 19 e 30 da Ciampino.
Come risulta dalla nota del giorno pubblicata dal Fatto a settembre ‘dopo l’atterraggio’ dell’Airbus. Poi l’ Airbus ritarda.
Il piano di volo dell’Airbus in partenza da Cardiff viene cambiato alle 15 e 44. Il decollo previsto slitta alle 15 e 50. Tre minuti dopo l’inserimento del cambiamento del volo da Cardiff a Firenze, cambia ovviamente anche il piano di volo dello stesso aereo Airbus A319 presidenziale per la tratta Firenze-Roma Ciampino.
Il volo che a quel punto ospiterà  solo i ministri Pinotti e Mogherini è previsto in partenza alle 18 e 5 minuti, non più alle 17 e 45.
In realtà  l’Airbus tarda un po’ a Firenze, quando scende Renzi. Il decollo reale sarà  alle 18 e 23 con atterraggio a Roma alle 18 e 46 minuti.
Quando l’aereo è pronto a decollare e si può stimare bene l’orario, l’operatore cambia il piano di volo del Falcon che aspetta il ministro Pinotti.
Alle 18 e 4 minuti il vecchio piano di volo è cancellato del tutto. E alle 18 e 6 minuti (17 minuti prima del decollo reale da Firenze dell’Airbus e solo un minuto dopo quello stimato inizialmente) l’operatore inserisce finalmente il piano di volo definitivo del Falcon con partenza non più alle 19 e 30 ma alle 19.
In pratica il volo è anticipato di una mezzora in modo che, se il ministro arriva prima da Firenze, non bisogna farla aspettare sulla piazzola di Ciampino.
Alla fine il volo ‘di addestramento’ con il ministro Pinotti parte alle 19 e 22 e arriva alle 20 e 05.
Gli orari dei tabulati sono tutti riferiti al meridiano di Greenwich. Quindi, calcolando il fuso e l’ora legale, devono essere posticipati di due ore per avere gli orari reali.
Il ministro Pinotti quella sera è arrivata a Genova alle 22 e 5 minuti.
Grazie all’Aeronautica che ora ha querelato i paramentari M5S che hanno osato presentare un esposto alla Procura dopo l’interrogazione parlamentare su questa vicenda.

Marco Lillo
(da “il Fatto”)

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TROMBATI IN RIVOLTA: LA FALANGE DEGLI EX A DIFESA DEL VITALIZIO

Novembre 18th, 2014 Riccardo Fucile

SONO 3.200, COSTANO 170 MILIONI L’ANNO ALLE REGIONI, HANNO LE LORO ASSOCIAZIONI (SOVVENZIONATE) E ORA DIFFIDANO I CONSIGLI: “NIENTE TAGLI O FAREMO RICORSO OVUNQUE”

“Resistere in giudizio ovunque”, come — aggiungeremmo noi — su un’immaginaria linea del Piave.
Ecco, magari Stefano Arturo Priolo, nonostante il doppio nome, non è Francesco Saverio Borrelli, ma con non meno pathos dell’ex Procuratore capo di Milano arringava la folla a fine ottobre: questo scempio accade “per la prima volta nella storia” e per di più “in un clima mediatico torbido”.
Il lettore si chiederà  giustamente quali oscure forze, quale complotto stesse denunciando il Priolo: detto in maniera un po’ volgare, il taglio dei vitalizi per gli ex consiglieri regionali (compreso chi, e non sono pochi, ha pure il vitalizio parlamentare).
Il nostro, d’altronde, ha il dovere per così dire istituzionale di non far passare lo straniero sul suo Piave.
Dagli anni 90 è il presidente dell’associazione degli ex politici regionali calabresi e da un bel po’ pure di quella nazionale: una piccola falange di 3.200 (ex) eletti che incassa 170 milioni di euro l’anno.
Un tesoretto che ora rischia di essere pesantemente decurtato: la Conferenza Stato-Regioni, infatti, il 10 ottobre ha votato un odg che chiede tagli pesanti.
Giammai, dice Priolo, toccherete “giusti e legittimi diritti acquisiti”. Mica si fa così, che poi uno si rimangia la parola.
E dunque “resistere in giudizio ovunque”, dall’Alpi al Lilibeo, dal Manzanarre al Reno.
Siccome, però, si tratta pur sempre di (ex) uomini delle istituzioni, si tenta di evitare lo scontro.
L’associazione degli ex ha dunque inviato una lettera-diffida ai presidenti dei Consigli regionali: abbiamo un pacco di pareri legali e qualche sentenza della Consulta che ci danno ragione, guai a voi se tagliate.
Segue maledizione biblica: “Il contenzioso giuridico finirà  per ricadere” su di voi (“posizioni puramente demagogiche e includenti porteranno a maggiori costi per le Regioni”).
La cosa curiosa è che le regioni si ritroveranno a lottare contro pareri di giuristi (tra i quali, ad esempio, quello autorevolissimo dell’ex presidente della Consulta Piero Alberto Capotosti) che hanno pagato loro: la sezione calabrese dell’Associazione degli ex parlamentari, per dire, prende 103mila euro l’anno dal Consiglio, quella siciliana all’ultimo dato disponibile 45mila, i veneti 30mila fino a quest’anno (ora basta, però).
Non solo: anche le sedi di queste simpatiche associazioni sono graziosamente messe a disposizione dalle regioni.
Insomma, la lobby del vitalizio vive fianco a fianco coi politici in attività , in attesa che anche loro divengano ex e si uniscano alla causa.
Fa ridere, ma non troppo.
Parliamo di gente di territorio, spesso capace di portare voti e prendere preferenze. Nel Lazio la platea interessata è ad oggi di 270 ex consiglieri che costano 20 milioni l’anno (in Sicilia la stessa cifra se la spartiscono in     207) tra cui l’ex governatore Piero Badaloni e Isabella Rauti, figlia di Pino e moglie di Gianni Alemanno: li guida Enzo Bernardi, assessore del fu Pri nei lontani anni 80.
In Friuli Venezia Giulia, dove si spende la bellezza di 9 milioni per 230 beneficiari, guida la falange il leghista Guido Arduini: “Sembra quasi che l’unico cruccio di questo Paese siano i vitalizi”, è quello che un ottimista chiamerebbe il suo pensiero sul tema.
In Trentino Alto Adige, invece, la faccenda è più complicata: basti dire che in 130 si sono spartiti un assegnone da 90 milioni.
Ora che le province autonome ne chiedono indietro un pezzo, però, l’orgoglioso germanofono della Sà¼dtiroler Volkspartei, Franz Pahl, replica in buon italiano: “Non accetto espropri”.
Nell’operoso Veneto, invece, la regione paga 11,2 milioni a 140 ex consiglieri e un altro milione e mezzo agli eredi di quelli purtroppo passati a miglior vita: il Consiglio in carica, al cospetto, è un consesso di frati trappisti visto che costa solo 9 milioni. Con quei soldi, per dire, gli ex nel 2012 chiesero un parere tecnico contro il taglio dei vitalizi a Maurizio Paniz, all’epoca deputato Pdl e retore d’aula talmente immaginifico che convinse la Camera che Ruby Rubacuori era davvero nipote di Hosni Mubarak.
Solo il meglio per gli ex consiglieri, che d’altronde già  sopportano il prefisso che rende eterno il dramma della decadenza , della trombatura.
Nel disastrato Piemonte se ne vanno 8 milioni per 170 eletti dantan (li guida l’ex potente comunista subalpino Sante Bajardi), in Toscana 4,6 milioni vanno a 157 beneficiari, tra cui il presidente degli ex consiglieri, Angelo Passaleva, medico, professore universitario, ex Dc devoto al sindaco-santo La Pira, che esercita modestia e austerità  con un assegno da 3.500 euro al mese.
In Lombardia invece c’è l’ex migliorista del Pci Luigi Corbani, oggi direttore generale dell’orchestra Verdi: “Ho un vitalizio di 2.000 euro senza adeguamento Istat”, ha tentato di farsi compatire una volta.
Uomo saldo e fiducioso nel futuro, come ogni migliorista che si rispetti: “Vinceremo al 99,9%”, è il suo parere sui ricorsi.
Nel piccolo e indebitato Molise sono un’ottantina i percettori di vitalizio per un esborso di 3 milioni l’anno, stessa cifra all’ingrosso che spende la Basilicata, che però non ha pubblicato la lista dei beneficiari.
Gli anonimi assegnisti possono stare tranquilli: li guida la mano sicura dell’avvocato Gabriele Di Mauro, già  socialista, che da direttore dell’Agenzia regionale per le erogazioni in agricoltura nel 2009 è stato condannato dalla Corte dei Conti per un danno erariale da 45mila euro.
Non bastasse lui, c’è sempre l’ottimo Priolo: “L’odg che chiede di tagliare i vitalizi? Siamo contrari per ragioni di metodo e di merito”.
Così parla uno statista.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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VOLO BLU DELLA PINOTTI, DUE PROCURE AL LAVORO: “PECULATO D’USO”

Novembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

IL FALCON CHE RIPORTà’ A CASA IL MINISTRO NEL MIRINO DEI PM

Due procure — ordinaria e militare — vogliono fare chiarezza sul caso del “volo di Stato” con cui, il 5 settembre scorso, il ministro della Difesa Roberta Pinotti raggiunse la Liguria, dove abita, dall’aeroporto di Roma Ciampino.
Il Fatto aveva pubblicato un articolo sulla vicenda il 25 settembre raccontando di come il ministro, ritornando da un vertice Nato, aveva rinunciato al volo di linea per Genova utilizzando un Falcon “in volo di addestramento”.
Dopo la denuncia presentata dai parlamentari M5S (che hanno fatto un esposto anche alla magistratura contabile), il procuratore aggiunto di Roma, Francesco Caporale e il sostituto Roberto Felici hanno avviato un procedimento, al momento contro ignoti, nel quale ipotizzano il reato di peculato d’uso.
Indaga pure il procuratore militare di Roma Marco De Paolis: anche in questo caso si procede contro ignoti e l’inchiesta è finalizzata ad accertare la sussistenza di eventuali reati militari.
Nell’esposto depositato in Procura i pentastellati sostengono che il ministro Pinotti abbia usato un Falcon 50 dell’Aeronautica militare per farsi accompagnare a casa, a Genova, approfittando di un volo di addestramento programmato dal 31° stormo dell’Aeronautica.
“Abbiamo fatto il nostro dovere”, ha scritto su Facebook, ieri, il parlamentare del M5S Alessandro Di Battista, annunciando l’iniziativa.
“Abbiamo scritto atti parlamentari su questa vicenda (due interrogazioni, ndr) — ha proseguito — ai quali il ministro non ha risposto. Non sono i 3.600 euro che quel volo costa ogni ora. Il problema è il loro, costante, abuso di potere. Il loro sentirsi invulnerabili, intoccabili, differenti da noi cittadini. Auguri ministro”.
In una nota il ministero della Difesa sostiene che quello preso dal ministro “è stato un volo del tutto legittimo, come sarà  puntualmente chiarito in ogni sede, compresa quella parlamentare”.
Si tratta, per la Difesa, di “un volo addestrativo che non ha comportato alcun maggior onere ma, al contrario, ha determinato un risparmio per l’erario”.
Anche l’Aeronautica militare ha parlato di “un volo di routine, addestrativo”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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POTERI (QUASI) FORTI CHE IMBARAZZANO RENZI

Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

IL FINANZIERE, L’AMICO D’INFANZIA IN AFFARI, L’AMERIKANO E MISTER PRADA

Davide Serra. Il finanziere che guarda a Mps e non ama gli scioperi

Pier Luigi Bersani aveva definito Davide Serra, fondatore del fondo di investimento Algebris, un “bandito delle Cayman”.
In effetti nella costellazione societaria di Algebris c’è anche una società  basta nel paradiso fiscale che fa da appoggio a molte società  britanniche.
Serra ha querelato Bersani ma, come rivelato dall’Espresso, il pm di Milano Luigi Orsi ha chiesto e ottenuto l’archiviazione.
Dalla Leopolda Serra ha criticato l’eccesso di scioperi in Italia

Marco Carrai. L’amico d’infanzia sempre più in affari tra Firenze e Israele
Lui dice di essere soltanto un piccolo imprenditore fiorentino, ma essere amico del premier da sempre ha reso Marco Carrai un personaggio sempre più ambito.
Al suo matrimonio c’erano top manager e ambasciatori (chissà , forse nella speranza di incontrare Renzi). Negli ultimi mesi interviene spesso sui giornali con editoriali su Israele, paese al quale è legato da amicizie (inclusa quella con il falco americano Michael Ledeen) e affari

Sergio Marchionne. Lo spot a Detroit, il piano ”Fabbrica Italia” è un ricordo
In passato tra Renzi e Sergio Marchionne, ad di Fiat Chrysler, ci sono state tensioni.
Oggi sono l’uno il testimonial dell’altro, a Roma, a Torino come a Detroit. Il manager ha da tempo stracciato il piano di investimenti “Fabbrica Italia” e si concentra all’estero.
Il governo lo supporta e sta anche avallando una improbabile cordata che deve rilevare lo stabilimento di Termini Imerese di cui finalmente la Fiat potrà  liberarsi.

Patrizio Bertelli. Mister Prada alla Leopolda e l’accusa di evasione fiscale
Sul palco della Leopolda, a Firenze, l’amministratore delegato di Prada Patrizio Bertelli è stato molto applaudito.
Chissà  se il pubblico sapeva che il manager e azionista con moglie Miuccia della casa di moda ha da poco pagato 400 milioni al fisco per regolarizzare la posizione del suo gruppo.
E comunque è ancora indagato per evasione fiscale dalla Procura di Milano: l’accusa è di aver “esterovestito” le società  del gruppo per pagare meno tasse in Italia.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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