Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
SOTTOSEGRETARI FARAONE E DE MICHELI, UNA POLTRONCINA ANCHE ALL’ALFANIANO D’ASCOLA
La sconosciuta 32enne Lia Quartapelle ministro degli Esteri, i democratici Davide Faraone e Paola De Micheli sottosegretari all’Istruzione e all’Economia, l’alfaniano Nico D’Ascola al fianco di Lupi alle Infrastrutture.
A meno di colpi di scena dell’ultima ora,, i bookmakers di Palazzo Montecitorio e dintorni si sbilanciano in questa direzione.
L’ipotesi di un mini-rimpasto al momento è stata archiviata ma il capo dell’esecutivo punta a ricoprire le caselle vacanti da settimane per non mutare gli equilibri della coalizione di governo.
Del resto, come spiega a ilfattoquotidiano.it una fonte del Pd, “il Nuovo Centrodestra è a un bivio: o entra nel partito della Nazione o torna con Berlusconi. Ma il Cavaliere gli ha chiuso le porte, quindi non hanno alternative. E il primo vero test sarà quello delle prossime regionali…”.
Ecco perchè il capo del governo riserverà un trattamento “speciale” al partitino di Angelino Alfano, mantenendo l’attuale delegazione al governo e addirittura nominando il professore di diritto penale e senatore Ncd, Nico D’Ascola, sottosegretario al ministero dei Traspori e delle Infrastrutture.
Un modo come un altro “per ringraziarlo” perchè D’Ascola, candidandosi come terzo polo a governatore della Calabria, “spianerà la strada della vittoria al Pd Mario Oliverio”.
Rumors a parte, è probabile che la questione governo, con l’innesto di 4-5 sottosegretari e un nuovo ministro degli Esteri, debba prima passare da un colloquio con il presidente Giorgio Napolitano.
Eppure in queste ore, nonostante la decisione debba essere concertata con il Quirinale, si susseguono incontri tra la cerchia stretta di Renzi, le svariate anime del Pd e i partitini che sostengono l’esecutivo.
L’idea è quella di mantenere l’equilibrio di genere, ovvero il cosiddetto “metodo Renzi”, favorendo quindi una donna per la casella della Farnesina: dal primo novembre Federica Mogherini rivestirà infatti il ruolo di Alto commissario per la politica estera dell’Unione Europea.
In prima istanza, infatti, sembrava fosse fatta per la vicepresidente della Camera Marina Sereni. Un nome che non scontenterebbe nessuno, essendo “la Serena” franceschiniana e quindi renziana, ma di estrazione comunista: si iscrisse da giovanissima alla Fgci, poi al Pci, seguendo passo dopo passo l’evoluzione della sinistra italiana e potendo annoverare nel lungo curriculum anche quello di responsabile esteri della segreteria dell’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino.
Da circa un anno la 54enne di Foligno si è avvicinata alla galassia dell’ex sindaco di Firenze, al punto da sostenerlo alle primarie di fine 2013 e perfino partecipando alla Leopolda del 2013 e del 2014.
Ma nelle ultime ore starebbe perdendo quota il nome dell’attuale vicepresidente della Camera perchè ai piani alti del Palazzo si ragiona più sull’effetto sorpresa, caratteristica della narrazione renziana, e quindi su una giovane figura del renzismo da lanciare alla Farnesina.
Donna, giovane e con standing internazionale. Sono questi i tre ingredienti del prossimo inquilino della Farnesina.
E il nome in questione, ai più sconosciuto, sarebbe quello della 32enne milanese Lia Quartapelle. “La nuova Mogherini”, scherza qualcuno al Nazareno.
Ex Ds tendenza Bersani, fra le più votate alle parlamentarie del 2012, Quartapelle vanta un curriculum in cui si annovera una laurea con il massimo dei voti in Galles alla United World College of the Atlantic, un dottorato all’ateneo di Pavia, più il ruolo di responsabile del programma Africa dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.
Ma l’elemento discriminante, che potrebbe favorire la sua scalata, è un legame “forte” con il mondo dei “miglioristi” milanesi, in particolare con Gianni Cervetti, vicinissimo a Napolitano.
Del resto, una fonte milanese racconta che proprio in occasione della campagna elettorale per le parlamentarie Cervetti era solito partecipare, con moglie al seguito, alle iniziative organizzate da Quartapelle, animatrice del Circolo 02 del capoluogo lombardo.
Risulterà decisivo? Non è dato sapere. Di certo, sussurrano in ambienti milanese, “se Lia dovesse arrivare alla Farnesina nessuno potrebbe più dire che sarebbe troppo giovane per diventare sindaco di Milano”. Ma tant’è.
Nella girandola di nomi che girano nel Transatlantico di Montecitorio per la Farnesina ci sarebbero anche Lapo Pistelli, il candidato naturale alla successione di Mogherini “per doti diplomatiche, competenza e curriculum”, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, il sottosegretario prodiano Sandro Gozi, l’ex dalemiana Marta Dassù (oggi nel cda di Finmeccanica) e l’europarlamentare di sicura fede Simona Bonafè.
Una decisione quella della sostituzione di Mogherini che sarà accompagnata dalla nomina di tre sottosegretari (Istruzione, Economia e Infrastrutture).
All’istruzione, infatti, il favorito sembra essere il renzianissimo siciliano Davide Faraone, all’Economia la senatrice Stefania Pezzopane, e alle infrastrutture, appunto, D’Ascola.
Ma c’è chi giura che alla fine l’incarico di via XX Settembre possa finire a Paola De Micheli, lettiana.
D’altronde corre voce che da giorni gli uomini dell’ex presidente del Consiglio dialoghino con una certa intensità con la galassia leopoldina. E la dimostrazione si è avuta sabato pomeriggio alla ex stazione di Firenze.
Quando Anna Ascani, cresciuta alla corte di Enrico Letta, ha presieduto il tavolo sulla “digitalizzazione delle scuole”.
Un caso?
Giuseppe Alberto Falci
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 6th, 2014 Riccardo Fucile
SULLA SOCIETA’ DELLA DEPUTATA GRAVANO DEBITI VERSO LE BANCHE PER 3,7 MILIONI DI EURO… ALLEATA NELL’OPERAZIONE PAOLA FERRARI
Daniela Santanchè prosegue a passi decisi verso l’integrazione della sua Visibilia Editore con la società di
comunicazione Pms, tramite cui porterà in Borsa i suoi tre periodici Ciak, VilleGiardini e Pc Professionale.
Obiettivo: andare a caccia di nuova liquidità per espandere ulteriormente il business.
Il cda di Pms ha già approvato la fusione con il polo editoriale della deputata berlusconiana e votato un aumento di capitale in due tranche che le permetterà di entrare nel capitale e arrivare all’85% della nuova società che avrà in pancia le tre testate.
Intanto, proseguono gli incontri in Piazza Affari con la comunità finanziaria per preparare il debutto, perchè l’imprenditrice di Cuneo ha tutto l’interesse per cercare a breve risorse sul mercato. Infatti la fusione con Pms (tecnicamente un reverse take over, in altri termini quando una società entra dentro un’altra e ne assume il controllo) è stata pensata proprio perchè la società di comunicazione era già quotata sul listino Aim e poteva rappresentare una strada più agevole attraverso cui portare in Borsa il polo editoriale dei tre magazine che, secondo il Piano industriale 2014-2018, dovrebbe chiudere quest’anno con circa 3,3 milioni di ricavi e un margine operativo lordo di 543mila euro per arrivare, tra cinque anni, a un fatturato di 5 milioni e un margine operativo di 593 mila euro.
Il tutto però con un utile atteso di soli 16mila euro per il 2014 e uno stimato a fine piano contenuto sui 109mila euro.
Inoltre su Visibilia Editore pesano debiti verso le banche per 3,7 milioni di euro.
Quali banche? Tre: la Popolare di Milano, la Popolare di Sondrio e il gruppo Credito Valtellinese.
Servono quindi risorse per potenziare il business e da qui nasce la scelta della quotazione passando attraverso Pms che ha perso il suo fondatore Patrizio Maria Surace, scomparso nel 2012, e ha archiviato lo scorso esercizio in rosso per 849mila euro.
Una volta completata la fusione con il polo editoriale dei tre periodici che conferirà asset per 1,8 milioni, Pms cambierà nome in Visibilia Editore e la vedova Surace Elena Rodriguez Palacios rimarrà con una quota intorno al 12 per cento.
In tutta questa operazione, l’esponente di Forza Italia ha saputo trovare pure un’alleata dagli agganci trasversali, Paola Ferrari, ex conduttrice Rai della Domenica Sportiva e sposata con Marco De Benedetti, figlio dell’editore di Repubblica e managing director in Italia del fondo di private equity Carlyle. Ferrari è entrata in Visibilia Editore, tramite la Alevi, con una quota al 33,3% mentre il restante 66,7% è saldamente nelle mani della Santanchè.
In aggiunta nel cda di Visibilia Editore compare Gianni Di Giore, ad del Foglio di Giuliano Ferrara, detenuto da Paolo Berlusconi e partecipato al 21,4% dal senatore di Forza Italia e uomo di fiducia di Silvio Berlusconi Denis Verdini.
Tra la speranza di nuovi fondi e l’appoggio della coppia Ferrari-De Benedetti, non a caso la Santanchè ha mostrato interesse anche per l’Unità in liquidazione.
Ma perchè la Pitonessa scommette sul binomio editoria e Borsa?
Perchè, oltre a dover rilanciare il suo polo editoriale, l’imprenditrice-politica è a capo della concessionaria Visibilia con cui i tre periodici (e nuove possibili testate da acquisire) possono sviluppare immediate sinergie.
E in particolar modo perchè anche la società di raccolta pubblicitaria ha i suoi problemi: ha perso progressivamente alcuni incarichi finendo per chiudere il 2013 in rosso per 537mila euro (contro la perdita 2012 di 32mila euro).
I debiti verso le banche sfiorano i 15 milioni di euro, il fatturato è sceso intorno ai 13 milioni di euro dai precedenti 21 milioni e l’ebit è diventato negativo per 243mila euro (positivo l’anno prima pari a 424mila euro).
In forse c’era persino l’unico contratto importante che rimaneva, quello con il Giornale di Paolo Berlusconi diretto dal compagno della Santanchè, Alessandro Sallusti.
Per fortuna nei giorni scorsi Sallusti è stato confermato alla direzione direttamente da Silvio Berlusconi e anche Visibilia è riuscita a essere riconfermata come responsabile di una raccolta che vale circa 12 milioni.
Camillo Dimitri
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Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile
SCAGLIONATO SU QUATTRO ANNI, IL TETTO DEI 240.000 EURO IN REALTA’ SI RIFERISCE ALLO STIPENDIO NETTO, NON AL LORDO… RIMANE L’AUMENTO AUTOMATICO DEL 2,5% ANNUO
All’annuncio nel luglio scorso i dipendenti della Camera avevano protestato con forza, tanto da suscitare l’ira di Laura Boldrini.
Ieri il famoso taglio degli stipendi, con l’adeguamento al tetto dei 240 mila euro come per tutti i dipendenti pubblici, è finalmente arrivato.
Il vento della spending review soffia anche sul Palazzo.
Ma per alcuni si tratta di una bufala. Soldi che escono dalla porta per rientrare dalla finestra.
Il nuovo tetto delle retribuzioni di Montecitorio sarà di 240 mila euro per i consiglieri; 166 mila per documentaristi, ragionieri e tecnici; 115 mila per i segretari; 106 mila per collaboratori tecnici; 99 mila per collaboratori e assistenti.
Un’operazione che, secondo la Boldrini, porterà a un risparmio in quattro anni di 60,15 milioni a Montecitorio e 36,76 a Palazzo Madama per un totale di 97 milioni di euro.
“Abbiamo preso una decisione senza precedenti”, esulta il presidente della Camera. Le retribuzioni del Palazzo, infatti, sono altissime.
Basti pensare che un semplice barbiere a Montecitorio può guadagnare 120 mila euro, mentre il segretario generale arriva a 480 mila.
Ma anche in questa riforma c’è l’inghippo.
Il tetto dei 240 mila, infatti, non tiene conto degli oneri previdenziali e delle indennità di funzione. Netto invece che lordo, quindi.
Se invece vengono compresi, ecco che la cifra sale a 360 mila.
I tagli inoltre saranno scaglionati su quattro anni, quindi la riforma avrà piena applicazione nel 2018.
Non cambia, infine, l’aumento del 2,5 per cento annuo automatico, che non ha pari in nessun’altra categoria professionale.
“I tagli sono modesti. La situazione emergenziale del Paese avrebbe richiesto più coraggio. Peccato, perchè era una buona occasione per accorciare la distanza siderale tra il Paese reale e le istituzioni”, afferma Stefano Dambruoso, deputato questore di Scelta civica, che si è astenuto. Ma Dambruoso ha fatto di più.
Calcolatrice alla mano, ha dimostrato come un consigliere parlamentare con questi tagli nel 2015 avrà una retribuzione di 360 mila euro.
Anche i grillini protestano. “È una riforma truffaldina, il taglio è un falso, un’illusione ottica”.
Gianluca Roselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL MATRIMONIO DEL CONSIGLIERE DEL PREMIER ARRIVANO A OMAGGIARLO “I POTERI FORTI” DALL’ITALIA E DALL’AMERICA
Si potrebbe liquidare come semplice gossip, il matrimonio tra Marco Carrai e Francesca
Campana Comparini celebrato ieri pomeriggio in San Miniato al Monte a Firenze.
E la presenza di Matteo Renzi, insieme al fido consigliere Luca Lotti e all’eurodeputata Simona Bonafè, potrebbe tutt’al più dare alla cerimonia una legittimazione da evento politico.
Eppure non si tratta nè di gossip nè di politica. Ma solo ed esclusivamente di potere.
Meglio: di poteri forti.
Gli stessi che Renzi sostiene di voler mettere ai margini si sono riuniti per la cerimonia di Carrai. A cominciare da Davide Serra del fondo Algebris, fino a Fabrizio Viola, amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena.
Il presidente di Snam ed ex Bce Lorenzo Bini Smaghi, l’ex ad di Fiat Paolo Fresco, Marco Morelli di Bofa Merrill Lynch, gli imprenditori toscani Marco e Leonardo Bassilichi a capo della Camera di Commercio fiorentina, il presidente di Corporacion America Italia Roberto Naldi, nonchè referente di fiducia in Aeroporto di Firenze per Eduardo Eurnekian.
Il responsabile delle Casse del Centro di Banca Intesa San Paolo Luciano Nebbia e il presidente dell’Ente CR Firenze Umberto Tombari. Ancora: Giuseppe Recchi, Giampiero Palenzona, Gian Maria Gross Pietro, Giuseppe Morbidelli, Chicco Testa.
Il mondo di Carrai accorso al suo matrimonio non si conclude con la schiera di finanziari, imprenditori, uomini che hanno gestito il potere economico in Italia e non solo negli ultimi decenni.
Da Los Angels è appositamente arrivato Michael Ledeen, 73enne amico intimo di Carrai.
Ex consulente di Cia, Sismi, governo Reagan ai tempi della crisi di Sigonella.
Uno che teorizza il disordine per mantenere l’ordine, considerata l’eminenza grigia di molti intrecci internazionali degli ultimi decenni.
Fra gli oltre 300 invitati anche l’ambasciatore Usa John R. Phillips.
In seconda fila il gruppo di potere fiorentino. Alberto Bianchi, tesoriere delle fondazioni di Renzi e nominato dal premier nel cda dell’Enel, Matteo Spanò, presidente della Banca di credito cooperativa di Pontassieve (quella che ha concesso un mutuo senza garanzia da 500 mila euro all’azienda di Tiziano Renzi Chil Post poi fallita) e alla guida del Museo dei Ragazzi del Comune di Firenze. Jacopo Mazzei, membro, tra l’altro, del cda dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Il sindaco ereditario Dario Nardella, il direttore commerciale della Rai Luigi De Siervo e sorella Lucia, accompagnata dal marito Filippo Vannoni, presidente della controllata municipale Publiacqua.
Presente anche Erasmo D’Angelis, a capo dell’unità di crisi di Palazzo Chigi.
Persino il procuratore generale della Corte d’appello di Firenze, Tindari Baglione, si è arrampicato sulla scalinata per raggiungere la cattedrale. Seguito da Paolo Mieli.
Lo sposo Carrai, fedelissimo fundraiser del premier, ha riunito gli amici di una vita a cui negli anni ha chiesto di finanziare e sostenere Renzi. Ma l’abisso di mondi è evidente.
Con Matteo che nonostante il potere sembra l’invitato fuori luogo. Si siede al posto del testimone, al fianco di Bianchi, mentre la moglie Agnese è dietro l’altare a cantare con il coro del Maggio Musicale.
Presieduto da Francesco Bianchi, fratello di Alberto. Renzi ha preferito evitare di partecipare al rinfresco serale a villa Corsini.
Nell’esercito di smoking, il premier appare ingessato, fuori luogo. In abiti non suoi. Cerca sostegno nel codazzo di fedelissimi che ha voluto portare con sè, come Luca Lotti, invitato nonostante non abbia rapporti con Carrai.
Con Alessandro Baricco e Oscar Farinetti si conclude l’elenco dei renziani presenti. Maria Elena Boschi è stata esclusa dalla cerimonia.
Nella giornata di ieri, con l’amico Marco impegnato nel suo matrimonio, l’anello di congiunzione tra i due universi è stato Bianchi che, con aspetto signorile e passo nobiliare, ha tentato di sdoganare gli adepti del premier tra banchieri, imprenditori e blasoni presenti.
I risultati sono stati decisamente mediocri, ma i mondi sono visibilmente distanti.
“Lei considera il ruolo politico di Renzi, è comprensibile, per noi invece è come ad Ascot, nel Berkshire, ha presente? ”, commenta uno degli invitati che sostiene di essere amico anche di Serra. Ascot è noto per le corse dei cavalli.
“Esattamente, per noi Matteo è un cavallo: lo abbiamo svezzato, allevato e coccolato. Ci ha dato delle soddisfazioni. Abbiamo deciso di scommettere su di lui, ora aspettiamo di vedere se arriva al traguardo da vincente oppure no”.
E se perde? “Il mondo è pieno di puro sangue, mi creda, basta allevarli”.
Per molti dei presenti il rischio della scommessa è minimo, fuori da questa cerchia invece la posta in gioco su quel cavallo è massima: le sorti del Paese.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMA O POI QUALCUNO IN ITALIA DIRA’ L’OPPOSTO?
«Barcollo ma non mollo» è diventato il motto ufficiale di questo Paese alla deriva.
«Non mollo, resisto» twitta il sindaco di Napoli, De Magistris.
«Non mollo, sono in regola» sussurra Donato Bruno, candidato forzista alla Consulta. «Non mollo di mezzo centimetro» avverte Matteo Renzi un giorno sì e l’altro pure. «Non mollo» rispondeva Mastrapasqua a chi gli chiedeva delle sue 25 poltrone. Persino Schettino, il comandante che non esitò un attimo a mollare la sua nave, ora dice: «Non mollo».
Del resto, così fan tutti, anche se le statistiche dicono che spesso chi non molla viene mollato.
«Non mollo» diceva Berlusconi.
«Non mollo» dichiarava il piemontese Cota.
«Non mollo» assicurava il calabrese Scopelliti.
«Non mollo» tuonava Umberto Bossi.
E s’è visto com’è andata.
Finiremo con l’ammirare il primo che va in tv e dice: «Beh, sapete che vi dico? Io mollo».
Sebastiano Messina
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA MISSIONE DEL FALCON 50 PARTITO DA CIAMPINO LA SERA DEL 5 SETTEMBRE PER GENOVA ERA CHIARA: ACCOMPAGNARE A CASA ROBERTA PINOTTI…. LA SCUSA DEI VOLI DI ADDESTRAMENTO PER AGGIRARE LA NORMA
Non era un volo di addestramento come un altro quello che ha portato a casa il ministro Roberta Pinotti la sera del 5 settembre.
Il Falcon 50 del 31° stormo dell’Aeronautica Militare in volo da Ciampino a Genova quella sera non sarebbe potuto partire senza il ministro della difesa a bordo.
Era questa la missione del volo, come risulta da un documento che Il Fatto pubblica oggi: il Falcon 50 se ne stava a Ciampino fermo sulla piazzola come un taxi che attende il passeggero.
Lo dimostra “la nota del giorno delle missioni assegnate al 306 ° Gruppo TS” pubblicata dal “Fatto”.
Questo documento riporta il piano dei voli assegnato agli equipaggi del 306° gruppo di stanza a Ciampino in quella serata di settembre .
Come si legge chiaramente nella nota sul volo “F50 by Sma”, cioè “Falcon 50 dello Stato Maggiore Aeronautica” la missione del volo Iam 3122 era chiara: “Decollo successivo all’atterraggio del volo Iam 9002 – Equipaggio in tuta da volo”.
Il Falcon 50 decollato con un solo passeggero civile, Roberta Pinotti, quindi aveva un orario di partenza teorico alle 19,30 ora Utc, le 21,30 ora italiana.
Tutto però era sospeso in attesa del ministro della difesa. La presenza dell’unico passeggero civile del volo Iam 3122, con a bordo 5 membri dell’equipaggio e due passeggeri militari, condizionava il piano di volo.
Secondo la versione ufficiale fornita ieri al Fatto dalla ministra Pinotti, il volo sarebbe stato destinato a una missione di addestramento organizzata a prescindere. Il ministro avrebbe solo approfittato di un passaggio senza far spendere soldi ai contribuenti.
La versione del ministro cozza con la nota del giorno del 31° stormo e lascia sospese alcune domande.
Il regolamento ammette la presenza di civili su un volo di addestramento?
E poi: se ci fosse stato bisogno di far rientrare il Falcon a Ciampino con urgenza per una missione umanitaria o sanitaria, cosa sarebbe accaduto?
Il comandante avrebbe finito la sua missione ‘politica’ alla faccia di quella umanitaria?
A leggere la nota del giorno la priorità non era istruire i piloti al volo notturno ma portare a casa il ‘soldato Pinotti’.
Se si legge il piano interno delle missioni del 5 settembre è più chiaro quello che è accaduto quella sera: l’Aeronautica ha fatto un favore a Pinotti.
E non si tratta di un caso isolato. Al Fatto risulta che gli aerei del 31° stormo hanno trasportato altri personaggi vip (talvolta generali e talvolta politici) usando lo stratagemma dei voli di addestramento.
I piloti devono raggiungere un certo numero di ore di volo ogni anno per mantenere le loro abilitazioni. Questa esigenza effettiva diventa un ‘tesoretto’ di ore utilizzabile come un jolly per far contenti i potenti.
L’effetto è uno stravolgimento delle regole. Roberto Calderoli e Michela Brambilla sono stati indagati quando erano ministri (e poi salvato dal diniego dell’autorizzazione a procedere da parte del parlamento) perchè hanno dichiarato esigenze istituzionali inesistenti secondo i magistrati pur di ottenere un volo di Stato.
Il metodo Pinotti, usato anche da altri, rappresenta un aggiramento delle norme dei voli di Stato.
Con la scusa dell’addestramento, sono i vertici dell’Aeronautica a decidere quando far decollare il Falcon 50 da Ciampino.
La Presidenza del Consiglio non può autorizzare un volo di Stato per far tornare a casa un ministro più velocemente. Mentre i vertici dell’Aeronautica e del 31° stormo possono far salire a bordo il medesimo ministro senza pubblicare poi il rendiconto sul sito della Presidenza.
Il Fatto ha chiesto all’Aeronautica di conoscere quanti voli di addestramento sono stati organizzati negli ultimi due anni dal 31esimo stormo con a bordo passeggeri, sia civili che militari.
A dire il vero l’indagine amministrativa su un possibile abuso dovrebbe disporla il ministro della Difesa.
Ma Roberta Pinotti preferisce salire a bordo degli aerei del 31° stormo invece di controllarli.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
DI RITORNO DA CARDIFF CON RENZI, IL 5 SETTEMBRE SCALA A ROMA E POI SALE SU UN FALCON CHE “CASUALMENTE” ERA DIRETTO “IN VOLO DI ADDESTRAMENTO” A GENOVA
Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha usato un Falcon 50 dell’Aeronautica militare italiana per farsi accompagnare a casa a Genova, il 5 settembre scorso, approfittando di un volo di addestramento programmato dal 31esimo stormo dell’Aeronautica proprio in coincidenza con le sue necessità .
Il volo incriminato è quello del ritorno dal vertice Nato di Newport, vicino a Cardiff in Galles, organizzato dopo la crisi ucraina.
Il 4 settembre l’airbus A319 della Presidenza del Consiglio decolla da Roma con a bordo Matteo Renzi, Roberta Pinotti, Federica Mogherini e i rispettivi staff.
L’airbus A319 dotato di salottini al ritorno si è fermato a Firenze con uno scalo ad hoc per il premier e relativo costo di atterraggio e decollo per Roma.
Anche se dispone di un vero appartamento presidenziale con divano letto matrimoniale e due poltrone letto, più le 40 poltrone per gli ospiti, il presidente del Consiglio preferiva la sua casa per il week end e così l’airbus ha fatto scalo a Peretola alle 20, giusto in tempo per una cena a Pontassieve con Agnese e figli.
L’Airbus è ripartito subito per Roma.
Alle 21 e 30 Mogherini è scesa a Ciampino e si è diretta verso la sua casa nel centro di Roma mentre Roberta Pinotti, che abita a Genova, rischiava di restare bloccata nel caldo della Capitale.
L’ultimo volo da Fiumicino decollava alle 21 e 20 proprio quando l’Airbus atterrava a Ciampino.
Che fare? Il 31esimo stormo è abituato a portare in giro i politici e sa come farli felici. L’aeronautica dipende dal ministro della Difesa ed è sempre ben contenta di fare bella figura. Così all’improvviso è spuntato un volo di addestramento diretto, guarda le coincidenze, proprio a Genova.
La ministra non ha potuto dire di no e così, appena scesa dalla scaletta dell’Airbus, è risalita sul Falcon 50, un piccolo jet executive usato per i politici e le missioni umanitarie e sanitarie, da nove posti, simile a quelli amati per i loro spostamenti dai ricchi imprenditori. che apprezzano il piacere di distena quanto sia bello il volo esclusivo.
A bordo quella sera c’era un solo passeggero civile: Roberta Pinotti.
Alle 22 e 30 la ministra è scesa per godersi un sabato di riposo prima di ripartire domenica per la Festa dell’Unità di Bologna dove ha ritrovato Matteo Renzi.
Una “soffiata” ha raggiunto il gruppo parlamentare dei Cinquestelle che hanno presentato una interrogazione che cita la legge del 2011 la quale regolamenta all’articolo 3 gli ‘Aerei blu’.
I deputati enunciano la norma: “I voli di Stato devono essere limitati al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato, al presidente del Consiglio dei ministri, al presidente della Corte costituzionale” e “eccezioni rispetto a questa regola devono essere specificamente autorizzata. Una volta autorizzato il volo si procede alla pubblicazione, con cadenza mensile, sul sito internet della Presidenza del Consiglio dei ministri”.
Peccato che in questo caso il volo della ministra non finirà sul sito. A dimostrazione di quanto sia semplice aggirare le norme emanate da Berlusconi, Monti e Letta in materia.
Ricordiamo che i requisiti richiesti per far decollare quella sera un volo di Stato dovevano essere per legge solo “comprovate, imprevedibili ed urgenti esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali e l’impossibilità di provvedere ai trasferimenti con voli di linea”.
La replica di Roberta Pinotti.
“Il ministro — spiega il suo portavoce — aveva prenotato il 2 settembre, due giorni prima di partire per Cardiff, un volo di linea da Roma a Genova per il sabato 6 settembre alle 10 e 20 di mattina (come da mail dell’agenzia di viaggi, ndr). Nei giorni successivi ha scoperto che c’era un volo addestrativo programmato dal 31esimo stormo dell’Aeronautica da Roma a Genova in notturna con istruttore e due piloti”. Anche la scelta di Genova non sarebbe dovuta a un favore al ministro. “Quello scalo — prosegue il portavoce — come Reggio Calabria e Bolzano, è considerato particolarmente adatto per i voli di addestramento a causa dell’orografia del terreno e del frequente vento di traverso e di caduta”.
Pinotti fortunella, insomma: perde l’ultimo aereo di linea che aveva prenotato e zac, passa un volo di addestramento per casa sua…
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
I BILANCI DELLE REGIONI NON REGGONO PIU’
Prima era “solo” uno scandaloso privilegio, ora rischia di far saltare le casse delle Regioni. 
Si chiama vitalizio, che vuol dire assegno fino alla tomba.
E finisce in tasca a chi è stato anche per pochissimo consigliere regionale senza che abbia raggiunto i limiti anagrafici, stabiliti dalla legge per tutti gli altri comuni mortali, per l’accesso alla pensione.
Parliamo dei nuovi baby pensionati, qualcuno è appena cinquantenne.
Sono i figli del privilegio decentrato, della devoluzione arbitraria dalle leggi dello Stato. Di una legislazione prodotta dai legislatori regionali per se stessi.
E ciascun Consiglio, un po’ come nel caso dei rimborsi per i gruppi, ha fatto come voleva. Interna corporis, si dice. In questo caso non ha nulla di nobile, non difende l’indipendenza degli organismi eletti democraticamente ma la propria sfacciataggine.
Ogni anno i quasi 3.200 vitalizi pesano sui bilanci regionali per circa 170 milioni.
Solo un po’ meno di quanto costi (circa 200 milioni) al Parlamento nazionale sostenere gli ex onorevoli che contro qualche recente ritocco ai vitalizi hanno peraltro presentato più di venti ricorsi per nulla destinati all’insuccesso.
Ormai ci sono Regioni in cui le uscite per pagare i vitalizi agli ex consiglieri (o agli eredi) superano il costo dei consiglieri in carica.
In Veneto, per esempio, servono 11,2 milioni per erogare i 226 vitalizi, compresi quelli di reversibilità , contro i 9,1 milioni per le indennità dei consiglieri attivi.
Tra gli ex consiglieri ci sono Giancarlo Galan (3.749,63 euro netti mensili), Massimo Cacciari (1.935,30), Flavio Zanonato (1.934,84)
È una spesa che si è impennata negli ultimi anni, se si pensa che nel 2005, quella veneta era intorno agli 8,5 milioni.
Una dinamica inarrestabile, che fa paura perchè effettivamente le assemblee hanno esagerato.
Solo nel Lazio (la Regione che permette ancora il pensionamento a 55 anni e di calcolare l’indennità considerando anche la diaria, cioè la spese per i trasferimenti quotidiani) si stima che i vitalizi passeranno dagli attuali 270 a 314 nel 2016.
È quasi impossibile fare una media nazionale delle indennità .
Ne “La casta invisibile delle Regioni”, Pierfrancesco De Robertis scrive che in media, con una consiliatura, si prendono 2.500 euro al mese, che salgono a 4.500 con due. Per gli ex governatori si superano i 5 mila euro
Dunque, si corre ai ripari. Perchè non è stata sufficiente l’abolizione dei vitalizi per il futuro e iltendenziale adeguamento soft alle leggi generali imposta ai Consigli regionali dal governo Monti sotto la spinta dell’emergenza finanziaria.
Ora sotto tiro sono i vitalizi in essere, quelli protetti dai presunti diritti acquisiti.
Che Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia, definisce «privilegi acquisiti». Prima di entrare al governo, Zanetti ha presentato una proposta di legge costituzionale (la numero 1978) per tagliare i vitalizi (non solo quelli futuri) dei consiglieri regionali e dei parlamentari e mettere un tetto ai loro emolumenti
Una legge costituzionale proprio per aggirare l’ostacolo dei diritti acquisiti.
Scelta Civica, il partito di cui fa parte Zanetti, ha ottenuto che la proposta di legge sia esaminata, non rimarrà nei cassetti del Parlamento. Questo costringerà tutti a uscire allo scoperto, governo compreso. Il premier Matteo Renzi, d’altra parte, ha parlato più volte della necessità di abolire i vitalizi. Non solo per una questione di spending review .
La proposta Zanetti stabilisce che per poter maturare il diritto al vitalizio si debba avere almeno 10 anni di mandato consecutivi o quindici non consecutivi e che prima di ottenere l’assegno si debba aver compiuto «l’età prevista per la corresponsione della pensione di vecchiaia dalla normativa di volta in volta vigente per la generalità dei cittadini».
Ma c’è di più: questi requisiti varrebbero retroattivamente e dunque verrebbe sospesa l’erogazione del vitalizio a chi non li ha maturati.
Si vedrà quale fortuna avrà la proposta di legge, di certo anche le Regioni hanno capito che bisogna intervenire sul pregresso.
Lo ha già fatto il Trentino che ha chiesto ai suoi venti “pensionati di platino” di restituire complessivamente ben 29 milioni, perchè gli assegni sarebbero stati calcolati male.
Così a Mauro Delladio, Forza Italia, ex leghista, è stata chiesta la restituzione di oltre 460 mila euro. La Lombardia si prepara a varare una legge che introduce un contributo di solidarietà crescente con l’aumentare dell’importo.
Il Lazio premierà anche Er Batman Franco Fiorito: vitalizio a cinquant’anni se non sarà condannato. Perchè alla Pisana con cinque anni di mandato si prende l’assegno.
E il Lazio dà anche il vitalizio di trattamento non può essere messa in discussione. Privilegio chiama privilegio.
Ora però si pensa di tornare con i piedi per terra: vitalizio a 65 anni, contributo di solidarietà e divieto di cumulo.
Già perchè, finora, i vitalizi si cumulano ad altri redditi. Per non farsi mancare nulla. Of course.
Roberto Mania
(da “La Repubblica”)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
NON SI BADA A SPESE: IL CAPO DI GABINETTO DEL MINISTRO HA DUE VICE E UN DIRETTORE… TRE PERSONE NELLA SEGRETERIA
Quasi 140mila euro, 138.768, per l’esattezza, per un capo della segretaria senza laurea, duplicazioni di ruoli e
poco meno di 350mila euro per tre componenti della segreteria del ministro che hanno appannaggi doppi rispetto alla media, 22 unità tra Gabinetto e uffici di collaborazione del ministro.
E’ questa in sintesi la fotografia dei dati relativi agli uffici del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.
Che, da quando si è insediata nel dicastero di via Veneto, non ha badato a spese. Perchè di decreto ministeriale in decreto ministeriale, per incarichi di vertice e altre collaborazioni dirette, ha messo assieme, tra conferme e nuove designazioni, un onere a carico delle casse pubbliche di poco inferiore a 1 milione di euro annui.
Ai quali vanno aggiunti i 207mila euro di esborso per i capi segreteria dei tre sottosegretari Calenda, De Vincenti e Giacomelli e l’importo in via di definizione del capo segreteria del sottosegretario Vicari.
Con il risultato che il solo Gabinetto del ministro Guidi, retto oggi da 11 addetti, ha un costo complessivo annuo attorno a 700mila euro.
Che subiranno un ulteriore incremento non appena verrà determinato il compenso del portavoce.
Insomma non pare esserci crisi al ministero dello Sviluppo, che però la crisi la tocca ogni giorno con mano lavorando ad oltre 160 tavoli su altrettante imprese a rischio chiusura.
Dando poi uno sguardo all’organigramma degli uffici del ministro, balza in primo luogo agli occhi la presenza di ruoli che sembrano fotocopia l’uno dell’altro.
Come in tutti i ministeri, anche in quello retto dalla Guidi c’è un capo di gabinetto, ma esistono anche due vice e pure un direttore dell’ufficio di gabinetto.
Sono inoltre tre le persone che compongono la segreteria più stretta della Guidi, suddivisa tra “segretario particolare del ministro”, “capo della segreteria del ministro” e “capo della segreteria tecnica del ministro”.
Vale poi la pena di soffermarsi sugli appannaggi dei collaboratori diretti della Guidi. Come quello della segretaria particolare, accreditata di una remunerazione lorda annua di 69mila euro.
Cifra, questa, doppiata dal compenso del capo della segreteria, che gode di un trattamento economico lordo annuo pari a 139mila euro.
Si tratta di Elisabetta Franzaroli — dal 1996 fino a febbraio scorso segretaria della stessa Guidi nell’azienda di famiglia, la Ducati Energia -, “la cui designazione e il cui inquadramento salariale sono legittimamente avvenute — ci ha fatto sapere il ministro attraverso il suo portavoce — coerentemente con i criteri di cui al Dpr 198/2008”.
La Franzaroli peraltro, come si apprende dal relativo curriculum vitae, non solo non vanta alcuna esperienza nella pubblica amministrazione, ma dispone soltanto di un diploma di ragioneria.
Titolo che, in caso di concorso, non sarebbe sufficiente per ricoprire funzioni equiparate alla dirigenza, come è quello di capo segreteria di un ministro.
Peraltro lo stipendio della storica segretaria della famiglia Guidi — che prima di trasferirsi da Bologna a Roma ha deciso peraltro di mettersi in aspettativa — , non ha eguali in nessuno dei ministeri chiave.
E nemmeno per ruoli di segreteria tecnica, per i quali sono richieste competenze specifiche e talvolta alte specializzazioni.
Ad esempio, al ministero dell’Economia e delle finanze il capo della segreteria tecnica è costato 36mila euro annui; lo stesso ruolo, agli esteri, viene invece pagato 68mila euro.
Ciò peraltro, contro il super compenso, pari a 139mila euro, di Stefano Firpo, a sua volta capo della segretaria tecnica del ministro Guidi, ereditato dall’era di Corrado Passera.
E che però, a differenza della collega Franzaroli, vanta almeno un nutrito curriculum formativo e professionale.
“Le amministrazioni pubbliche […] possono conferire consulenze, incarichi diversi e dirigenziali, ad esperti di provata competenza per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio”, si legge nella presentazione della pagina web del ministero dello Sviluppo dedicata alla trasparenza.
Sta di fatto che se da un lato il ministro Padoan annuncia una riorganizzazione del suo dicastero con il conseguente taglio di 139 posizioni dirigenziali, dall’altro emerge come le pratiche di proliferazione degli incarichi ad personam, anche nel governo Renzi, siano dure a morire.
Alberto Crepaldi
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