Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
SOMME TOTALI CHE SUPERANO I 10.000 EURO AL MESE
Mentre i soldi disponibili per le attività dei Consigli regionali diminuiscono, le spese per i vitalizi aumentano.
Secondo quanto riporta il Messaggero è questa la situazione nella maggior parte delle Regioni italiane.
Starebbe cominciando, dunque, un’ondata di nuovi tagli per arginare una situazione insostenibile dal punto di vista economico.
Il problema in particolare non è legato ai nuovi consiglieri cui non spetta il vitalizio, ma a quelli del passato per cui non si può applicare l’abolizione in modo retroattivo. Inoltre alcuni politici raddoppiano o addirittura triplicano il proprio rimborso a vita sommando diverse cariche.
Il Lazio è il manifesto della situazione.
Nella Regione del debito extra-large della Sanità e dell’addizionale Irpef tra le più alte, la spesa continua a salire alla voce vitalizi e vale il 25% del bilancio del Consiglio regionale, cioè oltre 20 milioni di euro l’anno.
Se non bastasse alcuni ex consiglieri del Lazio, ex senatori o deputati tra 5 anni potranno vedere triplicato il proprio vitalizio abbinando a quello regionale, quello del Parlamento europeo e quello del Parlamento italiano.
Per una somma totale che può superare i 10 mila euro.
Per esempio, sempre nel Lazio, un gruppo di 40 ex consiglieri “under 50” sta per festeggiare il proprio cinquantesimo anno di età con un regalo in più: potranno ritirare infatti l’assegno del vitalizio del Consiglio regionale cumulabile con altri vitalizi. Mentre emergono alcuni tentativi di correggere il tiro la comitiva di politici col doppio rimborso si sta per allargare a quelli che hanno appena lasciato il Parlamento europeo.
Potito Salatto è uno di questi, in Europa col Pdl dal 2009 e poi in Fli. Oggi si gode dalla Grecia il triplo vitalizio: 5.200 euro dalla Regione, 1.200 dal Parlamento italiano e 800 euro per la pensione dopo 25 anni all’Enasacro.
Salatto commenta che “è tutto in regola”, la legge infatti lo permette.
Il forzista Luciano Ciocchetti somma il vitalizio della Camera (quasi 3 mila euro) a quello di 2.300 euro circa della Regione Lazio: “Non abbiamo rubato nulla. E la legge non l’ho fatta io”, commenta il politico che spera di tornare presto in Parlamento. Augusto Battaglia del Pd si augura che “per i politici valgano le stesse regole dei lavoratori”.
Nel frattempo tra Regione e Parlamento percepisce 6.800 euro di vitalizio.
Tuttavia in questa classifica ci sono dei veri e propri recordman.
Domenico Gramazio, Pdl, supera i 10 mila euro tra Regione e Parlamento. Angiolo Marroni, storico esponente della sinistra, arriva a quasi 8 mila euro abbinando il vitalizio da consigliere regionale, più il compenso da Garante dei detenuti, più la pensione di reversibilità della moglie defunta per le sue attività da parlamentare e consigliere.
Anche Donato Robilotta, già assessore regionale con Forza Italia, percepisce 3 mila euro di vitalizio ma è infuriato contro la crociata anti-vitalizi: “Prendo il vitalizio previsto dalla legge. Non ci sto ad essere trattato come un malfattore”.
Sulla questione è intervenuto anche il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che a margine di una conferenza stampa ha commentato così i dati diffusi in questi giorni: “Bisogna preparare provvedimenti che partano sia dal riconoscimento dei diritti acquisiti, ma anche dalla necessità di non tollerare le stravaganti scelte fatte negli anni passati, dove ‘stravaganti’ è almeno virgolettato”.
“Noi i vitalizi li abbiamo aboliti – ha continuato il presidente – perchè è evidente che andavano aboliti e siamo la Regione che di più ha adottato le regole di trasparenza e spending review”.
“Ora ci sono dei diritti acquisiti che negli anni, prima di noi, sono partiti.
“È evidente – ha proseguito il politico in quota Pd – che andranno affrontate le storture che dentro quel sistema ci sono evitando il pericolo che si possano aprire vertenze e ricorsi”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile
FAVOREVOLI PD, FORZA ITALIA, NCD E UDC
Il punto più spinoso della giornata era questo: l’immunità .
Alla fine, dopo la bocciatura i tutti gli emendamenti aggiuntivi all’articolo 8, il testo uscito dalla Commissione resta invariato.
Quindi, come per i deputati, anche per i nuovi senatori l’immunità resta.
Su questo tema il dibattito si era prolungato, dopo che l’Aula aveva esaminato velocemente gli articoli precedenti: sette in sole due ore.
Un record visti i tempi del dibattito dei giorni scorsi. L’aula ha infatti approvato rapidamente e senza difficoltà , anche grazie ai pochi interventi, gli articoli da 3 a 9 del ddl Boschi che vertono su temi meno delicati della riforma costituzionale, ossia l’abolizione dei senatori a vita, il divieto di vincolo di mandato, la durata della Camera, i regolamenti.
E soprattutto l’abolizione delle indennità per il nuovo senato.
L’immunità resta.
I due ‘contraenti’ del patto del Nazareno sulle riforme, Pd e Forza Italia, si sono detti a favore della permanenza delle guarentigie anche per i nuovi futuri senatori.
In sostanza, Pd e Forza Italia sostengono che i futuri senatori dovranno godere dell’immunità e, quindi, non devono avere un trattamento diverso rispetto ai colleghi deputati, anche se non saranno più eletti in maniera diretta.
Nel dibattito che si è svolto al Senato sugli articoli aggiuntivi all’8 del ddl riforme, quelli appunti relativi all’immunità , il senatore azzurro Donato Bruno ha spiegato chiaramente che “Forza Italia voterà a favore del provvedimento così come uscito dalla commissione”, quindi con l’immunità .
Anche il capogruppo Pd, Luigi Zanda, ha chiarito: “anch’io sarei per il testo uscito dalla commissione”.
A favore anche Pier Ferdinando Casini (Udc), l’Ncd con Gaetano Quagliariello.
Si sono detti contrari, invece, Loredana De Petris (Sel), i ‘dissidenti’ del Pd Felice Casson e Vannino Chiti, il socialista Enrico Buemi.
La relatrice Anna Finocchiaro ha rivendicato l’equilibrio della norma così come uscita dalla commissione.
Governo e relatori si sono quindi rimessi all’Aula sugli emendamenti aggiuntivi all’articolo 8 del ddl.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 25th, 2014 Riccardo Fucile
UNA CORDATA DI SUOI AMICI HA VINTO LE ELEZIONI PER L’ACI DI MILANO…E UN VIDEO CELEBRATIVO DEL VOTO ANNUNCIA IL SUO COINVOLGIMENTO
Qualche tempo fa, Geronimo La Russa faceva sapere di non essere interessato a tornare in pista per guidare l’Automobile Club di Milano, l’ente che gestisce il circuito di Formula 1 di Monza.
«Per impegni personali ho declinato l’invito di amici che mi hanno chiesto di far parte della loro squadra», aveva risposto al “l’Espresso” nel marzo scorso, commentando le voci che lo davano interessato alla presidenza.
Oggi, però, la situazione potrebbe cambiare. Anche perchè il gran rifiuto di qualche mese fa del primogenito di Ignazio La Russa, ex ministro della Difesa, sarebbe in parte diversa rispetto alla versione che lui stesso aveva dato a suo tempo.
Secondo un articolo apparso sul sito brianzolo infonodo.org, La Russa Jr era veramente tra i candidati della lista “Sport e Rinnovamento”, capitanata dall’ex pilota della Ferrari Ivan Capelli, che lo scorso 23 luglio ha vinto le elezioni tra i soci dell’Aci milanese per il rinnovo del Consiglio direttivo.
Geronimo avrebbe dovuto fare un passo indietro non soltanto per i troppi impegni della sua professione di avvocato, ma anche per questioni burocratiche: avrebbe infatti rinnovato la tessera con qualche mese di ritardo rispetto ai tempi utili indicati per le candidature presentate all’assemblea dei soci.
A elezioni finite, però, La Russa junior potrebbe comunque essere coinvolto nel rilancio del club promesso da “Sport e Rinnovamento”, che oltre a Capelli ha portato nel consiglio anche Marco Coldani, Pietro Meda ed Enrico Radaelli.
E’ quanto rivela un video celebrativo dei risultati del voto postato su Facebook dalla stessa lista vincitrice, che lo stesso Geronimo ha linkato sul suo profilo.
Al minuto 2:24 del filmato lo speaker annuncia infatti che nella nuova gestione sarà impegnato anche La Russa, insieme a Massimo Ciceri, “perchè sono due risorse preziose” per dare a Monza “il futuro che la sua leggenda merita”.
Il circuito brianzolo, celebre per le gare di Formula 1, è in uno stato di completo abbandono.
E Bernie Ecclestone minaccia di portare via dalla Lombardia i gran premi. Ma prima di lui sono già scappati in tanti
Quello di Geronimo all’Aci milanese sarebbe in realtà un ritorno. Nel 2010 era infatti stato issato alla vicepresidenza assieme a una pattuglia di conoscenti, dal fidanzato dell’allora ministro del Turismo, Michela Brambilla, al figlio di Bruno Ermolli, uomo-ombra di Silvio Berlusconi.
La Russa Jr venne poi costretto a dimettersi nel 2012 dal decreto di Mario Monti che vietava i doppi incarichi agli amministratori (preferì conservare la poltrona in Premafin, la cassaforte della famiglia Ligresti).
Il nuovo consiglio dell’Aci dovrà dedicarsi a esaminare i conti della Sias, la società controllata a cui è affidata la gestione operativa dell’Autodromo, e realizzare in fretta i lavori di riqualificazione della struttura se si vuole che il circuito faccia parte del tour Expo 2015. Non solo.
Qualche settimana fa il gran capo della Formula 1, Bernie Ecclestone ha annunciato: “Non credo che faremo un altro contratto con Monza, dopo il 2016 bye bye….”.
Uno choc per le autorità locali, considerato che nel 2013 il Gran Premio ha generato sul territorio lombardo un indotto del valore di circa 60 milioni.
E che da quest’anno Monza ha già perso il Mondiale Superbike per colpa dello “scandalo bolle” (le deformazioni dell’asfalto sul manto stradale della parabolica, taciute dai gestori della struttura), finito sotto i riflettori della magistratura assieme ad altri aspetti della gestione.
Entro fine mese si riunirà il Consiglio con l’elezione scontata di Ivan Capelli alla presidenza dell’Aci, mentre al vertice della Sias salirà il presidente di Confindustria Monza e Brianza, Andrea Dell’Orto.
Le prossime sfide saranno impegnative.
Fortuna che Geronimo c’è.
Camilla Conti
(da “L’Espresso”)
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Luglio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
TRA I PIU’ NOTI ROMANO LA RUSSA SI PRENDE 41.000 EURO, RENZO BOSSI 55.500, NICOLE MINETTI 79.600, MASSIMO CIPRIANO 145.000
Va avanti il progetto di legge presentato la settimana scorsa da Raffaele Cattaneo (Ncd) per innalzare l’età
pensionabile da 60 a 66 anni e ridurre i vitalizi agli ex consiglieri lombardi.
E così negli ultimi mesi i consiglieri in attesa di pensione sono corsi ai ripari, bussando in massa alle porte della tesoreria regionale.
Per chiedere (e ottenere) indietro i contributi versati negli anni di mandato.
Con questi chiari di luna non si sa mai.
Tanti, maledetti e subito.
Ecco chi si distingue:
Romano La Russa, fratello di Ignazio, di Fratelli d’Italia: per lui 41 mila euro.
Renzo Bossi, Lega, ha avuto indietro 55.500 euro di contributi
A Domenico Zambetti, ex assessore del Pdl che nel 2013 fu accusato di voto di scambio con la ‘ndrangheta, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, sono andati 73.390 euro .
È andata ancora meglio a Gabriele Sola, Idv: 75.500 euro
Per Chiara Cremonesi, Sel, 79 mila euro tondi
Nicole Minetti, Pdl, ha avuto indietro 79.600 euro
Massimo Ponzoni, Pdl, supera i cento mila euro: 144.400
Massimo Cipriano, Ds, ha scelto di avere subito 145 mila euro
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 11th, 2014 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELLA “COMMISSION DE VENISE”: OVUNQUE E’ TUTELATA LA LIBERTA’ DI OPINIONE, MA ECCO COME FUNZIONA NEGLI ALTRI PAESI
Ai senatori fa comodo e il governo vuole garantirgliela, ma la reintroduzione dell’immunità per i membri del futuro Senato sta causando spaccature nella maggioranza e ostacoli sulla via delle riforme.
Secondo il Consiglio d’Europa, l’Italia è tra i paesi storicamente più garantisti: il grado di protezione prevista da Roma è per alcuni aspetti paragonabile a quello di Albania, Bielorussia, Georgia e Russia.
Lo dice un recente rapporto della Commission de Venise, organo consultivo sulle questioni costituzionali del Consiglio con sede a Strasburgo.
“Dallo studio emerge come il grado di protezione previsto per i parlamentari italiani è uguale a quello di paesi in cui la democrazia è meno evoluta“, traduce Lorenzo Cuocolo, professore di diritto comparato all’università Bocconi di Milano.
I GIURISTI: “ITALIA COME ALBANIA, RUSSIA E UCRAINA
Giusto tre mesi prima che l’emendamento 6.1000 firmato dai relatori Finocchiaro e Calderoli reintroducesse a sorpresa l’immunità per i futuri senatori, non prevista dal ddl 1429 del governo, il Consiglio d’Europa emetteva un giudizio netto sul tema, a firma della Commission europèenne pour la dèmocratie par le Droit, meglio nota come Commission de Venise.
Il 21 marzo l’organo consultivo del Consiglio sulle questioni costituzionali ha pubblicato il Rapport sul l’ètendue et la levèe des immunitès Parlementaires, in cui fa un esame comparato dell’immunità nei paesi del continente: la Commissione ricorda che “in Italia l’articolo 68 della costituzione è stato modificato nel 1993 (con l’abolizione dell’autorizzazione a procedere, ndr): è ormai possibile lanciare un’azione penale contro un parlamentare senza l’autorizzazione preventiva del Parlamento”, ma al punto 109 sentenzia: “I paesi in cui i parlamentari (…) sono al riparo dalle perquisizioni nelle loro abitazioni e nei loro uffici sono l’Albania, l’Austria, la Bielorussia, la Georgia, la Russia, l’Italia (articolo 68 — comma 2, ndr) e l’Ucraina”.
IL COSTITUZIONALISTA: “SE LA DEMOCRAZIA E’ FORTE, LO SCUDO NON SERVE”
Punto 184 del report: “L’immunità parlamentare non è necessaria in una democrazia moderna. Se il sistema politico funziona, i parlamentari sono adeguatamente protetti da altri meccanismi”. Molte le controindicazioni: “L’inviolabilità (…) si presta a molteplici deviazioni che possono indebolire la democrazia, erodere lo stato di diritto e ostacolare la giustizia”, afferma la Commissione all’articolo 199.
Tradotto: “Il Consiglio esorta gli Stati a restringere la tutela alla sola manifestazione del pensiero — spiega ancora Cuocolo — c’è un rapporto direttamente proporzionale tra la restrizione delle immunità per i parlamentari e la maturità di una democrazia”.
Un esempio virtuoso: al punto 156, “la Commissione osserva che la tradizione del Bundestag tedesco consistente nel revocare l’immunità all’intera assemblea all’inizio della legislatura è un buon esempio“.
GERMANIA, L’IMMUNITA’ C’E’ MA VIENE AUTOMATICAMENTE REVOCATA
La Costituzione tedesca, articolo 46 commi 2 e 3, garantisce immunità da arresto e indagini ai suoi deputati per reati comuni salvo autorizzazione del Bundestag.
Ma una prassi consolidata fa sì che la guarentigia venga automaticamente revocata ad ogni inizio di legislatura (ad eccezione di fatti diffamatori di carattere politico).
Se poi la magistratura chiede di indagare, non trova ostacoli nell’assemblea.
“L’immunità per i reati comuni non viene mai invocata dal deputato, nè concessa dal Bundestag — spiega Michael Braun, corrispondente dall’Italia per la Taz — Die Tageszeitung — una volta che dai magistrati arriva la richiesta di autorizzazione a procedere, la Commissione immunità si riunisce immediatamente, nella maggior parte dei casi entro 24 ore, e concede l’autorizzazione. Non ricordo un solo caso in cui il via libera non sia stata concesso negli ultimi decenni. E nessun partito si sognerebbe mai di gridare alla persecuzione”.
Quasi mai, poi, si arriva al giudizio della commissione: “In genere i deputati si dimettono prima, i primi a chiederlo sono i partiti”.
Per i membri del Senato, invece, non è prevista alcuna immunità , anche se i suoi componenti sono tutelati dalle guarentigie previste dai lander di provenienza.
REGNO UNITO E PAESI BASSI, NESSUNA TUTELA CONTRO L’ARRESTO
Ai parlamentari di sua Maestà è garantita l’insindacabilità delle opinioni (articolo 9 del Bill of Rights del 1689), ma in ambito penale sono trattati allo stesso modo degli altri cittadini: se commettono reati comuni, i deputati possono essere perseguiti, rinviati a giudizio e arrestati.
La cronaca degli ultimi anni è densa di casi, esemplificativo lo scandalo rimborsi che dal 2009 ha scosso a più riprese la politica inglese.
Nel 2010 quattro parlamentari, 3 laburisti (Jim Devine, David Chaytor ed Elliot Morley) e un conservatore(Lord Hanningfield), accusati di furto nell’ambito dell’inchiesta sulle spese gonfiate, obiettarono che la loro condotta doveva essere fatta rientrare sotto la “la libertà di parola e di discussione o le attività del Parlamento” garantite dal Bill of Rights, il che gli avrebbe consentito di essere giudicati dai colleghi del Parlamento e non in un normale tribunale.
Ma prima la Southwark Crown Court, poi la Corte d’Appello (composta da composta da 3 dei più alti magistrati britannici) hanno detto no.
Anche l’Olanda prevede per i per i propri parlamentari l’insindacabilità (articolo 71 della Costituzione), ma non l’inviolabilità : l’uguaglianza con i cittadini in caso di reati comuni è addirittura sancita da una legge risalente al 1884.
IMMUNITA’ IN TUTTI GLI STATI, MA LE GARANZIE DIMINUISCONO
Tutte le democrazie europee prevedono forme di insindacabilità per le opinioni (prevista dal comma 1 dell’articolo 68 della Costituzione italiana) e forme di immunità dai reati penali (commi 2 e 3), ma molti di loro hanno progressivamente ridotto le garanzie per i loro parlamentari. Qualche esempio: in Svezia esiste l’autorizzazione a procedere, ma i deputati possono essere perseguiti e arrestati in caso di flagranza (come in Italia) e confessione e se il reato prevede dai 2 anni di carcere in su; in Portogallo rischiano il carcere se la pena prevista è superiore ai 3 anni; in Austria l’immunità cade se il reato non ha palesemente alcun rapporto con l’attività politica del deputato; il Finlandia lo scudo viene revocato se il reato prevede almeno 6 mesi di reclusione. In Irlanda e Norvegia, poi, l’inviolabilità parlamentare mira soltanto ad impedire che il deputato sia arrestato durante una sessione e quando si reca in parlamento o ne ritorna.
L’EUROPA INDICA UNA STRADA, L’ITALIA NON LA SEGUE
Nel suo report la Commission de Venise sottolinea che mentre “l’istituto dell’irresponsabilità è in generale solidamente fondato e non necessita di riforme nella maggior parte dei pesi presi in esame”, “l’inviolabilità parlamentare e i suoi meccanismi dovrebbero essere oggetto di un riesame e di una rivalutazione critica”.
E l’Italia cosa fa? Va in direzione contraria: con un emendamento reintroduce l’immunità per i futuri senatori (che non era prevista dal governo) nel testo di riforma dell’assemblea di Palazzo Madama e sceglie la strada della conservazione.
Marco Pasciuti
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Luglio 4th, 2014 Riccardo Fucile
LE PALLE DI RENZI: TRE MESI FA DISSE “I SOTTOSEGRETARI ANDRANNO A PIEDI”… ORA E’ SPARITO PERSINO IL TESTO DEL DECRETO E IL TESORO HA CHIESTO ALLA MADIA CHE FINE ABBIA FATTO
Nell’era Renzi, con l’annuncio il più è fatto. 
La distanza tra la slide e il fare è invece una questione di priorità . Quella delle auto blu in dotazione ai ministeri non sembra esserlo molto.
Come tempi d’attesa non c’è male: 76 giorni e ancora nulla.
Eppure l’annuncio aveva rispettato tutti i passaggi codificati dal nuovo corso renziano: la slide (“massimo 5 vetture a ministero”); l’annuncio in conferenza stampa in orario tg; e il tweet a effetto finale. “Direttori e sottosegretari dovranno andare a piedi o in taxi, autobus, metro, moto o bicicletta”, spiegava il premier.
Era il 18 aprile. Per questo si può solo immaginare il senso di frustrazione provato dal commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, costretto a chiamare il dipartimento della Funzione pubblica per chiedere conto del ritardo e sentirsi rispondere che “ci sono stati dei contrattempi”.
C’era la riforma della Pa da portare a casa, decine di articoli finiti in un decreto omnibus e cassati dai tecnici del Quirinale che hanno costretto gli uffici legislativi alle dipendenze del ministro Marianna Madia a riscrivere i testi e spacchettare il tutto in due provvedimenti.
E quindi? E quindi “il fascicolo è finito sotto gli altri”.
L’episodio si è svolto mercoledì scorso, a raccontarlo è un autorevole fonte del Tesoro — dove Cottarelli ha ancora il suo ufficio — per altro l’unico ministero che ha ridotto le auto blu: da 24 a 12 a disposizione dei vertici, costretti a usarle solo su prenotazione.
Un’operazione — spiegano nei corridoi di via XX settembre — “avvenuta motu proprio”, cioè in automatico, senza una norma che li obbligasse a farlo.
Perchè, per quante riforme tu possa annunciare, e impegni tu possa prendere, la trafila è sempre la stessa: servono i decreti attuativi, altrimenti le norme contenute nei testi usciti dal consiglio dei ministri rimangono semplici dichiarazioni d’intenti.
Quella sulle auto blu dei ministeri è stata inserita nel “decreto Irpef” — quello dei famosi 80 euro in busta paga — del 24 aprile scorso. Quel testo stabilisce che “con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri su proposta del ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, è indicato il numero massimo, non superiore a cinque, per le auto di servizio a uso esclusivo, nonchè per quelle ad uso non esclusivo, di cui può disporre ciascuna amministrazione centrale dello Stato”.
Ai vari ministeri, però, quel decreto non è mai arrivato, e così le 1.599 auto blu (costo: 400 milioni l’anno) che compongono il parco macchine in uso a ministri, viceministri, sottosegretari, capi di gabinetto e di dipartimento, sono ancora tutte lì.
Come spesso succede con gli annunci renziani, i risultati ottenuti sono spesso opera dei predecessori.
Nel caso specifico, a oggi l’unico taglio effettuato — per altro molto blando — è quello voluto a settembre del 2011 dall’allora ministro del Tesoro Giulio Tremonti: via le auto “di utilizzo esclusivo, con autista” — le cosiddette “blu blu” — a direttori generali, capi degli uffici legislativi, delle segreterie e degli uffici stampa.
Ai piani più alti, hanno invece conservato quelle “di utilizzo non esclusivo”, ma sempre con autista.
Le altre 5.000 auto blu sparse per le amministrazioni periferiche sono ancora tutte in servizio, e non vengono toccate dalla norma annunciata da Renzi.
Norma che non riguarderà le 53.743 vetture che compongono l’intero parco macchine in dotazione alla pubblica amministrazione (49.820 appartengono alle amministrazioni locali) e che costano poco più di un miliardo l’anno alle casse dello Stato.
Qualcosa forse potrebbe muoversi nei prossimi giorni. “Adesso che il decreto della Pa è stato licenziato — spiegano dal Mef — i funzionari metteranno mano al decreto attuativo”
Bastava così poco.
Carlo Di Foggia
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Luglio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
LO SCUDO PASSA IN COMMISSIONE… POTRà€ SERVIRE ANCHE A NAPOLITANO… LE NORME SULL’ANTICORRUZIONE SLITTANO ANCORA (DOPO LA METà€ DI LUGLIO)
Venti minuti, poche obiezioni, un assenso convinto e la commissione Affari costituzionali approva l’emendamento di Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, i relatori di una riforma che trasforma la Carta: viene introdotta (o confermata) l’immunità per i futuri senatori, che poi senatori non sono, ma consiglieri regionali, sindaci e nominati.
Il Partito democratico ha votato compatto, assieme ai berlusconiani (con l’eccezione di Augusto Minzolini), ai leghisti e ai centristi-alfaniani misti.
Sel e M5s contrari.
Il ministro Maria Elena Boschi, presente in Commissione, ha concesso al tema un centinaio di secondi, in tre ha riassunto: “Il governo è favorevole”.
Scomparso l’imbarazzo; pareva asfissiante un paio di settimane fa. Poi s’è scoperto che la protezione ai senatori aveva il timbro di Matteo Renzi, di un gruppo di democratici e, ricordano, di svariati costituzionalisti consultati in Commissione.
Il bersaniano Miguel Gotor ha assistito a questi venti minuti, che avranno tempi supplementari in aula.
Convinto, per nulla pentito: “Il Senato che aveva pensato Renzi non aveva poteri, noi abbiamo ripristinato le funzioni legislative, di controllo e di garanzia e abbiamo bisogno di un ombrello”. Perchè, Gotor?
“Per — chè? Io sono quasi sicuro di essere ascoltato in questo mo mento. Viviamo in un paese con precedenti eclatanti di spionaggi illegali”.
E i politici locali che non saranno tra i fortunati 100, non sono discriminati?
“La questione è stata aperta, ma non era possibile trovare una soluzione”.
Con disprezzo per il pericolo, e per il cortocircuito normativo, la Commissione voleva coinvolgere la Consulta: in via informale, ma non interlocutoria, la Corte ha fatto sapere che non vuole cadere in impicci politici.
E non vuole sbrigare questioni che non le competono: creare una sezione per accogliere o respingere le richieste dei Tribunali non avrebbe senso. Non è possibile.
Per il governo non c’era neanche l’esigenza di disturbare la Consulta: l’immunità non è “dirimente” per le ri- moforme.
Anna Finocchiaro è in perfetta sintonia con Palazzo Chigi e il cosiddetto patto del Nazareno (allargato ai leghisti- alfaniani): “L’immunità non c’entra nulla con il mezzo di elezione. Non è cambiato niente rispetto alla Costituzione vigente, così come riformata nel ’92”.
Ma il Senato sta per cambiare. I Cinque Stelle dicono che l’immunità è uno sfregio al dialogo dei cittadini: “Non sanno neppure se i componenti saranno eletti o meno”.
Il governo non vuole cedere sul Senato elettivo nè tantomeno l’alleato Silvio Berlusconi è ricettivo.
Renzi ha spedito una missiva, un elenco di buoni propositi ai Cinque Stelle e rimette i contrasti in sospeso.
Ancora qualche giorno in Commissione, poi la settimana prossima la riforma sarà in aula.
E in aula, però, non ci sarà il disegno di legge anticorruzione.
Precedenza al Senato che corregge se stesso. Il ripristino (o la tutela) di una guarentigia costituzionale di Palazzo Madama potrebbe tornare utile anche a Giorgio Napolitano che, dimissionario a breve o dimissionario più tardi, potrà usufruire dell’ar — ticolo 68 quando non alloggerà più al Colle.
Ai magistrati di Palermo che lo volevano interrogare in qualità di testimone della trattativa Stato- mafia, il presidente della Repubblica inviò una lettera: “Non ho nulla da riferire”.
E nulla ha riferito.
Da senatore a vita senza immunità avrebbe riferito. Adesso non più. O mai più.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile
RISTABILITO LO SCUDO PER PALAZZO MADAMA IN COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI
Torna l’immunità per deputati e senatori. 
La commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato l’emendamento dei relatori Anna Finocchiaro (Pd) e Roberto Calderoli (Lega Nord) al ddl Riforme. L’organo parlamentare a larga maggioranza ha dato il via libera alla modifica dell’articolo 68 della Costituzione.
Hanno votato contro Sel e Movimento 5 Stelle, astenuto Augusto Minzolini di Forza Italia.
Il governo ha espresso parere favorevole sulla proposta.
La modifica alla bozza dell’esecutivo (che inizialmente non prevedeva lo scudo per Palazzo Madama) era stata accolta tra le polemiche nei giorni scorsi.
Una decisione presa senza nemmeno sapere se i membri del Senato saranno eletti dai cittadini oppure nominati dalle segreterie di partito.
La conferenza dei capigruppo ha deciso che il ddl Riforme approderà in aula al Senato la prossima settimana (probabilmente il 9 o 10 luglio) e non domani come previsto inizialmente.
La commissione Affari costituzionali procede per il momento senza particolari intoppi con la maggioranza che tiene la prova del voto.
Sulla strada delle riforme però sono stati tolti tutti i dossi, quegli articoli su cui si è aperto infatti il vero dibattito politico e costituzionale.
Nella seduta di questa mattina sono stati approvati gli emendamenti che modificano gli articoli dal 60 al 67 della Costituzione, bocciati tutti i subemendamenti, tranne quello di Francesco Campanella (Misto) che impone ai senatori la presenza durante i lavori delle commissioni.
Domani, riferiscono alcuni componenti della commissione, si dovrebbe rispettare lo stesso timing e arrivare così a giovedì, quando si deciderà seriamente la sorte del ddl. Silvio Berlusconi infatti riunirà nel primo pomeriggio deputati e senatori di Forza Italia per riportare la fronda interna al partito sulla strada dettata dal patto del Nazareno.
Nella stessa giornata di giovedì 3 luglio, il premier Matteo Renzi incontrerà il Movimento 5 Stelle.
I grillini proprio in queste ore stanno spingendo per una approvazione più che delle riforme della legge elettorale. In vista forse di un voto anticipato, commentano a palazzo Madama.
Solo dopo questa giornata, con un probabile faccia a faccia Renzi-Berlusconi in serata se necessario, se sciolti i nodi la commissione potrà procedere con l’esame e il voto degli emendamenti che modificano degli articoli 56, 57, 58 e 68 della Costituzione.
Il 56 e il 57 affrontano infatti la composizione di Camera e Senato, di cui il governo vorrebbe ridurre il numero.
Il 58 invece stabilisce le modalità di elezione dei componenti del Senato, che l’esecutivo vorrebbe di secondo grado e non quindi diretta, e infine il 68, sull’immunità dei parlamentari.
Escluso quindi che si lavori giovedì e i senatori pessimisti confessano che un arrivo in aula per la prossima settimana “è utopistico. Molto più probabile che il ddl arrivi all’esame dell’assemblea alla metà di luglio”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 28th, 2014 Riccardo Fucile
SAREBBE STATO LO STESSO PREMIER A DECIDERE IL RITORNO DELL’IMMUNITA’ PER I SENATORI, LA BOSCHI HA SOLO ESEGUITO
Una riforma con l’immunità al centro e i balletti intorno.
Ci sono i ribelli in Forza Italia, le ridotte al Nazareno, le furerie in zona Nuovo Centro Destra. Tutti vigili poco incisivi.
E la riforma di Palazzo Madama scivola verso il tira e molla di sub-emendamenti (oltre 500) di lunedì in Commissione Affari costituzionali e, fra un paio di settimane, finirà in aula. In stiva, protetta, viaggia l’immunità per i futuri senatori che poi senatori non saranno, non come oggi, non eletti, non equivalenti ai deputati, ma consiglieri regionali, sindaci e nominati.
L’immunità non è apparsa per caso, e per caso potrebbe restare.
Com’è andata lo spiegano fonti di Palazzo di Chigi, che rispondono a precisa domanda: il 17 giugno, due giorni prima che terminassero le mediazioni in Commissione, Matteo Renzi e una delegazione di senatori democratici hanno siglato un compromesso e riesumato l’immunità .
Questa è la novità . Un particolare schiacciante che aiuta a interpretare l’immobilismo di Maria Elena Boschi, il ministro competente e piuttosto riservata e silente su questa vicenda.
I passaggi sono numerosi, però, e vanno messi in fila.
Per fare ordine. Roberto Calderoli, il leghista relatore in Commissione assieme ad Anna Finocchiaro, ha ricostruito le origini di quest’apparizione. Calderoli e Finocchiaro, per non ignorare la questione, introdurre o escludere l’immunità per una Camera non più paritaria, volevano coinvolgere l’arbitro più preparato e imparziale che si possa coinvolgere: la Consulta.
I democratici avevano fretta. Il ministro per le Riforme aveva fretta.
Calderoli ha consegnato al Fatto il contenuto di un paio di email provenienti dal dicastero per le Riforme che certificano un elemento: Boschi sapeva dell’immunità — siamo al 19 giugno, giovedì — e non ha modificato il documento.
Ma non poteva intervenire: la decisione l’aveva timbrata Matteo Renzi.
Il 17 giugno, raccontano fonti di Palazzo Chigi, Renzi ha incontrato una delegazione di senatori democratici e, in quella sede, è emersa la convinzione che fosse necessario ripristinare l’immunità per Palazzo Madama in versione aggiornata.
I motivi. Aumentati poteri legislativi, di controllo e di garanzia, l’immunità era invocata da gran parte dei senatori in Commissione e da un gruppo di costituzionalisti che hanno osservato l’evoluzione di un testo che, in fase di approvazione preliminare (Cdm del 31 marzo), non prevedeva l’ombrello contro l’arresto, le perquisizioni e le intercettazioni senza la tradizionale autorizzazione, articolo costituzionale numero 68.
Il faccia a faccia tra i senatori e il segretario-premier è servito anche a reperire la formula più adatta per aggiornare il testo: un emendamento dei relatori.
E dunque il governo, ricevuto il via libera da Renzi, non ha eliminato l’immunità e ha confermato — come dimostrano i documenti pubblicati ieri dal Fatto e come ammettono le fonti di Palazzo Chigi — le proposte teleguidate dei relatori.
Non è stato un incidente burocratico. Non è stato un equivoco fra uffici. Non è stata una dimenticanza, una spietata leggerezza.
Ma è stata una volontà politica, vidimata fra i doppi livelli di esecutivo e partito. Unica differenza: il governo non ha accettato, in quei giorni frenetici, il suggerimento di Calderoli e Finocchiaro che volevano (e vogliono ) interpellare la Consulta.
Il leghista, autore di porcate elettorali e dotato di sagacia tattica, non voleva sembrare uno sprovveduto nè un difensore di una nuova categoria di privilegiati: i senatori non eletti, di fatto una squadra di fortunati politici locali.
E così Calderoli ha sfidato il ministro Boschi a negare l’evidenza: l’immunità è un desiderio di Palazzo Chigi, non l’estremo, non l’unico, ma comunque di proprietà di Palazzo Chigi. Boschi non ha replicato a Calderoli, non ne ha avvertito l’esigenza.
Ma non ha più importanza: perchè Palazzo Chigi si è intestato la paternità di questa scelta.
L’arcano non esiste più. Anzi, non è mai esistito.
Il ministro Boschi ha degradato a questione non “dirimente” (testuale) l’immunità perchè era a conoscenza degli accordi fra Renzi e un gruppo di senatori.
Non poteva smentire il premier. E il premier non ha smentito l’ultimo testo.
Ma non hanno più valore le frasi di circostanza, le esternazioni quasi piccate di chi sosteneva con sicumera: se l’immunità è un problema, la togliamo.
Forse adesso è un problema, ma l’hanno voluta. E sta lì, nel documento, come richiesto.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: la casta | Commenta »