Marzo 27th, 2014 Riccardo Fucile
COI SOLDI UE GLI ITALIANI SI FANNO RICONOSCERE SUBITO: COLLABORATORI “LOCALI” A VOLONTA’
Un fiume di assistenti per l’europarlamentare Clemente Mastella (Udeur): tre collaboratori a Bruxelles e ben otto locali e cioè presenti sul territorio di provenienza.
Impietoso il paragone con il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz (Pse), che nel sito dell’istituzione enumera soltanto tre assistenti.
Secondo quanto informa il Parlamento europeo, i collaboratori accreditati in aiuto ai parlamentari possono essere al massimo tre, stipendiati direttamente da Bruxelles e presenti nella capitale belga, a Strasburgo oppure in Lussemburgo.
Nessun limite invece per i collaboratori locali, che vengono assunti con un contratto del Paese di provenienza utilizzando soldi Ue.
Per gli assistenti ogni europarlamentare possiede un budget definito, che può utilizzare totalmente o soltanto in parte, lasciando il denaro non speso direttamente nelle casse del Parlamento.
Gli undici assistenti di Mastella (tre accreditati e otto locali) sono davvero molti, se paragonati alla media degli assistenti in forze presso gli uffici dei suoi colleghi Ue.
Ma c’è un europarlamentare italiano, tra i settantatrè della pattuglia europea, che addirittura supera il leader dell’Udeur: è Mario Pirillo (Pd) con 14 collaboratori.
Gli altri europarlamentari nostrani oscillano da tre assistenti – come quelli di Magdi Cristiano Allam Mario Borghezio, ai 7 del vicepresidente del Parlamento Ue Gianni Pittella (Pd), agli 8 di Ciriaco De Mita (Udc), superato a sua volta da Francesco De Angelis (Pd) con 9. Marco Scurria (Fi) uguaglia Mastella con 11 persone.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 26th, 2014 Riccardo Fucile
COME SI PROTEGGONO I PARLAMENTARI: DAL RELATORE CHE NON DEVE ESSERE “OSTILE”, CIOÈ D’OPPOSIZIONE, ALLE PERDITE DI TEMPO CHE “AIUTANO A DEFINIRE LE QUESTIONI” FINO ALL’ACCUSA DI PEDOFILIA SPACCIATA PER CRITICA POLITICA
Cosa avviene nelle Giunte per le autorizzazioni di Camera e Senato?
La domanda è legittima, la risposta largamente sconosciuta visto che raramente se ne seguono i lavori.
Peccato, perchè si tratta degli ultimi recessi in cui la grande tradizione giuridica italiana trova ancora un suo spazio. Dibattiti altissimi, pensose obiezioni, lunghe pause di riflessione.
Eccovene un saggio.
OSTILITà€ PRECONCETTA
Siamo a maggio 2013, prime riunioni della Giunta per le Autorizzazioni della Camera, e il grillino Andrea Colletti chiede che per scegliere i relatori si segua questo criterio: “Per i casi riguardanti esponenti dei gruppi di maggioranza, l’incarico va all’opposizione e viceversa”.
Strabuzza gli occhi il presidente Ignazio La Russa: intanto l’incarico lo do io valutando “il soggetto più idoneo a svolgere l’incarico” e, comunque, “la prassi è affidare il compito a un deputato appartenente allo stesso schieramento proprio al fine di evitare che le valutazioni siano influenzate da logiche di parte”.
LA PSICOSI TABULATI
Il senatore Antonio Milo ha una rapida e convulsa carriera politica: la scorsa legislatura era deputato di Noi Sud, costola meridionale di marca Pdl, poi viene spedito a Palazzo Madama, s’iscrive subito a Forza Italia e quindi aderisce a Forza Campania, il movimento scissionista ispirato da Nicola Cosentino.
Le cose, però, non cambiano in fretta come i partiti di Milo e così, l’11 marzo 2014, in Giunta arriva la richiesta per l’utilizzo dei tabulati telefonici del politico di Agerola, Napoli.
Il senatore, all’epoca dei fatti deputato, è accusato di essersi procurato certificati e fatture false da un centro di fisioterapia per ottenere i rimborsi in Parlamento.
Il Gip chiede il permesso per acquisire i suoi tabulati telefonici per capire se in quei giorni Milo era a fare regolarmente fisioterapia oppure beatamente altrove.
Semplice, ma non per il relatore, il democratico Giorgio Pagliari, avvocato. Il nostro s’interroga a lungo: la questione tabulati, d’altronde, si pone per la prima volta nella legislatura. Alla fine, citate un paio di sentenze della Consulta, Pagliari non trova la risposta e propone di aspettare le “eventuali memorie scritte” del senatore Milo.
IL COMMA 22 DELLA P3
Possiamo usare le intercettazioni della trimurti berlusconiana Verdini, Cosentino, Dell’Utri nell’inchiesta P3, presunta associazione segreta finalizzata al pilotaggio di appalti e sentenze, oltre che al dossieraggio al danno di nemici politici?
Domanda semplice che il Gip di Roma ha rivolto alla Camera e al Senato ad aprile e—con nuovo materiale — a luglio. Le due Giunte, desiderosissime di rispondere, non riuscivano però a risolvere un dilemma: chi doveva decidere su cosa? Camera o Senato?
In sei mesi e oltre si è riuscito a fare quanto segue: i presidenti La Russa e Stefà no hanno nominato i due relatori (Costa e Pezzopane), che avevano pure il compito di sentirsi tra loro, compito poi demandato ai presidenti delle due Camere.
Il piddino Franco Vazio si poneva interrogativi ponderosi: “Che succede, per dire, se sia la Camera che il Senato dichiarano che non sono competenti su Verdini?”.
Pare niente, ma a forza di pensare s’è fatto ottobre: il 14 la posizione dei tre è stata stralciata dal processo principale; il 23 la Giunta ha deciso con un’alzata d’ingegno notevole. Di Cosentino se ne occupa la Camera perchè era deputato, di Dell’Utri il Senato perchè era senatore, di Verdini sempre il Senato perchè ora è senatore.
VERDINI E SOCI, FINALMENTE
Alla fine, dopo quasi un anno di attesa, le Giunte di Camera e Senato hanno risposto sì alla Procura di Roma sull’utilizzo delle intercettazioni telefoniche di Denis Verdini, Nicola Cosentino e Marcello Dell’Utri.
Sul banchiere-editore fiorentino, in particolare, la battaglia a palazzo Madama fu memorabile. Scegliendo fior da fiore. Lucio Malan (Fi), perentorio: “La Costituzione è chiara e va applicata. Le intercettazioni nei confronti di Verdini sono illegittime”. Mario Ferrara (Gal), sospettoso: “L’iscrizione di Verdini nel registro degli indagati risulta stranamente breve”. Maria Elisabetta Alberti Casellati (Fi), definitiva: “Le intercettazioni effettuate dalla Procura di Firenze non sono occasionali e, di conseguenza, non può essere autorizzato l’utilizzo”.
ELOGIO DELLA LENTEZZA
È il lontano 2009 quando, sui giornali locali, esce la notizia che il sindaco di Civitavecchia (Roma), Giovanni Moscherini, sarebbe stato espulso da Cuba “per aver commesso il reato di corruzione dei minori”. In due giorni fu chiaro che si trattava di una bufala, ma al terzo Pietro Tidei — deputato Pd e ora sindaco al posto di Moscherini (ma in Parlamento c’è sua figlia) — rilasciò un’intervista al Messaggero per dire: “Quel documento è vero: l’hanno espulso”. Querela, si giustifica Tidei in Giunta:macchè Cuba, “quella controversia affonda le radici nella mie costanti iniziative politiche sulla gestione dell’autorità portuale di Civitavecchia”.
Alla fine — dopo cinque anni — i due pur di non aspettare la Camera si sono accordati extragiudizialmente. Commento di Daniele Farina (Sel): “La tempistica con cui la Giunta decide, talvolta , può favorire la definizione della questione”.
GENIO GIURIDICO
La Procura di Bergamo contesta a Giorgio Iannone, imprenditore e deputato berlusconiano fino al marzo scorso, il reato di tentata estorsione per alcune minacce rivolte dal politico ai vertici di Ubi banca avvalendosi anche di informazioni acquisite quand’era parlamentare. La presunta tentata estorsione, peraltro, sarebbe avvenutaanchedopoladecadenza dal seggio del nostro.
La cosa curiosa,il vero colpo di genio giuridico, è che la difesa ha invocato l’insindacabilità delle parole di Iannone: in sostanza, avrebbe estorto nell’esercizio delle sue funzioni di deputato e quindi è immune. La Camera, dopo un pensoso dibattito, s’è rifiutata di dargli ragione.
IL DOPPIO TURNO DI BONDI
Non le frequenta più, ma nelle aule parlamentari si discute ancora di Italo Bocchino, stavolta come parte offesa, diffamato da Sandro Bondi.
L’ex deputato vuole la condanna del poeta berlusconiano per un’intervista al Giornale del 2010. Se le opinioni di Bondi su Bocchino siano o meno coperte dall’insidacabilità parlamentare è una controversia che si trascina da anni.
Il presidente Dario Stefà no propone ai colleghi di attendere un’audizione di Bondi. Vito Crimi (M5S) fa notare che ce n’è stata già una il 15 febbraio 2012 che i commissari possono facilmente consultare attraverso i resoconti già pubblicati.
Mario Ferrara di Gal, però, eccepisce che non è sufficiente rileggersi il Bondi di due anni fa: va riascoltato per valutare tutte le argomentazioni.
Evidentemente, la scorsa volta non fu esaustivo. Anche il democratico Giuseppe Luigi Cucca, ultragarantista, vuole “salvaguardare i diritti della difesa”. Risultato: siamo in attesa della seconda audizione.
LO SCUDO DI GASPARRI
Dopo aver ricevuto una denuncia per diffamazione da parte di Marco Travaglio — accusato senza fondamento in tv e sulla stampa di aver trascorso le vacanze con un condannato di mafia (che le avrebbe anche pagate) — il senatore Maurizio Gasparri, per non incorrere in una condanna, si è appellato all’insindacabilità d’opinione del parlamentare.
La Giunta ricostruisce la vicenda: “Nella scorsa legislatura sono emerse nel dibattito due tesi contrapposte. La prima delle due tesi, in linea con la giurisprudenza della Corte costituzionale, era volta a sottolineare la non configurabilità nel caso di specie della prerogativa dell’insindacabilità , per mancanza di nesso funzionale tra le dichiarazioni (rese extra moenia) oggetto del procedimento civile in questione e l’attività parlamentare del senatore Gasparri.
La seconda tesi, emersa anch’essa nel corso del dibattito, era volta a profilare la sussistenza della prerogativa dell’insindacabilità anche nei casi riconducibili all’esercizio extra moenia, da parte di un parlamentare, del diritto di critica politica avulso, sul piano funzionale, dalle attività parlamentari svolte in sede istituzionale”.
E com’è finita? Ha vinto la seconda tesi, quella contraria alla Consulta.
Lo stesso trattamento benevolo, peraltro, l’avevano ricevuto i senatori Iannuzzi, Ciarrapico, Guzzanti, Pedica e Vaccari.
Ora la palla è appunto alla Corte costituzionale.
Che fa il Senato: insiste o arretra? Insiste e manda gli avvocati nonostante l’inevitabile sconfitta. Per Lucio Malan è un “atto doveroso”. La collega Alberti Casellati sente il momentostorico:“Va salvaguardata l’istituzione”.
BIPOLARISMO
“Delinquente di centrodestra”. Nel luglio 2012 Aniello Formisano, ex Idv, si lasciò andare nell’accogliente studio di Uno mattina Estate, Raiuno, a questo giudizio poco lusinghiero su Ciro Borriello, sindaco uscente di Torre del Greco, Napoli, ex di-pietrista pure lui, ma convertitosi al verbo di Nicola Cosentino.
C’è un equivoco, ha spiegato Formisano in audizione: io mi riferivo a Cosentino, quindi era chiaramente una polemica politica connessa con la mia attività parlamentare . §
Il berlusconiano Antonio Leone, però, ha un dubbio: “Vorrei sapere, anche in ragione della mia appartenenza, se lei intendeva dare all’espressione ‘delinquente di centrodestra’ una connotazione diversa rispetto a ‘delinquente di centrosinistra’, ad esempio”. Pronta la replica “La collocazione politica di un delinquente non deve mai comportare alcuna differenza nella valutazione del soggetto”.
La Giunta gli ha dato ragione.
TROPPE PROVE
Francesco Proietti Cosimi, detto Checchino, già braccio destro di Gianfranco Fini, finisce indagato per bancarotta fraudolenta, emissione di fatture false e violazione del finanziamento ai partiti.
Il Gip di Roma chiede alla Camera di poter usare una decina di intercettazioni casuali dell’ex deputato (per quelle dirette è necessaria l’autorizzazione preventiva del Parlamento).
Ne segue lungo e appassionato dibattito. Sapeva il pm che stava ascoltando Proietti prima di indagarlo? Se sì, quegli ascolti sono illegittimi.
Risposta della Giunta: sì, lo sapeva, perchè all’epoca era già uscito un pezzo di Panorama in cui si parlava della società coinvolta, la Ke.Is. del nipote dell’onorevole.
Niente intercettazioni. Poco male, dice il relatore Domenico Rossi (Scelta civica), visto che il pm ritiene rilevante una conversazione in cui Proietti chiede soldi al nipote, ma in quantità “piuttosto risibile rispetto ai volumi di denaro accertati dalla Guardia di Finanza”. Come dire: le prove già le avete…
FOTOGRAFIE
Un tale Alberto Ruggin, nel 2007, era stato allontanato dal coro della parrocchia di Monselice. Aveva spiegato sul Mattino di Padova la leghista Paola Goisis, bossiana doc: “Don Paolino ha deciso di prendere questa decisione nel momento in cui sono state trovate fotografie su internet con Alberto in posizioni sconce e scabrose”.
Ne era seguita querela per diffamazione visto che, peraltro, le famose foto non esistono. La relatrice della scorsa legislatura, Jole Santelli del Pdl, aveva chiesto alla Giunta di dichiarare insindacabili le opinione di Goisis: aveva diffamato da onorevole.
La faccenda era poi rimasta in sospeso per sopravvenute elezioni.
Il parere del nuovo relatore Antonio Leone (Forza Italia): “A prescindere se le foto esistano o meno, è una questione locale, una bega di paese”.
Goisis va salvata. La faccenda, alla fine,s’è risolta con la rinuncia della leghista all’insindacabilità .
STALINISMO
“Figliulo è un bugiardo comunista”, come d’altronde è intuibile dal “celebre motto di Stalin tramandato dal Pci: calunniate, calunniate, qualcosa resterà ”.
Parere a mezzo stampa di Edmondo Cirielli, deputato ex An.
A parte che in genere la massima viene attribuita a Voltaire, il signor Figliulo — segretario del Pd a Salerno — non l’ha presa bene e ha querelato.
Parere del relatore Antonio Leone: “Emerge inequivocabilmente la sussistenza del nesso funzionale tra le opinioni espresse e l’attività parlamentare tipica”.
Marco Palombi e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LO SCANDALO DI SOCIETA’ PUBBLICHE TRA INDENNITA’, GETTONI E RIMBORSI SPESE
Per gestire una società pubblica al 100% è sempre necessario un consiglio di amministrazione con indennità multiple, gettoni e rimborsi spese, o invece basta un più sobrio amministratore unico?
L’interrogativo diventa ineludibile se si prende, ad esempio, il caso della Rete autostrade mediterranee, società interamente posseduta dal Tesoro.
Nel 2012 i compensi degli amministratori, pari a 312.500 euro, superavano di gran lunga gli stipendi di tutto il personale: 258.560 euro.
Trattasi di una società interamente posseduta dal Tesoro creata pomposamente nel 2004 dal secondo governo di Silvio Berlusconi per il grandioso progetto delle autostrade del mare.
Dieci anni dopo ha il compito di gestire le istruttorie per i contributi agli autotrasportatori che caricano i tir sui traghetti.
Con cinque consiglieri di amministrazione e due impiegati, secondo i dati comunicati alla Camera di commercio.
Nel 2012 i dipendenti erano ben quattro, di cui tre a tempo determinato.
Vero è che li aiutavano una dozzina di co.co.co. Ma è pur vero che i compensi degli amministratori, pari a 312.500 euro, superavano di gran lunga gli stipendi di tutto il personale: 258.560 euro.
Somma, quest’ultima, di poco superiore alla sola retribuzione di 246 mila euro percepita nel 2012 dall’amministratore delegato Tommaso Affinita.
Un peso massimo di quella burocrazia che va volentieri a braccetto con la politica: dirigente del Senato, capo di gabinetto dei ministri delle Poste Antonio Gambino e Pinuccio Tatarella, presidente dell’Autorità portuale di Bari…
E nonostante rimanga inarrivabile la vetta raggiunta una volta in Campania da un consorzio parapubblico (Imast) con 25 consiglieri di amministrazione e un solo dipendente, che per uno scatto di decenza venne poi fuso con un altro ente parapubblico (Campec) che di consiglieri ne aveva solo 11 e di impiegati ben 8, le ragioni che tengono la Ram ancora in vita sono imperscrutabili.
Scorrendo la lista delle controllate non quotate del Tesoro il sospetto che la spending review dovesse partire da qui viene eccome.
Prendete “Studiare sviluppo”: è una società di consulenza del Tesoro che si prodiga anche in consulenze per gli altri ministeri.
Recentemente, quello dell’Ambiente in vista dell’Expo 2015.
Manifestazione, per inciso, affidata a un’omonima società pubblica il cui amministratore Giuseppe Sala ha avuto nel 2012 un compenso di 428 mila euro. Incerto il perchè una consulenza del genere debba passare attraverso una srl statale. Certissimo, invece, che nel 2012 l’amministratore delegato di Studiare Sviluppo, Carlo Nizzo, ha incassato 261.771 euro.
Cifra perfino inferiore a quella toccata nello stesso anno a Riccardo Mancini (287.188 euro), l’uomo che l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno aveva collocato a capo dell’Eur spa e che ora se la deve vedere con un processo per tangenti.
Chi ricorda poi la Sogesid? L’avevano fatta vent’anni fa per gestire la legge Galli sui bacini idrici.
Poi la cosa ha preso un’altra piega, ma la Sogesid è sopravvissuta. Con cinque consiglieri, guidati da Vincenzo Assenza, già vicepresidente della Provincia di Siracusa Retribuzione 2012, 326 mila euro.
Un soffio al di sopra dell’indennità (300 mila) del presidente delle Fs Lamberto Cardia, riconfermato nel 2013 a 79 anni d’età .
Come è pure sopravvissuta alle privatizzazioni una scheggia delle assicurazioni pubbliche. Si chiama Consap e ha 5 consiglieri, per un costo in stipendi e gettoni di 760 mila euro.
Di questi, 473,7 per l’amministratore delegato Mauro Masi, ex direttore generale della Rai, e 225,8 per il presidente Andrea Monorchio, fino a 13 anni fa Ragioniere generale dello Stato.
Cifre che possono apparire modeste, se rapportate ad altre buste paga.
Per esempio i 570.500 euro di Giuseppe Nucci, capo della Sogin, la società che deve smaltire le scorie delle centrali nucleari chiuse 26 anni fa.
Ma pure i 601 mila dell’amministratore del Poligrafico Maurizio Prato. Anche se va ricordato come i vertici delle società statali dovranno rispettare il tetto dei 302 mila euro imposto ai superburocrati.
Se non addirittura quello ancora più restrittivo di cui si sta discutendo: i 248 mila euro dello stipendio del presidente della Repubblica.
Limite cui saranno invece sottratte società legate al mercato o che emettono obbligazioni. Tipo le Ferrovie, il cui amministratore delegato Mauro Moretti ha portato nel 2012 a casa 873 mila euro.
O la Cassa Depositi e prestiti di Giovanni Gorno Tempini: un milione 35 mila euro. Oppure le Poste di Massimo Sarmi, in scadenza dopo 12 anni, che ha il record assoluto della retribuzione 2012 per le società pubbliche non quotate: 2 milioni 201 mila euro.
Tutta colpa di quei 638 mila euro di arretrati dell’anno prima…
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile
E’ IN CORSO LA CONVENZIONE CONSIP PER 70 MILIONI… L’ULTIMA GARA SI E’ CONCLUSA CON L’ACQUISTO DI 210 AUTO BLINDATE PER UN VALORE DI 25 MILIONI
Il venditore è un fenomeno oppure il mercato delle auto blu funziona al contrario, con cento vecchie ne compri mille nuove.
Renzi ha annunciato così la dismissione delle prime 100 auto di servizio della pubblica amministrazione.
Saranno su eBay dal 26 marzo al 16 aprile, con previsioni d’incasso alquanto incerte ma sicuri ritorni d’immagine.
In ultimo è arrivato pure il commissario Cottarelli, con le sue tabelle: “massimo 5 vetture e solo per i ministeri”.
E’ la definitiva rottamazione del simbolo del potere? Non proprio.
Nessuno, forse, ha informato premier e commissario che mentre loro rivendono le auto usate sul web lo Stato si prepara a comprarne di nuove nei concessionari: 210 vetture pubbliche, tutte blindate, con una possibilità di spesa fino 25 milioni di euro in due anni.
Non è uno scherzo. E neppure una novità , visto che la gara Consip per l’acquisto è partita a dicembre e il termine per le offerte era il 27 febbraio scorso, giusto un paio di settimane prima della roboante serie d’annunci e cinque giorni dopo l’insediamento di Renzi. Non solo.
E’ addirittura in corso, pienamente operativa da tempo, un’altra convenzione per l’acquisto centralizzato di 1100 tra berline e utilitarie.
Valore della convenzione, 15 milioni di euro.
E’ tutto? No, a ben vedere ce n’è anche un’altra per veicoli green, autovetture elettriche e ibride, valida fino al 2016.
Ci sono infine i centri d’acquisto periferici che continuano le prenotazioni: a metà gennaio, in piena bufera per l’inchiesta delle Procura di Palermo sulle spese pazze dei gruppi, la Regione Sicilia pubblicava un bando per il noleggio di sette auto blu blindate.
Già , perchè c’è anche il noleggio, oggetto di una quarta convenzione Consip attiva da due anni e fino al 2015: 4.045 autoveicoli per tutti i gusti.
Elettrico, benzina, metano e Gpl. Cinque lotti per un valore totale di 40 milioni di euro.
Insomma, gli annunci sulle auto blu sono definitivamente entrati in cortocircuito con la realtà .
Ma la domanda dalle cento pistole è: si possono interrompere gli acquisti?
La risposta è si, le convenzioni sono revocabili, a condizione di sapere che ci sono. E nessuno, per ora, le ha revocate.
A spiegare il meccanismo è il responsabile del procedimento dell’ultima gara chiusa, quella da 210 vetture ora all’esame della commissione che selezionerà il vincitore. Consip stipula contratti quadro dopo aver rilevato il fabbisogno delle amministrazioni. Quando la convenzione è attiva quelle che hanno titolo possono usufruirne per rinnovare il proprio parco veicoli all’interno del massimale e dei prezzi unitari indicati nella convenzione.
Ma il governo può interrompere gli acquisti?
“Come per tutte le convenzioni non è un’acquisto diretto”, spiega il responsabile Maurizio Ferrante. “Se subentra una norma che inibisce l’acquisto per ragioni di contenimento della spesa non c’è alcuna penalizzazione, le gare non prevedono un impegno all’acquisto, neppure per un veicolo”.
Ma la norma non è subentrata, nessun decreto a firma di Renzi che blocchi o restringa la possibilità delle amministrazioni di ordinare veicoli nuovi nei prossimi 2 anni.
E qui sta il rischio, il trucco, la breccia che fa rientrare l’auto blu dalla finestra.
La spending review di Monti e la legge di Stabilità di Letta avevano inibito fino al 31 dicembre 2014 l’acquisto di autovetture a tutte le amministrazioni dello Stato, periferiche e centrali, ad eccezione di tre categorie: Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, servizi istituzionali di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, servizi sociali e sanitari volti a garantire i livelli essenziali di assistenza.
La seconda categoria, a ben vedere, è ampiamente compatibile coi servizi scorta e col tradizionale scarrozzamento in auto blu.
Benchè il bando non sia una gara su delega per gli Interni e la Giustizia, c’è da ritenere che vetture blindate sotto il profilo balistico siano rivolte essenzialmente ai due ministeri.
Del resto chi controlla la destinazione finale dell’acquisto? Consip mette a disposizione il servizio e fa esperire la gara pubblica abilitando le stazioni appaltanti che (a qualsiasi titolo) possono accreditarsi.
Le verifiche sulla reale destinazione d’uso spettano poi alla Corte dei Conti e alla Guardia di Finanza. Che come si muovono riscontrano illeciti a dimostrazione che la galleria per far passare le auto pubbliche, volendo, si trova.
Così succede, del resto, per l’uso improprio che è l’altro male duro a morire.
Lo conferma la quantità di consiglieri regionali recentemente indagati per le spese pazze e i rimborsi gonfiati sotto la voce “spese di trasporto”.
Eccoli i due binari che hanno creato negli anni il parco di auto pubbliche più grande d’Europa (52mila secondo l’Espresso).
La scoperta che mentre si vende in realtà si compra lascia interdetti per primi i potenziali beneficiari, quei sindacati delle Forze dell’Ordine che per anni hanno chiesto uomini e mezzi. E ora arrivano i mezzi e tagliano gli uomini.
Massimo Blasi, segretario confederale della Cisal, prova a usare l’ironia: “Il rischio, se si prendono per buone le tabelle di Cottarelli sugli organici delle forze dell’ordine, è che ci arrivino le auto e nessuno le possa guidare”.
Da qui, l’informativa urgente a Renzi: “Attenzione Matteo, dici che le vendi ma guarda che le stai comprando”.
E con 100 usate sarà poi difficile prenderne 1000 nuove, anche per il più micidiale dei venditori.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 25th, 2014 Riccardo Fucile
CON QUALE FACCIA PUO’ CHIEDERE SACRIFICI AGLI ITALIANI QUANDO LUI CONTINUA A COSTRUIRSI UNA DOPPIA PENSIONE CON UN TRUCCHETTO?
Matteo Renzi un minuto dopo avere ottenuto la fiducia, dovrebbe fare un gesto
fondamentale per la sua credibilità : dimettersi dalla società di famiglia.
Come il Fatto ha già scritto, Renzi ha ottenuto il diritto alla pensione grazie a un trucco: nel 2003, quando l’Ulivo decise di candidarlo alla Provincia di Firenze (elezione sicura nel giugno 2004) Renzi si fece assumere dalla società di famiglia nella quale era un semplice collaboratore.
La Chil Srl si occupava di marketing e vendita dei giornali ai semafori con gli strilloni. Il padre e la madre l’avevano fondata nel 1993 e avevano ceduto nel 1997 le quote ai figli Matteo (40 per cento) e Benedetta (60 per cento).
Quando matura la candidatura alla Provincia, Matteo è solo un co.co.co.
Se fosse rimasto un collaboratore non avrebbe maturato i 10 anni di contributi pensionistici da dirigente nè avrebbe avuto diritto alle cure mediche gratuite e al Tfr.
Per regalare questo vantaggio al figliolo, babbo Tiziano e mamma Laura lo assumono e lo pagano come dirigente per pochi mesi, per poi metterlo in aspettativa.
Così i contributi sono a carico della Provincia, e del Comune dal 2009, che nel 2013 pagava 3mila e 200 euro al mese per il suo sindaco.
Così, grazie a una somma stimabile in circa 350 mila euro versata dagli enti locali per lui in dieci anni, Renzi oggi è un trentenne fortunato dal punto di vista assistenziale e pensionistico.
Se non può essere definita una truffa allo Stato, quella realizzata da Renzi, è una truffa alla ratio, allo scopo alto dello Statuto dei lavoratori del 1970.
Il dubbio che sorge leggendo la cronologia di quelle giornate è che nel 2003 abbia usato la norma nata per garantire la partecipazione alle elezioni ai lavoratori per ottenere una pensione e un Tfr ai quali — fino a pochi giorni prima della sua candidatura — non aveva diritto.
Il 17 ottobre 2003 Matteo Renzi e la sorella vendono le quote della Chil alla mamma e al papà .
Il 27 ottobre mamma Laura assume in Chil l’ex socio Matteo.
Il co.co.co. diventa dirigente un giorno prima che l’Ansa batta la notizia: “Il coordinatore provinciale della Margherita Matteo Renzi per la presidenza della Provincia di Firenze e Leonardo Domenici per la poltrona di sindaco della città sono le candidature proposte alla coalizione dalla Margherita”.
Il 30 ottobre, tre giorno dopo l’assunzione, l’Ansa racconta “la positiva accoglienza degli alleati della candidatura a presidente della Provincia del giovane Renzi”.
Il 4 novembre, 8 giorni dopo l’assunzione, arriva l’ufficializzazione.
Quello stesso anno anche il sindaco di Tortona, Francesco Marguati, viene eletto e assunto nella società di famiglia. Però nel 2008 Marguati e la figlia Michela sono stati condannati in primo grado a 16 mesi e 8 mesi per concorso in truffa aggravata ai danni del Comune.
Il sindaco si era fatto assumere dalla figlia 22 giorni prima di assumere la carica.
Per il pm, un rapporto di lavoro fittizio che ‘costava’ al Comune 23 mila euro all’anno di contributi”.
Ogni storia fa caso a sè e comunque nel 2010, la Corte d’Appello di Torino ha assolto l’ex sindaco di Tortona.
Intanto, nell’ottobre 2010 quando la Chil Srl viene ceduta, il ramo d’azienda con dentro il sindaco in aspettativa resta in famiglia: Matteo viene ceduto con il ramo marketing alla Eventi 6 della mamma e delle sorelle.
Così il Tfr pagato dai contribuenti fino al 2010, pari a 28.300 euro, resta in famiglia.
Renzi non è l’unico furbetto: Josefa Idem è stata assunta dall’associazione del marito 15 giorni prima della sua candidatura nel 2006, Nicola Zingaretti è stato assunto dal comitato del Pd alla vigilia della sua candidatura ed entrambi sono usciti indenni dalle denunce.
L’ex assessore provinciale di Vicenza, Marcello Spigolon, è stato rinviato a giudizio per truffa.
Le vicende e le interpretazioni dei magistrati sono diverse ma la questione non è giudiziaria bensì politica.
Matteo Renzi deve dimettersi dalla Eventi 6 perchè la storia della sua pensione a sbafo da ieri non è più un peccato di gioventù.
Oggi Renzi è il presidente del Consiglio, ha diritto a una retribuzione (tra indennità e diaria) di circa 12 mila euro lordi con un trattamento pensionistico simile a quello dei parlamentari.
Entro il 2018 sarà quasi certamente parlamentare e alla fine della carriera avrà diritto al vitalizio.
In qualità di dirigente in aspettativa della Eventi 6 potrebbe perseverare nella sua furbata anche a Palazzo Chigi.
L’unica differenza è che da oggi la quota di contributi del dipendente (pari al 9 per cento) non sarà versata dal datore di lavoro pubblico, come accadeva con Provincia e Comune, ma da Renzi stesso.
Se deciderà di restare dirigente in aspettativa della società di famiglia fino alla fine della sua carriera Renzi si ritroverà una doppia pensione e un doppio Tfr.
La scelta sta a lui. Da oggi può chiedere sacrifici ai pensionati d’oro, agli esodati o ai giovani che non avranno mai una sola pensione.
Con quale faccia potrà farlo se continua a costruirsi una doppia pensione con un trucchetto?
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 24th, 2014 Riccardo Fucile
UN PICCOLO ESERCITO DI ALTI FUNZIONARI E LEGULEI CHE CONTROLLANO E GESTISCONO LE NORME
La “smisurata ambizione” di Matteo Renzi potrebbe essere sgonfiata non solo dal “governicchio appena nato ma anche da quelle cinquanta persone, non elette, che nessuno conosce e che potrebbero avere il potere di vita o di morte sul suo governo.
Sono coloro che controllano e gestiscono la produzione di leggi, l’alta dirigenza di Stato, tutta di formazione giuridica, proveniente per lo più dal Consiglio di Stato o dalla Corte dei Conti, e che seleziona, seziona, amministra, taglia e censura.
Tra le economie più sviluppate del pianeta, l’Italia deve ancora fare i conti con un apparato legislativo e normativo di stampo borbonico.
Un groviglio di leggi, articoli e commi che solo una Casta super-selezionata può provare a governare, riservando per sè, e i propri “discepoli”, un potere decisivo nell’interpretazione delle leggi e nella produzione di quelle nuove.
Gli statali stanno a guardare
Quando si pensa alla burocrazia come organismo pensante che blocca l’attività dello Stato, quindi, non si deve volgere lo sguardo alla pubblica amministrazione il cui peso complessivo si riduce costantemente. Erano 3,5 milioni nel 2008 e sono diminuiti a 3,2 nel 2011 (dati Mef); costavano 172 miliardi nel 2010 per scendere a 165 miliardi nel 2012.
Non è dunque un problema di quantità . Semmai di qualità .
Nei ministeri del fu governo Letta giacciono, infatti, centinaia di decreti legislativi ancora da emanare la cui responsbilità non ricade sui dipendenti.
“Il nostro problema — spiega al Fatto Alessandro Fusacchia, consigliere per la diplomazia economica alla Farnesina e un curriculum di rispetto a Bruxelles — è fondamentalmente l’incertezza giuridica. Abbiamo migliaia di leggi e leggine che insistono sullo stesso argomento, ad esempio il lavoro, e nessuno sa esattamente quali siano le regole. In questo modo nessuno si assume dei rischi e tutto diventa lentissimo ”.
In questa incertezza si annida la rendita di posizione dei “giuristi” cioè i Capi di gabinetto e degli Uffici legislativi, i depositari del potere in ultima istanza.
“Stiamo parlando di circa 50 persone che controllano l’essenziale” spiega ancora Fusacchia. Prima di emanare un decreto legislativo — cioè l’atto che licenzia definitivamente una legge — si deve passare per quegli uffici. Ma anche prima del Consiglio dei ministri c’è sempre un pre-consiglio, la stanza di compensazione dei Capi del legislativo o di gabinetto, in cui si prepara il testo per l’esecutivo.
La Casta dei giuristi affina in quel momento il proprio potere confezionando leggi incomprenbili fino all’ultimo minuto, anche durante lo svolgimento del Consiglio dei ministri oppure mentre il ministro di turno annuncia il provvedimento in conferenza stampa.
“Il problema vero — ribadisce Giovanni Faverin, segretario della Funzione pubblica Cisl — è lo squilibrio tra un eccesso normativo, da un lato, e un continuo rinvio dei decreti attuativi delle riforme: mancano 852 decreti solo per rendere operative le norme dei governi Monti e Letta”. .
Un esercito di legulei
La dirigenza in questione è quasi tutta di provenienza giuridica: Consiglio di Stato, Avvocatura di Stato, Corte dei Conti. Basta guardare i curriculum dei Capi di gabinetto del governo uscente.
Prima di arrivare all’Economia, la laurea in giurisprudenza ha portato Daniele Cabras dagli Uffici studi della Camera a Capo di gabinetto a palazzo Chigi e al ministero della Salute. Alla Giustiza, Renato Finocchi Ghersi è un magistrato di alta professionalità , già assistente alla Corte costituzionale, Segretario generale aggiunto alla Procura della Cassazione e anch’egli già Capo di gabinetto al ministero della Salute.
Agli Interni la dottoressa Lamorgese ha percorso brillantemente la carriera prefettizia e, non a caso, è un avvocato. Goffredo Zaccardi, dello Sviluppo economico, ha presieduto una Sezione del Consiglio di Stato mentre dall’Avvocatura di Stato e dal Tar proviene il Capo di gabinetto delle Infrastrutture, Giacomo Aiello.
Al ministero Lavoro, invece, Francesco Tomasone, dopo essere stato capo dell’Ufficio legislativo, è stato nominato consigliere della Corte dei Conti mentre dal Tar proviene Mario Alberto di Nezza, capo di gabinetto alla Salute ma già capo dell’Ufficio legislativo del Miur e dello stesso ministero in cui si trova adesso.
Come si vede il meccanismo è circolare: dal Consiglio di Stato o dal Tar a un ministero per poi tornare indietro.
Il presidente di palazzo Spada, infatti, Giorgio Giovannini passa dall’Avvocatura dello Stato al Consiglio di Stato ma ha ricoperto anche l’incarico di Capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei ministeri del Tesoro e delle Partecipazioni Statali.
L’avvocato Michele Giuseppe Dipace, presidente dell’Avvocatura di Stato, dopo la brillante carriera professionale ha svolto incarichi di Capo di gabinetto e Capo di uffici legislativi.
Il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, è stato anche lui chiamato a “servire lo Stato”, come Capo del Servizio studi del Ministro per gli affari regionali, Capo dell’Ufficio legislativo del Ministro per le politiche comunitarie, Capo di Gabinetto del Ministro per i beni e le attività culturali. Un circuito obbligato, tutto nelle mani di giuristi mentre in Europa, spiega Fusacchia, “dominano i policy makers” cioè personale politico di estrazione diversa non per forza specializzato in diritto.
“Ma da noi le leggi vanno interpretate, soppesate, non esistono leggi organiche o testi unici”. “Tuttavia, va detto, — continua ancora Faverin — che la durata a vita degli incarichi dirigenziali ha facilitato la formazione di un ceto di super-burocrati in grado di esercitare un ‘potere ombra’ anche rispetto alla politica”.
Servirebbe, secondo la Cisl, con meno dirigenti e più figure intermedie in grado di misurarsi con l’efficienza quotidiana anche con misure nuove: “Laddove manchi la disponibilità al cambiamento, sostiene Faverin, si deve prevedere il ricollocamento del dirigente nei ranghi del personale di comparto”.
Una Repubblica fondata sul comma
Il pallino torna così alla “politica” che non può certo cavarsela puntando il dito contro la grande burocrazia di Stato. La Repubblica dei “commi” infilati in questa o quella legge, spesso all’ultimo minuto, non ha scusanti.
Nell’ultima legge di Stabilità sono stati 749. In altre finanziarie anche di più. Il meccanismo è ampiamente conosciuto come “l’assalto alla diligenza” e di comma in comma si costruisce un mostro giuridico caratterizzato da quella che Fusacchia chiama “l’ambiguità costruttiva.
“Si fanno apposta delle leggi in grado di essere diversamente interpretate oppure di rinviare a decreti attuativi in modo da non esacerbare gli scontri politici”. In questo gioco nessuno è esente.
Il meccanismo del “comma”, dell’incertezza giuridica, del potere dei legulei, è servito a inondare la società italiana di sussidi e favori, di privilegi e misure ad hoc o ad personam. Il meccanismo è tutto politico, sistemico e attiene al modo in cui questo Paese è stato governato e si è fatto governare.
Spezzare tutto questo costituirebbe una novità rilevante. Renzi ci spera ma oltre a quei cinquanta dovrà guardarsi anche dai 500 seduti alla Camera e al Senato che hanno già prenotato un posto sulla prossima diligenza.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL NEOPREMIER DEVE ACCONTENTARE I PICCOLI PARTITI CON LA SPARTIZIONE DI VICE MINISTRI E SOTTOSEGRETARI…. IL LEADER DI FORZA ITALIA AVVERTE SULL’ITALICUM: “I PATTI SI RISPETTANO”
Adesso tocca a sottosegretari e viceministri. 
La partita degli equilibri si sposta sulla seconda fascia, quella che di solito conta il doppio, soprattutto quando il titolare di un dicastero non è un esperto della materia e ci vuole uno che sa muovere la macchina per davvero.
Per il governo Renzi, questo gioco di scacchi per il completamento della squadra si preannuncia forse anche più tosto della composizione della prima fila.
Si dice che sarà tutto pronto entro giovedì prossimo.
Ci sono da accontentare i Popolari per l’Italia, che hanno perso il ministro fondatore Mario Mauro e già minacciano di non votare la fiducia.
La compagine centrista è anche più arrabbiata dopo che il casiniano di ferro Gian Luca Galletti ha conquistato l’Ambiente, appena una settimana dopo l’annunciato ritorno dell’Udc nel centrodestra.
E poi c’è anche da accontentare Scelta Civica, che ha conquistato l’Istruzione, ma è ancora avida di poltrone.
Ecco i primi nomi che circolano: i tre montiani Andrea Romano, Irene Tinagli e Carlo Calenda; l’alfaniano Giuseppe Esposito per la Difesa, il leader dei Socialisti Riccardo Nencini alla Cultura, la senatrice del Pd Valeria Fedeli per le Pari Opportunità e Vincenzo D’Anna, campano, cosentiniano del Gal, forse all’Interno.
Il che la dice lunga su come quel gruppo al Senato sarà blindato per far da puntello a Renzi nel caso Alfano si mettesse a fare le bizze. Soprattutto sulla riforma elettorale. Perchè sul quel fronte tira aria tesa.
Berlusconi ha capito che il suo ex delfino ha incassato da Renzi l’entrata in vigore dell’Italicum solo dopo l’approvazione della “riforma” del Senato (il famoso emendamento Lauricella) e questo l’ha preoccupato al punto da far decollare immediatamente le contraeree d’assalto sul tema. Gasparri: “Il cosiddetto emendamento ‘Lauricella-campa cavallo’ non esiste — ha detto il proconsole forzista — noi vogliamo sia la legge elettorale che la riforma costituzionale. Ma la prima è una legge ordinaria, già definita e concordata, che si può e si deve varare subito. Il resto richiede, per legge, procedure più lunghe”.
E il Cavaliere stesso, parlando alle sue truppe (in questo caso della Garbatella, a Roma), ha messo in guardia sul fatto che “non si sa quando andremo a votare, ma bisogna stare pronti; questa è una situazione che ha poco a che fare con la democrazia, se il governo non è eletto dai cittadini non è più democrazia, dobbiamo puntare a spazzare via Grillo e ad avere un solo partito che abbia la maggioranza assoluta, il 51per cento, solo così si potranno fare le riforme”.
E in ultimo, lanciando un “pizzino” a Renzi: “Pacta sunt servanda, i patti si rispettano”.
Ecco, appunto, i patti.
Secondo Rino Formica, ex socialista ed ex storico ministro delle Finanze della Prima Repubblica, molto legato al Cavaliere e molto ascoltato nei Palazzi, tra Renzi e Berlusconi il vero patto di ferro sarebbe più profondo rispetto alle semplici riforme. Sarebbe, insomma, composto sostanzialmente da tre punti: intesa per l’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica a breve, elezioni politiche tra massimo un anno e una legge elettorale che tuteli Pd e Forza Italia.
In sostanza, si punterebbe all’eliminazione scientifica dei piccoli partiti, all’emarginazione di Grillo (e l’Italicum va in questo senso) per raggiungere, poi, quella larga intesa parlamentare capace di modificare la forma dello Stato in senso presidenzialista.
“È il disegno di Gelli — dice l’ex ministro — con Draghi al Colle”. Gli elementi a suffragio di questa tesi sono effettivamente molti.
Compreso il fatto che sul governo l’impronta del Cavaliere è evidente. Federica Guidi, neo ministro dello Sviluppo Economico, lunedì scorso era a cena ad Arcore con il padre (la sua nomina è considerata una “genialata” di Verdini).
Si parlava di televisioni, non a caso sarà lei a doversi occupare del settore. E grande è stata la soddisfazione del Cavaliere per la bocciatura quirinalizia del nome di Nicola Gratteri alla Giustizia.
Berlusconi aveva chiesto un ministro “non ostile” e si sente tutelato da Orlando, un garantista, lontano dal “partito dei giudici” della Procura di Milano, uno che voleva eliminare l’ergastolo e limitare il 41 bis ai casi davvero esagerati.
Insomma, l’uomo giusto per Silvio, che continua a volere la riforma della giustizia proprio con quel segno garantista che senz’altro un giudice armato contro la criminalità organizzata come Gratteri mai avrebbe concesso.
E, invece, adesso, chissà .
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 11th, 2014 Riccardo Fucile
CON UN TRUCCHETTO E’ PASSATA LA RIDUZIONE AL 18,7% DELLE TASSE SULLA BUSTA PAGA DI DEPUTATI E SENATORI
I partiti politici italiani se le sono date di santa ragione per favorire a colpi di leggi i loro rispettivi bacini elettorali. Ma su un fronte hanno lavorato tutti insieme appassionatamente.
L’obiettivo era quello di garantire un trattamento fiscale di straordinario privilegio ai loro rappresentanti in parlamento (ma le stesse regole sono previste anche per gli onorevoli regionali).
Ed è stato perfettamente centrato, con un lavorìo rimasto sempre sotto traccia
Pochi lo sanno: l’indignazione dei cittadini per i costi della politica si è finora concentrata sui benefici economici e pensionistici degli onorevoli.
Ma quelli fiscali sono ancora più scandalosi: la retribuzione complessiva di chi siede alla Camera in rappresentanza del popolo italiano è sottoposta a un’aliquota media Irpef del 18,7 per cento.
Ecco come funziona, documenti ufficiali alla mano (ricavati dal sito istituzionale della Camera).
Prendiamo un parlamentare che non svolge altre attività ed è talmente ligio da non saltare mai una seduta di Montecitorio.
La voce più pesante della sua busta paga è l’indennità mensile, oggi ridotta a 10.435 euro, pari a 125.220 euro l’anno.
Dall’importo vengono sottratte ritenute previdenziali per 784 euro al mese (9.410 euro l’anno) come quota di accantonamento per l’assegno di fine mandato, che è esentasse, come vedremo (e come d’altronde è scritto nero su bianco nella relazione al 31 dicembre 2011 su Attività e risultati della Commissione Giovannini sul livellamento retributivo Italia-Europa).
L’onorevole subisce poi una ritenuta mensile per il trattamento pensionistico di circa 918 euro (11.019 euro l’anno).
Dall’indennità parlamentare viene infine detratta una ritenuta mensile di 526 euro (6.320 euro l’anno) per l’assistenza sanitaria integrativa.
Il trattamento del deputato è però arricchito da altre quattro voci con il segno positivo, tutti benefit esentasse.
La prima è la diaria, una sorta di rimborso per i periodi di soggiorno a Roma, che ammonta a 3.503 euro al mese (42.037 l’anno) e viene decurtata di 206 euro per ogni giorno di assenza.
La seconda è il rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, pari a 3.690 euro al mese (44.280 l’anno), che per il 50 per cento va giustificato con pezze d’appoggio (per certe voci) e per il restante 50 per cento è riconosciuto a titolo forfettario.
La terza voce non è perfettamente quantificabile e deriva dal fatto che il deputato è fornito di una serie di tessere per volare, prendere treni e navi e viaggiare in autostrada senza sborsare un soldo (ai fini della nostra simulazione abbiamo ipotizzato che ciò gli consenta di risparmiare 5 mila euro tondi l’anno) e un rimborso forfettario delle spese di trasporto (ma non viaggia già gratis?) di 3.995 euro a trimestre (15.980 l’anno).
La quarta voce è rappresentata da una somma a forfait mensile di 258 euro (3.098 euro l’anno) per le bollette telefoniche.
Il pallottoliere dice che il totale fa 235.615 euro. Che, dedotte le ritenute previdenziali e assistenziali e i rimborsi spese documentati, si riduce a 189.431 euro.
Ma per l’onorevole, come per magia, grazie ai trattamenti di favore architettati dal parlamento stesso, la base imponibile ai fini Irpef è di soli 98.471 euro e comporta il pagamento di tasse per 35.512 euro.
Che corrisponde in concreto a un’aliquota media, appunto, di appena il 18,7 per cento.
Qualunque altro cittadino italiano, un manager per esempio, che percepisse la stessa somma a titolo di stipendio e di benefit di analoga natura, si ritroverebbe con una base tassabile ai fini dell’imposta sul reddito di 189.431 euro e dovrebbe mettere mano al portafoglio per 74.625 euro di Irpef (con un’aliquota media del 39,4 per cento).
L’onorevole paga dunque solo il 47 per cento di quello che toccherebbe a un cittadino comune (e per semplicità non si è tenuto conto degli ulteriori benefici di cui gode sulle addizionali regionale e comunale) e risparmia ogni anno qualcosa come 39 mila euro d’imposta (vedere la tabella nella pagina a fianco).
A consentire questa incredibile iniquità è un’interpretazione alquanto generosa, da parte del parlamento, dell’articolo 52, comma 1, lettera b del Tuir (Testo unico delle imposte sui redditi), in base al quale non concorrono a formare il reddito le somme erogate a titolo di rimborso spese ai titolari di cariche elettive pubbliche (parlamentari, consiglieri regionali, provinciali e comunali) e ai giudici costituzionali, «purchè l’erogazione di tali somme e i relativi criteri siano disposti dagli organi competenti a determinare i trattamenti dei soggetti stessi».
Il rispetto dei principi di capacità contributiva e il divieto di disparità di trattamento rispetto agli altri contribuenti imporrebbe la limitazione dell’esenzione fiscale ai soli rimborsi spese effettivi, quelli cioè strettamente legati alle funzioni pubbliche svolte e corredati di documentazione.
Ma il parlamento ha deciso diversamente. Costringendo altri uffici pubblici a fare i salti mortali per non doverne censurare le scelte.
Basti pensare che il Gruppo di lavoro sull’erosione fiscale, costituito a suo tempo da Tremonti per tagliare la spesa pubblica e presieduto da Vieri Ceriani, non avendo altri criteri di rilievo costituzionale per giustificare le ragioni di tali benefici fiscali ha dovuto classificarli tra le misure a rilevanza sociale, cioè alla stregua di quelle a favore delle Onlus e del terzo settore e di quelle che aiutano l’occupazione. Poi dice l’antipolitica.
Ma non è finita. Siccome pagare l’Irpef al 18,7 per cento a Lorsignori doveva sembrare ancora poco e per non farsi mancare proprio nulla, i parlamentari hanno pensato bene di trovare un escamotage per mettersi in tasca pulito pulito l’assegno di fine mandato, che dovrebbe invece essere sottoposto a tassazione in base all’articolo 17, comma 1, lettera a del Tuir (Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917).
Ecco come hanno fatto. Ogni mese, lo abbiamo appena visto, l’onorevole subisce, proprio in vista dell’assegno di fine mandato, una ritenuta sull’indennità parlamentare di 784 euro.
Trattandosi di contributi previdenziali, la somma viene dedotta annualmente dal reddito da tassare, nel presupposto che ciò avverrà poi al momento della consegna dello chèque. L’articolo 17, comma 1 del D.P.R. 917/86 prevede, come per il Tfr dei lavoratori, una tassazione separata dell’assegno di fine mandato, per evitare che si sommi al reddito dell’anno in cui viene incassato, facendo così scattare un’aliquota fiscale più alta.
Ma c’è un’altra disposizione (contenuta nell’articolo 19, comma 2 bis del Tuir) che riguarda il metodo di tassazione separata dell’indennità spettante ai dipendenti pubblici (buonuscita per gli statali) e agli assimilati (soci lavoratori delle cooperative, sacerdoti e parlamentari): dice che la base imponibile dell’assegno va determinata in funzione del peso del contributo a carico del datore di lavoro sul totale del contributo previdenziale.
Per capire meglio, prendiamo un caso concreto. Quello di un dipendente pubblico, la cui indennità di buonuscita è alimentata da un contributo obbligatorio a carico del lavoratore nella misura del 2,5 per cento e da contributi a carico del datore di lavoro del 7,10, per un totale del 9,60 per cento. Il contributo pubblico del 7,10 per cento corrisponde al 73,96 del 9,60 per cento. Quindi al travet verrà tassato il 73,96 per cento della buonuscita.
Non avviene così nel caso dei parlamentari.
Disciplinando da soli il sistema di rappresentazione contabile della loro busta paga, gli onorevoli hanno creato un meccanismo perfetto, che rispetta formalmente la legge, ma consente di non pagare un euro bucato di tassazione separata sull’assegno di fine mandato.
Il trucco è tanto banale quanto efficace: mentre per il dipendente pubblico, come abbiamo visto, il 73,96 per cento dell’accantonamento è a carico del datore di lavoro; nel caso del parlamentare la quota da accantonare per l’indennità di parlamentare è tutta figurativamente imputata a lui. E così non deve pagare.
Non è certo da questi politici (a parte qualche lodevole eccezione) che ci si può aspettare una seria guerra ai ladri di tasse.
Testo tratto dal saggio di Stefano Livadiotti “Ladri – Gli evasori e i politici che li proteggono” (Bompiani)
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Febbraio 9th, 2014 Riccardo Fucile
PER I CONSIGLIERI SI FANNO GIA’ I CONTI, PER GLI IMPIEGATI NON CI SONO RISORSE
I tempi sono quelli dei precari in bolletta: richieste immediate per avere prima possibile la liquidazione della buonuscita.
Solo che i deputati regionali siciliani non sono esattamente dei normalissimi dipendenti a tempo determinato.
Eppure ben quarantuno dei novanta onorevoli che occupano un seggio a Palazzo dei Normanni hanno già chiesto all’amministrazione del Parlamento siciliano l’anticipo del Trattamento di fine rapporto.
Cifre variabili, dato che tra i richiedenti ci sono sia parlamentari alla prima elezione che veterani di lungo corso: a Palazzo dei Normanni stanno facendo i conti, basta pensare però che il Tfr di ogni deputato che ha alle spalle una legislatura è quantificabile in circa quarantamila euro.
“Una parte dei deputati regionali sta semplicemente cominciando a esercitare l’ovvio diritto, espressamente previsto dalla legge, alla restituzione di quanto versato per una finalità ora venuta meno, il cosiddetto assegno di solidarietà ” ha subito sottolineato l’amministrazione dell’Assemblea regionale siciliana.
Dal primo giorno del 2014, infatti, anche in Sicilia è entrata in vigore la legge sulla spending review, che ha cancellato anche il famigerato assegno di solidarietà : un tesoretto che nel dicembre del 2012 aveva costretto Palazzo dei Normanni a liquidare due milioni e duecentomila euro ai deputati non rieletti.
Dal primo gennaio dunque il rapporto contrattuale che lega i deputati al Parlamento è cambiato: e dato che il fondo destinato al Tfr è stato abolito, in molti hanno accelerato le pratiche per tornare in possesso della liquidazione accumulata nell’ultimo anno solare.
Una richiesta legittima che però ha fatto storcere il naso a parecchi.
Come per esempio quei dipendenti regionali che, come gli onorevoli, avevano da tempo chiesto un anticipo del Tfr, senza però avere mai avuto alcuna risposta.
“Se il politico dell’Ars ha il diritto a chiedere l’intera liquidazione perchè lo consente la legge e lo fa in una situazione finanziaria di estrema difficoltà per la Regione e per 30mila persone senza stipendio, vogliamo capire perchè centinaia di lavoratori regionali che vivono problemi di salute, in alcuni casi anche gravi, non possono attingere al proprio Tfr, esercitando un diritto sancito dalla legge. Non chiedono nè aumenti di salario nè premi, ma solo avere quello che gli spetta per potere pagare le spese sanitarie” scrivono in un comunicato Marcello Minio e Dario Matranga, rappresentanti sindacali di Cobas/Codir.
In Sicilia insomma la liquidazione del Tfr segue un doppio binario: uno, velocissimo, per i deputati, e un altro, praticamente fermo, per i semplici dipendenti.
Il 2014 però ha portato altre piacevoli sorprese agli onorevoli siciliani, atterriti dal fatto che il decreto Monti sembrava incombere come una scure sui loro stipendi.
E invece la prima busta paga dell’anno è quasi tutta salva: solo trecento euro netti in meno, rispetto ad un taglio lordo di quasi tremila euro.
Il quotidiano on-line livesicilia.it ha paragonato due buste paga del medesimo deputato: a novembre, cioè prima dell’approvazione del decreto Monti, percepiva 14.206 euro lordi che diventavano 8.667 euro netti, mentre a gennaio, dopo l’approvazione della spending review il lordo è stato tagliato fino a 11.100, ma nelle tasche del deputato finiscono comunque 8.315 euro al mese.
Sembra una vera e propria magia ma è solo merito del consiglio di presidenza dell’Ars, che oltre ad inventarsi una provvigione extra per i capigruppo, ha deciso di diminuire la parte dello stipendio sottoposta alle imposte: da 10.700 a 6.600: fatta la legge, trovato l’inganno.
E pensare che a Palazzo dei Normanni avevano addirittura creato una commissione speciale per recepire sull’isola il decreto varato dal governo di Mario Monti.
Una commissione che tra infuocate polemiche ha impiegato un intero anno per raggiungere l’agognato obbiettivo: trecento euro in meno per ogni parlamentare.
Giuseppe Pipitone
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