Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile
IL MODELLO MIGLIORE E’ LA “FLEXICURITY” ADOTTATA NELLA PENISOLA SCANDINAVA… CORSI DI FORMAZIONE E AIUTI A TROVARE UN NUOVO IMPIEGO ANCHE A PARIGI E BERLINO
Licenziare “facile” non è necessariamente un tabù in Europa. Ancora meno in America e Giappone.
Ma, almeno nel Vecchio Continente, ciò che conta è il dopo.
Laddove il mercato “non tira”, perchè la crescita è bassa, perchè c’è la crisi, perchè la domanda è congelata, arrivano sostegno pubblico e in alcuni casi anche l’obbligo dell’azienda che mette alla porta a favorire il reinserimento del lavoratore.
Tenendo conto dell’età , dell’esperienza, della capacità a mantenersi con quanto ha in tasca.
Flessibilità sì. Ma anche sicurezza.
Il modello più avanzato, in questa direzione, è quello scandinavo.
Invocato in questi giorni, anche perchè ripreso dalla proposta Ichino che giace da due anni in Parlamento, la Flexicurity adottata da Danimarca e Svezia interviene appunto “dopo”.
Basso grado di protezione, dunque, sul luogo del lavoro, con l’eccezione dei licenziamenti discriminatori (non esiste una legge sulla “giusta causa”), per i quali a Stoccolma ad esempio è prevista l’indennità anzichè il reintegro.
Ma altissimo grado di protezione “fuori”.
In Danimarca, il disoccupato riceve un assegno per quattro anni (ma ora si studia di portarli a due) tra il 70 e il 90% della retribuzione.
In Svezia l’80%. Il sussidio vale per tutti.
Per chi non ha versato i contributi – i precari – paga lo Stato (la pressione fiscale è alta: Svezia 46% e Danimarca 48%, ma l’Italia è al 43,5% e senza questi sostegni).
Nel frattempo i job center, che erogano anche le prestazioni, sfornano proposte di impiego, anche via web.
Pochissimi arrivano al termine dei quattro anni senza un nuovo lavoro.
Anche in Francia le imprese, almeno quelle con più di 50 dipendenti, hanno l’obbligo di predisporre un piano sociale per attenuare le conseguenze del licenziamento, attraverso corsi di formazione o altre proposte di riqualificazione.
In Germania, il datore è tenuto a consegnare un “attestato di lavoro” che aiuti chi perde il lavoro nella ricerca di una nuova occupazione.
E non può licenziare senza aver considerato alcuni “criteri sociali” (età , autosufficienza del lavoratore) ed essersi consultato con i sindacati.
La reintegrazione, però, scatta solo se una sentenza riconosce il licenziamento illegittimo o nullo.
A Londra, sul punto, pensano ad una stretta.
Tutti i licenziamenti senza giusta causa sono leciti, tranne quelli che discriminano per sesso o razza. Ma l’ipotesi fa discutere. La procedura attuale è invece molto rigida. E di solito si finisce in tribunale.
Rari i reintegri, ma il datore può essere condannato a pagare fino a 68 mila sterline di indennizzo.
E anche in caso di vittoria, deve coprire le onerose spese legali.
Anche a Madrid, in giugno Zapatero ha approvato un regolamento che per la prima volta fa riferimento all’estensione della giusta causa anche ai casi in cui le aziende prevedono perdite “permanenti, temporanee o congiunturali”.
Nonostante tassi di disoccupazione tra i più alti d’Europa, 45% tra i giovani. Comprensibile lo sconcerto.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile
SONO BEN 31 I POLITICI CHE SOMMANO LA PENSIONE REGIONALE A QUELLA OTTENUTA CON CARICHE NAZIONALI, DA BASSOLINO AD ALFREDO VITA A NICOLA MANCINO…INTANTO LA REGIONE AUMENTA IL NUMERO DEGLI ASSESSORI DA 12 A 14
“Meglio avere due ricche pensioni che una sola povera pensione” diceva un dimenticato
spot di una assicurazione privata.
Trentuno politici campani annuiscono, in cuor loro.
Sono i fortunati che stanno cumulando la pensione parlamentare con il vitalizio di ex consigliere o assessore regionale.
E continueranno a farlo, perchè il provvedimento di abrogazione dei vitalizi regionali, annunciato qualche giorno fa dal presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, non ha valore retroattivo.
I diritti acquisiti non si toccano.
Chi ha fatto l’ambo, continuerà a goderselo. Una supercasta di signori e signore che hanno conquistato una serenissima vecchiaia alle spalle dei disastrati conti pubblici, grazie a pochi anni trascorsi tra gli scranni del Parlamento e quelli della Regione Campania.
A cominciare dall’ex Governatore Antonio Bassolino.
Con tre mandati regionali (due da presidente Ds-Pd dal 2000 al 2010 e uno, lontanissimo, da consigliere Pci negli anni ’70) e sei anni nella Camera della Deputati, dal 1987 al 1993, fino alla sua elezione a sindaco di Napoli, l’ex comunista che denunciava gli scandali e le malversazioni della Dc a Napoli è diventato un pluripensionato della politica.
Come il suo acerrimo ‘nemico’ Alfredo Vito, un ex politico Dc spesso nel mirino degli strali di Bassolino, che dopo alcuni mandati in consiglio regionale divenne deputato nel 1987, fece il botto di 105mila preferenze uniche nelle politiche del 1992 e poi finì mani e piedi nella Tangentopoli napoletana.
Vito patteggiò decine di episodi di corruzione, restituì 5 miliardi di tangenti e spergiurò il suo definitivo ritiro dalla politica.
Ma nel 2001 cambiò idea e tornò in Parlamento grazie a Forza Italia.
Antonio Bassolino e Alfredo Vito, i due opposti accumunati dalla stessa sorte previdenziale.
Non sono gli unici.
Nell’elenco dei pluripensionati da diverse migliaia di euro al mese spuntano nomi che hanno fatto la storia della Prima Repubblica.
Ci sono l’ex ministro Dc dell’Interno ed ex vice presidente del Csm, Nicola Mancino, e l’ex ministro Psi delle Aree Urbane Carmelo Conte.
Ci sono l’ex parlamentare Dc Ugo Grippo e l’ex sottosegretario Psi di un governo Amato, Felice Iossa.
Ed ancora: l’ex consulente economico di Bassolino e sottosegretario del primo governo Prodi, Isaia Sales, l’ex parlamentare comunista Giovanni Russo Spena, gli ex parlamentari Pci e Pds Aldo Cennamo ed Abdon Alinovi, l’ex parlamentare socialista Francesco ‘Ciccio’ Barra, l’ex governatore in quota An Antonio Rastrelli, l’ex deputato aennino Sergio Cola.
Grazie a vecchie e generose leggi, gli ex parlamentari eletti prima del 1996 hanno potuto in qualche caso maturare il diritto alla pensione prima dei 60 anni, mentre gli ex consiglieri regionali iniziano a intascarla già a 55 anni.
A questo aggiungiamo una leggina regionale che ha equiparato gli ex assessori di Bassolino agli ex consiglieri, infoltendo così l’elenco complessivo degli aventi diritto al vitalizio regionale.
Un elenco lievitato fino a 294 nomi, come ha rivelato una documentata inchiesta in più puntate di Gimmo Cuomo del Corriere del Mezzogiorno, che ha preso il là da un articolo sul Corriere della Sera di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul ‘cumulo’ in Campania dell’indennità parlamentare con la pensione regionale di cui godono otto politici.
Almeno quest’ultimo privilegio è stato cancellato pochi giorni fa. O meglio, è stato “sospeso”.
Al termine della legislatura, infatti, anche i deputati e senatori campani riotterranno il loro vitalizio regionale e lo sommeranno a quello di parlamentari. Olè.
Accade in Campania, dove a breve la giunta regionale lieviterà da 12 a 14 assessori.
Si attende solo la ratifica del secondo passaggio in aula di una modifica statutaria già approvata in prima battuta ad agosto.
Il governatore Stefano Caldoro giura che l’incremento avverrà a costo zero. Impossibile: tra spese di segreteria, auto blu e funzionamento dei due nuovi assessorati calcola l’incremento dei costi in oltre un milione di euro l’anno. Tanto paghiamo noi.
Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile
DATI INPS: NEI PRIMI NOVE MESI, LE RICHIESTE SONO CALATE DEL 21%, MA IL LIVELLO E’ TRE VOLTE SUPERIORE A QUELLO DEL 2008.. AL SUD LE RICHIESTE DI CIG SONO IN FORTE AUMENTO: + 54% IN CALABRIA E + 71% IN SARDEGNA
Un miliardo di ore di cassa integrazione anche nel 2011. 
Triste record che l’Italia potrebbe battere di nuovo. Per il terzo anno consecutivo. Crisi nera.
Altro che licenziamenti facili. Perchè se le aziende non ripartono, i licenziamenti saranno facilissimi.
Soprattutto al Sud.
Così, mentre l’Inps prova a rassicurare, comunicando che nei primi nove mesi le ore richieste di Cig sono diminuite del 21% rispetto a un anno fa e quelle effettivamente utilizzate nei primi sette superano di poco il 43% (otto punti in meno dello stesso periodo del 2010), i sindacati all’unisono lanciano l’allarme: «Non è un’inversione di tendenza».
Da gennaio, calcola la Cgil, oltre 930 mila lavoratori sono in cassa integrazione, con una perdita di reddito pari a 2,8 miliardi, quasi 6 mila euro a testa.
E altri 55 mila rischiano, in attesa di segnali dai 90 tavoli di crisi ancora aperti. «Il livello di Cig attuale è tre volte quello del 2008. Con questi numeri non si può essere soddisfatti per un rimbalzino, trainato per lo più dall’export», commenta Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil.
«La crisi è profonda e una fetta sempre più grande di lavoratori sta passando dalla cassa al licenziamento. Nel 2012 o arriva la ripresa o la disoccupazione esploderà ».
«È vero che a settembre vi è stato un significativo calo», conferma Guglielmo Loy, segretario confederale Uil.
«Ma la quantità di Cig rimane troppo elevata».
Soprattutto nelle regioni del Sud che, in controtendenza, nei primi tre trimestri fanno segnare un’impennata di richieste. Calabria (+54%) e Sardegna (+71%) su tutte.
Ma anche Liguria (+5%).
Tra i settori, spiccano edilizia e commercio che attingono a piene mani agli strumenti di sostegno per i lavoratori, quando industria e artigianato, nel complesso, sembrano tirare il fiato. In generale, un’Italia al solito duale, con il Nord messo meglio.
Il triste traguardo di un miliardo di ore sembrerebbe dunque non lontano.
Da gennaio a settembre già chieste 732 milioni di ore di Cig, contro i 926 dello stesso periodo 2010.
Ma quello passato è stato un anno record nella storia industriale italiana: 1,2 miliardi di ore in 12 mesi.
I lavoratori che vanno in cassa – prima ordinaria, poi straordinaria, infine in deroga – poi tornano in azienda?
«E’ questo il punto. L’ultima spiaggia è la mobilità », risponde Fammoni. «Ma quando scatta, il rapporto è rescisso. Il lavoratore è a casa, i numeri della Cig calano, si impenna la disoccupazione. E il 52% dei senza lavoro lo è da più di un anno, dice l’Istat. Dunque fuori da ogni tutela, visto che l’indennità di disoccupazione non va oltre i 12 mesi».
Le crisi aziendali in atto non confortano.
Fincantieri ha quasi 2 mila dipendenti in Cig su 8.200. Ansaldo Breda (gruppo Finmeccanica) 500 su 2.400. Per Alenia (sempre Finmeccanica) si trattano ben 9 anni di Cig e mobilità per 1.118. Alla StMicroelectronics di Catania da giovedì 2.200 sono in cassa ordinaria. Alla Merloni rischiano in 1.500. Oltre un terzo dei dipendenti Fiat nei primi 9 mesi ha lavorato meno di 40 giorni. A Mirafiori, 35. Il resto, Cig.
Altro che licenziamenti facili.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
A FIRENZE FINI PARLA DI “ESECUTIVO IRRESPONSABILE SUL LAVORO”, AUSPICA LA PATRIMONIALE, INVOCA IL CONFRONTO CON LE PARTI SOCIALI E LE CATEGORIE ECONOMICHE…”LA DESTRA NON DEVE RAPPRESENTARE I CLUB DEI MILIONARI, MA GARANTIRE GIUSTIZIA SOCIALE PER I CETI PIU’ DEBOLI”
Gianfranco Fini tira fendenti al governo, al Pdl e alla Lega.
Un discorso tutto politico, con toni da campagna elettorale, nel giorno in cui i riflettori mediatici sono puntati sulla convention dei “rottamatori” del Pd.
E in una fase nella quale le elezioni anticipate sono un’ipotesi concreta, dato lo scontento sempre meno sotterraneo che alberga nella compagine berlusconiana.
Il presidente della Camera, intervenuto a Firenze al congresso regionale di Fli, ha attaccato innanzitutto la “libertà di licenziare”, cioè un punto di forza delle ultime proposte anticrisi dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi.
“Se si tende soltanto a favorire la possibilità di licenziare, corriamo il rischio di veder moltiplicare il tasso di disoccupazione che da qualche anno a questa parte sta crescendo e che riguarda in particolare un’area del Paese”, ha affermato.
“Mi auguro che il governo non sia così irresponsabile da non confrontarsi con le parti sociali e con le categorie economiche, per tutelare non solo le imprese ma anche per farle crescere e competere”.
In caso contrario, “si rischia un autunno caldo che ci farebbe tornare indietro”.
Sempre in tema di economia, il presidente della Camera ha sostenuto l’ipotesi di un’imposta patrimoniale, in modo molto polemico verso il partito di cui è stato cofondatore, e contro lo stesso Berlusconi: “Nel Pdl non si rendono conto di quanto sia ingiusto dire che non si può mettere una tassa patrimoniale, facendo salva la prima casa, come continua a dire il presidente del Consiglio, perchè questo colpirebbe i loro elettori di riferimento”.
E ancora: “”Il Pdl non è un club di milionari”.
In un momento di crisi così grave, ha continuato Fini, l’Italia “merita di più delle divisioni tra gli amici di Berlusconi e chi lo vuole abbattere”.
Ce n’è anche per l’altro ex alleato, la Lega di Umberto Bossi, toccata nel vivo sull’”inganno” del federalismo.
“Bossi non può presentare l’utopia fallimentare del federalismo, che si è rivelato un clamoroso inganno”, ha attaccato Fini.
“Il suo federalismo ha fatto moltiplicare le tasse: oggi i cittadini e gli imprenditori pagano le tasse come mai le hanno pagate prima”.
Non è tutto: “Se la Lega rilancia la bandiera stinta della secessione è solo perchè non può presentare un bilancio positivo ai suoi elettori. Rispolverare la bandiera inesistente dell’identità padana altro non è che la manifestazione di un fallimento”.
La sintesi finale chiama in causa tutta la compagine di governo, e di nuovo l’ottimista a oltranza Berlusconi: ”Per mesi e mesi si è autocelebrato quotidianamente il rito dell’Italia che reggeva la crisi. Non era vero. L’Italia non è il paese dei balocchi. La crisi si è fronteggiata e si fronteggia tenendo i conti pubblici sotto controllo, cosa indispensabile, ma sarebbe stato meglio non aver negato per troppo tempo la necessità di farlo”.
Il nuovo corso di Fini tutto all’attacco su legalità e giustizia sociale, diritti civili e meritocrazia sta facendo salire ogni giorno i consensi di Futuro e Libertà nei sondaggi, a fronte di un Pdl dilaniato da lotte intestine e senza una linea politica che non sia quella di rappresentare una becerodestra che sta ridicolizzando il nostro Paese nel mondo.
Un’altra destra è possibile.
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELL’ASSOCIAZIONE ARTIGIANA HA CONTEGGIATO IL NUMERO DI LAVORATORI CHE DAL 2009 HANNO USUFRUITO DELLA CASSA INTEGRAZIONE, STRUMENTO CHE, CON LE NUOVE NORME, SAREBBE UTILIZZABILE SOLO DOPO AVER PERSO IL LAVORO
Se le nuove norme in materia di licenziamento — annunciate nella lettera che mercoledì
scorso Silvio Berlusconi ha portato a Bruxelles — fossero già state in vigore in questi anni di crisi economica, la disoccupazione sarebbe schizzata all’11%.
E’ il dato che viene fuori da una simulazione dalla Cgia (l’associazione degli artigiani) di Mestre.
Che proprio mentre già infiammano le polemiche nei confronti del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, fa sapere che la nuova disciplina, se applicata già dal 2009, avrebbe fatto schizzare in alto il dato dei senza lavoro, attualmente pari all’8,2%.
E avrebbe prodotto 738mila disoccupati in più rispetto a quelli attualmente censiti dall’Istat.
Il segretario dell’associazione della città veneta Giuseppe Bortolussi ha però chiarito che si tratta di “un puro esercizio teorico”, che come tale va interpretato.
Nella simulazione è stato calcolato il numero dei lavoratori dipendenti che tra l’inizio di gennaio del 2009 e il luglio di quest’anno si sono trovati in cassa integrazione a zero ore. Cioè i lavoratori che per ragioni economiche hanno utilizzato questo ammortizzatore sociale del quale, con il nuovo provvedimento, si potrà disporre probabilmente solo a licenziamento avvenuto.
Ma non si è tenuto conto, ha continuato Bertolussi, “di quanti lavoratori avrebbero potuto potenzialmente aver perso il posto di lavoro senza avvalersi di nessun ammortizzatore sociale”.
Bertolussi ricorda che accanto al provvedimento sui licenziamenti ci sono anche misure “per incentivare la trasformazione dei contratti di apprendistato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, per agevolare l’ingresso nel mercato del lavoro delle donne e per utilizzare il credito di imposta per chi assume in aree svantaggiate”.
Tutti interventi, aggiunge, che “dovrebbero facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro”.
Ma il problema dei licenziamenti resta: “Se questa crisi economica durerà ancora, c’è il forte pericolo che coloro che prima erano coperti da un ammortizzatore sociale, con questa misura non l’avranno più e ne potranno usufruire, eventualmente, solo dopo il licenziamento”.
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
“SIAMO STATE ABBANDONATE DALLA CAMUSSO”… LA PRODUZIONE DEL GRUPPO GOLDEN LADY TRASFERITA TOTALMENTE IN SERBIA…LA RICONVERSIONE DEL SITO PRODUTTIVO RESTA UN MIRAGGIO…COSI’ E’ SCOMPARSA UNA DELLE ULTIME GRANDI INDUSTRIE DELLA ROMAGNA
L’Omsa come la Vynils: cronaca di una morte annunciata.
A Faenza non ci sono segnali per la riconversione del sito produttivo. Non migliore è la situazione negli stabilimenti dell’industria chimica di Porto Torres e Marghera, che sono prossimi alla chiusura.
Se ne è parlato alla libreria Mody Dick di Faenza in un incontro organizzato dal “Gruppo dello zuccherificio per la legalità , la Costituzione e la libera informazione”. Invitati, a colloquio con una rappresentanza delle operaie dell’Omsa, Michele Azzu e Marco Nurra, autori del libro “Asinara revolution”
I due ventisettenni sardi e le operaie faentine si sono conosciuti in Piazza San Giovanni a Roma, lo scorso 10 settembre, in occasione di un tavolo sul lavoro organizzato dal blog dell’Isola.
C’erano Indignati, esponenti del Popolo viola e rappresentanti di tutte le principali vertenze lavorative italiane: Vinyls, Omsa Faenza, Tacconi, Agile-Eutelia, Basell, Fiat, Teleperformance, Aiazzone, Teatro Valle Occupato.
Sono 242 le operaie ancora in forza allo stabilimento produttivo della Golden Lady Spa, di cui il marchio Omsa fa parte.
Solo 30 di loro varcano i cancelli degli stabilimenti produttivi per 4 ore al giorno e intanto la sabbia nella clessidra della cassintegrazione continua a scorrere inesorabile. Restano solo 5 mesi al 14 marzo 2012, giorno in cui cesseranno gli ammortizzatori sociali. Intanto di soluzioni in vista neanche l’ombra.
Alla Vynils pare che un accordo sia stato trovato solo per i 35 operai della fabbrica ravennate, mentre ai colleghi di Porto Torres e Marghera (200 per stabilimento, più tutte le migliaia dell’indotto) non resta che la protesta a oltranza.
In Sardegna la forza è quella della disperazione di chi capisce che non ce la farà , nonostante un anno e mezzo di occupazione dell’Asinara, un paradiso della natura tutt’altro che ospitale.
A Marghera invece gli operai sono tornati sulla torcia dell’impianto, una torre alta 150 metri.
Il 25 maggio e il 25 luglio sono stati organizzati due tavoli ministeriali, il primo a Bologna, il secondo a Roma, per rilevare e riconvertire il sito produttivo dell’Omsa.
A maggio nella sede bolognese della Regione c’erano Gianpiero Castano del ministero dello Sviluppo economico, Giancarlo Muzzarelli assessore regionale alle attività produttive, Claudio Casadio presidente della Provincia di Ravenna, Giovanni Malpezzi sindaco di Faenza, Germano Savorani assessore al lavoro del Comune Manfredo e l’azienda Golden Lady rappresentata dal responsabile del personale Federico Destro.
In quella data è stato individuato l’advisor che si deve occupare di trovare investitori interessati all’acquisto dei due grandi capannoni di proprietà della Golden Lady. L’uomo designato per questo ruolo chiave è l’ingegnere Marco Sogaro, rappresentante della società torinese di consulenza fiscale Wollo Srl. Sogaro, raggiunto telefonicamente ha dichiarato di non poter fornire alcun dettaglio sulla vicenda Omsa, in quanto legato a “un patto di riservatezza” con la proprietà Grassi.
Ma da chi ottenere risposte, se i proprietari storicamente hanno scelto la linea del silenzio?
In questi anni l’interlocutore aziendale, l’uomo che siede ai tavoli ministeriali per Golden Lady è stato Federico Destro, l’uomo irreperibile, perennemente fuori azienda quando lo si cerca.
La sua linea è sempre stata quella del silenzio: mai una parola con la stampa.
Il 25 luglio è stata la volta di un secondo incontro al Ministero dello sviluppo economico, due mesi dopo il tavolo di maggio. In quell’occasione l’incontro con il ministro Paolo Romani è servito a verificare a che punto fosse l’attività dell’advisor incaricato, ma nulla di fatto, ancora una volta.
“Ci sono dei contatti” è il mantra che si sentono ripetere le operaie, ma quali non è dato loro sapere, per “una questione di riservatezza”.
Poche parole si lasciò sfuggire Sogaro a giugno, quando da poco aveva ricevuto l’incarico: “Comprendo l’aspetto sociale del problema, ma i tempi sono dettati da una situazione congiunturale di mercato che non dipende da noi”.
Da chi dipendano i loro guai lo sanno le operaie dell’Omsa.
È diretta la denuncia della Filctem Cgil alla proprietà di Nerino Grassi, l’imprenditore di Castiglione delle Stiviere che “ha deciso di chiudere lo stabilimento di Faenza per continuare ad arricchirsi in Serbia, non rispettando l’accordo firmato al ministero dello Sviluppo economico il 18 febbraio scorso, il quale prevede di proseguire con la produzione ancora esistente e con la riconversione e rioccupazione delle lavoratrici”.
Un gruppo ristretto di queste continua a portare avanti l’impegno quotidiano, per mantenere i riflettori accesi sulla vertenza.
Iniziano però a serpeggiare i malumori di chi sente di aver giocato ormai tutte le carte: la via sindacale, l’apparizione mediatica, la realizzazione del documentario “Licenziata” per la regia di Lisa Tormena, le “brigate teatrali dell’Omsa”, per raccontare attraverso il palcoscenico la favola nera dell’azienda, fino al boicottaggio dei negozi Golden Lady, presidiandone l’entrata nei sabati dello shopping.
Alcune operaie iniziano a nutrire anche una certa disillusione nei confronti dell’appoggio fornito dal sindacato.
Non è stato chiarito ufficialmente dai vertici della Cgil perchè sia stato rimosso dal suo incarico Idilio Galeotti, coordinatore Cgil del comprensorio faentino.
Al sindacalista si deve la strategia, adottata sin dalla prima ora, che ha permesso alle lavoratrici di Omsa di arrivare ad Annozero e dare alla vertenza la eco che merita. Intanto molte operaie hanno restituito la tessera al sindacato, convinte che la mossa di ‘far fuori’ Galeotti sia da iscrivere in un contesto più ampio che giustifica -come si legge nel sito del Popolo viola di Faenza- “il sospetto che buona parte del mondo politico-istituzionale e sindacale avesse avallato da tempo la scelta di Golden Lady di chiudere l’Omsa e per questo avrebbe preferito il silenzio sulla vertenza”.
Accuse di un certo peso che un’operaia, sul suo profilo di Facebook, non ha risparmiato neppure al segretario generale della Cgil Susanna Camusso: “È avvilente, le abbiamo provate tutte! Prima abbiamo chiesto, poi gridato poi anche minacciato e raccolto firme. Abbiamo protestato con la Cgil provinciale, con quella regionale e addirittura con la nazionale, ma anche la signora Camusso che sbandiera tanto i diritti delle donne non ha voluto aiutarci”.
I problemi della faentina Omsa hanno ormai varcato i confini regionali e riguardano altri siti produttivi della Golden Lady.
La multinazionale ha deciso di ridurre drasticamente la sua presenza in Italia: anche negli stabilimenti di Gissi (Chieti) e di Basciano (Teramo) sono in discussione centinaia di posti di lavoro e si prospetta il rischio chiusura.
Fa ridere, di un riso amaro certo, leggere sul sito in quattro lingue della Golden Lady che l’azienda si promuove come “un nome del made in Italy”, “una grande impresa che cammina insieme alla donna italiana” in “un percorso lineare fatto di valori precisi”.
Bisognerebbe chiedere alle dipendenti dell’Omsa, “donne italiane”, se ritengono che la delocalizzazione si possa considerare un valore.
Non basta: anche la “mission” dell’azienda è un degna di nota: tra i “fattori che hanno contribuito al successo dell’azienda — si legge — c’è una capacità di adattamento ai cambiamenti del mercato veloce e funzionale alle richieste”.
Come dare torto a Golden Lady?
Senza dubbio l’azienda è stata veloce, quanto inamovibile, nella sua decisione di spostare il ciclo produttivo in Serbia.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DE “IL GIORNALE” VUOLE CHE TUTTI GLI ITALIANI VADANO IN PENSIONE A 67 ANNI, SALVO LUI CHE C’E’ ANDATO 14 ANNI PRIMA… OLTRE ALLA PENSIONE PERCEPISCE LAUTI COMPENSI EXTRA: SPARGERE FANGO FORSE E’ UN LAVORO USURANTE…
Per rimettere in sesto i conti pubblici bisogna innanzitutto intervenire sulle pensioni innalzando l’età in cui si smette di lavorare.
La ricetta, in verità non nuovissima, arriva da Vittorio Feltri che martedì sera durante la trasmissione In Onda condotta su La7 da Luisella Costamagna e Luca Telese, ha detto la sua sulla manovra appena varata dal governo.
“Bisogna fare come la Germania”, ha detto sicuro l’editorialista de Il Giornale.
“Tutti sanno che in Germania si va in pensione a 67 anni”, ha spiegato Feltri, “mentre noi ci ostiniamo ad andarci a 58,59, 60”.
Tutto vero, come no.
Anzi, a volte capita perfino che qualcuno riesca a raggiungere l’agognata pensione anche prima, molto prima.
Feltri per esempio ce l’ha fatta a soli 53 anni, nel 1997.
Una pensione d’oro: ben 347 milioni di lire all’anno, circa circa 179 mila euro, a carico dell’Inpgi, l’Istituto previdenziale dei giornalisti.
Da allora Feltri ha continuato a scrivere e a dirigere giornali, ricevendo ricchi e meritati compensi e spiegando al mondo intero che è meglio per tutti se si va in pensione a 67 anni.
Salvo lui ovviamente.
Niente di più conseguenziale che, in nome della padagna del magna magna, abbia opposto qualche palata di fango per tamponare il fatto vero e reale che la moglie di Bossi sia andata in pensione a 39 anni.
In attesa che Lavitola confezioni qualche altra patacca per screditare gli avversari politici.
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO: LA COLF IDEALE LAVORA 16 ORE AL GIORNO, DEVE SAPER ANCHE LAVARE E CUCINARE… MA I CONTRIBUTI SONO UN OPTIONAL
Deve lavorare oltre 16 ore al giorno, vivere nella stessa casa dell’assistito, cucinare e
pulire, accettare uno stipendio basso.
Non è tutto: se si fa pagare in nero è meglio.
Eccolo l’identikit della badante “perfetta” secondo i desideri delle famiglie italiane.
Desideri, a dire il vero, non particolarmente rispettosi di diritti e dignità delle lavoratrici.
A fotografare le caratteristiche della collaboratrice domestica ideale è un sondaggio effettuato a fine settembre 2011 dalla Fondazione Leone Moressa su 600 famiglie.
Una ricerca che si avvale anche di dati Inps inediti.
Il risultato? Poco lusinghiero per lo spirito di generosità del Belpaese: in epoca di crisi la badante-tipo deve farsi in quattro e ottenere, in cambio, sempre meno.
Partiamo dai numeri: in Italia si contano oltre 871mila lavoratori domestici regolarmente iscritti all’Inps, di cui l’81,5 per cento è straniero (anche se stando alle stime Censis, nel 2010 l’esercito di colf e badanti, considerando regolari e non, ha raggiunto quota un milione e 554mila).
Dal 2001 al 2010 a crescere sono state soprattutto le badanti straniere: in dieci anni il loro numero si è quasi triplicato (222,9% in più), mentre per gli italiani l’aumento si è fermato a un più 23,7%.
Complessivamente i lavoratori domestici versano nelle casse dell’Inps 834 milioni di euro in contributi, di cui l’83,9 per cento proviene da immigrati (699 milioni di euro).
Nell’ultimo periodo (2001-2010) la crescita dei contributi versati è stata del 274,8%, ma se si osserva solo la parte riservata ai lavoratori stranieri si registra un boom del 487,6.
Sono poche, precisamente l’11,4%, le famiglie italiane che ricorrono al lavoro di una badante per l’assistenza ad anziani totalmente non autosufficienti.
È più frequente (nel 49% dei casi) che a essere assistiti siano anziani parzialmente non autosufficienti o pienamente autosufficienti (38,5%).
Il 62,5% delle famiglie affida alla badante anche compiti di pulizia della casa e di preparazione dei pasti e il 56,4 chiede cure infermieristiche per l’assistito. Non è tutto.
Il 38,5% delle famiglie assegna alle collaboratrici domestiche l’intera gestione della casa (fare la spesa o pagare le bollette).
Per svolgere tali incarichi, al 40,2% è richiesta una giornata lavorativa superiore alle 16 ore.
A fronte di queste condizioni di lavoro, il 46% delle famiglie intervistate paga uno stipendio inferiore agli 800 euro al mese più vitto e alloggio, mentre il 17,8 si limita a pagare uno stipendio simile addirittura senza altri benefit.
Sono appena il 4,1% le famiglie che danno alla badante più di mille euro al mese.
Chi paga il costo della badante?
Nella metà dei casi viene coperto dal solo reddito dell’assistito, ma spesso la pensione dell’anziano non basta: ecco allora che nel 26,1% dei casi intervengono i familiari con parte del loro stipendio.
Tra i canali utilizzati dalle famiglie per selezionare la lavoratrice, il prevalente rimane il passaparola (nel 55,4% dei casi).
Meno praticati sono i contatti tramite parrocchia o associazioni di volontariato (16,9%), annunci economici (11,1), istituzioni pubbliche (10,2), agenzie specializzate (4,6) o medici di base (appena l’1,8).
Su 10 badanti solo 5,7 hanno un regolare contratto di lavoro, le altre lavorano “in nero”.
Stando al sondaggio, l’ostacolo maggiore per la regolarizzazione del lavoro starebbe negli oneri burocratici (47,8%), non pochi però lo imputano alla mancanza del permesso di soggiorno delle badanti straniere (27,8%) o, più semplicemente, al costo troppo elevato (22,5%).
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, Lavoro | Commenta »
Ottobre 26th, 2011 Riccardo Fucile
DAVANTI ALLA CAMERA MANIFESTAZIONE IERI DEGLI “IN-DIA-GNADOS”: “IL GOVERNO UCCIDE IL PROGETTO DI FALCONE E BORSELLINO”… ANCHE GLI UOMINI DELL’ANTIMAFIA PROTESTANO CONTRO UN GOVERNO CHE NON LI METTE NELLE CONDIZIONI DI LAVORARE
«A causa della nota carenza di fondi destinati alla manutenzione dei veicoli», ai poliziotti della Piana di Gioia Tauro è stato ordinato di lavarsi le auto.
E di provvedere alla manutenzione, controllando i livelli dell’olio e dell’acqua, lo stato della batteria.
E la pressione delle ruote.
Ma i tagli del governo alla Sicurezza colpiscono anche gli stipendi degli investigatori della Dia, l’organismo antimafia interforze voluto da Giovanni Falcone.
Che ieri sono scesi in piazza protestando davanti a Montecitorio, dichiarandosi anche loro, provocatoriamente, «in-Dia-gnados».
«State uccidendo la Dia, il sogno di Falcone e Borsellino», si legge in uno striscione srotolato davanti alla Camera dai sindacati di polizia.
«Il governo arresta la Dia», c’è scritto in un altro. «L’Esecutivo ha fatto della lotta alla mafia – dice Enzo Letizia, leader dei Funzionari – quasi uno spot pubblicitario, parlando di antimafia dei fatti. Nei fatti, però, ha lasciato la polizia allo sbando, senza fondi per benzina, strutture adeguate, addestramento. E ora di fatto disarma anche la Dia».
La proteste degli investigatori antimafia è l’ultima in ordine di tempo che s’aggiunge a quelle di piazza dei giorni scorsi dei poliziotti.
A quella clamorosa del Cocer carabinieri (ai quali pare siano state tagliate mille linee fax).
E a quella dell’Esercito, il cui Cocer ha chiesto le dimissioni del governo. V
a detto che la Dia è un organismo investigativo molto particolare,
difficilmente condizionabile dal potere politico in quanto composto dalle tre forze dell’Ordine, polizia, carabinieri e finanza.
Grazie al loro lavoro sono stati sequestrati alle mafie beni per 6 miliardi e confiscati altri per 1,2 miliardi.
Ma la scure dei tagli s’è abbattuta anche su questo fiore all’occhiello della lotta alla criminalità .
«Dai 28 milioni di euro stanziati per la Dia nel 2001 – denunciano tutti i sindacati di polizia – siamo passati ai 15 di oggi. Il personale è stato ridotto a 1.300 unità rispetto alle 1.500 previste. E ora con l’ultima legge di stabilità è stato data un’ulteriore sforbiciata ai bilanci di 7 milioni di euro che prende dalle tasche degli investigatori dai 300 ai 600 euro al mese».
Si tratta del trattamento economico aggiuntivo «messo a disposizione del Dipartimento – sostengono i sindacati in una lettera al ministro dell’Interno, Roberto Maroni – senza concertazione alcuna, dal direttore di nuova nomina». Di qui la richiesta di rimuovere dal suo incarico il dirigente Alfonso D’Alfonso.«È venuto meno il rapporto di fiducia tra vertice e struttura – tuona Flavio Tuzi, il segretario dell’associazione ispettori di polizia Anip – chiediamo al ministro dell’Interno e al capo della Polizia l’immediata rimozione del direttore generale».
«È una punizione»,dicono i poliziotti, a chi invece «meriterebbe un premio». Da bravi investigatori, gli agenti della Dia sono andati a spulciare le pieghe del bilancio della Sicurezza, scoprendo – e suggerendo – possibili risparmi che il governo potrebbe fare prima di prendersela coi loro salari.
«Una nota dolente del bilancio della Sicurezza – dicono – è il costo dell’immobile che ospita a Roma, in zona Anagnina, gli uffici centrali della Dia, della direzione centrale Antidroga, della polizia Criminale, il cui canone di locazione, esorbitante, ammonta a circa 17 milioni annui».
Il riferimento è alla cittadella anticrimine del costruttore romano Renato Bocchi, sulla via Tuscolana, dove s’è trasferito 10 anni fa, fra le proteste sindacali, una gran parte del Viminale.
Ma «l’assurdità », per dirla con Giuseppe Brugnano, segretario regionale calabrese del sindacato indipendente Coisp, s’è raggiunta con l’ordine di servizio firmato dalla dottoressa Giuseppa Pirrello, dirigente della Sezione di Reggio Calabria del Dipartimento della polizia stradale, diretto ai poliziotti autisti della sottosezione di Palmi, Villa San Giovanni, Siderno e Brancaleone, di lavare le macchine da sè.
Chi non lo fa, armato del «materiale idoneo» in dotazione dei commissariati («shampoo, spugna, scopa, panno, bidone aspiratutto»), rischia il procedimento disciplinare.
«Abbiamo chiesto al Dipartimento – spiega Brugnano – il ritiro di questa direttiva umiliante per il personale che non ha precedenti. Ci hanno promesso che sarà annullata».
Ma ai poliziotti anti ‘ndrangheta di Palmi arriva un’altra brutta notizia.
«La Direzione centrale dei servizi tecnico logistici – scrive ancora la dottoressa Pirrello – non assicura l’invio e l’assegnazione di stivali invernali per la prossima vestizione invernale».
La polizia di Roberto Maroni è senza soldi.
Senza benzina. E senza scarpe.
La criminalità organizzata ha un volume d’affari quantificato in 311 miliardi di euro nei 27 Paesi dell’Ue, classifica nella quale l’Italia è seconda, con 81 miliardi, ma ai proclami del Governo in tema di lotta al crimine organizzato hanno fanno riscontro una serie di tagli indiscriminati che hanno colpito le forze dell’ordine e gravemente compromesso la funzionalità dell’attività di contrasto al crimine, dando agli operatori di Polizia una sensazione di isolamento mai avuta prima.
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, criminalità, denuncia, economia, governo, Lavoro, LegaNord, mafia, Politica, radici e valori, Sicurezza | Commenta »