Destra di Popolo.net

LA LEGA DIFENDE I BABY PENSIONATI DEL NORD (COME LA MOGLIE DEL SENATUR, ANDATA IN PENSIONE A 39 ANNI)

Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile

COME NEL 1994 BOSSI CAVALCA GLI INTERESSI DEI   SUOI SEMPRE MENO LAVORATORI-ELETTORI, DEGLI ALTRI SE NE FOTTE

Roma ladrona vuole i soldi dei lavoratori del Nord per tenere viva la vecchia pratica assistenzialista. Ad ogni giro ritornano, come nel gioco della roulette…», disse una sera all’Ansa Umberto Bossi, correva l’anno 2003.
La riforma Maroni (2004) doveva ancora venire.
Nove anni prima, nel ’94, il Carroccio ruppe con Berlusconi proprio sulle pensioni.
Le barricate leghiste sono dunque un marchio di fabbrica.
Soprattutto su quelle di anzianità , tipiche del lavoro dipendente nel settore privato, diffusissimo nelle province industriali del Nord, dove migliaia di lavoratori sono entrati in fabbrica a 18-20 anni e vorrebbero continuare a pensionarsi a 58-59, dopo 40 di contributi.
Più ancora del tam tam politico è la geografia a spiegare l’ultima trincea leghista.
L’Italia previdenziale è spaccata come una mela: pensioni di anzianità  al Nord, con il 65% degli assegni Inps che si concentrano tra Piemonte (100 assegni ogni 1000 abitanti), Emilia Romagna (92), Lombardia (91) e Veneto (80); invalidità  e assegni sociali al Sud.
Di qui la battaglia a difesa di una rappresentanza sempre più nervo scoperto: una riforma previdenziale come vorrebbe Bruxelles colpirebbe quell’esercito di lavoratori padani ormai vicini all’età  di uscita dal lavoro, che si vedrebbe imporre i tempi supplementari.
L’attuale crisi del Carroccio ha caratteri più profondi della faida interna «maroniani-cerchisti» proprio perchè coinvolge quel blocco sociale che nel ciclo 2008- 2010 lo ha gonfiato di voti come nei primi Anni 90 dello strappo pensionistico, usandolo come taxi per denunciare il male del Nord.
Per il politologo Roberto Biorcio, infatti, «la crisi economica ha colpito duramente quel bacino interclassista fatto di partite Iva e lavoro dipendente, operai, professionisti e ceto impiegatizio tipicamente nordista che imputa ad un governo a trazione leghista la scarsa protezione nella tempesta e un vuoto di riformismo».
Per capire il cortocircuito di queste ore bisogna tornare ai tre cicli elettorali leghisti.
La prima ondata culmina nel ’92, quando il partito di Bossi diventa il secondo nel Nord raccogliendo il 17,3% di consensi (8,7% nazionale con 3,4 milioni di voti).
La seconda si registra nel ’96: 10,1% nazionale con 3,7 milioni di italiani che salgono sul Carroccio, record storico.
Un pieno che si sgonfierà  subito: la corsa solitaria lo lascia ai margini del gioco politico e l’ingresso dell’Italia in Europa azzera le ragioni economiche della secessione.
Non a caso al voto 2001 il Carroccio lascia per strada 2,3 milioni di consensi: 3,9% nazionale.
Rispetto al ’96 crolla la preferenza operaia (dal 17 al 9% dell’intero elettorato verde), di artigiani e commercianti (dal 23 all’8%) e di impiegati e insegnanti (dal 30 al 10%), finiti tutti nell’orbita patinata del Cavaliere.
La terza ondata è invece quella scoccata col voto 2008, quando la Lega passa da 1,7 milioni di consensi 2006 (4,3%) a 3 (8,3%), con il voto di imprenditori e professionisti che cresce dal 7 al 12% dell’elettorato, sdoganando il partito di Bossi nel voto di opinione dei centri urbani, quello dei lavoratori dipendenti dall’8 al 19%, degli operai dall’8 all’11% e di artigiani e commercianti dall’15 al 20%.
Cos’è successo nel biennio da giustificare un exploit che esonda dai bastioni pedemontani per mietere successi sulla via Emilia?
Il Carroccio cavalca la faccia brutta della globalizzazione: l’anti islamismo e il vade retro immigrazione, la protezione della «roba» contro l’invasione cinese, le critiche alla finanza apolide.
L’innesco della crisi mondiale spinge il blocco dei produttori sulla stessa barca, padroncini e salariati che rischiano di impoverirsi.
In questo frangente la Lega cresce nei territori tipici di piccola impresa ma anche nei quartieri operai delle grandi città  (rubando voti a sinistra).
Nel ciclo elettorale 2009-2010 consolida questa ondata, saldando dimensione economica e sociale di cui le pensioni sono uno dei simboli: imprenditori e professionisti salgono dal 12 al 14% dell’elettorato, gli operai dall’11 al 14%, impiegati e insegnanti dal 19 al 25%.
Poi il giochino si rompe.
Già  alle Regionali 2010 la fine dell’espansione viene nascosta dalla vittoria in Piemonte e Veneto e dall’effetto cestino sui voti Pdl.
Alle amministrative 2011 viene meno anche questa finzione. I
l Carroccio nelle sue capitali rivince ma crolla: alle provinciali a Treviso passa da 190 mila voti del 2010 a 98 mila! Tenere insieme promesse e risultati è impossibile nella grande crisi. Specie se i più colpiti sono proprio quei settori come legno-arredo, tessile, macchinari e apparecchiature elettriche tipici delle grandi province manifatturiere dove la Lega spopola.
Se aggiungiamo i comuni strozzati dai tagli proprio mentre il Carroccio ne governa quasi 400, le tasse che aumentano e i redditi scivolati al livello del 1999, si capisce come i miasmi leghisti siano anche figli del modo in cui il Nord resta impigliato nella crisi.
Enfatizzando la crisi di rappresentanza.

Marco Alfieri
(da “La Stampa”)

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ETA’ PENSIONE A 67 ANNI, I TEDESCHI DOPO DI NOI

Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile

PIU’ TARDI ANCHE DEI FRANCESI…IN ITALIA LA SOGLIA RAGGIUNTA NEL 2023, A BERLINO NEL 2029

In pensione a 67 anni per fare come il resto d’Europa?
Non proprio, visto che in alcuni Paesi del vecchio Continente, anche nella stessa Francia che ci chiede sacrifici, l’età  media di pensionamento viaggia addirittura sotto i 60 anni.
Lo raccontano gli ultimi dati dell’Ocse, riferiti al periodo 2004-2009: gli uomini italiani vanno in pensione in media a 61,1 anni, i francesi a 59,1.
Sotto quota 60 anche le donne d’Oltralpe, con il primo assegno previdenziale che arriva in media a 59,7 anni.
Questa volta, però, le italiane se la cavano meglio: per loro l’addio definitivo a uffici e stabilimenti arriva a 58,7 anni.
Riforme a confront
Ma – tra messieurs e signori – a ridere continuano a essere i primi più dei secondi, anche quando in conto si mettono le riforme degli ultimi mesi di Parigi e Roma. Oltralpe l’aumento progressivo dell’età  pensionabile, per gli assegni a tasso pieno di uomini e donne, porterà  l’agognato passaggio dalle scrivanie all’orto in giardino da 65 anni (oggi) a 67 anni nel 2023.
In quell’anno, però, gli uomini italiani dovranno avere tre mesi in più dei cugini francesi (67 e 3 mesi, quindi), per andare in pensione, complici le nuove «finestre mobili» e l’adeguamento alla speranza di vita.
Quei 67 anni e tre mesi diventano poi 67 anni e nove mesi per gli autonomi, il cui tempo d’attesa della «finestra» è più lungo di sei mesi.
Stesso discorso e stessi numeri (67 anni e tre mesi) per le dipendenti del settore pubblico, mentre le assunte nel privato potranno fermarsi a 65 anni e sei mesi.
Senza contare, però, l’ultima stretta italiana attesa in questi giorni, che dovrebbe spostare ulteriormente più in là  l’asticella tra Otranto e Ventimiglia.
Ma i francesi hanno dalla loro parte un debito ben più contenuto del nostro, e non si concedono le pensioni di anzianità  all’italiana con il primo assegno a 60 anni per 36 annualità  contributive (più un anno di «finestra»).
Oggi possono comunque lasciare il lavoro, per le pensioni che non sono a «tasso pieno», a 60 anni con 40 di contributi. Da sessanta si passerà  a sessantadue nel 2018.
Formiche e cicale?
L’Italia non fa la figura della cicala neanche nel confronto con la formica per eccellenza, la Germania.
Incrociando i dati dell’Inps con quelli della Commissione europea si scopre che, mettendo in conto le riforme già  approvate a Roma e Berlino, nel 2020 i tedeschi – uomini e donne – incasseranno il primo assegno previdenziale a 65 anni e nove mesi: vale a dire 14 mesi prima dei maschi italiani (e delle statali), che invece dovranno aspettare i 66 anni e undici mesi.
Anche questa volta, poi, gli autonomi d’Italia devono mettere in conto sei mesi in più. Le dipendenti d’azienda, invece, potranno lasciare il lavoro a 63 anni e otto mesi, nell’attesa di un completa parità  uomini-donne e pubblico-privato che dovrebbe arrivare intorno al 2030.
Tornando in Germania, Herr e Frau Schmidt dovranno aspettare i 67 anni solo a partire dal 2029, contro il ben più vicino 2023 per i Signori e le Signore Rossi (le statali) e il 2027 delle Signore Bianchi (nel settore privato).
Insomma, a quota 67 arriveremo prima noi.
E soprattutto i nostri autonomi, che – complice il solito «sovrapprezzo» di una finestra più lunga di sei mesi – arriveranno a quota 67 già  nel 2017.
Il confronto si capovolge, ma non di tanto, sulle pensioni di anzianità : noi siamo oggi a una sorta di quota 97 (60 anni d’età , 36 di contributi e un anno di «finestra»), loro a quota 98 (63 anni d’età  e 35 di contributi, ma con un assegno previdenziale «ridotto»).
D’altra parte, però, rispetto a noi i tedeschi vantano conti pubblici decisamente più in salute, un «brand» di affidabilità  granitica e, last but not least, non hanno mai regalato baby pensioni a pioggia.
È difficile, infatti, trovare in Germania delle impiegate pubbliche andate in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi. Come invece è successo a tante italiane tra il 1973 e il 1992.
La stretta previdenziale in Europa, poi, cambierà  faccia in questo decennio.
Se oggi, infatti, l’Italia è nella parte più «spensierata» della classifica, nel 2020 sarà  – giocoforza – nel podio dell’Austherity.
Succederà  per le pensioni di vecchiaia degli uomini dipendenti (e delle statali): oggi sono solo sei i Paesi dell’Unione Europea dove i lavoratori incassano in media l’assegno previdenziale prima degli italiani; nel 2020 solo finlandesi e svedesi – e in determinati casi – andranno in pensione dopo di noi. Sarà  ancora più «rigida», in Italia, la situazione per gli autonomi.
Mentre sarà  più «generoso» lo scenario, se ci saranno ancora, per le pensioni di anzianità  e – se il livellamento non sarà  anticipato – per le dipendenti del settore privato.
Anche qui, come sempre, vale la postilla della possibile nuova riforma: se il governo deciderà  in questi giorni un’altra stretta, allora magari «quota 67» si avvicinerà  ancora. E, almeno per gli uomini – e pensioni di anzianità  a parte – potremmo smettere di lavorare più tardi non solo di tedeschi e francesi, ma anche degli scandinavi.
Altro che livellamento.

Giovanni Stringa
(da “Corriere della Sera“)

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PENSIONE A 67 ANNI? LA BOMBA PREVIDENZIALE SCOPPIERA’ COMUNQUE IN FACCIA AI PRECARI

Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile

WALTER PASSERINI NEL SUO LIBRO “SENZA PENSIONI” SPIEGA PERCHE’ IL DECRETO SVILUPPO E’ TARDIVO E INEFFICACE

Walter Passerini, autore con Ignazio Marino del libro “Senza pensioni”, racconta perchè il provvedimento pensato da Berlusconi per il decreto sviluppo è tardivo e poco efficace.
“I governi di centrodestra hanno fatto il gioco del cerino e intanto ci raccontavano favole”.
Se non si agevola l’ingresso al lavoro dei giovani e delle donne, una “generazione sprecata” è condannata a una vecchiaia di poverta.
Nel suo libro descrive un futuro, neppure troppo lontano, in cui i giovani del lavoro nero e del precariato spinto compiranno 65 anni e da lì in poi sbarcheranno il lunario con l’assegno sociale, poco più di 300 euro al mese.
Insomma, saranno tecnicamente poveri.
E molti altri, che i contributi li avranno regolarmente versati, almeno in parte, rimedieranno pensioni neppure lontanamente paragonabili a quelle dei loro genitori.
La povertà  sarà  uno spettro anche per loro a causa del passaggio dal sistema retributivo (pensione calcolata in base agli ultimi stipendi) al sistema contributivo (pensione legata ai contributi realmente versati durante la vita professionale), combinato con la crescente precarietà  del lavoro e la mancanza di crescita economica.
Per questo Walter Passerini, autore insieme a Ignazio Marino di Senza Pensioni. Tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro e che nessuno osa raccontarvi (Chiarelettere 2011, 13,90 euro), accoglie con un certo sarcarsmo la proposta di Silvio Berlusconi sull’innalzamento da 65 a 67 anni dell’età  pensionabile.
“Doveva essere fatto almeno cinque anni fa, invece ci dicevano che andava tutto bene. Dopo tutte le favole che ci hanno raccontato, ora scoprono che bisogna intervenire sulle pensioni”, ironizza Passerini, giornalista economico, fondatore di Corriere Lavoro nei primi anni Novanta e oggi responsabile di “Tuttolavoro”, inserto della Stampa.
“Certo che l’età  per le pensioni di vecchiaia va alzata, anche per ragioni demografiche”, continua Passerini, “ma attraverso un processo graduale. Bisogna però mettersi in testa che con le pensioni non si può fare cassa per tamponare il debito pubblico. Quello che è accaduto alle donne dipendenti del pubblico impiego, che con la manovra estiva hanno visto l’età  pensionabile alzarsi da un giorno all’altro da 60 a 65 anni, è vergognoso”.
Il colpo che Berlusconi intende sfoderare davanti ai partner europei, insomma, ha le polveri bagnate.
Un provvedimento da un lato tardivo e dall’altro incompleto, a maggior ragione se l’intento è innescare sviluppo economico.
“In Italia, il dibattito politico sulle pensioni si concentra sempre sulle uscite, mai sulle entrate”.
Maggiori risorse possono essere raccolte “colpendo l’evasione contributiva”, ma ancora di più “agevolando l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne”.
Se no, dice ancora Passerini, “continuiamo a tappare i buchi, ma non mettiamo più acqua nella vasca. E non usciamo dal paradosso che oggi a pagare le pensioni di chi ha smesso di lavorare sono i precari e gli immigrati”.
Rischiano, e molto, anche le pensioni di anzianità , legate agli anni di contributi versati (e anche queste già  ampiamente riformate negli ultimi anni).
Sono una particolarità  italiana rispetto all’Europa, ma attenzione, ricorda Passerini, “riguardano persone che hanno inziato a lavorare a quindici anni, magari con lunghi periodi di nero, che oggi diventano il capro espiatorio dell’irresponsabilità  di un’intera classe politica”.
Irresponsabilità  politica, altro tema ricorrente nel libro di Passerini e Marino (quest’ultimo giornalista di Italia Oggi specializzato in previdenza).
“Mentre i governi di centrosinistra hanno fatto interventi seri, penso soprattutto alla riforma Dini del 1995″, spiega Passerini, “quelli di centrodestra hanno spostato il cerino sempre più in là , hanno nascosto la polvere sotto il tappeto. Il problema è che chi tocca le pensioni perde consenso. Ma credo che ormai questo governo non abbia la credibilità  per fare una riforma vera”.
Intanto la “bomba previdenziale” resta innescata, e in mancanza di interventi strutturali seri scoppierà  in faccia a quella che in Senza Pensioni è definita “una generazione di sprecati”.

Mario Portanova

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EUROVERGOGNA: LA MERKEL CHIAMA NAPOLITANO PER NON PARLARE A BERLUSCONI

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI ALLA UE SENZA IDEE ANTI-CRISI SNOBBATO DAGLI ALTRI LEADER EUROPEI…SARKOZY INFURIATO PER LA PROMESSA NON MANTENUTA DELLE DIMISSIONI DI BINI SMAGHI

Lui proprio non voleva incontrarla, lei di sicuro non era felice di trovarselo di fronte.
Alla fine, però, è successo. Silvio Berlusconi e Angela Merkel si sono incrociati dopo una cena del Partito popolare europeo, a Bruxelles, giusto un fugace contatto, non certo un vertice ufficiale che Berlino non voleva e Roma temeva.
Silvio Berlusconi non è mai stato tanto nei guai in Europa come oggi, stritolato in una violenta morsa franco-tedesca.
Ma, stando alle agenzie stampa Agi e Adn, ha sostenuto “di averla convinta”.
Di cosa? I guai del Cavaliere sono troppi.
La prima ragione di imbarazzo sono le famose intercettazioni telefoniche mai trascritte, ma rilanciate dalla stampa (anche tedesca) proprio sulla Merkel . E considerate da tutti se non vere almeno credibili.
Anche prima di averlo davanti, la Merkel ha fatto capire in quale considerazione tenga il premier.
Due giorni fa, per informarsi sulla situazione italiana, ha chiamato direttamente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e lo stesso ha fatto il premier lussemburghese Jean-Claude Junker, che da presidente dell’Eurogruppo è il vero regista della reazione alla crisi del debito.
Secondo quanto risulta al Fatto, la Merkel non ha commentato la (presunta) intercettazione. Ma come rivelato con grande enfasi dal Corriere della Sera di ieri, la cancelliera ha sottoposto a Napolitano tutte le perplessità  che ci sono a Bruxelles e a Francoforte, sede della Bce, sul reale impegno dell’Italia nel risanamento contabile .
Quello che il governo considera già  raggiunto, nonostante ci sia grande incertezza su almeno metà  dei 60 miliardi di correzione previsti dalla manovra estiva.
Non bastasse questo ceffone diplomatico, ieri la Merkel ha mandato un messaggio ancora più esplicito.
Parlando davanti alle giovanili della sua Cdu, Angela Merkel ha detto che tutte le misure europee serviranno a poco per i Paesi in difficoltà  “se non faranno niente con i loro bilanci, se continueranno ad avere indebitamenti pari al 120 per cento del Pil come l’Italia”.
Palazzo Chigi aveva provato nei giorni scorsi a rassicurare i partner europei su questo punto: il risanamento dei conti è un po’ ballerino, ma sono in arrivo portentose misure per la crescita che faranno schizzare il Pil, nel famoso decreto Sviluppo che dovrebbe dare all’Italia la “frustata” promessa da tre anni.
Invece il Cavaliere arriva al Consiglio europeo di oggi a mani completamente vuote: non è stato capace neppure di approvare il solito provvedimento a costo zero, dove le buone intenzioni non compensano mai l’assenza di denari.
Non ha neanche il condono (che ora si chiama “concordato fiscale”), mai andato oltre il dibattito sulla stampa.
Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha cercato di riempire il vuoto di contenuti inventandosi un creativo piano “Eurosud”, che ha discusso ieri con il presidente della Commissione Ue Josè Barroso.
Niente di concreto, ovviamente — giusto una proposta di rivedere le procedure di utilizzo dei fondi europei nel Mezzogiorno — ma buono per riempire i titoli dei giornali ed evitare l’impressione di un immobilismo totale del governo dal lato della crescita.
Anche l’altro cardine del traballante direttorio europeo, la Francia, è pronto a presentare a Berlusconi il conto di promesse non mantenute.
L’irritazione di Nicolas Sarkozy è stata finora contenuta soltanto dalla distanza fisica e dalla gioia della paternità .
Ma adesso, a quattr’occhi, potrà  finalmente chiedere al Cavaliere perchè diavolo Lorenzo Bini Smaghi non si sia ancora dimesso dal comitato direttivo della Banca centrale europea per lasciare spazio a un francese dopo la fine del mandato di Jean-Claude Trichet (sostituito alla presidenza Bce da Mario Draghi).
Berlusconi lo aveva promesso a Sarkozy già  ad aprile, in cambio dell’appoggio francese al nome di Draghi.
Chi ha parlato con il banchiere italiano lo racconta amareggiato, deluso perchè Berlusconi non ha mantenuto la promessa (l’ennesima) di farlo diventare governatore della Banca d’Italia.
Alla fine ha prevalso Ignazio Visco e ora Bini Smaghi non ha più poltrone alternative a disposizione, se non quella di direttore generale del Tesoro dove pare Tremonti lo vedrebbe bene al posto di Vittorio Grilli, altro candidato deluso a Bankitalia.
Dopo essersi addirittura paragonato a Tommaso Moro, ghigliottinato per la troppa indipendenza dal sovrano, ora Bini Smaghi sembra intenzionato a calarsi fino in fondo nel ruolo di banchiere centrale che risponde solo a Francoforte, non certo a Roma.
Berlusconi si potrebbe anche rassegnare, ma non certo Sarkozy che nell’anno elettorale non può tollerare di vedere due italiani e nessun francese al vertice dell’unica istituzione europea che conta, la Bce.
E oggi il presidente francese insisterà  per le dimissioni di Bini Smaghi.
Ma il guaio diplomatico, per Berlusconi, ormai è senza rimedio.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CERVELLI IN FUGA: “INDIGNATA” PER STAGE GRATIS, LE DANNO DELLA MIGNOTTA

Ottobre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI CATERINA NEI CONFRONTI DI UN EDITORE CHE OFFRIVA TIROCINI GRATIS E SENZA RIMBORSO SPESE DIVENTA UN CASO SUL WEB: 600 EURO IN NERO… “ALL’ESTERO HO UN CONTRATTO VERO”… E LEI SCRIVE A NAPOLITANO

Ha scritto un’email di protesta a un editore che offriva uno stage senza rimborso spese, adatto “solo — recitava l’annuncio — a chi può mantenersi per parecchi mesi a Milano”.
E in tutta risposta, Caterina De Manuele, 28 anni e una laurea al Politecnico di Milano in Design degli interni con 109 su 110, si è presa della “mignotta”.
Eppure lei non lo voleva nemmeno quel posto a ‘Flash art’, un’importante rivista d’arte (“la prima in Europa”, vanta il sito online).
Perchè da mesi ha già  un contratto vero.
Lo ha ottenuto prima in uno studio di architettura d’interni in Germania, poi in Inghilterra.
Non in Italia, dove al massimo era arrivata a prendere 600 euro al mese.
In nero.
L’annuncio di Flash Art le ha fatto ripensare a quel periodo. Si è indignata quando ha letto: “Teniamo a precisare che, ahinoi, per almeno 8-10 mesi, il rimborso spese per uno stagista che deve imparare tutto è minimo, quasi inesistente”.
Poco più in là  la giustificazione, firmata in prima persona dal direttore ed editore, Giancarlo Politi: “D’altronde lo stage, almeno da noi, vi permette di apprendere al meglio una professione”.
Caterina si è ricordata di quando spulciava le offerte di lavoro una a una. “Mi sono laureata a ottobre 2008. Subito dopo l’inizio della crisi. Ho infilato curricula in ogni mail box esistente”.
Il colloquio arrivava solo in pochissimi casi.
E spesso era una delusione: “Mi chiedevano di lavorare gratis nel periodo di prova. Domandavo: ‘Per quanto tempo? Due-tre mesi o cinque-sei?’”. Risposte vaghe.
Così come nessuna certezza c’era sul dopo: “Al massimo potevo aspirare a una finta partita Iva”.
Alla fine l’avevano presa per uno stage gratuito.
Poi qualche mese di lavoro senza contratto regolare in uno studio di architetti nel capoluogo lombardo.
Quando ha visto l’annuncio, Caterina si è arrabbiata, “perchè veniva spacciato per stage un lavoro da editor, che richiedeva una persona già  formata”.
Così ha deciso di scrivere un’email a Politi.
Gli ha fatto una domanda diretta: “Perchè i miei genitori o chi per essi dovrebbero pagare perchè io lavori per lei?”.
Poco dopo la risposta. Piccata (leggi lo scambio di email). “Caterina — ha scritto l’editore — se tu fossi in grado di lavorare per noi ti offrirei subito, anzi, prima, due o tremila euro al mese. Prima impara a scrivere, a leggere dai siti e giornali del mondo, a fare una notizia in dieci righe, a fare l’editing di un testo, a impaginare con inDesign e poi potrai avanzare pretese”.
E ancora: “Lo sai cosa dice Tronchetti Provera? Lavorare oggi a buoni livelli è un lusso. Se uno non lo capisce vada a lavorare al Mac Donald”.
Fino al post scriptum: “Chiedi allo Stato di aiutarti. La mia azienda non è di beneficenza. E tu cerchi la beneficenza”.
Niente di più falso, per Caterina.
Se ci si è laureati a piani voti, si sanno usare almeno dieci software tecnici e si parlano quattro lingue, non è certo la beneficenza quella che si cerca.
Glielo ha detto, a Politi. E poi gli ha scritto: “La beneficenza se la faccia fare lei, povero indigente che non può nemmeno pagare un povero stagista il minimo”.
La replica è stata un insulto: “Ora anche le mignotte debbono parlare 4 lingue, conoscere l’arte e inDesign. Il globalismo fa miracoli”.
Il botta e risposta tra Caterina e il direttore di Flash Art è finito su Facebook.
Poi in Rete è iniziato il tam tam.
Lo scambio di email è stato ripreso dalla pagina sul social network del Manifesto dello stagista, da Lettera Viola e dalla Repubblica degli stagisti.
Molte le proteste piovute sulla bacheca Facebook di Flash Art.
Tanto che Politi ha pubblicato sul sito della rivista un nuovo messaggio, accusando Caterina di avere manipolato e modificato una sua risposta.
Il rimborso spese da “quasi inesistente” è diventato di 350-500 euro al mese.
Mentre chi aveva protestato è stato definito “un utente un po’ frustrato che ignora il moderno concetto di stage”.
Ma il “moderno concetto di stage” non coincide con quello che Caterina ha trovato fuori dall’Italia.
“Nel novembre 2009 ne ho iniziato uno a Stoccarda, in Germania. Pagato 750 euro al mese”.
Poi le hanno fatto il contratto e presto sono arrivate altre opportunità . Così, due mesi fa, Caterina è partita di nuovo, alla volta di Londra.
A fine ottobre terminerà  il periodo di prova. E se tutto andrà  bene le verrà  proposto un contratto a tempo indeterminato da 32mila sterline all’anno (oltre 36mila euro).
”Da quando lavoro all’estero — racconta — seguo personalmente il cliente, partecipo al processo creativo insieme a lui e ai miei superiori”.
Non nasconde la propria soddisfazione Caterina, consapevole di avere dovuto lasciare la sua casa, i suoi genitori, il suo Paese.
E i suoi amici rimasti in Italia.
E’ stato anche per loro che domenica scorsa ha scritto a Giorgio Napolitano (leggi la lettera): “I miei amici fanno tre lavori per mantenersi, buttano giù rospi incredibili e continuano a rimboccarsi le maniche nonostante centinaia di porte in faccia”.
Poi una preghiera: “Signor presidente, ci aiuti a ritrovare le nostre speranze. Non lasciateci soli”. Perchè nessuno offra più lavori non pagati. Anche da noi.

Luigi Franco
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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FINCANTIERI LICENZIA GLI OPERAI E ASSUME IL LEGHISTA CONDANNATO A 4 ANNI PER TENTATA CONCUSSIONE E INTERDIZIONE PERPETUA DAI PUBBLICI UFFICI

Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile

NEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DI FINCANTIERI LA LEGA, DOPO IL “LAUREATO” BELSITO, NOMINA PER DISCENDENZA DIVINA ALESSANDRO AGOSTINO, CONDANNATO IN APPELLO A QUATTRO ANNI, FIGLIO DEL SINDACO DI CHIAVARI (CONDANNATO A SEI ANNI)

Gli operai dei cantieri di Sestri Ponente hanno di nuovo manifestato a Genova.
Dopo l’incontro con il Governo ancora nessuna garanzia, nessuna commessa.
Insomma, sono a rischio 800 posti di lavoro, più di duemila se si contano i dipendenti delle ditte esterne.
Ma proprio lo stesso giorno da fonti interne a Fincantieri arriva la notizia di una nuova “assunzione”: il 22 settembre Fintecna (cioè il ministero dell’Economia di Giulio Tremonti, amico della Lega) ha deliberato la nomina del nuovo collegio sindacale e di un nuovo membro del consiglio di amministrazione di Fincantieri, una poltrona ambitissima.
Per la retribuzione, ma non solo.
L’incarico dovrebbe diventare effettivo il 22 ottobre.
La nomina tecnicamente deve essere ratificata, ma pare certo che il posto andrà  all’architetto Alessandro Agostino, classe 1967.
Ai piani alti di Fincantieri subito è corsa una domanda: “Ma chi è? Avrà  le competenze per occuparsi di un’industria che sta vivendo un momento drammatico ed è sull’orlo del disastro?”, si chiede un dirigente dei cantieri.
La risposta ai dubbi è presto data: si tratta di un architetto di Chiavari, figlio del sindaco della cittadina della Riviera ligure.
Da una visura camerale Alessandro Agostino non pare avere competenze specifiche.
È un architetto che si è occupato prevalentemente di società  immobiliari.
Ma il curriculum di Agostino è anche un altro.
Come ricordano le cronache giudiziarie liguri, l’architetto nel febbraio scorso è stato condannato in appello per tentata concussione a 4 anni, nonchè all’interdizione perpetua dai pubblici uffici nel caso Previ.
Uno scandalo che ruota proprio intorno a un ex cantiere navale, e forse per questo è stato ritenuto che avesse una competenza nel settore e fosse la persona più adatta a occuparsi di Fincantieri.
Nello stesso processo era stato condannato anche suo padre, Vittorio, sindaco di Chiavari.
La Corte d’Appello ha inflitto al primo cittadino una pena di 6 anni.
Ed ecco un paradosso: certo, la condanna non è definitiva, ma un comune di decine di migliaia di abitanti, una vera e propria città , è guidato da un sindaco che in Appello è stato condannato anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
In una Liguria ormai abituata a tutto, però, nemmeno questo fa più notizia.
Anzi, la Lega ha deciso di puntare tutto sulla famiglia Agostino, con il giovane Alessandro che ricopre la carica di segretario cittadino del partito di Umberto Bossi.
A Chiavari la Lega ha una testa di ponte importantissima.
Da qui veniva Maurizio Balocchi, uomo chiave del Carroccio, tesoriere degli anni d’oro, nonchè anima delle sfortunate imprese finanziarie degli uomini di Bossi: prima la banca Credieuronord, che senza l’aiuto di Gianpiero Fiorani (il furbetto del quartierino) stava finendo a gambe all’aria.
Poi il Bingo del Carroccio, che non ebbe certo fortuna.
Ma è soltanto l’inizio: alla morte di Balocchi, il suo posto è stato preso da Francesco Belsito. La sua è stata una carriera folgorante: Belsito ha iniziato come buttafuori delle discoteche di Genova, poi nel 2006 è diventato autista e collaboratore tuttofare di Alfredo Biondi.
Quindi il grande salto: Belsito diventa il custode dei segreti finanziari del Carroccio e in particolare della famiglia Bossi che lo vuole come amministratore dell’Editoriale Nord.
Così Belsito vola a Roma: prima viene scelto per la poltrona di vice-presidente di Fincantieri. Poi addirittura come sottosegretario alla Semplificazione Normativa.
A ogni passo, però, seguono polemiche.
Qualcuno, andando a vedere il curriculum ufficiale del membro del Governo, nota una frase: “Laureato in scienze politiche”.
E scoppia il caso: nei documenti depositati al cda della Filse (la finanziaria della Regione Liguria, altra poltrona su cui ha seduto) Belsito aveva dichiarato di essere laureato in scienze della Comunicazione.
Ma Belsito è davvero laureato oppure no, come sostengono i suoi critici?
Alla richiesta del cronista del Fatto di mostrare il titolo di studio, il neo-Sottosegretario rispose: “Ho due lauree”. Ma dove le ha prese? A Malta e a Londra.
Come scrisse Il Secolo XIX, alla segreteria dell’ateneo di Genova, dove dovrebbero essere passate le pratiche per il riconoscimento delle lauree all’estero, la carriera universitaria di Belsito risultò “annullata”.
Non basta: è di pochi mesi fa la protesta degli agenti della questura di Genova che notarono una Porsche Cayenne nera fiammante che occupava i posti riservati alle auto di servizio della Polizia.
Ci volle poco per scoprire che l’auto era quella in uso all’onorevole Belsito.
Anche se intestata a una società  di noleggio di Roma.
Intanto Belsito sedeva indisturbato sulla poltrona di Fincantieri.
Con un paradosso: eccolo in prima fila alle manifestazioni degli operai dei cantieri di Genova che protestavano contro le scelte del consiglio di amministrazione della società .
In pratica Belsito manifestava contro se stesso.
Finchè, visto che era anche sottosegretario, ha deciso di lasciare la poltrona di Fincantieri.
A un suo fedelissimo.
Proprio Alessandro Agostino, il suo collaboratore.
Partito di lotta e di poltrone.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

argomento: Bossi, Costume, denuncia, Lavoro, LegaNord, Politica, radici e valori | Commenta »

DRAGHI SUI GIOVANI: “HANNO RAGIONE AD ARRABBIARSI. GLI SCONTRI AL CORTEO? UN GRAN PECCATO”

Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE DI BANKITALIA: “OCCORRE ASCOLTARE L’APPELLO DEGLI INDIGNATI, CAPISCO I TIMORI DELLE NUOVE GENERAZIONI”

«I giovani hanno ragione a essere indignati» ma «a patto che la protesta non degeneri», ed è un «gran peccato» che ci siano stati degli scontri alla manifestazione di Roma.
Anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, bersaglio di feroci critiche e satire da parte degli ‘indignatì nei giorni scorsi definitisi ‘Draghi ribellì, si unisce alla lista di chi, nel mondo della finanza e dell’economia, comprende le ragioni dei giovani la cui protesta contro la crisi si estende in tutto il mondo.
Persone come Warren Buffet, l’ad di Citigroup Vikram Pandit o il numero uno di Blackrock Laurence D. Fink.
«Se la prendono con la finanza come capro espiatorio, li capisco, hanno aspettato tanto: noi all’età  loro non l’abbiamo fatto», spiega Draghi a margine del G20 finanza.
Il governatore, che come presidente dell’Fsb ha messo a punto in questi anni una riforma delle regole della finanza per limitarne gli eccessi e le storture, fortemente avversata da vasti settori del credito e da alcuni Stati, rileva: «noi adulti siamo arrabbiati contro la crisi, figuriamoci loro che hanno venti o trent’anni».
Parole di comprensione dunque peraltro già  espresse in un’altra forma da Draghi in diverse occasioni, quando sottolineava come «senza i giovani non c’è crescita», spronando a varare riforme e misure per permettere loro di fornire il proprio potenziale di talento e di creatività  al Paese.
Uno spreco di risorse che mette a rischio la crescita del Paese.
Ancora qualche giorno fa, lo scorso 12 ottobre, quando Draghi aprì un evento dedicato all’economia nei 150 anni dell’unità  d’Italia alla presenza del presidente Giorgio Napolitano, il governatore ha ricordato questo aspetto mentre fuori, tenuti ben lontani dalle forze dell’ordine, gli indignati manifestavano indossando anche maschere con il suo volto.
Verso Draghi e la Bce il movimento ha espresso infatti forti critiche sulle ricette lacrime e sangue contenute nella lettera indirizzata al governo italiano e ad altri Stati europei.
Cortei e proteste nelle ultime settimane hanno preso di mira le sedi della Banca d’Italia in diverse città  italiane culminate nella manifestazione a Via Nazionale, dove è stato organizzato anche un presidio fisso.

argomento: denuncia, economia, emergenza, governo, Lavoro, Politica | 1 Commento »

I GIOVANI DIMENTICATI DALLO STATO: NEGLI ANNI DELLA CRISI HANNO PERSO PIU’ DI TUTTI

Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile

DAL 2007 IL LORO REDDITO E’ DIMINUITO DEL 6%…. I DATI SPIEGANO CHE I GIOVANI E LE FAMIGLIE CON FIGLI SONO LE VERE VITTIME DELLA RECESSIONE

Nei giorni scorsi il ministro del Lavoro Sacconi ha cercato di scaricare sulla lettera di Draghi e Trichet del 5 agosto la responsabilità  dell’articolo 8 della manovra estiva, quello che permette alla contrattazione aziendale di derogare alle leggi dello Stato, comprese le norme sui licenziamenti.
Le parole di Draghi hanno chiarito quanto lo spirito delle riforme invocate dalla BCE sia lontano dalle scelte del nostro Ministro del Lavoro.
Sacconi ha scelto di abdicare alle sue funzioni, delegando il compito di cambiare le regole del mercato del lavoro alle parti sociali, che hanno non poche responsabilità  nel dualismo del nostro mercato del lavoro.
Draghi ha chiesto al Governo, non a Confindustria e sindacati, riforme che aumentino la copertura dei nostri ammortizzatori sociali riducendo al contempo il dualismo, a vantaggio dei giovani e delle famiglie con figli.
Sono proprio queste le categorie maggiormente colpite dalla Grande Recessione.
I dati sin qui disponibili ci dicono che sono proprio i giovani e le famiglie con due o più figli le principali vittime della crisi.
Il loro reddito disponibile è diminuito dal 2007 al 2010 di circa il 6 per cento contro l’1,5 per cento per la media degli italiani.
Mentre la povertà  fra le famiglie con più di due figli è cresciuta quattro volte di più che per gli altri.
L’unica categoria risparmiata dalla recessione è stata quella dei pensionati, che ricevono un reddito fisso, protetto dall’inflazione.
Per chi ha più di 65 anni, c’è stato in questo periodo un incremento di più del 3 per cento del reddito disponibile e un calo della povertà .
Le preoccupazioni per la condizione dei giovani sono rivolte soprattutto al futuro.
Chi rimane disoccupato all’inizio della sua carriera lavorativa e non può beneficiare, come da noi, di alcuna forma di sostegno pubblico al proprio reddito, si porterà  dietro per lungo tempo le cicatrici di questo evento sfortunato.
I dati che seguono le stesse persone nel corso del tempo ci dicono che in media chi perde il lavoro e non è protetto si trova ad avere salari più bassi per 20 anni, a subire una forte instabilità  dei redditi per 10 anni, ha una probabilità  più alta di divorziare e minore di fare figli.
Il fatto più preoccupante è che, a parte i ripetuti richiami di Draghi, questi problemi vengono sistematicamente ignorati dal dibattito pubblico.
C’è uno scontro fra amministrazioni centrali e locali sull’entità  del contributo che diversi livelli di governo stanno dando al consolidamento fiscale e i politici si schierano prendendo posizione, chi a favore dei Comuni, chi del Governo.
Ma la vera linea di demarcazione è quella tra politiche che guardano ai giovani e politiche che pensano solo a chi ha più di 60 anni di età .
Negli ultimi dieci anni la spesa per pensioni (gestita dal centro) e sanità  (gestita dalle Regioni) è aumentata più del doppio delle altre spese sotto la giurisdizione di Governo e enti locali.
E’ una differenza che non si spiega, se non in minima parte, con l’invecchiamento della popolazione italiana.
Si tratta di una questione di peso politico: non è un caso che la manovra abbia evitato di toccare, se non in modo del tutto marginale, la spesa per la previdenza, destinata così a crescere del 12 per cento da qui al 2014.
E un Governo che ha fatto salire le tasse sul lavoro ai livelli della Svezia, si è rifiutato ostinatamente di reintrodurre l’Ici sulla prima casa, che verrebbe pagata soprattutto da chi ha più di 60 anni di età .
I pochi tagli alla spesa corrente colpiscono, invece, proprio i beni e i servizi pubblici destinati maggiormente ai giovani, come l’istruzione e i trasporti pubblici.
I giovani non hanno alcuna responsabilità  nella crisi di credibilità  del nostro paese.
E’ legata a un debito pubblico accumulato negli anni 80, quando molti di loro non erano ancora nati.
Il debito è esploso in quegli anni non certo per fare investimenti per il futuro, ma per aumentare il numero dei dipendenti pubblici, cresciuti di un terzo in quegli anni, e permettere a chi avrebbe vissuto più a lungo dei propri genitori di andare in pensione fino a 20 anni prima di loro, a spese dei propri figli.
L’Istat dovrebbe cominciare a pubblicare conti generazionali per mettere in evidenza queste stridenti iniquità  di cui gli italiani spesso non si rendono conto.
Alla politica spetta, invece, trovare delle soluzioni che scongiurino un conflitto intergenerazionale altrimenti inevitabile.
Molte delle riforme a costo zero da fare in Italia guardano proprio ai giovani.
Si possono unificare i percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, con contratti a tempo indeterminato con tutele crescenti.
Si può permettere di associare studio e lavoro nell’ambito di scuole tecniche di specializzazione universitaria sul modello delle Fachhochschule tedesche.
Sarebbe un modo per abbattere il numero di giovani che non lavorano e non studiano al tempo stesso.
Sono scelte che evitano il conflitto tra generazioni, puntando sulla crescita e non solo sulla redistribuzione di risorse date, perchè servono a meglio utilizzare il capitale umano di cui disponiamo.
Mai come oggi pensare a cosa sarà  il nostro paese fra 10 o 20 anni serve ad evitare il peggio per tutti. Il pessimismo degli investitori nei confronti dell’Italia è nato prendendo atto di come (non) siamo cresciuti negli ultimi 15 anni, vedendo che il nostro Governo ambisce al massimo a riportarci nel 2020 ai livelli di reddito che avevamo alla vigilia della grande recessione. Speriamo che non si siano accorti che ora sta progettando,
invece della crescita, l’ennesimo condono tombale, aggiungendo al danno per chi si appresta a pagare tasse più alte per tutta la vita per colpe non sue anche la beffa di vedere che chi le tasse non le ha mai pagate ancora una volta la farà  franca.

Tito Boeri
(da “La Repubblica”)

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GEPPINO, 11 ANNI E UN MESTIERE A 2 EURO L’ORA: “LA SCUOLA E’ PER BAMBINI, IO DEVO CAMPARE”

Ottobre 7th, 2011 Riccardo Fucile

L’ALTRA ITALIA, QUELLA CHE SILVIO AVEVA PROMESSO DI NON LASCIARE INDIETRO… IN CAMPANIA 60.000 RAGAZZI SFUGGONO ALLL’ISTRUZIONE…LA STORIA DI UN RAGAZZINO CHE LAVORA DI NOTTE

«La scuola? È p”e criature». Geppino “testa calda” ti sfida con gli occhi.
Certo, è affare di bambini la scuola cui guarda questo Pinocchio al contrario, che ha dato via i sussidiari in cambio di giornate più dure e non crede nei campi dei miracoli.
«Che cosa so fare di mestiere? Uno ‘e tutto. Il lavoro è lavoro».
L’aria giocosa di chi sfoggia sguardi da adulto. E quella difesa che spunta coma seconda pelle: la risata. Nervosa, indagatrice.
Nome Giuseppe, lo chiamano Geppino, ha 11 anni, è uno dei sessantamila dispersi della scuola in Campania.
Pelle olivastra, mani sottili. Una casella tra i cold case dell’istruzione.
“Apprendista” in una tipografia dell’hinterland. Sneaker arancio della Nike, jeans firmati Cavalli. «Solo la maglia è cinese, quella buona si sporca di fatica e quindi me la metto il sabato».
La paga di Geppino, 150 euro a settimana. «Più qualche mancia, se vado per consegne».
I compagni, l’unica famiglia.
Di sua madre non vuole raccontare, suo padre è detenuto per truffa, un tempo era camionista.
E c’è un viaggio che il figlio ricorda di avere fatto con lui, dall’Asse mediano di Napoli al lungomare di Riccione.
«Era divertente fermarci alle piazzole col panino. Anche dormire sul furgone mi piaceva. Quando arrivammo fino a là , vidi per la prima volta tanti alberghi vicini. E pure le file di ombrelloni uguali, ordinati. Non come sulle spiagge nostre dove ognuno va con le sedie sue». Ora Geppino vive con i nonni a Casalnuovo, un posto dove anni fa qualcuno riuscì ad erigere e perfino a vendere ben 29 palazzi abusivi, oggi in parte demoliti.
Geppino il tipografo somiglia a quei palazzi.
Oggetto di una dimenticanza collettiva, segno di complicità  rimossa.
Quanti sono gli “onesti” che le famiglie lasciano andare e lo Stato finge di non vedere?
Un esercito. Napoli se ne conferma capitale.
Quarantamila solo nell’area metropolitana, come ricorda spesso la Fondazione Banconapoli. Ma i dati incrociati – l’ex anagrafe scolastica regionale e il welfare precario che assiste le famiglie disagiate – tracciano uno scenario più articolato.
«I dispersi al di sopra dei 14 anni sono circa 52.000 in Campania», racconta Amelia Cozzolino, dell’ex progetto Suaris, Supporto all’attività  di inclusione scolastica, cancellato in Regione da un anno.
Continua Amelia: «A Napoli e provincia c’è il picco di abbandono per fascia d’età  più bassa: 80 casi accertati nel centro della città , e oltre 50 tra i 6 e i 7 anni. E molti di questi bambini hanno a loro carico situazioni di disabilità  fisiche o psichiche. Oggi? Può solo peggiorare. Avevo spinto una mia vicina al corso di parrucchiera. Poi il progetto è saltato. Lei è tornata a fare la shampista in nero. Ha 14 anni».
Si rischia di parlarne solo nella “Giornata mondiale dello sfruttamento”.
Con il divampare della crisi, e i tagli agli enti locali, quale posto occupano gli “operai” invisibili? Cesare Moreno, fondatore della scuola di strada con Marco Rossi-Doria, detesta le classifiche che confinano con il colore.
«Non cercate bimbi di 8 anni che fanno i baristi. Cercate l’enorme pattuglione dei 12enni o 16enni che alla scuola voltano le spalle e stanno nella fabbrica del sommerso o in quella del crimine, purchè si sentano considerati».
In un’altra trincea, tra Castellammare e Pompei, i baby lavoratori passano qualche ora di svago e formazione a “La voce d”e criature” di don Luigi Merola, fondazione dell’ex parroco del rione Forcella.
Ergan, 15 anni, origini slave, lavora da un fioraio per 160 euro a settimana. Sveglia alle 2 di notte.
Solo quando può, frequenta la terza media. «Ho perso due anni a ripetere la quarta elementare. Ci andavo, e dormivo. Presi pure a cazzotti una prof».
Vive con i nonni: sfondo consueto, i minori aggrappati alla pazienza degli anziani.
«Ho un buon principale. Quando serve che lavoro di notte, io monto alle 3 e finisco alle 7.
Che cosa me ne faccio dei soldi? Porto la fidanzata il sabato a ballare ai locali di Sorrento, mi vesto».
Di tanti fiori, Ergan non ha trattenuto che un nome. «Le rose, solo quelle mi piacciono».
Altra location. Scampia, via Fratelli Cervi.
Nella curva dietro l’insediamento delle Vele, oltre una ditta di nettezza urbana, c’è sempre stato un porto per questi ragazzi.
Dal nome austero: “Educativa territoriale”. Dentro, cento iscritti, oltre la metà  «casi delicati». Significa: con parenti detenuti. Antonio ha 11 anni.
Corpulento, mani grandi, che spesso picchiavano. Ha assaggiato molti lavori. «Il panettiere, lo scaricante, il barista e il ragazzo che controlla la merce esposta, sennò se la fottono. Farei tutto, tranne lo schiattamuorto», il fossatore.
Le educatrici spendono ogni energia. Uno ribatte: «Se lavoro perchè nascondermi? Non è meglio che spacciare?».
Martellante il richiamo all'”altro” lavoro, il Sistema, la camorra.
Chi fa il “palo”, cioè avvisare dell’arrivo della polizia, qui prende 150 euro al giorno.
Ma tanti si accontentano di un (sotto)lavoro.
Come Geppino, sembrano sereni. «Se uno lavora, campa», ridono.
Anche del loro futuro.

Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)

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