Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile
SONO PASSATE DA 91 A 114, INVERTENDO LA TENDENZA DELL’ANNO PRECEDENTE… DA UNO STUDIO DELLA VEGA ENGINEERING EMERGE CHE LA REGIONE CON PIU’ DECESSI E’ LA LOMBARDIA…SETTORE AGRICOLO E COSTRUZIONI I PIU’ PERICOLOSI
Aumentano nuovamente nei primi tre mesi dell’anno le morti sul lavoro.
Sono infatti 114 i decessi sul lavoro da gennaio a marzo, contro i 91 del primo trimestre 2010.
Lo rileva l’Osservatorio Sicurezza sul lavoro di Vega Engineering che da oltre due decenni lavora nel settore della formazione e della sicurezza.
Si evidenza quindi un’inversione di tendenza rispetto al 2010, anno il quale, secondo gli ultimi dati Inail, aveva visto una flessione dell’1,9% degli infortuni in complesso rispetto al 2009 (da 790 mila casi a 775 mila casi); una flessione del 6,9% degli infortuni mortali (da 1053 a 980).
Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte sono le regioni con più decessi, seguite da Sicilia, Campania e Veneto.
In rapporto al numero di occupati, invece, ad indossare la maglia nera è sempre la Valle D’Aosta.
Milano la provincia maggiormente colpita, seguita da Torino, Catania, Bologna e Napoli.
Nel settore agricolo si è verificato il 35,1% delle morti bianche, seguito da quello delle costruzioni (21,9 % delle vittime).
La fascia d’età maggiormente a rischio è invece quella che va dai 40 ai 49 anni con 29 vittime (25,7 %del totale).
Dalla ricerca poi emerge che le morti bianche non conoscono spazi vuoti neppure nel fine settimana perchè tra venerdì e domenica viene accertato circa il 30% delle tragedie.
Significativo il dato relativo a come avvengono gli incidenti mortali: il 28,1% sono causati dalla caduta di persone, mentre il 25,4% sono prodotti dallo schiacciamento conseguente ad oggetti caduti dall’alto.
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Aprile 13th, 2011 Riccardo Fucile
IL VIRUS LEGHISTA FINISCE QUESTA VOLTA AD INVOCARE PER GLI ITALIANI IL TRATTAMENTO CHE BOSSI VUOLE RISERVARE AGLI IMMIGRATI.. IL PROGRAMMA DELL’IMPRESENTABILE GIULIANO BRIGNASCA DALLA RICCA FEDINA PENALE
“Tremonti con la Svizzera sta facendo il pirla. Ma è un somaro se non tratta con noi. Ora deve ascoltarci”.
Con ragionamenti politici come questo — e con slogan come “i frontalieri (gli italiani pendolari che vengono in Svizzera a lavorare, ndr) verranno cacciati a calci in culo” — Giuliano Bignasca ha conquistato il cuore (e i voti) degli abitanti del Canton Ticino, che hanno riservato alla sua Lega dei ticinesi un pienone di consensi, quasi il 30 per cento.
Che tradotto significa due scranni su cinque nel Consiglio di Stato (il governo del Cantone, assegnato su base proporzionale).
Un potere senza precedenti.
Le ragioni di questa ondata xenofoba non vanno ricercate solo nella crisi economica, che ha portato disoccupazione anche nel Cantone più “italiano” della vicina Svizzera.
L’insofferenza di una parte dei ticinesi per “gli italiani che ci portano via il lavoro”, e soprattutto per quella parte di tasse pagate sui dipendenti che il governo svizzero restituisce al nostro Paese, è un sentimento che brucia sotto la cenere da diversi anni.
Solo 6 mesi fa l’Udc, che non è la versione svizzera del partito di Casini ma è al contrario un movimento con posizioni di destra radicale, aveva lanciato una campagna contro i “frontalieri topi”.
Alla fine erano arrivate le scuse all’Italia, ma il messaggio intanto era passato. E l’assist al partito di Bignasca era servito.
Lui, soprannominato “il nano”, non è “l’uomo nuovo”, nè tantomeno “l’uomo—immagine”.
Figlio di uno scalpellino, ha ereditato l’azienda del padre e, insieme al fratello (anche lui nel partito) ha messo in piedi diverse imprese di costruzioni.
Il suo casellario giudiziario non è certo immacolato: nel corso degli anni si sono sommate condanne passate in giudicato per calunnia, diffamazione, ingiuria, droga.
E anche per avere sottratto gli oneri sociali ai suoi stessi dipendenti stranieri.
Eppure oggi, dopo un primo trionfo elettorale negli anni ’90 e una successiva crisi di consensi, è tornato sulla cresta dell’onda, sempre con slogan che contrappongono gli svizzeri agli usurpatori italiani.
Il personaggio è ruvido e non si fa problemi a mandare “a quel paese” i cronisti.
Ma ne ha anche per i ministri italiani e i governanti della sua stessa Svizzera: “O Tremonti mette a posto (rinnovando gli accordi bilaterali sulle tasse dei frontalieri, ndr), altrimenti buttiamo fuori 10 mila frontalieri. Ne abbiamo 48 mila, entro tre anni dobbiamo andare a 35 mila. Se lo capisce va bene, altrimenti gli spacchiamo le ossa. Tremonti fa il pirla con la Svizzera. Il blocco dei pagamenti ai comuni per i frontalieri? Questione di dieci giorni”.
Tutti avvisati.
Ogni giorno dalle provincie lombarde di Varese, Como e Sondrio migliaia di lavoratori varcano il confine attratti da stipendi mediamente più alti di quelli italiani.
Sono operai, impiegati, addetti alla grande distribuzione, ma anche camerieri, commessi o infermieri che da anni si rivolgono alle imprese del Canton Ticino per guadagnarsi la pagnotta.
Tanti italiani che provengono da zone tradizionalmente leghiste.
“Io faccio il frontaliere da sei anni — spiega un salumiere che lavora nella centralissima via Nassa di Lugano — e in Italia ho sempre votato Lega. Se ci mandassero via e ci rimpiazzassero con dei tunisini, mancherebbe la manodopera italiana, perchè noi veniamo qui a lavorare seriamente, non siamo in Svizzera per rubare o per scavalcare gli svizzeri”.
Insomma, la Lega dei ticinesi vuole far perdere il lavoro ad almeno 10 mila frontalieri.
Eppure la Lega Nord italiana appoggia e approva.
“Mi ha chiamato l’onorevole Giancarlo Giorgetti per complimentarsi”, spiega Bignasca.
E, interpellato dal Fatto Quotidiano, anche il sindaco leghista di Varese Attilio Fontana, dice: “Mi fa piacere che abbiano fatto questo risultato alle elezioni, si tratta di un movimento vicino al territorio, con cui la Lega Nord è sempre andata d’accordo”.
I frontalieri? Un dettaglio: “Credo che farebbero fatica a sostituire i lavoratori italiani con altrettanti lavoratori seri e di valore. I lavoratori frontalieri sono una risorsa per il Canton Ticino, lo sono doppiamente, perchè lavorano, producono e alla sera rientrano a casa loro, senza dunque appesantire infrastrutture e servizi”.
Le due Leghe, in effetti, hanno molto in comune: “L’unico elemento distintivo è quello degli italiani”, spiega Daniele Fontana (nessuna parentela con il sindaco), giornalista e responsabile della comunicazione del Partito socialista del Cantone.
“Tutti gli altri stereotipi sono uguali”, aggiunge.
Che cosa deve fare Bossi per accontentare i cugini svizzeri? Giuliano Bignasca ha le idee chiare: “Deve tagliare l’Italia sotto Bologna — azzarda serio — altrimenti siete falliti”.
E con il leader lumbard, Bignasca ha in comune anche l’avversione per la Carta costituzionale: “Io la Costituzione non l’ho mai letta e non la voglio leggere, al massimo la straccio. Che rapporto abbiamo con Berna? Come con Roma. Li mandiamo affan..”
Simone Ceriotti e Alessandro Madron
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 11th, 2011 Riccardo Fucile
“OCCORRE PORRE UN FRENO A QUESTA INACCETTABILE FLESSIBILITA’ CON MILLE TIPOLOGIE CONTRATTUALI”… NEI GIORNI SCORSI LA PROPOSTA DI ICHINO, MONTEZEMOLO E ROSSI…FINI VUOLE STAGE REMUNERATI E UN LIMITE ALL’ABUSO DEI CO.CO.PRO
“Meglio un contratto di lavoro unico per le assunzioni a tempo indeterminato, anzichè questa inaccettabile
flessibilità con tante tipologie contrattuali. Ma diamo la possibilità ai datori di lavoro di licenziare”.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini risponde così alla domanda di uno studente a Marsala.
E lo fa dopo la grande manifestazione dei precari a Roma.
Il presidente della Camera sposa, dunque, la ricetta del senatore democratico Pietro Ichino, di Luca Cordero di Montezemolo e dell’economista Nicola Rossi che punta a un contratto a tempo indeterminato per tutti e ad una maggiore flessibilità in uscita.
Il contratto unico “dovrà essere caratterizzato da una protezione crescente per tutti i futuri dipendenti, eccezion fatta per quei casi come le sostituzioni temporanee o le punte stagionali”.
Insomma, occupazione “a tempo indeterminato per tutti” ma anche “nessuna inamovibilità per motivi economici e organizzativi.
In caso di licenziamento – affermano i tre – trattamento complementare di disoccupazione ‘alla scandinava’, contribuzione figurativa per i periodi di disoccupazione, assistenza nel mercato del lavoro più efficace e controllo altrettanto efficace sulla effettiva disponibilità del lavoratore alla nuova occupazione”.
Nei giorni scorsi il partito di Fini aveva presentato una proposta di legge che prevede una stretta sugli stage (gratuiti solo fino a due mesi, poi andranno remunerati), un limite all’abuso dei co.co.pro e un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato che sostituirebbe tutte le forme contrattuali subordinate e parasubordinate oggi in uso.
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Aprile 10th, 2011 Riccardo Fucile
DIETRO IL PRECARIATO E DENTRO LE INGIUSTIZIE: I DRAMMI UMANI DI TANTI GIOVANI SFRUTTATI CUI VIENE NEGATO IL FUTURO… CENTO COLLOQUI, TANTE TRUFFE: “LAVORI PER ANNI E VIENE CACCIATA IN UN SECONDO”… DOVE ANCHE IL DESIDERIO DI MATERNITA’ DEVE ESSERE CELATO
Katia trova la forza di sorridere, anche se sorride amarissimo, si guarda la pancia, al
sesto mese.
Sorride di nuovo, ancora più amara, mentre si stringe al suo compagno (precario pure lui): “È una bimba. Avevamo in mente un altro nome. Ma dopo quello che è successo oggi, dovrò chiamarla… Precaria”.
Katia Scannavini ha 36 anni. È romana.
È laureata in Sociologia, ha anche un master e un diploma.
Ed è la persona che simbolicamente riassume meglio di tutte, nella sua storia, la follia della condizione giovanile, l’ingiustizia feroce e insostenibile di un paese bloccato.
Già , perchè Katia (non è uno scherzo) lavora a Italia Lavoro (l’agenzia del lavoro del ministero del Lavoro), area formazione.
O meglio: ci lavorava fino a ieri.
È “una professional” (loro dicono così) impiegata dal 2006 (rigorosamente “a progetto”, senza contratto di assunzione), teoricamente dedita ad aiutare i precari a trovare lavoro.
Il suo compito, infatti, era quello di studiare le strategie migliori perchè i centri per l’impiego potessero migliorare il proprio servizio.
Ma era precaria a sua volta, da cinque anni.
Ieri mattina le è arrivata una letterina che recita così:“Dopo la mail che lei ci ha scritto, viene meno il rapporto di fiducia tra lei e la nostra azienda”.
La mail che aveva inviato Katia era molto semplice.
Applicando l’articolato dell’ultimo collegato lavoro, aveva scritto all’Agenzia comunicando la sua posizione e la sua anzianità aziendale: “Non era l’annuncio di una causa, non mi passava per la mente. Solo una comunicazione, peraltro richiesta dalla legge, in cui ricordavo la mia anzianità e la mia posizione. La risposta è stata l’annuncio della cessazione del rapporto. Ovviamente ho pensato: tra 30 giorni sarebbero stati obbligati a mettermi in maternità . Questa lettera non è casuale”.
Le era stata preannunciata. “Non dal capo del personale che l’ha firmata. Perchè il dottor Danilo Mattoccia si rifiuta di ricevere i contrattisti dicendo che non può. Mi ha chiamato il mio superiore, in ufficio e mi ha detto: ‘Sono umanamente colpito da quello che sta accadendo. Mi dispiace — ha detto – non condivido, sei molto brava, ma cosa posso fare?”.
Non ha rancori, Katia: “È una persona perbene. Però nessuno si oppone, tutti se ne lavano le mani e così, come la mia, sono partite 40 lettere. Una inviata persino a un mio collega che è stato operato di tumore, ed è in una situazione terribile”.
Ma se devi scegliere, fra le tante che hanno sfilato ieri, una storia che completi quella di Katia, quella di Lucilla è perfetta: “Io non sono più una precaria, sono una sub precaria. Una precaria di serie B”.
Lucilla Calabria ha 38 anni. È nata in Puglia ma è cresciuta in Abruzzo, a Francavilla sul mare.
È laureata in Lingue, ne parla tre: inglese portoghese e spagnolo.
Ha lavorato per quattro anni a Liverpool. Poi è tornata in Italia. “Sai, in Inghilterra c’è l’idea che un lavoro è uoa scambio in cui tu offri una prestazione, e loro ti danno dei soldi che ti meriti. Qui sembra che ti facciano un regalo”.
Lucilla ha stabilito un piccolo primato: “Ho compiuto da poco cento colloqui di lavoro. Poi, ho ricevuto questa comunicazione: ‘Complimenti! Siamo lieti di informarla che lei ha superato la prova’”.
Ma subito dopo aggiungevano: “Purtroppo al momento non abbiamo posizioni aperte. Però lei resta nel nostro database’”.
In che senso ti consideri una sub precaria? “Adesso, guardando la mia data di nascita, mi chiedono sempre: ‘Ma non è che lei ha intenzione di fare dei figli?”.
E tu cosa rispondi? “La prima volta non ho avuto la forza di rispondere. Mi avevano troncato il fiato. Mi sono sentita ferita e umiliata, il discorso è finito lì”.
E da quella successiva? “Mi chiedevo se fosse giusto mentire. Poi ho capito che avevo diritto a fare qualsiasi cosa. Alla fine scelgo di prenderli per il culo”.
E dunque, “quando mi chiedono se voglio un figlio mi mordo la lingua e dico: ‘Non ci penso nemmeno. Sa, sono una che tiene solo alla carriera!’”.
Cento colloqui, cento truffe: “Quelli più belli non si contano. In uno mi chiedevano di propagandare un bidone, il mitico aspirapolvere Kirby. Il nostro compito era intortare le casalinghe. Alla fine dovevamo dire:’Lo sa che questa turbina è stata progettata dalla Nasa?’. Il formatore mi disse: ‘Diventerai ricca e famosa’. E’ una delle poche volte in cui me ne sono andata”.
Il sogno di Lucilla sarebbe fare la guida turistica: “Ci sono pure i corsi. Ma c’è la fregatura pure lì. Paghi 700 euro, ma non ti danno il tesserino. Le graduatorie sono bloccate da tre anni. Ti dicono: ‘Noi però ti diamo l’attestato’, e ti fanno capire che puoi provare ad esercitare abusivamente”.
Ma allora come campi?
“Sono tornata dai miei genitori. Faccio ripetizioni. Avrei voluto garantire la loro vecchiaia, e invece sono costretta a essere garantita dalla loro pensione”.
Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 10th, 2011 Riccardo Fucile
I 26 CANTONI VANNO OGGI ALLE URNE PER RINNOVARE PARLAMENTI ED ESECUTIVI LOCALI…IL PARTITO DI GIULIANO BIGNASCA SI PRESENTA CHIEDENDO DI RICACCIARE INDIETRO I FRONTALIERI PADANI… CHI VUOLE CACCIARE I TUNISINI, CHI I PADANI
Nord che vai, Lega che trovi.
E la Lega dei Ticinesi, omologo svizzero del Carroccio, non ammette sconti per i padani, “cugini” ma anche un po’ “terroni”.
Oggi i ventisei Cantoni elvetici andranno alle urne per rinnovare il parlamento e l’esecutivo locali, e il partito di Giuliano Bignasca, il pittoresco “Bossi di Lugano”, si presenta agli elettori con slogan che sembrano rubati al Senatur: “Via gli italiani dalla Svizzera”, per esempio.
Da settimane, nel mirino di Bignasca, e del suo rappresentante nel parlamento di Berna, Norman Gobbi, ci sono i 45 mila frontalieri, quegli italiani di Sondrio, Como, Varese e Verbania con un impiego nel Ticino, accusati di rubare il lavoro agli autoctoni e di costare decine di milioni l’anno in rimborsi di tasse diretti a Roma.
Così, mentre Bossi chiede di mandare “fà¶ra da i ball” i tunisini, non lontano da Gemonio c’è chi vorrebbe ricacciare indietro proprio i “padani”.
I malumori dei ticinesi risalgono a oltre trent’anni fa.
Era il 1974, quando un accordo bilaterale tra il governo svizzero e quello italiano regolava per la prima volta i cosiddetti “ristorni”, la percentuale di tasse, versate in Svizzera dai lavoratori italiani, che i tre cantoni di confine (Ticino, Grigioni e Vallone) da allora restituiscono a Roma perchè questa giri la somma a Comuni, Province e Comunità montane di frontiera.
Tocca poi agli enti locali destinare questo tesoretto ai servizi pubblici, dalla sanità ai trasporti.
Ora, contro la quota – il 38,8 per cento – dei ristorni fissata in quell’accordo lontano, si sono scagliati sia il leghista ticinese Gobbi, sia – a sorpresa – i moderati del Partito popolare democratico.
Segno che le istanze leghiste hanno fatto breccia anche al centro.
A marzo, il Ppd ha fatto approvare all’unanimità dal Gran Consiglio uscente un impegno affinchè il parlamento cantonale chieda a Berna di abbassare i ristorni al 12,5 per cento, equiparandoli a quelli destinati all’Austria, e di introdurre il principio di reciprocità : anche l’Italia, cioè, dovrebbe rimborsare parte delle tasse incassate dai frontalieri svizzeri (una pattuglia ben più esigua degli italiani).
La stessa proposta è stata presentata da Gobbi al parlamento centrale, ma, per ora, è stata bocciata dai vertici del Dipartimento delle finanze federali.
Il dibattito, però, è ormai aperto, e difficilmente sarà archiviato in breve.
Il che allarma gli amministratori italiani di frontiera.
Dice Mario Della Peruta, da trentadue anni sindaco di Cremenaga, 810 anime in provincia di Varese: “Qui otto abitanti su dieci lavorano in Svizzera. Dopo la soppressione dell’Ici sulla prima casa, il nostro bilancio si regge quasi esclusivamente sui ristorni: non possiamo permetterci di perdere quelle somme”.
Neanche Marco Zacchera, primo cittadino di Verbania e deputato Pdl, sottovaluta la questione.
Anzi, il parlamentare ha chiesto pochi giorni fa ai ministri Tremonti e Frattini di “avviare immediatamente contatti con i vertici della Confederazione elvetica per evitare che ciascun cantone si attivi in ordine sparso penalizzando ulteriormente i lavoratori italiani”.
Intanto, gli slogan e i manifesti anti-frontalieri, in Ticino, restano al livello di guardia.
La Lega è passata nel 2007 dal 16 al 25 per cento, diventando il secondo partito locale dietro al Partito liberale radicale.
E il leghista Marco Borradori è stato il candidato più votato di tutto il Cantone.
Ad alimentare l’astio contro gli italiani pensano, però, anche gli estremisti dell’Udc (niente a che vedere con i centristi italiani).
Di recente, il loro leader Pierre Rusconi, ideatore della campagna pubblicitaria che a ottobre raffigurava gli italiani come ratti, ha commentato uno studio dell’Istituto ricerche economiche (Ire) dell’Università svizzera, che dimostrerebbe come gli italiani non rubino il lavoro ai ticinesi, con queste parole: “Mi piacerebbe sapere quanti frontalieri lavorano all’Ire. Magari sono gli stessi che hanno fatto la statistica”.
Rusconi ha poi aggiunto che la piazza finanziaria ticinese starebbe diventando troppo “brianzola”.
Insomma, hai voglia a fare il leghista duro e puro: ci sarà sempre qualcuno più a nord di te…
Paolo Casicci
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 9th, 2011 Riccardo Fucile
PER UN PAESE CHE INVESTA SULLA RICERCA E SULLE GIOVANI GENERAZIONI INVECE CHE MORTIFICARNE LE COMPETENZE E LA VOGLIA DI LOTTARE PER IL NOSTRO PAESE… BERLUSCONI UMILIA I GIOVANI, RACCONTA BARZELLETTE OSCENE CHE FANNO RIDERE SOLO I SUOI DEBOSCIATI COMPAGNI DI MERENDE E CONSIGLIA LORO DI TROVARE UN FIDANZATO RICCO… SONO GIOVANI E INCAZZATI? HANNO RAGIONE
Questa volta i «bamboccioni» fanno sul serio.
Gli eterni giovani, senza diritti nè certezze lavorative, scendono in piazza per lanciare alla politica un messaggio forte e chiaro: «Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta».
È questo lo slogan — e il nome del comitato promotore — della manifestazione che oggi mobilita l’Italia intera.
Quella dei precari, dei disoccupati, il popolo delle partite Iva, gli studenti, gli stagisti, i ricercatori, i free lance che sfilano per le strade di Roma e di un’altra trentina di città italiane (e non solo), per riprendersi il presente, ancor prima del futuro, ed il Paese, partendo dal lavoro.
Sono laureati e arrabbiati. Sono giovani e incazzati.
Per questo oggi sono in piazza in tutta Italia per affermare il proprio diritto a non vivere per tutta la vita la condizione di “fantasmi” del lavoro: “vogliamo far sentire la nostra voce e raccontare chi siamo, perchè vogliamo un altro paese, un paese che investa sulla ricerca e sulle giovani generazioni invece di relegarle ai margini del sistema produttivo, mortificandone le competenze e cancellando ogni possibilità di realizzazione personale».
Sono «oltre 2 milione i Neet in Italia, ovvero i giovani che non studiano non lavorano e non si formano; sfiora il 30% la disoccupazione giovanile», sottolinea Salvo Barrano, archeologo free lance, tra i 14 promotori della manifestazione.
A Roma è in programma l’evento principale con una street parade rumorosa e colorata in vero «Torretta Style». «Vogliamo essere ironici e dissacranti: siamo tutti giovani, studenti, precari, non precari e cittadini. L’unica cosa che non vogliamo sono le bandiere di partito» spiega Luca De Zolt, organizzatore dell’evento romano
Al fianco dei giovani, senza se e senza ma, si schiera la Cei: «Il precariato lavorativo sia solo una fase transitoria», ammonisce il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, per aprire le porte ad un lavoro «a tempo indeterminato» e «dare anche la possibilità di un futuro, di un progetto di vita».
I precari accusano il governo «che ha deciso di sacrificare una o più generazioni sull’altare degli interessi di qualcuno, della rendita e della speculazione».
E chiedono al premier Silvio Berlusconi di «farsi da parte»: «Non ha affrontato la crisi — dicono – ci ha umiliati e trascinati in un baratro di povertà e disoccupazione».
I precari, chiedono un Paese diverso che «permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare» e che, quindi, «investa sulla ricerca e sulle giovani generazioni, invece di relegarle ai margini del sistema produttivo, mortificandone le competenze e cancellando ogni possibilità di realizzazione personale».
Una mobilitazione insomma per denunciare le condizioni di lavoro, e di vita, di una grande fetta di giovani italiani.
Mobilitazione che assume anche una connotazione particolare, dato che ieri Berlusconi ha messo in atto il suo ennesimo show davanti ai giovani laureati parlando di “opportunità ” senza indicare poi i mezzi e gli strumenti: «Davvero Berlusconi pensa — risponde il comitato – che i suoi successi personali siano da prendere ad esempio per i giovani italiani? Gli chiediamo di sollevarci dalla sua presenza….
È davvero raggelante, in effetti, guardare in successione le storie sul lavoro che i ragazzi raccontano e le battute dispensate dal presidente del Consiglio a una platea di neolaureati.
Che nemmeno ridevano.
“È lui ad umiliare i giovani e il Paese, per l’assoluta incapacità di fronteggiare la crisi economica gli chiediamo di farsi da parte”.
E una destra vera, sociale e popolare, nazionale e solidale, oggi sa con chi stare: con la gioventù italiana della speranza e del merito, non con i vecchi puttanieri della politica.
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Aprile 9th, 2011 Riccardo Fucile
A “INVASIONI BARBARICHE” IERI SERA L’ANNUNCIO: CANDIDATO SINDACO SARA’ FILIPPO COSIGNANI, EX AN, “UN FASCIO DELLE BONIFICHE, ONESTO, UNO DI QUELLI CHE LEVAVANO LE TERRE AI RICCHI PER DARLE AI POVERI, ALTRO CHE BERLUSCONI”
«Quando mi girano mi intigno! Avevo proposto una lista Pennacchi-Fli in appoggio al candidato del centro sinistra. Si sono strappate tutte le vesti, allora faremo una lista Pennacchi Fli con candidato sindaco Filippo Cosignani ex consigliere An, onesto pulito, un fascio delle bonifiche, quelli che levavano le terre ai ricchi per darle ai poveri, che è un po il contrario di Tremonti e Berlusconi, non so se mi spiego…».
Dunque è deciso: il “fasciocomunista” scende in campo.
Antonio Pennacchi, ospite alle Invasioni barbariche di Daria Bignardi, annuncia che sarà candidato a Latina con Futuro e libertà per l’Italia.
Una lista con un suo candidato sindaco, Cosignani. E «se si andrà al ballottaggio – spiega l’autore di Canale Mussolini – è chiaro che si appoggerà il candidato sindaco del centro sinistra».
«L’unico modo per cercare di costruire una nuova Latina è quello di mandare a casa chi l’ha rovinata fino a oggi e soprattutto chi pensa di poterla governare dal protettorato di Fondi», dice Pennacchi.
Ed è possibile che questa scelta “locale” possa essere il laboratorio di scelte nazionali, dato che «a Latina c’è lo stesso casino di quello che c’è in Italia».
Un declino da cui si esce, prosegue Pennacchi, “ricostruendo una nuova Latina e una nuova italia”.
Con coraggio, senza ricatti identitari, perchè «il problema quì non è di destra o di sinistra, sono categorie superate, roba del Novencento, oggi in italia c’è il problema di stato e antistao, non destra e sinistra, viene a prima posto l’interessa generale o quello dei singoli o di gruppi?».
«Io non avevo nessuna intenzioni di fare politica ma quando uno si incazza si incazza: Io ho il dovere di lanciare delle idee, il paese deve darsi uno scrollata per non essere espulso dal processo generale della globalizzazione».
Punto e basta.
La lista Pennacchi si fa, e pazienza se qualcuno non gradirà : la scommessa del “fasciocomunista” è partita.
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Aprile 6th, 2011 Riccardo Fucile
GLI IMPRENDITORI VENETI FRENANO LA DEMAGOGIA LEGHISTA: “ATTENZIONE ALLE CAMPAGNE MEDIATICHE CONTRO GLI STRANIERI, CI VUOLE ACCOGLIENZA”…IL SISTEMA ECONOMICO LOCALE VIVE SULLE BRACCIA EXTRACOMUNITARIE: 20 MILIARDI DI EXPORT L’ANNO E IL 20% DELLA MANODOPERA E’ STRANIERA… “QUA LA CONVIVENZA E’ TRANQUILLA, BASTA SOFFIARE SUL FUOCO”
«Svuotare la vasca», sibila Umberto Bossi. 
«Il problema immigrazione va risolto alla radice, ma intanto dobbiamo farci carico delle esigenze umanitarie…», aiutando chi fugge da Lampedusa, rispondono i presidenti di Confindustria Treviso e Vicenza, la vandea della Lega.
«Ognuno deve fare la propria parte, anche Treviso», precisa Alessandro Vardanega, leader degli imprenditori della Marca.
«Non si può semplicemente rilevare il problema e poi dire ma tanto si arrangeranno alcune aree del Paese».
«E’ doveroso, nell’emergenza, che ciascuno faccia il proprio dovere», rincara il collega vicentino, Roberto Zuccato.
«Vale per il governo nazionale che deve approntare un piano per gestire la situazione nel rispetto dei diritti umani, per le regioni che hanno il dovere di accogliere i rifugiati che il governo destinerà al loro territorio, e per l’Ue che non può pensare che gli sbarchi siano un problema solo italiano».
Peraltro, «abbiamo già dimostrato di essere un Paese in grado di gestire situazioni complesse, con il giusto equilibrio tra solidarietà e fermezza…».
Insomma, dopo l’appello del vescovo trevigiano Gianfranco Agostino Gardin – «noi cristiani non possiamo dire mandiamoli via ed è tutto risolto» -, anche gli imprenditori locali, tradizionale riserva forzaleghista, battono un colpo. Vicenza e Trieste sono le due grandi province manifatturiere venete dov’è più densa l’immigrazione.
Nella Marca il Carroccio spopola: alle scorse Regionali ha preso il 48,5% dei consensi stracciando il Pdl (15,5%).
Idem nel Vicentino: 38,1% contro il 25,2% dei berluscones.
«Maroni fa il ministro, ma qui la Lega non ci sta…», tuona da giorni il bossiano Giampaolo Gobbo.
Eppure nessuno dei padroncini si sogna di cacciare coi forconi l’orda che potrebbe salire dal Maghreb, anzi. «Attenzione alle campagne mediatiche anti stranieri», spiegano dalle stanze confindustriali.
Il sistema economico trevigian-vicentino vive da tempo sulle braccia extracomunitarie.
Insieme fanno 20 miliardi di export l’anno e più del 20% degli addetti industriali è straniero.
Non a caso le due province leghiste, al netto degli slogan alla Gentilini, sottopelle sono campioni di integrazione. Il lavoro è da sempre un passepartout potentissimo.
A certificarlo, i rapporti Caritas-Migrantes.
Nel Vicentino ci sono 93 mila stranieri residenti (10,8% della popolazione) e il 23,6% dei nati 2009 è figlio di genitori stranieri.
Nel Trevigiano gli extracomunitari sono 96 mila (11% del totale), di cui 16 mila nati in provincia.
«La convivenza è tranquilla, sarebbe sbagliato soffiare sul fuoco anche per la ripresa economica», ragiona Gigi Copiello, segretario uscente della Cisl vicentina.
Questa è l’altra ragione della fronda confindustriale alla propaganda leghista che vorrebbe ricacciare i profughi in Nordafrica.
«Dopo aver pagato la prima fase della crisi con il crollo delle assunzioni (-10,3%) e 10.500 posti di lavoro stranieri bruciati nel saldo 2008/2009, nel 2010 la percentuale è tornata positiva», spiega Bruno Anastasia di Veneto Lavoro.
«A trainare la piccola ripartenza occupazionale sono proprio Vicenza e Treviso (rispettivamente +12 e +9% sul 2009), riducendo di 3 mila unità i disoccupati extracomunitari nell’industria».
Per questo gli imprenditori locali frenano la demagogia padana.
Ne va della ripresa.
Tanto più nella terra del leghismo di governo.
Marco Alfieri
(da “La Stampa“)
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Aprile 2nd, 2011 Riccardo Fucile
L’OFFERTA LAST MINUTE CHE L’AGENTE DI COMMERCIO BERLUSCONI PROPORRA’ LUNEDI’ A TUNISI…FORNITURA DI MEZZI PER IL CONTROLLO DELLE COSTE E CREDITI PER LE IMPRESE TUNISINE… NULLA DI NUOVO RISPETTO ALLA VISITA DI FRATTINI, TROPPO POCO PER LA GRAVE CRISI CHE HA COLPITO IL PAESE
Il presidente del Consiglio annuncia per lunedì un intervento taumaturgico sul governo tunisino.
«Decisivo», a suo dire, nel convincerlo ad accettare i rimpatri coatti di migranti dall’Italia e ad impegnarlo a sigillare le proprie coste.
E nel battezzare la sua missione, per la nona volta in nove anni, attinge al format retorico del «piano Marshall».
Dei precedenti piani (“piano Marshall” per la Somalia, 2002; “piano Marshall per il Medio Oriente”, 2003; “piano Marshall per l’Abruzzo”, 2008; “piano Marshall per la Sardegna”, elezioni regionali 2009; “Piano Marshall per il Sud”, 2009; “Piano Marshall per la Palestina”, 2010; “Secondo piano Marshall per il Sud”, 2010; “Piano Marshall per i giovani”, marzo 2011; “Piano Marshall per il Maghreb”, marzo 2011), non ne è stato nulla.
Dunque, che cosa, davvero, Silvio Berlusconi andrà ad offrire a Tunisi?
Per quanto ne riferiscono fonti qualificate della nostra diplomazia e del ministero dell’Interno, l’offerta italiana non si muoverà , nei termini e nelle cifre, da quella avanzata dai ministri Maroni e Frattini nei loro colloqui a Tunisi il 25 marzo scorso.
Quella che non ha sin qui visto immediate contropartite.
Parliamo dunque di 95 milioni di euro a titolo di “credito di aiuto” (già in buona parte impegnati da richieste per 60 milioni di euro avanzate da Tunisi ai nostri ministeri dell’Interno, dell’Agricoltura e della Sanità ).
Di forniture, “a titolo di dono”, di fuoristrada e imbarcazioni per la sorveglianza delle coste.
Dell’apertura di una linea di credito di sostegno alle piccole e medie imprese tunisine per 73 milioni di euro, dei 9 milioni e mezzo di euro “a titolo di dono”, per il «piano di protezione del Mediterraneo».
Si tratta, insomma, per lo più di prestiti agevolati (per altro non ancora erogati) non decisivi per raddrizzare il piano inclinato su cui balla il popolo tunisino dal giorno della sua rivoluzione.
I dati consegnati dal governo di Tunisi a Roma documentano infatti stime di crescita del Paese precipitate dal 5% a meno dell’1%, con una perdita di posti di lavoro che porterà il numero dei disoccupati a 900 mila unità , compresi i tunisini rientrati nel Paese dopo lo scoppio della guerra in Libia. Pensare di contenerli con qualche motovedetta e fuoristrada in regalo e con un centinaio di milioni di euro di prestiti, è un’illusione.
Anche perchè, stime alla mano, la Tunisia avrebbe bisogno di attingere in tempi brevi a risorse liquide superiori ai 2 miliardi di euro.
Dunque, quale “piano Marshall”?
A ben vedere – la Farnesina ne è consapevole – l’unica forma di cooperazione decisiva sarebbe mettere in moto il programma strutturale di «aiuti per lo sviluppo» costruito da “doni”, “crediti di aiuto”, “conversione del debito”, che l’Italia ha previsto per l’intero Maghreb e che oggi ammonta, nominalmente, a 1 miliardo di euro.
Il problema, però, è che per farlo è necessario finanziare almeno lo “start-up” di imprese o joint-venture.
Palazzo Chigi è disposto a farlo?
È un fatto che, dall’inizio della crisi, non un solo euro dei 5 milioni stanziati da Palazzo Chigi a Farnesina, Difesa e Protezione Civile per i primi interventi umanitari in Tunisia è stato ancora erogato.
Tanto per far capire che non mantiene gli impegni…
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, emergenza, governo, Lavoro, Politica, povertà, radici e valori | Commenta »