Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile
E’ IL NUMERO DEI SOLI TAVOLI APERTI AL MINISTERO: A RISCHIO 200.000 POSTI DI LAVORO…. 92 AZIENDE IN AMMINISTRAZIONE CONTROLLATA: LA CRISI RIGUARDA VARI SETTORI
Il 2011 si trascina dietro tanti problemi: comincia con 170 tavoli di crisi aziendale aperti
al ministero dello Sviluppo economico e 92 imprese in amministrazione straordinaria.
I sindacati valutano che dietro questi numeri vi siano 200 mila lavoratori coinvolti.
Fra le prognosi più favorevoli figura quella della Vinyls, un’azienda chimica con impianti a Marghera, Ravenna e Porto Torres e circa 400 lavoratori.
C’è già un accordo preliminare per la cessione in toto da parte dell’Eni (l’attuale gruppo proprietario) alla finanziaria svizzero-tedesca Gita, che garantirebbe l’occupazione per quattro anni; entro due mesi si dovrebbero concludere le trattative per l’acquisizione definitiva.
Buone prospettive anche per Basell: il polo chimico di Terni dovrebbe trovare uno sbocco per i circa mille lavoratori, con la cessione dell’azienda alla Novamont.
Ci sono speranze concrete pure per la Videocon, azienda di proprietà di una multinazionale indiana, che costruiva televisori e ha cessato l’attività .
È stata aperta una trattativa per l’acquisizione dello stabilimento e sono interessati 1.200 lavoratori.
Poi c’è la Firema, che produce treni in stabilimenti ad Avellino, in Basilicata e in Umbria (il centro direzionale è a Milano). È in amministrazione straordinaria.
La quasi totalità dei lavoratori, più di 700 è, in cassa integrazione e anche qui l’obiettivo è la cessione dell’attività .
A Termini Imerese (in Sicilia) considerazioni di mercato hanno costretto la Fiat a chiudere lo stabilimento con 2 mila lavoratori, ma c’è un bando internazionale che prospetta una soluzione articolata, con più compratori per attività diverse: viene giudicata «particolarmente importante» l’offerta della De Tomaso di Rossignolo.
Invece per la Antonio Merloni elettrodomestici la vertenza, che riguarda 600 posti, è in stallo.
E una delle situazioni che preoccupano di più è quella di Eurallumina di Porto Vesme (Sardegna): gli impianti sono fermi da quasi due anni e tutti e 700 i lavoratori sono in cassa integrazione in deroga.
Ancora: c’è la Eaton, una fabbrica di componenti per auto; la multinazionale americana proprietaria ha deciso di chiuderla e ha respinto l’ipotesi del comune di Massa di acquisto dello stabilimento.
Gli oltre 300 lavoratori, che erano in cassa integrazione, sono stati licenziati in mancanza di un accordo con l’azienda per proseguire con la cassa in deroga. In forte difficoltà alcune aree del Made in Italy che stentano a reggere la concorrenza dei Paesi a basso costo.
E’ il caso del distretto Matera-Bari del mobile imbottito, che fa capo alla filiera Natuzzi. Qui più di 10 mila lavoratori e aspettano di realizzare un accordo di programma.
Il gruppo di abbigliamento Itr (che comprendeva marchi come Ferrè, Just Cavalli, Malo) ha dichiarato lo stato d’insolvenza, con più di un migliaio di lavoratori coinvolti.
Per i marchi Ferrè e Malo è stata trovata una soluzione, rimane da risolvere il problema degli altri.
Altro caso: la proprietaria Golden Lady ha deciso di trasferire tutta l’attività della Omsa in Serbia, ora è aperta una trattativa per la cessione dello stabilimento di Faenza, con 320 lavoratrici.
Nel settore della navigazione la Tirrenia è in amministrazione straordinaria, viaggia verso la privatizzazione ma ancora non si capisce che cosa succederà .
Per il 14 di questo mese è previsto uno sciopero di 24 ore di tutti gli addetti. Comunque è evidente che correre dietro alle singole crisi aziendali è possibile in un quadro generale di crescita, ma diventa una fatica di Sisifo se c’è una crisi generale permanente.
Luigi Grassia
(da “la Stampa“)
argomento: denuncia, economia, emergenza, governo, Lavoro, Politica | Commenta »
Gennaio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
E’ ANDATO NEGLI USA A TRENT’ANNI, APPENA TERMINATA LA SPECIALIZZAZIONE, OGGI E’ “STAFF SCIENTIST” AL CENTER FOR CANCER RESEARCH…”LE CONDIZIONI PER FARE RICERCA AD ALTO LIVELLO IN ITALIA NON ESISTONO”
L’oncologo Gattinoni a 30 anni è andato negli Usa: qui ti prendono sul serio a prescindere dall’età .
«Ero un medico specializzando e con alcuni colleghi riuscii a pubblicare una ricerca su una rivista importante. Avevamo trovato una terapia efficace per un paziente con un melanoma che in genere lascia solo sei mesi di vita. Fu una soddisfazione enorme. Ma quando lo raccontai al mio primario, lui mi disse “Pensa a fare cose più importanti” ritenendo che non sarebbe mai stato pubblicato».
È uno degli ultimi ricordi italiani di Luca Gattinoni, che ha lasciato l’Italia a 30 anni alla fine della specializzazione in oncologia all’università di Milano e all’Istituto Nazionale Tumori e oggi è “staff scientist” (qualcuno lo tradurrebbe con “scienziato col posto fisso) al Center for Cancer Research, la punta di lancia del settore della ricerca oncologica dei National Institutes of Health americani.
Ha ragione il presidente Napolitano a dire che in Italia le opportunità per i giovani sono soffocate?
«L’Italia è un Paese per vecchi. Una delle prime cose che ti colpiscono quando arrivi negli Stati Uniti è quanto tu venga giudicato in base a quel che vali, non alla tua età . L’insegnamento universitario in quel Paese non è affatto migliore del nostro, anzi. La mole di studio è superiore in Italia, la preparazione di base molto più ampia e di larghi orizzonti. Ma io sono sicuro che se avessi chiesto il permesso al mio primario, quell’articolo non lo avrei scritto mai».
Come nacque l’idea di scriverlo?
«Un giovane oncologo in Italia si sente spesso incastrato. Le sperimentazioni di nuove cure sono in mano ai grandi centri. A pubblicare i risultati sono in genere i primari, e la manodopera dei giovani collaboratori ha poche speranze di essere riconosciuta. Quell’episodio mi ha insegnato che è meglio chiedere scusa dopo, che non chiedere il permesso prima».
Nelle pubblicazioni scientifiche americane invece si trovano spesso nomi di studenti.
«E non solo studenti. Ora nel nostro laboratorio c’è un ragazzo che ha appena finito la laurea breve. Prima di iscriversi a medicina ha scelto di passare due anni “assaggiando” il mondo della ricerca. Ha molta voglia di lavorare e in team con altri colleghi ha già pubblicato quattro articoli di primo livello. Quel che conta negli Usa non sono i titoli di studio, ma la revisione cui periodicamente – da noi ogni quattro anni – sono sottoposti un’èquipe di ricerca e le sue pubblicazioni».
Di fronte ai tagli a università e ricerca in Italia, chi lavora negli Usa tira un sospiro di sollievo?
«Sì, ma io mi trovo in una realtà particolare. I National Institutes of Health sono un ente governativo che riceve fondi pubblici in maniera abbastanza uniforme nel tempo. In Italia invece buona parte dei finanziamenti viene dal settore privato, in particolare dall’Airc per l’oncologia».
È l’insicurezza l’ostacolo al rientro dei ricercatori?
«A volte sono tentato dall’idea di tornare, anche se gli stipendi sono nettamente più bassi. Ma quel che veramente conta per uno scienziato non è la busta paga. Sono piuttosto le condizioni per fare ricerca ad alto livello, cioè i fondi per il laboratorio e l’autonomia. Senza di quelli, bastano solo due o tre anni per uscire dal giro della scienza di primo piano. E a quel punto rientrarci è difficilissimo, si rischia di finire bloccati per sempre».
Elena Dusi
(da “la Repubblica”)
argomento: Costume, denuncia, emergenza, governo, la casta, Lavoro, Politica, sanità | Commenta »
Gennaio 1st, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI E IL BERLUSCONISMO NON HANNO NULLA A CHE FARE CON QUELLA CATEGORIA POLITICA, MA MOLTO HANNO A CHE SPARTIRE CON IL “PUTINISMO”… DI DARE SENSO ALLA PAROLA, CON RITARDO, SI INCARICHERA’ FINI… L’ANALISI DI PAOLO FLORES D’ARCAIS
Per abitudine e forza d’inerzia parliamo di “destra” anche in Italia, benchè una tale forza politica, nel senso europeo del termine, da noi non esista proprio. “Destra” ha voluto dire, dalla fine della guerra ad oggi, Churchill e De Gaulle, Thatcher e Chirac, e in Germania una tradizione che va da Adenauer a Kohl e infine ad Angela Merkel (il “centro” non esiste).
C’è qualche traccia dei valori e dei comportamenti di queste personalità che si possa individuare in Silvio Berlusconi e nei suoi quasi vent’anni di attività politica?
Neppure col microscopio a scansione elettronica.
“Destra” in Europa ha significato e significa partiti di orientamento liberal-conservatore che insistono fin quasi all’ossessione sul senso dello Stato e delle istituzioni, sull’unità della Nazione (sempre maiuscola), sulla riaffermazione intransigente e addirittura punitiva della legalità (che cosa c’è di più giustizia-lista della politica che sbandiera “law and order”?).
In campo economico le posizioni sono più variegate, dal liberismo “duro e puro” della signora Thatcher ai corposi innesti di solidarismo della Cdu, fino al vero e proprio cotè sociale e spesso statali-sta del gollismo, ma comune è l’ostilità di principio ai monopoli privati (abc ovvio e intrattabile di ogni liberismo).
È perciò evidente che Berlusconi e il berlusconismo nulla hanno a che fare con la destra nel senso europeo del termine.
Il progetto di Berlusconi è — fin dall’inizio — quello di un regime che cancelli la divisione dei poteri, che umili l’autonomia dei magistrati nell’obbedienza al potere politico, che instauri un rapporto di dipendenza plebiscitaria tra “il popolo” e il leader, che riduca a mero simulacro la libertà di informazione, che consenta al capo e alle sue cricche di “fare” senza più controlli e contrappesi di alcun genere. Per questo, da anni, sosteniamo che la sostanza del berlusconismo è il putinismo.
Per chiunque avesse “orecchie da intendere” era impossibile non accorgersene, fin dal giorno della nefasta “discesa in campo”.
Chi blatera di una scommessa/promessa di “rivoluzione liberale” da parte di Berlusconi, che sarebbe poi fallita o dimenticata/tradita (specialisti sommi di questo genere letterario i Galli della Loggia e gli Ostellino), semplicemente non ha voluto vedere quello che Berlusconi con i suoi comportamenti, e con infinite “voci dal sen fuggite”, squadernava fin dalle origini della sua avventura: una insopprimibile vocazione al regime padronale delle istituzioni, della cosa pubblica, della politica.
Su Berlusconi “liberale” era impossibile sbagliarsi, tanto erano sfacciate ed esibite le sue intenzioni anti-costituzionali.
Ipotizzando buonafede in chi ha voluto per anni spacciare una ridicola leggenda, si scadrebbe in quanto di più offensivo: rimproverare a corifei e cheerleader un’inguaribile cecità , una ciclopica stupidità .
Il Gianfranco Fini che ora definitivamente rompe con Berlusconi rappresenta esattamente il progetto di dar vita in Italia a una destra conservatrice di stampo europeo.
La sua decisione è maturata in lunghi anni. Troppi, certamente.
Ma Fini e il pugno di dirigenti che lo hanno seguito venivano dal fascismo, è bene non dimenticarlo, e una conversione autentica dagli “eia eia alalà ” alla democrazia liberale non avviene con la rapidità di una caduta da cavallo sulla via di Damasco.
Del resto, proprio qui sta la spiegazione dei (troppi) anni nei quali Fini ha fatto da spalla guardiaspalla e protesi alla costruzione del regime putiniano di Berlusconi. Fini deve a Berlusconi un rapidissimo “sdoganamento” (il Pci per ottenerlo parzialmente, e benchè fosse co-fondatore a pieno titolo della Repubblica italiana, ha dovuto penare per una quarantina d’anni, dopo la destalinizzazione), la sua legittimazione è stata perciò (troppo) a lungo sotto sequestro (volontario) nella cassaforte di Arcore.
Fini può ora farcela?
La destra di conio europeo che ha in mente può avere successo?
Con Berlusconi ogni conflitto è a somma zero, anche questo lo ripetiamo inutilmente da anni.
I compromessi non sono possibili, o lo si manda a casa (il posto adeguato in effetti sarebbe la galera) o si viene schiacciati.
La condizione “sine qua non” per una destra europea è perciò lo smantellamento integrale del berlusconismo, cioè la liberazione dell’Italia delle macerie morali, culturali, sociali e istituzionali nelle quali Berlusconi e le sue cricche l’hanno ridotta.
Berlusconi, contro Fini, ha dalla sua non solo una potenza di fuoco corruttiva gigantesca ma anche quasi l’intero passato della storia d’Italia.
La mancanza di una società civile autonoma: una imprenditoria “parassitaria”, una borghesia che “adegua il merito all’intrigo” e manifesta una “psicologia primitiva, da corsari e da speculatori schiavisti” che produce “un’epoca di corruzione e di decadenza nei costumi”, come stigmatizzava il liberale Piero Gobetti, che non a caso la “rivoluzione liberale” (quella vera) l’affidava all’alleanza con i consigli operai sostenuti da Gramsci.
Tanto più difficile costruirla oggi, una destra liberale in Italia, quando le tradizionali destre europee sembrano sempre meno immunizzate dalle sirene autoritario-populiste e dai compromessi con un kombinat di affarismo speculativo, di finanza drogata (e inquinata dal riciclaggio), di razzismo soft (e talvolta hard), di ostilità per il libero giornalismo e di “non olet” verso le mafie. Dalla sua Fini ha però il collasso nel quale Berlusconi sta precipitando il paese, i livelli da terzo mondo del tasso corruttivo, della disinformazione, dell’incultura di massa, che già hanno innescato la decadenza economica.
Peccato che in questo scontro manchi ancora la sinistra.
Paolo Flores D’Arcais
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, destra, Fini, Futuro e Libertà, Giustizia, governo, Lavoro, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | 1 Commento »
Dicembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
DITE LA VERITA’ AL PAESE: LE COSE NON VANNO BENE E IL PANORAMA E’ SCONFORTANTE….PAGHIAMO MALI ANTICHI, MA OCCORREREBBE UN BILANCIO IMPIETOSO E UN GENERALE ESAME DI COSCIENZA…LA POLITICA RESTA IN SILENZIO TRA I PATETICI “GHE PENSI MI” E LA VACUITA’ DI TANTI: MAI UNA PROPOSTA CONCRETA PER RISOLVERE UN PROBLEMA…L’ANALISI DI GALLI DELLA LOGGIA SUL “CORRIERE DELLA SERA”
Non vanno bene le cose per l’Italia.
Prima che ce lo dicano le statistiche – comunicandoci per esempio un dato lugubre: che nel 2010 il reddito pro capite degli italiani sarà in termini reali inferiore a quello del 2000 – ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro ciascuno di noi e ogni giorno si rafforza.
Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d’istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città , con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall’Alta velocità , è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose.
Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile.
C’è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l’evasione fiscale fra le più alte d’Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell’area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d’Europa malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c’impedisce d’intraprendere qualunque politica di sviluppo.
Ancora: nessuno dall’estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta.
Nessuno di questi mali ha un’origine recente, lo sappiamo bene.
Non paghiamo cioè per errori di oggi o di ieri: o almeno non solo per quelli.
È piuttosto un intero passato, il nostro passato, che ci sta presentando il conto.
Oggi cominciamo a capire, infatti, che qualche tempo fa – quando? nel ’92-’93? un decennio dopo con l’adozione dell’euro? – si è chiuso un lungo capitolo della nostra storia.
Nel quale siamo diventati sì una società moderna (qualunque cosa significhi questa parola), ma pagando prezzi sempre più elevati, accendendo ipoteche sempre più rischiose sul futuro, chiudendo gli occhi davanti ad ogni problema, rinviando ed eludendo.
Prezzi, stratagemmi, rinvii, che negli Anni 70-80 hanno cominciato a trasformarsi in quel cappio al collo che oggi sta lentamente strangolando il Paese.
Lo sappiamo che le cose stanno così.
Ce ne accorgiamo ogni giorno che l’Italia perde colpi, non ha alcuna idea di sè e del suo futuro.
Ma ci limitiamo a pensarlo tra noi e noi, a confidarcelo nelle conversazioni private.
Avvertiamo con chiarezza che avremmo bisogno di bilanci sinceri e impietosi fatti in pubblico, di un grande esame di coscienza, di poterci specchiare finalmente e collettivamente nella verità .
Che ci servirebbero terapie radicali. Invece sulla scena italiana continua a non accadere nulla di tutto ciò.
Chi dovrebbe parlare resta in silenzio.
Resta in silenzio il discorso pubblico della società italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile.
Ma soprattutto resta in silenzio la politica, divisa tra lo sciropposo ottimismo di Berlusconi, il suo patetico «ghe pensi mi» da un lato, e la vacuità dei suoi oppositori dall’altro.
Bersani, La Russa, Bossi, Fini, Bondi, Vendola, Verdini, Di Pietro, Casini, e chi più ne ha più ne metta credono di parlare al Paese con le loro dichiarazioni, le loro interviste, i loro attacchi a questo o a quello, i loro progetti di alleanze, di controalleanze e di governi: non sanno che in realtà se ne stanno guadagnando solo un disprezzo crescente, ne stanno solo accrescendo la distanza dal loro traballante palcoscenico.
Sempre più, infatti, la loro produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola.
Mai una volta che uno di essi proponga al Paese una soluzione concreta per qualche problema concreto: chessò, come eliminare la spazzatura a Napoli, come attrarre investimenti esteri in Italia, come finire la Salerno-Reggio Calabria prima del 3000, come iniziare a risanare il debito pubblico.
Mai: anche se a loro scusante va detto che nel solcare quotidianamente l’oceano del nulla sono aiutati da un sistema dell’informazione anch’esso perlopiù perduto dietro la chiacchiera, il «retroscena», il titolo orribilmente confidenziale su «Tonino» o «Gianfri», il mortifero articolo di «costume».
Nelle pagine e pagine dedicate dai giornali alla politica diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso, scorgere qualche spicchio di realtà tra i fumi dell’aria fritta.
È così che alla fine siamo condannati a questo necessario, disperato, qualunquismo.
Agli italiani non sta restando altro.
Disperato perchè frutto dell’attesa vana che finalmente da dove può e deve, cioè dalla politica, venga una parola di verità sul nostro oggi e sul nostro ieri. Una parola che non ci esorti – e a che cosa poi?
A credere in un ennesimo partito, in un’ennesima combinazione governativa? – ma che ci sfidi: ricordandoci gli errori che abbiamo tutti commesso, i sacrifici che sono ora necessari, le speranze che ancora possiamo avere.
Per l’Italia è forse iniziata una corsa contro il tempo, ma non è affatto sicuro che ce ne resti ancora molto.
Ernesto Galli Della Loggia
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, emergenza, Giustizia, governo, Lavoro, Parlamento, Politica, sprechi | Commenta »
Dicembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
“SE VI STA BENE E’ COSI, ALTRIMENTI IL LINGOTTO SE NE VA”: CHI NON ACCETTA LA DOTTRINA MARCHIONNE E’ DAVVERO FUORI DALLA STORIA?….CONSERVATORI E MODERNISTI: L’ECCEZIONE CHE DIVENTA LA REGOLA…I SINDACATI GIOCANO CON CARTE FALSE, LA FIAT BLUFFA, IL GOVERNO NON HA NEANCHE LE CARTE…NON SI PARLA DI INNOVAZIONE E DI RICERCA, MA SOLO DI 10 MINUTI DI PAUSA E DI DIRITTI IN MENO PER 30 EURO IN PIU’
Nel Paese degli opposti estremismi, il caso Fiat è diventato un paradigma della Modernità .
Sedicenti leader sindacali lo usano con poca prudenza: una clava da brandire contro i “padroni”, rispolverando un conflitto di classe irripetibile
Ma sedicenti pensatori liberali lo usano con poca conoscenza: una pietra angolare del riformismo, da lanciare contro tutti i conservatorismi.
Pomigliano e Mirafiori si impongono nel discorso pubblico come luoghi-simbolo di ogni cambiamento, non solo industriale.
Secondo questa chiave di lettura, conservatrici sono quelle migliaia di operai che non si adattano all’idea di veder ridotto il perimetro dei diritti e peggiorato il modo della produzione.
Conservatrici sono quelle casamatte della sinistra sindacale che non si rassegnano alla dura legge del mercato globale.
Conservatrici sono quelle trincee della sinistra politica che non scorgono nella trasformazione post-fordista della fabbrica l’opportunità di riscrivere il proprio decalogo di valori.
Conservatrici sono persino quelle frange della rappresentanza confindustriale, con modelli di relazioni solide nel settore pubblico delle public utilities e collaudate nel settore privato delle piccole imprese, che non capiscono la chance irripetibile offerta dalle vertenze-pilota aperte dal Lingotto.
Chi non accetta la “dottrina Marchionne” è dalla parte sbagliata della Storia. Quasi a prescindere.
E così, per sconfiggere l’ideologia delle vecchie sacche di resistenza corporativa, si adotta un’ideologia uguale e contraria: quella delle nuove avanguardie della “modernizzazione progressiva”.
Questa impostazione del problema Fiat deflagra in modo potente, e patente, con l’ennesima firma separata prima sugli accordi per Mirafiori e ora sulla riapertura di Pomigliano.
Pochi ragionano sui contenuti degli accordi. Molti si preoccupano di giudicare i torti della Fiom che ancora una volta si è sfilata dal tavolo.
La si può raccontare come si vuole. Ma in questa vicenda ci sono due dati di fatto, oggettivi e incontrovertibili.
Il primo dato: l’accordo di Pomigliano doveva essere un’eccezione non più ripetibile. Si è visto ora a Mirafiori che invece quell’eccezione, dal punto di vista della Fiat, deve diventare la regola.
Chi ci sta bene, chi non ci sta è fuori da tutto, dalla rappresentanza e dunque dall’azienda.
Il secondo dato: questo accordo è obiettivamente peggiorativo della condizione di lavoro degli operai e della funzione di diritto del sindacato.
Si può anche sostenere che non c’erano alternative, e che firmare era la sola opzione consentita, per evitare che la Fiat smobilitasse.
Tuttavia chi oggi parla di “svolta storica” abbia il buon senso di riconoscere che si è trattato di una firma su un accordo-capestro basato su un ricatto. Legittimo, per un’impresa privata.
Ma pur sempre ricatto.
Per questo c’è poco da brindare di fronte al passo compiuto dal nostro sistema di relazioni industriali verso la “terra incognita” indicata da Marchionne.
Per questo fanno male i modernizzatori, che inneggiano agli accordi separati di Mirafiori e Pomigliano come se si trattasse degli accordi di San Valentino dell’84 (quelli sì, davvero storici) che troncarono il circolo vizioso del “salario variabile indipendente” e salvarono l’Italia dalla vera tassa occulta che falcidia gli stipendi, cioè l’inflazione.
La verità è che in questa partita quasi tutti i giocatori usano carte false o fingono di avere carte che non possiedono.
Il giocatore che non ha carte da giocare è il governo. Berlusconi non è Craxi, e Sacconi non è Visentini.
Questo governo non è stato capace di mettere in campo uno straccio di proposta, nè sulle misure per la competitività del sistema nè sulla legge per la rappresentanza: ha saputo solo gettare benzina ideologica sul fuoco delle polemiche.
Il giocatore che non ha carte da giocare è anche il Pd, che sa solo dividersi e non sa capire che l’unico metro per misurare il suo tasso di riformismo sta nel proporre un’agenda alternativa e innovativa per la crescita del Paese, un progetto per l’occupazione, per la produzione del reddito e per la sua redistribuzione.
E sta nel riconoscere i diritti, uguali e universali, nel difenderli dove e quando serve, rinunciando a tutto il resto.
Il giocatore che usa carte false è il sindacato.
La Fiom ha le sue colpe, per non aver saputo accettare il confronto con solide controproposte e non aver voluto prendere di petto il drammatico problema dell’assenteismo nelle fabbriche.
La Cgil ha le sue ambiguità , per non aver potuto ricondurre a unità la sua dialettica interna, ancora dominata da una logora “centralità metalmeccanica”.
Ma Cisl e Uil che si gridano “vittoria” spacciano carte false. Bonanni e Angeletti porteranno a lungo sulla coscienza una gestione gregaria dei rapporti con la politica e con la Fiat, e un accordo che per la prima volta riconosce il principio che chi non accetta i suoi contenuti non ha più diritto di rappresentanza sui luoghi di lavoro.
C’è poco da festeggiare, quando peggiorano le condizioni di lavoro e si comprimono gli spazi del diritto, a meno che non ci si accontenti di monetizzare tutto questo con 30 euro lordi di aumento mensile.
Il giocatore che bluffa, infine, è Sergio Marchionne.
Ha il grande merito di aver salvato la Fiat quando il gruppo era a un passo dalla bancarotta, e di aver lanciato il gruppo da una proiezione domestica a una dimensione finalmente sovranazionale, grazie all’accordo con Chrysler. Ma ora il “ceo” col golfino e senza patria, l’inafferrabile manager italo-svizzero-canadese che vive “tra le nuvole” (come il George Clooney dell’omonimo film) in transito perenne tra il Lingotto e Auburn Hill, ha il dovere della chiarezza.
Verso il Paese e verso i lavoratori.
C’è una questione di merito.
Nessuno ha ancora capito cosa ci sia nel piano-monstre Fabbrica Italia: quali e dove siano indirizzati i nuovi investimenti, quali e quanti siano i nuovi modelli di auto che il gruppo ha in programmazione, dove e come saranno prodotti.
Nessuno ha ancora capito di cosa parla l’azienda quando esalta, giustamente, la via obbligata del recupero di produttività .
Con le condizioni pessime nelle quali versa il Sistema-Paese, c’è davvero qualcuno pronto a credere che questa sfida gigantesca si vince riducendo le pause di 10 minuti al giorno, o aumentando gli straordinari di 80 ore l’anno? E’ vero che in Germania e in Francia le pause sono già da tempo minori che in Italia.
Ma solo un cieco può non vedere che Volkswagen e Renault hanno livelli di produttività giapponesi, macinano utili e aumentano quote di mercato grazie all’innovazione di prodotto e di processo, prima ancora che all’incremento dei tempi di produzione.
C’è poi una questione di metodo.
Dove porta questa volontà pervicace e quasi feroce di mettere fuori gioco la Cgil, con piattaforme divisive che servono solo a spaccare il fronte confederale?
Dove porta questa necessità di disdettare il contratto dei meccanici e di uscire da Confindustria?
Si dice che Marchionne punti a un modello di relazioni industriali all’americana, dove il parametro è Detroit e non più Torino.
Probabilmente è così.
Ma questo tradisce una volta di più i contenuti veri del Lodo Fiat-Chrysler. Non è la prima che ha comprato la seconda, com’è sembrato all’inizio.
Ma in prospettiva sarà la seconda ad aver comprato la prima, nello schema classico del “reverse take-over”.
Uno schema che non prevede compromessi.
Il modello è il capitalismo compassionevole degli Stati Uniti, non più il Welfare universale della Vecchia Europa.
Se vi sta bene è così, altrimenti il Lingotto se ne va.
Questa è la vera posta in palio del caso Fiat.
Alla faccia della Modernità .
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
argomento: economia, governo, Lavoro, Politica, sindacati | Commenta »
Dicembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
NEL 2009 E’ AUMENTATA ANCORA LA PERCENTUALE DI CHI NON PUO’ PAGARE UN CONTO NON PREVENTIVATO DI 750 EURO….I REDDITI NETTI SONO CALATI DEL 2,1%, META’ DELLE FAMIGLIE VIVE CON MENO DI 2.026 EURO AL MESE.. LE FAMIGLIE CON FIGLI SONO QUELLE PIU’ IN DIFFICOLTA’
Un’improvvisa malattia, la riparazione dell’auto, la sostituzione della caldaia, l’aumento delle spese condominiali diventano un dramma per un numero sempre maggiore di famiglie italiane.
Inoltre, dato che l’inflazione è stata più alta dell’aumento dei salari, in termini reali i redditi netti delle famiglie sono scesi del 2,1%.
Lo rivela l’Istat nel rapporto Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia, che evidenzia che nel 2009 è cresciuta la difficoltà delle famiglie di far fronte alle spese impreviste.
L’istituto di statistica precisa inoltre che le famiglie che non potrebbero far fronte a spese impreviste di 750 euro sono aumentate dal 32% al 33,3%. Rispetto al 2008 cresce inoltre il numero di famiglie che sono state in arretrato con debiti diversi dal mutuo (dal 10,5 al 14% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (dal 14,8 al 16,5%).
Le famiglie con figli sono «relativamente più esposte a situazioni di disagio». L’11,7% delle coppie con figli dichiara di essersi trovata in arretrato con il pagamento delle bollette (contro il 5,4% di quelle senza figli), ma la percentuale sale al 22% per quelle con tre o più figli.
La situazione di «maggiore vulnerabilità » delle coppie con almeno tre figli, precisa l’Istat, è confermata anche dal fatto che il 31,5% dichiara di arrivare a fine mese con molta difficoltà , il 7,3% di aver avuto insufficienti risorse per le spese alimentari, il 29,2% per le spese di vestiario e il 22% di quelle che vivono in affitto o hanno contratto un mutuo sono state in arretrato con il pagamento delle rate.
Insieme a queste si trovano più frequentemente coinvolte in situazioni di difficoltà economica le famiglie con un solo genitore e gli anziani soli.
Nel 2009 la crisi, prosegue l’Istat nella sua analisi, ha colpito in larga maggioranza le famiglie che si trovavano in condizioni di deprivazione materiale già nel 2008.
Inoltre, la caduta dell’occupazione ha riguardato soprattutto i figli che vivono nella famiglia di origine, mentre i genitori hanno potuto contare sulla cassa integrazione, evitando che la situazione diventasse ancora più grave.
Nel 2008 le famiglie residenti in Italia hanno percepito un reddito netto medio di 29.606 euro, pari a circa 2.467 euro al mese, ma la metà delle famiglie ha percepito meno di 2.026 euro al mese.
Tra il 2007 e il 2008 il valore medio del reddito netto familiare è aumentato dell’1,2%, ma se si tiene conto dell’inflazione (che nel 2008 è cresciuta del 3,3%), in realtà i redditi delle famiglia sono scesi in termini reali del 2,1%.
E nel Sud e nelle Isole i redditi sono pari a poco più di tre quarti di quelli delle famiglie del Centro-Nord.
E aumenta la disparità non solo regionale, ma anche tra chi si trova più in alto nella scala sociale e chi invece si trova sotto: il 37,5% del reddito totale percepito nel 2008 è andato al 20% più ricco delle famiglie, mentre il 20% delle famiglie con i redditi più bassi ha potuto contare solamente sull’8,3% del reddito totale.
argomento: carovita, denuncia, economia, emergenza, governo, Lavoro, Politica, povertà | Commenta »
Dicembre 29th, 2010 Riccardo Fucile
NELLA RIFORMA UNIVERSITARIA NIENTE PIU’ OBBLIGO DI RICORRERE AL PART TIME…L’ART 6 COMMA 10 SALVA LE CONSULENZE E STRIDE CON LE PROMESSE DELLA GELMINI: “DOCENTI PIU’ IN AULA AD INSEGNARE”… I BARONI FESTEGGIANO, LE OPPOSIZIONI DORMONO
Doveva essere una legge che “colpisce i baroni e i privilegi”: così il ministro Gelmini ama descrivere la riforma universitaria che porta il suo nome.
Ma a leggerne il testo, appena approvato in via definitiva al Senato, viene un dubbio: il privilegio di molti baroni che, alla professione e allo stipendio da docente, affiancano un’intensa attività extra-accademica, trascurando spesso i loro doveri universitari, non sembra colpito.
Appare invece rafforzato.
Vediamo l’art. 6 comma 10 che è molto chiaro: “I professori a tempo pieno possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, attività di valutazione, di collaborazione scientifica e di consulenza, di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale, pubblicistica ed editoriale”.
Non solo.
“Possono altresì svolgere, su autorizzazione del rettore, funzioni didattiche e di ricerca, nonchè compiti istituzionali e gestionali presso enti pubblici e privati”.
Tutto ciò senza rinunciare a un solo centesimo del proprio “stipendio pieno” di professore che si aggira a fine carriera, per un ordinario, intorno ai 5.000 euro mensili.
Passata sotto silenzio, questa liberalizzazione delle consulenze esterne dei professori, rischia di avere gravi conseguenze.
Ottime per i professori, che potranno liberamente fare i docenti e contemporaneamente i divulgatori, i collaboratori, i pubblicisti e i gestori di enti pubblici o privati.
Pessime per i conti dell’Università pubblica.
In base a un decreto del 1980 i docenti a tempo pieno, con stipendio pieno, non potevano prima svolgere altra attività .
Potevano chiedere il “tempo definito” che portava però metà stipendio: “stranamente” solo il 5,8% dei docenti ne usufruisce.
Ma questo decreto che farebbe risparmiare centinaia di migliaia di euro l’anno, non è mai stato ovviamente applicato con rigore.
Ora la riforma Gelmini, quella che a spot “combatte i baroni”, addirittura lo spazza via, così tutti potranno fare man bassa di doppi incarichi, con relative entrate.
Chi fino ad oggi era fuorilegge, ora con la riforma può stare tranquillo: ci ha pensato la Gelmini, nel silenzio delle opposizioni, a garantire ai baroni il doppio lavoro, a spese dell’Università italiana.
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, Gelmini, governo, la casta, Lavoro, Politica, Università | Commenta »
Dicembre 24th, 2010 Riccardo Fucile
IL RECORD SPETTA ALLE FAMIGLIE DELLA PROVINCIA DI GROSSETO: + 48% IN DUE ANNI… LE PIU’ ESPOSTE CON GLI ISTITUTI DI CREDITO SI TROVANO A ROMA…. CONCENTRATA AL SUD LA “SOFFERENZA” NELLA RESTITUZIONE DEL CREDITO
Dal settembre 2008, ovvero dall’inizio della crisi finanziaria internazionale, al settembre di quest’anno, l’indebitamento medio nazionale delle famiglie è cresciuto del 28,7%.
E, allo stesso mese di settembre 2010, le famiglie italiane hanno accumulato un indebitamento medio che sfiora ormai i 20mila euro, per la precisione 19.491 euro, maturato a seguito dell’accensione di mutui per la casa, dai prestiti per l’acquisto di beni mobili, dal credito al consumo, dai finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili.
Sono i dati più significativi di una indagine condotta dalla CGIA di Mestre, da cui risulta anche che le famiglie più esposte con il credito sono quelle della Provincia di Roma (28.790 euro), seguite dalle famiglie di Milano (28.243 euro), Lodi (27.516 euro).
Al quarto posto Prato (26.294 euro), di seguito Como (25.217 euro) e Varese (25.069 euro).
In fondo alla classifica, le famiglie meno indebitate si trovano distribuite tra Sardegna e Sicilia.
Quart’ultime, quelle del Medio Campidano, con un indebitamento medio pari a 8.845 euro, al terzultimo posto quelle di Enna, con 8.833 euro, al penultimo Carbonia-Iglesias, con 8.687 e, ultime, le famiglie dell’Ogliastra, con 7.035 euro di indebitamento medio.
Il record della crescita del debito nel periodo settembre 2008-settembre 2010 lo fanno registrare le famiglie della provincia di Grosseto: +48,8% in due anni. A seguire Livorno (+47,5%), Asti (+42,3 %), Foggia (+41,7%) e Arezzo (+41%).
Tutto concentrato a Sud è il capitolo riguardante la “sofferenza” nella restituzione del credito ottenuto.
Al 30 settembre 2010, la maggiore incidenza percentuale delle sofferenze spetta alla provincia di Crotone, con il 5,9%, ovvero, a fronte di 100 euro erogati alle famiglie crotonesi, quasi 6 euro non sono stati restituiti agli istituti di credito.
Al secondo posto Caltanisetta (5,7%), terze Enna e Benevento (entrambe a 5,5%).
Il dato medio nazionale è pari al 3,5%.
Spiega Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre: “Le province più indebitate sono anche quelle che registrano i livelli di reddito più elevati. E’ chiaro che tra queste famiglie vi sono molti nuclei appartenenti alle fasce sociali più deboli. Tuttavia, la forte esposizione bancaria di queste realtà , soprattutto a fronte di significativi investimenti avvenuti in questi ultimi anni nel settore immobiliare, ci deve preoccupare relativamente”.
Per Bortolussi è invece “più allarmante il risultato che emerge dalla lettura dei dati riferiti all’incidenza percentuale delle sofferenze sull’erogato. In questo caso notiamo che nelle prime posizioni troviamo tutte realtà territoriali del Mezzogiorno, a dimostrazione che la crisi ha colpito soprattutto le famiglie delle aree economicamente più arretrate del Paese”.
argomento: carovita, denuncia, economia, emergenza, Lavoro, povertà | Commenta »
Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI FABRIZIO GATTI SULL’ESPRESSO: SFRUTTATI, PICCHIATI, ABBANDONATI QUANDO SI FERISCONO SUL LAVORO… ADESSO IL REATO DI CLANDESTINITA’ IMPEDISCE LORO ANCHE DI DENUNCIARE GLI AGUZZINI…E IL GOVERNO IMBELLE FA FINTA DI NULLA: CHE DESTRA E’ MAI QUESTA?
Quello che il 17 settembre 2010 Kofi ha imparato sulla sua carne è che se fosse un cane, in Italia vivrebbe meglio.
La legge, infatti, punisce severamente il maltrattamento e l’abbandono di animali: fino a un anno di reclusione e 15 mila euro di multa. Una legge fatta aggiornare nel 2004 da Alleanza nazionale.
Ma Kofi, 24 anni, è un ragazzo nato in Ghana e un’altra legge, votata nel 2009 dalla stessa maggioranza al governo, gli impedisce di portare davanti a un giudice le ferite che ha subito.
Perchè, prima di tutto, verrebbe condannato lui.
Fino a quattro anni di carcere, come immigrato irregolare.
Alla faccia della legalità .
Dodici mesi dopo la rivolta di Rosarno, il favore del governo all’economia sommersa è totale.
Il reato di clandestinità votato l’anno scorso con il Pacchetto sicurezza impedisce di denunciare e perseguire perfino gli incidenti sul lavoro.
Soprattutto dove è massiccio lo sfruttamento di immigrati diventati irregolari per non avere ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato o per avere perso il contratto regolare come effetto della crisi.
Di fronte alla prospettiva del carcere, obbligatoria per legge, i feriti tengono per sè il dolore, le minacce, le botte.
Eppure, secondo il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, del Lavoro, Maurizio Sacconi, e della Difesa, Ignazio La Russa, le nuove misure contro gli stranieri restano efficaci.
Bisogna addentrarsi nell’inferno di campi e industrie tra le province di Napoli e Caserta per capire: Aversa, Giugliano, Castel Volturno, Casal di Principe, Mondragone.
Da queste parti poche settimane fa un ragazzo che chiedeva gli stipendi arretrati è stato immobilizzato e sodomizzato con un bastone dai suoi datori di lavoro: “Noi l’abbiamo saputo dai suoi amici. Ha troppa paura, non farà nessuna denuncia”, dice padre Antonio Bonato, responsabile della missione dei comboniani a Castel Volturno.
Da qui vengono le braccia invisibili che riempiono di frutta e verdura, anche d’inverno, gli scaffali di gran parte dei supermercati italiani.
Da qui erano partiti i braccianti che un anno fa si sono ribellati in Calabria dopo che alcuni di loro erano stati presi a fucilate per gioco.
E qui sono ritornati, ammassati a migliaia nei ghetti di Pascopagano e Destra Volturno, sconfitti dall’indifferenza e da una politica nazionale che sta premiando i metodi camorristi.
Tanto che dall’agricoltura, lo sfruttamento in condizioni di schiavitù si sta trasferendo all’industria e al commercio.
Preclusa dalla legge la via giudiziaria alla difesa dei propri diritti di uomini, non resta che attendere la prossima scintilla, la prossima rabbia.
Il 17 settembre 2010 Kofi è al lavoro in una falegnameria a Caivano. Il suo è tra le centinaia di casi raccolti dallo sportello immigrazione dell’associazione Ex Canapificio di Caserta.
Storie quotidiane di violenza e razzismo che, da quando è entrato in vigore il reato di clandestinità , non hanno più sbocco nelle aule di giustizia.
“Sono così abituati a essere maltrattati”, racconta Mimma D’Amico, tra le responsabili del progetto, “che nemmeno riconoscono i confini dei loro diritti. E non è vero che queste persone possono chiedere il permesso come vittime di reati: l’articolo 18 della legge sull’immigrazione, per loro, non è mai stato riconosciuto”.
Kofi si fa male al suo secondo giorno di lavoro.
Il suo braccio finisce sulla lama di una sega circolare: “Perdevo molto sangue”, ricorda, “un altro operaio mi ha accompagnato in bagno, mi ha disinfettato la ferita e mi ha mandato a casa dicendomi di ritornare non appena fossi guarito. Sono andato da solo al pronto soccorso di Afragola. L’infermiere, vedendo che il braccio era già fasciato, mi ha rimandato alla Asl e lì mi hanno dato dei medicinali senza nemmeno visitarmi”.
Sul referto di Kofi, spiega Mimma D’Amico, hanno scritto “incidente domestico”. Il ragazzo è rimasto invalido, ha forti dolori.
Ma non ha ottenuto lo status di rifugiato e non potrà mai chiedere giustizia.
Saib, 22 anni, anche lui arrivato dal Ghana, aveva trovato un posto in nero in una famosa panetteria della provincia di Napoli.
Nove ore e mezzo ogni notte, senza pausa, 600 euro al mese.
“L’incidente è avvenuto in marzo”, dice Saib, “alla macchina impastatrice. In passato ero stato rimproverato perchè spegnevo la macchina. Io all’inizio la spegnevo quando andava troppo veloce e non riuscivo a reggere il ritmo. Il giorno dell’incidente l’impasto era quasi finito e io ho cominciato a far scendere nel buco dell’impastatrice la farina. Non l’ho spenta, come mi è stato sempre detto di fare”.
Sono le cinque e un quarto del mattino quando la macchina strappa due dita a Saib.
Il proprietario della panetteria lo porta in ospedale a Napoli. Continua »
argomento: Costume, criminalità, denuncia, destra, economia, emergenza, Giustizia, governo, Immigrazione, Lavoro, Napoli, Parlamento, Politica, povertà, radici e valori | Commenta »