Ottobre 12th, 2018 Riccardo Fucile
IN REALTA’ NON CI SARA’ NESSUN TASSO DI SOSTITUZIONE… LE POSTE PREVEDONO 18.000 USCITE E SOLO 7.000 ASSUNZIONI, L’ENI SOLO UNA ENTRATA OGNI TRE USCITE
Matteo Salvini sostiene che mandare in pensione prima 370mila lavoratori con quota 100
porterà i giovani ad avere quei lavori. Luigi Di Maio va addirittura oltre, promettendo che le aziende di Stato assumeranno un giovane per ogni dipendente che andrà in pensione il prossimo anno grazie alla riforma delle pensioni.
Ma la verità è un’altra: non ci sarà nessun tasso di sostituzione uno a uno come raccontano i due vicepresidenti del Consiglio.
Tanto per dirne una che riguarda le aziende “di Stato”, il piano industriale delle Poste prevede 18 mila uscite entro il 2020 e solo 7mila assunzioni.
In più, come spiega uno studio dell’ISTAT oggi citato da La Stampa, il problema è che a livello macroeconomico i settori che pensionano e i settori che assumono non coincidono.
E nemmeno le qualifiche delle persone in uscita e in entrata.
«Entrati e usciti — si legge — presentano una diversa composizione per posizione, settore di attività economica e professione svolta». Le uscite sono più frequenti nel pubblico impiego e nella scuola; i giovani trovano il primo impiego prevalentemente nel commercio, alberghi, o nei servizi alle imprese.
In altre parole, come spiega l’esperto di previdenza Stefano Patriarca, «c’è senz’altro un rapporto tra età di pensionamento e tasso di occupazione giovanile; ma è intermediato da fattori molto più complessi di quanto si pensi».
Il vicepremier Luigi Di Maio nei giorni scorsi ha persino rilanciato, dichiarando che nelle aziende pubbliche e partecipate si attende «un turn over 1 a 2, ovvero per un impiegato che viene pensionato vengono assunti due giovani».
Ma mercoledì, al vertice di Palazzo Chigi, l’Eni ha promesso una sola assunzione ogni tre uscite. Ovvero il contrario di quello che ha dichiarato Di Maio alla fine del vertice. Dove, per soprannumero, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha infatti annunciato che le aziende investiranno 22 miliardi nei prossimi cinque anni: nel perimetro rientrano Terna, Snam, Fincantieri, Italgas, Open Fiber, Ansaldo energia. Non ci sonoF s, nè Poste.
C’è però in compenso un altro problema: 22 miliardi in cinque anni fa in media la cifra importante di 4 miliardi l’anno. Nella lettera inviata al Sole 24 Ore sul suo piano Politeia il ministro Savona sosteneva che ne servissero 34 dalle aziende di Stato per quest’anno.
E poi c’è Boeri. Il presidente dell’Inps ieri ha spiegato che con “quota 100” e lo stop all’adeguamento automatico dei requisiti di anticipo e vecchiaia alla speranza di vita «l’incremento del debito pensionistico destinato a gravare sulle generazioni future è nell’ordine di 100 miliardi».
E ha spiegato con enfasi ed esemplificazioni concrete che le nuove anzianità senza correttivi attuariali si tradurrebbero in una vera e propria beffa per le donne «spinte ad accettare l’uscita con “Opzione donna” con un taglio consistente della loro pensione e che ora vedono uscire gli uomini in anticipo e con la pensione piena».
Infine c’è il problema della liquidazione degli statali. Saranno 160mila, e il governo pensa di posticipare l’erogazione della liquidazione al raggiungimento dell’età legale per il pensionamento di vecchiaia: 67 anni.
Si parla di 8 miliardi e si rischiano ricorsi anche su questo, visto che ci sono precedenti di posticipo della pensione ma non arrivano a cinque anni di attesa.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 11th, 2018 Riccardo Fucile
UNO DEI MANIFESTANTI E’ TRA I LICENZIATI CHE A GIUGNO AVEVA MINACCIATO DI DARSI FUOCO SOTTO LA CASA DEL MINISTRO
Due operai della Fca di Pomigliano d’Arco sono saliti sul tetto della sede del I municipio di
Roma per protestare contro il licenziamento di cinque lavoratori che avevano inscenato nel 2014 il funerale dell’ad Sergio Marchionne davanti ai cancelli dello stabilimento.
Uno dei due manifestanti è Mimmo Mignano, tra i licenziati, che lo scorso 6 giugno aveva minacciato di darsi fuoco sotto la casa del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio per chiedere il suo intervento.
“Gli operai hanno calato uno striscione dalla scritta: “Fiat, Di Maio tu dove stai?”.
“Il ministro era venuto anche a trovarmi in ospedale a Nola, ma sono 5 mesi che non abbiamo notizie sulla nostra situazione”, ha detto Mignano.
Ai piedi dell’edificio ci sono altri operai che stanno manifestando. Sul posto le forze dell’ordine.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2018 Riccardo Fucile
RIGUARDA L’ART 3 DELLA LEGGE, NON MODIFICATO NEANCHE DAL DECRETO DIGNITA’ DI DI MAIO
Uno stop che colpisce il Jobs Act, ma che arriva fino al Decreto Dignità . 
La Consulta bocciato la norma, prevista dalla riforma del lavoro varata dal Governo Renzi, che prevede una determinazione rigida dell’indennizzo spettante a quel lavoratore ingiustamente licenziato dal datore di lavoro. Una norma che non è stata modificata dal successivo Decreto Dignità , varato dal Governo Conte.
Nel dettaglio, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo n.23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte – non modificata dal successivo decreto legge n.87/2018, cosiddetto ‘decreto dignita – che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato.
In una nota la Consulta spiega, in particolare, che la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la corte, contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della costituzione.
Tutte le altre questioni relative ai licenziamenti sono state dichiarate inammissibili o infondate. La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA RAGIONE IL TANTO VITUPERATO BOERI: I CONTRATTI PRECARI VENGONO LASCIATI SCADERE, NON RINNOVATI E SOSTITUITI CON ALTRI CONTRATTI A TERMINE
Il Decreto Dignità comincia a fare i suoi primi effetti nel mercato del lavoro. 
E, com’era prevedibile, quelli a breve termine sono quelli immaginati nelle previsioni dell’INPS contestate all’epoca da Di Maio.
Racconta oggi Repubblica che le associazioni territoriali delle imprese, in ogni angolo d’Italia hanno messo intorno al tavolo giuslavoristi e avvocati per aiutare le aziende a districarsi con le nuove norme.
E la parola d’ordine degli esperti è stata quasi sempre la stessa: “principio di precauzione”.
Ovvero, visti la reintroduzione delle causali, le incertezze delle norme transitorie e i nuovi limiti di durata dei contratti a tempo determinato (da 36 a 24 mesi), meglio lasciarli scadere e, semmai, sostituirli con altri contratti a termine.
Insomma, l’esatto contrario dell’obiettivo sbandierato dal vicepremier e ministro Luigi Di Maio: frenare il lavoro precario e incentivare i contratti a tempo indeterminato.
Spiega il quotidiano che ancora non esistono dati d’insieme (il provvedimento è entrato in vigore a luglio), ma i segnali che arrivano confermano l’emergenza. L’ultimo in ordine di tempo da Trieste, dove la Flex (azienda elettronica della multinazionale americana Flextronics) ha “pareggiato” tutti i 237 contratti a termine (su un totale di 650 dipendenti diretti) portandoli a scadenza il 31 gennaio 2019.
Del caso si occuperà una riunione con sindacati, impresa e Regione convocata per il 3 ottobre al ministero dello Sviluppo Economico, quando dunque Di Maio toccherà con mano per la prima volta gli effetti del suo decreto.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile
LA FUGA: DAL 2001 SONO SCAPPATI 1.800.000 ITALIANI DALLE REGIONI MERIDIONALI
E chi glielo dice adesso a Salvini? Chi gli dice, mentre attende operoso al respingimento dei neri d’Africa, i nuovi invasori, che negli ultimi sedici anni circa un milione e ottocentomila italiani sono fuggiti dalle proprie case per cercare un lavoro e un futuro altrove?
Siamo in presenza di una invasione biblica oppure del più possente processo emigratorio dal dopoguerra ad oggi?
In sedici anni abbiamo perso 288mila giovani, il nostro futuro è scappato all’estero, per metà laureati e per l’altra metà ragazzi in età lavorativa (15-34 anni), e il resto è andato a cercare fortuna al nord.
E il Nord regge solo grazie al Sud, perchè il saldo demografico del settentrione è appena pari in ragione dello svuotamento del meridione e degli arrivi dall’estero, regge dunque grazie all’emigrazione interna, allo spostamento e alla scheletrizzazione di una porzione di Paese che solo tra trent’anni avrà un’età media altissima, sopra i 51 anni. Un grande ospizio a cielo aperto.
Sembra un effetto ottico, un paradosso del quale non ci siamo proprio accorti. Perchè ogni occhio e ogni sforzo è destinato a fronteggiare l’immigrazione africana, e ogni polemica indirizzata alla paura di perdere la nostra identità , le nostre ricchezze, i nostri averi.
E Matteo Salvini, da vero ministro della paura, sul tema è maestro indiscutibile. L’Europa si sta rompendo per via della contesa sui barconi da accogliere e poi da smistare. Muri si alzano, e intanto…
Intanto siamo in presenza di una grande e silenziosa fuga, del tutto conosciuta ma scriteriatamente negata, sottovalutata, incompresa.
Sono anni che lo Svimez (e da ultimo questo appena pubblicato) nei suoi rapporti avverte che il Mezzogiorno di questo passo morrà presto. L’Istat annuncia che tra qualche anno, non più di cinque, un migliaio di paesini creperanno per inedia. E che si fa?
Dovremmo andare alle frontiere e conoscere i volti di chi parte, magari coi voli low cost, o sui bus a lunga percorrenza, sui treni, i pochi, chiamati eurocity invece di ammassarci, telecamere in spalla, a Lampedusa o al porto di Catania e registrare ore e ore in favore del dramma nazionale il centinaio di disperati bloccati al molo.
Non pensiamo ai milioni che partono, non li vediamo, non c’è polizia a respingerli. Dove vanno?
Il sud si svuota e si dirige in massima parte verso il nord che mantiene intatto il suo declino demografico, nel senso che non lo acuisce, solo grazie a questa trasfusione di sangue nazionale.
Prima gli italiani, già ! Un milione e 800mila italiani hanno intanto lasciato casa in questi ultimi sedici anni, ottocentomila non sono più ritornati.
E, novità disperante, chi è partito non ha più la forza economica di aiutare i parenti rimasti. Non solo non ci sono rimesse, ma, per incredibile che possa apparire, i figli andati via spesso hanno bisogno di un aiuto economico dei genitori o dei nonni per campare.
Si capovolge il senso dell’addio, del sacrificio verso una vita nuova.
Abruzzo e Basilicata perdono oltre il trenta per cento di chi ogni anno si laurea. E la percentuale si fa enorme se si conta la regressione degli iscritti.
Molti sono quelli che rinunciano all’università , e dei pochi che arrivano alla laurea tanti sono quelli che partono. La Calabria si riduce all’osso, come la Sicilia. E cosa accade?
Tre milioni di poveri, gente senza arte nè parte, senza un’ora di occupazione, abita al Sud. Seicentomila le famiglie meridionali i cui componenti non hanno un’occupazione, nemmeno saltuaria.
Ma il dato più sconfortante è che di poveri al Nord ce ne sono quasi altri due milioni e insieme fanno cinque i milioni dei diseredati.
E altre 470mila famiglie senza reddito. A cui si aggiunge la gente in transito: i nuovi disperati emigranti.
La fuga dal Sud è così massiccia perchè non solo non c’è più ricchezza, ma anche la precarietà , quel regime sospeso che confina col piccolo sussidio, sta divenendo una chimera.
Il Sud ha visto sparire 580 mila iscritti all’anagrafe ricompresi tra i 15 e i 34 anni. E dove sono andati? In dieci anni i ragazzi che hanno perso il lavoro sono stati 311mila. E ora che fanno?
Questa grande striscia di capitale umano scompare senza che nessuno alzi la voce, si interroghi, ponga almeno in fila i problemi.
Quale il più grande? Se è vero che non possiamo assumerci la responsabilità di dare vita e lavoro a tutti coloro che corrono via dalla fame, dall’Africa e dagli altri territori del mondo in guerra, è indiscutibile che senza gli stranieri i danni alla nostra economia (l’8,9 per cento del nostro Pil, pari a quello della Slovenia, è frutto dei nuovi lavoratori venuti dall’estero, molti con mezzi di fortuna) sarebbero più gravi ancora, e la vita delle nostre famiglie (vogliamo fare il conto del sostegno sociale offerto dalle badanti dell’est?) più fragile e depauperata.
E siamo sicuri che senza i clandestini, coloro a cui Salvini vorrebbe dare un biglietto di solo ritorno, i nuovi schiavi adibiti nell’agricoltura, l’impresa agricola avrebbe retto i prezzi miserabili stabiliti dalla grande distribuzione a cui i produttori debbono attenersi?
Salvini non lo sa, e il guaio è che nessun altro sembra saperlo.
Siamo tutti concentrati a fermare l’invasione mentre si realizza la più spettacolare, drammatica e definitiva evasione di massa.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
IL VICE PREMIER SI PRENDE MERITI NON SUOI: NON HA MOSSO UN DITO, L’AZIENDA DI CERAMICHE E’ STATA SALVATA DAL GRUPPO SAXA GRES E DALLA REGIONE CHE HA STANZIATO I FONDI DELLA CASSA INTEGRAZIONE
Sono giorni di grandi successi per il ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio. 
Prima la conclusione della vertenza sull’Ilva di Taranto, la gara illegittima che però al tempo stesso era legittima non è stata annullata e il M5S ha potuto festeggiare un importante traguardo: continuare a fare quello che aveva fatto il governo precedente riuscendo al tempo stesso a dare la colpa a Calenda e a prendersi i meriti.
Un pio di giorni fa Di Maio (e il sito del Ministero) ha dato la notizia che dopo tre anni al Ministero “abbiamo risolto la crisi di un’azienda umbra, la Tagina“.
L’azienda “salvata” dal M5S era stata comprata ad aprile
Di Maio è soddisfatto, grazie ad un emendamento approvato in commissione bilancio il governo «ha sbloccato la cassa integrazione in deroga per i lavoratori e salva l’azienda». Non c’è premio migliore dei cittadini che vedono lo Stato concretamente impegnato al loro fianco, per risolvere i loro problemi. Per festeggiare degnamente la conclusione della vicenda oggi il vicepremier si è recato a Gualdo Tadino, in Umbria, alla sede della Tagina.
La Tagina Ceramiche però era stata salvata, nell’aprile scorso, grazie all’intervento della Saxa Gres spa, azienda con sede ad Anagni, in provincia di Frosinone.
La Saxa Gres, azienda del gruppo Borgomeo, a marzo di quest’anno si era resa protagonista di un altro salvataggio, con l’acquisizione della Ideal Standard di Roccasecca, anch’essa a rischio chiusura.
I forni della Tagina (e la seconda vita dell’azienda) sono stati riaccesi il 18 giugno scorso. La produzione industriale è quindi ripartita poco dopo l’insediamento di Di Maio al MISE. Ma come ha dichiarato il sindaco di Gualdo Tadino Massimiliano Presciutti l’azienda era già salva prima dell’intervento di Di Maio e del governo.
L’inerzia di Di Maio sulla vertenza Tagina
Anzi, il governo si è mosso molto lentamente sulla vicenda. Se Di Maio fosse intervenuto prima, accogliendo la richiesta di un incontro tra le parti al Ministero del Lavoro, probabilmente si sarebbe risparmiato tempo e inutili ulteriori sacrifici ai lavoratori.
Nei commenti al post di Di Maio è intervenuto anche il vicepresidente della Regione Umbria Fabio Paparelli che ha spiegato che i fondi per gli ammortizzatori sociali (la cassa integrazione) sono stanziati dalla Regione.
Anzi il 9 luglio il Ministero decise di non convocare le parti perchè, in base ad una nota del Ministero retto da Di Maio emanata il 20 giugno, gli uffici ministeriali facevano sapere che l’azienda sarebbe stata esclusa dai benefici degli ammortizzatori sociali perchè il gruppo Saxa Gres era subentrato successivamente ad una circolare emanata dal precedente governo nel febbraio del 2018.
Quindi inizialmente il Ministero aveva fatto sapere che c’erano degli impedimenti burocratici. A luglio il governo aveva detto no alla cassa integrazione straordinaria per i dipendenti della Tagina. La Tagina ha quindi fatto ricorso al TAR (il 30 agosto) contro la decisione del Ministero del 9 luglio. Paparelli ha anche pubblicato su Facebook il carteggio con il Ministero dove viene negato l’incontro con le parti sociali perchè la Tagina non poteva usufruire della Cigs.
Il governo ha quindi deciso, dopo tre mesi in cui non ha fatto sostanzialmente nulla per “salvare l’azienda” di inserire una proposta avanzata dalla Regione nel decreto Milleproproghe.
Proposta che conteneva una soluzione per concedere la Cigs ai dipendenti della Tagina.
A voler essere davvero intellettualmente onesti la Tagina è stata quindi salvata dalla Saxa Gres, dalla Regione e in ultima istanza dal Ministero che si è accorto che poteva “salvare” l’azienda a costo zero accogliendo la proposta della Regione.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 11th, 2018 Riccardo Fucile
SI GUADAGNA DI PIU’ IN LOMBARDIA, TRENTITO ED EMILIA
Difficile dire con precisione quanto guadagna un dipendente italiano. 
Naturalmente rispondere a questa domanda non è semplice dal momento che lo stipendio dipende dal tipo di professione che si ricopre.
Per farsi un’idea delle retribuzioni basta guardare il Jp Salary Outlook 2018, realizzato dall’Osservatorio JobPricing, tramite i dati forniti dalla società di consulenza HR Pros.
Come rilevato dal report, nel 2017 lo stipendio medio di un dipendente in Italia è stato pari a 29.380 euro lordi, che al netto corrispondono a circa 1.580 euro mensili.
Un dato che preoccupa poichè mette in risalto una lenta crescita delle retribuzioni nel nostro Paese, visto che nel 2015 il livello medio si era assestato a 1.560 euro.
Un altro problema da risolvere riguarda la differenza che c’è tra lo stipendio dei dipendenti del Nord e del Sud Italia; chi è occupato nel Settentrione, infatti, guadagna il 7,1% in più di chi lo fa nelle zone centrali del Paese e il 17,3% in più degli occupati al Sud o nelle Isole.à
A tal proposito, però, bisogna sottolineare che anche il costo della vita decresce scendendo nello Stivale.
Nel dettaglio, tra le Regioni dove i dipendenti guadagnano di più troviamo la Lombardia (31.718 euro lordi) seguita da Trentino Alto Adige (30.908 euro) ed Emilia Romagna (30.523 euro); viceversa agli ultimi tre posti abbiamo rispettivamente il Molise (25.197€), la Basilicata (24.883€) e la Calabria (24.453€). Come è ovvio ci sono dei lavori dove si guadagna di più e altri dove invece la retribuzione è più bassa; secondo il report realizzato da JobPricing, ad esempio, la RAL media più alta a livello settoriale è quella relativa al mondo della finanza (41.000 euro), mentre con 23.778 euro lordi chiude la classifica il settore agricolo.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2018 Riccardo Fucile
LE BALLE DI DI MAIO SULLA NORMATIVA NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI… IN REALTA’ L’ITALIA E’ UNO DEI PAESI DOVE SI LAVORA DI MENO DI DOMENICA
«I posti di lavoro a rischio per l’intero settore sarebbero tra i 30 e i 40mila»: Claudio Gradara,
presidente di Federdistribuzione, in un’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera rilascia una prima stima sulle possibili conseguenze dello stop alle aperture domenicali annunciato dal MoVimento 5 Stelle al governo.
Gradara spiega che la liberalizzazione aveva fatto segnare un aumento dell’1% per i prodotti alimentari e del 2% per i non alimentari e che oggi i grandi gruppi cominciano a frenare sugli investimenti in Italia in attesa di scoprire che forma avrà il provvedimento legislativo annunciato dai grillini.
Che parte da promesse mirabolanti, visto che sostiene che impedirà il lavoro domenicale anche alle piattaforme di e-commerce su internet, ma non si capisce in che modo questo possa valere dal punto di vista legislativo per aziende come Amazon.
Ad oggi, secondo l’elaborazione dell’Ufficio Studi della CGIA su dati Eurostat e Istat, sono 4,7 milioni gli occupati che lavorano nei festivi; di questi, 3,4 milioni sono dipendenti.
Com’era prevedibile, i lavoratori che lavorano di più la domenica sono quelli di alberghi e ristoranti e del commercio. Il lavoro domenicale è stato normato dal governo Monti nel 2011, con il decreto Salva Italia: i provvedimenti sul settore abolivano ogni vincolo su orari e giorni di apertura dei negozi, nel solco della promozione della concorrenza.
Quella liberalizzazione — ha detto ieri il vicepremier Luigi Di Maio — sta distruggendo le famiglie italiane. Bisogna ricominciare a disciplinare orari di apertura e chiusura”. Sulla nuova norma per adesso non c’è intesa all’interno della maggioranza: il vicepremier ha annunciato un deciso stop alle aperture festive e domenicali. La Lega vorrebbe limitare le aperture a 4 domeniche a dicembre, più altre 4 nel resto dell’anno. Il M5S pone invece il tetto a 12 domeniche in un anno.
Il presidente di Confimprese Mario Resca invece segnala addirittura 400mila posti a rischio, mentre Enrico Postacchini di Confcommercio si dice pronto a discutere le limitazioni con il governo, a dimostrazione del fatto che le associazioni datoriali non sono unanimi sul provvedimento.
Anche le coop del consumo sono possibiliste sullo stop al lavoro domenicale, mentre Francesco Pugliese,amministratore delegato dei supermercati Conad, è già sulle barricate: «La Gdo, la grande distribuzione organizzata, ha circa 450.000 dipendenti — dice — La domenica è il secondo maggior giorno di vendite e incide per il 10% dei ricavi. Se si riduce l’orario di apertura dei supermercati — senza contare gli altri negozi — sarà inevitabile ridurre la forza lavoro, probabilmente nella misura di 40/50mila posti».
Per quanto riguarda il confronto con il resto d’Europa, i paesi in UE a non avere restrizioni sugli orari di apertura sono 16 su 28.
In Germania la legge sui negozi prevede che rimangano chiusi la domenica, nei festivi e dalle 20 alle 6 di mattina. Ci sono eccezioni per gli esercizi nelle stazioni e per i chioschi notturni e sono previste aperture straordinarie durante le manifestazioni locali; i dipendenti non possono lavorare mai più di otto ore, possono rifiutarsi di lavorare la domenica e hanno diritto a un giorno di recupero.
In Francia l’allora ministro di Hollande Emmanuel Macron stabilì numerose deroghe al generale divieto di lavoro domenicale, sono state istituite Zone Turistiche Internazionali (18 solo a Parigi) e delle Zone Commerciali (la grande distribuzione in periferia) dove le attività possono restare aperte.
In Spagna le regole sono cambiate nel 2012, quando i negozi sono stati autorizzati a restare aperti 90 ore a settimana e a lavorare almeno dieci giorni festivi l’anno.
Il Regno Unito invece è la capitale del free shopping senza limiti di orario.
Dati alla mano intanto segnala che l’Italia è uno dei paesi in cui si lavora di meno di domenica rispetto al resto d’Europa
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2018 Riccardo Fucile
“IL MIO PIANO PREVEDEVA PIU’ OCCUPATI, 11.500 CONTRO I 10.700 ATTUALI E MENO AMMORTIZZATORI SOCIALI”… “LE GARANZIE SULL’ART.18 ERANO GIA’ PREVISTE E LA GARA ERA PERFETTAMENTE REGOLARE”
Nel giorno dell’Ilva Carlo Calenda giura che si congratula con Luigi Di Maio, senza polemica. “Ho visto che mi ha risposto in modo maleducato (“oggi non gli rispondo” aveva dichiarato il suo successore alle agenzie), ma va bene lo stesso. Bene che non abbia chiuso l’Ilva, come aveva promesso in campagna elettorale, bene che sia confermato il piano ambientale per Taranto, bene che i sindacati abbiano trovato l’intesa. Oggi per me è una giornata bellissima”.
E sull’ipotesi di illegittimità della gara l’ex ministro è tranchant: “Di Maio pubblichi il parere, oppure spieghi perchè oggi è diventato complice nel delitto perfetto di Calenda”.
Lei sostiene che il suo piano prevedeva più occupati. Dobbiamo pensare che i sindacati siano improvvisamente tutti impazziti?
“Per carità , non lo direi mai. I sindacati sono arrivati all’intesa in zona Cesarini. Il mio piano prevedeva che una parte dei dipendenti lavorasse per una società formata da Invitalia e gli enti locali di Genova e Taranto, e dunque prevedeva più lavoro, meno trattamenti con ammortizzatori”.
Ma sapevate che il sindacato non avrebbe mai accettato che i lavoratori uscissero dal perimetro di Ilva.
“Sapevamo che stavamo garantendo più occupazione: 10.000 assunzioni Mittal e 1.500 nella Newco. Faccio notare che Mittal da sempre sostiene di riuscire a produrre con 8.500, 9.000 lavoratori: oggi siamo davvero sicuri che di qui a 5 anni ne entreranno altri? Vedremo, me lo auguro”.
Difficile pensare che i suoi complimenti a Di Maio siano sinceri.
“Devo riconoscere che ci vuole coraggio a cambiare idea, ci vuole coraggio a prendere voti a Taranto promettendo la chiusura dell’impianto e poi fare l’intesa con Mittal. Per questo dico: bravo Di Maio”
Oggi si sente tradito da una parte del sindacato?
“No. Noi abbiamo fatto 32 incontri sull’Ilva. Alla fine abbiamo avanzato una proposta che era complicata da far accettare, in una situazione come quella. C’era chi voleva trattare, come Marco Bentivogli, chi preferiva passare la mano al nuovo governo. Legittimo, bene così”.
Il sindacato sostiene che le garanzie dell’articolo 18 e quelle sui livelli salariali non erano mai state ottenute.
“Ecco, su questo voglio essere chiaro. Loro hanno tutto il diritto di difendere questo accordo, ci mancherebbe altro. Ma non possono farlo raccontando balle. Le garanzie sui diritti, incluso l’articolo 18, e quelle sui livelli salariali c’erano. Forse qualcuno dimentica che la bozza dell’intesa è sul sito del Mise e quindi consultabile. Io la sto diffondendo via Tweet. Basta leggerla per verificare quello che sto dicendo. Quelle garanzie erano assicurate fin dal primo giorno in cui abbiamo aperto il tavolo”.
Ha qualcosa da rimproverarsi oggi sulla strategia che ha adottato in sede di negoziato?
“Assolutamente no. Sull’Ilva noi abbiamo fatto un lavoro enorme, contro molti soggetti, contro il Movimento 5 Stelle e persino contro Michele Emiliano (il quale mi pare sia sparito dopo aver protestato per la mancata convocazione al tavolo). Abbiamo fatto un percorso di successo: abbiamo trovato un soggetto pronto a investire, abbiamo tutelato l’ambiente, io come ultimo atto ho persino lasciato la cassa piena a Di Maio (uno stanziamento di 100 milioni per i commissari), che con quei soldi è riuscito a allungare per mesi la trattativa. Cosa dovevamo fare di più?”
Oggi il ministro insiste ancora sull’illegittimità della gara.
“E’ semplicemente ridicolo che continui ad arrampicarsi sugli specchi, sostenendo che la gara è irregolare ma che l’affidamento è irrevocabile per l’interesse pubblico. Intanto pubblichi il parere, come ha promesso, poi ne riparliamo. La verità è che lui ha dovuto cambiare idea, e si è dovuto fare complice del delitto perfetto di Calenda”.
Lei ha ringraziato i commissari e i tecnici del ministero (Simonetta Moleti, Enrico Laghi e Giampiero Castano). Pensa che in questa vicenda i tecnici abbiano superato il politico?
“I tecnici hanno superato il politico anche quando c’ero io come ministro. Sono persone eccezionalmente preparate, quel riconoscimento è riferito all’intera vicenda Ilva, non solo a questa ultima fase”.
(da “Huffingtonpost”)
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