Marzo 3rd, 2018 Riccardo Fucile
“SE NON RIUSCIAMO A SISTEMARE TUTTE LE STANZA ASSEGNATE VENIAMO PUNITE: CI PAGANO MENO ORE ANCHE SE ABBIAMO LAVORATO L’INTERO TURNO”
“Ci sono volte in cui la vescica mi fa davvero male perchè trattengo la pipì per tutto il giorno”,
“Siamo in molte, ormai, ad avere paura quando andiamo a lavoro”, “Come posso sapere se pagherò l’affitto se non ho la certezza di quanto avrò in busta paga?”.
Siamo al Grand Hotel et de Milan di via Manzoni, storico albergo milanese a due passi dalla Scala e dal quadrilatero della moda, forse tra i più noti 5 stelle lusso della città .
Qui i clienti pagano dai 500 ai 1.500 euro a notte per soggiornare nelle camere che hanno ospitato anche il compositore Giuseppe Verdi .
“Le 15 cameriere ai piani, invece, vivono una realtà di mobbing e stipendi ridotti senza alcuna giustificazione”, racconta Marco Palvarini, delegato sindacale Sial Cobas.
“Da poco più di anno una governante ci controlla e segna su un foglio quante camere puliamo nelle 8 ore di lavoro. Se non riusciamo a sistemare tutte le camere che ci sono assegnate, la governante lo segnala alla società che ci punisce pagandoci meno ore anche se abbiamo lavorato l’intero turno o pagando permessi non richiesti al posto delle ore lavorate”, racconta Nancy Carolina Arce, 52 anni di cui 13 passati a pulire le stanze dell’hotel di Milano.
Nega la versione delle cameriere, però, Roberto De Zorzi, fondatore e ceo di Iniziative Venete, società che da dicembre 2016 ha in mano la gestione della pulizia delle camere del Grand Hotel. “Le cameriere sono assunte e pagate a ore, non in base al numero di camere pulite, assolutamente non a cottimo”.
“Una lavoratrice può fare circa 8 camere in 8 ore di lavoro. È ovvio che se vengono assegnate più camere saranno necessarie ore di lavoro extra oppure la lavoratrice non ce la farà a finire il numero di camere assegnate”, spiega, però, Monica Palleschi dell’amministrazione del Grand Hotel du Milan, raccontando di aver segnalato la circostanza a Iniziative Venete.
Infatti, “per non avere lo stipendio ridotto, in molte si fermano dopo l’orario di lavoro a terminare le camere visto che al momento sono assegnate 10-12 camere al giorno”, continua la 54enne Maria Addamiano, che da 25 anni è in servizio all’albergo milanese.
“Il risultato di questa gestione è che, da un anno a questa parte, nessuna cameriera ha mai trovato in busta paga quanto previsto nel contratto di assunzione”, spiega Silvia Tagliabue di Cobas, evidenziando come manchi talvolta addirittura un terzo dello stipendio.
“Non so più quanto guadagno — continua la lavoratrice Nancy Carolina Arce — ogni mese ho una busta paga diversa. Ne ho parlato con la direzione dell’albergo ma mi hanno risposto che loro non sono più i miei datori di lavoro”.
In effetti, i problemi per le lavoratrici sono iniziati con l’esternalizzazione del 2011, ovvero quando le cameriere ai piani sono passate da essere dipendenti dell’hotel a dipendenti di cooperativa.
Un passaggio che, in pratica pratica, ha coinciso con il cambiamento di sei datori di lavoro in sette anni, liquidazioni non pagate e mensilità mai pervenute.
“Le situazioni pregresse sono state molto gravi per queste lavoratrici — conferma l’amministrazione dell’hotel — tanto che come Grand Hotel stiamo cercando noi stessi di sanare le retribuzioni non corrisposte dai loro datori di lavoro. Il personale è per noi al primo posto, se ci fossero nuovi problemi verificati interverremo senza alcun dubbio”.
“Ci hanno tolto la dignità del nostro lavoro, abbiamo tutte paura di non finire in tempo quindi nessuna di noi fa pause e spesso, quando torno a casa, mi metto a piangere dallo stress accumulato — continua Teresa Addamiano — Vorremmo la certezza della paga, vorremmo essere rispettate come lavoratrici”.
Accanto a Teresa, anche Nancy racconta di un ambiente di lavoro “pesante”, dove “se non hai finito le camere che ti sono assegnate a fine giornata ti viene rinfacciato di esserti presa qualche minuto per bere un caffè o semplicemente esserti seduta a riposare le gambe”.
Stando ai sindacati, sei lavoratrici hanno patologie muscolo scheletriche e quasi tutte denunciano stati d’ansia ed esasperazione con ricadute sulla qualitaÌ€ del sonno e sull’organizzazione della propria vita.
Da qui la richiesta, rifiutata da Iniziative Venete, di introdurre delle pause (nella proposta di 15 minuti ogni tre ore) in aggiunta alla pausa pranzo di 30 minuti non retribuita. “C’è la mia disponibilità a concedere pause prestabilite ma è chiaro però che non saranno retribuite”, dice al fattoquotidiano.it De Zorzi.
“Lavoriamo in un hotel a 5 stelle — continua Maria Addamiano — e so che per pulire un bagno devo mettermi in ginocchio, anche perchè poi ci sarà il controllo della mia superiore che passerà un fazzolettino negli angoli per vedere se c’è polvere. Il problema non è lavorare, anche se ho le ginocchia viola, il problema è quando ti toccano lo stipendio, e quando senti di non essere rispettata”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2018 Riccardo Fucile
GLI OPERAI RESTANO AL LAVORO, NIENTE CIG, OGGI VERTICE CON I SINDACATI… NEL FRATTEMPO APERTE TRATTATIVE CON TRE AZIENDE INTERESSATE A SUBENTRARE
L’incontro decisivo ci sarà questa mattina a Roma presso il ministero dello Sviluppo economico e
se tutto andrà liscio la vertenza Embraco-Whirlpool dovrebbe chiudersi positivamente.
Dopo una prima fase gestita in malo modo dai vertici aziendali e dalla dirigenza Embraco responsabilità e ragionevolezza hanno avuto la meglio e il colosso americano degli elettrodomestici ha scelto di elaborare un nuovo piano e di offrirlo al ministero e al sindacato.
Il coinvolgimento del numero uno Whirlpool Marc Bitzer e i contatti diretti con il ministro Carlo Calenda si sono rivelati fruttuosi, del resto dopo aver acquistato l’ex Ignis e l’ex Indesit il gruppo americano è un player di prima fascia dell’industria basata in Italia e non poteva comportarsi con la logica del mordi-e-fuggi.
Ma passiamo ai contenuti dell’ipotesi di accordo messa a punto nella giornata di ieri e dopo trattative che sono state tutt’altro che facili (compresi gli inevitabili momenti di tensione).
Embraco-Whirlpool accetta di sospendere i licenziamenti e di prorogare la sua uscita dallo stabilimento torinese di Chieri (produce compressori) al 1 gennaio 2019, nel frattempo i lavoratori resteranno in forza all’azienda e seppur parzialmente continueranno a produrre part-time.
Le buste paga degli operai non dovrebbero soffrire di un eventuale orario ridotto e saranno calcolate sulle 8 ore giornaliere e non è previsto nessun ricorso alla cassa integrazione.
§Il tempo guadagnato rispetto all’ipotesi iniziale – licenziamenti subito – dovrà permettere alla Embraco di lasciare l’Italia e in simultanea di reindustrializzare il sito di Chieri.
§Ad occuparsene sarà Invitalia anche utilizzando il nuovo fondo per gestire gli effetti delle delocalizzazioni produttive.
Dalle indiscrezioni circolate si sa che ci sono già sul tappeto almeno tre ipotesi di subentro, due da parte di operatori italiani e la terza espressione di un fondo italo-israeliano che avrebbe in mente una start up tecnologica.
Ovviamente ci sarà tempo, da qui a dicembre, per valutare la bontà di questi progetti perchè in materia di reindustrializzazione la distanza tra il dire e il fare spesso si è rivelata proibitiva. Il presidente della Regione Piemonte ha anche reso noto di aver avuto un sondaggio di interesse da parte di un fondo cinese.
L’accordo prevede una piena responsabilizzazione della Whirlpool che per favorire i nuovi progetti cederà l’impianto torinese, sborserà una sorta di dote finanziaria per gestire le transizioni e coopererà al successo dell’operazione fino al buon esito.
Su queste basi se i sindacati saranno favorevoli dovrebbe scattare il semaforo verde.
È evidente che non tutti i nodi verranno risolti perchè il caso Embraco ha generato un ampio dibattito sulla concorrenza inter-europea sul costo del lavoro e le strategie dei governi nazionali per attrarre investimenti e impedire le delocalizzazioni. Se ne riparlerà .
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL CIPE HA ASSEGNATO 200 MILIONI A VALERE SUL FONDO EUROPEO PER LA COESIONE
La commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager, giusto una settimana fa, aveva spiegato di non poter dare via libera alla proposta italiana di un “fondo contro le delocalizzazioni” per “mancanza di dettagli”.
Poco male per il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda e il premier Paolo Gentiloni.
Che a quattro giorni dal voto hanno deciso di sfruttare la riunione del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) chiamato ad assegnare quasi 5 miliardi di euro a valere sul Fondo europeo per lo sviluppo e la coesione per varare uno strumento ad hoc contro casi quello della Embraco.
Nel frattempo, in un clima di larghe intese, anche il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani — indicato da Silvio Berlusconi come possibile premier in caso di vittoria elettorale della sua coalizione — si muove incontrando una delegazione dei lavoratori Embraco e promettendo che “contatterà il ministro dell’Industria del Brasile per sottolineare la delicatezza del caso e chiedere un intervento a Brasilia”.
Partiamo dall’Italia: sui 5 miliardi assegnati dal Cipe 200 milioni sono andati, si apprende da un comunicato diffuso dal ministero di via Veneto, al “fondo per il contrasto alle delocalizzazioni”.
E altri 850 milioni “per i contratti di sviluppo”. In tutto, vanta il Mise, “1 miliardo e 50 milioni per gestire i processi di reindustrializzazione, le transizioni e le crisi industriali”. Una risposta al caso Embraco, ma con i soldi di Bruxelles.
Che, alla luce della normativa sugli aiuti di Stato, difficilmente potrà consentire a un Paese membro di usarli per offrire alle aziende condizioni più favorevoli rispetto a quelle garantite — per esempio — dai governi dell’Est Europa.
Gentiloni ha comunque pubblicamente rivendicato il risultato: “Sottolineerei l’importanza delle decisioni sul tema dei fondi per contrastare le delocalizzazioni industriali”, ha detto dopo la riunione, oltre a evidenziare le “decisioni molto rilevanti” sulle “infrastrutture“, il cui rilancio è “fondamentale per i nostri investimenti“, sui fondi per la cultura e il turismo, “con un’attenzione particolare alle Regioni meridionali”, sui “piani operativi per l’ambiente”.
“La politica industriale di sviluppo rappresentata da Impresa 4.0, dal piano straordinario Made in Italy e dalla Strategia Energetica Nazionale”, ha chiosato Calenda, “viene ora affiancata da una politica industriale di protezione per i lavoratori e le aziende spiazzate da innovazione tecnologica e globalizzazione”.
L’offensiva del ministro non finisce qui: secondo l’Ansa, ha “avuto dei contatti anche con l’amministratore delegato di Whirlpool, Marc Bitzer, sulla vertenza” e dalla società brasiliana Embraco, controllata dal gruppo americano, potrebbero arrivare nuove proposte.
Su Twitter però Calenda non parla di contatti con Embraco bens^ di sforzi “per raccogliere tutte le manifestazioni di interesse e presentarle ai sindacati. Chiesto di organizzare un incontro tra venerdì e lunedì al ministero dello Sviluppo economico”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 24th, 2018 Riccardo Fucile
IL METODO DI CALCOLO PRODUCE L’EFFETTO DI SOTTOSTIMARE IL FENOMENO
Non vi è dubbio che il fenomeno della disoccupazione eserciti un ruolo determinante nella
dinamica sociale e nella percezione che di questa si ha.
In Italia, il dato pubblicato da Istat, relativo allo scorso mese di settembre, segnala un tasso di disoccupazione pari all’11,1% delle forze di lavoro.
Un miglioramento rispetto a dodici mesi prima, quando tale parametro si attestava all’11,8%.
In valori assoluti, si è passati da 3.045.000 persone in cerca di lavoro alla fine del terzo trimestre del 2016, a 2.891.000 disoccupati nella stessa data del 2017.
Tuttavia, se inquadriamo la questione nel contesto più generale e confrontiamo la posizione dell’Italia con la media dell’area euro e con le altre tre grandi economie dell’unione monetaria, emerge come il nostro Paese resti pur sempre, subito dopo la Spagna, quello con il più elevato tasso di disoccupazione.
Come già argomentato su Economia e Politica, occorre anche considerare la metodologia di rilevazione dei numeri esposti nel grafico precedente.
Sono classificate come occupate le persone, di età superiore ai 15 anni, le quali, nel corso della settimana di riferimento, abbiano lavorato almeno un’ora.
Può sembrare curioso, ma tale è la definizione assunta a livello internazionale.
Di conseguenza, per essere classificati tra i disoccupati, occorre rispettare tutte le seguenti quattro condizioni:
1. avere un’età compresa tra i 15 e i 74 anni;
2. non essere occupati secondo la definizione prima specificata;
3. essere disponibili ad accettare un’offerta di lavoro nell’arco delle prossime due settimane;
4. aver attivamente cercato un’occupazione nelle quattro settimane precedenti quella di riferimento.
Sorge il dubbio che la struttura della rilevazione, soprattutto nel nuovo ambiente creatosi dopo la doppia recessione cui sono state soggette le economi europee tenda a sottostimare l’effettiva diffusione della disoccupazione.
D’altra parte, la condizione di sofferenza in cui si trovano le classi disagiate in Italia appare confermata da diversi indicatori, non ultimo dei quali la ripresa di apprezzabili flussi migratori verso l’estero: le iscrizioni all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, registrate nel 2016 per solo espatrio, sono aumentate del 15,4% rispetto all’anno precedente, un incremento che ha interessato tutte le regioni ad esclusione del Friuli Venezia Giulia (nel 2016 si sono iscritte all’Aire per espatrio oltre 124 mila persone, ossia, in rapporto alla popolazione italiana, 2 ogni mille abitanti).
Che vi sia qualcosa di non convincente nei dati sulla disoccupazione è ormai così evidente che la stessa Banca Centrale Europea ha ritenuto opportuno affrontare la questione con un’analisi ad hoc condotta sui dati del quarto trimestre del 2016.
Nel ricalcolare una misura più efficace per rilevare la stagnazione del mercato del lavoro nei Paesi europei, la Bce ha preso in considerazione, oltre ai disoccupati normalmente rilevati dalle indagini, anche altre due categorie di persone: chi è senza lavoro, anche se non rispetta i requisiti 3 e 4 della definizione di disoccupato (disoccupati scoraggiati, in precedenza classificati tra la popolazione inattiva), e chi è occupato part time, ma desidererebbe lavorare più ore di quelle attualmente assegnategli (part time sottoccupati, persone incluse tra gli occupati). Le conclusioni cui è giunto l’istituto di Francoforte sono piuttosto significative: all’interno dell’area euro, l’incidenza della disoccupazione e della sottoccupazione si attesta al 18% della forza lavoro, ossia circa il doppio di quanto rilevato sulla base degli indicatori ordinari.
Nello stesso studio si afferma che tuttora il mercato del lavoro europeo offre, con l’importante eccezione della Germania, poche opportunità ai lavoratori.
Come è noto, da diversi mesi sulla stampa si sottolinea il miglioramento della congiuntura economica sia in Europa, che in Italia.
Pertanto può essere opportuno verificare se tale miglioramento abbia manifestato effetti significativi anche nel mercato del lavoro.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
VIAGGIO TRA GLI OPERAI DI SPISSKA: “QUI LE IMPRESE LAVORANO BENE”… “L’EUROPA SI STA LIVELLANDO VERSO IL BASSO”
Esce dalla fabbrica alla fine del secondo turno, alle sei e mezza di sera, quando il termometro è sprofondato sotto lo zero. Spazza via il ghiaccio dal lunotto della Skoda, mette in moto, fa per partire, senza rispondere alle domande. Esattamente come tutti gli altri colleghi. Poi ci ripensa.
«Ho fatto l’Erasmus a Parma, parlo un po’ di italiano. Leggo su internet quello che sta succedendo a Riva di Chieri, capisco la rabbia dei dipendenti. Però fra noi e loro non ci sono guerre. Nessuno può essere contento di portare via il lavoro agli altri».
Eppure andrà così, e lo si sa da settimane. In Italia Embraco chiude e licenzia, qui, a Spisska Nova Ves, nell’est della Slovacchia, continua ad assumere: meccanici, responsabili della manutenzione degli impianti, esperti di informatica, consulenti legali. «Stanno arrivando tutti»
La politica italiana la chiama concorrenza sleale e batte i pugni sui tavoli d’Europa. Per Zora, entrata nella multinazionale sette anni fa e impiegata nel dipartimento di sicurezza, è semplicemente un’ovvietà . «Qui le grandi imprese possono lavorare bene. Vent’anni fa c’era soltanto Embraco, adesso stanno arrivando tutti – dice-. Si parla di Land Rover, di grandi gruppi dell’automobile. Mica si spostano a Spisska soltanto per risparmiare». Scusi Zora, ma lei quanto guadagna? «Non siamo tenuti a dirlo. Ma le tasse sono alte anche da noi, praticamente il 50 per cento della busta paga. E la vita costa: per affittare un monolocale a Spisska, cinque ore di macchina dalla capitale, servono almeno trecento euro al mese».
«Come una caserma»
Nel piazzale di Embraco Slovacchia, 2.300 addetti che si danno il cambio rapidi sulla neve fradicia, parlare di stipendi è vietato. «Sono sempre stati un po’ militarizzati, come una caserma. Anche se qualcosa sta cambiando», dice Michelangelo Romano, il primo operaio che, da Chieri, è stato mandato qui per installare la produzione. «Era l’inizio degli Anni Duemila, da noi c’era cassa. Ci hanno spediti a Spisska, messi a dormire nella foresteria. E abbiamo costruito tutto. Ma era un altro mondo».
Ieri è tornato in Slovacchia per l’ultima volta, domattina rientra in Piemonte. Ha parlato con il sindacato, gli hanno raccontato che, nelle settimane scorse, ci sono stati incontri e manifestazioni anche qui.
Che qualche dipendente ha sfilato tra le strade strette e i palazzoni, e su viale Stefanikovo, sotto il municipio con la bandiera slovacca e quella europea e di fianco all’enorme supermaket con l’insegna della Coca Cola che illumina le notti.
E infatti non può odiarli, questi colleghi che hanno strappato l’aumento e i bonus mentre lui e gli altri aprivano le lettere di licenziamento: «La verità è che l’Europa si sta livellando verso il basso. Tutta. Ci hanno ridotti così: mors tua, vita mea».
L’aumento a 900 euro
In realtà a Spisska, nonostante un costo del lavoro tra i più bassi d’Europa, circa un terzo del nostro – i colletti blu stanno facendo passi avanti.
Dicono i giornali locali che l’accordo per il rinnovo del contratto firmato con Whirlpool lo scorso 22 gennaio porterà i salari sopra quota 900 euro al mese, innalzandoli dell’11%, e innescherà un meccanismo di bonus annuali: fino a 700 euro nel 2018, fino a 800 euro nel 2019.
Anche se certe cifre, nel grande parcheggio di fronte allo stabilimento verde e grigio, non le conferma nessuno. «Novecento euro? Meno, meno», taglia corto un ragazzo prima di sparire dietro i cancelli. A Riva di Chieri, prima della crisi e dei contratti di solidarietà , chi faceva i tre turni arrivava a 1700 euro al mese. Comunque un abisso. Ecco perchè il richiamo dell’Est, che fa di tutto per rendersi accogliente, resta così forte.
La Slovacchia corre
E la Slovacchia è bravissima a raccoglierne i benefici: l’economia cresce del 5,4%, la disoccupazione è di appena il 5,9%, il Paese – entrato nell’Ue nel 2004- ha la più alta produzione di automobili procapite del continente.
E presto arriverà qui anche Honeywell, che realizza compressori per motori diesel ad Atessa, in provincia di Chieti, occupando 400 dipendenti.
Mentre prima c’erano state Psa, Gaz de France, Siemens, Alluminium Cortizo, Magneti Marelli, Came, Zanini.
E Whirlpool, chiaro, anche se lo spostamento dell’attività di Riva nel polo slovacco non è mai stato davvero confermato. Il documento depositato alla Sec americana, lo stesso che stanzia 50 milioni di euro per accompagnare verso l’uscita gli addetti italiani, non fa cenno a nuove delocalizzazioni europee e in questo parcheggio sporco di neve, quell’annuncio, non l’ha sentito nessuno.
Neppure Zora, che prima di partire sorride: «No, qui non dicono nulla».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 20th, 2018 Riccardo Fucile
E SONO QUEGLI STESSI PAESI DELL’EST CHE SUCCHIANO MILIARDI ALLA UE E POI SONO TALMENTE INFAMI DA RIFIUTARE 1000 PROFUGHI… CALENDA CONFERMA DI AVER MANDATO LA GUARDIA DI FINANZA A CONTROLLARE I CONTI EMBRACO
I cinquecento licenziamenti alla Embraco di Riva di Chieri, in Piemonte, continuano ad agitare lo
scenario politico ed economico di queste giornate pre-elettorali e il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, è volato a Bruxelles per cercare di bloccare il progetto dell’azienda di spostare le linee produttive in Slovacchia.
Un faccia a faccia con il ministro Vestager giudicato positivo dal ministro.
L’incontro “è andato bene”, domani “la commissaria farà una conferenza stampa”, ha “molto ben chiaro il problema”, ha detto Calenda. “Mi ha assicurato che la Commissione è molto intransigente nel verificare i casi segnalati in cui c’è un problema o di uso sbagliato o non consentito degli aiuti o, peggio, di aiuto di Stato per attrarre da Paesi che sono parte dell’Ue”.
Ieri la società del gruppo Whirlpool – che si occupa di compressori per frigoriferi – ha confermato i tagli al personale, generando l’ira dello stesso Calenda.
Intanto prosegue la battaglia degli operai: Daniele Simoni, da 25 anni operaio a Riva di Chieri, si è incatenato ai cancelli della fabbrica: “Non voglio mollare, è la mia fabbrica che mi ha dato da mangiare per 25 anni, finchè c’è uno spiraglio non mollerò”.
Ai lavoratori, Calenda ha lanciato un messaggio di incoraggiamento: “Non molliamo, stiamo lavorando a tutti i livelli, lavoriamo qua, lavoriamo con Invitalia che è partita a fare una mappatura di progetti alternativi per l’industrializzazione, non si molla come è successo in casi di altre crisi prima di questa”.
In Slovacchia, è il ragionamento dell’azienda, si troverebbero costi di produzione ben inferiori mantenendo comunque l’accesso al mercato unico europeo.
Niente cassa integrazione per consentire di esaminare proposte di reindustrializzazione, hanno spiegato i legali della Embraco presenti all’incontro, chiudendo la porta alle proposte del Ministero. “Noi siamo pronti con gli ammortizzatori sociali”, ha detto sul punto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, “e giudichiamo inaccettabile il comportamento dell’impresa”.
Intervenendo a Radio Anch’io su Radio 1,proprio in collegamento da Bruxelles prima dell’incontro con Vestager, Calenda ha parlato di una “competizione non leale” da parte della Slovacchia, accusata di attirare le multinazionali offrendo condizioni di gran vantaggio anche grazie ai Fondi strutturali europei, che teoricamente non potrebbero esser usati per blandire le società .
“Hanno cinque milioni di abitanti e si sono da poco affacciati al mercato: è come amministrare una grande città con l’aiuto dei Fondi europei.
“Io non potrei – ha detto il ministro alla radio – fare una norma che dice che per Embraco il costo del lavoro è un pò più basso, perchè sarebbe un aiuto di Stato. Ma penso si possano interpretare i trattati nel senso di dire che in questo specifico caso, cioè di un’azienda che si muove verso la Slovacchia, verso la Polonia, questa normativa può essere derogata. Vedremo quale sarà la risposta della Vestager”.
“La situazione sleale dell’Est – aveva precedentemente spiegato il ministro in un’intervista – però è intollerabile. Se un lavoratore è pagato la metà di quello italiano, noi non possiamo competere ad armi pari visto che questi Stati hanno pari accesso al mercato europeo. Questo – è il nodo su cui si deve intervenire”
Il pensiero del ministero è che, se anche le condizioni poste dalla Slovacchia all’azienda fossero in linea con i requisiti Ue, l’Italia dovrebbe essere in grado di proporre altrettanto.
Ecco perchè ha rilanciato l’idea di un Fondo per ‘l’aggiustamento della globalizzazione’, per evitare le fughe all’estero.
Ovvero che il Paese possa proporre a una multinazionale le stesse condizioni che altre giurisdizioni le offrono, tentandola a spostare gli stabilimenti, senza incorrere negli aiuti di Stato.
“Nel caso dell’Embraco – ha detto Calenda – immagino uno strumento che permetta a chi subentrerà alla proprietà di rilanciare gli stabilimenti, fare gli investimenti e intanto non licenziare i lavoratori. Immagino il percorso virtuoso fatto con Ideal Standard: ci vuole una finanza che accompagni le transizioni industriali. Saremo un’economia in transizione perenne, e queste transizioni vanno gestite”.
Sulla visita della Guardia di Finanza in Embraco, avvenuta giovedì scorso per controllare la linea di produzione acquistata con il contributo della Regione, ha rimarcato che si sta controllando “se si rispetta la norma per cui chi riceve finanziamenti pubblici si impegna a non toccare l’occupazione per cinque anni”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 20th, 2018 Riccardo Fucile
CASO EMBRACO, SISTEMA IMPAZZITO E SPECULAZIONI
Andrea e Senes lavorano all’Embraco da quando erano ragazzi, si sono conosciuti e innamorati lì, in mezzo ai frigoriferi. Ma tra un mese la fabbrica li manderà via, con altri cinquecento disperati, per trasmigrare in Slovacchia.
Per quella coppia di operai la perdita del posto non significa soltanto rimettersi in gioco a un’età in cui di solito si tracciano i primi bilanci esistenziali.
Significa non sapere più come onorare il mutuo della casa, la rata dell’auto, la mensa scolastica della bambina.
Nel respingere la mediazione del governo, i dirigenti della multinazionale (definiti «gentaglia» dal ministro Calenda) hanno giustificato i licenziamenti con le pressioni della Borsa.
E qui vorrei che qualche economista mi illuminasse.
Se ciò che rende felice un operatore finanziario getta altri esseri umani nella disperazione, non sarà che il sistema è impazzito?
In un mondo sano di cuore e di mente, la Borsa dovrebbe eccitarsi per l’assunzione di cinquecento operai e deprimersi per la loro cacciata, non il contrario.
Calenda ha ricordato la responsabilità sociale d’impresa, sancita dalla Costituzione, ma oramai certi concetti sembrano relitti di un’epoca perduta, come i pantaloni a zampa d’elefante.
Restando più terra terra, viene da chiedersi: Andrea e Senes sono lavoratori e consumatori al tempo stesso.
Se loro, e quelli come loro, non percepiranno più uno stipendio, a chi li venderà in futuro, la multinazionale, i suoi meravigliosi frigoriferi?
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 18th, 2018 Riccardo Fucile
LE AZIENDE IN DIFFICOLTA’ CON LA MANODOPERA: “ALTRIMENTI DELOCALIZZIAMO”… A DIMOSTRAZIONE CHE IN EUROPA C’E’ ANCHE CHI USA IL CERVELLO
Basta con le espulsioni facili di migranti qualificati: danneggiano l’economia in un momento in cui la forte crescita aumenta il bisogno di manodopera sempre scarseggiante, visto che abbiamo appena dieci milioni di abitanti e la natalità cala.
Lo dice una lettera aperta senza precedenti, pubblicata sul quotidiano economico e finanziario Dagens Industri da trenta amministratori delegati delle maggiori aziende svedesi.
Nomi dell’economia globale, da Ericsson (telecomunicazioni, elettronica) al colosso dell’abbigliamento H&M.
Gli imprenditori chiedono al governo di fare piຠattenzione alle situazioni concrete e di non mettere in difficoltà le aziende che spesso, proprio selezionando migranti ad alta o buona qualifica professionale, risolvono i loro problemi di organico e riescono quindi a tenere il passo con la solida crescita economica, specie nelle eccellenze, nei settori manufatturiero e internettiano, e in generale nell’export di qualità che produce circa metà del prodotto interno lordo della piຠimportante e avanzata economia del nord.
“Siamo aziende globali grandi di un paese demograficamente piccolo, quindi abbiamo bisogno di reclutare dipendenti qualificati a prescindere dalla loro nazionalità “, dice la lettera aperta dei big della confindustria svedese, e continua: “Non possiamo sperare che ingegneri, specialisti di It e altre persone qualificate accettino di lasciare il loro paese e di puntare a venire a stabilirsi da noi integrandosi e lavorando se su di loro pesa l’incubo del respingimento anche quando sono già occupati o hanno già fondato la loro start-up”.
Il Migrationsverket, l’autorità per l’immigrazione, ha introdotto una politica di selezione durissima e di respingimenti o espulsioni facili da quando – dopo l’inizio della grande ondata migratoria nel 2015, quando la cancelliera tedesca Angela Merkel disse “ce la facciamo, accogliamoli tutti” senza consultare i governi degli altri paesi membri dell’Unione europea – Svezia e altri paesi nordici sono stati investiti da arrivi in massa come Italia o Grecia.
In rapporto al numero dei suoi cittadini, la Svezia è il paese che ha accolto piຠmigranti in Europa. Allora, visto anche il sorgere di seri problemi di integrazione fallita, crimine e ordine pubblico, sono cominciate appunto politiche dure di espulsioni facili.
Espulsioni a volte rivelatesi inutili per la sicurezza dei cittadini e dannose all’economia.
E’ esplosa una dura polemica sul caso di Hussein Ismail, vicedirettore generale di un’azienda di biotecnologie di gran successo di cui egli è stato dal 2012 uno dei creatori. E’ stato colpito da provvedimento di espulsione perchè aveva deciso per dare esempio solidale di autoridursi la retribuzione. Lo aveva fatto per aiutare l’azienda a superare difficoltà di bilancio.
Nella loro lettera aperta e in dichiarazioni ai media i grandi del made in Sweden non usano mezzi termini.
Parlano di “politica assurda che danneggia e indebolisce il sistema-paese”. E reagiscono anche con una chiara minaccia, in questo 2018 che sarà dominato dalle elezioni politiche previste per settembre e alle quali ci si aspetta un successo dei populisti xenofobi ed euroscettici, gli SverigeDemokraterna.
L’ad di Ericsson, Bà¶rje Ekholm, ha esplicitamente detto che se le autorità non la smettono di cacciare i dipendenti stranieri extracomunitari qualificati diverrà indispensabile via di salvezza per i maggiori gruppi svedesi procedere a massicce delocalizzazioni.
“L’immigrazione economica deve funzionare in modo razionale e prevedibile per permettere a gruppi come Ericsson di tenere in patria le principali attività produttive e di ricerca”, egli ha ammonito.
La palla adesso è nel campo dei politici – sia il governo di minoranza socialisti/verdi sia il centrodestra per bene che lo appoggia dall’esterno – politici i quali hanno tutti lanciato campagne elettorali segnate da proposte di linea dura sul tema migranti per paura di essere sorpassati nei consensi dal partito populista.
L’industria non ci sta, suona l’allarme, minaccia chiaramente di fare le valigie.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2018 Riccardo Fucile
UNO STUDIO DEL POLITECNICO DI MILANO SEGNALA LE PROFESSIONI CHE GARANTISCONO SBOCCHI LAVORATIVI
Il Corriere della Sera pubblica oggi due infografiche che riepilogano le dieci professioni più richieste secondo uno studio di Adecco, Assologistica e della Scuola di direzione Aziendale del Politecnico di Milano.
Nell’ordine le prime tre riguardano commercio e servizi, attività di ristorazione e attività commerciali qualificate e non qualificate.
Subito dopo ci sono i conduttori di veicoli, di macchinari mobili e di sollevamento, gli artigiani, i metalmeccanici specializzati, gli installatori di attrezzature elettriche ed elettroniche.
Seguono gli impiegati in attività organizzative, amministrative, finanziarie e commerciali e gli operai semi-qualificati per la lavorazione in serie e gli operai specializzati dell’industria estrattiva e dell’edilizia.
Sempre secondo lo studio, i lavori più a rischio di automazione sono agricoltura e pesca, commercio e magazzinaggio.
E proprio lo studio segnala un incremento dei piccoli magazzini e della logistica dovuto soprattutto alla crescita del commercio on line.
In questo caso aumentano le offerte di lavoro nel campo: piccoli depositi – sperimentati con successo anche da Amazon e Ikea – che consentono di ridurre «sia la distanza rispetto ai punti di consegna, sia la dimensione minima per saturare il furgoncino predisposto per il servizio».
(da “NextQuotidiano”)
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