Ottobre 27th, 2017 Riccardo Fucile
“HO PORTATO LA FABBRICA IN AUSTRIA”
L’ultima nicchia dello sterminato capannone da 60 mila metri quadrati è occupata da imballaggi alti quattro metri. Due presse, 8 mila tonnellate ciascuna, arrivate dal Giappone. Costate 17 milioni e mai installate.
«Ho richieste da tutto il mondo e non riesco a soddisfarle. Non mi lasciano ampliare lo stabilimento, e allora queste macchine restano imballate. Ci perdo io, ci perdono tutti: potrei dare lavoro a centinaia di veneti. Invece assumo all’estero».
Nonostante l’Italia, a quasi 79 anni Francesco Biasion tutte le mattine alle 8 entra in fabbrica. Spesso anche di sabato.
Domenica ha votato sì al referendum. Per sconforto, racconta. «Il Veneto dà troppo e riceve troppo poco. Peggio di così non può andare. Ma dia retta a me: non cambierà nulla. Anzi, potrebbe essere peggio: l’unica autonomia necessaria è quella da certi amministratori locali che ci impediscono di lavorare; Dio ce ne scampi se un domani avranno più poteri».
Quinta elementare. A dieci anni era in azienda. Anzi, prima: «Mio padre mi portava a vedere i fabbri picchiare l’incudine». La Bifrangi era poco più di un’officina. Oggi è leader mondiale nello stampaggio a caldo dell’acciaio: oltre mille dipendenti, 250 milioni di fatturato, sei stabilimenti.
Il più grande, quasi 500 addetti, è a Mussolente, 7 mila anime in provincia di Vicenza, dove i Biasion abitano da generazioni. Gli altri sono a Lincoln e Sheffield, in Gran Bretagna, e a Houston. L’ultimo è ad Althofen, in Carinzia, dove negli anni scorsi qualche imprenditore veneto ha ceduto alle lusinghe e trasferito in Austria parte delle produzioni.
Biasion non ha scelto l’Est Europa dove la manodopera costa un quarto. Ha aperto là dove gli operai guadagnano bene e il Fisco è meno opprimente, ma solo un po’. «Quelli come me non se ne vanno per pagare meno tasse. Ce ne andiamo perchè non siamo padroni nelle nostre fabbriche. Sono stufo di andare dal sindaco di turno con il cappello in mano ogni volta che devo fare un investimento».
Nel Vicentino la Bifrangi dà lavoro a centinaia di famiglie tra dipendenti, fornitori e indotto, albergatori compresi, perchè è un modello studiato a ogni latitudine.
Mai uno sciopero. In mensa lavorano dieci cuochi assunti, si serve la verdura coltivata nei campi di Biasion e la carne delle sue bestie. C’è un frantoio per estrarre l’olio delle sue olive e un piccolissimo mulino per macinare la farina ottenuta dal suo grano. Nei capannoni si producono non solo i componenti in acciaio per l’industria pesante e la meccanica di precisione venduti in tutto il mondo; si progettano e realizzano anche i macchinari con cui fabbricarli.
«Eppure mi sento trattato come un delinquente», dice Biasion. Dieci anni fa ha brevettato il maglio più grande al mondo: un gigante di 1.500 tonnellate che quando piomba sull’acciaio incandescente esercita una pressione di 55 milioni di chili.
«Mi serviva un capannone nuovo. Provincia e Regione erano d’accordo. Il Comune anche». Anzi no: il sindaco decide di costruire una nuova strada proprio nell’area dove dovrebbe estendersi la fabbrica. «Protesto e alla fine la spunto».
Ma in Comune si accorgono che il capannone è troppo alto e gli uccelli potrebbero sbatterci contro: niente licenza edilizia, altri anni di liti finchè arriva la deroga per cominciare i lavori.
Apre il cantiere: servono fondamenta profonde 16 metri ma il Comune si mette di nuovo di traverso. «Mi sono stufato. Ho chiamato in Texas. La sera avevo una risposta: si può fare. Quando siamo andati a presentare il progetto erano sorpresi: la fabbrica è vostra, dentro potete fare quel che volete».
Tre anni fa, come alcuni suoi colleghi veneti, Biasion ha trasferito un pezzo di produzione in Carinzia.
Gli austriaci facevano promozione spinta, avevano creato una agenzia (oggi in liquidazione) per setacciare il Nord Italia e convincere le aziende a varcare il confine. «E io sono andato, sempre per lo stesso motivo: avevo troppe commesse, mi serviva uno stabilimento più grande ma qui non me lo lasciavano fare». In dieci mesi la fabbrica era pronta. «Mi hanno accolto con le fanfare, non sono mai riuscito a pagare nemmeno un caffè. Eppure non lo rifarei: le tasse sono più basse, la pubblica amministrazione garantisce contributi a fondo perduto e procedure snelle, ma non trovo manodopera. Un disastro».
Si torna al punto di partenza: le due presse imballate da cinque anni, i progetti incagliati, gli investimenti bloccati.
Le denunce: per aver piantato alcuni alberi e installato tre panchine, per una recinzione abusiva, per un impianto che inquinava. «Tutte archiviate. L’ultima poche settimane fa: il fatto non sussiste».
Nel frattempo Francesco Biasion ha assunto i 700 addetti che gli servivano. All’estero.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 26th, 2017 Riccardo Fucile
1400 EURO AL MESE PER OTTO ORE, CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO E IN REGOLA, MA GLI ITALIANI PREFERISCONO L’INDENNITA’ DI DISOCCUPAZIONE, POI SI LAMENTANO
“Ho messo i cartelli subito dopo Ferragosto, sono riuscito a prendere solo quattro
persone, due delle quali sono andate via”.
Angelo Pattini, titolare delle omonime panetterie a Milano, parla con il realismo di chi è abituato a lavorare.
Da più di due mesi sulla porta dei suoi cinque negozi si legge: “Cercasi baristi, panettieri, pasticceri, commesse, cassiere e addetti alle pulizie”.
La ricerca, però, non è andata bene. “Ci serve personale da assumere a tempo pieno, con contratto regolare – spiega – ma spesso è proprio questo il problema”.
L’offerta è chiara: otto ore di lavoro al giorno e uno stipendio che, a seconda della mansione, oscilla tra 1.200 e 1.400 euro netti.
La disoccupazione italiana a livelli altissimi e le cinque persone in un’ora entrate in negozio per chiedere informazioni sul lavoro, lasciano supporre che non sia difficile trovare dipendenti. Ma non è così.
“Di curriculum ne sono arrivati tanti, – racconta Pattini scorrendo i fogli – abbiamo fatto colloqui e attivato diversi periodi di prova, ma non siamo riusciti a prendere quasi nessuno”.
Pattini sfoglia i curriculum ricevuti
Il 70 per cento dei candidati, spiega, è composto da stranieri e spesso dobbiamo scartarli. “Non si tratta di razzismo: la metà dei miei dipendenti è straniera, ma per questo lavoro servono esperienza e familiarità con la professione. Gli egiziani, ad esempio, sono maestri nella panificazione e anche i sudamericani lavorano bene, perchè hanno tradizioni alimentari simili alle nostre”.
Il problema, quindi, sembra essere nel 30 per cento di italiani.
“Un barista di 55 anni – racconta Pattini – dopo il mese di prova se n’è andato perchè preferisce continuare a prendere la disoccupazione e fare qualche lavoretto. Una candidata ci ha avvertito che sarebbe venuta da noi se non le avessero concesso gli ammortizzatori sociali: non si è presentata”.
Pattini aggiunge ancora: “I voucher per noi erano perfetti, il personale era in regola e lavorava per le ore necessarie e nei momenti di maggior bisogno. Varie casalinghe, per esempio, lavoravano tre ore al mattino, dopo aver lasciato i figli a scuola”.
L’altra questione riguarda i giovani. “I ragazzi – continua il titolare delle panetterie – stanno con noi qualche mese, poi chiedono lettere di referenze e vanno a lavorare all’estero. L’anno scorso è successo quattro volte”.
All’estero, infatti, l’arte della panificazione e della pasticceria italiana ha successo: “Lo vediamo dai turisti che vengono qui in negozio, apprezzano i prodotti tradizionali”. Da aprile, racconta, gli affari sono aumentati, “piace la nostra volontà di rimanere una bottega, producendo tutto quello che vendiamo e sfornando pane fresco ad ogni ora del giorno”.
Paradossalmente, però, nessuno vuole entrare a far parte di questa tradizione che piace a tutti.
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 21st, 2017 Riccardo Fucile
LA MEDIA E’ DUE ANNI SUPERIORE A QUELLA UE
L’Italia ha la popolazione lavorativa più anziana d’Europa. 
Nel 2016, afferma la Cgia di Mestre, l’età media degli occupati in Italia era di 44 anni, contro una media di 42 registrata nei principali paesi Ue.
Negli ultimi 20 anni, inoltre, l’età media dei lavoratori italiani è salita di 5 anni, un incremento che in nessun altro paese è stato così rilevante.
A seguito del calo demografico, dell’allungamento dell’età media e di quella lavorativa, contiamo nei luoghi di lavoro pochissimi giovani e molti over 50.
Se, infatti, nel nostro paese l’incidenza dei giovani (15-29 anni) sul totale degli occupati è pari al 12%, in Spagna è al 13,2, in Francia al 18,6, in Germania al 19,5 e nel Regno Unito al 23,7%.
Per contro, nel nostro Paese l’incidenza degli ultra 50enni sul totale degli occupati è del 34,1%. Solo la Germania registra un dato superiore al nostro e precisamente del 35,9%, mentre in Spagna è del 28,8, in Francia del 30 e nel Regno Unito del 30,9%.
La diminuzione della presenza degli under 30 nei luoghi di lavoro è un fenomeno che, come dicevamo più sopra, è in atto da parecchi anni.Tra il 1996 e il 2016, sebbene lo stock complessivo dei lavoratori occupati in Italia sia aumentato, i giovani presenti negli uffici o in fabbrica sono diminuiti di quasi 1.860.000: in termini percentuali nella fascia di età 15-29 anni la variazione è stata pari al -40,5 per cento,contro una media dei principali Paesi Ue del -9,3 per cento.
Sempre in questo arco temporale, tra gli over 50 gli occupati sono aumentati di oltre 3.600.000 unità , facendo incrementare questa coorte dell’89,8 per cento. Un boom che, comunque, ha interessato tutti i principali paesi dell’Ue presi in esame in questa analisi, con punte che in Spagna hanno toccato il +103,8 per cento e in Francia il +105,1 percento.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 15th, 2017 Riccardo Fucile
UN MEDICO E UN AVVOCATO, DAL 2009 A SYDNEY: “NON TORNEREMO PIU’, SOLO DA PENSIONATI IN VACANZA”
Quando si parla di numero chiuso in Italia spesso si pensa al test di Medicina e alla
facilità con la quale i suoi laureati possono trovare lavoro. Ma non sempre è così.
Non lo è stato per Francesco Fascetti, 39enne romano che dopo la laurea in Medicina e Chirurgia a Pavia ha dovuto affrontare un altro ostacolo, quello della specializzazione: “Ho cercato di entrare ad Ortopedia — ricorda —. Sono arrivato sesto in graduatoria ma prendevano solo i primi quattro. Eravamo a un punto e mezzo di distanza”.
E nel frattempo, oltre a studiare, per mantenersi passava le notti facendo la guardia medica e lavorando di giorno in uno studio privato.
“Io non sono figlio di — spiega — e questo mi ha portato ad accumulare gradualmente risentimento non solo verso l’Italia. Anche per l’Europa, dove questa professione è ancora estremamente di èlite”.
Il suono della sua voce ha un sapore amaro. Al suo fianco c’è il fratello Alberto, avvocato. Entrambi vivono a Sydney, in Australia, a migliaia di chilometri da casa.
“Siamo tutti e due figli dell’Erasmus — dice Alberto, 34 anni e una laurea in Giurisprudenza sempre a Pavia —. Durante quel periodo mi sono diviso tra Granada e Madrid mentre Francesco è andato a Saragozza: un’esperienza che ti apre la mente, che tu lo voglia o meno”.
Ed è proprio lui che terminati gli studi prende una decisione: “Dovevo trovare il meglio per me stesso, sotto ogni punto di vista, non solo lavorativo — dichiara —. L’Italia non mi poteva offrire questa possibilità , non è servito neanche provarci per capirlo”.
E così inizia la sua ricerca. “Volevo una città in ascesa, in un paese che ancora potesse offrire opportunità per gli intraprendenti e serenità per costruire un futuro”.
Nel 2008 il dito sul mappamondo si è fermato ai piedi delle Blue Mountains, dove però ha dovuto ricominciare da capo: tre anni di giurisprudenza, sei mesi per il praticantato e due anni in uno studio legale.
“Se non ci si vuole accontentare non bisogna rimanere immobili — afferma —. Saper perseverare con l’obiettivo di migliorare la propria vita porta sempre a delle soddisfazioni”.
Saper perseverare con l’obiettivo di migliorare la propria vita porta sempre a delle soddisfazioni
“Lui — indicando Francesco — ha imparato che oltre al bisturi esiste il cucchiaio da gelataio”, scherza. Gli anni difficili sembrano essere alle spalle.
Quando Francesco raggiunse il fratello nel 2009 aveva già provato con gli Stati Uniti: “Tre mesi in Colorado sono bastati a farmi rendere conto che la mentalità americana non fa per me — dichiara —. Dopo aver respirato l’aria di Sydney capii cosa avrei dovuto fare”. Il suo era uno dei lavori richiesti dal governo australiano. Un requisito che, però, non è stato sufficiente.
“In Australia l’esame di abilitazione medica non è comparabile con il nostro — sottolinea —. In Italia ci ho messo un mese, qui quasi tre anni”.
E durante l’attesa fa un po’ tutto: il gelataio, il personal trainer, lavora anche in una scuola calcio sponsorizzata dal Milan.
“Dopo l’abilitazione sono riuscito ad avere un contratto gratuito per un anno come observer di chirurgia in un ospedale — racconta — e lo scorso anno ho trovato lavoro come chirurgo estetico in una clinica privata”.
Anche in Australia, però, l’accesso alla specialità non è semplice: “Ci vogliono anni e non volevo più fare ricominciare da capo — afferma —. Ma qui ti danno la possibilità di provare. Possono anche dirti di no, però non ti ridono in faccia come da noi in Italia”.
“Questo paese ha i suoi alti e bassi, certo — sottolinea Alberto, che ora ha uno studio legale con altri soci —, e fino a quando non hai il visto permanente ti senti un estraneo. Ma sono le qualifiche che fanno la differenza: ho visto molti ragazzi andare via per questo”. Le maglie dell’immigrazione si sono strette, anche per i lavori ultraspecializzati.
E e lui ne sa qualcosa dato che il suo studio FastVisa è specializzato nella consulenza legale per i visti.
“A chi vuole venire in Australia dico che non bastano i sorrisi e la buona volontà — continua l’avvocato —. Oggi ci vogliono anche le qualifiche, soprattutto nel privato”.
E l’Italia? “Vediamo che la situazione non è migliorata da quando siamo partiti — rispondono — C’è poca voglia di mettersi in gioco e il sistema è ancora gestito dall’alto. Non torneremo più nella forza lavoro del nostro paese, è più probabile che lo faremo da pensionati in vacanza”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 13th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO MONSTER: L’ITALIA E’ UNO DEI PAESI IN CUI L’OTTIMISMO DEI GIOVANI E’ TRA I PIU’ BASSI
Quali sono le aspettative di carriera dei giovani italiani? Non certo le stesse dei loro
genitori, secondo quanto rivela un sondaggio globale condotto da Monster.
Un recente sondaggio globale realizzato da Monster sui guadagni potenziali dei lavoratori rispetto ai genitori ha rivelato che un lavoratore italiano su due (il 50% del totale) prevede di guadagnare meno o molto meno dei genitori nel corso della propria carriera rispetto ai lavoratori di Canada (31% ), Francia (27%), Finlandia (24%) e Stati Uniti (17%).
I risultati dimostrano che in Italia i giovani già inseriti nel mondo del lavoro o in cerca di occupazione avvertono un livello elevato di incertezza e preoccupazione per quanto riguarda le proprie aspettative di carriera e prospettive economiche future.
Dai numeri emerge inoltre un netto contrasto rispetto alle prospettive dei giovani nel resto del mondo.
Più del 60% del totale degli intervistati ha delle prospettive di guadagno molto più alte o comunque superiori a quelle dei propri genitori.
Meno di un quinto (17%) degli intervistati prevede un potenziale di guadagno inferiore rispetto ai genitori nel corso della propria carriera; la percentuale scende ulteriormente (solo il 7%) tra coloro che prospettano guadagni nettamente inferiori rispetto ai genitori.
Tra i gruppi di intervistati italiani, questi numeri hanno raggiunto un più rassicurante 26% tra coloro che si aspettano di guadagnare più dei genitori, ma solo quando l’entusiasmo è stato ridotto da aspettative salariali “molto più alte” a “più alte”.
Si tratta tuttavia di cifre ancora ben al di sotto della media degli altri paesi inclusi nel sondaggio (-10%).
“I dati rilevati dal sondaggio lasciano emergere una situazione obiettiva contrastante – commenta Nicola Rossi, Country Manager di Monster Italia – e testimoniano il grande pessimismo che regna in Italia tra i giovani alla ricerca di occupazione rispetto ai coetanei in altre aree del mondo. Si tratta probabilmente della più grande sfida che il nostro Paese si trova ad affrontare: invertire progressivamente questa spirale negativa con incentivi e politiche che, assieme a una solida presa di posizione in materia di occupazione, offrano ai giovani in cerca di lavoro la prospettiva di un reale miglioramento della propria posizione rispetto a quella delle generazioni che li hanno preceduti”.
Che cosa succede negli altri Paesi?
Tra i più ottimisti, gli americani: quasi tre quarti (71%) prevedono di guadagnare “molto di più” (32%) o “di più” (39%) durante la propria carriera rispetto ai genitori.
Tra coloro che hanno mostrato una percentuale di pessimismo per quanto riguarda il proprio potenziale di guadagno, solo il 12% si aspetta di guadagnare meno dei genitori e solo il 5% degli intervistati statunitensi prevede di guadagnare molto meno.
Ad accompagnare gli americani nel loro ottimismo sono i canadesi, con più della metà (55%) che prevede guadagni di carriera “molto più alti” (22%) o “più alti” (33%) rispetto ai genitori.
Tuttavia, dal sondaggio è emerso anche che quasi un terzo (31%) dei lavoratori canadesi ha prospettive di guadagno “più basse” o “molto più basse” rispetto ai genitori.
Le aspettative di Finlandia e Francia sono in linea con quelle del Canada e sono quasi identiche l’una all’altra.
La maggior parte degli intervistati in Francia (54%) e Finlandia (56%) ha prospettive di guadagno “molto più alte” o “più alte” dei genitori.
Metà di questi, quasi un quarto del totale (il 27% in Francia e il 24% in Finlandia) prevedono di guadagnare “meno” o “molto meno” dei genitori entro la fine della propria carriera.
Riassumendo, la percezione globale per quanto riguarda il potenziale di guadagno nel corso della propria carriera lavorativa non è così pessimista.
In realtà , questi risultati mostrano una grande speranza in termini di guadagni potenziali per i nostri leader di domani. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare e il margine di miglioramento in tutto il mondo è elevato. I risultati ottenuti in Italia, dove il 26% ritiene di avere prospettive di guadagno superiori (ma non di molto) rispetto ai genitori, mentre un terzo (34%) ritiene che tali guadagni saranno inferiori ai genitori, sottolineano la necessità di livelli di sostegno, opportunità e risorse maggiori.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 12th, 2017 Riccardo Fucile
LA CRISI CONTINUA, LA NESTLE’ CONTINUA A RIDURRE IL PERSONALE, ANCHE LA COLUSSI TAGLIA 125 DIPENDENTI.. E LA CHIAMANO RIPRESA
Per le eccellenze umbre dell’alimentare la crisi non è finita.
La Perugina, storica azienda produttrice di cioccolata, e il produttore di biscotti, pasta e fette biscottate Colussi hanno infatti annunciato circa 500 esuberi.
I sindacati lavorano per cercare soluzioni meno drastiche, mentre i lavoratori annunciano mobilitazioni.
La Perugina, che fa capo alla multinazionale Nestlè, ha dichiarato 364 esuberi tra gli 800 dipendenti impegnati sulle linee produttive di San Sisto, Perugia.
In un migliaio sono scesi in piazza sabato scorso per protestare contro le scelte della multinazionale. Insieme ai lavoratori umbri, c’erano anche quelli di Parma: lì a rischiare sono in 160.
La vertenza della Perugina dura ormai da anni: nel 2014, quando in casa Nestlè si parlava per la sola San Sisto di 180 persone a rischio, è partito il contratto di solidarietà .
Da quel momento gli operai hanno chiesto di discutere del piano di produzione, di non aspettare che dell’azienda “rimanessero solo le mura”.
Fino all’annuncio choc della scorsa primavera, quando il gruppo dolciario parlò di 340 persone da ricollocare, tra produzione e logistica, per le quali tra un anno, alla scadenza della cassa integrazione, non sarà più assicurata la continuità occupazionale se non per incarichi stagionali.
Poi l’ennesima doccia fredda, quella di alcune settimane fa, quando le persone a rischio sono diventate 364, nonostante l’azienda dichiari di non voler parlare di esuberi.
La situazione sembra ora in stallo: sei mesi di tempo per salvarli, con una trattativa che rimpalla tra tavoli al ministero dello Sviluppo e in Confindustria Umbria.
Anche l’aria che si respira nel gruppo Colussi è pesante: qui sono in 125 i dipendenti, su circa 500, ad essere mandati a casa con lettera di licenziamento arrivata martedì scorso.
Si tratta di 115 operai impegnati nella produzione, cinque impiegati e 5 colleghi della So.Ge.Sti, che si occupa del settore commerciale della Colussi.
Un’intera linea produttiva delle 8 presenti in azienda a Petrignano d’Assisi viene così smantellata. Già a luglio l’azienda aveva presentato un documento che prevedeva tra i 50 e i 60 esuberi, nonostante gli 82 milioni di investimenti previsti, di cui 55 per lo sviluppo di un piano marketing per il rilancio dei marchi Colussi e Misura, e 27 da impiegare sulle linee di produzione.
Dopo l’ultimo annuncio però, con la decisione di spostare parte della produzione dall’Umbria a un altro stabilimento del gruppo, gli esuberi raddoppiano e ad oggi sindacati e lavoratori hanno 75 giorni di tempo per trovare una soluzione diversa.
A mobilitarsi sono anche i lavoratori stagionali della Colussi di Tavernelle Val di Pesa, in provincia di Firenze, dove si produce la linea Sapori e i cornetti Misura, insieme a quelli di Fossano, in provincia di Cuneo, dove nascono le fette biscottate e la pasta Agnesi.
Gli esuberi in casa Colussi sono stati definiti strutturali, nonostante al momento siano di fatto il doppio di quanto dichiarato negli anni precedenti.
Alla Colussi martedì 17 ottobre sarà sciopero. A deciderlo sono stati i lavoratori che si sono riuniti in assemblea il giorno dopo la decisione dell’azienda.
Sempre il 17 ci sarà la riunione in Confindustria tra i dirigenti del gruppo alimentare e i sindacati, per decidere delle sorti dell’azienda e scongiurare il futuro più nero.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 12th, 2017 Riccardo Fucile
TENSIONE A PARMA, A RISCHIO 180 POSTI DI LAVORO, FERITO UN AGENTE, LA POLIZIA RIESCE A PORTARE IN SALVO I DUE DIRIGENTI
Tensione in piazza Garibaldi all’uscita dal municipio della delegazione del gruppo
Froneri-Nestlè al termine del tavolo di crisi.
Alcuni lavoratori hanno inseguito il responsabile delle relazioni industriali Svevo Valentinis e l’ad Pietro Monaco.
Un agente della Digos è rimasto contuso.
L’azienda ha deciso di chiudere lo stabilimento di produzione gelati di Parma: rischiano il licenziamento 180 addetti.
I sindacati parlano di “deboli aperture sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali e sul futuro industriale del sito per il quale ci sarebbero alcune manifestazioni d’interesse”. Resta tuttavia ferma la volontà di cessare l’attività da parte dell’attuale proprietà .
Per l’assessora regionale Palma Costi “la produzione deve rimanere a Parma” e per questo sarà chiesto al ministero di attivare un tavolo di crisi nazionale.
Cgil, Cisl e Uil, intanto, presenteranno una querela per truffa contro l’impresa, accusata di non aver rispettato il verbale sottoscritto a luglio.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2017 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE MORESSA ANALIZZA I SETTORI DI OCCUPAZIONE E LE QUALIFICHE
L’ultimo “Rapporto sull’economia dell’immigrazione”, a cura della Fondazione Leone
Moressa, che sarà presentato il 18 ottobre a Roma, sfata un mito utilizzato spesso dalla propaganda della sedicente destra: dal 2008 al 2016 la presenza dei lavoratori stranieri si è fatta sempre più evidente, da 1,7 milioni si è passati a 2,4 milioni (+41%).
Nello stesso periodo, il loro peso sul totale degli occupati è cresciuto dal 7,3% al 10,5%. Gli immigrati restano però occupati prevalentemente in lavori di media e bassa qualifica. Oltre un terzo degli stranieri (35,6%) esercita infatti professioni non qualificate, il 29,3% ricopre funzioni da operaio specializzato e solo il 6,7% è un professionista qualificato. Spiega oggi Vladimiro Polchi su Repubblica:
Quello che più salta agli occhi è la loro concentrazione in alcuni settori: in base agli ultimi dati della Moressa, il 74% dei collaboratori domestici è infatti straniero, così come il 56% delle badanti e il 51% dei venditori ambulanti.
E ancora: il 39,8% dei pescatori, pastori e boscaioli è d’origine immigrata, così come il 30% dei manovali edili e braccianti agricoli. Gli stranieri restano invece esclusi dalle professioni più qualificate. §
È l’analisi per settori a spiegarci come funziona:
Nel commercio, oggi gli immigrati fanno i venditori ambulanti, mentre gli italiani gestiscono e pianificano le vendite, oppure occupano posizioni da commesso (dove superano abbondantemente il 90% del totale degli occupati).
Nell’edilizia, i lavoratori stranieri sono 240mila, con un’incidenza del 17%, ma fanno professioni ben precise: sono il 30% degli operai edili e dei manovali, mentre sono loro quasi precluse professioni come ingegneri o architetti (dove gli italiani detengono il monopolio).
E ancora: in agricoltura il 29% dei braccianti agricoli e il 39% dei pastori e pescatori è straniero.
Gli agricoltori e gli operai specializzati sono invece nell’87% dei casi italiani.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 9th, 2017 Riccardo Fucile
“SUI LIVELLI SALARIALI E GLI SCATTI DI ANZIANITA’ L’ILVA NON HA MANTENUTO GLI IMPEGNI”
Annullato il tavolo di confronto sull’Ilva tra la nuova proprietà , Am Investco, e i sindacati al ministero dello Sviluppo economico. A far saltare il confronto è stato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. “Bisogna ripartire dall’accordo di luglio, dove si garantivano i livelli retributivi e gli scatti di anzianità . Se non si riparte da quell’accordo la trattativa non va avanti”, ha dichiarato il ministro.
Al centro del tavolo il nuovo piano industriale che prevede 4mila esuberi.
Il ministro ha spiegato che “quello che manca rispetto all’offerta non sono i numeri degli esuberi, su cui si può discutere e che fanno parte della trattativa, ma manca un pezzo dell’impegno che l’acquirente ha preso nei confronti del governo, che riguarda i livelli salariali e gli scatti di anzianità , su cui non si prevedeva di ripartire da zero ma anzi di mantenere quelli attuali”.
“In assenza di conferma su questo punto che è molto molto importante, il governo ritiene che non ci siano le premesse per aprire un tavolo di confronto”, ha chiosato Calenda.
(da agenzie)
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