Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile
IMPRENDITORE VENETO NON TROVA DIPENDENTI PER LA SUA IMPRESA (INGEGNERI, PERITI, STAMPATORI)… MA DOVE SONO QUELLI DEL “PRIMA GLI ITALIANI?” IN SPIAGGIA A NON FARE UNA BEATA MAZZA?
Se la ricerca di un lavoro per molti non è semplici, in alcuni casi la ricerca di lavoratori può essere altrettanto difficile.
Lo sa bene Francesco Celante, titolare e fondatore della Rotas Group Srl di Treviso che, per cercare ingegneri, periti e stampatori, ha tappezzato uno di viali della città di cartelli cartacei per segnalare la ricerca di lavoratori.
A raccontare la vicenda è La Tribuna di Treviso.
«Cerchiamo i nostri addetti in tutto il mondo e con tutti i mezzi disponibili», ha spiegato il titolare, «il nostro è un grande campus, diamo ai nuovi arrivati il tempo di ambientarsi, certo non è facile trovare certe posizioni perchè il mercato del lavoro è molto cambiato. Sia per le aziende, che per chi cerca lavoro».
L’azienda da cinquant’anni produce etichette adesive per l’enologia e non solo e ha due stabilimenti produttivi (a Treviso, 19 mila metri quadrati, e a Barcellona) e un centro di ricerca a Prato, con 130 collaboratori di cui il 60% under 40.
(da agenzie)
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Agosto 14th, 2017 Riccardo Fucile
RAPPORTO DEL CENTRO STUDI INGLESE MAPLECROFT: “IN AGRICOLTURA SONO 100.000, L’ 80% SONO MIGRANTI, IL 20% SONO ITALIANI”
L’Italia è uno dei Paesi europei in cui è più alto il rischio schiavitù, insieme a Bulgaria, Cipro, Grecia e
Romania.
La proiezione, pubblicata nel report Modern Slavery Index 2017 a cura del centro studi britannico Verisk Maplecroft, lancia l’allarme basandosi soprattutto sull’elevato numero di sbarchi di migranti sulle coste italiane nel 2016.
Arrivi che hanno provocato un innalzamento del numero delle “persone vulnerabili” sul territorio, facile preda di mafie e sfruttatori, andando così ad alimentare il lavoro nero e lo sfruttamento.
“Rileviamo dati simili da qualche anno — commenta Marco Omizzolo, sociologo ed esperto di caporalato e sfruttamento degli immigrati — e questo ultimo report conferma il trend. Ma attenzione, il problema non sono i migranti, ma un sistema di accoglienza e un mercato del lavoro che sulle sponde settentrionali e orientali del Mediterraneo manifestano grossi limiti. I flussi migratori li mettono solo in evidenza. Il problema è strutturale, non a caso il fenomeno del caporalato non lo troviamo, come si pensa, solo nelle grandi piantagioni del sud, ma anche nelle aziende vinicole d’eccellenza del ricco Piemonte”.
Ma quanti sono gli schiavi nel nostro Paese?
“Secondo gli ultimi rilevamenti — dice il sociologo — in Italia sono 100 mila le persone in condizione di schiavitù e para schiavitù in agricoltura. L’80% sono stranieri, il restante 20% italiani“.
Secondo il report, tra l’altro, le violazioni delle leggi contro lo sfruttamento di esseri umani mostrano un aumento in 20 Paesi membri dell’Unione Europea su 28.
I casi più gravi di violazioni in Romania e Italia, dove si rilevano più episodi di lavoro forzato, servitù e traffico di esseri umani.
“In un sistema dove domanda e offerta sono così grandi — continua Omizzolo — si inseriscono le mafie. Lo fanno in due modi. In alcuni casi reclutano persone direttamente nel Paese di origine e organizzano il trasferimento, in maniera legale o illegale. Altre volte riescono a entrare nei Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas) meno controllati che, così, diventano luoghi di reclutamento. Le mafie non producono il sistema, dovuto a pecche dell’accoglienza e del mercato del lavoro, ma vi si inseriscono, lo sfruttano. Gli ultimi censimenti parlano di 27 mafie coinvolte in questo business”.
E, in Italia, il settore dove più frequentemente ci si imbatte nello sfruttamento o la riduzione in schiavitù è quello agricolo.
Ma non sono solo alcune piantagioni di pomodori del sud Italia, dove sfruttamenti, abusi e violenze sessuali sono all’ordine del giorno, a destare preoccupazione: “È sbagliato pensare che questi lavoratori sfruttati — dice il sociologo — finiscano solo a raccogliere pomodori in Puglia e in Sicilia o nei campi e nei mercati generali dell’Agro Pontino. Di uomini e donne ridotti in schiavitù se ne trovano anche nelle aziende dell’eccellenza vinicola del ricco Piemonte. Questo dimostra che il fenomeno ha natura sistemica”.
Per questo, fare una mappa della schiavitù in Italia non è possibile perchè si parla di un fenomeno fluido: “C’è settorializzazione — spiega Omizzolo -, ma non si può parlare di modello. A Latina, fino a qualche anno fa, non si trovavano richiedenti asilo nei campi, oggi sì. Molti di loro lavoravano nelle aziende del nord. Inoltre, non è corretto fare una differenziazione etnica: nei campi non si trovano solo indiani e africani, ma anche persone dell’est Europa e di altre zone del mondo. Stessa cosa vale per la prostituzione: per strada si trovano molte donne dell’est e nigeriane, ma in casa lavorano anche molte cinesi e addirittura donne provenienti da Pakistan e Bangladesh”.
In Italia, però, il problema dello sfruttamento e riduzione in schiavitù non si limita solo al settore agricolo, ma si manifesta anche nelle costruzioni e nei servizi.
E poi c’è lo sfruttamento della prostituzione, dove a dominare il mercato sono le mafie dell’est e quelle nigeriane.
Un mercato, stima l’Istat, che vale 90 milioni di euro al mese, 1,1 miliardi all’anno, alimentato da circa 9 milioni di clienti che hanno a disposizione tra le 75 mila e le 120 mila ragazze sparse per il Paese.
Il 55% di queste giovani, in buona parte minorenni, sono straniere, soprattutto nigeriane, che rappresentano il 36% delle non italiane, e romene, 22%: “A queste vanno aggiunte le donne sfruttate in più settori — conclude Omizzolo — In alcune aree del Paese, diverse forme di schiavitù si saldano. Prendiamo l’esempio delle romene: spesso lavorano nei campi ma sono costrette anche a mettersi a disposizione del proprio padrone come oggetto sessuale”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 12th, 2017 Riccardo Fucile
LE FAMIGLIE DEGLI UNDER 35 GUADAGNANO IN MEDIA 26.000 EURO L’ANNO, CONTRO I 35.000 DEI 55-64ENNI… NEGLI ULTIMI 5 ANNI SON AUMENTATI SOLO I POSTI POCO PAGATI… I NEOLAUREATI PRENDONO IL 15% IN MENO DI 10 ANNI FA
Trovarlo, il lavoro, è il primo problema, in un Paese in cui il tasso di occupazione per gli under 30 si
ferma intorno al 33 per cento.
Non a caso le anticipazioni sulla prossima legge di Bilancio parlano di nuovi incentivi alle assunzioni ma solo per i giovani.
Tenerselo è la seconda sfida: lo scorso giugno, secondo l’Istat, i dipendenti a termine (leggi precari) hanno toccato quota 2,69 milioni, il valore più alto da quando sono disponibili le serie storiche.
Ma la vera impresa è viverci, con quel lavoro. Perchè i figli dei baby boomer guadagnano, in media, il 36% in meno dei padri.
Ormai sono loro, e non i pensionati, la fascia a maggior rischio di povertà . E’ una dinamica che non riguarda solo l’Italia, se un rapporto pubblicato l’anno scorso dalla società di consulenza McKinsey arrivava alla conclusione che “il 65-70% dei nuclei familiari dei Paesi avanzati” tra 2005 e 2014 ha visto i propri redditi restare al palo o calare rispetto a quelli delle generazioni precedenti.
La differenza è che oggi, da noi, anche chi ha in tasca una laurea e ha conquistato un contratto deve accontentarsi nei primi anni di lavoro di stipendi da fame. Non è un caso se l’anno scorso si sono trasferiti all’estero oltre 200mila italiani.
E, secondo la Fondazione Bruno Visentini, il divario generazionale in termini di reddito e ricchezza è destinato a raddoppiare entro il 2030.
Se il capofamiglia è under 35 sul conto arriva il 36% in meno
Lo scenario che emerge mettendo insieme gli indicatori Istat sulla condizione economica delle giovani generazioni è chiaro: stanno sempre peggio. Prima della crisi, nel 2007, quasi il 39% dei nuclei con capofamiglia sotto i 35 anni erano classificati nel 40% della popolazione con i redditi più alti.
Ora la percentuale è scesa di sei punti, mentre è aumentata dal 24% a oltre il 29% la percentuale di famiglie di giovani che si piazzano nel 20% degli italiani con gli introiti più bassi.
Le cifre? Stando alle ultime rilevazioni, in media le famiglie degli under 35 vedono arrivare sul conto corrente ogni anno poco più di 26mila euro netti, contro gli oltre 35.400 dei 55-64enni: il 36% in meno.
Nel Nord Ovest, dove il terziario è più forte e trovare un posto un po’ più facile, le cifre medie sono maggiori ma il divario risulta ancora più ampio: 30.400 euro per i nuclei dei giovani, 40.300 per quelli dei loro genitori. Il risultato è che nel 2016 più di una famiglia di giovani ogni 10 è finita sotto la linea di povertà assoluta, vale a dire che non poteva permettersi il minimo necessario per una vita dignitosa.
Tra gli over 64 la percentuale ha invece conosciuto un calo costante, fino ad attestarsi al 3,9%. Se nulla cambierà il divario, secondo la Fondazione Bruno Visentini, non farà che aumentare: il rapporto “Il divario generazionale tra conflitti e solidarietà ” prevede che la forbice si allargherà sempre di più fino a impedire l’emancipazione economica di un’intera generazione dai genitori.
Tra 2011 e 2016 aumentati solo i posti malpagati…
Per cercare di spiegare questa tendenza Eurofound, agenzia europea “per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro”, nel suo ultimo Jobs Monitor ha analizzato i cambiamenti della struttura occupazionale e le disuguaglianze salariali. Trovando che in Italia per l’intero quinquennio 2011-2016 l’occupazione è cresciuta grazie a un aumento dei posti meno pagati, il “primo quintile” (cioè il 20% dei lavori retribuiti con gli stipendi più bassi).
In Germania, al contrario, il 2013 ha segnato uno spartiacque: fino a quell’anno i tedeschi hanno visto crescere soprattutto l’occupazione nel secondo quintile (che significa salari bassi, ma non i più bassi in assoluto), ma nei tre anni successivi sono stati creati 600mila posti a stipendio alto, nel quinto quintile, contro circa 180mila nel primo.
Stessa tendenza in Gran Bretagna. E il grafico sull’Unione europea nel suo complesso mostra che tra 2013 e 2016 il Vecchio continente ha visto crescere le posizioni lavorative classificate nel quarto e quinto quintile più di quelle nelle fasce di stipendio inferiori.
C’è da dire però che la particolarità italiana viene spiegata soprattutto con l’aumento dei lavoratori stranieri: su poco meno di 500mila nuovi posti a basso salario creati tra il 2011 e il secondo trimestre 2016, circa 300mila sono stati occupati da persone di origine extra europea e altri 100mila da immigrati arrivati da altri Stati Ue.
… e i laureati guadagnano meno che all’estero
L’aumento dei lavori umili, quindi, non basta per spiegare perchè i giovani italiani guadagnino sempre meno. L’altro fattore è il calo delle retribuzioni anche per i posti ad alta specializzazione.
In Italia, come evidenziato lo scorso anno in un discusso opuscolo del ministero dello Sviluppo per gli investitori stranieri, “un ingegnere guadagna mediamente in un anno 38.500 euro, mentre in altri Paesi lo stesso profilo ha una retribuzione media di 48.500 euro l’anno”.
Morale: anche le figure che negli anni del boom hanno costituito l’ossatura della classe media oggi sono poco più che “working poor“. Secondo l’ultimo rapporto di Almalaurea, a cinque anni dalla fine dell’università l’84% dei laureati ha un posto, ma lo stipendio mensile medio (netto) di un occupato in ambito letterario si ferma a 1.146 euro, quello dei giuristi è di 1.195, quello degli architetti non arriva a 1.300. I giovani medici ne prendono in media 1.500, i laureati in materie economiche e statistiche poco di più. Le retribuzioni più alte sono quelle di chi ha preso un titolo in ambito scientifico (1.649 euro mensili) e degli ingegneri, che superano i 1.700. Molto meno che all’estero, come vantato dal Mise nella speranza di attirare gruppi stranieri in Italia.
Tra 2007 e 2015 giù del 15% gli stipendi a un anno dalla laurea
Non solo: negli ultimi dieci anni le buste paga dei neolaureati si sono progressivamente alleggerite. Nel 2007, attestano le indagini del consorzio interuniversitario, chi aveva finito di studiare l’anno prima (laurea triennale) prendeva mediamente quasi 1.300 euro.
Oggi la cifra è scesa nei dintorni dei 1.100 euro netti al mese, il 15% in meno. Con la laurea magistrale la cifra sale pochissimo, nell’ordine delle decine di euro. Del resto, come ricordato di recente dal presidente Istat Giorgio Alleva, ben il 35,4% dei laureati ha un primo lavoro atipico, ovvero precario, contro il 21,2% di quanti hanno finito solo la scuola dell’obbligo.
Il risultato è che, fatta 100 la retribuzione di un diplomato, in media un neolaureato italiano guadagna 114: un “premio” inferiore di 23 punti rispetto alla media Ue.
Forse anche per questo le iscrizioni all’università , dopo aver toccato un picco di 337mila nell’anno accademico 2003-2004, sono scese nel 2015-2016 a 271mila.
Solo se si allarga l’analisi alle generazioni precedenti il gap di stipendio diventa corposo: l’Ocse calcola che gli introiti da lavoro di tutti i laureati italiani tra i 25 e i 64 anni sono in media superiori del 42% rispetto a quelli dei lavoratori solo diplomati. Anche in questo caso, comunque, il titolo di studio frutta meno che negli altri Paesi sviluppati. Nell’intera area Ocse il rapporto tra buste paga dei laureati e dei diplomati è di 155 a 100.
Nel 1977 occupati il 37% dei giovani. Oggi solo il 16%
Chi è giovane e un lavoro ce l’ha è comunque privilegiato, visto che nella fascia 15-24 anni il tasso di occupazione è poco sopra il 16% contro una media europea del 34% e il 41% dei Paesi Ocse.
Le cose vanno meglio se si restringe il campo all’età post universitaria (dai 25 ai 34): 60,5% di occupati. Ma il confronto con il passato anche su questo fronte è impietoso: nei primi anni Duemila gli occupati erano stabilmente sopra il 70%. Andando ancora più indietro, a quando i padri dei Millennials si affacciavano sul mondo del lavoro, si trovano numeri da Eldorado.
Nel 1977 i 15-24enni occupati erano il 36,8%, a fronte di un tasso di occupazione generale del 53,8%. E oggi chi resta fuori non necessariamente sta cercando un posto o si sta formando per trovarlo.
Anzi: secondo il rapporto Employment and Social Developments in Europe della Commissione Ue diffuso lo scorso giugno, l’Italia è il Paese europeo con la percentuale più alta di giovani Neet.
Quelli che non lavorano nè studiano nè fanno uno stage. Sono il 19,9% nella fascia 15-24 anni, contro una media dell’11,9%. Superano il 29% se si restringe l’analisi ai 20-24enni. Più che in Bulgaria, in Romania e in Grecia.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 31st, 2017 Riccardo Fucile
ARIA DI FESTA FINO A QUANDO QUALCUNO NON HA LETTO MEGLIO LE TABELLE ISTAT
C’è aria di festa nel Partito Democratico. Nel mese di giugno il tasso di disoccupazione è sceso “a sorpresa” all’11,1% rispetto al mese precedente. È bastato questo al Pd per dare il via ai grandi festeggiamenti. Il tweet più ottimista arriva dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi: “La disoccupazione scende ancora. Qualcuno può ancora negare il successo del Jobs Act? Avanti”, scrive l’ex ministra con tanto di hashtag che riprende il titolo del libro di Matteo Renzi.
È l’Istat a mettere in chiaro, nel suo bollettino, che il tasso di disoccupazione è sceso di 0,2 punti percentuali rispetto a maggio, quando invece era stato registrato un incremento delle persone in cerca di lavoro.
Non è finita: scrive l’Istituto di Statistica che, così, il tasso “torna su un livello prossimo a quello di aprile”. In altre parole, sul fronte occupazionale in due mesi è calma piatta.
Eppure nel Pd c’è aria di festa. “Al di là delle oscillazioni mensili, il dato incoraggiante è la conferma della costante crescita di medio lungo periodo dell’occupazione e della contestuale diminuzione dei disoccupati e degli inattivi”, commenta il ministro del Lavoro Giuliano Poletti.
Per la responsabile Scuola dei dem Simona Malpezzi “i dati Istat sono un altro risultato importante delle misure messe in campo prima dal governo Renzi e poi da quello Gentiloni”.
Il renziano Andrea Marcucci twitta con aria di sfida: “A giugno +23mila occupati su base mensile, cala disoccupazione, cresce occupazione femminile. Ancora qualcuno contesta il Jobs Act?”. Il senatore Mauro Del Barba è sinceramente soddisfatto: “È bello quando il tasso di disoccupazione scende così e ti accorgi di quanto una legge possa incidere”.
Come riassume puntualmente su twitter il direttore di Adapt Francesco Seghezzi quello di giugno è un “mese piatto, con crescita concentrata su lavoro a termine”. Spulciando le tabelle Istat, infatti, si nota come il tasso di disoccupazione sia sì calato, restando però su livelli ormai noti: l’Italia figura tra gli ultimi Paesi nella classifica Eurostat, solo Portogallo e Grecia fanno peggio di noi.
Un dato consolidato nel tempo ma puntualmente rimosso dal dibattito pubblico. I disoccupati, che erano balzati a maggio, sono scesi di 57mila unità .
Tuttavia l’Istat registra un lieve incremento degli inattivi, ovvero coloro che non hanno un lavoro e non lo cercano (+12mila). Non ci sono particolari variazioni da annotare, quindi, e l’inattività resta così un record italiano per nulla positivo.
Quanto agli occupati, nel mese di giugno l’Istat conta 23mila unità in più ma si tratta di contratti a termine.
Il calo degli indipendenti (-13mila) viene infatti ampiamente compensato dalla crescita degli occupati a termine (+37mila, +1,4%).
Quanto ai lavoratori con contratto stabile la situazione resta grossomodo simile al mese precedente (mille unità in meno, per una variazione percentuale minima). Tradotto: la crescita degli occupati a giugno è dovuta alla spinta dei dipendenti a termine, che raggiungono così la quota 2,69 milioni: è il valore più alto da quando sono disponibili le serie storiche per questo dato, ovvero dal 1992, rileva l’Istat.
Per i giovani il tasso di disoccupazione giovanile è tornato a scendere (-1,1 punti), attestandosi al 35,4%. Tuttavia la coorte anagrafica 15-34 anni è l’unica, su base annua, a non veder crescere l’occupazione.
Su base tendenziale la situazione non cambia.
Rispetto a giugno 2016 gli occupati stabili sono aumentati dello 0,7%, quelli a termine del 10,9%. Una crescita trainata peraltro dagli effetti della riforma Fornero che ha allungato l’età pensionabile, ampliando così l’incidenza sulle rilevazioni statistiche delle coorti anagrafiche più avanzate.
Al netto della componente demografica, in un anno la fascia d’età che va dai 15 ai 34 anni ha visto un calo degli occupati dello 0,4%, quella dai 35 ai 49 un incremento dell’1% (con un tasso di disoccupazione in calo del 7,5%) e quella 50-64 anni dell’1,6 per cento (con un calo degli inattivi di quasi il 2%), il valore più alto.
Su base trimestrale (aprile-giugno) l’Istat registra “una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +64 mila), determinata dall’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia, in misura maggiore, a termine. L’aumento riguarda entrambe le componenti di genere e si concentra quasi esclusivamente tra gli over 50”.
Il dato positivo riguarda invece l’occupazione femminile. Il tasso di occupazione delle donne a giugno è salito al 48,8% (+0,2 punti percentuali), toccando il livello più alto registrato dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 1977. Non solo: la crescita del numero di occupati interessa solo la componente femminile (+0,4%) mentre quella maschile cala dello 0,1%. Il tasso di occupazione scende al 66,8% tra gli uomini (-0,1 punti percentuali).
I dati Istat confermano quindi il trend occupazionale delle precedenti rilevazioni. Senza registrare, escluso il dato sull’occupazione femminile, alcun segnale positivo particolare.
Eppure nel Pd c’è aria di festa.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 27th, 2017 Riccardo Fucile
IL FALLIMENTO DEL JOBS ACT CHE PREVEDEVA ESPERTI CHE AIUTASSERO A TROVARE UN IMPIEGO E SUSSIDI CONDIZIONATI: UN PROGETTO MAI DECOLLATO
«Siamo spiacenti, il numero chiamato è inesistente». Questo si sente rispondere da un paio di
settimane chi prova a contattare il centro per l’impiego di Petilia Policastro, diecimila abitanti aggrappati ai monti della Sila, in Calabria. Ci sarebbe da ridere, se la situazione non fosse tragica.
Perchè questo vecchio edificio grigio e squadrato, che prima fu convento monacale e poi sede del municipio, è oggi il luogo che dovrebbe aiutare gli abitanti locali a trovare impiego nella provincia (Crotone) con il più alto tasso di disoccupazione d’Italia, dove un lavoro ce l’ha ufficialmente solo un cittadino su tre.
Missione impossibile da affrontare senza nemmeno un telefono. Non solo perchè qui le imprese principali sono una manciata di segherie. Il problema è che a Petilia Policastro il centro per l’impiego è allo sbando. E nel resto del Paese le cose non vanno tanto meglio.
È una mattinata torrida di metà luglio in questo angolo desolato della provincia italiana. Andrea Ruberto, responsabile della struttura, ci accoglie nell’ufficio mostrando i segni dell’incuria. Intonaci che si staccano. Macchie gialle di umidità . In alcuni angoli sta crescendo addirittura il muschio.
«Ora ci hanno tagliato il telefono e siamo costretti a usare i nostri cellulari», si sfoga, «ma la situazione è grave già da parecchio. Lo vede questo computer? Me lo sono dovuto portare da casa, perchè quello aziendale si è rotto e nessuno lo sostituisce. Per non parlare delle pulizie: le dobbiamo fare noi, la Provincia non ha più soldi per pagare un’impresa. Altro che politiche attive, qui siamo in totale emergenza».
1 MILIONE DI POSTI DISPONIBILI
Le politiche attive del lavoro per anni sono state la parte mancante del Jobs Act. Una serie di misure attraverso cui il disoccupato può migliorare il proprio curriculum, cercare offerte di impiego e, se tutto va bene, tornare sul mercato.
Se con la legge voluta dal governo Renzi perdere il posto è infatti diventato un po’ più facile rispetto al passato, lo Stato deve impegnarsi per aiutare chi resta a casa. Guardando i dati sull’occupazione verrebbe da dire che in teoria è tutto giusto, ma se poi il lavoro non c’è, le politiche attive servono a poco.
Il luogo comune si sgretola davanti ai risultati di una ricerca di Face4Job , portale che incrocia domande e offerte di impiego.
A fronte di circa 3 milioni di disoccupati ufficiali, al momento in Italia ci sono 1.007.835 di posti disponibili.
E non sono nemmeno tutti, perchè lo studio considera solo le proposte pubblicate sui siti aziendali, non per esempio quelle sponsorizzate dalle agenzie interinali.
Va detto che buona parte di queste occupazioni arriva dal Nord e dal Centro, mentre al Sud le opportunità scarseggiano.
La sostanza però non cambia: il lavoro in Italia ci sarebbe anche, magari non per tutti, ma per guadagnarselo bisogna avere le competenze richieste, oltre che la voglia.
Ecco allora l’utilità delle politiche attive, ufficialmente in vigore da ormai un anno e mezzo sulla falsariga di quanto avviato dodici anni fa in Germania dal governo socialdemocratico di Gerhard Schrà¶der, che per dare un taglio ai sussidi a pioggia decise di creare un patto tra lo Stato e il disoccupato.
Patto che suona più o meno così: se vuoi l’aiuto economico, caro cittadino, devi venire al centro per l’impiego, seguire i corsi che ti proponiamo, accettare le offerte in linea con le tue caratteristiche. Altrimenti l’assegno te lo puoi scordare. In gergo tecnico si chiama condizionalità .
MODELLO TEDESCO
Anne Jakob, 36 anni, assicura che «è anche grazie a questo se oggi la Germania ha un tasso di occupazione altissimo».
La incontriamo a Berlino, a pochi metri dal Checkpoint Charlie, simbolo della divisione della città ai tempi della Guerra Fredda.
Riccioli rossi e occhi azzurri, laureata in management dell’amministrazione pubblica, Frau Jakob è una orientatrice del centro per l’impiego di Friedrichshain-Kreuzberg, il distretto più popoloso della capitale tedesca.
È insomma una di quelle persone – in Germania sono 25mila, guadagnano tra i 1.700 e i 2.200 euro netti al mese e devono avere almeno una laurea triennale; in Italia non esistono dati ufficiali ma sono molti meno e lo stipendio va da 1.200 a 1.500 euro – che si dedica a rimettere in carreggiata i disoccupati.
«I nostri iscritti sono 38 mila: noi siamo 700 impiegati, tra cui 250 orientatori», spiega Jakob.
A Petilia Policastro, tanto per fare un esempio, gli utenti sono 25 mila. La differenza è che i dipendenti sono solo sei e fra questi non c’è nemmeno un orientatore.
Risultato? Il patto di servizio, quello che prevede la condizionalità , oggi lo firmano anche i disoccupati italiani. Il problema è che poi da noi quasi nessuno lo fa rispettare.
Per capire perchè bisogna scendere dalla Sila e puntare verso il Mar Tirreno.
Vibo Valentia è il capoluogo di un’altra provincia italiana con tassi di disoccupazione da record. Quando arriviamo al centro per l’impiego, la sala d’attesa è piena. Sono quasi tutti precari della scuola. Lavorano da settembre a giugno, poi campano con il sussidio fino all’inizio del nuovo anno.
DIPENDENTI SENZA STIPENDIO DA 4 MES
«Ieri ero qui, a un certo punto Internet si è bloccato e ci hanno chiesto di tornare oggi», dice con un sorriso desolato Giuseppe Fiumara, 40 anni, che da oltre un decennio fa il maestro d’italiano precario nelle elementari del Nord.
«Nelle private non voglio andare e altri lavori non mi interessano: io voglio insegnare nelle scuole pubbliche», scandisce, «e spero prima o poi di essere stabilizzato».
Non si capisce allora perchè Giuseppe – come le altre migliaia di precari della scuola o del turismo – debba passare intere giornate al centro dell’impiego per firmare il patto di servizio. Perchè con questo documento l’utente promette di attivarsi per trovare un lavoro. Ma se tutti sanno già che tra qualche mese tornerà in cattedra, perchè intasare gli uffici per firmare accordi che nessuno farà rispettare?
Uno sforzo dannoso, oltrechè inutile. Tanto più in un luogo come Vibo, dove per mancanza di soldi la situazione è imbarazzante.
Linee telefoniche tagliate, collegamento internet a singhiozzo, computer antidiluviani. E dipendenti che non ricevono lo stipendio da quattro mesi. «Siamo qui ad aiutare i disoccupati e ci lasciano senza paga: è una vergogna, io ho tre figli e il mio è l’unico reddito della famiglia», sbotta Giovanna Marasco, addetta all’accoglienza utenti.
Quello di Vibo Valentia è un caso limite. Una situazione causata dallo stato di dissesto finanziario della Provincia, governata per anni dal centro sinistra. Il punto è però un altro, e coinvolge tutto il sistema delle politiche attive.
Chi le decide? Chi controlla il rispetto delle regole?
La riforma costituzionale voluta da Renzi prevedeva, oltre all’abolizione definitiva delle Province, l’esclusione delle Regioni da queste decisioni, con la conseguenza che la materia sarebbe diventata di competenza esclusiva dello Stato. Anche per questo è stata creata l’Anpal , l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro.
Visto che però la riforma è stata bocciata con il referendum, oggi le politiche attive sono in balia del caos. Le decisioni sono di competenza congiunta di Stato e Regioni, e i centri per l’impiego sono formalmente ancora sotto il controllo delle Province, di fatto però svuotate di competenze e quattrini.
«In pratica», riassume Romano Benini, direttore del Master universitario in politiche del lavoro alla Link University di Roma, «i dipendenti dei centri per l’impiego non sanno chi li comanda, ogni Regione fa come le pare e nessuna istituzione investe sugli orientatori, figure essenziali per lo sviluppo delle politiche attive».
Lo dimostra quanto sta succedendo a Roma. «Qui da noi», racconta sotto anonimato un orientatore della capitale, «la sproporzione fra dipendenti e utenti è talmente grande che non facciamo rispettare la legge. Tutti quelli che percepiscono una forma di sostegno al reddito dovrebbero essere contattati da noi per dei colloqui, oltre che per eventuali corsi formativi, e nel caso non si presentino dovremmo segnalarli all’Inps per fargli tagliare il sussidio. Ma questo non avviene quasi mai perchè siamo sommersi dal lavoro burocratico, e io sinceramente sto iniziando a guardarmi in giro per cambiare posto».
QUESTIONE DI SOLD
I numeri parlano ancora più chiaro. Germania e Italia investono più o meno le stesse cifre per pagare sussidi ai disoccupati (politiche passive) e incentivi per le nuove assunzioni (politiche attive). La differenza sta nella spesa per i cosiddetti “servizi per il lavoro”, cioè il denaro usato per pagare gli orientatori. Qui i tedeschi investono quasi quindici volte più degli italiani. E i risultati danno ragione a Berlino.
Per fortuna non tutta l’Italia è messa male. Alla periferia est di Milano, zona Giambellino, c’è la sede centrale di uno dei centri per l’impiego più virtuosi. Si chiama Afol Metropolitana e vanta numeri da record: il 23 per cento degli utenti riesce a trovare un nuovo impiego, mentre la media nazionale è ferma all’1,5 per cento. Al primo piano troviamo una decina di operatori impegnati a far firmare patti di servizio. Al secondo piano c’è l’incarnazione di ciò che dovrebbero essere le politiche attive
Pina e Ilir, entrambi classe ’54, stanno dialogando seduti a una scrivania. Lei è un’orientatrice, lui un ingegnere italo-albanese rimasto senza lavoro. Progettava macchine per l’imballaggio di prodotti alimentari. Due anni e mezzo fa la sua azienda ha chiuso e a lui non è rimasto che il sussidio. Grazie all’aiuto del centro per l’impiego milanese, però, Ilir non ha perso le speranze.
L’Afol gli ha offerto due corsi d’inglese e diversi colloqui individuali. Incontri in cui Ilir è stato aiutato a riscrivere il curriculum, a preparare una lettera motivazionale, a valorizzare le sue esperienze da progettista ma anche quelle da mediatore culturale. «Questo signore ha fatto per anni volontariato aiutando gli stranieri appena arrivati in Italia, e ha sviluppato così capacità che in questo momento sono richieste dal mercato. Ecco, io l’ho aiutato a capire meglio le sue potenzialità , gli ho dato qualche consiglio pratico, poi il resto ovviamente spetterà a lui», dice la dipendente pubblica.
Se a Milano le cose funzionano meglio che in Calabria (e in tante altre zone d’Italia), il merito non è soltanto dei milanesi. Giuseppe Zingale, calabrese trasferitosi al Nord e diventato direttore generale di Afol Metropolitana, spiega che la particolarità di questo centro è la sua natura ibrida: «Pur essendo una struttura pubblica, ci collochiamo in un regime concorrenziale con gli operatori privati, e la partecipazione ai bandi regionali, nazionali ed europei ci consente di reperire risorse utili ad ampliare l’offerta di servizi per i cittadini in difficoltà occupazionale».
Conseguenze: a Milano ci sono più orientatori rispetto al resto d’Italia e la condizionalità si applica davvero.
Se quella di Zingale e colleghi punta a diventare la normalità , qualcuno dovrà intervenire al più presto. Il fallimento della riforma costituzionale ha però mantenuto invariato il potere degli enti locali, evitando la creazione di un’unica regia sulle politiche del lavoro.
Giuliano Poletti, ministro competente in materia, finora non è riuscito a mettersi d’accordo con le Regioni, che combattono contro il governo centrale per gestire autonomamente i soldi destinati alle politiche attive.
Un contrasto che finora ha impedito l’assunzione di 1.000 nuovi dipendenti dei centri per l’impiego, decisione annunciata per la prima volta quasi cinque mesi fa e non ancora realizzata.
GENTILONI PRONTO AL COLPO DI MAN
Secondo una fonte che sta seguendo da vicino la vicenda, il premier Paolo Gentiloni potrebbe decidere di farsi carico direttamente del problema, proponendo alle Regioni un compromesso del genere: a voi la gestione finanziaria, a noi quella sulle politiche attive. Uno scambio finalizzato a sbloccare la paralisi, ma che potrebbe portare qualche governatore a impugnare la decisione davanti alla Corte Costituzionale.
Di certo per tradurre in pratica una riforma che finora è rimasta solo sulla carta serve soprattutto una cosa: i soldi. Quelli necessari per assumere orientatori, a partire dai 2.500 precari che si trovano in una situazione paradossale. «Dobbiamo aiutare le persone a trovare un lavoro, ma abbiamo paura che l’anno prossimo il lavoro non ce l’avremo nemmeno noi», spiega Alessandra Neri, precaria del centro per l’impiego di Reggio Calabria.
È però solo grazie a queste persone, e all’applicazione della condizionalità , che le politiche attive possono trasformarsi in qualcosa di utile per ridurre il problema della disoccupazione. Lo dimostra il caso della Germania. Un successo che nasconde una trappola politica. Da quando hanno varato le riforme, i socialdemocratici tedeschi non hanno più governato.
Che sia questo il vero freno a una svolta sulle politiche del lavoro in Italia?
(da “L’Espresso”)
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Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile
I DATI PARLANO CHIARO: “OGNI ANNO CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO DEGLI IMMIGRATI GARANTISCONO 300 MILIONI DI ENTRATE AGGIUNTIVE”
“Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi contributi sociali e ne ricevono 3 in termini
di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps”.
Così il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in audizione in commissione d’inchiesta sui migranti alla Camera è tornato su un tema a lui caro, che era stato anche al centro della presentazione del rapporto annuale Inps.
Solo pochi giorni fa, infatti, Boeri aveva rimarcato che enza i lavoratori dall’estero in 22 anni si avrebbero 35 miliardi in meno di uscite, ma anche 73 in meno di entrate. Insomma, il saldo sarebbe di dover sopportare un costo di 38 miliardi.
Oggi Boeri, da funzionario che ha come prima missione garantire le pensioni che l’Inps deve erogare, ha approfondito il concetto. Ha riconosciuto che i contributori netti di oggi, un domani dovranno riscuotere le loro prestazioni e faranno parte della platea dei pensionati.
Ma ha poi specificato che “in molti casi i contributi degli immigrati non si traducono in pensioni”, ricostruendo che “sin qui gli immigrati ci hanno ‘regalato’ circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state erogate delle pensioni.
E ogni anno questi contributi a fondo perduto (ovvero versati negli anni ma mai ritirati in forma di pensioni, ndr) degli immigrati valgono circa 300 milioni di entrate aggiuntive per le casse dell’Inps”.
E ha poi spiegato che in base alle ispezioni, “uno su tre risultava clandestino nel periodo 2013 – 2015. La regolarizzazione dei lavoratori immigrati ha portato in passato ad una emersione permanente nel tempo di lavoro altrimenti svolto in nero. Le nostre analisi sulle sanatorie del 2002 e del 2012 documentano che l’80% degli immigrati era un contribuente alle casse dell’Inps anche nei cinque anni dopo la regolarizzazione”.
Da Boeri è arrivata una risposta implicita anche a coloro che – con variegate sfumature – sostengono il concetto che gli stranieri “rubano” il lavoro agli italiani.
“I lavoratori che sono stati regolarizzati con le sanatorie non hanno sottratto opportunità ai loro colleghi”, ha rimarcato il presidente dell’Inps sottolineando che il cosiddetto effetto di “spiazzamento” (ovvero il mettere fuori mercato degli uni rispetto agli altri) “è molto piccolo e riguarda unicamente i lavoratori con qualifiche basse. Non ci sono invece effetti per i lavoratori più qualificati, nè in termini di opportunità di impiego nè di salario”.
Anzi, ha poi argomentato, “esiste un gap salariale tra migranti e nativi di circa il 15 per cento a sfavore dei migranti” e ancora: “Proprio mentre aumenta tra la popolazione autoctona la percezione di un numero eccessivo di immigrati, abbiamo sempre più bisogno di migranti che contribuiscano al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale”.
Anche di natalità si è parlato alla Commissione, e anche in questo caso l’analisi di Boeri è stata secca: “Non sono i bonus temporanei a cambiare la propensione degli italiani a riprodursi”, ha detto affermando che “il contributo degli immigrati regolari al sistema previdenziale italiano rimarrebbe fondamentale anche nel caso in cui venissero introdotte delle politiche efficace per l’aumento del tasso di fecondità delle donne italiane”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 19th, 2017 Riccardo Fucile
UN GIORNO CON UN NET: “A 21 ANNI HO SMESSO DI GUARDARE AL FUTURO, E’ ABBASTANZA STRAZIANTE VEDERE GLI ALTRI CHE SI DIVERTONO”
Lavori? «Mi piacerebbe». Studi? «Ho preso il diploma tre anni fa». Hai qualche piano per il futuro? «Cosa?». Allora sei un Neet. «Sì», dice Ernesto Grasso, 21 anni, stirandosi giù la maglietta per timidezza.
«Ho sentito i servizi su questa cosa. Fanno un po’ arrabbiare, come quando in televisione hanno detto che la crisi è finita».
«Ma le statistiche – aggiunge – non sanno niente di me e di mio padre, della nostra famiglia».
Le panchine di cemento del quartiere dormitorio delle Vallette, a Torino, sono piene di scritte nere. I giardini hanno vista sul carcere. Tutte le strade portano nomi gentili. Ma, come già scrivevano Fruttero & Lucentini in «A che punto è la notte», «in via dei Rododendri non c’è nessun Rododendro». Così come in via delle Primule e in via dei Mughetti, dove ci incontriamo.
L’ultima indagine pubblicata dalla Commissione europea assegna all’Italia il record di Neet: Not in employement, education or training.
Giovani fra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e non stanno facendo percorsi di formazione: il 19%.
Ragazzi impantanati, insomma. Come Ernesto Grasso: «Mio padre è un operaio della Fiat, mia madre fa le pulizie quando trova un po’ di ore. Divido la stanza con mio fratello Michele, che ha 39 anni. Ho un altro fratello disoccupato. Viviamo in cinque con due stipendi. Io cerco di aiutare: butto l’immondizia, cucino, vado a fare la spesa. Compriamo il pane tre volte a settimana».
Ultimamente alle Vallette vanno di moda i cani molossoidi, meglio se in coppia: «Sono dei simboli», dice il Neet Ernesto. «Devi averli. Come certe scarpe e l’iPhone a rate. Io non ho niente di tutto questo. E ho sempre preferito i gatti. Come Giampi. È il mio migliore amico, soprattutto di pomeriggio. I pomeriggi sono la cosa più difficile. Gioco alla PlayStation. Vado a camminare. Ma non passano mai».
Troppo azzurri e lunghi soprattutto qui, alla periferia di Torino.
Andrai in vacanza? «Non ho mai fatto vacanze al mare o in montagna. Ho preso l’aereo due volte. La prima per accompagnare mia madre in Sicilia dai parenti. L’altra, con la scuola, in quarta, per andare in gita a Praga».
Racconta della tua vita scolastica, allora, se ti va. «Ho frequentato il Liceo Artistico Aldo Passoni di Torino, indirizzo Design Industriale. Mi sembrava il più sicuro in una città come questa. Ho faticato un po’, ma poi ho preso il diploma con 68 centesimi. Pensavo di trovare lavoro, ma mi sono reso conto che ci vuole molto di più. All’inizio, ho mandato il mio curriculum ovunque. Nessuno mi ha risposto. Sono andato all’Open day dello Ied, l’Istituto europeo del design, una scuola bellissima. Ma il costo è notevole. La retta sarebbe quasi 10 mila euro, come comprare una Punto nuova ogni anno. Ne ho parlato con i miei, ma anche volendo non si può».
Potresti cercare di vincere una borsa di studio, dice la vocina della ragionevolezza. «Mi mancano le basi, sono sincero», dice Ernesto Grasso. «Ho molta fantasia. Ma mi manca la tecnica per fare un ottimo schizzo. Ho guardato i lavori di quelli che hanno vinto le borse, sono a un livello nettamente superiore al mio».
Ha ragione Ernesto Grasso quando dice che le statistiche non conoscono le vite delle persone.
«Mi alzo alle 8. Riordino la cucina. Aiuto mia madre. Vado al supermercato una volta alla settimana con la lista precisa. Oggi abbiamo mangiato pennette con le zucchine, siamo tutti a dieta. Abbiamo comprato la cyclette per mio padre, perchè ha l’osteoporosi. Allora la uso anche io».
Tentativi di lavorare? «Mi sono iscritto a sette centri per l’impiego. Fino a qualche mese fa, ogni giorno andavo al centro commerciale a vedere se mettevano degli annunci. Ho provato all’Ikea, a Leroy Merlin. L’ultimo tentativo è stato per un posto da commesso in un negozio di videogiochi. Non servo. Mi scartano sempre. Dopo un po’, ti chiudi. Ci rinunci. Vivi dentro la tua stanza, aspetti che passi il pomeriggio». Ma hai mai fatto un lavoro vero?
«Due volte. Guardiano a una sagra patronale, dove mi hanno dato 20 euro in nero. E poi, per una cooperativa che si occupa di montare palchi. Dopo sei turni, ho preso 290 euro».
Ed ecco la vita sociale del Neet Ernesto: «Se devo invitare, porto dei panini da casa e propongo un picnic. Ho avuto solo una ragazza che non ha dato peso alla cosa, diciamo così. Non vado a ballare. Ma raggiungo gli amici quando escono dalla discoteca e stiamo ancora un po’ fuori insieme, prima di tornare. Io penso di avere metà delle colpe per questa situazione, ma non tutte».
Cosa dice tuo padre? «Di provarci sempre, fino alla fine, in modo da non avere rimpianti». E tua madre? «Mia madre mi sembra stanca. Credo che vorrebbe poter stare a casa tranquilla, senza più andare a fare le pulizie».
Il sole tramonta sul quartiere delle Vallette. Sono giornate straordinariamente limpide. C’è quel silenzio che si può ascoltare solo d’estate. «Andrei domani a fare l’operaio al posto di mio padre», dice Ernesto Grasso.
«È abbastanza straziante vedere gli altri che si divertono». E poi, se avessi un lavoro vero, quale sarebbe il tuo grande sogno? «Prendere la patente».
(da “La Stampa”)
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Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile
DA NOI SONO IL 19,9% CONTRO UNA MEDIA EUROPEA DELL’11,5%
Un Paese dove il numero di lavoratori autonomi è fra i più alti d’Europa (più del 22,6%), i
giovani fra 15 e 24 anni che non hanno e non cercano lavoro (i cosiddetti Neet) toccano il record Ue del 19,9% (la media europea è 11,5%), la differenza fra uomini e donne che lavorano è al 20,1%, e il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (11,9%) è aumentato fra 2015 e 2016, unico caso in Ue con Estonia e Romania.
È la fotografia dell’Italia offerta dall’indagine 2017 sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde) pubblicata dalla Commissione.
Il report evidenzia non solo le difficoltà che i giovani incontrano nell’affacciarsi al mondo del lavoro, ma anche tutte le conseguenze che questo comporta.
Nel 2016, la disoccupazione fra i 15 e i 24 anni è stata al 37,8%, in calo rispetto al 40,3% del 2015, ma comunque la terza in Europa dopo Grecia (47,3%) e Spagna (44,4%).
Chi riesce a trovare un lavoro, invece, in più del 15% dei casi ha contratti atipici (fra i 25 e i 39 anni, nel Regno Unito è meno del 5%, dati 2014), è “considerevolmente più a rischio precarietà “, e se ha meno di 30 anni guadagna in media meno del 60% di un lavoratore ultrasessantenne.
Ne consegue che i giovani italiani escono dal nido familiare e fanno figli fra i 31 e i 32 anni, più tardi rispetto a una decina di anni fa e molto dopo la media Ue, che si arresta intorno ai 26 anni.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
PIU’ DEGLI STRANIERI SBARCATI NELLA PENISOLA.. SE NE SONO ANDATI DIPLOMATI E LAUREATI NEL CUI PERCORSO DI STUDI LO STATO AVEVA INVESTITO 9 MILIARDI, DUE SU TRE NON TORNANO
In Italia si emigra come negli anni del dopoguerra. 
Il Centro studi Idos stima che nel 2016 285mila italiani hanno lasciato il loro Paese di nascita. Nel dopoguerra erano 300mila.
Ad andarsene sono soprattutto laureati e dottorandi in cerca di migliori condizioni lavorative: i “migranti economici” dell’Italia.
Sono più degli stranieri che sbarcano sulle nostre coste: 181mila nel 2016, 200mila quelli attesi quest’anno.
Sono le anticipazioni del Dossier statistico sull’immigrazione 2017, che il centro studi cura insieme alla rivista Confronti.
Da cui si deriva anche che questa fuga di cervelli costa al Paese che non riesce a valorizzarli almeno 8,8 miliardi di euro: tanto lo Stato italiano ha speso per la loro formazione, prendendo la parte più bassa della forchetta.
Idos raggiunge la cifra di 285mila attraverso la comparazione di diverse fonti.
Il primo bacino da cui attinge il centro studi è quello Istat, che registra gli italiani non più residenti. Il dato per il 2016 è di 114mila. Non tutti gli italiani che si trasferiscono all’estero, però, cambiano residenza.
Anzi, nei due Paesi di maggiore emigrazione italiana — Germania e Gran Bretagna — gli uffici statistici registrano da tre anni un numero di nuovi residenti italiani di tre volte superiore rispetto ai dati Istat.
Per questo il dato di Istat è stato moltiplicato da Idos di 2,5 volte. Conferma che il numero di italiani che ha lasciato il proprio Paese è maggiore di quanto intercettato dall’Istat arriva dall’Aire, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. In questo caso il dato di nuovi iscritti nel 2016 è di 224mila, di cui il 55% per motivi di lavoro.
Quali sono le nuove Americhe degli italiani degli anni 2000?
Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; a seguire l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera.
E l’Europa è destinazione per tre quarti dei migranti italiani.
Oltreoceano gli italiani scelgono l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela. Secondo l’Ocse, l’Italia è ottava nel mondo nella classifica dei Paesi di nuova emigrazione. Partiva da una media di 87mila nel decennio 2005-2014, il numero negli ultimi due anni si è più che raddoppiato.
“Gli studi dell’Ocse dicono che due terzi degli italiani che sono andati a lavorare all’estero poi non ritornano”, spiega Franco Pittau, presidente del Centro studi e ricerche Idos.
Il motivo è che all’estero trovano occupazioni più adatte al titolo di studio e al percorso formativo.
A differenza di quanto succede in Italia: sempre i dati Idos mostrano che due italiani su dieci hanno in Italia un impiego di livello inferiore rispetto a quanto il loro titolo di studio farebbe sperare.
Per gli immigrati in Italia la percentuale è del 40%. Partire, però, è sempre una fonte di nuove opportunità .
Per qualcuno — i 175mila richiedenti asilo e rifugiati accolti nelle strutture italiane — la partenza è motivata da guerre e persecuzioni, dice Pittau.
Negli anni è cresciuta esponenzialmente la percentuale di italiani in partenza con una formazione di alto livello. Se nel 2002 il 51% di chi andava all’estero aveva la licenza media, oggi la percentuale è scesa al 30%, mentre sono aumentati i diplomati (34,8%) e i laureati (30%). E in Italia è il 28% dei giovani ad avere una laurea triennale, mentre la media Ocse è del 36% (meglio con la magistrale: in Italia sono il 20%, in Europa la media è 17%).
Idos stima che in Italia il “costo” sostenuto dallo Stato per il percorso di studi di un proprio cittadino sia di 90mila dollari per un diplomato, da 158mila a 170mila per un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228mila per un dottore di ricerca.
Significa che l’Italia solo in laureati andati oltreconfine ha “bruciato” 5,3 miliardi di dollari e in diplomati almeno 3,5 miliardi.
Un danno, spiega Idos, che grazie ai flussi d’ingresso degli immigrati si riduce visto che contribuiscono a oltre 8 punti percentuali di pil e che sta crescendo il numero degli immigrati laureati che si spostano in Italia, soprattutto dall’Est Europa.
Dal 2001 al 2011 sono aumentati di oltre 244mila, i diplomati di oltre 800mila. Con l’andare degli anni, il fenomeno si è ulteriormente accentuato.
Tra il 2012 e il 2014, si legge nel rapporto, “a fronte di circa 60mila laureati italiani espatriati, vi sono circa 15mila laureati italiani rimpatriati e circa 35mila laureati in più tra i cittadini stranieri residente”. Il saldo, insomma, non è così negativo.
Anche sul piano demografico l’apporto degli immigrati è fondamentale. “All’Italia servono tra i 200 e i 270mila cittadini giovani in più per non invecchiare troppo”, commenta Pittau.
Le proiezioni di Idos dicono che nel 2065 “la popolazione residente straniera salirà da 4,6 milioni nel 2011 a 14,1 milioni nel 2065 (con una forbice compresa tra i 12,6 ed i 15,5 milioni)”.
Senza di loro, nessuno sarebbe in grado di gestire gli anziani: “L’indice di dipendenza degli anziani (cioè il rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione in età attiva 15-64 anni)” passerà “dal 30,9% al 59,4% “.
Il welfare del futuro, secondo gli scenari di Idos, passa necessariamente dagli stranieri.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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