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DIRITTI E SALARI, SIAMO TORNATI INDIETRO DI UN SECOLO

Dicembre 28th, 2015 Riccardo Fucile

PARLA LA SOCIOLOGA AMERICANA RUTH MILKMAN: COLPA DELLE TRE D, DEREGULATION, DEINDUSTRIALIZATION, DEUNIONIZATION

Il lavoro che non c’è. E quando lo trovi non ti senti al sicuro lo stesso.
Il futuro dell’occupazione visto dall’altra parte dell’Atlantico con la sociologa Ruth Milkman, protagonista nei giorni scorsi all’Università  Bicocca di Milano di un convegno sul precariato che per qualcuno è, spesso, sinonimo di flessibilità .
Ma è proprio così?
«La flessibilità  è un termine ampiamente utilizzato negli Stati Uniti; ma il problema è: flessibilità  per chi? Il più delle volte è una flessibilità  a vantaggio solo di una parte: i datori di lavoro che decidono le regole. Mentre i lavoratori devono adattare la propria vita a soddisfare queste nuove esigenze. Diventare disponibili a offrire la loro prestazione ogni volta che il datore di lavoro lo richiede. Tutto ciò ha incrementato l’insicurezza per il posto. Un numero elevato di lavoratori statunitensi possono essere licenziati in qualsiasi momento e senza giusta causa. È illegale solo licenziare le persone sulla base di sesso, razza, e per alcune altre categorie protette, ma per il resto, se il datore di lavoro decide di licenziare, il dipendente non ha nemmeno la possibilità  di fare ricorso. Questa non è una situazione nuova, ma negli ultimi anni, anche prima della crisi economica, è in crescita. Penalizzati soprattutto i lavoratori più anziani che vengono licenziati più facilmente per abbattere i costi».
È finita l’era del welfare?
«Negli Stati Uniti non l’abbiamo mai conosciuto, almeno non nell’accezione europea. Ci ha provato l’amministrazione Clinton, nel ’96, a riconoscere alcuni diritti alle fasce deboli. Ci ha riprovato l’attuale presidente con la riforma sanitaria, Obamacare. Negli Usa si pensa sempre che sia il libero mercato a determinare il destino degli individui, e in questa prospettiva i “diritti garantiti” sono problematici».
I sindacati hanno un futuro? O, forse, non hanno più neanche un presente?
«Negli Usa i sindacati sono sotto attacco da decenni. Nel privato gli iscritti sono scesi dal 35 per cento della metà  degli anni Cinquanta al 6,6 per cento nel 2014. Hanno una maggiore presenza nel settore pubblico con il 35,7. Ciò ha avuto conseguenze enormi, ed è una delle cause della massiccia crescita della disuguaglianza del reddito a partire dal 1970».
Karl Marx ha perso. Ma siamo sicuri che Adam Smith stia vincendo?
«Negli Stati Uniti vige quello si chiama fondamentalismo del mercato, quasi un’ideologia che si è acuita dagli anni Settanta in poi: la certezza che il libero mercato è la risposta a tutti i problemi. Questa idea è stata utilizzata, e anche strumentalizzata, allo stesso modo dalle amministrazioni repubblicane e democratiche per giustificare la deregulation , i tagli al welfare e una flessibilità  sempre più larga. In questa prospettiva Adam Smith ha vinto. Ma dopo la crisi del 2008 le cose sono cambiate. Grazie anche al movimento Occupy Wall Street , la preoccupazione per la crescente disuguaglianza economico-sociale è aumentata notevolmente. E per la stessa ragione c’è molto più scetticismo riguardo alle acrobazie finanziarie di Wall Street e all’aumento della forbice nei redditi: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. I giovani sono stati colpiti più duramente dai cambiamenti del mercato del lavoro, anche se non ai livelli elevati e preoccupanti dell’Europa, e hanno accumulato debiti senza precedenti per potersi permettere gli studi universitari. Sono loro i più critici verso il sistema e in prima linea nella creazione di movimenti di protesta».
La linea che divide il precariato dal lavoro nero o non riconosciuto, spesso, è molto labile.
«C’è un numero crescente di posti di lavoro irregolari (per esempio, i conducenti Uber), ma fino ad ora le cifre sono modeste, meno dell’1 per cento del totale. In più ci sono molti liberi professionisti e imprenditori indipendenti che, però, lavorano in settori a basso salario. Infine ci sono i lavoratori che sono pagati a giornata e, spesso, che non sono contemplati dalle statistiche dell’economia ufficiale. E non abbiamo stime affidabili su quanti lavoratori ci siano in queste categorie, anche se i dati sulla loro crescita sembrano essere sovrastimati».
Il boom del precariato è una conseguenza della crisi economica del 2008?
«Tutto questo è cominciato ben prima della crisi, ma la recessione ha portato a un modo diverso di porsi davanti al mondo del lavoro. Quindi il problema non è direttamente legato alla crisi ma è di portata molto più grande. Un’altra osservazione: ci sono alcuni lavoratori, specialmente tra i giovani, che preferiscono un lavoro di tipo non subordinato, a loro piace l’idea di essere il capo di loro stessi, e non sembrano troppo preoccupati di avere la garanzia di un posto sicuro. Pensano che la sicurezza del posto è spesso illusoria e così scelgono il lavoro autonomo o di diventare freelance».
Però, per altri versi, sembra si stia tornando indietro a un modello antico di capitalismo.
«Sappiamo che il periodo d’oro per il lavoro negli Usa coincide con gli anni Trenta: il New Deal che tirò fuori il Paese dal fango della Grande Depressione. Le riforme sulla sicurezza sociale (1935), i salari minimi e il pagamento degli straordinari (1938), così come i diritti dei sindacati (1935). Uniche escluse le donne, che continuavano a non godere delle conquiste ottenute dagli altri lavoratori. Ma a partire dagli anni Settanta abbiamo assistito a un’erosione di questi diritti con il crescere delle politiche neoliberiste. Con l’arrivo delle tre D: deregulation , deindustrialization , deunionization (indebolimento del sindacato) . Questo ha trasformato il mercato del lavoro. E se leggiamo la storia in quest’ottica, si può dire che la precarietà  assomiglia alla situazione di un secolo fa».
Come si immagina il mondo del lavoro domani?
«Alcuni cambiamenti importanti si stanno già  verificando. E sono legati alla crescita dell’immigrazione. Stiamo parlando di tipologie molto varie di nuovi lavoratori. Dai tecnici iper specializzati ricercati e dagli stipendi molto elevati ai lavoratori sottopagati, come ancora oggi le colf, ai dipendenti a giornata, che si arrabattano per sbarcare il lunario. Tutti hanno contribuito e stanno contribuendo alla vitalità  economica degli Stati Uniti. Eppure, per qualcuno, rappresentano la causa della crisi. E sono ritenuti i responsabili del calo dei salari. Gli immigrati, in particolare gli undici milioni privi di documenti, sono diventati un comodo capro espiatorio».

(da “il Corriere della Sera”)

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MAI COSI TANTI I LAVORATORI A TERMINE: A DISPETTO DELLA PATACCA JOBS ACT

Dicembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

SONO 2,5 MILIONI, IN CRESCITA ANCHE DOPO L’ENTRATA IN VIGORE DEL JOBS ACT

L’Italia non ha mai avuto così tanti lavoratori a tempo determinato.
Quelli con la data di scadenza, un anno se va bene, qualche volt un mese. A dispetto del Jobs Act, con il nuovo contratto a tutele crescenti.
E a dispetto della generosa decontribuzione attiva da gennaio che dovrebbe incentivare le imprese ad assumere in pianta stabile.
Perchè è vero, come rivendica il premier Matteo Renzi e conferma l’Inps, che le assunzioni a titolo definitivo dall’inizio del 2015 sono aumentate.
Ma allo stesso tempo si sono anche impennate le posizioni a termine: nel terzo trimestre dell’anno, certifica l’Istat, sono arrivate a 2 milioni e 560mila, massimo storico.
Esplose, ecco il paradosso, soprattutto dopo l’entrata in vigore della riforma del lavoro, come mostra una ricerca appena pubblicata da tre economisti italiani.
Tra gennaio e ottobre 2015, sul totale del lavoro dipendente in Italia, l’incidenza del tempo indeterminato è scesa dall’86,4 all’85,4%.
Mentre quella del determinato è aumentata dal 13,6 al 14,6%. Altro massimo storico.
La lieve ripresa dell’occupazione registrata finora, insomma, è fatta per la maggior parte di lavoro a tempo.
Sui contratti aggiuntivi firmati da inizio anno, i rapporti attivati meno quelli cessati, solo il 16% è stabile.
E le 906 mila assunzioni a tutele crescenti che secondo l’Inps hanno goduto degli incentivi voluti dal governo hanno fatto crescere il monte dei lavoratori a tempo indeterminato di appena 100mila unità : un contributo pubblico di 20mila euro per ogni posto fisso in più.
La ricerca, condotta nell’ambito del progetto europeo IsiGrowth, parla di esplicito “fallimento” del Jobs Act nel creare occupazione permanente.
«Da una parte c’è la congiuntura ancora incerta, che suggerisce alle aziende di non assumere in modo permanente», commenta Dario Guarascio, ricercatore in Economia alla Sant’Anna di Pisa, autore del paper insieme a Valeria Cirillo e Marta Fana. «Dall’altra c’è stato un messaggio contraddittorio del governo, che qualche mese prima della riforma del lavoro, con il decreto Poletti, ha liberalizzato i contratti a tempo determinato ».
Misura che ha aiutato le aziende ad assumere, trasfor-mando quel poco di ripresa in occupazione.
Senza contare che un contratto da dipendente, seppure a scadenza, è sempre meglio per diritti e tutele di uno dei tanti rapporti autonomi a progetto, spesso finti.
Almeno per ora però, nonostante il massiccio investimento di risorse sul contratto a tutele crescenti, la tendenza alla stabilizzazione dei contratti di lavoro si fatica a vedere nei numeri.
Di certo non c’è per i più giovani, gli under25, tra cui la quota del tempo determinato sfiora il 60% del totale.
E pure tra le persone assunte con il nuovo contratto a tutele crescenti, senza articolo 18, che ricevono in media una retribuzione dell’1,4% inferiore a quella degli assunti del 2014, e con un’incidenza dell’impiego part time, spesso involontario, molto superiore.
Dal prossimo anno poi gli sgravi sui contributi per le aziende che assumono a tempo indeterminato diventeranno assai meno generosi, scendendo dal 100 al 40%. Convincerle a allargare l’organico sarà  ancora più difficile.

Filippo Santelli
(da “La Repubblica”)

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SAECO, LA MESSA DI NATALE DAVANTI ALLA FABBRICA PER DIFENDERE IL LAVORO

Dicembre 25th, 2015 Riccardo Fucile

NELL’APPENNINO MODENESE CON I 243 DIPENDENTI CHE VEDONO IL PERICOLO IL POSTO DI LAVORO… LA PHILIPS VUOLE DELOCALIZZARE IN ROMANIA

Una messa di Natale sugli Appennini (anche) per difendere un marchio tra i più noti del made in Italy: Saeco, le macchine del caffè celeberrime nei bar.
Logo tutto rosso, impresso anche in certe storiche maglie di una squadra pluri-vincente nel ciclismo con Cipollini, Simoni, Cunego.
Nonostante i fasti passati, ora i dipendenti se la passano male: la proprietà , quella della multinazionale olandese Philips, a novembre ha annunciato il licenziamento di 243 operai sui 558 in pianta organica.
A casa uno su due per delocalizzare l’attività  in Romania.
Una falcidie pesantissima, anche perchè il personale è impiegato per intero in un solo impianto a Gaggio Montano, borgo di 5 mila anime sull’Appennino emiliano che molto si appoggia all’indotto della Saeco. Trasporti, rifornitori, tornitori di precisione.
Da queste parti la storia è passata pesantemente: il monastero di Camaldoli non è nemmeno troppo lontano. E poi i nomi di Ronchidoso, Silla e Molinaccio, frazioni di Gaggio dove, in tre distinti eccidi, i nazisti fecero fuori, tra il 24 settembre e il 2 ottobre 1944, un totale di 90 persone. Bimbi, adulti, anziani. Operai.
Tra i 243 esuberi c’è anche qualche lontano parente dei martiri. Fascicoli trovati negli archivi della vergogna e processi mai celebrati
Giovedì notte lavoratori che dovrebbero conservare il posto e quelli nella lista dei licenziati si sono ritrovati davanti al cancello d’ingresso della Saeco per la messa della Vigilia officiata dal parroco di Porretta Terme Lino Civerra ed alla quale hanno preso parte, in segno di solidarietà , molte persone che abitano sull’Appennino bolognese.
Nel giorno di Natale, i lavoratori che non hanno abbandonato il presidio, sono stati raggiunti dal sindaco di Bologna.
Due delle ultime iniziative prese scongiurare la delocalizzazione dell’impianto che azzererà  l’occupazione.
Il 23 c’erano state le t-shirt dei 243 operai sistemate in piazza Maggiore, a un tiro di schioppo dalla sede comunale del capoluogo emiliano. Su ogni maglietta stesa sul crescentone, un numero: da 1 a 243. Accanto alla fila l’immancabile caffè offerto ai passanti con una delle macchinette.
Senza contare la «maratona artistica» ancora in corso: cantanti, musicisti e poeti che si esibiscono un po’ ovunque, tra Appennino e Bassa, a favore della Saeco.
E poi anche quell’appello per «una legge contro le multinazionali che delocalizzano» lanciato dal palco della Leopolda davanti al premier Renzi che l’aveva invitata, da una dipendente del marchio, Cinzia Nanni, 26 anni nell’azienda.
Senza contare l’augurio esplicito agli operai dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi: «Buon lavoro e buona lotta».
Nel frattempo si muovono sindacati e governo per premere su Philips.
Mentre Fiom e Pd bolognese sono ai ferri corti – il sindacato non vuole che «gli esuberi diventino davvero esuberi» ed è propenso alla «linea dura», il partito ipotizza una specie di «exit strategy» per ricollocare gli esuberi -l’idea dell’esecutivo è di riportare la produzione delle macchine da caffè di alta gamma a Gaggio Montano e vincolarle con investimenti e tre anni ammortizzatori sociali, prevedendo esclusivamente uscite volontarie e incentivate.
Questa la proposta fatta dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guida alla multinazionale e illustrata a Fiom-Cgil e Fim-Cisl.
E Philips? Stando a quanto emerso in un incontro del 22 «l’azienda nel ribadire che non ha ritirato gli esuberi, ha dato timidi segnali di apertura e dice che si prende tempo per valutare le proposte del ministro», riferiscono i delegati di Saeco.
Se ne riparlerà  il 18 gennaio in un nuovo tavolo ministeriale.

Alessandro Fulloni
(da “il Fatto Quotidiano“)

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QUEI SILENZI SUL CAPORALATO

Dicembre 15th, 2015 Riccardo Fucile

TRE MESI FA NASCEVA IL “BOLLINO ETICO”, MA SOLO 207 AZIENDE LO HANNO OTTENUTO, UNA SU MILLE

Ricordate in estate, puntuale come il solleone, la tragedia dei morti nei campi e la polemica sul caporalato?
«Piaga sociale che deve essere eradicata definitivamente», ha ammonito il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Quest’anno poi, a fare più scalpore era stato il caso di Paola Clemente, la bracciante pugliese di 49 anni, morta mentre nelle campagne di Andria era impegnata nell’acinellatura dell’uva.
Lo sfruttamento della manodopera, che secondo le stime tocca 400 mila lavoratori e spesso è gestito dalla criminalità  organizzata, si estendeva dunque agli italiani.
Si mobilitarono tutti: sindacati, governo, associazioni imprenditoriali.
Venne così lanciata l’idea del bollino etico per le aziende, un sistema di certificazione che attestasse l’essere in regola con le leggi e i contratti di lavoro, dando attuazione a quanto previsto dal decreto legge competitività  del 2014.
Una garanzia insomma di trovarsi di fronte a un’impresa non sospettabile di utilizzare manodopera in nero o clandestina e tantomeno di ricorrere ai caporali che la forniscono. Un’azienda pulita.
Ma dopo tre mesi il risultato è deludente, almeno se commisurato alle attese e alla mobilitazione iniziale.
Al 3 dicembre, solo 669 aziende hanno chiesto la certificazione e appena 207 l’hanno ottenuta
«Per la prima volta in Italia – annunciava il 19 agosto il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina – si istituisce un sistema pubblico di certificazione etica del lavoro. Il certificato di qualità  attesterà  il percorso delle verifiche effettuate, individuando e valorizzando le aziende virtuose». Pochi giorni dopo l’Inps annunciava la nascita della «Rete del lavoro agricolo di qualità ».
Dal primo settembre, spiegava l’istituto di previdenza, «è possibile presentare le istanze di adesione alla Rete» accedendo al sito dello stesso Inps.
Nel modulo online bisogna dichiarare le generalità  del titolare dell’impresa e attestare di non aver riportato condanne penali in materia di lavoro, legislazione sociale e di imposte; di non aver subito sanzioni amministrative negli ultimi tre anni e di essere in regola con i contributi Inps e Inail.
Le domande «saranno esaminate» e «deliberate entro 30 giorni». Verificato il possesso dei requisiti, l’azienda entra nella Rete e «riceve il certificato che ne attesta la qualità ».
Che cosa è successo dal primo settembre al 3 dicembre?
Secondo i dati dello stesso Inps, sono state presentate 669 domande.
Quelle ammesse sono 207, 12 quelle respinte, 399 quelle «in attesa di documentazione» e 51 quelle sottoposte ad «ulteriore valutazione».
A settembre sono state presentate 230 domande, a ottobre 233 a novembre 192 e 14 nei primi tre giorni di dicembre. Non c’è stata quindi la corsa al bollino anticaporalato.
Le imprese agricole in Italia sono quasi un milione e mezzo. Ma tenendo conto che la stragrande maggioranza sono piccolissime e che l’iniziativa è rivolta in particolare alle aziende produttrici (cioè le prime della filiera, quelle dove si coltiva e raccoglie), l’Inps stima una platea potenziale di 200mila imprese interessate alla Rete.
Al momento, dunque, appena una su mille vi è entrata.
Uno dei primi imprenditori ad aderire alla Rete è stato Giorgio Mercuri, a capo di una cooperativa agricola nel foggiano che, spiega, fattura 10 milioni, vendendo il 40% del prodotto (ortofrutta) in Italia e il 60% all’estero, e impiega più di 200 lavoratori stagionali.
Mercuri è anche presidente di Fedagri-Confcooperative, associazione che rappresenta 3.300 cooperative, con circa 430.000 soci e un fatturato complessivo di 28 miliardi. «Per me – dice – è stato naturale aderire. Ho sempre fatto tutto in regola e questo bollino di qualità  mi è sembrato una grande idea».
Nessuna difficoltà  burocratica, racconta Mercuri: «La domanda si fa online e poi l’Inps controlla. Mi chiedo solo se poi questi controlli verranno fatti tutti gli anni o no».
Ma questo dubbio sembra secondario, se le adesioni alla Rete resteranno così basse. Secondo Mercuri, le spiegazioni sono molte: «Come sempre, passato il clamore della cronaca, la spinta si è allentata. Comunque, il motivo principale è che se non c’è una richiesta da parte della distribuzione non se ne esce».
In che senso? «Le faccio un esempio. Quando noi vendiamo a imprese del Nord Europa o della Svizzera, queste non ritirano il prodotto se non dimostriamo che lavoriamo in regola e sono disposte a pagarlo per questo un po’ di più. Per me, quindi, il bollino di qualità  è un biglietto da visita sull’estero. Da noi, invece, la grande distribuzione da una parte ha inviato una circolare ai fornitori invitandoli ad iscriversi alla Rete ma dall’altra continua ad acquistare il prodotto fresco a chi offre di meno. Insomma, se non c’è una domanda a monte, molti non hanno motivo di chiedere il bollino».
Basterebbe allora che dicessero ai fornitori «se non hai il bollino, non ritiro la tua merce»?.
«Certo, ma temo che perderebbero il 30% dei fornitori e dovrebbero pagare di più». Non resta che sperare nello schema di disegno di legge contro il caporalato approvato in Consiglio dei ministri il 13 novembre: 9 articoli che prevedono, tra l’altro, arresto in flagranza di reato, confisca dei beni e rafforzamento dei compiti di monitoraggio della Rete.
L’adesione alla stessa, però, precisa la relazione al ddl, resta «meramente facoltativa».

Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera”)

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IO ME LA CAVO

Dicembre 4th, 2015 Riccardo Fucile

LA FABBRICA CHIUDE, GLI OPERAI LA RIAPRONO: ALTRO CHE FATALISMO MERIDIONALE

C’era una volta, ed era appena due anni fa, una multinazionale portoghese che per le solite logiche finanziarie incomprensibili a noi umani chiuse il suo stabilimento napoletano di cavi d’acciaio, nonostante esportasse con profitto in tutto il mondo.
Gli operai e gli ingegneri non capirono, si arrampicarono sui tetti, presidiarono giorno e notte i preziosi macchinari.
Per un po’ si illusero che qualcuno venisse a salvarli. Poi compresero che ciascuno si salva da solo. Purchè non sia solo, e loro per fortuna erano tanti, uniti dallo stesso bisogno e dallo stesso sogno.
Così decisero di investire i proventi della liquidazione, venticinquemila euro a testa, nell’acquisto dell’azienda.
A dispetto dei luoghi comuni sul fatalismo meridionale, rinunciarono ai soldi con cui avrebbero potuto campare decorosamente almeno qualche mese per comprarsi la possibilità  di tornare a lavorare.
Lo stabilimento venne rimesso all’onore del mondo con l’aiuto di tutti: chi ridava il bianco, chi potava gli alberi, chi aggiustava i rubinetti dei bagni.
Anche gli antichi clienti si rifecero sotto, un po’ per tenerezza e molto per convenienza, perchè alla Wbo Italcables di Caivano sono davvero bravi.
E con l’approssimarsi del Natale, come in ogni favola che si rispetti, arrivò il lieto fine.
Ieri il primo carico di cavi d’acciaio diretto a Houston ha varcato i cancelli della fabbrica e negli occhi di quegli uomini rotti a tutte le intemperie è spuntata persino qualche lacrima.
Li accompagni l’eco dei nostri applausi. Certe favole sono contagiose.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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“CENTRI PER L’IMPIEGO INEFFICIENTI, AGENZIA PREVISTA DAL JOBS ACT MAI NATA”

Novembre 30th, 2015 Riccardo Fucile

CALANO I BENEFICIARI DELLE POLITICHE ATTIVE: 5,2% IN MENO

Nel 2014 sono calati i beneficiari delle politiche attive, quelle misure pubbliche che aiutano chi non ce l’ha a trovare un lavoro. A partire dai centri per l’impiego.
Lo riporta l’Inps, che spiega come l’anno scorso gli utenti di questi servizi siano stati 936.640: un calo del 5,2% rispetto al 2013 e addirittura del 21% rispetto al 2010.
Ma quindi, meno gente ai centri per l’impiego significa un aumento del lavoro? “No. Il fatto è che in Italia le politiche attive non funzionano, sono inefficienti“, spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia e statistica sociale all’Università  Cattolica di Milano, coordinatore dell’indagine Rapporto giovani. Il tutto mentre la riforma di questo settore, annunciata con il Jobs act, è rimasta sulla carta.
“L’asse portante delle politiche attive sono i servizi per l’impiego — prosegue il docente — Ma il problema è che in Italia sono caratterizzati da bassa copertura del territorio, bassa qualità  e scarsi investimenti”.
Per trovare una conferma a questa tesi, basta guardare il confronto con l’estero.
A dare un quadro della situazione ci ha pensato Giovanni Alleva, presidente Istat, in audizione al Senato: “Nel 2013, l’Italia ha speso lo 0,03% del Pil in servizi per il lavoro rispetto allo 0,36% della Germania, allo 0,25% della Francia (dato al 2012) e allo 0,08% della Spagna (dato al 2012). In termini di spesa per disoccupato e forze lavoro potenziali, si va dai circa 2.800 euro pro-capite spesi dalla Germania, ai 1.500 della Francia, ai 122 della Spagna e gli 84 dell’Italia (dati 2012)”.
La stessa Istat rileva come gli italiani preferiscano affidarsi ad altri canali, come le conoscenze personali, anzichè varcare la soglia dei centri per l’impiego.
La ricerca del lavoro, secondo l’istituto, è demandata soprattutto a vie informali: nel secondo trimestre del 2015, l’88,9% delle persone si è rivolta ad amici, parenti e conoscenti, una quota in aumento del 2,3% in un anno. In un passaggio del suo libro Neet. Giovani che non studiano e non lavorano, Rosina spiega che “la carenza di strumenti istituzionali adeguati consolida il ricorso ai canali informali come strumento principale nella ricerca di lavoro”.
A confermare il ragionamento del docente ci sono i numeri dei senza impiego: il calo dei beneficiari delle politiche attive non può essere legato a una flessione dei disoccupati. Semplicemente perchè il loro numero è stato in costante aumento, almeno fino al 2014. Secondo i dati Istat, a partire dal primo trimestre del 2011, quando il tasso di disoccupazione era al 7,9%, questo dato è sempre salito verso l’alto (con l’eccezione di un solo trimestre) fino al 12,8% dell’ultima fetta di 2014.
Per risolvere questa situazione, il Jobs act ha dedicato un intero decreto alla riforma dei servizi per l’impiego.
Peccato che, di fatto, non sia ancora stata attuata. La norma, entrata in vigore nel giugno 2015, prevede l’istituzione dell’Anpal, Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro.
Questo organismo deve riportare allo Stato le competenze sui centri per l’impiego che prima erano in capo alle Regioni.
E soprattutto deve dare il via a quel “patto di servizio personalizzato” che delinei il percorso del disoccupato nella riqualificazione e nella ricerca di una nuova occupazione.
Per gestire la nuova mole di dati, è prevista la creazione di un sistema informativo unico. Eppure, a cinque mesi dal varo del provvedimento, manca lo strumento telematico, mancano i patti di servizio e manca anche l’Anpal, in attesa di nuovi decreti attuativi.
“Le politiche attive non sono ancora state realizzate, per ora siamo fermi agli annunci — commenta il professor Rosina — Siamo pieni di leggi annunciate con contenuti anche giusti, ma che poi cadono al momento dell’implementazione pratica”.

Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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STIPENDI D’ITALIA, DIFFERENZE FINO AL 35%

Novembre 30th, 2015 Riccardo Fucile

MILANO DOMINA, SARDEGNA FANALINO DI CODA… SI VA DA UNA MEDIA DI 34.000 EURO A 22.000

Il cuore della Lombardia ha gli stipendi più alti della Penisola, quello della Sardegna i più poveri.
E’ la provincia di Milano, infatti, a garantire le retribuzioni annue lorde più pesanti, secondo la rilevazione dell’Osservatorio Jobpricing, con un livello che supera i 34.500 euro.
Nel medio-campidano, invece, si scende sotto la soglia di 22.500 euro, per una sforbiciata di oltre un terzo dell’assegno.
Nel mezzo, tutte le altre province, con una tendenza che non stupisce: vincono le regioni del Centro-Nord, le più attardate sono quelle del Mezzogiorno.
Se si raggruppano i risultati per regioni, infatti, la Lombardia si issa al primo posto con retribuzioni lorde medie di oltre 31mila euro, e sul podio si accompagna con Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna.
Quarto il Lazio, con poco meno di 30mila euro, anche se Roma è fuori dalla top ten delle province meglio retribuite con un risultato di 30.126 euro.
Si tratta di una rilevazione che – a differenza di quella svolta per esempio dall’Istat (che accorpa più redditi: da lavoro dipendente, da pensione, da attività  in proprio, da rendite, per poi suddividerli per i componenti della famiglia) – riguarda il dato puntuale relativo al lavoro dipendente, nel suo luogo di produzione (che può esser diverso dalla residenza), con l’esclusione di autonomi e Pa.

(da “La Repubblica”)

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PUBBLICO IMPIEGO IN PIAZZA: “CONTRATTO SUBITO”. E’ BLOCCATO DAI SEI ANNI

Novembre 28th, 2015 Riccardo Fucile

MANIFESTAZIONE A ROMA, NON ESCLUSO SCIOPERO GENERALE

«Contratto subito». Questo lo slogan dello striscione d’apertura del corteo partito da piazza della Repubblica a Roma, per la manifestazione nazionale promossa dai sindacati del pubblico impiego di Cgil, Cisl e Uil, da Confsal e Gilda.
Nel complesso hanno protestato le categorie di 600 diverse professioni, dai dipendenti dei ministeri e degli enti locali, al personale della scuola e della sanità .
«Siamo oltre 30 mila», dicono dal palco gli organizzatori.
Nel corteo riecheggiano le parole del ministro Poletti, secondo cui l’ora di lavoro è un parametro superato.
«L’idea» che emerge è quella di un «ministro che non conosce com’è fatto il lavoro», attacca Susanna Camusso e «vuole apparire come Ufo robot, per risolvere tutti i problemi. Ma le condizioni non vanno che peggiorando».
La leader Cgil accusa il governo di non volere il rinnovo dei contratti e non esclude lo sciopero generale: «Decideremo come proseguire la mobilitazione sulla base delle risposte che riceveremo». La conferma arriva dal segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo: «Se non si fa il contratto subito, entro l’anno, la prossima manifestazione non sarà  nè di sabato, nè di domenica».
A fianco dei lavoratori ci sono anche i metalmeccanici della Cgil: «Il contratto è un diritto di tutti», afferma il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, che ieri aveva detto di non utilizzare solo l’ora-lavoro come riferimento per i contratti.
«Rivendichiamo il diritto al rinnovo del contratto bloccato da sei anni – afferma il segretario della Fp-Cgil, Rossana Dettori – un blocco ritenuto illegittimo dalla Corte Costituzionale. Vogliamo un contratto sia per la parte normativa sia per la parte salariale: chiediamo un aumento di 150 euro per restituire almeno in parte i soldi persi in sei anni dai lavoratori, in media 4.800 euro. Il governo invece ha stanziato solo 300 milioni, pari a 5 euro al mese: solo una mancia».
Le parole di Poletti, peraltro ribadite in mattinata intervenendo ad un convegno in provincia di Udine («l’ora-lavoro non può essere l’unico parametro» per misurare il rapporto tra lavoratore e opera realizzata «viste le novità  che avanzano nel mondo»), non vanno giù nemmeno alla leader della Cisl Anna Maria Furlan: «Il ministro non ha espresso opinioni condivisibili. Che significato hanno le battute? È un tema troppo serio» quello dei contratti, la sua «uscita è stata estemporanea».
Quindi, se il Governo vuole dimostrare attenzione alla contrattazione, «ha qui una bella cartina di tornasole – afferma Furlan -: rinnovi subito i contratti».
Sul piede di guerra anche il numero uno della Uil, Carmelo Barbagallo. «Poletti è entrato a gamba tesa sul rinnovo dei contratti e questo non va bene», sostiene, e avverte: «Se vogliamo discutere seriamente, siamo pronti» ma se «si pensa con slogan giornalistici di attaccare la contrattazione, secondo un neoliberismo selvaggio, allora hanno sbagliato tempo e modo». Critico anche il capo delle tute blu della Cgil Maurizio Landini, che parla di offesa ai lavoratori. Ma c’è anche chi difende le parole del ministro.
Per l’industriale Alberto Bombassei Poletti «l’ha detta male ma dietro una provocazione c’è anche tanta verità , il sistema lavoro andrebbe un po’ rivisto».
«La valutazione oraria c’è e io ho solo detto non consideriamo questa l’unico metro attraverso il quale si può misurare la relazione tra una persona e l’opera. Del resto – ha precisato Poletti nel suo intervento in mattinata – ho parlato a una università , a dei ricercatori. E questo non è un attentato ai diritti, figuriamoci. Salvaguardare le tutele storiche va bene ed è del tutto legittimo – ha detto ancora – ma non può diventare la ragione per la quale non vediamo ciò che cambia».

(da “La Stampa”)

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INTERVISTA A BERTINOTTI: “POLETTI AVVELENA I POZZI PUNTANDO ALLA FINE DELL’UGUAGLIANZA TRA LAVORATORI”

Novembre 28th, 2015 Riccardo Fucile

“IL GOVERNO DEL COTTIMO: E’ LA FINE DEL PRINCIPIO DELL’UGUAGLIANZA NEL LAVORO”

“Quella del ministro Poletti è una provocazione, anche rozza, certo. Uno potrebbe fare spallucce e passare avanti. E invece va presa sul serio perchè è la manifestazione pubblica di un veleno che il corpo del sistema economico mette in circolo. L’obiettivo del veleno è semplice: la fine del principio di uguaglianza nel lavoro. Quello secondo cui a parità  di lavoro, c’è parità  di salario: è questo che viene aggredito nelle fondamenta. E diventa tutto discrezionale. L’opera chi la quantifica? Chi decide? L’ impresa e il mercato. Non il lavoratore, non più”.
Fausto Bertinotti è anche divertito dall’ultima del ministro Giuliano Poletti. Vale a dire di abolire l’ora come unità  di misura della produzione a favore invece dell’opera prodotta dal lavoro, cioè della produzione e della sua qualità .
Ma il gusto della provocazione si smorza subito lasciando il posto ad un’amarissima riflessione da parte dell’ex presidente della Camera, ex segretario di Rifondazione Comunista, nonchè massimo esperto di diritti e lotte per i diritti.
Con le ultime dichiarazioni di Poletti, si può definitamene archiviare Marx e la sua teoria su Valore e Tempo?
Primo: Marx andrebbe lasciato stare. E’ un pensatore critico da maneggiare con cura. Sulla teoria del valore, la teoria economica si è impegnata per oltre 50 anni, da Keynes fino a pensatori italiani come Claudio Napoleoni. Marx è un terreno scottante. Vanno evitati dilettantismi e grossolanità . Quando parla del valore, Marx parla del lavoro astratto che non è astratto in quanto non esistente ma in quanto trasformato e messo al lavoro dall’accumulazione capitalistica. Per qualche nozione il ministro del lavoro farebbe bene a leggere Lucio Colletti. Bisogna distinguere tra le categorie di lavoro astratto e lavoro concreto: solo la prima ha a che fare con la teoria del valore.
Lasciamo stare Marx. Il ministro ha reso queste dichiarazioni, che stanno scatenando le proteste della Cgil e della Uil, ad un convegno alla Luiss dal titolo ‘Dalla scala mobile al jobs act’. E’ il compimento di un ciclo.
Vivo Gallino, potrebbe essere definito ‘Cronache di un rovesciamento del conflitto di classe’. Cioè del fatto che dopo gli anni ’80, dalla scala mobile al jobs act, si è prodotta la grande controriforma del lavoro con l’avvento di un nuovo capitalismo, una crisi della civiltà  del lavoro, il progressivo annullamento dell’autonomia e della soggettività  del lavoro salariato, da intendersi nelle diverse specie, dall’economia cognitiva fino alle forme di schiavismo imperante in un ventaglio enormemente diversificato. Il tratto comune è la perdita progressiva di potere contrattuale del lavoratore nei confronti dell’impresa e del mercato: c’è stato un grande cammino all’indietro fino a perdere quello che era stato conquistato. E in questo rovesciamento c’è stato il rovesciamento delle parole.
Cioè?
Poletti usa il termine libertà . Dice: saremo più liberi. Lo inviterei alla cautela. Anche perchè qualche riferimento storico fa pensare ad un accostamento tra lavoro e libertà  non proprio esaltante…
Addirittura Auschwitz?
Solo un riferimento storico. Ma andiamo avanti. Vorrei ricordare che si è finiti nella precarizzazione del lavoro dicendo che si voleva invece aprire un capitolo in cui, grazie a nuove tecnologie e a un lavoro più fluido, i lavoratori avrebbero potuto trovare le risposte alle proprie esigenze e avere possibilità  di scelta. E’ finita in precarietà  e i lavoratori sono stati azzerati nel soddisfacimento dei loro bisogni, sono diventati pezzi di ingranaggio. Persino la nuovissima frontiera della libertà  che ci arriva dagli Usa, quella di scegliere quando e quante ferie fare, magari alla fine di un programma di lavoro, porta gli studiosi a mettersi le mani nei capelli: si è di fronte ad un accrescimento dello stress da prestazione… I termini di libertà  e flessibilità  mettono paura nelle mani di chi li usa così, non dico Poletti ma parlo del meccanismo complessivo.
Però qui parliamo di Poletti, ministro del governo Renzi, ex presidente della Lega delle Cooperative.
Il ministro del Lavoro dovrebbe sapere che c’è stato un tempo in cui invece dell’ora, era l’opera a misurare la prestazione. Si chiama ‘cottimo a botta’, cioè tanti pezzi fai, tanto sei pagato. Questa grande scoperta è di fine ‘800, inizi del ‘900, cioè la nascita dell’industria. Io non so davvero che luoghi abbia frequentato il ministro del Lavoro nei decenni dell’ascesa del conflitto operaio e del sindacato negli anni ’70. In tutto quel lungo periodo, la retribuzione oraria non è mai stata legata alle ore di lavoro ma alle caratteristiche delle prestazioni lavorative. E poi esiste la qualifica o la mansione: sei retribuito in rapporto alla qualità  della prestazione prevista e anche della quantità . Si chiama produttività  o meglio: premio di produttività .
Dunque a cosa puntano le parole di Poletti ?
Con la desertificazione dell’orario si ha una perdita di controllo totale del lavoratore sul proprio lavoro. Il movimento operario, in tutta la sua fase di conquiste rispetto al tempo, ha sempre cercato di sottrarre alla pervasività  del tempo di lavoro per restituire al tempo di vita, onorando il sacro, domenica e festivi. Quando questo argine viene demolito non è che sei tu sei libero ma tu invece diventi totalmente dipendente dalle richieste dell’impresa e del mercato: sei immerso nel lavoro quando vogliono loro, sei fuori quando vogliono loro. Questo meccanismo che chiamiamo capitalismo finanziario chiede che si vada fino in fondo nella cancellazione dell’autonomia del lavoratore, non tanto sindacale ma la sua possibilità  di far valere la sua scelta individualmente e collettivamente che poi diventano i diritti, che hanno a che fare con la dignità  della persona.
Esistono degli anticorpi?
Sì. C’è quello che si chiama ‘residuo’. Vale a dire ciò che resta fuori dall’assunzione del lavoratore nel meccanismo di accumulazione. Il meccanismo totalitario tenta di mettere dentro tutto ma l’uomo comunque disperso emette un residuo. Che va organizzato, certo. Ma prima o poi prende forza. Quella del ministro Poletti è una provocazione, anche rozza, certo. Uno potrebbe fare spallucce e passare avanti. E invece va presa sul serio perchè è la manifestazione pubblica di un veleno che il corpo del sistema economico mette in circolo. Richiederebbe almeno che le soggettività  degli anticorpi si manifestassero sul terreno culturale. Obiettivo del veleno è semplice: la fine del principio di uguaglianza nel lavoro. Quello secondo cui a parità  di lavoro, c’è parità  di salario: è questo che viene aggredito nelle fondamenta. E diventa tutto discrezionale. L’opera chi la quantifica? Chi decide? L’ impresa e il mercato. Non il lavoratore, non più.

(da “Huffingtonpost“)

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