Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
EUROPA IN STAGNAZIONE, ITALIA SOTTO LA SOGLIA DI SOPRAVVIVENZA… CALO DEGLI ORDINI E DELLA OCCUPAZIONE
Non c’è stato alcun colpo di coda del manifatturiero europeo sul finale del 2014: i dati
dell’istituto di ricerca Markit relativi al mese di dicembre dipingono ancora una situazione di stagnazione per l’Eurozona, con secche negative in Italia e Francia e una Germania troppo debole per trainare tutti gli altri.
Gli indici Pmi, costruiti attraverso le opinioni delle aziende, raccontano di un Vecchio continente ancora impantanato e impattano anche sui mercati, che inizialmente avevano accolto con favore le parole di Mario Draghi sull’imminenza di un intervento della Bce.
Il Pmi manifatturiero dell’Eurozona si è fermato a 50,6 punti a dicembre, sopra la soglia di 50 punti che separa le fasi di espansione e contrazione economica ma sotto i 50,8 punti indicati nella prima stima.
La media del Pmi dell’ultimo trimestre dell’Eurozona (50,4), rappresenta la crescita peggiore del anifatturiero da quando la ripresa è iniziata nel terzo trimestre del 2013. Si è verificato un leggero miglioramento dei nuovi ordini ricevuti, soprattutto esteri. Markit spiega che tra i singoli Paesi Irlanda, Spagna e Paesi Bassi hanno riportato forti miglioramenti, mentre Austria e Grecia modesti.
A dicembre e per il quarto mese consecutivo, aumentano i livelli occupazionali del manifatturiero, con nuovi posti di lavoro in Germania, Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e, con il primo aumento in sette mesi, in Grecia.
Di contro, aumentano i tassi di contrazione in Francia e in Italia.
Grazie all’attuale riduzione del prezzo del petrolio rimane debole la pressione sui costi.
“Ancora una volta – commenta Chris Williamson, capo economista di Markit – le imprese manifatturiere dell’Eurozona hanno segnalato una stagnazione dell’attività . La crisi in Ucraina ha incrementato l’incertezza economica. Se tutto va bene dovremmo osservare una crescita maggiore durante i prossimi mesi. I costi minori, collegati al crollo del prezzo del greggio, stanno aiutando e aumentano le speranze di stimoli politici più aggressivi da parte della Bce”.
Nel dettaglio dell’Italia, la contrazione è rappresentata da un indice Pmi manifatturiero a 48,4 punti, il punto più basso dal maggio del 2013.
A dicembre, il Belpaese ha visto il terzo mese consecutivo di calo. Il problema è che i tassi di contrazione della produzione, dei nuovi ordini e dei livelli occupazionali hanno accelerato.
“Uno dei lati positivi dell’ultima indagine è rappresentato dalla crescita continua dei nuovi ordini dall’estero ad un livello che è stato in continua crescita mensile durante gli ultimi due anni, l’incremento di dicembre è stato elevato anche se è risultato leggermente inferiore rispetto a quello del mese precedente”, dice Markit.
Negativo invece il commento dell’economista Phil Smith, che sottolinea come il calo degli ordini lasci presagire una nuova contrazione degli indici in futuro.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 31st, 2014 Riccardo Fucile
“POSSIBILE LICENZIARE DOPO UN GIORNO DI ASSENZA”
Complicata da attuare, potenzialmente incostituzionale e discriminatoria, mirata a bypassare la
trattativa sindacale “a un modico prezzo”.
Questo, in sintesi, il giudizio del giuslavorista Umberto Romagnoli sull’estensione della riforma dell’articolo 18 ai licenziamenti collettivi contenuta in uno dei due decreti attuativi del Jobs Act approvati dall’esecutivo alla vigilia di Natale.
“Il Jobs Act determina un doppio binario nella gestione dei licenziamenti. I nuovi assunti hanno un trattamento di tutela assai meno efficace rispetto ai colleghi al lavoro da più tempo”, sottolinea il professore diventato docente ordinario di diritto del lavoro nel 1970 all’Università di Bologna, che negli anni novanta ha fatto parte della Commissione di garanzia sugli scioperi.
“Stando al decreto attuativo la riforma, che prevede in quasi tutti i casi la sostituzione del reintegro con un’indennità , si applica ai lavoratori “assunti (…) a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto”.
Questa disparità di trattamento, fa notare il giuslavorista, si ritrova sia nei licenziamenti collettivi sia in quelli individuali.
Ma con una sostanziale differenza. “Se il provvedimento è collettivo, si presentano ulteriori complicazioni a livello pratico — continua Romagnoli — Tra i vari licenziati, bisognerebbe distinguere tra quelli assunti prima e quelli assunti dopo l’entrata in vigore del Jobs Act e agire in modo diverso”.
Insomma, i dipendenti di lunga data avrebbero diritto al reintegro, gli altri solo all’indennizzo.
“Siamo di fronte a un trattamento diversificato che è discrezionale, immotivato, non ragionevole — conclude il professore — Sono situazioni identiche trattate in maniera disuguale. Questa riforma aumenta le divisioni tra i lavoratori”.
Diretta conseguenza di questo ragionamento sono i profili di incostituzionalità del Jobs Act.
“Credo che questo provvedimento non sia legittimo — aggiunge — E’ una legge che costituzionalmente non sta in piedi: viola il principio di uguaglianza riconosciuto dalla Carta”.
La previsione, quindi, è che presto partiranno ricorsi per rilevare l’incostituzionalità della norma.
“Ma mentre la Consulta deciderà , passerà molto tempo — riflette il professore — Basti pensare all’estromissione della Fiom da parte della Fiat a Pomigliano d’Arco. La Corte impiegò due anni prima di decretare la sua riammissione in fabbrica. Nel frattempo, il danno si produce e si generano lesioni non riparabili“.
Un’altra conseguenza dell’estensione delle nuove regole ai licenziamenti collettivi risiede, secondo Romagnoli, nell’ulteriore indebolimento del ruolo del sindacato. “Con il Jobs Act, l’imprenditore potrà evitare la fase della trattativa sindacale che precede l’avvio dei licenziamenti collettivi, pagando il piccolo prezzo della corresponsione delle indennità — ragiona il giurista — Qui si monetizza non solo il diritto alla continuità del rapporto di lavoro, ma anche il potere contrattuale del sindacato”.
A essere ridimensionato dalla riforma, sempre nella visione di Romagnoli, non sarà solo il potere delle sigle sindacali, ma anche quello dei giudici.
Il riferimento è a quel passaggio del decreto attuativo dove si contempla il reintegro per i licenziamenti disciplinari, ma esclusivamente nei casi in cui sia “direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento“.
Secondo il professore “è incostituzionale limitare l’esercizio del potere giurisdizionale. Il giudice deve avere la possibilità di accertare se c’è stata proporzione tra gravità del fatto commesso e la sanzione che è stata inflitta. Con un tratto di penna, il governo ha cancellato un principio di equità ”.
A sostegno della sua tesi, il giuslavorista porta un esempio pratico: nel caso di un solo giorno di assenza ingiustificata dal lavoro, l’imprenditore potrà procedere al licenziamento, senza che il giudice possa decidere se si tratta di un provvedimento sproporzionato rispetto al fatto commesso.
Eppure, il potere dei magistrati era già limitato, nella pratica, dalla scarsa applicazione dei loro verdetti.
“Su dieci sentenze di reintegro, otto non avevano luogo — spiega Romagnoli — Se l’imprenditore non voleva, il lavoratore non riprendeva il servizio”.
In sostanza, precisa il docente, era garantita l’erogazione dello stipendio e del versamento dei contributi, ma di fatto il dipendente non era più ammesso sul posto di lavoro, a causa della mancanza di strumenti coercitivi che obbligassero l’imprenditore a dare piena attuazione alla sentenza.
E molti lavoratori, pur avendo diritto al reintegro, finivano per accettare il risarcimento.
“Anche per questo motivo, i discorsi del governo sull’articolo 18 e sui maggiori investimenti che la riforma dovrebbe attrarre, sono pura propaganda — conclude — Si dice che stiamo andando verso il futuro, ma in realtà stiamo recuperando il passato, con un ritorno al potere unilaterale e tendenzialmente insindacabile dell’imprenditore. Se Matteo Renzi potesse riscrivere l’articolo 1 della Costituzione, direbbe che la Repubblica Italiana è fondata non sul lavoro, ma sulla libertà d’impresa“.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
SONO CROLLATI I CONTROLLI NELLE IMPRESE
La polemica sul reintegro dei lavoratori licenziati ingiustificatamente è ancora bollente e le potenziali ripercussioni del doppio binario introdotto dal primo decreto attuativo del Jobs Act in tema di licenziamenti collettivi sono destinate a far discutere a lungo.
Ma presto verrà anche il turno della creazione di un’agenzia unica per le ispezioni del lavoro.
Tra le deleghe ricevute dal governo nell’ambito della riforma Poletti c’è infatti quella di integrare in un’unica struttura i servizi ispettivi del ministero del lavoro, dell’Inps e dell’Inail, prevedendo forme di coordinamento anche con le Asl e le Arpa.
Solo che al momento, su come sarà la nuova agenzia, c’è solo un grande punto di domanda.
In una materia, per di più, su cui la Corte dei conti ha rilevato “la perdurante inadeguatezza del complessivo sistema di controllo”, con il numero di ispezioni nelle aziende calato negli ultimi anni. E di molto.
Sono gli stessi magistrati contabili, in una relazione dello scorso ottobre, ad auspicare la nascita di un unico soggetto pubblico in cui accentrare le funzioni ispettive in materia di sicurezza e tutela dei lavoratori.
Tra le critiche mosse dalla Corte c’è quella sulla mancata creazione di una banca dati condivisa, sebbene questa fosse prevista da un protocollo di intesa siglato nel 2010 da ministero del Lavoro, Inps, Inail e Agenzia delle entrate, ovvero gli enti con responsabilità sui controlli in tema di condizioni di lavoro, contratti, sommerso e versamenti contributivi.
“Il coordinamento non è funzionato ex ante”, commenta Serena Sorrentino, membro della segreteria nazionale della Cgil.
“Come fanno a crearlo ora con una delega che prescrive in modo esplicito ‘senza nuovi oneri per lo Stato’?”. Se nelle intenzioni del governo la nascita del nuovo ente dovrebbe portare in futuro a risparmi gestionali, resta dunque da capire come ciò possa essere fatto senza investimenti.
Eppure i problemi da risolvere sono molti e vanno al di là dell’unificazione delle banche dati.
Gli ispettori di ministero, Inps e Inail dovrebbero confluire tutti nell’agenzia, ma al momento hanno trattamenti contrattuali e competenze diverse.
“Se la riforma deve essere a costo zero, questo vuol dire che ci sarà un livellamento verso il basso degli stipendi?”, si chiede Sorrentino. “Le competenze distinte presuppongono poi un piano di formazione, che richiede anch’esso fondi”.
Il problema si inserisce poi in una materia, quella delle attività ispettive, su cui la Corte dei conti ha sottolineato diverse criticità , come “una significativa e costante riduzione del numero dei controlli” negli ultimi anni.
Nel biennio 2007-2008, oggetto di una precedente relazione dei magistrati contabili, le aziende controllate dagli ispettori del lavoro del ministero sono state 393.491, mentre quelle che hanno subito verifiche da Inps e Inail sono state 272.231: il numero dei controlli totali all’anno ha superato abbondantemente i 300mila.
Un dato superiore a quello del periodo 2010-2013, in cui la quota annuale di aziende controllate si è ridotto progressivamente fino a toccare nell’ultimo anno 235.122, di cui 139.624 quelle ispezionate dal personale del ministero.
La contrazione, rispetto al dato del 2007, è di ben 106.945 unità , pari al 31,26 per cento.
“Le cause del vistoso calo dei controlli — scrive la Corte dei conti — vengono generalmente attribuite, in parte, alla lunga fase recessiva che il Paese sta attraversando, con conseguenti limitazioni anche delle risorse finanziarie disponibili per l’attività di vigilanza, in parte alle calamità naturali che nel periodo hanno colpito alcune regioni italiane e, infine, alla continua riduzione del contingente degli ispettori del lavoro e dei militari dell’Arma impiegati nel settore, nonchè del personale di vigilanza degli Istituti previdenziali e assicurativi (passati complessivamente da 5.650 unità nel 2011 a 5.406 nel 2013)”.
Il trend negativo era già finito al centro delle critiche della Cgil un anno fa, quando sette operai cinesi avevano perso la vita per l’incendio di un capannone a Prato.
In quell’occasione il segretario nazionale della Funzione pubblica della confederazione, Salvatore Chiaramonte, parlando di una riduzione dell’organico degli ispettori del 20% in quattro anni, aveva lanciato l’allarme sullo “smantellamento delle funzioni ispettive e di controllo della legalità sui luoghi di lavoro”, mettendo sotto accusa in particolare “il blocco indiscriminato del turnover che non ha preservato funzioni preziose e ha prodotto un vero e proprio disastro”.
Un problema ancora attuale, secondo il segretario della Fp-Cgil, visto che “la legge di Stabilità ha appena annullato il finanziamento con cui il governo Letta intendeva assumere 250 ispettori del lavoro”.
Secondo Sorrentino, dietro al depotenziamento delle funzioni ispettive non c’è solo la carenza di mezzi e risorse, ma ci sono anche i nuovi compiti di cui sono stati gravati gli ispettori negli ultimi anni, in particolare quelli di tipo amministrativo e legati alle conciliazioni tra lavoratori e aziende.
E su questo la nascita dell’agenzia unica rischia di non portare nulla di buono: “Per come è scritta la delega — sostiene Sorrentino — non è previsto alcun potenziamento delle ispezioni. Anzi ci sarà una compensazione interna dei costi necessari alla creazione del nuovo ente”.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
LA PATACCA CONFINDUSTRIALE ANNEGA NELLA CONFUSIONE E NELLE DISCRIMINAZIONI
È il Jobs act dei dualismi. Anzichè appianare divergenze, allarga i fossati. 
Invece di colmare le distanze, acuisce le differenze.
Insomma il contrario esatto dell’obiettivo di partenza. Basta leggere i primi due decreti attuativi per rendersene conto.
Lavoratori post e pre 2015, giovani e anziani, nuovi e vecchi. Settore pubblico e privato. Aspi e Discoll, ammortizzatori per i garantiti e per i precari. Aziende grandi e aziende piccole. E ancora aziende grandi ed ex aziende piccole. Una babele di discrasie
Gli assunti del 2015 lo sperimenteranno a breve, sia giovani che costretti a cambiare lavoro e quindi contratto.
Avranno meno tutele dei colleghi di scrivania, zero articolo 18, indennizzi al posto della reintegra (e anche più bassi degli attuali, specie se il licenziamento avviene nei primi anni).
Tutto da dimostrare il teorema renziano: meno cocopro, più contratti a tutele crescenti.
Intanto perchè i contratti precari (per ora) non sono stati cancellati.
E ancora: statali contro dipendenti privati. I primi esclusi dalla riforma, anche se Renzi dice che se ne riparlerà a febbraio, «sarà il Parlamento a pronunciarsi », quando si discuterà la riforma Madia della Pubblica amministrazione.
Aspi contro Discoll: la prima è l’assicurazione riservata ai lavoratori dipendenti che restano disoccupati, fino a 24 mesi, il secondo è l’assegno per i precari, fino a 6 mesi. Aziende grandi contro piccole: sotto i 15 dipendenti la reintegra non c’è mai stata e ora diminuisce anche l’indennizzo, in ogni caso sempre inferiore a quello delle big (massimo 6 mensilità contro 24).
Infine il paradosso dei paradossi: le piccole imprese sotto i 15 che assumono e diventano grandi mantengono il regime delle piccole, dunque niente articolo 18 e mini indennizzo. Dualismi. Spaccature.
«Sa cosa vedo io? Un governo nel caos», commenta Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera. «Il contratto a tutele crescenti su base annua riguarderà circa un milione di lavoratori, ciò significa che occorreranno 15 anni» per avere un mercato del lavoro unico, con gli stessi diritti (pochi) per tutti.
Grillo sul blog lo definisce un contratto a «fregature crescenti».
«Tra qualche giorno iniziano i saldi e il governo quest’anno propone la svendita del diritto al lavoro », scrive Laura Castelli, deputata M5S, in un post. «Sei stato licenziato senza giusta causa? Non ti preoccupare, ti verrà dato un piccolo indennizzo, e così potremo fare finta di nulla. Un ricatto morale che fa leva sulla fragilità di chi oggi non si può permettere di perdere il lavoro, di chi è costretto ad adeguarsi al detto ‘pochi, maledetti e subito’».
«Si potevano raccogliere le firme di centinaia di parlamentari per evitare che il Jobs act contenesse le norme sui licenziamenti facili e sul demansionamento prima di arrivare alla discussione alle Camere», scrive Pippo Civati, deputato pd, sul suo blog. «E invece si è preferito trattare, poi mediare, poi posizionarsi, poi condividere con preoccupazione, poi preoccuparsi per la condivisione ».
Civati non risparmia una stoccata alla «cosiddetta» minoranza pd: «Alterna giudizi che cambiano di ora in ora sul Jobs act. Chi ha votato a favore parla di ‘lesione costituzionale’.
Chi ha prodotto la mediazione parla di ‘eccesso di delega’. Pare che sia nata una nuova corrente, quella dei trattativisti».
Sul fronte sindacale la Cgil, con Michele Gentile, responsabile Settori pubblici, ricorda che «nella Pubblica amministrazione si può già licenziare per motivi disciplinari e, come dimostra il caso delle Province, per motivi economici o organizzativi si può entrare in mobilità ».
Mentre Benedetto Attili, segretario generale della Uil Pa, ribatte a Sacconi che «i dipendenti pubblici hanno da anni contratti e retribuzioni bloccati, il trattamento pensionistico delle donne diverso dal privato».
E che «se vogliamo l’equiparazione, rendiamola a 360 gradi».
Valentina Conte
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
IL 9,19% DEL TOTALE DEGLI INCIDENTI DELL’ANNO
Vi è una perdurante distrazione nei confronti del dato, non sufficientemente pubblicizzato, del
lavoro di minori sotto i 14 anni.
Secondo i dati Inail, nel 2013, 63.828 minori di 14 anni hanno subito un infortunio sul lavoro, il 9.19% di tutti gli infortuni di quell’anno: un numero pressochè stabile nell’ultimo triennio (ma aumentato rispetto al 2009), a fronte di una diminuzione in tutte le altre fasce di età .
Si tratta della punta di un iceberg, dato che questi bambini non avrebbero dovuto neppure lavorare, a norma di legge.
Piccole vittime di una guerra di sopravvivenza quotidiana. Ce ne saranno stati molti di più che hanno lavorato e lavorano senza subire infortuni o, peggio, senza che il loro infortunio sul lavoro sia stato denunciato come tale.
Bambini e ragazzi che non solo non hanno risorse adeguate per una crescita rispettosa dei loro bisogni, ma devono farsi carico precocemente della responsabilità di procacciare un reddito qualsiasi per la propria famiglia.
A fronte dell’aumento della povertà – dei minori, ma anche degli adulti – la legge di Stabilità sembra aver accantonato del tutto il progetto di messa a regime e ridefinizione della nuova social card, attualmente sperimentata in 12 grandi comuni e destinata a famiglie in condizione di povertà grave (3000 euro di Isee) con almeno un figlio minore e tantomeno l’introduzione di una vera misura di sostegno al reddito di chi si trova in povertà , a prescindere che abbia figli minori e dalla sua storia lavorativa.
Si è invece preferito, da un lato, aumentare di un poco il finanziamento della vecchia social card da 40 euro mensili, quella destinata agli anziani ultrasessantacinquenni e, di nuovo, ai bambini sotto i tre anni, dall’altro istituire un nuovo fondo di 45 milioni di euro per «buoni per l’acquisto di beni e servizi a favore dei nuclei familiari con un numero di figli minori pari o superiore a quattro in possesso di una situazione economica corrispondente a un valore dell’Isee… non superiore a 8.500 euro annui». Non è chiaro, peraltro, se si tratti di una nuova social card categoriale e chi e come l’amministrerà .
Proprio quando sarebbe necessario razionalizzare le risorse per renderne più efficiente ed efficace l’uso, nel settore del contrasto alla povertà si continua con la politica dei frammenti incomunicanti, nonostante la retorica delle riforme e dell’innovazione.
Chiara Saraceno
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
IL DECRETO SCEGLIE LA VIA “ALITALIA”: UNA GOOD COMPANY DA RIVENDERE TRA 2-3 ANNI
L’ennesimo decreto “Salva Ilva” è arrivato nel Consiglio dei ministri del 24 dicembre, esattamente due anni dopo il primo, firmato da Mario Monti.
Allora si sancì che la fabbrica rimaneva aperta contro la decisione della magistratura di Taranto di chiuderla.
Letta, poi, estromise i Riva dalla gestione dell’acciaieria con la nomina di un commissario.
Oggi Renzi li fa fuori definitivamente e si appresta a mettere in campo, da gennaio, una nuova operazione Alitalia (“speriamo che i risultati siano diversi”) ribadendo che bisogna rispettare le disposizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale — cioè fare in modo che Ilva smetta di uccidere i tarantini — che comunque sono in larga parte inattuate nonostante il tempo passi.
La via scelta dal governo dunque — anche se il testo del decreto non è ancora definitivo — è quella dell’amministrazione straordinaria grazie a quella particolare forma di procedura della “legge Marzano” inaugurata nel 2008 con la ex compagnia di bandiera.
Chi parla di “nazionalizzazione”, insomma, rischia di non aver capito qual è il meccanismo messo in campo.
La procedura, attualmente, prevede che gli azionisti chiedano questa forma di intervento in stato di quasi-insolvenza.
Stavolta probabilmente toccherà all’attuale commissario Piero Gnudi: a quel punto il governo può nominare un amministratore straordinario (si fa il nome di Andrea Guerra, ex Luxottica oggi consigliere dell’inquilino di palazzo Chigi) che gestisca un la “good company” (la parte sana di Ilva), mentre i debiti pregressi e i rami d’azienda destinati alla morte verranno lasciati nell’impresa originaria (bad company) con la garanzia dello Stato. Questa struttura societaria dovrebbe durare — secondo le intenzioni del premier — tra i 18 e i 36 mesi al termine dei quali la good company verrà venduta.
Se il gioco funziona — e gli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva resteranno a disposizione per le bonifiche — l’operazione sarà stata più o meno in pareggio, altrimenti per l’ennesima volta si saranno privatizzati i guadagni e socializzate le perdite.
Il probabile acquirente finale, peraltro, è la cordata tra la multinazione Arcelor Mittal e il gruppo Marcegaglia (probabilmente con l’aiuto di Cdp), che non se la passa benissimo ed è pure in conflitto di interessi visto che è uno dei principali clienti di Ilva.
Anche i soldi sono uno di quei temi in cui circolano alcune imprecisioni.
Pure Renzi ha parlato di un intervento pubblico da 2 miliardi facendo confusione.
Gli 800 milioni “già disponibili” — destinati alla bonifica di Taranto città e altre cosette — citati dal premier lo sono davvero, nel senso che li hanno già messi sul piatto i governi precedenti e non sono stati spesi nemmeno nei dieci mesi del suo.
Ora sicuramente partiranno i cantieri.
L’altro “miliardo e qualche centinaio di milioni” di cui ha parlato Renzi sono i soldi destinati alla bonifica degli impianti: non è chiaro se ci si riferisca agli 1,8 miliardi che dovrebbe costare la messa in sicurezza o degli 1,2 sequestrati ai Riva a Milano e destinati proprio a questo fine.
Per capirlo bisognerà aspettare il testo finale del decreto (ancora in via di scrittura), come pure per conoscere il meccanismo di cessione di Ilva: Mittal ha chiesto di fissare un prezzo subito e poi salire con calma — con tanto di diritto di recesso – vedendo come vanno le cose con bonifiche e cause civili per i morti, cioè se l’azienda è ancora viva.
Se questa fosse la formula è probabile che la decisione sul compratore sia già stata presa.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
ACCONTENTATI I SUOI MANDANTI: MENO DIRITTI PER TUTTI… IL RITORNO IN AZIENDA RESTA PER POCHI CASI: AGLI ALTRI LICENZIATI INGIUSTAMENTE SOLO UN RISARCIMENTO… E I SOLDI PER I SUSSIDI NON AUMENTANO
A due giorni dal Consiglio dei ministri della vigilia di Natale arrivano le prime reazioni ai due
decreti legislativi con cui il governo attua la legge delega sul Jobs Act. Secondo la Cgil le misure presentate dal premier Matteo Renzi danno “il via libera alle imprese a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori”.
I decreti sono due: uno riforma l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e tutta la disciplina sul contenzioso tra impresa e lavoratore licenziato.
Il secondo è dedicato agli ammortizzatori sociali, le misure di sostegno che scattano quando si perde il lavoro, e introducono la “Naspi, Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego” (riguarda solo i dipendenti, statali esclusi).
Dopo il Consiglio dei ministri, Renzi ha annunciato una “rivoluzione copernicana” e ha spiegato che “nessun imprenditore può dire che c’è in Italia un sistema che disincentiva la libera azienda”.
Il Nuovo centrodestra, con Maurizio Sacconi, avrebbe voluto anche la clausola dell’opting out, cioè la possibilità per il datore di lavoro di aggirare il residuo obbligo di reintegro in caso di licenziamento ingiusto sostituendolo con un maxi-risarcimento economico.
Le norme si applicano ai nuovi assunti, ma nei decreti ci sono incentivi a favorire il cambiamento del mercato del lavoro per assoggettare quante più persone possibili alla nuova disciplina. Qui sotto vi spieghiamo cosa cambia.
COSA CAMBIA
Reintegro più difficile, tutele poco crescenti.
Con il Decreto legislativo sulle tutele crescenti cambia la disciplina sui licenziamenti. Il giudice resta coinvolto, ma con meno poteri: può stabilire la nullità di un licenziamento (lo garantisce la Costituzione) ma anche nel caso di licenziamenti individuali senza giusta causa, come nella riforma Fornero, la discrezionalità tra reintegro sul posto di lavoro o risarcimento.
Ma l’indennizzo monetario diventa l’esito di gran lunga più probabile.
SOLDI, NON REINTEGRO
La novità anche simbolica del decreto legislativo riguarda i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, soggettivo o giusta causa.
Il reintegro sul posto di lavoro, stabilito dal giudice, resta soltanto in un caso.
Se il lavoratore riesce a dimostrare “direttamente” la “insussistenza del fatto materiale contestato”.
Come spiega sul suo blog Pietro Ichino, è una novità rilevante: “Non basta che la decisione del giudice circa la radicale insussistenza del fatto contestato sia fondata su presunzioni. E soprattutto, non basta che la decisione del giudice si fondi sull’insufficienza della prova circa il fatto acquisita per documenti o per testimoni, ovvero sulla possibile sussistenza di un ragionevole dubbio circa la colpevolezza del lavoratore: quando di questo si tratti, il lavoratore avrà diritto soltanto all’indennizzo giudiziale, secondo la nuova regola generale, ma non alla reintegrazione”.
Non c’è più il riferimento al contratto nazionale di categoria, che poteva prevedere tutele aggiuntive. Lo scopo sembra essere quello di scoraggiare il ricorso al giudice e spingere il lavoratore a trovare un accordo economico con l’azienda al momento del licenziamento.
QUANTO SI PUà’ INCASSARE
Chi ottiene una sentenza favorevole in caso di licenziamento discriminatorio, nullo o comunicato a voce e quindi inefficace, può avere una indennità che va da cinque mensilità e come massimo una cifra calcolata sulla base dell’ultima retribuzione per il periodo in cui il lavoratore è stato fuori dall’azienda, ma tolti i redditi da lavoro maturati nel frattempo.
In caso di licenziamento senza giusta causa, se non viene accordato il reintegro, il giudice può stabilire un risarcimento economico pari a “due mensilità della retribuzione globale di fatto per ogni anno di servizio”, con un minimo di quattro mensilità e un massimo di 24.
Tradotto: soltanto dopo 12 anni di servizio un dipendente può aspirare al risarcimento massimo in caso di licenziamento ingiusto.
Sono le tutele crescenti: i dipendenti appena assunti sono licenziabili con un rischio economico minimo per l’azienda.
LICENZIAMENTI COLLETTIVI
C’è l’indennizzo invece del reintegro anche nel caso dei licenziamenti collettivi quando vengono violate le procedure o i criteri di scelta se il dipendente è stato assunto con le tutele crescenti, cioè con le nuove regole.
LA DIMENSIONE
Oggi le imprese con meno di 15 dipendenti non sono tenute ad applicare l’articolo 18 sul reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.
Con la riforma di Renzi anche per loro vige il sistema delle tutele crescenti ma il risarcimento massimo è limitato a sei mensilità .
SINDACATI E PARTITI
La nuova disciplina, a differenza di quella precedente, si applica anche a “datori di lavoro non imprenditori, che svolgono senza fine di lucro attività di natura politica, sindacale, di istruzione ovvero di religione o di culto”.
Fino a oggi i sindacati potevano non applicare lo Statuto dei lavoratori e l’articolo 18 ai loro dipendenti, ora dovranno usare il sistema delle tutele crescenti con possibilità di reintegro per il dipendente licenziato.
COSA NON CAMBIA
Ammortizzatori sociali, è diverso solo il nome.
Per Matteo Renzi la faccenda si riassume così: “Più tutele a chi ne ha bisogno, più libertà a chi vuole investire: non lo riconosce solo chi è ideologico o in malafede”.
In attesa di vedere quante assunzioni porterà la cancellazione dell’articolo 18 per i nuovi assunti, si può dire che l’estensione delle tutele è falsa.
Il premier si riferisce, infatti, all’estensione degli ammortizzatori sociali anche ai lavoratori precari (ma non alle partite Iva, già colpite dalla stangata del nuovo regime dei minimi): peccato che nella maggior parte dei casi — come risulta dallo stesso decreto pubblicato dal governo — ci si limiti a cambiare nome a quelli esistenti.
NASPI
Al posto dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) arriva il Nuovo Aspi o Naspi: si tratta sempre di una forma di sostegno al reddito per i lavoratori subordinati che perdono il posto pagato con apposite trattenute in busta paga.
La sua durata massima passa da 12 mesi a quasi un anno e mezzo (78 settimane, per la precisione), ma l’importo dell’assegno cala.
Non solo, come ha scritto Stefano Fassina nel suo blog su Huffington Post: “L’assegno scende a circa 400 euro al mese nel semestre finale: maggiore durata e minore importo si compensano per i più ‘fortunati’, gli altri ci perdono”.
Insomma, non proprio un affare.
ASDI
Dopo la Naspi, c’è l’assegno di disoccupazione detto appunto Asdi.
Per il momento si tratta solo di una sperimentazione tra maggio e dicembre 2015: ha durata massima di soli sei mesi e ammonta al 75% del trattamento Naspi, cioè circa 300 euro al mese.
In sostanza si tratta del vecchio “sostegno all’inclusione attiva” appositamente rinominato.
La concessione del sostegno è subordinato alla quantità di Isee familiare (deve essere molto basso) e all’adesione a un progetto personalizzato redatto da un centro per l’impiego, previsione straordinariamente fantasiosa stante l’attuale funzionamento di quegli enti e del mercato del lavoro.
Come che sia, l’Asdi è l’unico capitolo su cui ci sono risorse nuove: nel decreto presente sul sito si parla di 300 milioni sul solo 2015 e si prevede che “all’eventuale estensione si provvede con risorse previste da successivi provvedimenti”.
Fonti di governo, nei giorni scorsi, hanno riferito di problemi nel reperimento delle coperture sollevati dal Tesoro: il testo, ad ogni buon conto, è stato approvato “salvo intese” e dunque non è ancora definitivo.
DIS-COLL
È l’indennità di disoccupazione mensile per i precari (co.co.co. e co.co.pro., non le partite Iva e neanche le altre forme di contratti precari) che perderanno il lavoro durante il 2015.
Si chiama Dis-Coll e più o meno ricalca la Nuova Aspi di cui abbiamo parlato prima: viene pagata in proporzione al numero di mesi in cui si erano versati i contributi (la metà ), ma comunque per non più di sei.
Anche questa nuova forma di sostegno al reddito è una sperimentazione valida solo per l’anno prossimo, anche perchè nel frattempo dovrebbe arrivare un decreto attuativo che cancella le collaborazione coordinate (l’idea, vagamente ottimista, è che tutti passino a usare il contratto unico a tutele crescenti al posto di quelli precari, che pure resteranno in vita).
Anche in questo caso si tratta, comunque, della rimodulazione di un ammortizzatore già esistente, solo che quello che prima era un pagamento forfettario viene rateizzato mensilmente.
Nello stesso decreto viene chiarito che su questo capitolo non ci sono risorse aggiuntive, anzi viene finanziata con “quelle già previste per il finanziamento della tutela del sostegno al reddito dei co.co.co”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
DA CGIL E UIL A SACCONI, DA FASSINA A DAMIANO: LA MARCHETTA DI RENZI A CONFINDUSTRIA SOTTO ATTACCO
Jobs Act, la battaglia infinita. Dopo mesi di discussioni parlamentari, profonde divisioni nel Pd, e
un Consiglio dei ministri difficilissimo la vigilia di Natale, la partita non è chiusa.
Il Nuovo Centrodestra, che il 23 dicembre aveva minacciato la crisi di governo e poi si è dovuto acconciare all’eliminazione delle norme sull’opting out e il licenziamento per scarso rendimento, annuncia battaglia.
“Il decreto rappresenta un passo avanti ma non è all’altezza di ciò di cui il Paese avrebbe bisogno perchè ancora non concede all’imprenditore la libertà psicologica di assumere un dipendente sapendo che questo atto non si trasformerà in un vincolo indissolubile anche contro ragione”, sintetizza Gaetano Quagliariello. “La nostra battaglia non è chiusa”.
Sull’altro fronte la minoranza più dura del Pd spara a zero con Fassina (“Una ulteriore svalutazione del lavoro, Renzi segue la troika”) e D’Attorre, e anche il mediatore Cesare Damiano annuncia battaglia per “modificare le norme sui licenziamenti collettivi”.
“Ci faremo sentire nella direzione opposta a quella chiesta da Ncd”.
Mentre Forza Italia sfotte gli alfaniani e li sprona a un “sussulto di dignità ”.
Entro fine gennaio le due commissioni Lavoro di Camera e Senato, presiedute da Damiano e Sacconi di Ncd (esponenti della stessa maggioranza), forniranno i loro pareri non vincolanti sui decreti, con il rischio che siano molto distanti tra loro.
Anche il fronte sindacale resta diviso.
Da una parte l’asse Cgil-Uil, che resta compatto e annuncia nuove mobilitazioni di protesta. Dall’altro la Cisl, che pure critica l’estensione delle nuove norme ai licenziamenti collettivi, ma che conserva sul Jobs Act un giudizio “molto distante” da quello delle altre due sigle confederali.
La giornata di Santo Stefano è caratterizzata da varie prese di posizione dal fronte sindacale.
Durissima la Cgil, che parla di una “monetizzazione crescente” dei diritti invece che di tutele crescenti. ”I lavoratori (operai, impiegati e quadri) potranno essere licenziati anche senza giusta causa ottenendo il solo indennizzo e questo varrà per i licenziamenti economici, per quelli disciplinari e per quelli collettivi”.
Secondo il sindacato di Corso d’Italia, le nuove misure “danno il via libera alle imprese a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori. Più che di rivoluzione copernicana, siamo ad una delega in bianco alle imprese a cui viene appaltata la crescita”.
E aggiunge: “Queste misure ledono diritti collettivi ed individuali”.
La Cgil mette nel mirino in particolare gli sgravi fiscali per le nuove assunzioni. “Con la Legge di Stabilità , il governo ha elargito alle imprese un contributo di 8.060 euro per ciascun lavoratore assunto con il nuovo contratto, senza alcun vincolo che garantisca la stabilità delle assunzioni: l’impresa prenderà comunque l’incentivo anche se a fine anno licenzierà quel lavoratore”.
In sintesi, “il contratto a tempo indeterminato cambierà per sempre la sua fisionomia diventando un contratto a scadenza variabile in base alla convenienza dell’impresa di sostituire la forza lavoro”.
Per queste ragioni, “la Cgil continuerà la mobilitazione in modo forte e deciso sino a riconquistare ed estendere i diritti a tutti i lavoratori”.
Un appello alle altre sigle confederali arriva dal leader della Uil Carmelo Barbagallo, che conferma il giudizio critico su un Jobs Act che “non risolverà i problemi del mondo del lavoro. Anzi, farà emergere contraddizioni che non sarà facile gestire”. “Un vero Jobs Act, invece, dovrebbe determinare la soluzione delle crisi aziendali ancora aperte e prevedere investimenti pubblici e privati. Chiederemo a Cgil e Cisl di predisporre, insieme, un percorso comune e iniziative unitarie per ottenere questi risultati”.
Secondo Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, l’estensione delle nuove ai licenziamenti collettivi comporta dei “forti rischi”.
“La norma renderà più complicati i processi di ristrutturazione e più difficili gli accordi sindacali, con il grave pericolo di iniquità nella scelta dei lavoratori da licenziare da parte dell’impresa”.
Secondo Loy, se in futuro si ripresentasse una vicenda simile a quella dell’Electrolux, invece di riuscire a mantenere i posti di lavoro come è accaduto, “i lavoratori da licenziare verrebbero scelti senza criteri equi e andrebbero a casa con una manciata di soldi”.
Di percorsi comuni e iniziative unitarie per ora non c’è traccia.
Dopo le feste, è l’auspicio della Uil, le tre sigle potrebbero ritrovarsi a un tavolo per “riannodare i fili” e immaginare un “percorso comune”. Ma per ora si tratta solo di un auspicio. I due decreti della Vigilia non hanno cambiato lo schieramento delle forze in campo il 12 dicembre, giorno dello sciopero generale: da una parte Cgil e Uil, dall’altra la Cisl.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
“COMPLETA LIBERTA’ DI LICENZIARE PER LE IMPRESE, NULLA PER I PRECARI, BEFFA PER LE PARTITE IVA”
Purtroppo, i primi due decreti attuativi della Delega Lavoro confermano l’obiettivo vero dell’intervento: ulteriore svalutazione del lavoro, data l’impossibilità di svalutare la moneta, per puntare illusoriamente a crescere via export.
Insomma, un’altra tappa del mercantilismo liberista raccomandato dalla Troika.
Vediamo perchè. Entriamo nel merito.
Il provvedimento nasce all’insegna del contrasto alla precarietà . Ma è evidente che i precari sono tirati in campo strumentalmente per colpire chi nell’universo del lavoro non è ancora così arretrato e resiste alla riduzione delle retribuzioni e all’inasprimento delle condizioni di lavoro.
Le decine di tipologie di contratti precari rimangono tutte, compresi co.co.co e co.co.pro.
La sbandierata estensione degli ammortizzatori sociali alla platea degli esclusi non c’è. Non ci poteva essere, dato che la Legge di Stabilità non ha individuato risorse aggiuntive.
Quindi, inevitabilmente, si ripropongono le norme della Legge Fornero con qualche ritocco al margine.
Il Nuovo Aspi ha una durata più lunga dell’Aspi, 18 mesi anzichè 12, soltanto per chi perde il lavoro dipendente prima di 55 anni, ma è di importo inferiore rispetto a quanto oggi in vigore e scende a circa 400 euro al mese nel semestre finale: maggiore durata e minore importo si compensano per i più “fortunati”, gli altri ci perdono.
Il Nuovo “mini-Aspi” e il sostegno al reddito per co.co.co e co.co.pro ricalcano sostanzialmente quanto già in vigore (la lump sum viene rateizzata), mentre le Partite Iva individuali subiscono, oltre al danno inferto dalla Legge di Stabilità (innalzamento dei contributi previdenziali dal 28 al 33% e restrizione delle condizioni di accesso al regime dei “minimi”), anche la beffa dell’esclusione dalla copertura degli ammortizzatori sociali: sono lavoratori dipendenti a fini previdenziali, ma autonomi per il sostegno al reddito.
Il “Contratto di Ricollocazione”, celebrato durante la conferenza stampa del Premier come lo strumento per la “presa in carico” della persona che ha perso il lavoro e presunto bilanciamento della libertà di licenziamento attribuita all’impresa, è la riproposizione di quanto introdotto dal Governo Letta senza un euro di risorse aggiuntive e nel caos dei servizi per l’impiego delle Province.
Infine, l’ “Asdi”, l’Assegno di Disoccupazione, l’intervento di carattere fiscale di circa 300 euro al mese (il 75% dell’ultimo Naspi) per 6 mesi previsto per i disoccupati poveri dopo l’esaurimento del periodo nel Naspi, è la ridenominazione di quanto già in vigore come “Sostegno all’Inclusione Attiva”, la cui dotazione viene integrata di 300 milioni, solo per il 2015.
Il vero “valore aggiunto” della Legge Delega e dei Decreti sta nella attribuzione di completa libertà di licenziamento alle imprese.
Anche quando un giudice rilevasse l’insussistenza di ragioni economiche per il licenziamento, si perde il diritto al reintegro e si ricevono due mensilità per anno di occupazione.
La celebrata “concessione” sul reintegro per i licenziamenti disciplinari si rivela un guscio vuoto. Da un lato, nessuna impresa rischia la strada del “disciplinare” quando l'”economico” è senza rischio di reintegro.
Dall’altro, dimenticate le tipologie di licenziamenti disciplinari evocate nell’ordine del giorno approvato dalla Direzione Nazionale del Pd, considerare il reintegro soltanto in caso di “insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore” insieme alla esplicita esclusione del principio di proporzionalità , equivale a un canale puramente virtuale: anche per un fatto disciplinare minimale, la sproporzione del licenziamento come misura sanzionatoria non può essere annullata dal giudice.
Insomma, come da impostazione della Delega “a costo zero”, nei decreti pre-natalizi la parte di riduzione della precarietà e di estensione del sostegno al reddito e all’occupazione è inesistente, mentre la libertà di licenziamento attribuita all’impresa è effettiva e ampia.
Il governo Renzi sul lavoro segue l’agenda della Troika, dei conservatori e dei liberisti europei: si indebolisce ancor di più la capacità negoziale e, conseguentemente, la retribuzione del lavoro subordinato.
Dovevamo andare in Danimarca, ci accodiamo a Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna.
Non è una “rivoluzione copernicana”. È una “rivoluzione conservatrice”.
È certamente un grande cambiamento, ma regressivo. È una strada iniqua e recessiva che, nel quadro di una Legge di Stabilità restrittiva, consolida uno scenario di stagnazione, disoccupazione e debito pubblico insostenibile.
Proposito per il nuovo anno: intensifichiamo l’impegno, anche attraverso la partecipazione diretta dei cittadini, per correggere la rotta, per una politica economica di sviluppo, rivalutazione del lavoro e della dignità della persona che lavora.
(dal blog di Stefano Fassina)
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