Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL CONTRATTO NELL’AZIENDA SANITARIA CHE PREVEDE UN MINUTO DI LAVORO OGNI SETTE GIORNI
«Ben arrivato dottore». «Alla prossima dottore».
Una volta la settimana il veterinario Manuel Bongiorno è chiamato a superare «Beep-Beep», il pennuto più veloce del West nemico di Willy il coyote: deve timbrare il cartellino d’entrata e quello d’uscita in un minuto.
Fatto quello, il suo lavoro «convenzionato» settimanale all’azienda sanitaria è finito. Direte: è uno scherzo? No, è il record planetario di delirio burocratico. In provincia di Trapani.
Per capire come sia nato questo pasticcio, che quattro volte al mese obbliga quel professionista a sottoporsi a Castelvetrano a quel rito ridicolo, occorre fare un passo indietro.
Dovete dunque sapere che da una ventina di anni la Sicilia abusa più di chiunque altro in Italia della possibilità di avere due tipi di veterinari.
I «dirigenti» assunti a suo tempo dopo un concorso e chiamati a svolgere un orario settimanale di 38 ore, assimilabili ai medici degli ospedali o degli ambulatori di base, e i «convenzionati», professionisti che magari hanno un ambulatorio per conto loro ma che vengono pagati dalle aziende sanitarie regionali per alcuni compiti specifici. Primo fra tutti quello di combattere la brucellosi, una malattia bovina che può attaccare l’uomo e che è particolarmente diffusa al Sud.
Per capirci: su 1.200 veterinari «convenzionati», 350 sono siciliani.
La svolta arriva nel 2009. Quando la Regione decide di allargare a questi veterinari il contratto dei medici convenzionati esterni.
Problema: l’impegno medio d’un otorino che lavora in ambulatorio può essere più o meno determinato. Ma come fissare dei parametri per i veterinari che girano le campagne e qui trovano la strada asfaltata e lì sterrata, qui le vacche nelle stalle e lì allo stato brado nei campi?
Pensa e ripensa, decidono di fotografare la realtà e ripeterla nei nuovi contratti col copia incolla.
Un veterinario ha fatturato all’Azienda sanitaria provinciale nell’anno di riferimento 20.000 euro? Calcolando che come i medici convenzionati deve avere 38 euro lordi l’ora, ecco un contratto annuale per 526 ore l’anno, dieci a settimana.
Con un rinnovo automatico l’anno successivo. Nella speranza che un giorno, chissà , arrivi l’assunzione.
Fatto sta che nella prima tornata, di «convenzionati», ne vengono imbarcati oltre trecento.
«E noi?», saltan su gli esclusi. Tira e molla, nel 2012 la Regione decide di aprire anche a quelli che erano stati chiamati solo per lavori saltuari. E di distribuire loro contrattini piccoli piccoli.
«Era chiaro che sarebbero venuti fuori dei pasticci», spiega il presidente nazionale del sindacato veterinari, Paolo Ingrassia, «Ma le nostre proposte per trovare soluzioni sensate, come un minimo di sei ore settimanali, sono state respinte».
Risultato: alcuni veterinari, convinti che valesse la pena comunque di mettere un piede dentro il sistema, hanno accettato convenzioni mignon.
Due ore la settimana, quarantacinque minuti, quattro minuti… Fino al record di cui dicevamo.
La lettera su carta intestata del Servizio sanitario nazionale, che ha come oggetto «richiesta trasformazione del contratto di diritto privato in incarico ambulatoriale a tempo determinato», è un capolavoro di follia burocratica.
Dato atto che il dottor Manuel Bongiorno ha le carte in regola per il nuovo contratto, il coordinatore e il responsabile amministrativi scrivono che «sulla base delle retribuzioni in godimento al 31 dicembre dell’ultimo anno di servizio le ore settimanali conferibili, calcolate in sessantesimi, risultano pari a 0,01 minuti».
Che poi, per come è scritto, sarebbero un 100 º di minuto.
Nella lettera al neo «convenzionato», il coordinatore sanitario conferma: «In esecuzione della deliberazione (…) con la presente si conferisce alla Signoria Vostra incarico ambulatoriale a tempo determinato per n° 0,01 minuti settimanali per l’area funzionale di Sanità Animale con decorrenza…».
«Una volta a settimana vado nella sede dell’Asp e devo passare il badge. Entro, aspetto che passi un minuto, e poi ripasso il badge.
Va avanti così da mesi», si è sfogato Manuel «Beep-Beep» Bongiorno con Ignazio Marchese, che per primo ha raccontato la storia all’Ansa. «A giugno e luglio sono dovuto andare a Trapani, penso che mi spetti anche un rimborso benzina. Io voglio solo potere svolgere la mia attività e una condizione che mi amareggia…».
Al di là del suo destino personale, il tema è: che futuro ha un Paese come il nostro se una Regione fissa regole così insensate, se dei dirigenti predispongono con trinariciuto ossequio formale una scemenza burocratica del genere, se un iter amministrativo così ridicolo viene a costare immensamente più di quanto valga quel contratto?
Ma più ancora: possibile che per mesi vada avanti un delirio del genere senza che una persona di buon senso abbia l’autorità di scaraventare tutto nel cestino?
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 26th, 2014 Riccardo Fucile
COINVOLTI 8,5 MILIONI DI DIPENDENTI, LA QUOTA PIU’ ALTA DAL 2008
I contratti in attesa di rinnovo a gennaio sono 51 e riguardano circa 8,5 milioni di dipendenti, corrispondenti al 66,2% del totale.
Lo rileva l’Istat, spiegando che si tratta della quota più alta dal gennaio del 2008. In pratica due dipendenti su tre stanno aspettando.
Solo il pubblico impiego, d’altra parte, pesa per 2,9 milioni di lavoratori e 15 contratti.
Guardando nel dettaglio quanto accaduto a gennaio, alla fine del mese a fronte del recepimento di un accordo (gomma e materie plastiche) ne sono scaduti ben cinque (agricoltura operai, servizio smaltimento rifiuti privati, servizio smaltimento rifiuti municipalizzati, commercio e Rai).
Quel che ha fatto balzare il numero dei dipendenti in attesa si rinnovo, spiega l’Istat, è il contratto del commercio, che include ad esempio i commessi e tocca circa due milioni di dipendenti.
Comunque a febbraio già sono state ratificate delle ipotesi di accordo, che toccano quattro dei 51 contratti scaduti, per un totale di circa 500 mila dipendenti (tessili, pelli e cuoio, gas e acqua e turismo-strutture ricettive).
Per il Codacons questa situazione «è una vergogna e lo è ancora di più che tra questi dipendenti ci siano anche quelli del pubblico impiego. Suona come una beffa che si proponga continuamente la riduzione del cuneo fiscale e poi non si rinnovino nemmeno i contratti, persino quelli dei dipendenti pubblici».
Per l’associazione di consumatori «bisogna prendere atto che la fine della scala mobile anche all’inflazione programmata è stata un vero e proprio fallimento, dato che il primo a non rinnovare i contratti è lo Stato stesso».
Per questo il Governo Renzi, «se vuole dare un segno di discontinuità con il passato, dovrebbe sbloccare i rinnovi del pubblico impiego e reintrodurre la scala mobile all’inflazione programmata. Una misura necessaria considerato che l’unica via per uscire dalla crisi è rilanciare la capacità di spesa di quel 50% di famiglie che, essendo in difficoltà ad arrivare a fine mese, ha dovuto ridurre drasticamente i consumi. Le possibilità sono due: abbassare loro le tasse o aumentare gli stipendi».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
GUIDI E POLETTI, CAPITALISMO CHE DELOCALIZZA IN ROMANIA E LEGA COOP CHE MONOPOLIZZA IL MERCATO INTERNO, UNA GARANZIA PER LO SVILUPPO DEL LAVORO IN ITALIA
A prima vista sembra così: la Confindustria si è presa il cruciale ministero dello Sviluppo, con Federica Guidi, così Giorgio Squinzi non potrà lamentarsi del nuovo governo.
Il capitalismo di sinistra, quello delle Coop, conquista il dicastero del Lavoro con Giuliano Poletti, il presidente della Alleanza delle cooperative.
Ma sono nomine da decodificare meglio.
La Guidi, modenese, 45 anni, componente della Commissione Trilateral, è figlia dell’industriale Guidalberto Guidi e vicepresidente di Ducati Energia (con filiali in Paesi poveri)
Come molti imprenditori “figli di” si è potuta dedicare molto alla Confindustria, ha guidato i giovani imprenditori dopo Matteo Colaninno (altro figlio) mentre il presidente era Emma Marcegaglia.
La Guidi non ha mai nascosto le sue simpatie per il governo Berlusconi e per il Cavaliere in persona.
Un anno fa si parlava di lei, amica anche di Maurizio Lupi, per una candidatura con il Pdl e addirittura di un suo ruolo nel partito, secondo il modello sperimentato ora con Giovanni Toti.
Fu poi papà Guidalberto a spiegare a un Berlusconi che all’epoca sembrava finito che Federica non se la sentiva.
Oggi è entrata, un po’ a sorpresa, nella squadra di Renzi, dicono soprattutto per una questione di quote rosa da rispettare (eppure la Guidi aveva sempre detto “sono contraria, non premiano le migliori”). Forza Italia interpreta la sua scelta come un segnale distensivo.
Tutta un’altra questione Giuliano Poletti. Il corteggiamento della politica è stato lungo per questo massiccio imolese, classe 1951, storico leader delle Coop rosse emiliane, che dice di pensare in romagnolo prima di parlare in italiano.
Pier Luigi Bersani lo voleva candidare, lui ha detto di no.
Matteo Renzi lo aveva invitato alla Leopolda, ma ha preferito non esporsi per non schierare le Coop nelle primarie.
Ha ispirato il progetto di alleare le cooperative rosse e quelle bianche, dopo esser riuscito a far nascere Alleanza delle Cooperative e poi ha affidato la presidenza al “bianco” Luigi Marino (oggi senatore di Scelta Civica), vincendo le resistenze del mondo ex comunista.
Deve portare al governo Renzi un’anima sociale che finora mancava, è un riformista ma senza slanci liberisti: invoca equità , ma da cooperatore non crede che la si possa ottenere usando la leva del fisco o quella del mercato, evoca una democrazia economica in cui contano le teste e non le quote di capitale (nonostante le Coop siano in difficoltà per gli investimenti ad alto rischio nel Monte Paschi e Bankitalia abbia dichiarato guerra alle Banche popolari).
Il programma dei due ministri economici che affiancheranno Pier Carlo Padoan al Tesoro, sarà meno scontato di quanto ci si poteva aspettare.
Con la Guidi allo Sviluppo è ormai esclusa un’applicazione del “piano Giavazzi” che voleva ridurre gli incentivi alle imprese.
O meglio: Guidi è espressione di quella parte di Confindustria che rappresenta la manifattura contro i grandi gruppi di Stato, quindi al massimo il suo ministero proverà a incidere su Eni, Enel, Terna, Ferrovie e così via (tutte aziende che però sono abili a sfruttare il proprio rapporto con la politica per difendersi).
Sarà complicato per una come lei, di matrice berlusconiana, dominare un ministero che è rimasto bersaniano nei vertici e nella cultura interna.
Con Poletti — che sicuramente si farà guardiano delle agevolazioni fiscali delle cooperative — sbiadisce quel poco che era rimasto della rottamazione renziana sul lavoro, quell’approccio un po’ bellicoso tipico di uno dei primi consulenti del premier, Pietro Ichino: per temperamento e storia personale, Poletti non sarà mai il ministro che cercherà di piegare i sindaci sul “contratto unico” (lunghi periodi di prova con licenziamenti facili).
La sua scelta indica la volontà di Renzi di affrontare il problema dalla coda, ragionando prima di ammortizzatori sociali, di tutele, privilegiando il punto di vista delle piccole imprese rispetto alle logiche stile Fiat.
Sarà interessante vedere se Poletti riuscirà a ricostruire un rapporto tra Renzi e la Cgil di Susanna Camusso o se, invece, il suo arrivo al ministero renderà il sindacato ancora meno rilevante come canale tra il governo a guida Pd e la sua (teorica) base.
Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 20th, 2014 Riccardo Fucile
“PAPA’, NON PIANGERE DI NASCOSTO”, QUEI DISEGNI DEI BAMBINI PER DIFENDERE I GENITORI LICENZIATI…TORINO, L’APPELLO DEI FIGLI DEGLI OPERAI ALLA FABBRICA CHE VUOL CHIUDERE
Tutta la famiglia ha la bocca all’ingiù, così fanno i bambini quando devono disegnare la tristezza, così ha fatto anche Laura con la sua matita.
Ed è triste pure il sole, là nel cielo spento.
Sono tristi i papà che hanno perso il lavoro, sono tristi le mamme, i fratelli, le sorelle, la città , tutti.
Questa è la storia di una fabbrica che ha appena chiuso, una storia in fondo comune, dentro la maledetta crisi che fa sanguinare non solo l’economia ma le persone, soprattutto le più fragili.
E c’è qualcosa di più fragile di un bambino?
«Non licenziate i nostri papà », scrivono i figli col pennarello, ingenui e perfetti, sui loro fogli bianchi.
Era una fabbrica di viti e bulloni per automobili ed elettrodomestici, la Fivit Colombotto di Collegno, alle porte di Torino, il paese famoso per il manicomio. Forse, ci sono luoghi dove il dolore preferisce fermarsi e rimanere. Bulloni, viti: oggetti di una quotidianità materiale e disarmante, oggetti antichi che l’uomo usa da sempre. Ma da qualche settimana, l’azienda ha abbassato le saracinesche.
Nel 2003 era stata assorbita dal gruppo lombardo Agrati, però le cose sono andate sempre peggio.
La perdita del lavoro riguarda 82 operai, anzi 82 famiglie: e i bambini hanno deciso di prendere matite e colori per dire no, per chiedere che non finisca così.
C’è un video su YouTube, ci sono pagine su Facebook, perchè almeno questo ha di bello il presente: anche se ha messo in crisi i bulloni e i papà , ha inventato nuovi modi per parlare con gli altri, subito, adesso, e per farsi sentire.
«Fai tornare il sorriso alla mia famiglia». I disegni dei bimbi di Collegno spiegano più di tanti trattati di sociologia ed economia il disagio di questo sventurato presente.
Lì dentro urla un dolore quotidiano, chissà quante sere passate a parlare della crisi attorno a un tavolo, con i piccoli zitti ma attenti, spugne pronte ad assorbire ogni cosa, perchè loro sono così.
E poi, quel tutto è rotolato sulla carta, si è rovesciato sui fogli.
«Mio papino, non c’è bisogno che piangi di nascosto», scrive una bambina che si firma solo “figlia di un dipendente”.
«Anche se davanti a noi sorridi, io ho capito tutto, non lascerò mai la mano che stringi da 11 anni».
Nel disegno, il papà e la bimba si tengono, appunto, per mano, su un prato di fiori rossi, c’è anche un cuore appoggiato a terra.
«Cattivi, papà perde il lavoro», qui invece la famiglia è come chiusa dentro una casaprigione, il segno è nero, la desolazione è un tratto semplice e netto.
I bambini ne avranno parlato tanto tra loro, forse con le maestre, con i nonni. E il racconto dà il senso di una comunità , è corale e dolente.
Lorenzo ha disegnato un paio di mani e vorrebbe regalarle al papà , perchè lui con quelle mani possa continuare a lavorare.
C’è la fabbrica dentro una palla di vetro, è l’idea di Mauro e Michele, ed è un futuro che si legge anche troppo bene.
C’è una cassetta degli attrezzi che non serve più, ci sono le viti disegnate con attenzione e perizia, non manca neppure una zigrinatura, si vede che questi piccoli le hanno viste, toccate.
«State rovinando i nostri sogni», dice un cuore triste firmato da Giulia, 6 anni, e Francesco, 3 anni. «Non lasciate il mio papà senza lavoro».
C’è un mantello di stelle colorate, quasi assurdo nel buio. I bambini disegnano la fabbrica con precisione, non è il nemico ma una specie di casa, è lì che papà e mamma guadagnavano i soldi per mantenere la famiglia. E graffia il cuore il disegno con le croci sopra i vestiti, il cibo, l’automobile, i libri, cioè le cose che bisogna cancellare a una a una.
Nell’uovo di Pasqua, uno di questi bimbi chiede di trovare il regalo del lavoro, anche lui è un figlio di qualche papà che piange da solo, anche se ci sono situazioni impossibili da nascondere, i bambini vedono tutto, sentono tutto, captano con le antenne sempre dritte.
Stasera i loro genitori, i dipendenti della Fivit Colombotto, parteciperanno a un consiglio comunale aperto, a Collegno, e poi andranno in strada con le fiaccole.
«La nostra azienda da cinque anni non è più in cassa integrazione, ha ricevuto molte commesse, non c’era nessun bisogno di chiuderla », dicono gli operai.
L’attività è stata interrotta da un giorno all’altro, nessuno era davvero preparato, meno che mai i bambini. «I nostri genitori non sono numeri».
«Il lavoro è un diritto di tutti». Laura, Sara, Gianluca, ognuno ha una domanda, una frase. Giulia ha disegnato il suo papà che torna a casa con la cassetta degli attrezzi in mano, invece Lara scrive: «Senza lavoro non si va da nessuna parte».
Ci sono lacrimoni che scivolano dagli occhi, e facce che gridano.
Pupille spalancate, il fumo si alza dai comignoli e dalle ciminiere, sopra i tetti di Collegno che non capisce e non lo merita.
E c’è anche la realtà disegnata come finalmente dovrebbe essere: un papà che spinge sorridendo una carriola rossa, tra file di bulloni bene avvitati, tutto in ordine, tutto funzionante, un piccolo cuore che vola come una farfalla e la frase dentro un fumetto: «Io amo il mio lavoro», ogni parola scritta con un colore diverso, «lavoro» in verde, «io amo» in rosso, non potrebbe essere altrimenti.
Anche se il disegno che fa più male, dopo quello del padre che piange da solo e quello delle bocche all’ingiù, è un cubitale e semplice “Perchè?”, appoggiato nel vuoto. Il bambino che l’ha scritto forse avrà già imparato che ci sono domande senza risposta.
Maurizio Crosetti
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 18th, 2014 Riccardo Fucile
ROMA INVASA DA 60.000 MANIFESTANTI: “SIAMO DISPERATI”
Artigiani e commercianti in piazza, con le cinque associazioni che aderiscono a Rete Imprese Italia, per la
prima volta insieme per una manifestazione, a Roma.
“Siamo 60mila, arrivati da tutt’Italia”, stima l’organizzazione. “Senza impresa non c’è l’Italia. Riprendiamoci il futuro”, è lo slogan: “Vogliamo che il 2014 diventi l’anno di svolta”.
Una clamorosa rottura, rispetto alla tradizione. Mai prima d’ora avevano protestato mettendoci il fisico, il corpo, la voce.
Avevano sempre fatto valere la forza dei numeri. Stavolta però la musica cambia. Artigiani, commercianti e piccoli imprenditori scendono in piazza. Tutti insieme, compatti.
L’appuntamento è a Roma, in piazza del Popolo. Alle dodici in punto. A quanto pare sono presenti decine di migliaia di persone.
Ma cosa spinge l’universo delle partite Iva, volendo dirla con un clichè, a un gesto tanto forte?
Probabilmente vi sarà capitato, in questi giorni, di sentire alla radio un passaggio su questa mobilitazione. È rimbalzato d’altronde sulle onde medie di molte emittenti. È rapido, stringato.
Dice questo: «Siamo il motore dell’economia, ma siamo rimasti senza benzina. Troppe tasse, burocrazia, zero crediti. È tempo di cambiare».
Ecco, queste sono le cause che hanno spinto a questa mobilitazione, denominata “Senza impresa non c’è Italia. Riprendiamoci il futuro” e promossa da Rete Imprese Italia, organizzazione che riunisce cinque sigle di categoria: Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti.
«Vogliamo lanciare un messaggio chiaro, dire che ci siamo anche noi e che quando si negoziano misure economiche è necessario ascoltarci. I governi tendono quasi sempre a rivolgersi ai soli industriali. L’ossatura economica del paese, però, dice che noi, il popolo dell’imprenditoria diffusa, rappresentiamo oltre il 90% dell’economia italiana», spiega Daniele Vaccarino, presidente della Confederazione degli artigiani e della piccola e media impresa (Cna).
Burocrazia, fisco e credito sono i punti che le partite Iva, che contribuiscono al 69% del fatturato complessivo nazionale e garantiscono il 58,8% dell’occupazione totale, elencheranno in piazza. «Prima di tutto vogliamo un taglio secco sulla burocrazia. Ci ingabbia. Chiediamo più autocertificazione, pur se questo, beninteso, non significa che non vogliamo controlli. Anzi».
Poi c’è il credito. «Gli interventi del governo e dell’Ue a sostengo delle banche vanno benissimo. Le banche devono essere stabili. Ma vorremmo che adesso si mostrino più attente alle nostre esigenze», continua Vaccarino. Intanto Bankitalia ha comunicato che negli ultimi due anni il credito alle imprese s’è contratto di 98 miliardi di euro.
A chiudere, le tasse. «Indubbiamente pesano troppo. Servirebbe un segnale, che permetta di alleviare il peso del fisco in un momento in cui l’economia sembra riprendere. Ma noi, sul territorio, questo non l’avvertiamo ancora», asserisce il numero uno della Cna, sostenendo al contempo che serve sgomberare il campo dagli equivoci: la sua e quella dei colleghi non è una crociata sulle tasse.
L’ideale sarebbe creare una cornice che permetta a commercio, artigianato e piccola impresa di produrre in condizioni migliori, più fluide. Parliamo di competitività , insomma.
Giuseppe Bortolussi, storico fondatore della Cgia di Mestre, vera e propria macchina da numeri, si sintonizza su questa stessa lunghezza d’onda.
La sua categoria non partecipa a Rete Imprese, ma solidarizza con le ragioni della manifestazione. «È evidente che l’unico problema non sono le tasse, nè il voler pagare meno tasse. Il dramma che si affronta è quello di un paese che non funziona, che non è competitivo. Infrastrutture poco adeguate, costi dell’energia altissimi, burocrazia asfissiante e giustizia civile lenta: è prima di tutto su questi terreni che si dovrebbe intervenire», ragiona Bortolussi, rafforzando il discorso con il suo solito meno di numeri. «Il Triveneto e l’Emilia-Romagna, lo spicchio d’Italia dove è concentrato il grosso delle nostre Pmi, hanno fatto 40 miliardi di saldo attivo nella bilancia commerciale. Questo significa che le Pmi italiane sanno lavorare. Ora, premesso che anche noi dobbiamo fare la nostra parte, mettendoci più innovazione, sarebbe giusto che il governo faccia la sua, liberando il potenziale dell’impresa, dei commercianti, degli artigiani».
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 8th, 2014 Riccardo Fucile
PROBLEMI DEL LAVORO: APPRENDISTI NON SI NASCE, SI DIVENTA
Sarà in libreria a giorni il nuovo saggio di Romano Benini sulle diverse concause della disoccupazione record italiana.
Benini è un esperto di lavoro che insegna alla Sapienza e cura il sito Work Magazine, con diversi libri all’attivo.
Tra le tesi di quest’ultimo studio, c’è quella — dati alla mano — sugli effetti della mancata formazione: in questo Paese lo Stato ha tagliato gli investimenti sulle conoscenze sul know how dei giovani. Benini nota anche come ci sia una correlazione proporzionale abbastanza stretta, in tutta Europa, fra impegno/disimpegno nel settore e conseguente occupazione/disoccupazione.
Ovvio che, in presenza di questa correlazione, l’investimento pubblico poi viene abbondantemente ripagato in termini di Pil o semplicemente di imposte: dato che, come, noto, un disoccupato contribuisce poco al gettito fiscale e ancor meno alla famosa ripresa dei consumi.
Il costo della inoccupazione è insomma più impattante del diabolico costo del lavoro.
A proposito, qui i casi sono due: o quest’ultimo lo riduciamo prima ai livelli polacchi, poi a quelli vietnamiti e infine a quelli africani, oppure lo valorizziamo rendendolo più prezioso di quello polacco, vietnamita e africano.
E l’unico modo per valorizzarlo è fare esattamente il contrario di quello che stiamo facendo, tagliando le capacità , le conoscenze, i know how.
(da “gilioli.blogautore.espresso.repubblica”)
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
L’ULTIMO SCIOPERO AL PORTO DI GENOVA
Hanno fatto due scioperi in 114 anni. Uno nel 1900. I giornali dell’epoca lo chiamarono «lo sciopero
nero». Nero perchè i lavoratori erano genovesi neri – neri sporchi di nero – come il carbone che tiravano su dalle stive delle navi in porto.
Il nero lo toglievano dalle navi, ma restava loro in faccia, nella pelle, nei polmoni.
Ma almeno la paga, datecela giusta, dicevano. Allora qualcosa hanno ottenuto. Un po’ più di paga e i polmoni marci lo stesso. Ma la famiglia campava.
Erano i lavoratori della Compagnia Pietro Chiesa.
Camalli-carbonai lavoratori del porto di Genova. Aristocrazia operaia.
Soltanto loro sapevano fare certi lavori di precisione, perfezione, organizzazione. Andavano nel Wisconsin, a Liverpool, in Australia a insegnare e a imparare.
Poi, trent’anni fa, un altro scioperetto contro il ministro Giovanni Prandini che voleva privatizzare tutto: anche l’acqua del mare.
Ma lì è stato facile per quei furboni della Compagnia dei carbonai dimostrare che l’acqua del mare – e dei porti – la conoscevano molto meglio del ministro nato a Calvisano, quindi in provincia di Brescia. E averla vinta.
Ora, di scioperi ne hanno fatto un altro.
Gli vogliono – semplicemente – togliere una fetta di lavoro per darlo a chi costa meno. Questa volta tutto è più difficile. È la contingenza, bellezza.
Si stanno rendendo conto, i carbonai, che lavorare bene non serve più.
Tanto c’è uno, sulla punta del molo – e adesso di moli ce ne sono tanti – che per meno euro fa il tuo stesso lavoro.
E chi se ne importa se tu sei più bravo. È la globalizzazione, amico.
E chi se ne importa se a voi – lavoratori specializzati della Compagnia Pietro Chiesa – un tipo intellettuale come Luigi Squarzina vi ha costruito addosso uno spettacolo teatral-cinematografico per dire: avete anche un significato storico, non siete solo degli insetti parassiti, siete un pezzo della spina dorsale di una città che campa di ricordi gloriosi.
Adesso arriva un nuovo padrone del Terminal. Nel 1900 i Carbonai del porto di Genova erano 3.500. Oggi sono una cinquantina.
Lo sciopero – è logico – ora è finito.
Ma, come dice Tirreno Bianchi, il capo degli illusi: «Non finisce qui…».
Francesco Cevasco
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 30th, 2014 Riccardo Fucile
SEDE FISCALE A LONDRA, LEGALE IN OLANDA, QUOTAZIONE PRINCIPALE A WALL STREET… E NUOVO MARCHIO
Ovunque tranne che in Italia. La nuova strategia Fiat potrebbe essere sintetizzata da questo slogan dopo
che il Consiglio di amministrazione del Lingotto ha deciso di spostare all’estero sia la quotazione sia la sede legale e la sede fiscale della nuova società frutto della fusione con Chrysler.
Si chiamera Fiat-Chrysler-Automobiles (Fca), un acronimo che sembra non aver pensato alle ironie italiane che già ieri circolavano sul web.
La sede legale sarà in Olanda, quella fiscale in Gran Bretagna, dove si pagano le tasse più basse d’Europa.
La quotazione del nuovo titolo, che Marchionne si augura avvenga entro il 1 ottobre di quest’anno, sarà nel mercato più liquido del mondo, a New York, mentre Milano resta per la seconda quotazione.
Il cambiamento è storico e apre “un nuovo capitolo” nella storia dell’azienda come ha sottolineato Marchionne.
Agli azionisti, per ogni azione Fiat verrà corrisposta un’azione Fca di nuova emissione.
Quelli che rimarranno azionisti fino al completamento dell’operazione, “riceveranno un ulteriore numero di azioni speciale con diritto di voto”.
Marchionne ha celebrato la giornata come una delle più importanti della sua carriera annunciando nuovi investimenti, 8 miliardi, e l’obiettivo di vendere più di un milione di Jeep nel 2014.
Per quanto riguarda l’Italia, ha solo sottolineato la positività della nuova strategia Premium, cioè i prodotti di fascia alta.
Le reazioni sono sostanzialmente di due tipi.
La stragrande maggioranza plaude alla bravura dell’ad della Fiat e minimizza lo spostamento all’estero dell’azienda.
Il presidente del Consiglio, Letta, la definisce “secondaria”. I sindacati, invece, che in serata hanno incontrato lo stesso Marchionne, si sono detti rassicurati dalle parole del manager anche se Bonanni, segretario della Cisl, continua a chiedere maggiori garanzie per Mirafiori e Cassino.
Nessuna preoccupazione sullo spostamento della testa: “L’importante — sottolinea il segretario Ugl, Centrella, è che braccia e gambe restino in Italia”.
Critica la Fiom che parla di “disimpegno” dall’Italia e chiede al governo di fare di più. Preoccupato, per l’occupazione e lo sviluppo torinese, anche l’arcivescovo di Torino, monsignor Nosiglia.
La novità di ieri, per quanto annunciata, è dunque rilevante e ha un’evidente implicazione fiscale.
La Fiat assicura che “tutte le attività che confluiranno in Fca proseguiranno la loro missione compresi gli impianti produttivi in Italia” e non ci sarà “nessun impatto sui livelli occupazionali”.
Ma la scelta della Gran Bretagna è troppo evidente per poter negare un vantaggio puramente fiscale.
Nel 2012 l’azienda ha iscritto a bilancio 625 milioni di imposte di cui 420 pagate da Fiat e 205 da Chrysler nonostante quest’ultima abbia registrato ricavi una volta e mezza più grandi di quella.
La Chrysler paga le imposte nel Delaware, uno stato che negli Usa è ritenuto alla stregua di un paradiso fiscale.
Il vantaggio potrebbe essere di oltre 200 milioni.
L’azienda precisa che un problema di tassazione può riguardare solo i dividendi incassati dalla holding: ieri la Fiat Spa, domani la Fca N.V. Nel 2012 i dividendi della Spa ammontavano a oltre 1 miliardo anche se, per effetto di 962 milioni di “svalutazioni” e di altri meccanismi fiscali, le imposte pagate si sono limitate a 31 milioni.
Su quella cifra, un risparmio ci sarà . Di quanto?
Una stima effettiva dipenderà da più fattori.
Può essere utile rilevare che nel 2012 la Fiat ha pagato, come un’aliquota fiscale media del 27,5% esclusa l’Irap italiana (al 3,9%) mentre in Gran Bretagna l’aliquota di base è del 22% (e non c’è nessuna Irap).
La Gran Bretagna è stimata dall’Ocse al livello di tassazione aziendale più basso fra i paesi del G7 ed è al quarto posto nel G20, dopo Turchia, Arabia Saudita e Russia.
Una concorrenza difficile da battere. Benefici importanti anche in Olanda.
Il primo riguarda la possibilità per gli azionisti di avere più voti per ogni azione attribuita.
Il secondo attiene alla possibilità di collocare una società holding-madre nelle Antille olandesi, con un beneficio da paradiso fiscale.
Il terzo vantaggio riguarda la tassazione, inesistente, dei dividendi.
Il mercato, però, ieri è rimasto deluso per i dati del 2013. Gli analisti si aspettavano di più e la Fiat è stata, a un certo punto, sospesa dal listino per eccesso di ribasso.
I numeri parlano di ricavi a 86,8 miliardi, di un utile netto a 943 milioni ma che per il 2014 non dovrebbe superare gli 800 milioni e soprattutto della decisione del Cda di non proporre la distribuzione di dividendi per mantenere un livello adeguato di liquidità dopo l’acquisizione di Chrysler.
La scommessa globale di Marchionne è appena cominciata.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 30th, 2014 Riccardo Fucile
CI SARA’ SEMPRE QUALCUNO PIU’ POLACCO DEI POLACCHI
È vero che se corri dietro al tram risparmi un euro e mezzo, ma se corri dietro a un taxi riesci a
risparmiare molto di più.
Che questa scemenza sia applicabile all’economia, e quindi alla vita delle persone, non fa ridere per niente.
Eppure è quello che ci sentiremmo di suggerire alla Electrolux, la multinazionale degli elettrodomestici che ha proposto ai suoi lavoratori un accordo che suona più o meno così: noi vi molliamo qui e andiamo a fare le nostre lavatrici in Polonia, a meno che voi non accettiate di prendere salari polacchi.
In pratica si tratta di una riduzione di stipendio di quasi il 50 per cento: quello che prima facevi per 1.400 euro, domani potresti farlo per 700. Se no a casa.
Prendere o lasciare che si direbbe, dall’economia, alla politica, alle riforme, pare la moda del momento.
Vedete anche voi che la formuletta del tram e del taxi è una metafora perfetta: perchè diavolo inseguire stipendi polacchi quando si potrebbero rincorrere addirittura quelli cinesi?
E perchè limitarsi agli stipendi cinesi quando si potrebbero pagare stipendi cambogiani?
Il fatto è che c’è sempre qualcuno che è il polacco di qualcun altro (o il cinese, o il cambogiano…) e quindi non si finisce più: la corsa al ribasso è una specie di toboga insaponato dove si prende velocità e non si riesce a frenare.
Ma certo, certo, non c’è dubbio che la faccenda non sia così semplice.
Non c’è dubbio che sul costo del lavoro alla Electolux (come ovunque in Italia) pesino anche altri fattori.
Le tasse sul lavoro, i costi, il famoso cuneo fiscale eccetera eccetera. Bene.
Ridurre, tagliare lì e non dalle tasche dei lavoratori, tutto giusto, tutto bello e assai riformista. Però. Però non c’è niente da fare: se costruire una lavatrice in Italia costa 24 euro all’ora e in Polonia costa 8, non bastano nè i tagli al costo del lavoro, nè i tagli al cuneo fiscale, nè riti propiziatori, nè mani benedette, nè ometti della provvidenza. Restano i sacrifici umani, quelli sì: sui lavoratori.
E in più, della proposta Electrolux non si calcola un piccolo dettaglio.
Che i lavoratori prenderebbero stipendi polacchi, ma non abiterebbero in Polonia. Continuerebbero a pagare affitti o mutui italiani, a comprare cibo nei supermercati italiani e a far benzina in Italia, chè Varsavia gli viene un po’ scomoda.
Dunque, non per tirare in ballo il vecchio maestro Keynes (ma anche il signor Ford, che fece il botto vendendo le Ford agli operai della Ford), se ne deduce che oggi, con il suo stipendio, un lavoratore dell’Elecrolux potrebbe forse permettersi di comprare una lavatrice Electrolux, ma domani, con il suo stipendio polacco, non potrà più.
Meno soldi in tasca a chi lavora, quindi meno consumi interni, quindi nuovi lavoratori in esubero, quindi nuove riduzioni di salario.
È la famosa manina magica del mercato che sistema tutto, a favore del mercato, naturalmente.
Ecco: per portarsi avanti col lavoro, meglio forse cominciare a studiare la piantina di Pechino o cercare un bilocale a Phnom Penh.
Certo, urge un taglio delle tasse sul lavoro, non c’è dubbio, e dei costi dell’energia, non c’è dubbio, e una politica industriale, non c’è dubbio.
Nel frattempo, sarebbe bello non diventare troppo polacchi, troppo cinesi o troppo cambogiani, continuando a fare la spesa qui.
Potendo ancora sognare in italiano e non in polacco, sarebbe bello avere uno Stato che offra buone condizioni a chi viene a investire e a produrre, ovvio, giusto, ma anche che chieda garanzie e imponga qualche obbligo.
Alessandro Robecchi
argomento: Lavoro | Commenta »