Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile
REATI MODERNI: QUANDO DURANTE LE FERIE LA FABBRICA SPARISCE
Qualcuno ricorda l’abigeato? Voleva dire rubare a un contadino e a tutta la sua famiglia il
bestiame, cioè la vita.
Le pene erano severe, e la sanzione sociale durissima: espulsione dalla comunità , perchè in quel reato si coglieva disprezzo e crudeltà : intaccavano il legame umano e i doveri fondamentali del vivere accanto.
Il furto della fabbrica è più grave. Lo è perchè è fondato sull’inganno e perpetrato da persone che restano rispettabili.
Torni dalle ferie e trovi un lucchetto ai cancelli, non c’è più il nome della ditta o della persona.
Se riesci a entrare, trovi i capannoni vuoti. Tutte le macchine sono state portate via.
A volte accade che qualcuno si trovi a passare davanti alla sua fabbrica mentre dovrebbe essere “in ferie”, e scopra il furto in corso, veda con stupore incredulo che stanno caricando le macchine del suo lavoro su camion senza identificazione, forse vendute, forse in trasferta, per un altrove sconosciuto.
Succede che si possano radunare altri operai e bloccare il trasloco, ma quando te ne accorgi non sei mai in tempo.
Per questo furto, più grande del furto rubricato dai codici, non esiste “flagranza di reato”. Qualcuno, che tu credevi il tuo “principale” ha venduto, e qualcuno ha comprato, e poi qualcun altro, e nessuno si farà vivo per spiegare la storia.
È una storia macabra con tre vergognose spiegazioni; liberarsi della fabbrica senza tante storie sindacali, vendendo il macchinario; cedere la fabbrica a qualcuno che la rivende a qualche altro finchè non si trova più il padrone (e intanto nessuno paga i dipendenti, persino se il lavoro continua e l’organizzazione del lavoro rimane intatta); delocalizzare l’impianto, che vuol dire che io continuo a produrre, ma con altri operai, in un altro Paese, dove non esistono leggi del lavoro.
C’è anche l’imprenditore del tutto persuaso di avere diritti medievali che dice agli ex dipendenti che protestano: “Se volete, io vi riassumo in Polonia. Qui costa troppo”.
E così si torna alle due superstizioni che umiliano sia chi le dice sia chi se le sente dire (e inutilmente due premi Nobel come Amartya Sen e Jospeh Stieglitz le hanno confutate da anni): “Il lavoro si salva solo se ha più flessibilità ” (vuol dire che, se l’avesse, non ci sarebbe bisogno di andare in Polonia, basterebbe licenziare e poi riassumere pagando la metà dei salari).
E: “il nostro vero problema è il costo del lavoro”.
La frase è falsa fin dall’inizio (i salari italiani sono sempre stati i più bassi in Europa).
Ma c’è di peggio dello scarico di responsabilità dai padroni ai dipendenti, dai dirigenti ai lavoratori di una fabbrica, dove l’incapacità di amministrare e di vendere viene gettata addosso a chi scrupolosamente provvede a produrre.
Il furto della fabbrica, infatti, avviene quasi sempre mentre non solo i lavoratori, ma anche i fornitori e i clienti non hanno alcuna ragione di sospettare, e infatti, inizia regolarmente per tutti il periodo di “ferie”.
Nessuno ne parla in anticipo perchè si tratta di una azione ovviamente vergognosa, che però non trova nella vita sociale alcuna censura e in quella giuridica alcuna condanna, benchè vi siano varie evidenti violazioni di natura penale e civile.
Il fatto è che rispettati economisti spiegano la delocalizzazione come inevitabile effetto della globalizzazione, che consente — e anzi suggerisce — di spostare la propria fabbrica dovunque sia più conveniente per le buste paga.
E infatti si sono creati nuovi luoghi di schiavitù, come i centri di produzione di Taiwan e molte fabbriche cinesi, in cui i suicidi degli operai sono molto frequenti, quando i lavoratori riescono a raggiungere i piani alti delle loro prigioni di lavoro.
Spiego in che senso ho detto “prigioni”.
Dovunque si uniscono, con una ferrea e assurda alleanza Stato e impresa, impegnati ad abbassare drasticamente le paghe con un dirigismo che è l’opposto del libero mercato, le condizioni di chi lavora diventano lavoro forzato e il legame con il posto di lavoro, pagato una miseria per un numero sproporzionato di ore, diventa una caienna.
La catena delle vendite false (ovvero di cessioni di fabbriche in sequenza per far perdere le tracce di un responsabile), è l’altro problema che ha coinvolto anche aziende con intatta reputazione e capacità produttiva, e senza alcuna perdita di quote di mercato.
Si tratta di un irresponsabile progetto di abbandono di impegno imprenditoriale e di rapida e clandestina capitalizzazione di valori ben più grandi (per non parlare delle persone).
Moralmente è un fenomeno spregevole, molto simile a quello dell’abbandono dei cani in autostrada.
Legalmente, la clandestinità o semi clandestinità dell’operazione, solo in apparenza ammissibile, dovrebbe essere intercettata da norme civili e penali che costringano alla continua identificazione pubblica dei passaggi, delle responsabilità , degli intenti.
Lo svuotamento estivo di uno stabilimento a cui vengono segretamente asportate le macchine dovrebbe essere considerato un vero furto ai cittadini e non solo al lavoratori, se si pensa al reticolato di impegni e doveri che una impresa stabilisce con il luogo e le persone del luogo in cui si è insediata, compresa l’apertura di negozi e di altre imprese. Non credo che politica, Stato e governi locali debbano osservare a distanza, come se si trattasse della forza brutale del “mercato”: si tratta di furto.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 23rd, 2013 Riccardo Fucile
DIECI ORE DI LAVORO AL GIORNO… E DOPO ANNI RITORNANO GLI ITALIANI NEI CAMPI
A 50 anni Antonia pensava di non dover più vedere il mondo a testa in giù.
E invece, dieci anni dopo l’ultima volta, è tornata a guardare la sua vita rovesciata: le gambe divaricate, la testa che a fatica si piazza all’altezza delle ginocchia, le braccia che si stendono nella terra, le dita che intercettano i frutti rossi facendo attenzione a evitare quelli più verdi.
Così Antonia è tornata a raccogliere i pomodori.
«Avevo detto basta, per pochi spiccioli non posso fare la schiava. Ma non lavoravo da due mesi, nè in campagna nè come stiratrice. E allora questi 20 euro al giorno a casa fanno comodo. Ma non alla mia schiena».
Antonia è una degli oltre 800 italiani che, testimonia la Flai-Cgil, da quest’anno sono tornati nei campi del foggiano per il lavoro più faticoso, quello peggio pagato, e per questo appaltato ormai da anni dai caporali.
Agli schiavi, prima africani e poi est-europei. «Italiani non se ne vedevano da tempo: oggi invece sono almeno 800-900» spiega Daniele Calamita, segretario generale del sindacato.
«Li spinge la crisi, la drastica diminuzione delle giornate di lavoro in campagna. La disperazione: accettano paghe inaccettabili »
Antonia guadagna, a nero chiaramente, 20 euro per una giornata di lavoro che dura anche dieci ore.
In realtà sono 25 euro, ma 5 vanno al caporale per il trasporto dalla città alla campagna, andata e ritorno.
Il compenso è lo stesso di Emanuele, trentenne, che in un campo poco distante lavora alla guida di una macchina. Eppure Antonia ed Emanuele sono fortunati.
Dormono in una casa. Un privilegio per i lavoratori del triangolo del pomodoro – Foggia, San Severo, Cerignola – un luogo dove i diritti di chi lavora sono nati, si sono formati, sono stati conquistati e invece 60 anni dopo si sono storti tutti, ammaccati, deturpati.
Così a Cerignola, paesone da più di 50mila abitanti, in pieno centro vivono 12 persone in uno sgabuzzino senza bagno.
Come servizi, vecchie bombole del gas: hanno fatto un foro nella parte superiore e dopo l’uso le svuotano in un tombino per strada.
Qui sotto ci vivono otto uomini, tre donne e una bambina di un anno e mezzo: è suo il body bianco che hanno messo fuori ad asciugare, involontario ed efficace monumento a una barbarie. Questo scantinato viene affittato ai rumeni da un italiano per 200 euro al mese. Dorina invece, tre civici più in là , paga 300 per 15 metri quadrati.
È qui che vivono gli schiavi d’Italia. Gli schiavi bianchi. Bulgari e rumeni, alcuni ucraini.
Hanno il marchio Ue, ma sono comunque disperati.
Secondo le rilevazioni della Cgil sono 15mila in questa zona, 7.900 solo i rumeni. Guadagnano 3 euro per ogni cassone da 50 chili di pomodori. In media per raccoglierne uno, si impiega un’ora e dieci di lavoro.
Complessivamente fanno poco più di 20 euro per otto ore.
La giornata è strutturata in due turni: dalle 5 alle 11 e poi dalle 16 fino al buio.
Ciascun lavoratore paga in anticipo 125 euro per il viaggio di andata e ritorno dal loro Paese più 20 euro a settimana per l’alloggio in Puglia. In tasca rimangono non più di 10 euro al giorno. Come si vive? «Con tre euro possono dormire qui da noi» dice Vito Colangione, il direttore di uno dei tre alberghi diffusi che la Regione ha voluto.
Sono un miracolo: prefabbricati puliti, i bagni, non bisogna pagare extra. Ma i numeri sono praticamente nulli: coprono meno di 200 posti letto a fronte di una forza lavoro che supera le 25mila unità di migranti.
La Cgil ha proposto di realizzare un eco-villaggio che sostituisca le baraccopoli dove oggi vivono gli africani, che prima erano egemoni.
E invece sono diventati minoranza. «Danno ricchezza e l’Italia li accoglie così…», commenta Diego De Mita, presidente provinciale dell’Anolf (Associazione nazionale oltre le frontiere) che nel ghetto di Rignano si batte per acqua, bagni, come se fosse l’Africa. Invece è Italia
«Gli africani – spiega Colangione – ormai sono il 10 per cento. Nel nostro centro, su 56 posti sono tutti rumeni e bulgari. Tre i tunisini».
Non è un dettaglio, perchè il cambio di passaporto della schiavitù ha mutato la distribuzione geografica dei migranti. «Non vivono più nelle campagne, ma in città ». Al Penny Market, discount all’ingresso di Cerignola, l’80 per cento dei clienti sono bulgari e rumeni. «Scegliamo i prodotti per loro: tutto in scatola, oppure wurstel. E ovviamente alcol. Tantissimo alcol». Fanno impressione le macchine: una su cinque ha targa dell’Est. «La convivenza – continua Colangione – sta diventando complessa. Se le istituzioni continuano a fare finta di non vedere, si rischia una guerra di disperazione»
E disperati erano i ragazzi che ieri mattina piantavano finocchi proprio davanti l’albergo diffuso di Cerignola.
C’era il padrone a controllare, accanto i suoi due nipoti dodicenni che guidavano una Fiat Blu. «Li tengo qui per capire se da grandi vogliono coltivare. Se piace il mestiere. Devono imparare che devono stare qui perchè bulgari, rumeni, italiani, queste non sono persone, vedi che innesto di merda ha fatto, queste sono bestie».
Disperato era anche il ragazzo italiano che ha urlato per un’ora mercoledì nella speranza che arrivassero presto i soccorsi: quando sono arrivati il suo collega Ahmed El Mardi, 45 anni, raccoglitore clandestino di pomodori, era già morto.
Stroncato da un infarto mentre guardava il suo sogno a testa in giù.
Giuliano Foschini
(da “la Repubblica“)
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Agosto 22nd, 2013 Riccardo Fucile
UN IMMIGRATO MAROCCHINO STRONCATO DA UN ARRESTO CARDIACO A CERIGNOLA… IL PROPRIETARIO DEL FONDO DENUNCIATO PER SFRUTTAMENTO DI LAVORO CLANDESTINO
Un immigrato di nazionalità marocchina di 44 anni, Ahmed El Mardi, è morto per un malore mentre
lavorava in un podere a 15 chilometri da Cerignola, in provincia di Foggia.
Il proprietario del terreno, che si trova a Borgo Tressanti, R.P., 61 anni, di Cerignola, è stato denunciato per sfruttamento del lavoro clandestino.
E’ accaduto ieri pomeriggio.
Inutile l’intervento dell’ambulanza nè il precedente tentativo di accompagnare l’extracomunitario in ospedale. A stroncarlo probabilmente il forte caldo.
Secondo quanto accertato da agenti del Commissariato di Polizia di Cerignola l’uomo aveva lavorato insieme a un cittadino italiano.
Essendo arrivato un temporale nella zona, mentre l’italiano ha trovato riparo in una abitazione vicina, El Mardi è corso verso il proprio motorino parcheggiato nei pressi ma prima di salire sul veicolo si è accasciato al suolo sofferente.
Il collega e il proprietario del fondo agricolo hanno chiesto l’intervento dell’autoambulanza e poco dopo, seguendo le indicazioni dei sanitari del 118, hanno caricato a bordo della loro automobile il bracciante.
Sulla strada, pochi chilometri dopo, hanno incrociato il mezzo di soccorso sul quale è stato caricato il paziente ma i sanitari non hanno potuto fare altro che constatarne la morte. L’uomo è stato trasportato all’obitorio dell’ospedale di Cerignola.
La Polizia ha informato il pm di turno che ha disposto i rilievi di polizia scientifica e l’intervento del medico legale che non ha riscontrato segni di violenza o altro tanto che il magistrato di turno ha emesso il nulla osta alla sepoltura ponendo la salma a disposizione dei familiari. Il decesso è avvenuto per cause naturali. Ahmed El Mardi era privo di permesso di soggiorno.
I poliziotti hanno accertato che la prestazione d’opera non era saltuaria ma era fornita in modo continuativo e già da tempo.
Chissà dove erano le autorità preposte ai controlli…
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
LONTANO DAI PALAZZI C’E’ L’ITALIA DELLA CRISI E DELLA DISOCCUPAZIONE
C’è una categoria di lavoratori che non conosce ferie in Italia, in costante crescita.
Sono quelli licenziati o in cassa integrazione, che protestano e presidiano le fabbriche per impedire all’azienda di portare via i macchinari, lasciandoli ad agosto senza più nulla.
Sono tanti e in tutta Italia: dalla Puglia della Om Carrelli ai canavesi della Romi Sandretto, che pochi giorni fa occupavano la Mole Antonelliana.
In Abruzzo e in Emilia, tutti in presidio per vicende diverse ma molto, troppo simili. Delle riconversioni farlocche, che sembrano essere avvenute solo per liberarsi dei lavoratori, è questo il caso della Golden Lady.
Delle fabbriche regalate a compratori poco credibili, e fallite un attimo dopo.
Degli accordi firmati al ministero che non valgono neanche la carta su cui sono stampati: benvenuti nell’Italia dei presidi, il nuovo fenomeno dell’estate.
Di fronte a questo scenario le istituzioni sembrano impotenti: in queste ore va avanti un tavolo al ministero del lavoro sull’azienda Berco, che da tre giorni si protrae fino a notte fonda, e che ha richiesto l’impegno in prima persona del ministro Giovannini.
Con scarsi, scarsissmi risultati finora: l’azienda non vuole cedere sui 611 esuberi.
GOLDEN LADY
Come scritto il 2 giugno su L’isola dei cassintegrati: “Golden Lady, a un anno dalla riconversione il progetto è già fallito”.
Il riferimento è alla Golden Lady di Gissi, e non si può scrivere “ex” perchè la riconversione della fabbrica è stata una grande, incredibile farsa.
A dicembre del 2011 lo stabilimento aveva chiuso i battenti. Poi la riconversione, e sembrava che tutti sarebbero tornati a lavorare: 250 dipendenti alla Silda Invest e altri 115 alla New Trade.
Poi, però, la Silda ne ha occupati solo 160 e la New Trade dieci.
Lo scorso 12 luglio la Silda ha poi licenziato tutti i 160 dipendenti.
Da quel giorno i lavoratori hanno iniziato a presidiare la fabbrica, per impedire all’azienda di portare via tutti i materiali e i macchinari.
«Non siamo ‘ex’ Golden Lady perchè la riconversione non è mai avvenuta», dicono i lavoratori. Nonostante gli accordi firmati che, ormai si sa, non contano mai nulla.
C’è rabbia e delusione per quella che sembra una grande presa in giro, costruita per liberarsi di 250 dipendenti, mentre si delocalizzava in Serbia.
E mentre questa stessa azienda annuncia di voler regolarizzare 1.200 apprendisti tramutandoli in tempo indeterminato, e già alcuni parlano di “nuove assunzioni”, come se fosse la stessa cosa.
Ora l’azienda ha ripreso i macchinari in cambio di una fideiussione bancaria per il pagamento degli stipendi arretrati dei licenziati.
Per la fabbrica abruzzese sembra essere la fine.
ROMI SANDRETTO
Da febbraio gli operai della Romi Sandretto, che produce componenti plastici, sono in presidio in una tenda davanti la fabbrica.
Il 23 luglio, poi, hanno condotto un presidio davanti la Direzione Regionale del Lavoro di Torino, riuscendo ad ottenere la cassa in deroga fino al 13 settembre (il 24 luglio era scaduto il secondo anno di cassa integrazione).
Pochi giorni prima, l’11 luglio, avevano perfino occupato la Mole Antonelliana di Torino, esibendo lo striscione: “Salviamo la Sandretto”.
La Sandretto ha una storia particolare: finita nel 2006 in amministrazione straordinaria dopo che, appena un anno prima, era stata venduta per un euro ad un sedicente gruppo americano.
Dopo l’amministrazione straordinaria, per scongiurare il fallimento, i commissari la regalano alla brasiliana Romi.
Ma anche qui le cose sono andate male: da 300 dipendenti si è passati a 150, oggi tutti in cassa integrazione.
Romi si era inoltre impegnata ad investire nei due anni successivi l’acquisizione 5,6 milioni di euro, per poi limitarsi a spendere circa 3 milioni per favorire l’uscita di lavoratori in mobilità “volontaria”.
Franco Camerlo, operaio, dice che: «Stanno andando avanti delle trattative con dei compratori italiani, speriamo si riesca, noi rimaniamo in presidio».
OM CARRELLI
Continua il presidio degli operai della Om Carrelli di Modugno (Bari), il tavolo al ministero dello sviluppo il 30 luglio non ha portato risultati.
Da un lato l’azienda, proprietà della tedesca Kion, vuole a tutti i costi recuperare i 240 carrelli invenduti, fermi dentro lo stabilimento.
Ad impedirlo un gruppo dei 223 operai in cassa integrazione, che presidia la fabbrica. Sono stati diversi i tentativi di recupero di questi carrelli, per mezzo di tir, ma gli operai lo hanno sempre impedito arrivando anche a degli scontri.
Dal tavolo al ministero si spera, come per ogni vertenza industriale, in una riconversione.
Il sindaco del paese ha perfino proposto all’amministratore delegato della Kion di cedere l’azienda a titolo gratuito al comune, per far partire un progetto cooperativo non meglio definito.
Il 31 luglio, ministero o non ministero, l’azienda ha già annunciato che i tir torneranno a recuperare i carrelli della Om, quei carrelli che valgono 13 milioni di euro.
Si preannuncia una lunga estate calda, al presidio. «E’ molto faticoso ma abbiamo ancora tanta forza. Anche se è dura: prima l’azienda ha detto che non avrebbe richiesto la cassa per il secondo anno, ora dopo averla richiesta minaccia di non anticiparci i versamenti», dice Antonio Pantaleo, dal presidio.
Il presidio dei lavoratori Berco (foto dal twitter di Martina Berneschi) Il presidio dei lavoratori Berco (foto dal twitter di Martina Berneschi)
BERCO
All’azienda metalmeccanica Berco di Copparo (Ferrara) sono in presidio da una settimana in attesa del secondo incontro al ministero dello sviluppo economico.
Questo incontro, iniziato lunedì 29 luglio alle ore 17, si è prolungato fino al giorno successivo e a quello dopo ancora: al momento l’unica cosa certa è che l’azienda non molla sui 611 esuberi.
Allo scorso incontro, il 25 luglio, era accaduto l’imprevisto: politici e sindacati pensavano fosse tutto risolto nelle trattative con l’azienda, e si preparavano alla firma degli esuberi convertiti in cassa integrazione, prepensionamenti e incentivi all’esodo.
Ma dopo nove ore di trattativa saltava tutto, i 611 licenziamenti rimangono, di cui 430 solo nella sede di Copparo, mentre i rimanenti si dividono tra Castelfranco Veneto (Treviso), Imola e Busano (Torino).
La sera stessa è iniziato il presidio dei lavoratori, fuori dalla fabbrica.
La speranza, ribadita anche dal ministro Giovannini, presente al tavolo in queste ore, è che l’azienda, proprietà della Thyssenkrupp, faccia un passo indietro.
Nel frattempo tutto il paese di Copparo, che conta 17mila abitanti, si è mobilitato: «Tutti hanno un parente che lavora alla Berco. Ora per strada le case hanno fuori la bandiera con scritto: “La Berco siamo noi”».
La procedura di mobilità si deve concludere entro la prossima settimana, non ci sono più margini di trattative. A
gli operai emiliani, come ai pugliesi della Om carrelli, alla Romi Sandretto e alla Golden Lady, toccherà protestare per tutto agosto.
Michele Azzu
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
PAGOTTO (ARREDO PLAST): “I NOSTRI RAGAZZI NON ACCETTANO I TRE TURNI”…E’ IL PRIMO FORNITORE EUROPEO DI IKEA PER LA PLASTICA. “HO INVESTITO BENE, MA OGGI NON LO RIFAREI QUI IN ITALIA”
«Uno che viene al colloquio di lavoro accompagnato dalla mamma, l’altro che, al telefono, ti risponde che è interessato ma non prima di tre mesi perchè sta studiando per la patente. Ma si può?».
Scuote la testa Giovanni Pagotto, fondatore e presidente di Arredo Plast Spa, holding di Ormelle da 230 milioni di fatturato, maggior fornitore di prodotti in plastica per l’Ikea.
L’azienda cresce, lui assume ma inserire in organico personale italiano è una parola.
Il 90% dei dipendenti del comparto produzione è straniero, i capiturno sono in larga misura extracomunitari.
Chi sta alle macchine è impegnato su tre turni sette giorni su sette, e questo fa già storcere il naso ai locali.
Quando invece si tratta di trovare un tecnico il problema diventa un altro.
«Pochi giorni fa avevamo contattato un neolaureato in ingegneria aerospaziale, ci ha detto che sarebbe venuto se lo avessimo mandato all’estero. Gli ho risposto che volevo rifletterci due giorni ma quando l’ho richiamato per annunciargli che lo avrei inviato alla nostra sede canadese aveva già trovato un altro posto in Germania. Questi in Italia proprio non ci vogliono stare».
Eppure ci sono ingegneri che da lei hanno fatto carriera. La fabbrica di Motta che lavora solo per Ikea è diretta da uno di questi.
«Si, però quando il ragazzo è arrivato lo abbiamo messo a “tirare bulloni”, mica in ufficio. Ha fatto strada un po’ alla volta ».
E gli altri? Gli ambienti qui sono puliti, la paga è quella del contratto e i superminimi non mancano. Cosa c’è che non va?
«C’è che gli italiani non hanno fame. A 16 anni andavo in bicicletta da Ormelle a Conegliano per lavorare alla Zanussi, a 27 ero responsabile di mille operai. Prova a dirgli a questi qua che una volta al mese devono lavorare il sabato o la domenica. Capisco che fare i turni è un sacrificio ma le macchine qui non possono fermarsi».
Gli stranieri sono più disponibili, insomma?
«Mi tocca dire di si. Qui dentro ce n’è da ogni parte del mondo, uomini e donne».
Comunque sia, il suo gruppo cresce sempre da anni. Uno stabilimento dopo l’altro, lei ha messo su un impero. Ikea pesa solo per un quinto o poco più del suo business ma è un’ottima credenziale. Segno che non è vero che in Italia non si possa fare industria.
«Nel 2000 ho venduto la Glass Idromassaggio di Oderzo ad un gruppo americano. Mi hanno dato una cifra notevole e l’ho investita tutta in questi capannoni. Il fatto è che dieci anni più tardi gli stessi capannoni li avrei messi all’estero».
Perchè?
«Devo fare l’elenco? Burocrazia, tasse, costo del lavoro e dell’energia. Ecco perchè per rimanere competitivo, e per certi prodotti lo siamo più dei cinesi, le mie macchine estremamente automatizzate non devono fermarsi mai. A tre giorni da un ordine Ikea vuole i prodotti in ogni suo negozio d’Europa».
A parte Ikea, i vostri clienti chi sono?
«Le vendite sono per l’85% all’estero. Negli Usa la nostra controllata canadese rifornisce Walmart, la più grande catena di vendita al dettaglio del mondo. Ma i nostri articoli in plastica si trovano un po’ dappertutto nella grande distribuzione».
I conti come sono, fatturato a parte?
«L’Ebitda è vicino al 14,5%, quando c’è in giro qualcosa di interessante da rilevare cerchiamo di farlo, e finora sempre con mezzi nostri».
E qualcuno che vi chieda di diventare socio c’è?
«Più di qualcuno, ma i fondi d’investimento ragionano in un modo che mi piace poco. Fino a poche settimane fa stavamo dialogando con uno americano, poi le trattative si sono fermate. All’inizio volevano una quota di minoranza, poi hanno cominciato a parlare di 51% e abbiamo chiuso il discorso ».
Contare su liquidità propria non può continuare all’infinito se volete allargarvi. Mai pensato alla borsa?
«Si, ma non è ancora il momento. Adesso il valore del titolo non rispecchia mai quello reale. Ci vorranno almeno due o tre anni prima che una quotazione torni ad essere una scelta interessante».
Gianni Favero
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Luglio 28th, 2013 Riccardo Fucile
E’ AVVENUTO IN UNA STRUTTURA ALBERGHIERA DELLA “CIVILE” RICCIONE: “LO SFRUTTAMENTO E’ DIFFUSO IN QUESTA ZONA E LE ISTITUZIONI NON FANNO NULLA”
Una laurea nel settore turistico, un fidanzato a Rovigo, la famiglia lontana in Sicilia e un lavoro, precario, in Riviera.
La Romagna dei sogni si è trasformata in un incubo per Tiziana, la ragazza di 33 anni siciliana che due notti fa ha dovuto dormire in spiaggia dopo che la sua datrice di lavoro, un’albergatrice di Riccione, l’ha cacciata lasciandola senza un tetto in piena notte. Motivo? Si era ribellata a uno stipendio da fame, 800 euro per quindici ore di lavoro, e alla decisione dell’albergatrice di ridurglielo ulteriormente.
Giornate di lavoro a tappe forzate le sue: la mattina a fare l’animazione per i bambini, i figli degli ospiti dell’hotel, sia in spiaggia che in albergo.
Poi portarli a spasso la sera, sia i piccoli che i loro genitori, ignari di quanto guadagnasse quella loro animatrice preparata e gentile, che conosce tre lingue.
Ma non basta: la sera Tiziana doveva anche badare al figlio dei padroni dell’hotel e metterlo a letto.
“Proprio come baby sitter era stata assunta”, spiega al fattoquotidiano.it Sandra Polini dell’associazione Rumori sinistri, che in queste ore sta assistendo Tiziana.
La situazione è andata avanti così fino a mercoledì, quando la datrice di lavoro ha detto che le avrebbe ridotto lo stipendio.
Se non le andava bene poteva andarsene. La ragazza non ha accettato e poco dopo si è ritrovata la sua stanza in albergo sbarrata.
Se firmava la lettera di dimissioni volontarie avrebbe potuto dormirci per poi andare via l’indomani, altrimenti l’uscita era servita. Un vero ricatto.
Tiziana allora ha chiamato i Carabinieri che, secondo la ricostruzione della ragazza, hanno preso atto della situazione e l’hanno messa a verbale, ma non hanno potuto fare molto altro.
Trovatasi per strada, Tiziana ha dovuto dormire in spiaggia, visto che la sua residenza è troppo lontana, tra Ferrara e Rovigo e a quel punto erano le due di notte.
È a questo punto che è entrata in gioco Rumori sinistri. “Avevamo già preso contatto con lei nei giorni scorsi e voleva migliorare la sua situazione di lavoro”, spiega Manila Ricci. Forse era stato proprio questo incontro a rendere consapevole Tiziana dei propri diritti. Peraltro già un mese fa, il 22 giugno, lo stesso albergo era stato oggetto di due visite ispettive: la Guardia di finanza e la Direzione territoriale del lavoro avevano trovato 11 lavoratori irregolari su 14, tra i quali anche un albanese senza permesso di soggiorno e con delle false generalità riportate su una patente rilasciata in Inghilterra.
Tra i lavoratori in nero c’era anche Tiziana, che aveva iniziato il 16 giugno, pochi giorni prima.
Dopo i controlli e le multe, il locale è rimasto comunque aperto. “A quel punto l’hanno assunta, ma con un contratto da 15 ore alla settimana. In realtà le faceva in un giorno”, spiega ancora Sandra Polini.
“Era il primo anno che Tiziana lavorava in Romagna. E in tanti anni di lavoro in giro per l’Italia non le era mai capitata una cosa del genere”.
Superata la notte, accompagnata da Sandra, Tiziana è andata alla Direzione territoriale del Lavoro per denunciare la situazione.
A ‘incastrare’ l’albergatrice a questo punto ci sono non solo le parole di Tiziana e i precedenti di giugno.
Forse anche altre lavoratrici a questo punto potrebbero parlare: “Ci sono persone che prendono molto meno di Tiziana. Donne, italiane, che non arrivano a 700 euro per le pulizie, in quello stesso albergo”, spiega Sandra Polini.
Ma attenzione a non pensare che il caso di Tiziana sia isolato: “Lo sfruttamento è un fenomeno endemico qui a Riccione in questa stagione e riguarda centinaia di strutture alberghiere”, spiega Manila Ricci.
Proprio in questi giorni lei e i ragazzi dell’associazione (che fa parte della rete sindacale della ADL Cobas) hanno iniziato una campagna che li porterà in giro per la Riviera a fare come da sportello mobile per tutti i lavoratori stagionali sfruttati.
David Marceddu
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
UNA VITA DIVISA TRA LAVORO E FAMIGLIA
Il numero di badanti assunte nel nostro paese è pari a circa 1 milione e 700 mila. L’80% sono prevalentemente donne tra i 35 e i 50 anni.
La maggior parte provengono da paesi come Bielorussia, Moldavia, Romania e Ucraina.
In 10 anni la loro presenza è raddoppiato e se la crescita resterà pressochè invariata entro il 2030 il numero potrà sfiorare i 2 milioni e 300 mila.
Un viaggio in autobus da Verona a Minsk mi ha permesso di conoscere un po’ di più la loro “vita a distanza” fra Italia e Bielorussia.
Sul bus che da Napoli arriva a Minsk (capitale Bielorussa) nelle parole di Nadya e Yilenia l’eco della difficoltà di vivere una “vita da badante” e una “vita a distanza”. Loro come tante sono mamme, mogli, figlie e zie a distanza. Spesso dipinte secondo immaginari poco veritieri, la loro vita è scissa da necessità (lavoro) e virtù (rimanere la donna della loro famiglia lontana).
Come molte loro colleghe, anche Nadya e Yilenia finito il lavoro “vicino” dedicano molte ore a quello “lontano”, educando i figli lasciati nel paese di origine, facendo compagnia al marito e cercando di mantenere un equilibrio famigliare che dia continuamente ossigeno e forza alla scelta migratoria fatta.
Skype è il mezzo che garantisce di trasmettere passione e amore oltre i confini che le separano.
Lo utilizzano per condividere — e cito le loro parole — un “pasto a distanza” con i mariti, per educare i figli controllandone compiti, pagelle scolastiche, ascoltandone i bisogni e accompagnando senza sosta la loro crescita.
Sono sorelle quando parlano con i fratelli, sono zie quando la domenica si uniscono in preghiera con la famiglia riunita, sono compagne di vita quando ricordano — ogni giorno — ai mariti dove e perchè stanno vivendo.
Nella parola “badante” vi sono molteplici sfaccettature.
Oltrepassando l’immaginario collettivo del termine, il lavoro si suddivide in categorie precise: badanti che convivono ma lavorano part-time, altre che convivono operando a tempo pieno, “neobadanti” con compiti generali e badanti professionali che offrono un pacchetto assistenziale e casalingo completo.
Gli stipendi variano a seconda della tipologia e sono utili per comprendere le sfaccettature di questa professione.
A seconda delle esigenze economiche e dei limiti conflittuali di coppia (quando si tratta di una convivenza con il dipendente), la scelta viene abitualmente fatta con il marito prima di partire.
Il capitale sociale in Italia e le agenzie addette sono i tramiti che connettono le nostre case con quelle delle future collaboratrici.
D’inverno ne parte uno, d’estate invece sono due i pullman che riaccompagnano un numero infinito di donne nelle loro case bielorusse.
Raramente ci sono posti liberi, le tappe sulla rotta sono tedesche e polacche.
Altre vie verso paesi differenti non variano molto in numeri e significati.
All’arrivo sperano di non essere accolte direttamente dai mariti e dai figli. Per le badanti, che come quelle che ho incontrato, non fanno ritorno da anni, vedere dal finestrino l’avvicinarsi di posti cari confonde i sentimenti, facendo percepire l’emozione troppa e vana al tempo stesso.
La voglia di rincontrare chi ti aspetta da molto alimenta l’imbarazzo di un abbraccio, colmo di timori vissuti e futuri.
Ad attendere Nadya c’era il marito, una stretta di mano e due baci fra i due, poi il cammino silenzioso verso la macchina.
Le famiglie italiane che emettono domanda in questo bacino occupazionale sono circa 2 milioni e 500 mila (dati Censis 2011).
Sempre dalla stessa fonte si evince che la disponibilità media di assunzione sta lentamente diminuendo.
Il motivo principale è la crisi, così dicono.
I dati statistici informano inoltre che la spesa media di una famiglia italiana per assunzione si aggira attorno ai 700 euro mensili e, soprattutto al nord, le assunzioni hanno avuto un leggero calo.
Chi colma questo primo vuoto assistenziale?
Da una parte si riduce il lavoro per adempiere alla causa famigliare, dall’altra l’incalzante disoccupazione porta le persone ad arginare le spese occupandosi del mestiere che una volta faceva la badante.
Nonostante ci siano le prime battute d’arresto — non contando per altro il welfare informale che in questo campo incide notevolmente sui dati ufficiali —, il fenomeno resta ed è comunque in crescita.
Concludo passando il microfono alla storia per farci raccontare alcune vite di migranti italiane che dal nord-est, dal centro-sud e fino agli anni ’30, partivano per trovare occupazione come governanti in Egitto.
Meglio conosciute come “le Alessandrine” (per via della meta che era la città di Alessandria), questo interessante scorcio novecentesco è un ulteriore aiuto a riflettere che è tempo di conoscere da altre prospettive quell’universo femminile, italiano o meno poco importa, in grado di essere “donna a distanza” e “badante alla necessità ”.
Francesca Bottari
(da “Unimondo.org”)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
IN ITALIA SONO 830.000, DI CUI IL 90% STRANIERE
Sempre più sommerso, nonostante le regolarizzazioni. 
Ecco come sta evolvendo il mestiere di collaboratrice domestica e di assistente familiare.
Una professione sempre più indispensabile (saranno 4,3 milioni gli anziani non autosufficienti in Italia tra 20 anni), che però stenta ad essere “riconosciuta”.
Le “badanti” irregolari, secondo le ultime stime, rappresentano la metà degli sprovvisti di permesso di soggiorno in Italia: 216 mila su 540 mila nel 2010.
È quanto emerge da “Badare non basta” di Sergio Pasquinelli e Giselda Rosmini, ricercatori Irs (Istituto ricerche sociali).
“Ci si auspica che il governo metta mano anche alla regolamentazione dell’assistenza domestica, perchè la crescita dell’irregolarità è preoccupante”, osserva Sergio Pasquinelli.
In Italia le badanti sono 830 mila, di cui il 90 per cento straniere.
Nel giro degli ultimi due anni si sono persi almeno 100mila posti di lavoro, segno che la crisi colpisce anche l’assistenza domestica, soprattutto tra le operatrici non italiane.
Il 57,3 per cento viene deal’est Europa (Ucraina, Moldavia e Romania), una su tre viene dal Sudamerica (Perù ed Ecuador in particoalre) e le italiane sono una su dieci.
“Per le straniere il lavoro da badanti è considerato un trampolino per provare a raggiungere posizioni più stabili”, commmenta Sergio Pasqunielli, dell’Irs. L’ascensore sociale, con la crisi, s’è inceppato: è ormai sempre più difficile passare dall’assistenza domestica a quella in ospedale, tanto che l’ultima tendenza, soprattutto per le badanti est europee, è quella di ritornare in patria.
Diminuiscono anche le badanti che convivono con gli assistiti: “Se gestito bene, il lavoro a ore fa guadagnare quanto chi convive con l’anziano — nota Pasquinelli -. In più in questo modo si conserva una certa indipendenza, è possibile fare domanda di ricongiungimento familiare e cercare altri lavori”.
Perchè quella della badante, appunto, è considerata solo una professione temporanea.
Nella ricerca svolta da Pasquinelli per il libro, il 23,2 per cento delle 320 intervistate ha scelto questa professione perchè la più facile da trovare, mentre il 16,8 ha fatto questa scelta per piacere.
Forse anche per questo, soprattutto tra le straniere, corsi di aggiornamento e formazione sono percepiti come un disturbo, una perdita di tempo e di denaro.
Il 36,5 per cento degli intervistati non è disponibile a fare corsi, mentre il 41 per cento è disponibile solo se gratuito.
“La disponibilità aumenta se i corsi sono brevi, non più di 70 80 ore e aprono a carriere più stabili”, precisa Pasquinelli, tra i curatori di “Badare non basta”.
In aumento anche il numero di badanti italiane.
Di nuovo, la grande responsabile è la crisi, che porta i familiari a diventare assistenti per evitare di pagare stipendi ad altri.
Così ci sono zone d’Italia dove la percentuale di badanti italiane arriva anche al 20 per cento, soprattutto al sud.
Un capitolo del volume di Pasquinelli e Rosmini è dedicato alla diffusione europea del fenomeno.
(da “Redattore Sociale“)
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Luglio 16th, 2013 Riccardo Fucile
UN OPERAIO DI UNA DITTA APPALTATRICE: “IL LEGALE CHE ASSISTEVA ANCHE L’ILVA MI CONSEGNO’ UN PROMEMORIA PER TESTIMONIARE IL FALSO, MA MI RIFIUTAI”… UN LAVORATORE: “ERAVAMO 60, SONO L’UNICO RIMASTO VIVO DELLA MIA SQUADRA”
“Quando ho sentito dire da Bondi che qui si muore di fumo di sigarette, come un lampo mi è tornato davanti agli occhi il momento in cui l’avvocato mi chiese di testimoniare che il mio compagno, morto di tumore, fumava due pacchetti di sigarette al giorno”.
Franco Caramia, oggi in pensione, una vita passata come capocantiere in una ditta appaltatrice dell’Ilva. Di compagni ne ha persi tanti senza poter fare nulla, ma a uno ha reso giustizia con il suo coraggio.
“I familiari del mio amico fecero causa e l’avvocato, che difendeva la ditta e anche l’Ilva, mi consegnò un promemoria chiedendomi di leggerlo. Avrei dovuto dire al giudice che il mio amico era un accanito fumatore, mentre ne fumava al massimo 5 di sigarette. Lo guardai in faccia e gli risposi: io sono un uomo e su quella pedana dirò la verità come da giuramento. Restò di sasso. Il Tribunale sentenziò che la causa della morte era stata l’inquinamento”.
Ha lo sguardo fiero Franco, aver reso pubblico un fatto rimasto per tanto tempo segreto è come aver riscattato la memoria di quell’operaio con cui ha condiviso pane e fatica.
“Era un pezzo d’uomo, aveva fatto il paracadutista, lavorava per tre e il cancro lo ha divorato. Bondi ripete quello che gli dicono di dire, ma così fanno i pappagalli non gli uomini”.
Ricordi pesanti che come fili legano le vite di chi è rimasto.
“Sono un superstite. I miei colleghi sono morti tutti”.
Parla come fosse un reduce di guerra Giuseppe Di Bello, 65 anni.
La sua battaglia è durata 30 anni. Impiegato capoturno, 12 anni in acciaieria e 18 al porto. “Ogni mattina ringrazio il Signore per essere ancora vivo”.
Giuseppe, tre figli e tre nipoti, abita a Mottola sulla collina a 30 km dall’Ilva. “Questo mi ha aiutato, io finito il turno tornavo qui mentre gli altri rientravano nelle loro case vicino alla fabbrica continuando a respirare veleni”.
Assunto nel ’72 all’Italsider, “quando nel’95 è arrivato Riva la situazione è peggiorata. Prima nell’azienda di Stato, nei reparti, c’era polvere di amianto, ma anche umanità . Poi è rimasto solo l’amianto e noi siamo diventati vuoti a perdere. Riva ha soppresso i reparti recupero dei convertitori, che servivano a eliminare le polveri perchè non erano produttivi. Ai sindacati ha detto: voi fate i sindacalisti, io faccio il padrone. Ha costruito la famigerata Palazzina Laf (laminatoio a freddo) dove spediva chi non si adeguava, operai, funzionari, sindacalisti. Questi sono fatti — prosegue — a raccontarli tutti altro che i neri del 1700! Andavano avanti solo quelli che erano funzionali con il sistema Riva, chi si ostinava a conservare dignità diventava carne da macello”.
Sospira, riprende fiato spezzato dalla commozione e aggiunge altri ricordi: “Quando si colava l’acciaio liquido si spruzzava il Nalco, simile a una calce bianca di cui nessuno conosceva il contenuto. Chiedevamo spiegazioni, ci rispondevano che era una formula segreta. Il Nalco conteneva amianto al 40% e siccome le placche erano bollenti sprigionavano vapore che respiravamo . In quel reparto lavoravano in 60, sono morti tutti, come quelli che lavoravano alle siviere, i mattoni refrattari erano pieni di amianto”.
Accanto a Giuseppe, un altro amico caro, Piero Barulli, medico di famiglia a Mottola da più di 30 anni: “Il nesso di connessione diretto tra esposizione e insorgenza delle malattie è un dato certo. Quando vengono da me la prima cosa che chiedo è: in che reparto hai lavorato o lavori, per quanto tempo? E in base alla risposta decido a quali accertamenti sottoporli. I tempi di incubazione sono lunghi, nessuno può dirsi salvo, è una bomba a orologeria che non sappiamo quando scoppierà . Nulla è cambiato se non la consapevolezza: prima gli operai non sapevano con quali sostanze venivano a contatto, ora lo sanno”.
Le parole del medico trovano riscontro in quelle di un altro operaio in pensione, Salvatore Perrone 64 anni, 30 all’Ilva, all’acciaieria: “Io mi controllo ma serve a poco, due miei colleghi lavoravano alla manutenzione, tutti due di 62 anni sono morti di leucemia fulminante quando i medici dicono che colpisce in età giovanile. Il solo fine di Riva è il profitto. Con lui in poche settimane ci siamo trovati a eseguire gli ordini senza poter discutere mentre prima in ogni reparto i delegati, e io lo sono stato, concordavano con i responsabili dell’azienda come ridurre i rischi delle attività più pericolose”.
Poi racconta come si lavorava all’epoca: “ Io ho avuto la sfortuna di lavorare anche nel reparto preparazione lingottiere quando l’acciaio si colava in lingotti, eliminato con l’ingresso delle colate continue. C’erano sostanze chimiche che quando venivano spruzzate era come fare l’aerosol con il veleno. Molti miei amici sono morti a 40 anni. Non fumavano e non bevevano ma facevano i saldatori e respiravano i fumi. Ditelo al professore Bondi. E ditegli pure che io dopo 30 anni all’Ilva non arrivo a 2 mila euro di pensione, ma capisco quello che lui non capisce per 300 mila euro all’anno”.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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