Marzo 14th, 2019 Riccardo Fucile
CRESCONO SOLO I CONTRATTI A TERMINE COME AI TEMPI DI RENZI, NULLA E’ CAMBIATO
I precari sono sempre più precari nonostante il Decreto Dignità .
I posti di lavoro aumentano ma all’interno dell’incremento a crescere di più sono i contratti a termine, come era chiaro anche qualche tempo fa e nonostante la propaganda ridicola di Di Maio.
Racconta oggi Repubblica:
Quanto ai dati sul lavoro, l’ Istat conferma la crescita degli occupati per il quinto anno consecutivo, sono 192.000 in più nel 2018, con il tasso di occupazione che ritorna ai livelli precrisi (58,6%). Si accentuano i divari, il tasso di disoccupazione del Mezzogiorno è il triplo di quello del Nord.
Scendono anche i disoccupati e gli inattivi, ma già il quarto trimestre risente del calo del prodotto interno lordo: ci sono 36.000 occupati in meno rispetto al trimestre precedente.
Soprattutto, il dato che emerge è quello della scarsa qualità dell’occupazione: nel confronto annuo nel quarto trimestre crescono solo i dipendenti a termine, la cui incidenza sale dell’1,1% sul 2017.
Rallenta inoltre la crescita degli occupati a tempo pieno, aumenta il part time involontario. I precari sono sempre più precari: l’Istat parla di «diminuzione di permanenza nell’occupazione», soprattutto per la fascia di età 15-24 anni.
Il tasso di disoccupazione dei giovani continua a rimanere un record negativo in Europa, ricorda, alla Bocconi, Benoit Coeurè, membro del consiglio esecutivo della Bce: «Il tasso di disoccupazione giovanile è due volte quello totale, e nei Paesi colpiti più duramente dalla crisi rimane intollerabile con tassi sopra il 30% in Italia e Spagna e vicini al 40% in Grecia».
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 13th, 2019 Riccardo Fucile
E’ UN INGANNO CHE SI TRADUCE IN RIDUZIONE DEGLI ADDETTI, DELLE ORE DI LAVORO E DEI SALARI E IN UN AUMENTO DEI PREZZI
È notizia recente l’annuncio del M5S di promuovere una legge sul “salario minimo” per i lavoratori italiani. Bello, diranno in molti. E invece no, questo può essere il tipico esempio di una proposta che parte da “buone” intenzioni, ma può finire in tragedia.
Se chiedessimo a un cittadino per strada cosa pensa del salario minimo, probabilmente ci direbbe che si trova d’accordo. Dopotutto chi potrebbe essere contrario a una proposta che sembra andare nell’interesse del lavoratore? Ma è qui il vero inganno.
Il salario minimo è una proposta che non sostiene nè il lavoro, nè l’occupazione nè, tantomeno, il benessere dei lavoratori.
Proviamo a semplificare con un esempio, immaginando che, dal 1 aprile 2019, il salario minimo per i lavoratori italiani diventi 20 euro all’ora, per qualunque tipologia di mansione.
Le conseguenze sarebbero facili da individuare: lavoratori in piazza a festeggiare, in una prima fase, e in strada a protestare in una seconda perchè si accorgerebbero — ben presto — che il salario minimo riduce il lavoro.
Un costo imposto a un’azienda, in maniera artificiale, da un ente superiore (in questo caso, lo Stato), deve essere in qualche maniera armonizzato sulla produzione.
In una fase — per altro — di decrescita produttiva, di elevata pressione fiscale e di incertezza dei mercati.
Se aumentano i costi del personale, in maniera non regolata dal mercato della domanda/offerta di lavoro, le aziende avranno una sola possibilità : aumentare i prezzi dei prodotti o dei servizi, ridurre le ore di lavoro dei lavoratori, ridurre il numero dei lavoratori o, ancora, sostituire i lavoratori meno qualificati con macchine automatizzate (pensiamo alle casse robot).
Insomma, non uno scenario che possiamo considerare favorevole ai lavoratori. Questo è il tipico esempio di una proposta di politiche pubbliche basata più sull’emotività e sul facile ottenimento di un consenso nel breve periodo, che sul metodo scientifico di analisi costi/benefici sul medio-lungo periodo.
Un esempio di conseguenze post introduzione del salario minimo arriva dagli Stati Uniti. In questo caso, non è stata una legge, ma un’azienda privata a decidere liberamente di incrementare il salario minimo dei dipendenti, la famosa Whole Foods, catena di 479 supermercati orientati al consumo di alimenti particolarmente sostenibili e sani.
Whole Foods ha infatti deciso, spontaneamente, di aumentare il salario di tutti i dipendenti a 15 dollari l’ora. A poche settimane dall’introduzione, però, i dipendenti hanno visto i propri turni calare: meno ore di lavoro, meno soldi e più proteste.
In un contesto di forte automatizzazione dei processi, di ingente calo della produzione e di sostanziale irrigidimento del mondo del lavoro, una proposta come questa rischia quindi di rappresentare un autogol.
Per sostenere il mercato del lavoro, l’occupazione e il benessere dei cittadini, non può quindi essere il salario minimo la soluzione, o rischieremmo, ancora una volta, di far pagare agli stessi cittadini gli errori enormi della politica.
(da TPI)
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Marzo 5th, 2019 Riccardo Fucile
“INSOSTENIBILE SELEZIONARE MIGLIAIA DI PERSONE CON UN QUIZZONE E IN MANIERA PRECARIA”
Il Governo prova a riaprire il dialogo con le Regioni sui navigator ma, per ora, la trattativa non avanza ed è ancora scontro.
A fare una nuova proposta questa volta è il ministero del Lavoro che in una prima bozza di accordo, messa sul tavolo della trattativa solo ieri sera, prevede una diminuzione dei navigator assunti da Anpal da 6.000 a 4.500 circa, destinati a rafforzare i centri per l’impiego delle sole Regioni che ne hanno più bisogno.
A dare la notizia per prima è l’assessore al Lavoro della regione Lombardia, Melania Rizzoli, in audizione alla Camera, e fonti di governo confermano all’HuffPost che la trattativa è ancora in atto e che si tratterebbe di destinare meno risorse all’Anpal per le assunzioni e sfruttare il resto dei fondi già previsti per rafforzare in altro modo i Cpi. L’essenziale però è che le Regioni che dicono di potercela già fare senza ulteriori risorse, poi sappiano affrontare il grande flusso di lavoro che porterà la partenza del Reddito e della nuova macchina per le politiche attive del lavoro.
L’apertura del governo sulla riduzione dei navigator però non basta alle Regioni che parlano ancora di rischio “caos” negli uffici.
Nonostante il calo del nuovo personale previsto, si tratta comunque “di un esercito di persone che entrerebbe nei nostri centri per l’impiego” – ha dichiarato subito la coordinatrice degli assessori regionali al Lavoro Cristina Grieco – “la nostra posizione non è di chi si vuole mettere di traverso al Reddito, ognuno vuole fare la sua parte ma il caos che si creerebbe negli uffici con migliaia di persone selezionate con un quizzone, o un colloquio, e assunte in maniera precaria creerebbe una situazione non sopportabile dal punto di vista organizzativo.
Al di là dei navigator poi, un altro problema è quello delle piattaforme informatiche che incrociano i dati tra domanda e offerta di lavoro: “Se non fossero interconnesse, si bloccherebbe tutta la macchina a prescindere dai navigator”, ha aggiunto Grieco.
Le Regioni non ci stanno a passare in secondo piano sulle politiche attive, prerogativa loro affidata dalla Costituzione.
“Vorremmo che fossero rispettate le nostre competenze, se così non fosse e se non si trovasse un accordo saremmo costretti a fare ricorso alla Corte Costituzionale”, ribadisce Grieco tornando alla questione che più brucia ai governatori ossia quella del solo parere – obbligatorio ma non vincolante – previsto sulla questione contenuta nel Decretone e che sarà emesso giovedì prossimo in Conferenza unificata delle Regioni.
Le Regioni quindi cercano un’intesa ma soprattutto chiedono delle norme che mettano nero su bianco: competenze, regole e fondi.
La prima norma richiesta è quella per superare i vincoli alle assunzioni “visto che non abbiamo spazio nemmeno per assumere i 4.000 operatori dei Cpi già previsti dalla legge di bilancio”.
Poi, continua Grieco, serve una legge sulle stabilizzazioni, qualcosa che permetta di scorrere le graduatorie e una norma per semplificare le procedure di assunzione.
E qui si parla finalmente di tempi, quelli che stanno più a cuore a tutti ma soprattutto al governo. Senza uno snellimento dei processi per le assunzioni “per fare un concorso pubblico servono 6-8 mesi”, fa notare Grieco che però prevede di riuscire a rafforzare i Centri per l’impiego che più ne hanno bisogno “anche in 2-3 mesi e in maniera corretta e tempestiva, se le procedure cambiassero”.
Inoltre, le Regioni chiedono che siano previste anche delle coperture per le spese di funzionamento.
Se ci fossero nuove deroghe e semplificazioni, gli enti territoriali assicurano che potrebbe arrivare da loro una valutazione sicuramente positiva del rafforzamento dei Cpi.
“Tutte le regioni hanno bisogno del rafforzamento e va fatto su diversi fronti: personale, strutture e infrastrutture, visto che ci saranno più operatori ma sempre negli stessi spazi”, ha aggiunto Grieco ricordando che per portare a termine un’operazione del genere in Germania ci sono voluti ben 4 anni.
“Facciamolo, facciamo nel modo giusto — ha concluso la coordinatrice – e con dei concorsi che ci rendano più semplice anche la stabilizzazione dei lavoratori negli anni futuri”. L’importante però “è che l’esercito dei navigator non abbia la pretesa di sostituirsi alle Regioni sulle politiche attive, questo non possiamo accettarlo”.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITALIA MALATA DI “BASSA INTENSITA’ LAVORATIVA” … TRIPLICATE LE FUGHE ALL’ESTERO
Nella media del 2018 il numero di occupati supera il livello del 2008 di circa 125 mila unità .
Si sono così recuperati i livelli pre-crisi. Eppure qualcosa si è perso: nei primi tre trimestri del 2018, rispetto a dieci anni fa, mancano all’appello poco meno di 1,8 milioni di ore lavorate, ovvero oltre un milione di posti full time (unità di lavoro a tempo pieno).
Una ripresa, quindi, a “bassa intensità lavorativa”: più occupati ma per meno ore.
Questa la diagnosi del rapporto ‘Il mercato del lavoro’, elaborato da ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal.
“La mancanza di opportunità lavorative adeguate può comportare la decisione di migrare all’estero, fenomeno in crescita negli ultimi anni: da 40 mila del 2008 a quasi 115 mila persone nel 2017”. Quindi in meno di dieci anni le fughe sono quasi triplicate, si legge nel rapporto.
“Per raggiungere il tasso di occupazione della media Ue15 (nel 2017 pari a 67,9%, contro il 58,0% di quello italiano) il nostro Paese dovrebbe avere circa 3,8 milioni di occupati in più”, continua il rapporto ‘Il mercato del lavoro’.
Secondo il report “la distanza dalla media europea è anche frutto della diversa partecipazione per genere: in Italia meno della metà delle donne tra 15 e 74 anni appartiene alle forze lavoro (48,1% contro il 59,0% dell’Ue).
Aggiornato al 2018 è invece il conto sul divario tra il Sud e il resto del Paese. Se nel Centro Nord ci sono quasi 376 mila occupati in più a confronto con dieci anni prima, nelle regioni meridionali il saldo è ancora “ampiamente negativo:”: -262mila.
Sottoccupati e sovraistruiti: nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a quasi 5,7 milioni: quasi un occupato su 4.
Così il rapporto ‘Il mercato del lavoro’ (ministero del Lavoro-Istat-Inps-Inail-Anpal). E, viene sottolineato, negli anni il fenomeno risulta “in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute”
“L’aumento della quota di occupazione meno qualificata, accompagnata dalla marcata segmentazione etnica del mercato del lavoro italiano, ha favorito la presenza di lavoratori immigrati più disposti ad accettare lavori disagiati e a bassa specializzazione”. Tra il 2008 e il 2018 “gli stranieri sono passati dal 7,1% al 10,6% degli occupati”. Nei servizi alle famiglie “su 100 occupati 70 sono stranieri”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 24th, 2019 Riccardo Fucile
L’AUTISTA COSTRETTO A SCENDERE DAL MEZZO E A SVERSARE IL LATTE SULL’ASFALTO
Nessuna tregua dei pastori che protestano per il prezzo del latte anche il giorno delle elezioni regionali in Sardegna.
Intorno alle 8.30, un camion cisterna che trasportava latte ovino appena munto è stato bloccato nei pressi di Orune, nel Nuorese.
Due uomini con i volti coperti e armati di fucile hanno costretto l’autista del camion, diretto al caseificio dei Fratelli Pinna di Thiesi (Sassari), a uscire dall’abitacolo e a sversare il latte sull’asfalto della Statale 389. Poi sono fuggiti. Sul posto sono intervenuti polizia e carabinieri.
La protesta degli allevatori nei confronti delle grandi aziende e cooperative che comprano il latte di pecora a 55 centesimi il litro era iniziata nei primi giorni di febbraio e via via ha preso corpo: blocchi del traffico, stop ai mezzi pesanti degli autotrasportatori del latte e prodotto buttato in strada.
Successivamente si sono verificati danneggiamenti a caseifici e accerchiamenti violenti.
Le proteste non si sono fermate
In queste ore le prefetture di Nuoro, Sassari e Cagliari hanno allestito un controllo maggiorato sul territorio e, ovviamente, ai seggi.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2019 Riccardo Fucile
DA TRAPANI AD ENNA LA LOTTA DI CHI LAVORA PER SOPRAVVIVERE
In Sardegna i pastori hanno gettato per strada litri di latte ovino per protestare contro il
prezzo del latte, sceso sotto i 60 centesimi al litro.
L’eco della protesta sembra avere raggiunto anche i pascoli della Sicilia. Come riportato dai quotidiani locali, anche gli allevatori siculi si sono mobilitati contro il prezzo del latte.
Nel trapanese, lo scorso 15 febbraio, centinaia di pastori, provenienti anche dalle province di Palermo e Agrigento, si sono radunati presso la strada statale 624 Palermo-Sciacca e hanno rovesciato a terra almeno 3mila litri di latte.
Anche in provincia di Enna è stata messa in scena una protesta e una ventina di pastori hanno bloccato la galleria di ingresso a Regabulto, aderendo alla manifestazioni dei colleghi in Sardegna. Anche in Sicilia, gli allevatori chiedono che siano rivisti i costi del latte.
Una lettera di protesta è stata scritta da Emmanuel Scolaro, 23enne di Santo Stefano Quisquina, uno dei più giovani allevatori della regione.
In un post pubblicato su Facebook, il giovane ha fatto riferimento alle difficili condizioni di lavoro cui sono sottoposti gli allevatori, richiamando i colleghi a un’azione collettiva contro lo sfruttamento della grande distribuzione.
“Mi presento sono Emanuel Scolaro e ho 23 anni, sono originario di Santo Stefano Quisquina. Da qualche anno posso definirmi uno degli ultimi allevatori più giovani in circolazione e sono fiero di essere un pastore. Il custode di un gregge di ovini o caprini”, ha scritto in un post che ha ottenuto centinaia di like.
“Li abbiamo sentiti i nostri amici sardi? Facciamoci sentire noi. Basta sottostare agli industriali. La roba è nostra. Il prodotto che la natura ci offre, sotto i nostri sacrifici, è nostro. Creiamola questa alleanza da siculi. L’unione fa la forza. Quando vendiamo qualcosa noi, dobbiamo trovare l’acquirente e poi ci tocca anche svendere il prodotto. Il latte? Non ne parliamo. Il prezzo è quello, se ti va così, se no te lo tieni”.
“È vero ho 23 anni, abito con mamma e papà e non ho nessuna famiglia a carico. Come potremmo mai farci una famiglia? Cosa ci riserva il futuro?”, continua Emmanuel.
“Seguiamo la passione. Io ci credo e voglio farlo fino in fondo, ma la triste verità è un’altra. Lavoriamo come i dannati per chi? Per che cosa? Povere bestie colpa non ne hanno. I veri animali stanno sopra di noi è questa la verità . E noi siamo schiavi non padroni dei nostri frutti. Questa è l’Italia?”, conclude il 23enne.
(da TPI)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
I NUMERI REALI NEL CANTIERE ITALIANO: OGGI SONO 10, SE PARTISSE L’OPERA SAREBBERO 470 PER DIECI ANNI… SULLA RICADUTA NELLA OCCUPAZIONE DELL’INDOTTO IMPOSSIBILE FARE PREVISIONI CERTE
“I numeri degli occupati nei cantieri della Tav già ora e di quelli che saranno impegnati a
regime, dicono chiaramente qual è l’impatto positivo sull’occupazione della realizzazione della Tav e le sue importanti ricadute sul Pil nazionale”.
Lo dice Sergio Chiamparino al fattoquotidiano.it mettendosi sulla scia dei politici, degli industriali e dei sindacalisti impegnati a salvare l’Alta Velocità sulla tratta Torino-Lione, dopo la bocciatura annunciata dell’opera da parte del team scelto dal governo guidato dal professor Marco Ponti.
L’anticipazione ha incendiato il clima politico tra manifestazioni di piazza, mozioni urgenti, ipotesi referendarie e tentativi di formare maggioranze alternative in Parlamento. L’esecutivo giallo-verde viene accusato di essere “irresponsabile” perchè, insieme ai treni merci, getterebbe al vento “migliaia di posti di lavoro”: 4mila solo per il “cantiere”, almeno altrettanto per gli indiretti.
Addirittura 50mila per il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.
La questione occupazionale però resta controversa, al di là delle cifre annunciate, sbandierate e citate sui giornali: per sapere quanti siano gli occupati diretti, impiegati cioè nella realizzazione, bisogna sentire l’azienda che costruisce l’opera mentre su quelli indiretti (il famoso “indotto”) ogni prefigurazione è invece teorica e scivolosa, al punto da essere stata accantonata nell’ultima analisi.
Proviamo a fare ordine.
La società italo-francese Telt incaricata di realizzare l’opera spiega che attualmente “sul cantiere italiano si contano una decina di lavoratori, operai perlopiù”. E gli ottocento posti? E i futuri quattromila?
“A Chiomonte è tutto bloccato, l’effetto Toninelli è stato questo”, dice al fattoquotidiano.it il presidente dell’Osservatorio sulla Tav Paolo Foietta. “Proprio quando dovevano partire le gare per il lotto grosso — spiega — è arrivata la sospensione e 150 persone che stavano lavorando sono rimaste ferme per sei mesi. Una parte di questo personale è stata spostata sull’altro lato, al cantiere di Saint-Martin-La-Porte in Francia, un’altra è in cassa integrazione”.
Quanti ne beneficino non si sa, il dettaglio non è noto a Telt, la società italo francese incaricata di realizzare l’opera perchè ad attivarla sono le sue aziende fornitrici.
Gli 800 “nel cantiere”? 530 in Francia, altri 280 in ufficio
Vediamo di capire però quali posti. Telt spiega che dei circa 800 lavoratori attualmente impiegati 530 sono all’opera nel cantiere francese, dove la fresa ha scavato 26 km. Una decina, come detto, sono al cantiere di Chiomonte, dove “lo scavo deve ancora partire e al momento sono impiegati operai per la manutenzione e transizione del cantiere a quello del cunicolo esplorativo, nell’opera di studio del terreno della zona e lo scavo vero e proprio del tunnel di base”.
Altre 280 persone sono impiegate tra società di servizi e di ingegneria nella stessa società pubblica che si occupa della realizzazione della Torino-Lione.
“A pieno regime i cantieri daranno però impiego diretto a 4.761 lavoratori e altrettanti nell’indotto”. Da dove viene fuori questo dato? La società spiega che è la risultante di studi-parametro effettuati sui dati relativi a cinque opere geognostiche terminate in Francia da Ltf, che l’ha preceduta
I “4mila posti di lavoro”? Sono 476 in media per 10 anni (poi si chiude)
Va precisato però, giacchè quasi nessuno lo fa, che i 4mila posti sono in realtà spalmati in dieci anni con un picco nel 2022-2023 rispettivamente di 756 e 722 addetti e poi il calo fino ai 104 del 2029 (scarica la tabella con andamento occupazionale).
La media per anno è di 476 posti e questo dato — più correttamente rappresentato che nelle semplificazioni da titolo di giornale o nelle dichiarazioni dei politici — rende meglio il peso reale della “questione occupazionale” diretta: vista così, la Tav è l’equivalente di una media azienda di riguardo, importante sicuramente, ma analoga alle 3.787 con più di 250 addetti attive in Italia (dato Istat estratto il 19 gennaio 2019).
Semmai con una differenza importante che non depone a favore: la “azienda Tav”, come tutte quelle di cantiere, vive solo per dieci anni.
Alla fine lavori, prevista per il 2029, chiude e il 99% delle maestranze mobilitate torna a casa. “Certo — dicono dagli uffici Telt di Torino — alla fine resteranno essenzialmente i responsabili di esercizio e manutenzione dell’opera”.
L’indotto dei “50mila posti”…
Per ammissione degli stessi promotori l’effetto occupazionale della messa in esercizio della linea “non è mai stato incentrato sull’obiettivo di creare qualche centinaio di posti di lavoro”.
E’ scritto nelle contro-deduzioni del governo alla Comunità montata ormai sette anni fa: quei posti di lavoro — si legge nel documento datato 2012 — sono “un importante effetto indiretto della messa in esercizio, ma sono solo una piccola parte dei benefici attesi per l’intero sistema economico Piemontese, a seguito della realizzazione della nuova linea”.
Per le associazioni datoriali, a partire da Confindustria, la Tav è diventata essenziale alla crescita del Paese: è il simbolo stesso del braccio di ferro con il governo sul destino delle grandi opere in Italia, quella che idealmente spegne o accende ogni speranza di rimettere in moto l’edilizia e smuovere il Pil (“Infrastrutture: Boccia, governo apra cantieri a partire da Tav”, “La Tav porterebbe a regime 50mila posti di lavoro, l’analisi d’impatto deve tenerne conto”).
La Cisl è dello stesso parere e parla di “indubbie ricadute occupazionali” a rischio.
Per l’opposizione la Tav oggi è anche il cantiere dove scavare tra le divisioni all’interno del governo, tra la Lega pro Tav e i Cinque Stelle da sempre contrari.
Il 15 gennaio scorso, il Pd ha presentato in Senato la mozione di Mauro Laus che cerca di unire tutte le forze attorno al “sì Tav” isolando i Cinque Stelle e spaccando il governo. Non mancano accuse esplicite al governo, come quella del deputato piemontese Giacomo Portas che ribadisce: “Con la Tav fa perdere migliaia di posti di lavoro” (28 dicembre 2018). Gli effetti reali, su contratti da attivare, sono quelli visti poco sopra.
C’è poi un effetto indiretto e indotto sul lungo periodo da considerare.
Su questo terreno però la previsione occupazionale si fa più sfuggente che mai, prestandosi a semplificazioni e usi impropri da parte di sostenitori e detrattori dell’opera.
I numeri fanno per lo più riferimento a stime, la cui incertezza è dovuta alla difficoltà di calcolare con precisione i settori produttivi che beneficeranno della nuova linea ferroviaria. Iniziamo col dire che è noto come l’analisi costi-benefici sul tavolo del governo realizzata dal team del professor Ponti non si avventuri per scelta in questo campo.
La ragione è teorica e metodologica, spiega lo stesso Ponti al fattoquotidiano.it: “Analisi e modelli economici sul valore aggiunto applicati alle grandi opere assumono come sempre nullo il costo/opportunità sia del capitale che del lavoro e quindi danno sempre valore positivo. Hanno senso solo nella comparazione tra opzioni diverse per capire la più favorevole, non in assoluto. E dunque non sono un criterio utile per una decisione politica basata su numeri”.
Proprio su questo punto si prepara una delle dispute tra economisti più accese di sempre, appena il “dossier” che ha bocciato la Tav diverrà pubblico.
…ma l’effetto indiretto non è definibile (ci hanno provato 7 studi in 22 anni)
Del resto, non meno controversi sono gli studi che presentano scenari formidabili per l’occupazione. Le analisi sugli impatti economici dell’opera, ha ricordato lo stesso Chiamparino, sono state ben sette in 22 anni. Nessuna però, evidentemente, ha fornito risposte decisive anche perchè si tratta per definizione di studi teorici, basati su calcoli e modelli astratti applicati di volta in volta a scenari specifici.
Nel 2011 la Commissione Europea doveva decidere se finanziare l’opera e ne ha commissionato uno che resta forse il più corposo di tutti. Per ammissione dello stesso commissario Foietta, però, “le analisi costi benefici invecchiano come lo yogurt. Nel caso specifico, lo studio era durato un anno e mezzo e aveva dato risultati più che positivi sui vantaggi del Tav. Purtroppo era basato su dati pre-crisi, uno scenario di riferimento totalmente diverso dall’attuale e da rivedere”.
Nel 2015 la Commissione Ue ha poi commissionato un rapporto al prestigioso Fraunhofer Institut fà¼r System und Innovationsforschung. L’analisi (scarica il documento) non stima i posti di lavoro creati ma quelli che si andrebbero a perdere in caso di mancato completamento del programma.
Alla base del calcolo, un’equazione per cui — nel settore dei progetti transfrontalieri — ogni miliardo di euro non investito causerebbe la perdita di 44.500 potenziali posti di lavoro.
Tra gli studi più recenti spicca poi quello realizzato sempre su dati Telt in collaborazione tra Osservatorio Tav e il gruppo Clas, con la supervisione del professore della Bocconi Roberto Zucchetti.
Applicando modelli predittivi su catene di valore indiretto lo studio ipotizza negli 11anni di lavoro previsti l’impiego di 125mila “unità di lavoro” tra Italia e Francia, cioè addetti a tempo pieno”, così divisi: 30mila diretti, 53.144 indiretti, 42mila per indotto. Da questa stima molti dei sostenitori dell’effetto occupazionale, con Vincenzo Boccia in prima fila, hanno tratto la semplificazione sui “50mila posti a rischio”.
Il derby tra analisi e cantiere
“Non dico che le analisi lasciano il tempo che trovano”, conclude il commissario Foietta, “ma qui siamo a un bivio: o scegliamo la logica perversa del gioco dell’oca, per cui il contesto cambia in continuazione e tutte le volte che ho finito un’analisi costi benefici non faccio l’opera ma un’altra analisi, con avvitamento sugli studi, oppure in questo momento uso l’analisi che ho nel momento in cui assumo la decisione; e poi uso altri strumenti che esistono per monitorare le situazioni di contesto, ma senza rimettere in discussione tutto, al limite aggiustandola perchè io sennò non farò mai un’opera ma una nuova analisi costi e benefici. Non si può dire che non esiste nulla, esistono tante cose ma non piacciono a Toninelli“.
Naturalmente su queste previsioni non sono mancate le contestazioni di metodo e di merito, non ultima sull’imparzialità del dato che proviene pur sempre dal soggetto promotore e dall’esecutore, dunque meno attendibile sul piano della terzietà e indipendenza.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 8th, 2019 Riccardo Fucile
AVEVA PROMESSO LA CASSA INTEGRAZIONE, ORA E’ SPARITO… E’ ANDATO PERO’ DAI LAVORATORI DELLE STESSA AZIENDA AD ATESSA FACENDO ALTRE PROMESSE PERCHE’ IN ABRUZZO SI VOTA
«Basta prenditori! Sono a Termini Imerese con gli operai della Blutec, un’azienda in difficoltà a causa di una proprietà che ha abbandonato 800 operai dopo aver preso finanziamenti statali. È giusto che sappiano che, adesso, lo Stato è dalla loro parte».
Così Luigi Di Maio il 26 ottobre 2018 lanciava un collegamento in diretta su Facebook assieme ai lavoratori della Blutec durante il quale avrebbe annunciato che «non possiamo più cedere al ricatto occupazionale di chi viene qui a dire “tu mi dai i sodi altrimenti licenzio” e poi allo stesso tempo prendi i soldi e non fai lavorare le persone. Questo è solo un modo per sfruttare le sofferenze della gente».
Parole di speranza per i mille lavoratori (700 Blutec e 300 dell’indotto) dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese.
Ma come è già successo in altre occasioni Di Maio ha dimenticato quelle promesse e ieri gli operai, alla soglia dell’esasperazione, hanno occupato la sede del Comune di Termini Imerese. Due giorni fa i segretari di Fim Fiom e Uilm, Ludovico Guercio, Roberto Mastrosimone e Vincenzo Comella hanno appreso che nonostante le numerose rassicurazioni e promesse del bisministro del lavoro e dello Sviluppo Economico «ci sarebbero delle perplessità da parte degli uffici preposti del ministero alla firma del decreto per il rinnovo della cassa integrazione per i lavoratori di Blutec e dell’indotto a Termini Imerese nonostante sia stato firmato l’accordo a gennaio per la proroga».
Oggi gli operai sono in presidio davanti ai cancelli dello stabilimento, sotto accusa la mancata attuazione del piano industriale e soprattutto il silenzio del MISE.
I sindacati chiedono un incontro proprio con Di Maio: «Non si può più attendere, serve subito la risposta sull’approvazione della cassa integrazione, il cui accordo è stato siglato il 7 gennaio scorso. Il Ministro Di Maio in visita allo stabilimento lo scorso ottobre aveva dato garanzie sulla continuità delle tutele per i lavoratori e sul futuro della vertenza, chiediamo di dimostrare concretamente questo impegno».
Ad ottobre Di Maio faceva il duro, come al solito, chiamando in causa FCA ed invitando la Blutec ad assumersi le sue responsabilità , oggi è semplicemente scomparso.
E i sindacati dall’aula consigliare del Comune chiedono di essere convocati al Ministero per poter dare risposte ai lavoratori.
Il coinvolgimento di FCA non c’è stato e il governo si è eclissato.
Quando Di Maio era andato a Termini Imerese aveva dato la misura del Cambiamento, facendo capire quanto le cose fossero distanti con chi c’era prima: «Questi sono lavoratori che sono stati presi in giro tante volte dai governi. E quando poi i governi non sono stati capaci di farsi rispettare, facendosi prendere in giro dalla proprietà , loro sono rimasti nel tritacarne tra l’incudine e il martello. Sono venuto qui per dire a queste persone che gli staremo sempre vicini. Ora o la Blutec rispetta gli impegni oppure lo Stato si farà rispettare».
Però le cose non sono andare così, tant’è che i portavoce del M5S ora chiedono che “Blutec provveda al pagamento dei 2,5 milioni di euro” e che rispetti ” i vincoli che le sono stati concessi dal Governo”.
Sarebbe però davvero ingeneroso dire che Di Maio ha completamente dimenticato gli operai della Blutec. Perchè il MISE ha convocato il 24 gennaio un tavolo tecnico per affrontare la questione della Blutec, solo che è quella di Atessa (Chieti) e non quella di Termini Imerese.
Di Maio non c’era ma la notizia è stata data in anteprima il 18 gennaio dalla candidata presidente alla Regione Abruzzo Sara Marcozzi. Il motivo è che in Abruzzo si va a votare e quindi Di Maio ha fatto l’ennesima promessa agli operai.
Ma ovviamente sono solo i governi precedenti che speculano sulla pelle degli operai solo per prendere qualche voto.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2019 Riccardo Fucile
COPRE LA SUA INETTITUDINE E LE PROMESSE NON MANTENUTE CON LA SOLITA “E’ COLPA DEI GOVERNI PRECEDENTI”
Dopo tre giorni finalmente il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ritrova la parola e
il coraggio e affronta il caso Pernigotti.
La vertenza non si è conclusa come Di Maio aveva promesso a più riprese in questi mesi. Il marchio Pernigotti resta in mano al gruppo turco Toskoz che nonostante le minacce del vicepremier — che era arrivato a dire di voler far sapere al mondo che Pernigotti produce conto terzi — non ha ceduto di un millimetro su quel punto.
Una decisione che continua ad essere il maggiore ostacolo per un salvataggio dello stabilimento di Novi Ligure perchè per i potenziali investitori la cessione del marchio è un elemento irrinunciabile.
A peggiorare le cose c’è il fatto che mentre al Ministero andava in scena l’incontro tra sindacati e la proprietà turca per la definizione dell’accordo sulla cassa integrazione Di Maio era altrove. Dove? In Francia, a parlare con uno dei tanti “leader” dei Gilet Gialli. Non da ministro per carità , ma da Capo Politico del MoVimento (come se si potesse essere l’uno o l’altro e non tutti e due assieme).
Tornato nel Bel Paese Di Maio si è ricordato di essere il ministro dello Sviluppo Economico e su Facebook ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti.
In breve: l’accordo sulla Pernigotti è stato un successo. E non poteva essere altrimenti visto che a condurre le trattative è stato il governo del Cambiamento che difende gli interessi del Popolo. Ecco quindi che la cassa integrazione (per 100 dipendenti, per i 150 interinali ci sarà la disoccupazione e basta) è una grande vittoria.
E se la Pernigotti è in questa situazione la colpa ovviamente è di governi precedenti che ne hanno favorito l’acquisto da parte dei turchi nel 2013 (maledetto libero mercato!).
Il governo attuale invece è diverso e Di Maio annuncia — come fa da tre mesi — che «è in cantiere la proposta di legge strutturata che lega il marchio con il territorio su cui è nata, come nel caso di Pernigotti».
Alla Camera sono già stati presentati due disegni di legge (uno di LEU e uno della Lega) mentre quello dei 5 Stelle è ancora “in cantiere”.
E non servirebbe a nulla per salvare l’azienda di Novi Ligure perchè non avrebbe valore retroattivo.
Di Maio però continua a raccontare la storia del governo che vuole salvare il Made in Italy. Lo fa per nascondere il fatto che mentre al suo Ministero si tentava di salvare un’azienda italiana lui era impegnato a stringere alleanze in vista delle elezioni europee con quello che non è nemmeno un partito e non si sa nemmeno se si presenterà alle europee. Questo è l’ordine delle priorità del ministro che però ci tiene ad accusare chi lo critica di speculare sulla pelle dei lavoratori della Pernigotti.
Ma anche i sindacati speculano sulla pelle dei lavoratori? In un comunicato la UILA — l’Unione Italiana dei Lavoratori Agroalimentari — sottolinea che l’accordo sottoscritto martedì scorso non era ciò che auspicavano anche in base a ciò che era stato promesso.
In poche parole i sindacati non potevano far altro che firmare l’accordo per la cassa integrazione straordinaria per reindustrializzazione per 92 dipendenti della Pernigotti, perchè al primo posto devono mettere la tutela dei lavoratori e non una battaglia sciovinista come quella del vicepremier.
L’esternalizzazione della produzione è già iniziata, come conferma un comunicato della Pernigotti che ha fatto sapere che l’azienda ha «già affidato a partner attivi sul territorio nazionale la produzione di alcune linee di prodotto, salvaguardando la qualità e l’attenzione per le materie prime che da sempre caratterizzano l’offerta Pernigotti».
Il vero contenuto di quell’accordo lo spiega a Linkiesta Tiziano Crocco, uno dei rappresentanti sindacali che erano al MISE tre giorni fa.
Da un lato c’è la delusione per l’assenza del ministro, che non era impegnato in un incontro istituzionale ma era in Francia come Capo Politico del suo partito. «Ci sentiamo presi per il culo dal ministro» dice Crocco che fa notare come la cassa integrazione per reindustrializzazione lascia «campo libero alla proprietà per fare quello che gli pare, anche portare via i macchinari».
Crocco rivela anche che durante gli incontri con i turchi i propositi bellicosi di Di Maio e Conte sono stati subito accantonati: «Mie fonti mi dicono che durante le trattative gli stessi turchi hanno definito Di Maio e Conte “due gattini”».
La pensa diversamente il vice capo di gabinetto del ministro del Lavoro Giorgio Sorial spiega che «a oggi all’advisor sono arrivati gli interessamenti di 21 aziende”
Peccato però che come ha detto il segretario nazionale della Uila Uil Pietro Pellegrin le aziende interessante hanno posto una condizione che costituisce un ostacolo insormontabile: «l’impossibilità per i potenziali investitori di fare proposte concrete vista la totale indisponibilità dell’azienda a cedere» il marchio.
(da “NextQuotidiano”)
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