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SERBIA, SALARI DA FAME: LA FIAT CHE PIACE A MARCHIONNE

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

STIPENDI DA 350 EURO PER TURNI DI 10 ORE, STRAORDINARI SPESSO GRATIS… PONTI D’ORO DAL GOVERNO DI BELGRADO… VIAGGIO A KRAGUJEVAC, DOVE IL LINGOTTO SI GIOCA IL FUTURO

Li vedi sfilare a fine turno sull’unico ponte che collega la fabbrica alla città . Polo bianca, pantaloni grigi, facce serie. Giovani in stragrande maggioranza, tanti ragazzi che dimostrano vent’anni o poco più.
Alle loro spalle, sulla parete dello stabilimento, incombe una scritta a caratteri cubitali, visibile a centinaia di metri di distanza: “Mi smo ono sto stvaramo”.
Che vuol dire, tradotto dal serbo: “Noi siamo quello che facciamo”. E loro fanno, eccome se fanno.
Gli operai dello stabilimento Fiat di Kragujevac, 140 chilometri a sud di Belgrado, stanno in fabbrica dieci ore al giorno, per quattro giorni la settimana. Quaranta ore in tutto, con altre otto di straordinario, che da queste parti, almeno per adesso, è diventato una faticosa consuetudine.
Non basta. Perchè il caporeparto, spesso e volentieri, chiede di lavorare un giorno in più, giusto qualche ora per fissare un pezzo mal riuscito o per dare una sistemata alle macchine.
Un’extra pagato? Magari. Tutto gratis. “Ma come si fa a dire di no al capo, che è anche un amico? ”, taglia corto un operaio, uno dei pochi che accettano di scambiare qualche parola.
È vero, alla Fiat di Kragujevac non si usa dire di no.
Perchè in Serbia un lavoratore su quattro proprio non riesce a trovare un posto.
E allora, con la disoccupazione al 25 per cento, l’inflazione al 10 e le casse dello Stato ormai allo stremo, la scritta sui muri della fabbrica (Noi siamo quello che facciamo) finisce per diventare un monito anche per chi sta fuori.
Voi non siete niente perchè non fate niente. E chi sta dentro la fabbrica non vuole certo tornare quello che era prima, una nullità , uno dei tanti che si arrangiano con il lavoro nero.
Meglio chinare la testa, allora. Ubbidire ai capi e tacere con gli estranei.
Vanno così le cose a Kragujevac, Serbia profonda, la nuova frontiera della Fiat predicata e realizzata da Sergio Marchionne.
Stipendi da 300-350 euro al mese, turni di lavoro massacranti, straordinari pagati solo in parte. Prendere o lasciare.
Ma un’alternativa, un’alternativa vera, nessuno sa dove trovarla.
E allora bisogna prendere, bisogna accettare l’offerta targata Italia.
Anzi, targata Fiat Automobiles Serbia, in sigla Fas, la società  controllata al 66,6 per cento da Torino e per il resto dal governo di Belgrado.
A Kragujevac lavorano circa 2.000 dipendenti: 1.700 operai, il resto sono dirigenti e amministrativi.
Lo stabilimento funziona a pieno regime solo da qualche settimana, ad oltre quattro anni di distanza dall’accordo che nel 2008 consegnò (gratis) a Marchionne fabbrica e terreni dove sorgeva la Zastava, storica azienda motoristica che fin dal 1954, ai tempi della Jugoslavia di Tito, ha prodotto auto su licenza della casa di Torino.
Esce da qui la 500L, l’unico modello davvero nuovo che i manager del Lingotto sono riusciti a mettere sul mercato nel 2012.
“Almeno 30 mila vetture entro la fine dell’anno”, questi gli obiettivi di produzione dichiarati dai vertici della Fiat per l’impianto di Kragujevac.
Obiettivi quantomeno ambiziosi. Anche perchè le auto, dopo averle fabbricate bisognerebbe pure venderle. E di questi tempi, un po’ in tutta Europa, le aziende del settore fanno una gran fatica a convincere i potenziali clienti.
Ecco perchè non si trova un analista disposto a scommettere sull’immediato mirabolante successo della versione large della 500, una monovolume che dovrà  conquistare spazio in un segmento di mercato già  presidiato da rivali come la Citroà«n C3 Picasso, la Opel Meriva e la Hyundai ix20.
Anche ai più ottimisti tra i tifosi di Torino sembra improbabile che la 500L sia sufficiente, da sola, a garantire la sopravvivenza del modernissimo stabilimento di Kragujevac. “Siamo in grado di produrre tra 120 mila e 180 mila auto l’anno, tutto dipende dalla domanda di mercato”, ha dichiarato il numero uno di Fiat Serbia, Antonio Cesare Ferrara, in una recente intervista all’agenzia di stampa Tanjug.
Già , tutto dipende dal mercato.
Anche Marchionne se la cavava così quando raccontava dei 20 miliardi di investimenti del fantomatico piano “Fabbrica Italia”.
Poi s’è visto com’è andata a finire. Parole al vento.
In Serbia, invece, fonti del governo di Belgrado e anche del gruppo italiano nei mesi scorsi hanno accreditato l’ipotesi che Kragujevac possa arrivare a produrre oltre 200 mila auto l’anno.
Tante, tantissime, se si pensa che quest’anno i quattro impianti italiani della Fiat non arriveranno, messi insieme, a 500 mila vetture, con la storica fabbrica di Mirafiori (quasi) ferma a quota 50 mila, forse anche meno. La domanda, a questo punto, è la seguente.
Perchè mai Marchionne dovrebbe accontentarsi di far viaggiare a mezzo servizio uno stabilimento nuovo di zecca, moderno ed efficiente a poche centinaia di chilometri dalla frontiera italiana?
E per di più con tanto di manodopera qualificata e con un costo del lavoro pari a meno di un quinto rispetto a quello degli operai del Belpaese?
Le possibili risposte sono due.
La prima: la 500L si rivela un clamoroso successo planetario, travolge le dirette concorrenti sul mercato e arriva a sfiorare i livelli di vendita delle best seller del gruppo, Punto e Panda.
Tutto è possibile, certo, ma al momento un boom di queste dimensioni sembra davvero improbabile.
Ipotesi numero due: la 500 in versione large serve giusto per il rodaggio della fabbrica serba. Il bello (si fa per dire) viene dopo.
Quando Marchionne, accantonato una volta per tutte il bluff di Fabbrica Italia, annuncerà  nuovi tagli negli stabilimenti italiani.
Colpa del crollo delle vendite, si dirà , che rende insostenibili i costi di produzione nella Penisola.
L’alternativa? Eccola: si chiama Kragujevac.
Da queste parti la Fiat ha già  accumulato due anni di ritardo rispetto ai piani di partenza e non può più permettersi battute a vuoto.
Il governo serbo, da parte sua, ha fatto ponti d’oro all’investitore straniero. Ha regalato terreni e stabilimento (peraltro ridotto quasi in macerie dai bombardamenti della Nato del 1999), ha istituito una zona franca, ha garantito esenzioni fiscali e contributive , ha investito decine di milioni di euro nel progetto promettendo, in aggiunta, nuove strade e ferrovie.
Solo che nel frattempo Belgrado ha finito i soldi e pure il governo è cambiato.
Con le elezioni del maggio scorso ha perso il posto Boris Tadic, il presidente che insieme al ministro dell’economia Mladjan Dinkic, era stato il principale sponsor di Marchionne.
Adesso comandano Tomislav Nikolic (presidente) e Ivica Dacic (primo ministro), due vecchie volpi della politica locale, nazionalisti un tempo vicini a Slobodan Milosevic. Così a Belgrado non si parla quasi più di entrare nella Ue e la stella polare del nuovo governo è Vladimir Putin, che si è affrettato a promettere appoggio politico e, soprattutto, soldi a palate.
Anche Marchionne è stato costretto a fare i conti con la coppia Nikolic-Dacic.
Il piatto piange. Il capo della Fiat reclamava 90 milioni cash a suo tempo promessi da Belgrado. Nessuno scontro. L’accordo è arrivato a tempo di record.
Il governo si impegnato a pagare in due rate. La prima, 50 milioni, entro la fine dell’anno. Il resto nel 2013.
Marchionne, che ha incontrato Nikolic a Kragujevac il 4 settembre scorso, a quanto pare si fida. O finge di farlo.
Del resto il capo del Lingotto sa bene che i serbi a questo punto non possono tirarsi indietro. La perdita dei posti di lavoro promessi dalla Fiat sarebbe una catastrofe politica per il nuovo esecutivo. Marchionne, grande pokerista, ancora una volta può giocare le carte migliori.
E a Belgrado non c’è neppure bisogno di bluffare.
Il piano “Fabbrica Serbia” ormai è realtà .

Lorenzo Galeazzi e Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA A MARCHIONNE: “DA NOI L’AUTO E’ IN AGONIA MA MANTERRO’ FIAT IN ITALIA CON I GUADAGNI FATTI ALL’ESTERO”

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

L’AD DEL LINGOTTO REPLICA ALLE CRITICHE: “PARLANO TROPPI MAESTRI IMPROVVISATI”…”RISPONDERO’ AL GOVERNO, MA OGNUNO FACCIA LA SUA PARTE”

Sergio Marchionne, in poche righe di comunicato lei ha seminato il panico sul futuro della Fiat in Italia, poi se n’è andato in America senza spiegare niente. Qui ci si interroga sul destino di stabilimenti, famiglie, comunità  di lavoro, città . Cosa sta succedendo, e che cosa ha in mente?
«Sta succedendo esattamente quello che avevamo detto alla Consob un anno fa. Ho dovuto ripeterlo perchè attorno a Fabbrica Italia si stava montando una panna del tutto impropria, utilizzando il nome della Fiat per ragioni solo politiche: a destra e a sinistra, perchè noi siamo comunque l’unica realtà  industriale che può dare un senso allo sviluppo per questo Paese. Capisco tutto, ma quando vedo che veniamo usati come parafulmine, non ci sto, e preferisco dire la verità . Non si investe in un mercato tramortito dalla crisi. Ma io non mollo e sono qui. Non dipingetemi come l’uomo nero Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat
E qual’è la verità , il blocco degli investimenti in Italia dando tutta la colpa alla crisi?
«No, questa è semplicemente una sciocchezza. Abbiamo appena investito circa un miliardo per la Maserati in Bertone (una fabbrica rilevata da noi nel 2009 che non aveva prodotto vetture dal 2006), altri 800 milioni per Pomigliano: le sembra poco?».
La sua verità , allora?
«Semplice. La Fiat sta accumulando perdite per 700 milioni in Europa, e sta reggendo a questa perdita con i successi all’estero, Stati Uniti e Paesi emergenti. Queste sono le uniche due cose che contano. Se vogliamo confrontarci dobbiamo partire da qui: non si scappa».
La paura è che stia scappando lei, dottor Marchionne. Bassi investimenti in Italia, zero prodotti nuovi. Non è così che muore un’azienda che ha più di cent’anni di vita?
«Mi risponda lei: se la sentirebbe di investire in un mercato tramortito dalla crisi, se avesse la certezza non soltanto di non guadagnare un euro ma addirittura – badi bene – di non recuperare i soldi investiti? Con nuovi modelli lanciati oggi spareremmo nell’acqua: un bel risultato. E questa sarebbe una strategia manageriale responsabile nei confronti dell’azienda, dei lavoratori, degli azionisti e del Paese? Non scherziamo».
Ma i suoi concorrenti sono europei come la Fiat, operano sullo stesso mercato, eppure non hanno alzato le braccia. Tutti incoscienti e irresponsabili, anche quando guadagnano quote di mercato a vostro danno?
«Senta, perchè non guardiamo le cifre che parlano da sole, molto meglio della propaganda? Lei le conosce? In Italia l’automobile è precipitata in un buco di mercato senza precedenti, un mercato colato a picco nel vero senso della parola, ritornato ai livelli degli anni Sessanta. Sa cosa vuol dire? Che abbiamo perso di colpo quarant’anni. E si capisce, se uno è capace di guardarsi attorno. Il Paese soltanto un anno fa era fallito, lo avevamo perduto. Solo l’intervento di un attore credibile ha saputo riprendere l’Italia dal baratro in cui era finita e risollevarla. Ce lo siamo dimenticato? E qualcuno vorrebbe che la Fiat, in mezzo a questa tempesta, si comportasse tranquillamente come prima, quando c’era il sole? O è un’imbecillità , pensare questo, o è una prepotenza, fuori dalla logica».
Ma lei guida la Fiat dal 2004. Molti, come Diego Della Valle, dicono che è colpa sua. Cosa risponde?
«Che tutti parlano a cento all’ora, perchè la Fiat è un bersaglio grosso, più delle scarpe di alta qualità  e alto prezzo che compravo anch’io fino a qualche tempo fa: adesso non più. Ci sarebbe da domandarsi chi ha dato la cattedra a molti maestri d’automobile improvvisati. Ma significherebbe starnazzare nel pollaio più provinciale che c’è, davanti ad una crisi che ci sfida tutti a livello mondiale. Finchè attaccano me, comunque, nessun problema. Ma lascino stare la Fiat, per rispetto e per favore».
È normale che il Paese si preoccupi davanti al rischio che la Fiat vada via dall’Italia, che lei scelga l’America, che si perda la sapienza del lavoro nell’automobile. Perchè lei non ha risposto a queste paure?
«Se vuol dire che potevamo comunicare meglio, possiamo discuterne. Ma la sostanza non cambia».
Ma lei dopo cent’anni di storia intrecciata tra la Fiat, Torino e l’Italia, con creazione di lavoro e di ricchezza ma anche con un forte sostegno dello Stato, non sente oggi un dovere di responsabilità  nazionale?
«Scusi, se il quadro è quello che le ho fatto, e certamente lo è, si immagina cosa farebbe qualunque imprenditore al mio posto? Cosa farebbe uno straniero, in particolare un americano, un uomo d’azienda con cultura anglosassone? Dovreste rispondervi da soli ».
Qui sta la sua responsabilità  nei confronti del Paese?
«In questa situazione drammatica, io non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andar via. Le assicuro che ci vuole una responsabilità  molto elevata per fare queste scelte oggi».
Ma due anni fa lei aveva detto a Repubblica che le quattro lettere Fiat avrebbero conservato il loro significato: ancora Fabbrica, sempre Italiana, per produrre Automobili, e tutto questo a Torino. Oggi se la sente di confermare?
«Siamo qui. Anzi, io sono a Detroit, ma sto proprio partendo per l’Italia. Non mollo, se è questo che vuole sapere».
Ma lei ha appena detto che Fabbrica Italia è superata. Questo significa che l’impegno di investire in quel progetto 20 miliardi non viene mantenuto. Non si sente in colpa?
«Quell’impegno era basato su cento cose, e la metà  non ci sono più, per effetto della crisi. Lo capirebbe chiunque. Io allora puntavo su un mercato che reggeva, ed è crollato, su una riforma del mercato del lavoro, e ho più di 70 cause aperte dalla Fiom. Soprattutto, da allora ad oggi il mercato europeo ha perso due milioni di macchine. C’erano e non ci sono più. Tutto è cambiato, insomma. E io non sono capace di far finta di niente, magari per un quieto vivere che non mi interessa. Anche perchè puoi nasconderli, ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Ecco, siamo in quel momento. Io indico i nodi: parliamone».
Cala il mercato europeo, ma dentro quel mercato Fiat crolla molto più di altri. Perchè?
«Perchè il mercato italiano per noi è assolutamente preponderante, pesa più di quello degli altri Paesi messi insieme: e il mercato italiano e spagnolo sono quelli che hanno perduto di più. Non è un’equazione troppo difficile».
Ma gli altri produttori europei continuano a sfornare modelli. Fiat è ferma, vuota e assente. Non è anche così che si lascia andare a picco il mercato?
«Se io avessi lanciato adesso dei nuovi modelli avrebbero fatto la stessa fine della nuova Panda di Pomigliano: la miglior Panda nella storia, 800 milioni di investimento, e il mercato non la prende, perchè il mercato non c’è. Provi a pensare: se quell’investimento io lo avessi moltiplicato per quattro, se cioè avessi pensato in grande, diciamo così, la Fiat sarebbe fallita entro il 2012 e adesso saremmo qui a parlare d’altro. Io dovrei andarmene in giro col cappello in mano, chiedendo soldi non so a chi: agli azionisti, al governo, ad un altro convertendo».
Ma la rinuncia a nuovi modelli non è una resa, una rinuncia al mestiere e a stare sul mercato?
«Con un modello nuovo, nelle condizioni di oggi, magari avrei venduto trentamila macchine di più, glielo concedo. Ma magari, mi conceda lei, avrei perso due miliardi di più».
Il rischio è di disperdere un know how, una sapienza del lavoro, un universo dell’indotto, un marchio storico. Non ci pensa?
«Le rispondo così: lei non può saperlo, ma nei piani strategici del 2004 la Peugeot aveva considerato la Fiat fallita, e aveva programmato la conquista delle sue quote di mercato, come se la nostra azienda non ci fosse più. Fallita, cancellata, capito? Oggi la situazione è completamente diversa. Bisogna solo capire in che mondo viviamo. C’è un rapporto di Morgan Stanley secondo cui nello scorso decennio General Motors ha pompato 12 miliardi di euro in Europa, a fondo praticamente perduto».
Questo cosa vuol dire? Che tutte le colpe sono del mercato e non vostre?
«Lasci stare le colpe, parliamo di numeri. Vuol dire che il mercato non c’è. In Italia siamo sotto un milione e 400 mila automobili vendute, ciò significa che ne abbiamo perse un milione e centomila in cinque anni».
E come vede l’anno prossimo?
«Male, molto male. D’altra parte la gente non ha più potere d’acquisto, magari ha perso il lavoro, i risparmi se ne sono andati, non ha prospettive per il futuro. Ci rendiamo conto? L’auto nuova è proprio l’ultima cosa, non ci pensano nemmeno, si tengono la vecchia ben stretta. È un meccanismo che si può capire ».
È anche colpa degli incentivi, che hanno spinto a comprare senza necessità ?
«Sono stati una droga, non c’è dubbio».
Ma ne avete beneficiato largamente anche voi, non ricorda?
«Ne abbiamo beneficiato tutti, noi, i francesi, i tedeschi. Ho sempre pensato che la droga avrebbe tramortito il mercato. Pensi che vendevamo un “Cubo” a metano a meno di 5 mila euro, 4.990: drogato al massimo».
Sono i famosi aiuti di Stato all’automobile, di cui oggi non dovreste dimenticarvi, non le pare?
«Già  l’ultima volta ho detto di no. Vedevo crearsi una bolla che gonfiava d’aria i tubi del mercato, per poi farli saltare prima o poi. Semplicemente si posticipava una crisi, una difficoltà  e un problema, invece di affrontarli».
Ecco, oggi la paura è proprio questa: che una Fiat americana non affronti il problema della produzione automobilistica in Italia, e non contrasti la crisi. Cosa risponde?
«Io gestisco un’azienda che fa 4 milioni e 100 mila vetture all’anno. La scorsa settimana sono andato a Las Vegas per un incontro con i concessionari: tra novità  e restyling gli abbiamo fatto vedere 66 vetture. Si rende conto? È il segno di un’espansione commerciale fantastica di un’azienda globale. Che va giudicata in termini globali. Chi cresce a questi ritmi negli Usa e anche in America Latina, forse sa fare automobili, forse capisce il mercato».
E l’Italia? Lei non può ignorarla.
«Ma lei non può pensare alla Fiat come a un’azienda soltanto italiana. Sarebbe in ritardo di dieci anni. La Fiat non è più un’azienda solo italiana, opera nel mondo, con le regole del mondo. Per essere chiari: se io sviluppo un’auto in America e poi la vendo in Europa guadagnandoci, per me è uguale, e deve essere uguale».
Se non fosse per quel problema della responsabilità  nazionale, nei confronti del Paese e di chi lavora, non crede?
«E qui lei dovrebbe già  aver capito la mia strategia. Gliela dico in una formula: cerco di assecondare la ripresa del mercato Usa sfruttandola al massimo per acquisire quella sicurezza finanziaria che mi consenta di proteggere la presenza Fiat in Italia e in Europa in questo momento drammatico. Fare diversamente, sarebbe una
Siete specializzati in utilitarie: non c’è l’idea di un’auto per la crisi?
«I modelli non invecchiano bene. Io posso lanciare la migliore automobile in un momento di mercato tragico come quello attuale, senza ottenere risultati: ma due anni dopo, quando magari le condizioni di mercato cambiano, quel modello è vecchio, e i soldi del mio investimento non li riprendo mai più».
Però state per lanciare la 500L, prodotta in Serbia. Quanto ci punta la Fiat?
«L’ho presentata agli americani lunedì scorso, l’accoglienza è stata fantastica, su quel mercato sono tranquillo perchè andrà  benissimo. E questo ci aiuterà . Ma se dovessi puntare solo sui risultati europei, non ce la farei mai e poi mai. E le aggiungo una cosa: io venderò la 500L a 14.500 euro. La Citroen ha deciso di vendere la C3 Picasso, che è un competitor, a meno di diecimila, per smaltire le giacenze. È una quota che sta sotto il mio costo variabile. Questo le dice come sta oggi il mercato in Europa».
Come spiega agli americani il successo a Detroit e il disastro a Torino?
«Quando spiego, loro fanno due conti e mi dicono cosa farebbero: chiusura di due stabilimenti per togliere sovracapacità  dal sistema europeo».
E lei?
«I conti li so fare anch’io. Se mi comporto diversamente, ci sarà  una ragione».
Cosa vuol dire?
«Che non parlo di eccedenze, non parlo di chiusure, dico solo che non c’è mercato per fare attività  commerciale garantendo continuità  finanziaria all’azienda».
E quando vede un cambio di mercato?
«Fino al 2014 non vedo niente. Per questo investire nel 2012 sarebbe micidiale. Salvo che qualcuno mi dica che per noi le regole non valgono. Ma deve mettermelo per scritto. Perchè quando siamo entrati in Europa, non sono solo saltate le frontiere, è saltata anche l’abitudine di fare un po’ di svalutazione nei momenti di crisi. Ora questo lusso non c’è più, e finchè Monti e Draghi hanno le mani sul timone, per fortuna dall’euro non usciremo. E allora, dobbiamo rispettare le regole»
Sembra un discorso riferito al governo. La stanno cercando e vogliono chiarimenti: li vedrà ?
«Se mi cercano li vedrò, certo. Immagino che incontrerò Passera, Fornero. Ma poi?».
Le chiederanno garanzie per la Fiat in Italia e vorranno sapere qual è il suo disegno strategico. Cosa dirà ?
«Sopravvivere alla tempesta con l’aiuto di quella parte dell’azienda che va bene in America del Nord e del Sud, per sostenere l’Italia, mi pare sia un discorso strategico».
Lei dunque s’impegna?
«Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno dell’Italia. Io la mia parte la faccio, non sono parole. Quest’anno la Fiat guadagnerà  più di 3 miliardi e mezzo a livello operativo, tutti da fuori Italia, netti di quasi 700 milioni che perderà  nel nostro Paese. È la prova di quel che le ho detto».
Ma anche Romiti sostiene che lei ha colpe precise, ha letto?
«Mi dispiace, ma il mondo Fiat che abbiamo creato noi non è più quello di Romiti. E anche la parola cosmopolita non è una bestemmia, come sembra intendere qualcuno. È l’unica salvezza che abbiamo. Ancora una cosa: io non sono nato in una casta privilegiata, mi ricordo da dove vengo, so perfettamente che mio padre era un maresciallo dei carabinieri».
Cosa intende dire?
«Che non sono l’uomo nero».
Col sindacato sì, sembra aver dichiarato una guerra ideologica alla Fiom, da anni Sessanta.
«Storie. Io voglio una riforma del lavoro, che ci porti al passo degli altri Paesi. Se la Fiat vuole essere partner di Chrysler, deve essere affidabile. Lo so che la Fiat di Valletta aveva asili e colonie, ma si muoveva in un mondo protetto dalla competizione, dazi e confini, che sono tutti saltati. Noi siamo in ballo, il gran ballo della globalizzazione: non è detto che mi piaccia ma come dicono in America il dentifricio è fuori, e rimetterlo nel tubetto non si può più».
Ma lei si rende conto che il lavoro oggi è il primo problema dell’Italia?
«Sì, da qui la mia responsabilità  nei confronti del Paese, che va di pari passo con quella nei confronti dei miei azionisti. Ma “repubblica fondata sul lavoro” vuol dire anche essere competitivi, creare occupazione attraverso sfide e competizioni. Questa cultura da noi manca».
Il professor Penati oggi su Repubblica, cercando di capire la sua strategia, le ha chiesto di essere coerente e di vendere le partecipazioni editoriali, per dimostrare che la crisi colpisce tutti i settori in crisi e non penalizza solo l’automobile. Può rispondere?
«Proprio a me venite a chiedere dei salotti buoni? Non li ho mai frequentati. E quando abbiamo avuto bisogno di qualcosa da loro, ho visto solo buchi nell’acqua».

Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)

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RAPPORTO SUL DECLINO ITALIANO: DALLA PRODUTTIVITA’ AI SALARI

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

NELLA CLASSIFICA DELLE MAGGIORI ECONOMIE MONDIALI L’ITALIA E’ SCIVOLATA ALL’ULTIMO POSTO

Eravamo i primi, siamo diventati gli ultimi.
Negli anni Settanta l’Italia era al primo posto per crescita della produttività  nell’industria rispetto ai principali Paesi nostri concorrenti nel mondo.
Negli anni Duemila chiudiamo la classifica.
Nel decennio 1970-1979 l’output per ora lavorata (valore aggiunto al costo dei fattori) del settore manifatturiero era cresciuto in Italia in media del 6,5% l’anno.
Meglio del Giappone (5,4%), dell’Olanda (5,2%), della Francia e della Germania (intorno al 4%) e molto meglio dei padroni del mondo, gli Stati Uniti (2,7%), e della culla della rivoluzione industriale, il Regno Unito (2,4%).
Negli anni Ottanta gli inglesi erano però balzati al primo posto (sarà  stata la cura Thatcher?) con una crescita della produttività  del 4,4%, l’anno mentre l’Italia era scivolata in coda, dimezzando il ritmo precedente (dal 6,5% al 3,2%).
Negli anni Novanta la leadership fu conquistata dagli Stati Uniti, grazie soprattutto alle innovazioni tecnologiche e informatiche (4,3% l’anno) e l’Italia rallentò ancora (2,6%).
Ma è nel primo decennio del Duemila, cioè dopo l’introduzione dell’euro, che la produttività  nel nostro Paese precipita a un misero 0,4% in media d’anno, contro l’1,8% della Germania, il 2,5% della Francia, il 2,8% dell’Olanda, il 3% del Regno Unito.
E meglio di noi ha fatto anche la Spagna (1,5%).
Bastano questi dati a illustrare la centralità  del problema della produttività  in Italia.
«La politica reagisca»
La tabella, come molte altre, è contenuta nelle 350 pagine del Rapporto sul mercato del lavoro, curato da Carlo Dell’Aringa, che sarà  presentato al Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro presieduto da Antonio Marzano.
Se l’Italia non trova un modo di rilanciare la produttività  e quindi la competitività , dice il testo facendo eco alle tesi del governo Monti che chiede su questo anche uno sforzo a imprese e sindacati, possono aprirsi scenari preoccupanti.
Soprattutto per i lavoratori: «Occorre che la politica sappia reagire» altrimenti si «potrebbero subire pressioni sulle dinamiche salariali», cioè il rischio è che la produttività  venga recuperata tagliando le retribuzioni e si vada incontro a «lunghi periodi di stagnazione dell’attività  economica».
«Tale scenario – ammonisce il Cnel – come l’esperienza greca ha mostrato ha implicazioni di carattere sociale allarmanti». Servono quindi «riforme strutturali sulla crescita» anche se bisogna sapere che queste, prima che abbiano effetto sul prodotto interno lordo, richiedono «dei tempi, sovente molto lunghi».
Sviluppo frenato
La frenata della produttività  dell’industria italiana ha tante cause. Gli anni Duemila hanno visto la globalizzazione dell’economia, l’aumento della competizione internazionale, l’introduzione dell’euro, che per l’Italia ha significato, tra l’altro, l’impossibilità  di svalutare come avveniva prima con la lira.
Tutto ciò ha provocato un «andamento ampiamente divergente fra le economie dell’area euro dei tassi di crescita del costo del lavoro per unità  di prodotto» (Clup), cioè quanto costa produrre un bene o servizio.
Nel primo decennio del Duemila questo costo è salito in media del 2,7% l’anno in Italia. In Germania appena dello 0,2%, in Olanda dello 0,5%, in Francia dello 0,6%. «La perdita di competitività  dell’Italia rispetto alle altre economie dell’area euro è stata significativa, oltre il 2% all’anno.
Un tale divario, cumulato in dieci anni, comporta una perdita complessiva di oltre il 20%, difficilmente sostenibile nel medio termine».
Anche volendo ipotizzare una possibile leggera sovrastima della dinamica del Clup, come sostenuto da alcuni esperti, il differenziale rimarrebbe comunque alto, si sottolinea nel rapporto.
Non si scappa: «Il nodo sta nel divario di crescita della produttività  del settore manifatturiero rispetto alla Germania».
Salari bassi, ma crescono più dei tedeschi
Come recuperare competitività ? Difficile ridurre il gap frenando la dinamica salariale in Italia, visto il basso livello medio delle retribuzioni, anche se va osservato che i salari reali (cioè al netto dell’inflazione) nel nostro Paese sono cresciuti nel primo decennio del Duemila in media dello 0,9% l’anno contro lo 0,5% della Germania, dove la concertazione tra le parti sociali si è tradotta in una «stagnazione dei salari reali durante l’intero scorso decennio».
È vero che nell’ultimo biennio c’è stata una decelerazione dei salari in tutti i Paesi della «periferia europea», ma «risulta pure evidente la difficoltà  a recuperare terreno rispetto alla Germania, che ha presentato anche nella fase più recente una crescita salariale irrisoria».
Eppure, ammonisce il rapporto, «senza una svolta dal versante della produttività , potrebbero prevalere pressioni deflazionistiche sui salari e sui redditi interni, assecondate da politiche fiscali di segno restrittivo», che in fondo è un po’ quello che sta avvenendo.
Con quale esito? «Il rischio paventato negli scenari più pessimisti è che tali pressioni risultino di intensità  tale da mettere in dubbio la stessa persistenza nella moneta unica».
Un circolo vizioso
Alla fine, spiegano gli esperti, ci troviamo in una sorta di circolo vizioso: servirebbero investimenti per rilanciare la crescita ma non ci sono risorse proprio perchè c’è recessione.
«È palese che ancora per diverso tempo i Paesi della periferia tenderanno a perdere terreno, dato che la crisi limita le opportunità  per nuovi investimenti, un passaggio necessario per qualsiasi recupero di efficienza. La caduta degli investimenti caratterizza non solo il settore privato, ma anche il pubblico, visto che le esigenze di bilancio si traducono in minori risorse da destinare al rafforzamento della dotazione infrastrutturale. Si ricade quindi pienamente in una situazione che giustifica un allargamento del gap di produttività  fra i paesi della periferia europea e le economie dell’area tedesca».
Speriamo solo che le Cassandre si sbaglino.
Imprese e occupazione
Tralasciando le previsioni, vediamo invece come la recessione impatta sulle imprese e il lavoro.
Secondo i dati di contabilità  nazionale, ricorda il rapporto, «la crisi degli ultimi anni ha determinato un crollo dei margini delle imprese industriali, che non sono riuscite a trasferire interamente sui prezzi dei prodotti gli incrementi dei costi unitari, derivanti sopratutto dai rincari dei prezzi delle materie prime».
E le imprese non possono aumentare i prezzi, si aggiunge, anche perchè la domanda di consumo è bassa a causa della «vistosa caduta del potere d’acquisto delle famiglie».
In questo quadro «gli investimenti dell’industria italiana stanno cadendo, segnando la formazione di un ritardo nella fase di upgrading tecnologico del nostro apparto produttivo e questo non potrà  che ampliare le distanze rispetto alle economie dell’area tedesca, dove le imprese stanno investendo».
Il mercato del lavoro, secondo i ricercatori coordinati da Dell’Aringa, «non ha ancora risentito, se non in maniera marginale, della nuova recessione».
Per ora le industrie hanno infatti reagito alla crisi con la cassa integrazione, che ha portato a una «caduta delle ore lavorate per occupato» mentre sta aumentando la quota di lavoratori a tempo parziale involontari, «ovvero coloro che lavorano part time perchè non hanno trovato un lavoro a tempo pieno».
Ma «in molti casi gli impianti sono ampiamente sottoutilizzati e questo non può a sua volta che influenzare negativamente l’andamento della produttività ».
E in prospettiva «vi è il rischio che le imprese si riorganizzino adattandosi ai nuovi livelli produttivi permanentemente più bassi, attraverso ristrutturazioni della produzione, o anche vere e proprie chiusure di stabilimenti». Inevitabile pensare alla Fiat.
Giovani senza lavoro
Nonostante tutto ciò, nel 2011, c’è stato un modesto aumento dell’occupazione: 96 mila posti in più rispetto al 2010, risultato di 110 mila donne in più e 14 mila uomini in meno.
Ma gli occupati crescono soprattutto tra gli anziani. Nella fascia tra i 45 e i 64 anni si sono avuti 330 mila posti in più mentre in quella tra i 15 e i 34 anni si sono persi quasi 200 mila lavoratori.
«Se poi si allarga lo sguardo a un periodo più ampio, confrontandosi con i livelli pre crisi del 2008, si osserva come si sia perso oltre un milione di occupati fino ai 34 anni».
Dipende dal fatto che la società  invecchia e quindi le classi d’età  giovani sono meno numerose e dalla riforma delle pensioni che allunga la permanenza al lavoro (in prospettiva fino a 70 anni).
Conclusione: «Se la crescita non ripartirà , a farne le spese saranno soprattutto i giovani, che si dovranno confrontare con un mercato del lavoro con poche opportunità  per i nuovi entranti».

Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera”)

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QUEI 35 MILIONI CHE RISPARMIEREMMO FACENDO LAVORARE I DETENUTI: CHI VIENE RECUPERATO NON TORNA A COMMETTERE REATI

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

L’ESPERIENZA IN UN’AZIENDA E’ OFFERTA SOLO A 2.000 CARCERATI SU 66.000 MA E’ SEMPRE POSITIVA

Nessun Paese accetterebbe che negli ospedali morissero 7 ricoverati su 10 o che nelle scuole fossero bocciati 7 studenti su 10.
Invece il carcere vive in Italia una doppia amnesia: non soltanto sullo scandalo di 66.000 detenuti stipati in 45.000 posti (da cui le condanne dell’Italia in Europa), ma ancor più sul fatto che 7 detenuti su 10 tornino poi a delinquere se hanno espiato la loro pena tutta in carcere, mentre soltanto una percentuale tra il 12% e il 19% incorra in questa recidiva se durante la detenzione in carcere ha avuto la possibilità  di fare veri lavori per conto di imprese o cooperative esterne che li assumono grazie agli incentivi fiscali (516 euro di credito d’imposta per ogni detenuto) e contributivi (80% di riduzione) introdotti nel 2000 dalla legge Smuraglia (dal nome del senatore allora promotore della legge).
Solo che dal 2000 la legge è stata rifinanziata sempre con gli stessi soldi: 4,6 milioni l’anno (dunque assottigliati già  solo da inflazione e crisi), stanziamento che al momento consente di entrare in questo circuito lavorativo soltanto a 2.257 detenuti su 66.000.
E siccome i soldi per quest’anno arrivavano a malapena ad agosto, i posti di lavoro si sono già  ridotti.
In Lombardia, ad esempio, i detenuti impiegati da ditte esterne sono stati nei primi 6 mesi dell’anno 310 contro i 470 del primo semestre 2011; e comincia a dover fare i conti con la situazione anche il caso-pilota di Padova, che oggi sarà  visitato dal ministro della Giustizia Paola Severino e dove i detenuti impiegati dal «Consorzio Rebus» gestiscono il call center delle Asl venete, assemblano valigie di una nota marca, costruiscono 150 bici l’anno, digitalizzano i servizi delle Camere di Commercio, ricevono premi internazionali per il famoso panettone (63.000 confezioni a Natale) culmine della loro pregiata pasticceria.
Nelle carceri va persino peggio all’altra tipologia di lavoro che in teoria dovrebbe essere assicurata a tutti i condannati e che invece solo per 13.961 detenuti ha dato luogo a miniperiodi da «lavoranti» per le necessità  pratiche dentro il carcere come spesini, scopini, scrivani, portavitto, gabellieri, manutentori: lavoro certo meno significativo di quello di chi opera per ditte esterne con ben altre pretese di tempi e standard qualitativi, che dunque non funziona da «ponte» tra la fine della pena e il ritorno nella società , ma che almeno allevia per qualche ora al giorno il sovraffollamento nelle celle, non lascia inattivi i detenuti e offre loro la possibilità  di mettere da parte qualche quattrino (in media 200/300 euro al mese).
Ma anche qui le «mercedi» sono ferme al 1994, e il capitolo «Industria» del bilancio della Direzione dell’amministrazione penitenziaria (Dap), con il quale vengono retribuiti i detenuti che lavorano nelle officine gestite dall’amministrazione penitenziaria per arredi e biancherie dei nuovi padiglioni in realizzazione, ha subìto un taglio addirittura del 71% in due anni, in picchiata dagli 11 milioni di euro del 2010 ai 3,1 milioni del 2012.
È un’amnesia sociale ancor più miope se si pensa a tutti gli sterili «allarmi sicurezza» lanciati ad ogni eclatante delitto in questa o quella metropoli.
Altro che esercito nelle città : ogni punto percentuale di recidiva che si riuscisse ad abbassare vorrebbe infatti dire quasi 700 ex detenuti restituiti alla società  senza che delinquano più e senza dunque che infliggano ai cittadini i costi dell’insicurezza (persone ferite da curare, risarcimenti, beni rubati o rapinati o danneggiati, costi di polizie-magistrati-cancellieri per riarrestarli e processarli).
E vorrebbe anche dire un risparmio secco per lo Stato di 35 milioni di euro l’anno, visto che le stime più sparagnine indicano in 140 euro al giorno il costo del mantenimento di un detenuto.
Per fare un raffronto, il tanto avversato primo provvedimento del ministro Severino, da taluni temuto come «svuotacarceri», nei primi tre mesi di applicazione ha fatto passare dalle celle ai domiciliari appena 312 detenuti e ha impedito che altri 3.000 vi entrassero per una manciata di ore con il noto fenomeno delle «porte girevoli»; e il segmento del piano-carceri in via di attuazione investe 228 milioni di euro per avere entro il 2014 circa 3.800 posti in più nelle carceri tra ristrutturazioni e ampliamenti degli istituti.
Sottrarre invece alla recidiva un pari numero di detenuti richiederebbe (a statistiche invariate e in proporzione agli attuali pur avari stanziamenti) una ventina di milioni l’anno, ma solo in costi fissi ne farebbe risparmiare più di 250 allo Stato.
Eppure la proposta di legge bipartisan Angeli-D’Ippolito-Vitale-Farina-Pisicchio, avanzata dall’intergruppo parlamentare per innalzare ad almeno 6 milioni l’anno il rifinanziamento della legge Smuraglia, incrementare a 1.000 euro al mese il credito d’imposta per ogni detenuto assunto, e applicare gli sgravi alle cooperative anche nei 12/24 mesi successivi alla fine della detenzione, stenta a decollare.
Come se trovare i soldi per il lavoro in carcere fosse questione solo di buonismo. E non, invece, l’egoistica convenienza di una società  che voglia davvero più sicurezza.

Luigi Ferrarella
(da “Il Corriere della Sera”)

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FESTA DI ATREJU: LA FORNERO NON FA COLPO, FREDDEZZA TRA I GIOVANI DEL PDL

Settembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

LA MELONI: “I PROFESSORI NON CI PIACCIONO”

“Una freddezza agghiacciante”. Il militante di Atreju, Cesare, 25 anni, è sbalordito dopo aver ascoltato l’intervento del ministro Fornero alla festa dei giovani Pdl di fronte al Colosseo.
“Hai davanti duecento giovani, che sono interessati ai temi del lavoro e della precarietà , e non ci hai messo il cuore nemmeno un secondo”.
Accusa sferzante, in linea con questa realtà  giovanile che, pur gravitando nel Pdl romano — quello finito nelle inchieste per sottrazione di fondi — ci tiene a mantenere una visione della politica fatta di militanza e di passione.
Elsa Fornero arriva puntuale a un appuntamento fissato diversi mesi fa.
Era stata Giorgia Meloni, tosta deputata cresciuta alla corte di Gianfranco Fini ma rimasta berlusconiana, a invitare il ministro durante dei lavori parlamentari.
Atreju si svolge ogni anno, è famosa, soprattutto, per la presenza di Berlusconi prevista per venerdì prossimo. È sicuro? Chiediamo a Meloni: “Sì, me lo ha confermato la settimana scorsa”.
Forse anche per il ricordo dei dibattiti del Cavaliere, anche il ministro Fornero è venuta convinta di dover tenere un incontro-confronto con i ragazzi della destra ex aennina, mentre invece si trova catapultata sul palco in un classico dibattito da festa di partito, con sei ospiti e l’ex ministro Sacconi che ne approfitta per attaccare il governo Monti.
Che la “location” non sia quella auspicata, il ministro lo fa capire subito all’inizio del proprio intervento quando sottolinea che la platea non è poi “tutta così giovane” (e ha ragione).
Poi, si lancia nella classica lezione che da lei ci si aspetta.
“Il paese era sull’orlo del disastro”, “Ricordatevi l’estate scorsa che situazione grave che c’era”, “Mi hanno assegnato due compiti, riforma pensioni e riforma mercato del lavoro, e io li ho svolti”.
Del resto, chiede alla platea esigendo la risposta, “La precarietà  esiste o no? Rispondete!”.
Qualcuno dalla sala dice “sì, è vero” e lei prosegue spiegando che le norme sulla flessibilità  sono state pensate proprio per ridurla. Non entusiasma, anzi non convince proprio.
Ma non convince più di tanto nemmeno Maurizio Sacconi che, ovviamente, gli applausi li riceve.
“Il fatto è che a quest’area i tecnici non piacciono” spiega al Fatto Giorgia Meloni.
“A noi piace la politica vera, non le persone calate dall’alto. Andava meglio quando invitavamo Bertinotti o Vendola. Quest’anno volevo Renzi o Landini ma l’imminenza della campagna elettorale induce a mantenere le distanze”.
I tecnici, sembra di capire, addormentano il confronto, la politica ne risente e le passioni vanno a farsi benedire.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“MI CHIEDONO: PERCHE’ NON VAI A RUBARE? E A CHI?”: LA STORIA DI ANTONELLO, OPERAIO DELL’ALCOA

Settembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

UN GIOVANE CHE RAPPRESENTA L’ITALIA MIGLIORE… VITTIMA DELLA VORACITA’ DELLE MULTINAZIONALI, DELL’INDIFFERENZA DEL PAESE E DELL’INCAPACITA’ DEI GOVERNI

“Sono qui per loro, perchè se a me tolgono il futuro, a loro due strappano l’avvenire”. La bandiera con i quattro mori che lo avvolge, il caschetto da lavoro in testa, e al collo una foto a colori delle sue due bambine.
Come il profugo di una guerra che cerca i suoi figli tra le macerie di una città  distrutta. Antonello Casula, 32 anni, sardo del Sulcis e operaio dell’Alcoa è a Roma.
Insieme ai suoi compagni è sotto la sede del ministero dello Sviluppo in via Molise, un budello a due passi da via Veneto che l’impotenza di un governo terrorizzato dalle crisi e dalle proteste dei lavoratori hanno trasformato in una tonnara.
Padri di famiglia, ragazzi giovani, donne operaie, guardati a vista da un imponente schieramento di poliziotti, carabinieri e finanzieri.
Sopra le loro teste un elicottero.
L’unica risposta di questa Italia ad Antonello, alla sua giovane moglie e ai suoi compagni di lotta e di sventura.
“Ho 32 anni, lavoro all’Alcoa da quando ne avevo 22. Dieci anni, uno stipendio da signore. Perchè io posso definirmi un signore con 1400 euro al mese. Soldi che in questi anni mi hanno permesso di costruirmi una vita. La famiglia, la casa lasciata dai suoceri e ristrutturata come piaceva a noi. I figli. Li vedi? Giada e Noemi. Per loro nella testa ho mille progetti”.
à‰ classe operaia, è Sardegna, Antonello è tutto questo: uno dei mille volti della crisi che sta desertificando la sua terra.
“Il lavoro in fabbrica è l’unica possibilità  che abbiamo di sopravvivere dove il lavoro non esiste più. Un ragazzo di Roma mi ha guardato e mi ha chiesto perchè eravamo qui. Gli ho detto che stavamo lottando per il lavoro, gli ho raccontato cos’è la Sardegna. Lui dell’isola conosceva solo i villaggi turistici e i locali alla moda, mi ha guardato perplesso e poi mi ha detto perchè non vai a rubare? Bella questa. A rubare, ma a chi?, in un posto dove i più ricchi sono gli operai con il loro stipendio”.
Sorride, Antonello Casula quando racconta quel dialogo surreale.
Si incupisce quando qualcuno vuole far passare lui e i suoi compagni come poveracci che chiedono assistenza.
“Ma li senti gli slogan che dicono no alla cassa integrazione? Noi vogliamo solo continuare ad alzarci la mattina, andare in fabbrica e produrre alluminio.
Alcoa non è una delle tante fabbriche devastate dalla crisi economica. No, Alcoa chiude perchè è stanca del sistema Italia che non ci consente di avere energia a basso costo. Ha un piano: abbassare la produzione dell’alluminio per aumentare i prezzi sul mercato mondiale. E poi sento mille discorsi sul datevi da fare. Ministri che parlano a vanvera dei giovani e del loro futuro. Io il mio l’ho costruito con il sudore. Ero in fabbrica e studiavo all’università , andavo avanti a Red Bull e camomille. Passavo notti sui libri e alla fine ci sono riuscito. Ho conquistato la mia laurea, ora sono un esperto ambientale. Mia moglie è laureata, insegna. Fa centinaia di chilometri al giorno per poche ore di supplenza. Noi ci si siamo rotti la schiena e abbiamo fatto il nostro dovere di cittadini. Senza chiedere. E ora quel piccolo castello che abbiamo costruito ci sta crollando addosso. Demolito dalla voracità  di una multinazionale, dall’indifferenza di un Paese intero e dalla incapacità  di un governo che sta assistendo con indifferenza alla distruzione del lavoro”.

Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FORT VILLAGE, DOVE LA MARCEGAGLIA FATTURA 63 MILIONI E NON PAGA GLI STRAORDINARI

Settembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

DENUNCIA DEI SINDACATI: “LAVORATORI INTIMORITI DALLE PRESSIONI AZIENDALI

Parlano solo gli ex e in forma rigorosamente anonima.
Sono gli stagionali: camerieri, bagnini, barman, lavapiatti che hanno lavorato al Forte village resort.
Il complesso turistico di extra lusso a Santa Margherita di Pula, provincia di Cagliari, gestito dal gruppo Eleganzia Hotels & Spas — Gruppo Mita s.r.l, colosso del settore, il cui presidente è l’ex numero uno di Confindustria recentemente scesa in campo al fianco di Pierferdinando Casini, Emma Marcegaglia, socio di riferimento insieme ad Andrea Donà  delle Rose,
Si tratta di uno dei posti più esclusivi e prestigiosi in cui trascorrere una vacanza, con centro di talassoterapia con sei vasche di acqua salina, parco da 25 ettari e piante tropicali davanti a una spiaggia da sogno.
A disposizione degli ospiti c’è la Sport accademy, chef internazionali e servizi di alto livello tanto da aver fatto guadagnare al Forte village, che esiste da quasi 50 anni, premi internazionali come il World’s Leading Resort, per 14 stagioni consecutive, e nel 2010 e 2011 anche il World Leading Green Resort. Proprio, in virtù, si legge nel sito ufficiale della “combinazione unica di natura, ospitalità , tradizione e servizio”.
Insomma un’esperienza “indimenticabile” per i turisti, 25mila ogni anno, per il 60 per cento stranieri, in gran parte russi, e un’esperienza indimenticabile pure per chi ci lavora.
Perchè anche qui, dove si macinano 62,7 milioni di fatturato l’anno, si sfrutta comunque la manodopera.
Che significa, come minimo, straordinari non pagati. In media, da contratto nazionale, le ore settimanali sarebbero 40 e quelle giornaliere circa 8.
E invece al Forte i lavoratori sono a disposizione per 12-14 ore al giorno per uno stipendio medio, sempre da contratto, che si attesta sui 1.100-1.200 euro.
Così la paga netta di un qualsiasi addetto vale quanto tre notti trascorse a metà  settembre da un solo adulto nella struttura Il Villaggio: 1.155 euro, 385 al giorno.
O anche una sosta flash di 24 ore se sceglie la Villa del parco (1.128,75 euro) o Le Dune (1.426 euro).
Il tutto in un periodo di media stagione.
Secondo fonti sindacali le persone che ci lavorano tutto l’anno, con contratto a tempo indeterminato, sono circa 80 che da giugno a settembre diventano anche 400 con contratti a termine, gli stagionali appunto.
Per alcuni c’è una proroga in caso di eventi speciali, soprattutto congressi.
Nulla di nuovo sul fronte turistico, dal nord al sud della Sardegna.
Anche al Forte “gli straordinari non si contano, è la prassi — dice uno degli ex — perchè puntano sulla miseria, sull’assoluta mancanza di lavoro nell’isola e sul fatto che se ti lamenti non torni di certo la prossima estate”.
Tutti hanno bisogno di lavorare e chi esce dal giro ha chiuso. E soprattutto si insiste sui giovani che a loro volta, racconta: “giustificano tutto in virtù della gavetta da fare, per imparare e arrivare in alto”.
E anche chi difende il metodo ne parla così “tante ore di lavoro, sottopagati… tentativi di svalutare la tua autostima, a volte anche mobbing. Ma nessuno è obbligato a rimanerci e nessun firma un patto a vita con quella struttura”.
In gran parte gli stagionali sono sardi, ma arrivano anche da altre regioni. Chi non regge, va via a metà .
E tranne per i novizi le condizioni di lavoro sono il solito segreto di Pulcinella, di cui però nessuno parla.
Così, a fine stagione, ha fatto clamore una lettera firmata su un blog cagliaritano che racconta un’esperienza come tante.
E i tanti commenti che seguono sono soprattutto di denuncia, con qualche lancia in favore del metodo e del nome Forte village.
Tutti però con la solita verità : orari senza fine, straordinari non pagati.
E nessuno iscritto al sindacato, nessuno.
“Come si fa — dice un ex cameriere — di certo l’anno successivo non lavori se fai delle storie”.
E la conferma ci arriva anche dalla segretaria regionale della Filcams Cgil, Simona Fanzecco: “Non abbiamo rappresentanti interni, forse qualcuno, ma sto parlano di 30 anni fa. Poi il vuoto, l’azienda ha fatto delle pressioni e noi non abbiamo i mezzi per intervenire, non abbiamo nemmeno delle informazioni”.
Al punto che: “I pochissimi con cui siamo venuti in contatto a fine stagione vogliono aprire vertenze per il dovuto, straordinari, tfr, o il riconoscimento dei livelli ma non sempre possiamo procedere perchè non si trovano colleghi che vogliano testimoniare. E portare in giudizio questi casi può essere rischioso per gli stessi lavoratori”.
È una situazione diffusa tra gli stagionali, ma al Forte Village c’è una situazione particolare: “Intimoriscono il personale che teme per la chiamata dell’anno successivo. E poi c’è la questione delle referenze che altri datori di lavoro potrebbero richiedere in futuro”.
Continua Simona Fanzecco: “Negli alberghi e villaggi più piccoli la situazione è più controllabile, lì no”. La pensa così anche Viviana Leoni che fa parte della segreteria regionale Fisascat Cisl: “Il Forte… è proprio una fortezza blindata. Fanno in modo che non esca nulla e sugli straordinari è difficile anche provare. Loro rispettano quello che è scritto, di solito. Ma per il resto…”.
E racconta che, qualche tempo fa, tutte e tre le sigle confederali   avevano curato una parte di formazione all’interno del Forte village, ma “i dipendenti che potevano partecipare erano tutti stati scelti con cura dai dirigenti, e nessuno, poi, ci ha mai contattato”.
C’è poi il giro degli stagisti e delle scuole di formazione, trampolino di lancio.
E sono i primi a invocare l’Ispettorato del lavoro.
Chi ha fatto lo stage da commessa e poi ha rinunciato al lavoro, chi invece ha pagato 4mila euro per un corso e con il lavoro della stagione non si è nemmeno ripagato le spese.
Insomma, il retrobottega degli alloggi del personale, dall’altro lato della statale, è distante anni luce dallo sfavillio della vacanza dorata delle residenze.
Ma qualche spiraglio c’è tanto da destare l’indignazione di un illustre ospite del Resort che si è lamentato con i piani alti.
Eppure è difficile avere un riscontro dalla dirigenza.
Per correttezza e completezza di informazione è stato contattato l’ufficio stampa del Forte village resort, ma in due giorni non è stato possibile parlare nè con il direttore del personale, nè con il direttore generale.
L’unico contatto è stato quello con lo studio legale che segue il Forte village. L’avvocato Giuseppe Macciotta sostiene che “in più di dieci anni nessuna rivendicazione sugli orari di lavoro è mai stata portata all’attenzione dei magistrati, nessuna”.
E ancora: “Noi non abbiamo evidenza di prestazioni del personale contrarie alle norme”.
Insomma, sulle carte del Forte gli straordinari non pagati non esistono.

Monia Melis
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IN CORTEO CON I PARENTI: I COMMESSI RIVOGLIONO LA DOMENICA LIBERA

Settembre 12th, 2012 Riccardo Fucile

RIVOLTA DEI DIPENDENTI DI IPERMERCATI E CENTRI COMMERCIALI CONTRO LE APERTURE DOMENICALI

Porteranno figli, mariti, mogli, fidanzati. Insomma, tutti quei familiari con i quali, dicono, non riescono più a condividere il tempo dovuto del riposo da quando le domeniche devono trascorrerle al lavoro, dietro il bancone di un negozio o di un supermercato.
È la rivolta delle commesse – e dei commessi – di ipermercati e centri commerciali che il 7 ottobre (una domenica) manifesteranno in varie città  d’Italia per dire no alle aperture domenicali introdotte dal governo Monti.
Con loro, in piazza, porteranno i parenti, «vittime» anch’essi, seppure in via indiretta, del nuovo orario domenicale che, dicono i manifestanti, divide gli affetti ed entra a gamba tesa nella già  difficile organizzazione familiare di chi lavora nel commercio.
L’iniziativa – che per ora coinvolge Modena, Ferrara, Bologna, Bergamo, Treviso, Pescara e Firenze ma si sta allargando alla Puglia e ancora di più in Veneto ed Emilia-Romagna – si chiama «Parenti domenica no grazie».
A organizzare la protesta antiaperture sono i comitati «Domenica no grazie», piccoli gruppi nati spontaneamente in varie regioni (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Puglia, Abruzzo) e cresciuti su Facebook per iniziativa di alcune commesse e titolari di esercizi commerciali.
«Porteremo in piazza i nostri familiari perchè sono anche loro parte in causa» spiega Valeria Ferrarini, 46 anni, da 17 commessa in un centro commerciale di Modena, cofondatrice con Gisella Marchetti del comitato antiliberalizzazioni modenese.
Il 7 ottobre, a Modena, Valeria scenderà  in piazza con il marito Carlo, al suo fianco nelle attività  del comitato, e con il loro figlio di 8 anni: «Sono i bambini – dice – quelli che soffrono di più di questa situazione».
Il gruppo modenese è nato questa primavera: «Nel nostro caso – continua Ferrarini – il decreto sulle liberalizzazioni viene a rompere un equilibrio raggiunto dopo mesi di trattative fra tre grandi centri commerciali cittadini per stabilire una turnazione domenicale».
Il problema, spiega, c’è soprattutto per i singoli negozi che sono all’interno dei grandi ipermercati: «Per noi che abbiamo un personale ridotto garantire una turnazione è molto più difficile. E le nuove regole non hanno portato nuove assunzioni».
Da qui l’idea del comitato cittadino, che riunisce circa un centinaio di persone e lavora in cordata con gli altri gruppi regionali: «In Toscana hanno cominciato prima di noi e sono più organizzati, per questo ci siamo uniti a loro».
Insieme anche nella protesta del 7 di ottobre: «Ma ognuno nella sua città , perchè con i turni di lavoro era impossibile riunirci tutti in un solo centro».
A Treviso, invece, la «pasionaria» delle commesse è Tiziana D’Andrea, 42 anni, un figlio: «Le aperture domenicali – scrive sulla sua pagina di Facebook – non hanno creato nuovi posti di lavoro, nè fatturato. Hanno solo peggiorato la vita di molte famiglie».
Nella città  veneta a sfilare in corteo saranno solo i parenti dei lavoratori: commesse e commessi resteranno sul posto di lavoro.

Giulia Ziino
(da “il Corriere della Sera”)

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I SINDACATI TEMONO L’AUTUNNO CALDO: “NON GESTIAMO PIU’ LA RABBIA DEGLI OPERAI”

Settembre 10th, 2012 Riccardo Fucile

NEL SULCIS 4.500 CASSAINTEGRATI SU 129.000 ABITANTI… “IN SARDEGNA CI SENTIAMO TUTTI ABBANDONATI”

In sindacalese si chiamano «momenti estremi». Nel linguaggio ruvido dei metalmeccanici sardi significa che «a forza di tirare la corda, qualcuno la pagherà ».
Te lo spiegano così, con la schiuma alla bocca, davanti ai cancelli del bestione di Portovesme. La protesta sulla torre. La bomba fantoccio. Gli scontri al porto di Cagliari.
Per dire dell’Alcoa.
E poi il presidio sotterraneo dei minatori di Carbosulcis, e i pastori, e gli operai della chimica, dell’industria elettrica.
Il sud della Sardegna è una polveriera pronta a esplodere. Un calderone dove ribolle l’insofferenza, l’angoscia, la rabbia di migliaia di lavoratori che si sentono «abbandonati», anzi, «più abbandonati degli altri».
Che sarebbero i colleghi del «continente».
Benvenuti nel Sulcis-Iglesiente, il territorio più cassaintegrato d’Italia.
Quattromilacinquecento ammortizzatori sociali per 129 mila abitanti.
Il 40 per cento dei paracadute sganciati dal governo per le aziende sarde che chiudono, si aprono qui, nella provincia di Carbonia- Iglesias.
Ventitrè comuni e una strage industriale che non fa prigionieri.
«Autunno caldo? Scusi ma mi viene da ridere per non piangere. Da noi – spiega Franco Bardi, segretario provinciale Fiom – tutte le stagioni sono calde, autunno, inverno, primavera, estate. Siamo conciati così da anni. Ve ne accorgete solo adesso perchè Carbosulcis e Alcoa stanno facendo casino. Ma nelle stesse condizioni di quegli operai si trovano tanti altri colleghi. Dopo   la bomba all’Alcoa, ci ha convocati il prefetto. Gli abbiamo detto che non siamo più in grado di gestire la rabbia dei lavoratori».
È la storia della corda troppo tirata. È la storia di una balletto tra Governo, Regione e multinazionali spregiudicate. Che adesso scrive il suo nuovo capitolo, quello dei «momenti estremi».
Intanto le procedure di chiusura, nell’impianto Alcoa, continuano. Ventitrè celle elettrolitiche sono già  spente.
Un dato che fa a pugni con l’ottimismo forzato diffuso dal governatore Ugo Cappellacci: «Siamo disponibili ad attivare un nuovo tavolo di approfondimento, una soluzione si troverà ». La realtà  è che a Portovesme gli operai sono sempre più pessimisti.
È un distretto in agonia. Un’epidemia diffusa che ha già  contagiato 3 mila lavoratori e fatto aprire un fronte sindacale unico chiamato, non a caso, «Vertenza Sardegna».
C’è il dramma della Carbosulcis; c’è l’Eurallumina che produceva ossido di alluminio per l’Alcoa ma è ferma da tre anni e mezzo.
Ci sono i «nodi» della Portovesme (piombo e zinco), della Keller di Villacidro (carrozze ferroviarie, trattativa in corso con acquirenti cinesi), dell’Enel e della Ila (laminati in alluminio). Alla Sms di Iglesias facevano profili in alluminio: chiusa da un anno e mezzo.
I conti sono fatti: eccoli i 3 mila lavoratori «alle pezze ». «Nel Sulcis un numero come questo corrisponde ai 15 mila di Taranto», conclude Bardi.
Di fronte a una crisi industriale «senza precedenti», Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato la mobilitazione generale, che sfocerà  in una grande manifestazione tra ottobre e novembre.
È l’autunno sempre caldo della Sardegna.

Paolo Berizzi
(da “la Repubblica“)

argomento: economia, emergenza, Lavoro | Commenta »

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