Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELL’OSSERVATORIO DI BOLOGNA CONTESTA I NUMERI FORNITI DALL’INAIL
«Non chiamatele morti bianche», dice Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico di Firenze,
riferendosi alle morti sul lavoro.
«Fa pensare che non ci siano colpevoli, che sia una cosa pulita, e non è mai così». Marco, come Carlo Soricelli che ha creato l’Osservatorio Indipendente morti sul lavoro, ha lottato tutta la vita per la sicurezza sul lavoro.
Entrambi, fino a un mese fa, erano considerati due teste calde. Due persone che insistevano sui numeri delle morti, mentre i dati ufficiali Inail dicono una cosa diversa: le morti sono in diminuzione, anno dopo anno.
Il 20 maggio è cambiato tutto: da quella domenica mattina in cui il terremoto ha fatto crollare i capannoni in Emilia uccidendo quattro operai.
A giugno le morti sul lavoro sono già 45, e tra l’otto e l’undici del mese sono morte 17 persone in quattro giorni.
L’allarme scatta in tutta Italia: il 15 giugno un’interrogazione in regione Abruzzo, a Brescia il primato italiano con 10 decessi dall’inizio dell’anno.
La Cgil di Alessandria lancia l’allarme per nove morti nel 2012 nella sola provincia, mentre a Salerno la Cisl segnala tre morti in otto giorni.
Nel Lazio i morti sono 12, e la regione propone una legge per la sicurezza sui cantieri. In Puglia, invece, il direttore regionale dell’Inail spiega che il calo dei decessi va letto alla luce della diminuzione della forza lavoro.
Insomma, non si muore meno sul lavoro ma si lavora meno, o in nero. E anche i dati dell’Inail sarebbero sbagliati: «Secondo i dati del mio Osservatorio nel 2011 le vittime sono aumentate dell’11 per cento», spiega Carlo Soricelli.
La discrepanza è dovuta a categorie intere che non vengono conteggiate dall’ente, perchè non assicurate.
Agricoltori pensionati che muoiono sotto i trattori, militari, forze dell’ordine, pendolari, persone che si spostano per raggiungere il luogo lavoro.
Non ci sono solo i dati
C’è un legame fra queste vicende, una sottile linea rossa che unisce le morti bianche: gli incidenti mortali si ripetono, a distanza di mesi.
E’ successo alla metro di Roma, alla Saras dei Moratti. E’ successo nei capannoni del terremoto. Perchè la legge non tutela a dovere, e le sanzioni sui responsabili non sono adeguate.
La pensa così l’Unione Europea: pochi mesi fa proprio Marco Bazzoni ha scritto una petizione alla Commissione, per denunciare le inefficienze italiane sulle morti nel lavoro.
Bruxelles ha risposto: l’Italia non ha ancora recepito le normative comunitarie per la sicurezza sul lavoro, e ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia.
I dati sulle morti non corrispondono
I dati dell’Osservatorio di Soricelli, che è diventato oggi un punto di riferimento, non coincidono con quelli dell’Inail.
Secondo i dati Inail, nel 2011 ci sono stati 930 morti sul lavoro, con un calo del 4,4 % rispetto al 2010.
Secondo l’Osservatorio le morti nel 2011 sono state invece 1170. «I dati Inail sono sottostimati di circa il 20% ogni anno perchè monitorano solo i propri assicurati», spiega Soricelli.
Sono tante le categorie che rimangono fuori dal conteggio: gli agricoltori pensionati, i militari, le forze dell’ordine.
Sono morti sul lavoro quelle che avvengono nel tragitto da casa al lavoro (e viceversa), ma in questo caso: «I processi durano anni». Sommando queste categorie si stima, invece della diminuzione registrata dall’Inail, un aumento dell’11 per cento rispetto ai dati del 2011.
Per Alessandro Salvati, che coordina la banca dati infortuni dell’Inail la domanda andrebbe ribaltata: «Dovreste chiedervi perchè i dati dell’Osservatorio non coincidono coi nostri, anzichè il contrario»
Per Salvati l’attività di Soricelli è meritoria, ma: «Fanno un conteggio di morti ‘presumibili’, che potremo fare anche io e lei: Un istituto nazionale statistico rispetta certe regole, e ha il compito di controllare caso per caso». Sulle ‘morti in nero’, ci spiega sempre Salvati, è difficile che l’Istat non le rilevi, perchè essendo casi eclatanti ne viene a conoscenza.
Per l’Europa l’Italia è colpevole
Marco Bazzoni, come Carlo Soricelli è un operaio metalmeccanico che ha deciso di impegnarsi per la causa.
Per lui il problema non sono i dati dell’Inail ma il fatto che questi vengano considerati dati statistici: «I sindacati vanno dietro all’Inail, sono loro il problema», ci spiega.
E per Bazzoni i dati non sono sottostimati solo nelle morti, ma anche sugli infortuni: «Ci sono almeno 200.000 infortuni non denunciati, questa era la valutazione dell’Inca, il patronato della Cgil», afferma.
L’ultimo anno in cui l’Inail ha parlato di aumento delle morti sul lavoro è stato il 2006, con 1341 decessi: «Aggiornarono i dati quattro volte fino ad arrivare a gennaio 2008», ricorda l’operaio fiorentino. «Poi scrissero un comunicato sconcertante: l’impennata di morti era da considerarsi esclusivamente come un fatto accidentale».
Marco Bazzoni, come Soricelli non si è mai arreso: nel 2009 ha scritto una petizione-denuncia alla Commissione Europea sulla conformità del recepimento in Italia (d.lgs 106/09) della direttiva europea 89/391/CEE, volta a promuovere la sicurezza e la salute dei lavoratori sul posto di lavoro.
Lo scorso 13 ottobre la Commissione ha risposto che il progetto di ‘costituirsi in mora’ contro lo Stato italiano è stato approvato il 29 settembre. L’Italia ha risposto con una relazione ora in esame a Bruxelles. I punti di rilievo del procedimento europeo sono: deresponsabilizzazione del datore di lavoro, obbligo di valutazione del rischio di stress dovuto al lavoro, tempistiche per redarre il documento sulla valutazione dei rischi di una nuova impresa.
Dalla Thyssen a Novi Ligure.
Deresponsabilizzazione del datore di lavoro, l’Europa non sa che è un costume tutto italiano.
E’ dell’aprile 2009 la polemica sulla norma “salva manager” contenuta nel decreto al Testo unico sulla sicurezza del lavoro, del governo Berlusconi.
L’art. 10 bis rischiava di portare all’assoluzione i dirigenti Thyssenkrupp di Torino, che verranno poi condannati (aprile 2011) a 16 anni e mezzo per omicidio volontario. Come ora, una norma italiana entrava in contrasto con le normative europee, secondo la Commissione parlamentare lavoro: la direttiva CEE 391 del 1989, proprio sulla responsabilità del datore di lavoro.
I lavoratori Thyssen, ora in mobilità , erano in presidio davanti al comune di Torino lo scorso 14 giugno, per incalzare il sindaco Fassino che un anno fa aveva promesso di occuparsi del loro ricollocamento.
Ma c’è un altro particolare: «Su 14 rimasti senza lavoro, otto eravamo parte civile al processo Thyssen», spiega Mirko Pusceddu, portavoce degli operai.
Continua: «Crediamo di essere stati discriminati per questo, perchè su 34 operai ricollocati all’Amiat e altri 35 all’Alenia sono solo due le persone che come noi erano parte civile».
Spostandoci all’Ilva di Novi Ligure, il 7 giugno Pasquale La Rocca è morto schiacciato da un muletto.
L’azienda, nonostante la morte, non ha fermato l’impianto: «Quando siamo arrivati un’ora dopo, comunque, i due reparti a ridosso dell’incidente erano fermi», dice Massimo Repetto della Fiom.
Ma anche se gli operai hanno scioperato l’azienda non ha fermato l’impianto, come conferma Repetto.
Nella stessa Ilva di Novi Ligure era morto un operaio delle ditte appaltatrici nel 2005, precipitando da tre metri di altezza, come ricorda Bruno Motta, sindacalista all’Ilva fino al 2006. «Ci ho lavorato 32 anni a Novi Ligure, è una realtà molto diversa dall’Ilva di Taranto».
Nessuna legge obbliga quindi l’azienda a fermare gli impianti in caso di incidenti mortali, e nessuna legge potrà trovare dei responsabili per i 17 lavoratori morti sotto i crolli dei capannoni industriali in Emilia, quelli dovuti ai terremoti del 20 e 29 maggio.
La normativa antisismica del 2005, infatti, non obbliga costruttori ed aziende a mettere a norma i prefabbricati costruiti in epoca precedente, come abbiamo svelato nella nostra inchiesta ‘Perchè sono morti gli operai’.
I prefabbricati sono a rischio, ma agibili e in regola, e questo è solo l’ennesimo caso in cui la legge italiana diventa complice delle morti sul lavoro. «Non chiamatele morti bianche», dice Bazzoni. Perchè i colpevoli ci sono.
Michele Azzu
(da “L’Espresso“)
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Giugno 24th, 2012 Riccardo Fucile
UNICEF: “NEL MONDO CI SONO 215 MILIONI DI PICCOLI SCHIAVI, IMPIEGATI IN ATTIVITA’ A RISCHIO”
Sono 215 milioni i bambini coinvolti nel lavoro minorile in tutto il mondo. 
Più della metà svolge attività a rischio, come la schiavitù sessuale e la guerra. Ma non solo.
Ogni minuto ne muore uno per incidenti, malattie o gravi traumi psicologici.
E il 40% dei disoccupati sono giovani.
A denunciarlo è l’Unicef, in occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile.
«Oggi giovani disoccupati o impiegati in modo inadeguato sono in genere bambini lavoratori, la cui educazione, salute e benessere sono stati compromessi in modo permanente. Il lavoro minorile crea svantaggi ai lavoratori per tutta la vita e rafforza cicli intergenerazionali di povertà , discriminazione e iniquità », ha spiegato Joanne Dunn dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia.
«Il lavoro minorile mina sistematicamente i progressi per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Osm) per ridurre la povertà , l’istruzione, l’Hiv/Aids e la disuguaglianza di genere.
Se non riusciremo a sconfiggere il lavoro minorile, non riusciremo a sostenere il diritto umano dei bambini alla protezione e a un futuro migliore», ha concluso Dunn. Nel frattempo a Firenze, nell’ambito del convegno «Lavoro Minorile: azioni di contrasto e promozione del benessere» verrà firmato un protocollo d’intesa tra l’Unicef Italia e il Garante per l’infanzia e l’adolescenza della regione Toscana. Il protocollo avrà l’obiettivo di promuovere e realizzare attività d’informazione, diffusione e studio della Convenzione sui diritti dell’infanzia; favorire la partecipazione autentica e strutturata delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi alle attività promosse; favorire lo scambio reciproco d’informazioni e buone prassi sulle politiche e i progetti dedicati all’attuazione dei diritti dei minorenni sul territorio; promuovere iniziative per il benessere dei bambini/e con particolare attenzione al diritto alla salute, soprattutto per i più marginalizzati.
Marta Serafini
Corriere della Sera
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
TANTE SENTENZE IN ITALIA STANNO DANDO RAGIONE AL SINDACATO DI LANDINI PER LE DISCRIMINAZIONI SUBITE… CHIAMATO IN CAUSA L’ACCORDO SEPARATO VOLUTO DAL MANAGER CANADESE
E’ lo schiaffo più pesante che Marchionne riceve in un’aula di Tribunale.
Più pesante di quello ricevuto qualche settimana fa dal Tribunale di Modena dove la Fiom aveva vinto un altro ricorso, per violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori (comportamento antisindacale) e in cui il giudice aveva deciso di chiamare in causa la Corte costituzionale sulla questione della rappresentanza in azienda. Stavolta, però, lo schiaffo arriva direttamente nel cuore del progetto della nuova Fiat, là dove tutto è cominciato.
A Pomigliano sono mesi che la Fiom denuncia la discriminazione subita dai suoi iscritti nessuno dei quali, finora, era stato assunto nel nuovo stabilimento in cui si produce la Panda.
Assunzioni con il singhiozzo, tra l’altro, perchè dei 4500 operai che facevano parte dell’ex stabilimento Giovanbattista Vico, solo 2093 hanno potuto rivedere il proprio posto di lavoro.
Ma dei 2093 “richiamati” — così gli operai ci tengono a essere definiti, proprio per ribadire che assunti lo erano già stati — nessuno proprio nessuno, aveva la tessera della Fiom in tasca.
Nemmeno nel calcolo probabilistico si può dare l’eventualità che nemmeno uno dei 338 tesserati della Fiom non faccia parte di un corpo fatto di duemila unità . Marchionne, e tutta la Fiat, ha sempre risposto che all’azienda tutto ciò non risulta perchè, dopo la firma del contratto separato con Fim, Uilm, Ugl e Fismic, la Fiat non trattiene più le quote sindacali della Fiom e quindi non può sapere chi tra i suoi dipendenti è iscritto o meno al sindacato cigiellino.
Inoltre, è circolata la voce che una fetta degli iscritti Fiom si sia trasferita alla Fim, notizia che in realtà confermerebbe la denuncia Fiom: per lavorare occorre non iscriversi o cambiare sindacato.
Ora, il Tribunale di Roma con la sua sentenza chiarisce la situazione e stabilisce un punto di svolta nelle relazioni sindacali del principale gruppo privato italiano. Impossibile non collegare tra loro le tante sentenze che in giro per l’Italia, a Torino come a Bologna o a Modena, stanno dando ragione al sindacato di Maurizio Landini per quanto concerne le discriminazioni subite.
E impossibile, per tutto il sindacalismo confederale, non richiamare in causa l’accordo separato firmato, proprio a partire da Pomigliano, con il gruppo Fiat — nel frattempo uscita da Confindustria — che permette all’aziende torinese di applicare le norme, i contratti e la stessa legge sulla base delle proprie esigenze.
E’ tutta la strategia di Marchionne a essere sconfessata.
La sentenza di Roma, però, scoperchia quanto è avvenuto e sta avvenendo nella stessa Pomigliano dove Marchionne ha condotto la sua sfida e conferisce una forza particolare alla Fiom che, oltre a rientrare in fabbrica, vede vittoriose tutte le proprie istanze e ribadite le proprie ragioni. Ma questo, paradossalmente, potrebbe indurre la Fiat a fare un passo estremo nella sua reiterata volontà di lasciare l’Italia o, come annunciato dallo stesso Marchionne in una celebre intervista al Corriere della Sera, chiudere lo stesso stabilimento di Pomigliano.
Per finire esattamente dove tutto è cominciato.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA FIOM AVEVA FATTO CAUSA AL LINGOTTO SULLA BASE DI UNA NORMATIVA DEL 2003 CHE RECEPISCE DIRETTIVE EUROPEE SULLE DISCRIMINAZIONI…19 ISCRITTI AL SINDACATO AVRANNO ANCHE DIRITTO A 3.000 EURO PER DANNO
Una nuova sentenza per Fiat. 
Il Tribunale di Roma ha infatti condannato l’azienda automobilistica per discriminazioni contro la Fiom a Pomigliano: 145 lavoratori con la tessera del sindacato dei metalmeccanici dovranno essere riassunti nella fabbrica.
A renderlo noto è la stessa Fiom che in un comunicato precisa che 19 suoi iscritti avranno anche diritto a 3.000 euro per danno.
Il sindacato ha fatto causa al Lingotto sulla base di una normativa specifica del 2003 che recepisce direttive europee sulle discriminazioni.
Alla data della costituzione in giudizio, circa un mese fa, su 2.093 assunti da Fabbrica Italia Pomigliano nessuno risultava iscritto alla Fiom.
In base a una simulazione statistica affidata a un professore di Birmingham le possibilità che ciò accadesse casualmente risultavano meno di una su dieci milioni.
Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ha agito per conto di tutti i 382 iscritti alla sua organizzazione (nel frattempo il numero è sceso a 207) e a questa cifra fa riferimento il giudice ordinando all’azienda di assumere 140 lavoratori con la tessera dei metalmeccanici Cgil.
L’azione antidiscriminatoria — spiega ancora il legale della Fiom — può essere promossa dai diretti discriminati e se la discriminazione è collettiva dall’ente che li rappresenta. Per questo 19 lavoratori hanno deciso di sottoscrivere individualmente la causa e hanno ottenuto i 3.000 euro di risarcimento del danno.
Soddisfatto della sentenza il responsabile nazionale auto della Fiom, Giorgio Airaudo, secondo cui “oggi sappiamo con certezza che in Italia un lavoratore, anche della Fiat, può scegliere il sindacato a cui iscriversi e che questo non è usato come discriminante per la sua assunzione”.
Con la decisione del Tribunale di Roma ”si riconferma un diritto di democrazia, libertà e civiltà ” ma si domanda se “Fiat non avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui nuovi prodotto e le nuove strategie invece di accanirsi sulla divisione di lavoratori e sindacati, sulla strada dell’autoritarismo”.
“Finalmente è stata riconosciuta in Fiat la violazione dei più elementari diritti alla persona e premiato l’eroismi di chi ha resistito”, ha detto Giorgio Cremaschi, di Rete 28aprile della Cgil, che spera “si mandino i carabinieri da Marchionne per fargli rispettare la sentenza”.
Poche parole invece per il leader della Cisl Raffaele Bonanni secondo cui “quello che fa la magistratura va bene comunque”, ma la Uilm (sindacato metalmeccanici della Uil, ndr) della Campania non esclude un ricorso contro la sentenza del Tribunale di Roma.
Il segretario Giovanni Sgambati ha infatti sottolineato che “anche la Uilm ha tanti iscritti che ancora non sono stati riassorbiti, ed è impensabile che la Fiom abbia un canale preferenziale grazie ad una sentenza”.
Il governatore della Puglia Nichi Vendola (Sel) osserva su Twitter che “ancora una volta un tribunale sanziona lo stile discriminatorio della Fiat di Sergio Marchionne” e che “la violazione di diritti fondamentali dei lavoratori non è compatibile con la democrazia e con la modernità ”.
Una condanna che arriva a pochi giorni dalle proteste degli operai dello stabilimento Powertrain a Termoli (in provincia di Campobasso) che sono saliti sul tetto dell’assessorato al Lavoro della Regione Molise.
Il motivo è il taglio degli stipendi, una decurtazione di circa 250 euro, per i lavoratori iscritti al sindacato di Landini.
Il ritocco al ribasso delle buste paga è avvenuto nel maggio scorso, dopo risposta a una sentenza del tribunale di Larino che nel febbraio ha imposto alla Fiat di riconoscere la rappresentanza sindacale degli iscritti al gruppo metalmeccanici della Cgil, contro il nuovo contratto nazionale sottoscritto da Fim, Uilm e Ugl.
Il giudice ha anche richiamato l’applicazione del contratto del 2008, quello che la casa automobilistica ha ritenuto di applicare agli iscritti Fiom non assegnando il premio di 250 euro circa previsto con l’accordo del 2011.
A maggio inoltre il Lingotto ha deciso per la prima volta nella sua storia la cassa integrazione straordinaria della durata di sei giorni per tutti i 5.400 dipendenti degli Enti Centrali di Mirafiori, la maggior parte impiegati.
“E’ una pessima notizia: vuol dire che anche a livello della testa di Fiat ci sono forti problemi” ha commentato Edi Lazzi, responsabile V lega Fiom.
I giorni di cassa integrazione sono stati il 14, 15 e 21 giugno e i prossimi sono fissati per il 12, 13 e 19 luglio.
Queste date vanno ad aggiungersi a quelli già programmati per domani e per il 20 luglio, in cui ci sarà la chiusura dello stabilimento utilizzando i permessi personali dei lavoratori.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI PUBBLICI “ANZIANI” AVREBBERO TRA IL 50 E IL 60% DI RETRIBUZIONE, POI RICOLLOCATI O LICENZIATI
Il timore è che la spending review si trasformi in un’operazione di tagli alla cieca nel comparto pubblico.
Il rischio è che usare la mobilità prevista dalla legge Brunetta per gli statali (due anni all’80% dello stipendio, a conti fatti solo al 50-60%, poi ricollocamento in altri comparti o licenziamento) generi un altro bacino di “esodati” non concordati: troppo giovani per la pensione e senza reddito.
La preoccupazione dei sindacati, per ora estromessi dal confronto, sale.
Mentre la riunione tecnica della “troika” governativa (tecnici di Ragioneria, Funzione pubblica, commissari) non ha sciolto i nodi sul tavolo.
Il primo dei quali è come ricavare 5 miliardi di risparmi per il decreto atteso entro giugno e quanta parte di questi attribuire agli statali.
Una strada è partire dai dirigenti. Anche se le risorse recuperate potrebbero deludere.
I dirigenti verso la pensione. Soltanto in mille hanno i requisiti
Un’ipotesi è prepensionare i soli dirigente pubblici. Il nocciolo duro dello Stato(ministeri, enti previdenziali e di ricerca, agenzie fiscali) ne conta circa 4 mila.
Ma quelli sopra i 60 anni di età , che potrebbero entrare nel blocco in uscita, in realtà sono appena un migliaio.
Davvero poca roba, in termini di risorse da recuperare. Il criterio dei 40 anni di lavoro, poi, valutato ieri dai tecnici di Ragioneria e Funzione pubblica, sembra invece incontrare problemi giuridici.
In totale, i dirigenti del pubblico impiego sono circa 230 mila, a prescindere dall’età . Ma tra questi, 15 mila rispondono agli enti locali, 180 mila sono medici (non tutti “manager”), e poi prefetti, diplomatici, magistrati, forze armate, 6-7 mila nella scuola (settore già spolpato).
Il rapporto capi-funzionari. Ora si punta al modello europeo un “capo” ogni quaranta sottoposti.
Un rapporto minimo di un dirigente ogni 40 dipendenti, in linea con quanto avviene nei Paesi europei più virtuosi. Questo obiettivo, messo in pratica già per le agenzie fiscali con il decreto varato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri, potrebbe essere esteso a tutto il settore pubblico.
Dove esistono sacche di sicura inefficienza, con un rapporto talvolta di uno a 10, persino di uno a 8. Ma anche realtà ridotte all’osso, in cui la proporzione si situa già sui livelli auspicati dal governo.
Gli “esuberi” dirigenziali, che certo la misura produrebbe, andrebbero poi assorbiti. Con la mobilità all’80% di stipendio, per chi si trova a due anni dalle pensione. E per gli altri? Anche per questa misura, il rischio è di raccogliere cifre non esorbitanti.
I dipendenti “anziani”. Un bacino di 240 mila lavoratori che adesso teme per l’assegno.
Mettere in moto la legge Brunetta e usare la mobilità all’80% dello stipendio per due anni come strumento di “prepensionamento”.
L’ipotesi fa correre più di un brivido sulla schiena di statali e sindacati.
Il bacino dei lavoratori over 60 è di 240 mila persone, di cui 25 mila nelle amministrazioni centrali (ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici, ricerca). Pescare in questo bacino è operazione delicatissima.
Il rischio è creare nuovi “esodati”, senza passare neanche da un accordo. Se difatti non è possibile ricollocare gli statali presso altri enti o strutture, scatta il licenziamento. Con il traguardo della pensione spostato in là dalle nuove regole, dopo due anni di cassa, molti sarebbero senza busta paga e lontani anni dall’assegno previdenziale.
Il taglio lineare del 5%. Piante organiche già prosciugate. Il rischio di sforbiciate alla cieca.
La soluzione paventata dal ministro Giarda, il regista della spending review, di un taglio lineare del 5% alle piante organiche ha il difetto di operare alla cieca.
Proprio quanto si voleva evitare, sfoltendo le spese in modo mirato per eliminare gli sprechi. Se poi il riferimento è alle “piante organiche”, esiste anche un rischio flop. Molte amministrazioni, per via del blocco del turn over, non hanno rimpiazzato le uscite con assunzioni.
E dunque quel bacino è già “asciugato” e i risparmi attesi contenuti. Per gli enti in eccedenza (la SuperInps, ad esempio, e altri) il taglio lineare avrebbe un effetto casuale dannoso: uffici depotenziati e altri sovraffollati, per assorbire gli “esuberi”.
Se parliamo poi di organico (e non di pianta), allora le rasoiate sono di fatto licenziamenti.
Le indennità -extra. Bonus cospicui per i responsabili la base rischia decurtazioni record.
La parte “accessoria” dello stipendio di un dipendente pubblico pesa dal 10 al 40% della busta paga totale.
Di meno per i dipendenti della scuola, di più per i lavoratori delle agenzie fiscali, sanità ed enti locali. Pensare di “risparmiare” su questa parte è argomento molto scivoloso che rasenta il taglio degli stipendi.
Succosa per i livelli dirigenziali, per la maggior parte degli statali questa voce è linfa insopprimibile, perchè fatta di turni, festività , produttività , risultato.
Va notato, poi, che la mobilità all’80% dello stipendio per due anni (ipotesi al vaglio della task force governativa), per molti si tradurrà nel dimezzamento dello stipendio, proprio perchè l’80% si calcola solo sul livello base, e non anche sui parametri “accessori”.
(da “la Repubblica“)
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Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile
PAOLILLO: “LAVORIAMO SOLO NOVE MESI ALL’ANNO. AUMENTIAMO IL TEMPO DEDICATO ALL’OCCUPAZIONE PER FAR RIPARTIRE LA PRODUTTIVITA’”
Aumentare il tempo di lavoro per far ripartire la produttività . E’ la ricetta del sottosegretario
all’Economia, Gianfranco Polillo.
“Nel brevissimo periodo, per aumentare la produttività del Paese – ha spiegato – lo choc può venire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo; lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve”.
Secondo Polillo, “se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”.
Il sottosegretario, parlando a margine di un convegno a Roma, non vede particolare difficoltà a realizzare questo obiettivo.
“Stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità perchè abbiamo un deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti che è di circa 3 punti del Pil, un dato spesso sottovalutato. Questo significa che noi ogni anno per sostenere i nostri consumi interni abbiamo bisogno di prestiti esteri che negli ultimi anni sono stati pari a 50 miliardi di euro. Quindi, se non chiudiamo questo gap non possiamo continuare a utilizzare prestiti esteri per sostenere i consumi”.
“Questo gap – ha aggiunto – lo possiamo colmare in due modi: riducendo la domanda interna e, sarebbe inaccettabile se non vogliamo distruggere il Paese oppure aumentando il potenziale produttivo del Paese”.
Premettendo che nel medio periodo bisogna pensare ad aumentare la produttività attraverso una razionalizzazione degli apparati produttivi, riducendo costi e sprechi per aumentare gli investimenti, Polillo ha sottolineato che nel breve periodo serve una scossa elettrica per far ripartire il sistema.
“Credo che la riflessione che dobbiamo fare è sullo shock che può venire da un aumento dell’imput di lavoro senza variazione di costo”. “Siamo in un Paese in cui si lavora mediamente nove mesi all’anno e, credo, che ormai bisogna ragionare che questi nove mesi di lavoro sono troppo brevi”
“Se noi rinunciassimo a una sola settimana di vacanza – sono parole di Polillo – avremmo un impatto immediato sul Pil di circa l’1%”. E lo stesso sottosegretario ha chiarito che “da parte dell’industria questo non deve essere un accordo generalizzato, ma deve essere un accordo per le aziende che sono state già ristrutturate e che hanno un mercato”.
Per chiarire che queste idee sono “in una fase di studio e di riflessione”, Polillo ha fatto presente che “anche i sindacati non sono contrari, almeno la parte più avveduta del sindacato che sta riflettendo per proprio conto su questo tema”.
E questa riflessione non è limitata ad alcune sigle: “All’interno di tutti i sindacati, compresa la Cgil, vi sono settori illuminati e riformisti – ha riferito Polillo – che ragionano in termini di interessi generali”.
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Giugno 18th, 2012 Riccardo Fucile
PIETRO ICHINO: “ALTRI 24.500 POTREBBERO ESSERE “SALVAGUARDATI”, PER GLI ALTRI LA STRADA DEGLI INCENTIVI ALL’ASSUNZIONE”… “FAVORIRE IL RIENTRO DEI 50-60ENNI NEL TESSUTO PRODUTTIVO E PREVEDERE UN TRATTAMENTO DI DISOCCUPAZIONE”
Per decenni ci siamo consentiti di andare in pensione a cinquant’anni accumulando debito pubblico,
poi debito per ripagare il debito e gli interessi sul debito, finchè i creditori hanno incominciato a dubitare della nostra capacità di restituire il tutto.
Così, di colpo, come per effetto dello scoppio di una «bolla», la drammatica crisi del debito pubblico nel dicembre scorso ci ha costretti a rimettere i piedi per terra
Fino ad allora avevamo fatto finta che con 60 anni di età e 37 o 38 anni di contribuzione un lavoratore si fosse «guadagnato il diritto» alla pensione.
Se si considera che a 60 anni gli italiani hanno una attesa media di vita di 23 anni se uomini, 24 se donne, è evidente l’insostenibilità di quell’idea: non è possibile che 38 anni di contribuzione nella misura del 33 per cento costituiscano un finanziamento sufficiente per una pensione pari a tre quarti o quattro quinti dell’ultima retribuzione, destinata a durare per 23 o 24 anni.
Il sistema poteva stare in piedi soltanto con un cospicuo contributo dello Stato: ed è infatti ciò che è accaduto per tutto il mezzo secolo passato, nel quale lo Stato ha contribuito ogni anno con l’equivalente di molte centinaia di miliardi di euro al pareggio di bilancio dell’Inps.
In realtà lo sapevamo benissimo: tanto che nel 1995 abbiamo fatto la riforma delle pensioni necessaria.
Ma l’abbiamo applicata solo ai ventenni e trentenni, cioè ai nostri figli e non a noi stessi.
Il governo Monti, appena costituito, ha dovuto fare in due settimane quello che avrebbero dovuto fare i governi precedenti nell’arco di due decenni, estendendo la riforma del 1995 a tutti.
Naturale che in questo modo molti di noi cinquantenni e sessantenni siano rimasti scottati; ma la colpa non è del governo che ha gestito lo scoppio della bolla: è di chi per tanto tempo ha lasciato che si gonfiasse.
Ora, certo, occorre curare le scottature prodotte da quello scoppio.
Ma non possiamo farlo tornando indietro rispetto alla riforma.
Già con il decreto «salva Italia» del dicembre scorso sono stati «salvaguardati», cioè esentati dall’applicazione delle nuove regole, circa 65.000 sessantenni senza lavoro e molto prossimi al pensionamento secondo le regole vecchie.
Oggi a chiedere di essere «salvaguardati» sono moltissimi altri, un po’ meno vicini al traguardo.
Se si esaminano le categorie interessate, ci si rende subito conto che – oltre a circa 24.500 lavoratori per i quali un accordo stipulato prima della fine del 2011 ha previsto la cessazione del lavoro dal 2012 in poi, con o senza assistenza di un fondo di solidarietà (categoria alla quale pare davvero logico estendere la «salvaguardia» già disposta per casi analoghi con cessazione del lavoro entro il 2011) – tra gli altri aspiranti potrebbero annoverarsi tutti i cinquantenni e sessantenni attualmente disoccupati: l’Inps in particolare segnala 173.100 lavoratori con più di 53 anni, che per i motivi più svariati hanno cessato di lavorare tra il 2009 e il 2011, e 122.750 nati dopo il 1946 e senza lavoro da anni, autorizzati dallo stesso istituto ai versamenti contributivi volontari (per ulteriori dati rinvio al mio sito).
Esentare dall’applicazione delle nuove norme tutti questi casi equivarrebbe evidentemente a svuotare la riforma del dicembre scorso, ripristinando la situazione finanziariamente insostenibile precedente e l’ingiustizia tra generazioni, con un incremento di decine di miliardi del debito di 2 mila miliardi che già lasciamo da pagare ai nostri figli e nipoti.
I cinquantenni e sessantenni senza lavoro non devono essere incoraggiati a uscire definitivamente dal tessuto produttivo, ma aiutati a rientrarvi, con tutti gli incentivi e le agevolazioni possibili per favorire il loro ritorno a un’occupazione retribuita adatta a loro, ancora per qualche anno.
La soluzione deve consistere in una norma speciale che estenda, nella misura delle disponibilità finanziarie, il trattamento di disoccupazione, e al tempo stesso istituisca alcuni forti incentivi all’ingaggio di queste persone: per esempio con esenzioni contributive, sgravi fiscali, una disciplina speciale che consenta un periodo di prova fino a un anno nel rapporto di lavoro dipendente, e che agevoli la costituzione di rapporti genuini di collaborazione autonoma continuativa con le amministrazioni locali, dove ne ricorrano gli elementi essenziali. In altre parole, occorre mantenere fermo il principio per cui a 50 e a 60 anni si può ancora lavorare, e si deve essere disponibili a farlo se si vuole beneficiare di un sostegno del reddito; ma anche fare tutto il possibile per abbattere il diaframma che impedisce a questa offerta di lavoro maturo di incontrarsi con la domanda potenziale, soprattutto nel settore dei servizi alle famiglie e alle comunità .
La nuova cultura del lavoro di cui il Paese ha urgente bisogno deve liberarsi dall’idea che per un sessantenne trovare un lavoro, anche magari a part-time , sia impossibile. Per liberarsi di quell’idea non basta, certo, un tratto di penna sulla Gazzetta Ufficiale : occorre anche far funzionare meglio il nostro mercato del lavoro, abbattendo il diaframma che impedisce l’incontro fra una grande domanda di servizi alle famiglie e alle comunità locali e questa grande offerta potenziale di manodopera, che può essere facilmente posta in grado di svolgerli.
Pietro Ichino
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 12th, 2012 Riccardo Fucile
PER I CONSULENTI DEL LAVORO 390.000 UNITA’ E’ UN DATO AFFIDABILE E PURE PER DIFETTO…UN SALTO COSI’ AMPIO AVRA’ CONSEGUENZE POLITICHE
Non è solo una questione di numeri. O quasi. 
Il passaggio dai 65 mila esodati «certificati» ai 390 mila «probabili» è un salto talmente ampio che avrà conseguenze politiche e contabili clamorose. Quanto costerebbe allo Stato un allargamento così vasto del “recinto” degli esodati?
Questa è la domanda che quasi tutti si sono posti appena è diventato pubblico il contenuto della Relazione inviata dall’Inps al ministero del Lavoro. «Se alla platea dei 390 mila potenziali esodati saranno applicati gli stessi criteri dei 65 mila finora riconosciuti, lo Stato dovrà sostenere una spesa non inferiore a 12 miliardi nei prossimi due anni – afferma Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro -.
Naturalmente si tratta di una cifra che serve a coprire i 325 mila esodati emersi dal calcolo dell’Inps. La riforma Fornero ha ritardato il trattamento pensionistico dei lavoratori di circa 2 anni in media. Applicando un calcolo empirico, perchè le variabili sono molte anche in base al sesso, si va da 1 anno per le donne fino a 7 anni per gli uomini, raggiungiamo la cifra di 12 miliardi che ci appare un dato molto affidabile seppur calcolato per difetto».
Sei miliardi all’anno nei prossimi due anni è una cifra enorme che segna una differenza davvero marcata rispetto alle previsioni.
«Il calcolo fatto dal ministero non ha tenuto conto delle fonti ufficiali – spiega Calderone – noi consulenti del lavoro, qualche mese fa avevamo detto che 65 mila esodati ci sembravano davvero troppo pochi e che la cifra di 300 mila era l’unica che ci sembrava verosimile. I calcoli Inps, se confermati, dicono che siamo stati persino prudenti. Il flusso della cassa integrazione e della mobilità ci forniva dei parametri chiari: la cifra di 65 mila non poteva essere reale».
Ma la questione non si ferma solo a cifre e costi.
Questi numeri riaprono le ostilità (mai del tutto sopite) tra il ministro Fornero e la Cgil: «È finita la stagione dei balletti di cifre – attacca Vera Lamonica, segretario confederale Cgil – fare chiarezza è un dovere di tutti. Anche queste mezze smentite e passi indietro servono solo a complicare tutto. Adesso l’Inps ci dica i numeri che ha fornito al governo. Non si gioca sul futuro delle persone. Del resto, questo finale era già scritto: da mesi ripetiamo che i numeri forniti dal ministero del Lavoro non potevano essere veritieri. Il sospetto fondato è che il governo sia partito dalla cifra di risorse a sua disposizione e che in base a quella abbia calcolato il numero di esodati che poteva permettersi. E invece adesso bisognerà rifare il conto alla rovescia: individuato il numero degli aventi diritto, calcoliamo quanti soldi sono necessari a coprire le necessità di queste persone».
I fondi necessari però rischiano di essere davvero tanti (pari a qualche manovra finanziaria), forse persino fuori dalla portata delle casse statali. «Questo è il risultato di una riforma previdenziale condotta con superficialità – continua Lamonica -, si è agito con troppa fretta, senza gradualità , senza transazioni, saltando passaggi di concertazione che sempre le riforme di questa portata hanno avuto. Adesso noi non accettiamo spacchettamenti. Bisogna ricostruire il quadro del diritto e poi parleremo di risorse».
Il punto è che con questi nuovi numeri rischia di saltare il banco.
Per tutti.
Isidoro Trovato
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile
SIAMO AL PENULTIMO POSTO IN EUROPA PER INVESTIMENTI NELLA RICERCA…MINOR LAVORO, MINORI TUTELE E MINORE ISTRUZIONE PER TUTTI
Si dice che, qualche giorno fa, in visita alla piazza dei Mestieri, a Torino, il ministro del Welfare Elsa Fornero abbia incontrato gli studenti della scuola professionale di via Durandi nei laboratori di panetteria e pasticceria.
E che, con sensibilità e partecipazione, si sia intrattenuta nelle cucine colpita dall’intraprendenza culinaria delle studenti.
Certo, magari non tutti (o tutte) gradiscono l’entusiasmo del tecnico Fornero per l’agilità delle ventenni in cambusa.
Fatto sta che alla fine della visita, mentre la pasta lievitava e le frittate facevano le capriole, il ministro ha incoraggiato le studenti così: “Imparare un mestiere, una professione, oggi è importante”, ha detto. “Non è detto che tutti debbano avere una laurea, magari di malavoglia” […]. “Questa è una scuola che recupera molto in questo senso, […] e quindi tanto di cappello” .
Era da un po’ che non ascoltavamo una frase così.
Come è noto la scarsa commestibilità della cultura era uno dei principali crucci del vecchio governo.
Basta con le lauree inutili, ripeteva Mariastella Gelmini.
I giovani hanno “l’intelligenza nelle mani”, assicurava l’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.
“È meglio un carrozziere che un laureato in nulla”, continuava il sociologo Giuseppe De Rita. “A che serve pagare uno scienziato quando facciamo le scarpe più belle del mondo?”, cantava sorridente l’ex presidente del Consiglio.
Se l’allergia all’istruzione era un tratto distintivo del vecchio governo, nessuno si sarebbe atteso dal governo dei professori la stessa freddezza.
E invece le parole del ministro Fornero esplicitano ciò che da mesi era chiaro: che vi è un’infelice continuità nelle politiche degli ultimi due governi in tema di istruzione e di investimento in ricerca e sviluppo, al punto che, a meno di un repentino cambio di rotta, il paese rischia di regredire in entrambi i settori a livello del Sud del mondo.
Facciamo un passo indietro.
Basta sfogliare il rapporto Ocse Education at a Glance 2011 e l’ultimo rapporto Almalaurea per convincersi della gravità del problema.
L’Italia è uno dei paesi occidentali con il minor numero di laureati, e quei pochi che ci sono sono già troppi per il mercato italiano.
Pare una contraddizione e invece è un dato importante, perchè la contrazione della quota di occupati ad alta specializzazione in un momento di crisi è non solo in controtendenza rispetto a quanto avviene negli altri paesi occidentali, ma è il sintomo di una struttura produttiva che affida la propria permanenza sul mercato esclusivamente alla compressione dei costi di lavoro.
Oggi i diciannovenni sono quasi il 40 per cento in meno del 1984, e purtuttavia solo il 20 per cento dei giovani tra i 23 e i 34 anni si laurea, contro il 37 per cento dei Paesi Ocse. Non solo, ma il numero degli immatricolati continua a scendere, mentre aumenta il numero dei laureati che emigra. Siamo forse così dinamici da poterci permettere di condannare le nuove generazioni all’esodo?
Ora, la crescente difficoltà occupazionale dei laureati non è un problema solo italiano. Ne parla tutto il mondo, che la definisce “bolla formativa”, il fenomeno per cui la contrazione nel tasso occupazionale è andata di pari passo con la crescita diffusa della generazione più istruita della storia.
Ottima risorsa in un momento di crisi, verrebbe da dire.
Fatto sta che mentre l’unico caposaldo politico condiviso da Washington a Berlino è la necessità d’investire in istruzione come vettore della ripresa sociale, in Italia si è scelta una strada originale.
Se guardiamo ai dati Ocse rielaborati dal Ceris nel rapporto Scienza e tecnologia in cifre, vediamo, infatti, che l’Italia è penultima nella spesa per ricerca e sviluppo rispetto agli altri paesi europei, ultima quanto a personale addetto alla ricerca nelle imprese, penultima quanto a percentuale di ricercatori in rapporto al totale degli occupati, terzultima per personale ricercatore nelle università .
A fronte di una retorica sempre più asfittica di merito e innovazione, i dati Almalaurea ci dicono che nel settore privato lavora in buona parte personale che ha conseguito solo il titolo della scuola dell’obbligo, chi ha una laurea specialistica fa più fatica a trovare lavoro rispetto a chi ha una laurea triennale, e le retribuzioni reali di chi ha una laurea specialistica sono più basse rispetto alle retribuzioni reali di chi ha una laurea triennale, il contrario di ciò che la logica vorrebbe.
In tutto questo, quali sono le soluzioni?
Stando alle ultime novità del ministero del Lavoro e del ministero dell’Istruzione, penso alla riforma del lavoro e alla controversa bozza di decreto sul merito, la risposta è più precarietà e meno tutele nel lavoro, più retorica e meno borse di studio nell’istruzione. Maggiore “sinergia tra l’università e le imprese”, dunque?
Certo, ma al ribasso: minore lavoro, minori tutele e minore istruzione per tutti.
Forse la Fornero ha ragione a cantare le lodi del lavoro manuale.
Spiace solo che sia l’unica prospettiva concreta che è stata in grado di offrire.
Francesca Coin (sociologa, Università di Venezia)
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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