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IL BOSS DI BAGHERIA ORDINA L’OMICIDIO DELLA FIGLIA: “HA UNA RELAZIONE CON UN CARABINIERE”

Ottobre 30th, 2017 Riccardo Fucile

ARRESTATO PINO SCADUTO, AVEVA COMMISSIONATO IL DELITTO AL FIGLIO CHE SI E’ RIFIUTATO

La figlia di un mafioso ha messo in crisi un intero clan, uno di quelli che ancora conta nel cuore della provincia di Palermo.
Lei voleva solo vivere la sua vita, al bar aveva conosciuto un giovane maresciallo dei carabinieri, era nata una storia.
Un affronto per il padre capomafia, Pino Scaduto, signore di Bagheria e componente della Cupola per volere di Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Un affronto per il codice mafioso, che doveva essere punito col massimo della pena, l’uccisione della figlia.
Così aveva deciso Scaduto in carcere. “Tua sorella si è fatta sbirra”, diceva al figlio. “Questo regalo quando è il momento glielo farò – scriveva a una parente – tempo a tempo che tutto arriva”.
Pino Scaduto aveva deciso. Anche perchè sospettava di essere stato arrestato dai carabinieri proprio per colpa della figlia, nel momento in cui stava gestendo un affare importantissimo per le sorti di Cosa nostra, la ricostituzione della commissione provinciale, la Cupola.
Questa notte, Scaduto è tornato in carcere, dopo sei mesi di libertà .
Aveva finito di scontare il suo debito con la giustizia, ma puntava già  a riorganizzare Cosa nostra. I carabinieri del comando provinciale diretto dal colonnello Antonio Di Stasio hanno arrestato 16 persone, l’ordinanza di custodia cautelare è firmata dal giudice Nicola Aiello.
Le indagini della Dda di Palermo diretta dal procuratore Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Salvatore De Luca hanno individuato il nuovo gruppo dirigente del mandamento mafioso di Bagheria, che continuava a imporre estorsioni a commercianti e imprenditori.
Pino Scaduto meditava altri omicidi. Voleva colpire pure il maresciallo dei carabinieri. Puntava su un sicario fidato, suo figlio.
Ma anche il figlio l’ha lasciato solo. Diceva a un amico, con cui si era confidato: “Io non lo faccio, il padre sei tu e lo fai tu… io non faccio niente… mi devo consumare io? Consumati tu, io ho trent’anni, non mi consumo”.
Il padrino insisteva, riteneva di dover ristabiliare quel concetto di onore mafioso che già  tanti morti ha fatto.
Nel 1983, Il boss dell’Acquasanta Antonino Pipitone fece uccidere la figlia Lia per il sospetto di una relazione extraconiugale, i sicari finsero una rapina.
Un anno prima, un altro mafioso vicinissimo a Totò Riina, Giuseppe Lucchese, aveva fatto uccidere la sorella, il marito e l’amante per il sospetto di un triangolo amoroso. Cinque anni dopo, Lucchese uccise la cognata. “Si diceva che erano donne troppo libere”, ha raccontato il pentito Gaspare Mutolo.
La testa dei mafiosi non cambia, anche perchè al governo dell’organizzazione sono tornati gli anziani boss, che ragionano alla vecchia maniera.
Il provvedimento di custodia cautelare riguarda Pietro Liga, Antonino Virruso, Francesco Speciale, Giacinto Di Salvo, Salvatore Zizzo, Vito Guagliardo, Damiano D’Ugo, Vincenzo Urso, Andrea Lombardo, Michele Modica, Giovan Battista Rizzo, Giovanni Trapani, Francesco Lombardo, Andrea Carbone e Nicola Marsala.
Nomi vecchi e nuovi del potere mafioso nella provincia di Palermo. Nessun imprenditore ha denunciato i ricatti del pizzo.

(da agenzie)

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IL PASTICCIERE EROE DI ERCOLANO: “DENUNCIAI GLI ESTORSORI E ORA HO VINTO I MONDIALI”

Ottobre 24th, 2017 Riccardo Fucile

MATTEO CUTOLO: “RIFAREI LA SCELTA DI DIRE NO AL PIZZO, OGGI LA CITTA’ E’ RINATA”

Erano gli anni in cui la camorra di Ercolano imponeva il “doppio pizzo”. Un clan bussava a Natale, Pasqua e Ferragosto, l’altro riscuoteva una volta al mese.
«Questo accadeva perchè via IV Novembre, dove si trova il mio negozio, nel periodo fra il 2007 e il 2009 era considerata terra di confine fra due organizzazioni che si dividevano il territorio, racconta Matteo Cutolo, titolare della paticceria gelateria “Generoso”.
Poi però le cose cominciarono a cambiare. Convocati dalla Procura antimafia, decine di commercianti accettarono di denunciare gli estorsori.
E adesso, quando sono trascorsi meno di dieci anni da quella straordinaria rivolta dei contro il racket, la primavera della città  degli Scavi può annoverare fra le sue fila anche un campione del mondo.
Liberato dalla pressione malavitosa, Matteo Cutolo ha continuato a coltivare l’attività  di famiglia con eccellenti risultati. Prima, nel 2016, ha vinto il campionato italiano a Carrara. Ora addirittura il titolo iridato con la Nazionale che si è imposta a Milano nella competizione organizzata dalla Federazione internazionale pasticceria, gelateria e cioccolateria (Fipgc) in occasione di Host, il salone dell’ospitalità  in fiera a Milano
«Una grande soddisfazione», dice Matteo, che ha gareggiato in squadra assieme a Giuseppe Russi ed Enrico Casarano imponendosi sui concorrenti provenienti da 17 Paesi di tutto il pianeta, dalla Cina al Giappone, da Hong Kong alla Svizzera, passando per Francia, Spagna e Thailandia.
«Dedico questo successo alla mia famiglia che mi è stata sempre vicino», sottolinea Cutolo che non dimentica i momenti tormentati che hanno preceduto la primavera di Ercolano.
«La situazione era molto difficile. Ero costretto a pagare l’estorsione e questo mi faceva sentire perennemente con l’acqua alla gola, non potevo investire per la mia attività , magari acquistando macchinari più moderni. Ero angosciato».
La convocazione dei carabinieri arrivò inaspettata.
«Mi dissero di presentarmi in Procura il 22 dicembre, una data peraltro caldissima per chi fa il mio lavoro. Mancavano sette giorni e mi spiegarono che non potevo sottrarmi. Per tutta la settimana, non smisi un istante di riflettere sul da farsi. Decisi quasi all’ultimo istante, mentre in auto raggiungevo gli uffici della Procura. Scelsi, semplicemente, di dire tutta la verità . Era l’unico modo per garantire a me stesso e ai miei figli un futuro migliore».
Come Cutolo, si regolarono così tantissimi commercianti di Ercolano. Gli estorsori dei clan Ascione e Birra furono arrestati. Al processo principale istruito dal pm del pool anticamorra Pierpaolo Filippelli (oggi procuratore aggiunto a Torre Annunziata) si contarono ben 42 parti offese.
La maggior parte degli imputati fu condannata e altri imprenditori trovarono la forza di denunciare.
Cutolo, che in tasca ha anche una laurea in Commercio internazionale, è sicuro: «Rifarei quella scelta mille volte, perchè quanto accaduto a Ercolano conferma che, quando lo Stato decide di affrontare seriamente un problema, i risultati arrivano. Devo ringraziare il dottor Filippelli e i carabinieri di Torre del Greco perchè non ci hanno mai abbandonato. Non solo durante il processo, ma anche dopo, quando molti di loro hanno cambiato città ».
Mentre Matteo può sollevare al cielo la Coppa del Mondo della sua specialità , a Ercolano nulla è più come prima. «La primavera non è mai finita, anzi continua — sottolinea Cutolo – ci sono molti turisti e nuovi negozi che aprono. Sono passati i giorni in cui si vedevano solo saracinesce abbassate ».

(da “La Repubblica”)

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“IL SINDACO DI SEREGNO SCELTO DAI BOSS”: E IL POLITICO “ZERBINO” SVIENE ALL’ARRESTO

Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI CENTRODESTRA DEI PROCLAMI PER LA LEGALITA’ DIVENTATO “ZERBINO” PER FAVORIRE I BOSS DELLA ‘NDRANGHETA

Antonino Lugarà , imprenditore immobiliare di 64 anni, calabrese di Melito Porto Salvo, «capitale sociale» della ‘ndrangheta brianzola, già  scampato a un attentato di rivali armati di kalashnikov contro la macchina blindata (sceso, aveva risposto con le pistole), era il «dominus» di Seregno e poteva comandare senza avere certezze.
«Non sapevo chi c… mettere» confidava al telefono, a elezioni avvenute nel giugno 2015. Voleva un uomo nel nuovo consiglio comunale e non aveva un nome pronto. Nessun problema.
Aveva obbligato a candidarsi l’impresentabile Stefano Gatti, suo prestanome in cinque società  e privo d’una qualsiasi competenza. Gatti era stato eletto. Ma non bastava.
Quel Gatti andava premiato con la presidenza di una commissione. «C… ne so, può andar bene la cultura?» domandava a Lugarà  l’avvocato civilista Edoardo Mazza. Lugarà , ovvero il «sindaco dell’anti-Stato»; e Mazza, il vero sindaco di questo comune di 45 mila abitanti tra i più produttivi del Nord Milano.
Classe ’77, sconosciuto fino a ieri (è ai domiciliari, quando sono arrivati i carabinieri è svenuto per la paura), Mazza s’era pubblicamente fatto notare per una foto dopo lo stupro di Rimini con le forbici in mano e per i proclami da difensore della legalità : «La mafia si combatte con i fatti».
Poi, nella realtà , come rilevato e scritto dagli inquirenti, Mazza era «lo zerbino», il «lacchè», era l’esecutore d’ogni ordine di Lugarà  al quale permetteva d’entrare in Comune come fosse casa sua, sedersi nelle salette degli uffici, spazientirsi se la persona convocata tardava a venire.
L’inchiesta ha azzerato il municipio di Seregno e ha evidenziato l’assoluta convinzione di impunità : rimarranno imperiture le abitudini di un tecnico, in seguito suicida, che accoglieva in Comune prostitute dell’Est Europa.
Si potrebbe parlare per ore del resto della cricca, il vicesindaco Giacinto Mariani e il dirigente delle Politiche sociali Carlo Santambrogio, il geometra Antonella Cazorzi e l’assessore alla Protezione civile Gianfranco Ciafrone, tutti indagati, tutti che vedevano e tacevano, se lo facevano piacere e ne approfittavano.
Non dimenticando Giuseppe Carello, pubblico ufficiale traditore della Procura di Monza e fornitore di segreti.
Ma alla fine, a monte del «sistema», c’era sempre Mazza.
In cambio del sostegno elettorale («Ogni promessa è debito»), con stravolgimenti delle norme Lugarà  aveva ottenuto la concessione di un’area per costruire un supermercato. Il sindaco s’inchinava e perdeva in adulazioni verso l’imprenditore: «Io e te siamo la stessa cosa».
Ignorava, anzi fingeva d’ignorare, che tanto non era lui a scegliere.
Il 22 giugno 2015 s’erano incontrati al bar Mimo’s di Seregno, fresco di nuova giunta. La conversazione, ascoltata dai carabinieri, evidenziò con due frasi chi fosse al guinzaglio. Lugarà : «Abbiamo vinto». Mazza: «Bravo».

(da “Il Corriere della Sera”)

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CATANIA, SEMPRE GRAVE IL VIGILE AGGREDITO DAL BRANCO DI RAGAZZINI LOCALI, VIGE L’OMERTA’

Settembre 4th, 2017 Riccardo Fucile

“NESSUNO HA RIPRESO LA SCENA CON UN CELLULARE O UN VIDEO? CHI SA PARLI”… E POI STIAMO A GIUDICARE LA MENTALITA’ ISLAMICA

Forse un colpo di casco in testa, forse un’aggressione a pugni e calci. Non è ancora chiaro agli investigatori il modo con cui l’ispettore della polizia municipale Luigi Licari è stato aggredito sabato sera in via del Rotolo, una strada del centro di Catania. Unica certezza, invece un grosso ematoma alla testa che ieri è stato rimosso in ospedale. La sua situazione clinica resta stazionaria.
Sottoposto ieri ad un delicato intervento di neurochirurgia per la rimozione dell’ematoma, Luigi Licari è ancora in coma indotto farmacologico nell’unità  di anestesia e rianimazione dell’ospedale Cannizzaro.
La situazione complessiva è molto grave e la prognosi riservata.
Sull’aggressione a colpi di casco, avvenuta sabato in una strada chiusa a pochi passi dal lungomare di Catania indagano gli agenti della squadra mobile, effettuata una sommaria ricostruzione dei fatti avvenuti: Licari si trovava alle transenne ed ha vietato ad un giovane in scooter di oltrepassare la zona chiusa.
E’ stato quest’ultimo, poco dopo, a ripresentarsi spalleggiato da una decina di suoi amici e a colpire alla testa con un casco l’ispettore della polizia municipale.
L’aggressione avvenuta in una zona di via del Rotolo che durante il fine settimana diventa isola pedonale, ha sconvolto i colleghi del vigile urbano: “E’ impensabile che avvengano fatti del genere — spiega il collega di Licari, Mimmo Rizzo — siamo sulla strada per garantire l’ordine e il decoro di una città  metropolitana e invece succedono episodi così gravi che mettono a rischio la vita degli operatori di polizia. E’ davvero incredibile”.
Gli operatori della polizia municipale fanno appello ai tanti passanti che si trovavano nel luogo dell’aggressione: “Stiamo cercando di capire se qualcuno ha ripreso la scena con un cellulare, se qualcuno ha girato un video che possa esserci d’aiuto”
Parla di omertà  il vice sindaco di Catania Marco Consoli che affida il suo pensieri a Facebook: “Troppi catanesi hanno assistito all’aggressione ma nessuno ancora si è fatto vivo. Questa si chiama omertà . Chi sa parli, tanto è solo questione di ore. Troveremo chi ha ferito il nostro ispettore”.

(da agenzie)

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INCENDIATA L’AUTO DEL PARROCO ANTIMAFIA, UN ANNO FA TOCCO’ AL SUO PREDECESSORE

Settembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile

TRIGGIANO: LA PARROCCHIA E’ ANCHE SEDE DEL COMITATO DI LIBERA

Indagini sono in corso da parte dei carabinieri per risalire ai responsabili di un attentato incendiario compiuto a fine agosto che ha distrutto l’auto del parroco di Triggiano (Bari), don Valentino Campanella, data alle fiamme nella notte fra il 25 e il 26 agosto sotto la sua abitazione a Cellamare (Bari).
Sull’episodio sono in corso accertamenti anche da parte dei militari della Sezione investigazioni scientifiche del reparto operativo di Bari.
I carabinieri stanno sentendo persone che possano riferire dettagli su minacce precedenti all’episodio indirizzate al sacerdote e stanno analizando le telecamere di videosorveglianza per ricostruire l’accaduto.
I militari, coordinati dalla magistratura barese, ritengono che si tratti di un incendio doloso e stanno effettuando verifiche su alcune lettere anonime contenenti minacce ricevute da don Valentino nei giorni scorsi.
Accertamenti sono in corso anche sulla individuazione di eventuali collegamenti con un altro episodio simile verificatosi un anno fa, quando fu incendiata di notte sotto la sua casa a Bari, l’auto dell’ex parroco di Triggiano, don Salvatore De Pascale, al quale nel 2016 è succeduto proprio don Valentino nella parrocchia di San Giuseppe Moscati, sede dallo scorso anno anche di un presidio dell’associazione antimafia Libera.

(da agenzie)

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LA CORAGGIOSA BATTAGLIA DI PAOLO BORROMETI E DEI GIORNALISTI D’INCHIESTA SOTTO SCORTA

Agosto 28th, 2017 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA SICILIANO DI 34 ANNI VIVE DA 4 ANNI SOTTO SCORTA PER LE SUE INCHIESTE SULLA MAFIA

Sotto ferragosto le grandi città  sono tutte uguali. Sole a picco, turisti in giro, parcheggi finalmente vuoti e la sensazione un po’ surreale che il mondo sia, improvvisamente, andato tutto da un’altra parte.
Ero in una di queste lo scorso ferragosto, di passaggio per fare colazione con un amico ospite lì per qualche giorno.
Doveva essere una colazione normale, un abbraccio al volo fra persone che si vogliono bene e hanno il piacere di rivedersi un momento.
Ma, arrivata nella casa in cui era ospite, guardatolo in viso per un solo secondo, mi sono accorta subito che qualcosa non andava. Che stava male, malissimo. Diciamo anche più teso e pallido del solito, se mai fosse possibile, per un ragazzo di 34 anni che da quattro della sua vita vive “sotto scorta” ogni momento.
Paolo, perchè di Paolo Borrometi sto scrivendo, è giornalista.
Ma giornalista di quelli veri, direi come “si faceva una volta” se non suonasse retorica la cosa, anche se sono sempre più convinta che tutto quello che oggi si liquida come “retorico” sia rivoluzionario.
Paolo non è giornalista come tanti che vanno per la maggiore oggi. Personaggi a cui basta la tessera dell’ordine in tasca per urlare da una tastiera o da un microfono invettive personali e, spesso, di dubbio gusto.
Paolo Borrometi è della schiera di quei trenta giornalisti che, ad oggi, in Italia vivono sotto protezione (dati Ossigeno) per fare, semplicemente, il loro lavoro “bene”.
Per fare giornalismo di inchiesta… con inchieste, appunto.Strumento principe e fondamentale del loro lavoro.
Qualcosa che, come da Treccani, è un'”indagine svolta… per determinare lo stato oggettivo di fatti, […]avvenimenti o comportamenti che interessino un gruppo sociale o una intera società “… e renderne consapevoli noi che leggiamo, aggiungo io.
Ecco, per fare questo, con nomi, cognomi, indicazioni di situazioni precise, non urlando a destra e a manca, c’è gente nell’Italia del 2017, che rinuncia completamente alla sua vita.
Insomma, Paolo è davanti a me, seduto al tavolo di questa casa dalle grandi mura che lo accoglie in questi giorni ed è pallido.
Fuma una sigaretta dietro l’altra e mi racconta che: “Sono entrati in casa sua”. In casa sua.
Sono entrati, non è ben chiaro chi ancora, senza far danni, con mani leggere, quasi invisibili. Entrati e “certe cose”, frutto del suo lavoro, sparite.
Non ha paura Paolo, non credo. Perlomeno non è questo che avverto in lui ora. Lo guardo e vedo in lui l’amarezza, la tristezza, la rabbia repressa solo con l’abitudine alla pacatezza signorile del suo argomentare, di un’altra, ennesima, violazione di un suo spazio.
Di quello in cui cerca ancora di immaginare, una volta salutati i suoi “angeli custodi” e chiusa la porta, di essere “libero”. Immaginare, solo immaginare.
Perchè, purtroppo, non è la prima volta che questo suo unico spazio privato rimasto viene violato… Anche se non lo ha mai reso pubblico.
Neanche stavolta vuole farlo, assurdamente. Viviamo in un paese in cui, in situazioni come la sua, a volte solo se ti ammazzano ti concedono la dignità  del pericolo che corri nel fare il tuo dovere, raccontando la tua vita e ciò che ti accade.
Rischi perfino di non essere creduto, di essere delegittimato con il cercare “protagonismo mediatico”.
Lo fecero con Falcone, figuriamoci se non può essere oggi con un giovane cronista siciliano nella Roma che tutto ingoia, digerisce o può distruggere in un attimo.
Insomma, sono qui con lui, fuori è caldo da morire, la città  è semivuota e mezza Italia è al mare.
Difficile stemperare la sensazione di tenerezza, affetto, preoccupazione e anche rabbia che proviamo noi che siamo lì, intorno a lui. Gli diciamo che deve denunciare, raccontare cosa è accaduto.
Lui non vuole. Lo farà  per lui, però, e con la puntualità  di una presenza sempre speciale, il Presidente Grasso qualche giorno dopo, durante un evento in Sicilia.
Ne parlerà  Lui dell’ “strano furto” in casa di questo giovane giornalista che gli è caro.
Come a tutti noi, che amiamo lui, ma non solo lui.
Che amiamo quello che fa, perchè attraverso persone come Paolo Borrometi viviamo possibile un’Italia migliore di quella che qualcuno vuole farci intendere, intimorendo chi ancora osa, semplicemente, fare con dignità  il proprio lavoro.
In qualunque campo, anche banalmente il nostro quotidiano essere cittadini onesti.
Insomma, mentre oggi scrivo mi rivedo lì, con lui, mentre fuori ci sono quaranta gradi, quella città  è semivuota e mezza Italia è al mare. Penso che ho già  scritto di Paolo tempo fa, ma stamani è uscita un’altra sua inchiesta.
Il lavoro di un anno. L’ho appena letta, come avranno fatto già  molti di voi. L’ho appena letta e penso che anche se avessi scritto solo ieri di Paolo Borrometi, lo rifarei anche oggi.
Perchè serve a non far rimanere sole persone come lui. Perchè anche voi che leggete, se siete arrivati a farlo fin qui, avete capito che è importante farlo.
Ognuno, per quello che può. Io con le parole semplici di una amica che gli vuole bene e vuole sia tenuta accesa la luce su quello che fa lui, ma non solo lui, quello che fanno tutti quei giornalisti in Italia “come lui”.
Fuori è caldissimo, mezza Italia è ancora al mare. Paolo viene dal mare e da uno bellissimo. Pochi lo sono, belli, come quello della sua Sicilia. Ma sono quattro anni che Paolo, il suo mare, lo vede da lontano. Che anche un semplice tuffo non può farlo.
Logisticamente troppo complicato per chi vive sotto scorta. Strano vero? È stata una sorpresa anche per me scoprirlo…
Non ci avevo pensato, così come ogni volta che mi imbatto in un gesto semplice per tutti noi, che scopro invece di una complicazione insormontabile se vivi sotto scorta.
Quindi, una piccola cosa… Andando al mare oggi o domani se ricapiterà , in questi ultimi scampoli d’estate che, fra l’altro nella sua Sicilia, scampoli non sono perchè settembre è il mese più bello, insomma, andando al mare, quando ci troveremo con la testa in acqua, lo sguardo volto verso il cielo mentre le nuvole scorrono e godremo di tutta questa meraviglia, pensiamo un attimo.
Pensiamo, anche solo un secondo, che quel tuffo è un regalo che la nostra libertà  di essere ci dona mentre c’è chi, per averla e mantenerla con la stessa dignità , anche quel semplice tuffo non può farlo.
E il mare, il suo mare, ancora una volta e per un’altra estate ancora, anche per tutti noi, lo guarda, come tante delle infinite cose che ama, da lontano.
A Paolo Borrometi. Giornalista.

(da “Huffingtonpost”)

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“NELL’INFERNO DI VIA D’AMELIO UN UOMO DEI SERVIZI CHIEDEVA DELLA VALIGETTA DI BORSELLINO”

Luglio 20th, 2017 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DELL’ISPETTORE GAROFALO, UNO DEI PRIMI AD ARRIVARE SUL LUOGO DELLA STRAGE

Di quel pomeriggio in via d’Amelio ricorda l’odore acre dei copertoni bruciati, le auto in fiamme, le urla. Ricorda i volti degli anziani e dei bambini che ha aiutato a uscire dai palazzi sventrati. Ricorda tanto fumo.
E all’improvviso, un uomo ben vestito, con una giacca, che cosa strana un uomo con la giacca dentro quell’inferno di fumo e fiamme.
«Si aggirava attorno alla blindata del procuratore Paolo Borsellino — racconta l’ispettore Giuseppe Garofalo, uno dei primi poliziotti delle Volanti ad arrivare in via d’Amelio — chiedeva della borsa del giudice, l’ho subito fermato. “Scusi, chi è lei?”. Ha risposto: “Servizi segreti”. E mi ha mostrato un tesserino. L’ho lasciato andare, capitava spesso che sulla scena dei delitti di Palermo ci fossero agenti dei Servizi, non mi sono insospettito. Ma adesso mi chiedo chi fosse davvero quell’uomo».
L’ispettore Giuseppe Garofalo voleva fare l’archeologo da ragazzo. Ma ha finito per seguire le orme del padre, il maresciallo Garofalo è stato per quarant’anni una delle colonne portanti della squadra mobile di Ragusa.
Fa il poliziotto anche il fratello di Giuseppe, e pure sua moglie. «Io l’università  l’ho fatta alla sezione Omicidi della squadra mobile di Palermo — sussurra — anni difficili, quelli. Era il 1989. Le corse da una parte all’altra della città , a raccogliere cadaveri e misteri, troppi misteri a Palermo. E un giorno, l’incontro con il giudice Falcone, nel suo ufficio bunker al palazzo di giustizia. Alla fine, mi strinse la mano e mi disse: “In bocca al lupo per la sua carriera”».
Quel pomeriggio del 19 luglio 1992, Giuseppe Garofalo è il capopattuglia della volante 32. «Potevamo essere spazzati anche noi in via d’Amelio, perchè generalmente la pattuglia faceva da apripista alla scorta di Borsellino. Ma quel pomeriggio non fummo chiamati dalla centrale operativa per accompagnare il giudice a casa della madre, chissà  perchè».
Quando un boato squarcia Palermo, alle 16,58, la questura manda subito la volante 21. «Si pensava all’esplosione per una bombola di gas. Noi eravamo a Mondello, dico all’autista di stringere. E arriviamo pochi attimi dopo la 21. Non c’è nessuno in quella strada avvolta dal fumo».
Il primo pensiero è per gli abitanti dei palazzi di via d’Amelio, che sembrano i palazzi di una zona di guerra.   «Ci siamo lanciati dentro, non abbiamo pensato che potessero esserci dei crolli, c’era gente insanguinata per le scale. Ricordo che abbiamo soccorso la mamma di Borsellino. Poi, io sono sceso in strada, di corsa. Il capo pattuglia della 21 stava già  accompagnando in ospedale il superstite della scorta, Antonino Vullo. Io mi aggiravo in quell’inferno. Su un muro c’erano i resti di un collega, per terra la sua mitraglietta M12 sciolta per il terribile calore dell’esplosione. Per terra, quello che restava del procuratore Borsellino».
In via d’Amelio cominciano ad arrivare decine di persone che camminano sui reperti, sui resti, su tutto ciò che potrebbe costituire una traccia per arrivare agli stragisti. «All’improvviso, quasi senza accorgermene — così continua il racconto di Giuseppe Garofalo – mi ritrovo davanti quell’uomo ben vestito che chiede della borsa del giudice. E’ un attimo, un frame nella mia testa. Oggi, quell’uomo con la giacca è una persona che resta senza volto, i ricordi sono confusi».
I magistrati di Caltanissetta hanno già  ascoltato Garofalo, gli hanno anche mostrato diverse fotografie. Ma non è emerso nessun volto in particolare. «Quell’uomo è un fantasma — dice ora l’ispettore — e quel pomeriggio in via d’Amelio un incubo. Per un mese non riuscì a dormire. E in tutti questi anni non sono più voluto tornare in quei luoghi. Poi, due anni fa, mia figlia mi chiese di accompagnarla in via d’Amelio, le ho raccontato cosa avevo vissuto». Giuseppe Garofalo è poliziotto ormai di esperienza, ma ancora si commuove quando rievoca i suoi giorni a Palermo.
Alla Mobile, il suo dirigente fu Arnaldo La Barbera, il superpoliziotto adesso al centro della bufera sul depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino. «Io non so quello che è successo — dice l’ispettore Garofalo — tutti siamo fallibili, ma quando io ero alla squadra mobile La Barbera era un esempio per tutti noi. Viveva praticamente in ufficio, ricordo di quando fece pulizia, qualche mese dopo il suo arrivo, buttando fuori gente che riteneva collusa o comunque avvicinabile».
Un altro mistero. «Io ho fiducia che la verità  un giorno la sapremo — dice Giuseppe Garofalo — dobbiamo avere fiducia nelle istituzioni, la magistratura e le forze dell’ordine, che questa verità  non hanno mai smesso di cercare, per onorare i nostri morti».

(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA AL PROCURATORE GRATTERI: “AVVOCATI, INGEGNERI, DIRIGENTI: ECCO COME SONO CAMBIATI I FIGLI DEI BOSS”

Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile

“AL NORD LA ‘NDRANGHETA E’ ORMAI INFILTRATA NELL’EDILIZIA, NON SONO NEL COMMERCIO ALL’INGROSSO DELLA DROGA”… “A DIFFERENZA DELLA CAMORRA HA REGOLE FERREE E PRECISE”

Procuratore Gratteri, qual è lo stato di salute della ‘ndrangheta al Nord?
«Buona direi. In Piemonte è abbastanza diffusa, anche per motivi storici. Mi riferisco agli Anni Settanta, con una preminenza nel 1975. Sono gli anni in cui le inchieste della procura di Torino assestarono un colpo mortale al clan dei catanesi, provocando un vuoto criminale sul territorio. Vuoto subito colmato dalla ‘ndrangheta che ha potuto espandersi e costruire i suoi “locali”, cioè le strutture criminali di base. Questo trend si è mantenuto inalterato».
Una presenza sfuggente?
«La ‘ndrangheta si manifesta in modi diversi. Certo prima sparava di più».
È più imprenditoriale.
«Oggi le famiglie si dedicano di più agli affari, fanno investimenti. Comprano e vendono alberghi, ristoranti, negozi. Si dedicano al riciclaggio dei profitti del narcotraffico».
La droga resta il core business.
«Sono i detentori della vendita all’ingrosso. Il dettaglio lo lasciano ai nigeriani e ad altri. La ‘ndrangheta ha quasi il monopolio. Da decenni vende cocaina a Cosa Nostra e alla Camorra. Da sempre i grandi importatori di cocaina sono gli ‘ndranghetisti della zona ionica e della fascia tirrenica».
Perchè questa specializzazione?
«In quelle zone la ‘ndrangheta, a partire dagli Anni Settanta e Ottanta, si era specializzata nei sequestri di persona. Molti avvenuti in Piemonte e in Lombardia. Con i soldi dei riscatti costruivano case e compravano belle auto. Il resto è finito investito in cocaina».
E poi si è sviluppato il business del mattone, con il boom dell’edilizia. L’altra faccia dei clan?
«Nel mondo dell’edilizia le ‘ndrine sono sempre state molto presenti: offrendo manodopera a basso costo, garantendo lo smaltimento dei rifiuti, rifornendo cemento depotenziato. Gli imprenditori del Nord che si sono adeguati, oggi non possono dire di non sapere o di non aver capito. Spiego: se per anni i tuoi fornitori ti offrono un materiale a 100 e i nuovi arrivati te lo danno a 60, c’è qualcosa che non va. È evidente».
Alla fine il gioco si fa pericoloso.
«I nuovi “partner” in genere entrano in società  con quote di minoranza, poi finiscono per comandare, per prendere in mano l’azienda».
Molte inchieste hanno svelato l’esistenza di rituali di affiliazione più o meno stravaganti. Tutto ciò non è un po’ ridicolo?
«Tutt’altro. I rituali sono fondamentali. Sarebbe sciocco ritenerli arcaici e superati. Il rito è l’ortodossia, un punto di forza. Le regole sono l’elemento cardine che affascina tutti i sodali. Un collante che permette a tutti di rimanere avviluppati all’organizzazione. È il suo perpetuarsi. Sono le regole a renderla più forte rispetto ad altre strutture criminali».
In che senso?
«La Camorra è sempre più simile al gangsterismo: agisce senza controllo. Non ha disciplina. La Camorra è la prima mafia sorta in Italia ma sarà  la prima a finire perchè al suo interno non c’è più rigore. Nella ‘ndrangheta no: qui le regole sono forma e sostanza. I rituali consentono di entrare a farne parte, di scalarne le gerarchie, ottenendo quelle che in gergo si chiamano “doti superiori”. L’inosservanza delle regole fa scattare le sanzioni».
Di che genere?
«Sono varie. Non è detto che sia sempre la morte. Basta arrivare in ritardo ad un appuntamento perchè sia comminata una sanzione, per mancanza di rispetto. Si può essere degradati, esclusi dalle riunioni che contano, sospesi».
Sembra una giustizia efficiente.
«C’è un solo grado di giudizio e le sentenze sono immediatamente esecutive».
Come si inseriscono le faide?
«Sono fasi autodistruttive tra blocchi di famiglie. Sono violazioni. Le faide sono momenti di instabilità . Ecco perchè le famiglie cercano di superarle con i matrimoni. Nel matrimonio si suggella la pace con il sangue dei giovani rampolli».
Suona come una cosa medievale, in realtà  la ‘ndrangheta guarda al futuro.
«È un’organizzazione vivace, capace di costanti mutamenti. Si muove con il mutare della società , cammina con noi, non è un’entità  estranea. Si nutre di consensi e sfrutta le nostre relazioni per esistere».
Qual è l’identikit delle giovani leve?
«I figli di ‘ndrangheta sono colti, laureati, fanno gli avvocati, i medici, gli ingegneri. Sono nella pubblica amministrazione. Ma rispondono sempre alle stesse regole. A quel metodo mafioso che non possono rinnegare».
Malgrado questa espansione radicale, si può ancora scardinare?
«Ci proviamo con tutte le forze».

(da “La Stampa”)

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“‘NDRANGHETA OVUNQUE, RADICATA NELLE ISTITUZIONI”: LA RELAZIONE DELLA DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA

Giugno 22nd, 2017 Riccardo Fucile

FRANCO ROBERTI: “E’ PRESENTE IN TUTTI I SETTORI NEVRALGICI DELLA POLITICA, DELL’AMMINISTRAZIONE PUBBLICA E DELL’ECONOMIA”

“Radicata ovunque, anche nelle istituzioni. L’ndrangheta è “presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell’amministrazione pubblica e dell’economia, creando le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività  illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanome o imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo”.
E’ uno dei passaggi chiave della relazione di Franco Roberti procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo nella relazione annuale della Dna.
La ‘ndrangheta “è presente in quasi tutte le regioni italiane nonchè in vari Stati, non solo europei, ma anche in America – negli Stati Uniti e in Canada – ed in Australia. Continuano, poi, ad essere sempre solidi, i rapporti con le organizzazioni criminali del centro/sud America con riferimento alla gestione del traffico internazionale degli stupefacenti, in primis la cocaina, affare criminale in cui la ndrangheta continua mantenere una posizione di assoluta supremazia in tutta Europa”, afferma la Relazione.
In particolare, nel nord Italia, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana “sono territori in cui l’organizzazione criminale reinveste i cospicui proventi della propria variegata attività  criminosa, nel settore immobiliare o attraverso operatori economici, talvolta veri e propri prestanome di esponenti apicali delle diverse famiglie calabresi, talaltra in stretti rapporti con esse, al punto da mettere la propria impresa al servizio delle stesse”.
Piemonte e Valle d’Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, “sono regioni in cui, invece, vari sodalizi di ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante, talvolta soppiantando altre organizzazioni criminali – così come avvenuto, per esempio, in Piemonte con le famiglie catanesi di Cosa Nostra – ma spesso in sinergia o, comunque, con accordi di non belligeranza, con le stesse, fenomeno riscontrato in Lombardia ed Emilia Romagna, ove sono attivi anche gruppi riconducibili alla Camorra o a Cosa Nostra”.
“Attenta riflessione – secondo la Relazione della Dna – merita soprattutto la figura di Paolo Romeo, ritenuto il vero e proprio motore dell’associazione segreta emersa nel procedimento Fata Morgana e delineatasi con le indagini Reghion e Mammasantissima, dimostratasi in grado di condizionare l’agire delle istituzioni locali, finendo con il piegarle ai propri desiderata, convergenti, ovviamente, con gli interessi più generali della ndrangheta”.
Soggetto che, spiega la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, “le diverse indagini hanno delineato quale appartenente al mondo massonico e, al contempo, uomo di vertice dell’associazione criminale, dei cui interessi è portatore, nel mondo imprenditoriale ed in quello politico, ruolo svolto con accanto personaggi che sono sostanzialmente gli stessi quantomeno dal 2002, dunque da circa 15 anni, senza dimenticare i suoi antichi e dunque ben solidi rapporti con la destra estrema ed eversiva, nel cui contesto, versa la fine degli anni 70, ebbe modo di occuparsi della latitanza di Franco Freda, imputato a Catanzaro nel processo per la strage di piazza Fontana”. “All’interno di questa cabina di regia criminale – si legge ancora nella Relazione – è stato gestito il potere, quello vero, quello reale, quello che decide chi, in un certo contesto territoriale, diventerà  sindaco, consigliere o assessore comunale, consigliere o assessore regionale e addirittura parlamentare nazionale od europeo. Sono stati, invero, il Romeo ed il De Stefano a pianificare, fin nei minimi dettagli, l’ascesa politica di Alberto Sarra, consigliere regionale nel 2002 – subentrando a Giuseppe Scopelliti, fatto eleggere Sindaco di Reggio Calabria”.
Parlando in generale delle mafie Roberti sottolinea che “l’uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose, determina di fatto l’acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l’acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell’Autorità  Pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato. Con l’utilizzazione del metodo collusivo-corruttivo, le mafie si avvalgono sempre della forza d’intimidazione e dell’ assoggettamento ma per ottenere il risultato, non usano direttamente della propria forza, ma – con risultati analoghi e generando un totale assoggettamento – quella di altri e cioè dei Pubblici Ufficiali a busta paga”.
“Nel periodo esaminato si è verificato in modo significativo l’arretramento territoriale del cosiddetto Stato islamico in più scenari, e si è quindi registrata una parallela minore capacità  di espansione territoriale. Questa mutata realtà  ha direttamente inciso sul fenomeno dei foreign fighters, con una contrazione del numero delle partenze” scrive ancora il procuratore.
“Ancora si sottrae alla cattura Matteo Messina Denaro, storico latitante, capo indiscusso delle famiglie mafiose del trapanese, che estende la propria influenza ben al di là  dei territori indicati. Il suo arresto non può che costituire una priorità  assoluta”.
La Dna ritiene che, nella “situazione di difficoltà  di “Cosa Nostra”, il venir meno anche di questo punto di riferimento, potrebbe costituire, anche in termini simbolici, così importanti in questi luoghi, un danno enorme per l’organizzazione”.

(da agenzie)

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