Maggio 23rd, 2017 Riccardo Fucile
IL SERVIZIO RINVIATO DOPO UNA LETTERA DI ESPONENTI DEI CLAN…UNA PETIZIONE DI PROTESTA IN POCHE ORE HA RACCOLTO 7.000 FIRME, CHIESTO L’INTERVENTO DELLA REGIONE
E’ polemica per la decisione della Rai di rinviare il servizio su Rolando Fazzari, l’imprenditore titolare
della Ligur Block che si è ribellato alla ‘ndrangheta e che chiede finora senza risultati l’aiuto delle istituzioni.
Proprio nella giornata in cui si sommano celebrazioni talora un po’ retoriche per ricordare le figure di Falcone e Borsellino, colpiti dalle stragi mafiose di 25 anni fa, la trasmissione “Mi manda Rai3” aveva in mano un piccolo scoop, con le immagini dell’attentato con furti e devastazioni scoperto domenica proprio dalla Rai e dallo stesso, Fazzari, saliti insieme negli impianti per preparare il servizio che avrebbe accompagnato la trasmissione di questa mattina.
Qualcosa di concreto, insomma, per collegarsi alle tragedie che oggi vengono ricordate. Gli autori della trasmissione fanno sapere che non erano preparati a un copione di questo genere perchè il programma si dedica ai problemi tra cittadini e burocrazia, ma assicurano che si tratta solo di un rinvio.
Non ci conta molto, invece, Christian Abbondanza, della Casa della legalità di Genova : «Pare che “Mi manda Ninetto…” abbia più peso di “Mi manda Rai 3”. Anche il 23 maggio, anniversario della strage di Capaci e giornata simbolo della necessaria lotta alle mafie. Quello che emerge è devastante. Se la scusa formale è un “semplice rinvio”, la realtà indicata è ben altra… E’ arrivata alla redazione di “Mi manda Rai 3” una lettera per conto degli esponenti della cosca dei Gullace e Fazzari che si lamenta di quanto afferma Rolando Fazzari e delle sue “diffamazioni” ai danni degli esponenti della cosca. Davanti a questa lettera “Mi Manda Rai 3” alza le mani, nonostante il “dettaglio” che gli esponenti della cosca ‘ndranghetista, a partire proprio dagli ex parenti di Rolando Fazzari, siano stati tutti arrestati nell’operazione antimafia “Alchemia” il 19 luglio 2016. L’unica prospettiva che si apre è che, in altro giorno, (forse) si rimetta in scaletta una storia rivista e corretta di Rolando, presentandolo come vittima della sola burocrazia ma dove la ‘ndrangheta non esiste. Insomma, per la redazione di “Mi Manda Rai 3”, parlando di Liguria, nonostante la professionalità della propria inviata, la soluzione migliore è “a meglia parola”, ovvero il silenzio! E tutto ciò è grave, inquietante e molto triste!».
Fazzari, tuttavia, un piccolo spiraglio di speranza lo ha ricevuto dall’appello a suo favore che ha già raccolto 7.000 firme.
«Colpisce – osserva Mimmo Lombezzi, uno dei promotori dell’appello – il silenzio della sindaca di Balestrino Gabriella Ismarro: non un commento, non una battuta, non un comunicato. Nemmeno un consiglio comunale per discutere del fatto che un’azienda è stata distrutta da “mani ignote” sul suo territorio».
E soprattutto Rolando Fazzari dichiara che comunque non si arrenderà . «È ormai mezzo secolo che subisco angherie – spiega -. Ho preso le distanze dai miei ex parenti e ho testimoniato degli omicidi. Ma l’unica cosa che ho avuto sono sonore bastonate sulla schiena».
La storia di Orlando “Rolando” Fazzari, titolare della Ligur Block, piccola azienda di Balestrino, è una storia di resistenza a un destino che lo ha fatto nascere nella famiglia sbagliata, legata secondo gli inquirenti alla ‘ndrangheta: l’anno scorso la Procura di Reggio Calabria ha arrestato, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, Giulia Fazzari (sorella di Orlando) e il marito Carmelo Gullace, ritenuto «uno dei boss della ‘ndrangheta del Nord Ovest»; l’altra sorella Rita è stata indagata per intestazione fittizia di beni, aggravata dall’agevolazione all’organizzazione, insieme al marito Roberto Orlando; il capostipite Francesco Fazzari, padre di Rolando morto nel 2008, è considerato dagli inquirenti il vecchio capo-clan della cosca Raso-Gullace-Albanese.
«È tutta la vita che combatto contro questa gente», dice amaro Fazzari, dopo che la sua azienda edile di Balestrino, alcuni giorni fa, è stata colpita da un nuovo atto di sabotaggio. Era adolescente quando si rifiutò di sparare a Nicola D’Agostino, esponente di un clan avversario, che verrà comunque freddato qualche anno più tardi a Roma.
Grazie anche alla collaborazione di Fazzari, quell’omicidio, irrisolto per anni, è stato riaperto dalla Procura di Reggio Calabria, insieme ad altri delitti, commessi anche in Liguria.
A qualcuno forse non piacciono le posizioni e soprattutto le rivelazioni di Rolando Fazzari, che a marzo dell’anno scorso, ha trovato davanti alla sua azienda un capretto sgozzato.
Nei giorni scorsi l’azienda di Fazzari è stata vittima dell’ennesima intimidazione, qualcuno gli ha devastato gli impianti elettrici e il gruppo elettrogeno, dopo che il cantiere aveva già subito danni gravissimi a seguito dell’alluvione.
Nel 2009 l’imprenditore ha perso il figlio diciottenne Gabriele, vittima di un incidente sul lavoro in un giorno di festa.
Era dove non doveva essere proprio per difendere il cantiere dai danneggiamenti anonimi. L ‘imprenditore dice di non aver dubbi sulla matrice: «Giovedì scorso sono stato in azienda, è raggiungibile solo a piedi a causa della frana, ed era tutto in ordine – racconta – Pertanto quanto è accaduto deve risalire a venerdì. La cosa grave è che queste persone sono attive in Liguria dagli anni Settanta e hanno l’appoggio anche di politici, gli stessi che dicono che la mafia non esiste. I miei “ex parenti” avrebbero dovuto mettere in sicurezza i terreni e non lo hanno mai fatto. E le autorità non li hanno mai obbligati».
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA “CASA DELLA LEGALITA” DUE GIORNI FA AVEVA OTTENUTO DI RIAPRIRE IL CASO DELLO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE DI VENTIMIGLIA PER INFILTRAZIONI MAFIOSE
Christian Abbondanza è il presidente della Casa della Legalità , una onlus che da anni in Liguria
rappresenta un’antimafia fatta non soltanto di proclami e marce ma di denunce con nomi e cognomi.
E infatti Abbondanza è stato più volte minacciato di morte, hanno pure condannato chi lo ha minacciato, ma a differenza di esponenti delle istituzioni nessuno ha mai pensato di dargli una qualche forma di protezione.
L’altro giorno il Consiglio di Stato, caso piuttosto raro, ha accolto, come ha annunciato sul suo profilo Facebook il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano “il ricorso della Casa della Legalità contro la sentenza del Consiglio di Stato sullo scioglimento per mafia del Comune. Si è costituito anche in Ministero dell’Interno. Udienza il 22 di giugno”.
Nel febbraio 2016 il giudice amministrativo di secondo grado accolse il ricorso presentato dall’ex sindaco della città di confine, Gaetano Scullino (Forza Italia), dichiarando illegittimo lo scioglimento del Consiglio comunale di Ventimiglia per presunte infiltrazioni mafiose, avvenuto il 3 febbraio del 2012.
All’indomani della dichiarazione di illegittimità del Consiglio di Stato, la Casa della Legalità annunciò la volontà di ricorrere nelle forme della Revocazione.
La Revocazione consiste nella impugnazione straordinaria di sentenze civili non impugnabili con i mezzi ordinari o non più impugnabili per decorso di termini, che può avvenire, tra l’altro, in presenza di prove riconosciute o dichiarate false dopo la sentenza.
“Abbiamo sottolineato che il Consiglio di Stato ha valutato l’aspetto penale — ha spiegato all’Ansa, Christian Abbondanza – che non è rilevante per quanto riguarda le misure di prevenzione e non nega i fatti indicati alla base del provvedimento di scioglimento indicati dal Prefetto e dal Ministro dell’interno”
Il prossimo 22 giugno il Consiglio di Stato sarà chiamato a decidere in sede giurisdizionale. Non può non essere sottolineato il fatto che la Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’Interno e la Prefettura di Imperia si siano costituite accodandosi al ricorso di un’associazione che dispone di molta buona volontà ma di mezzi economici assai scarsi.
Nel frattempo cosa accade?
La Casa della Legalità aveva messo da anni nel mirino delle sue pubbliche denunce Carmelo Nino Gullace, pregiudicato residente in provincia di Savona.
La scorsa estate al termine di un’indagine articolata la procura antimafia di Reggio Calabria e gli uomini della Dia di Genova avevano arrestato numerose persone con l’accusa di appartenente alla ndrangheta.
Carmelo Gullace era finito in manette con l’accusa di essere addirittura il capo della ‘ndrangheta in Liguria ed essere uno degli esponenti più importanti del nord Italia.
Ma pochi giorni fa , sorpresa.
Il pm genovese Giuseppe Longo notifica l’atto di conclusione delle indagini ad Abbondanza e altri due componenti della Casa della Legalità accusati di diffamazione e minacce (!) a Carmelo Gullace.
I reati sarebbero stati commessi sul blog della Casa della Legalità attorno al 2012.
Con toni decisamente forti e “verbalmente” aggressivi Abbondanza attacca un soggetto con alle spalle importanti precedenti giudiziari.
A questo punto, oltre a rilevare che Abbondanza ci aveva visto giusto con cinque anni di anticipo, di fronte alla richiesta di rinvio a giudizio annunciata dalla procura — seppur formalmente ineccepibile — non si può non restare allibiti..
Tanto più che, si legge nella notifica, ad Abbondanza viene contestata, tra le molte,
questa frase che lui rivolge a Gullace. “Un criminale che è stato protetto per troppo tempo dal negazionismo e da chi ha minimizzato per decenni… “.
Un tema quello del negazionismo della mafia in Liguria più volte affrontato e pubblicamente ribadito da due persone: l’ex procuratore di Genova e della Distrettuale Anti Mafia Miche Di Lecce che del pm Longo è stato capo, e Anna Canepa, sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 5th, 2017 Riccardo Fucile
USATI PER RICICLARE IL DENARO DELLE ATTIVITA’ ILLECITE DELLE COSCHE… GIRO D’AFFARI DI 22 MILIARDI
Si comprano meno case, ma si va sempre più spesso al ristorante. 
E così, con la crisi del mattone, l’enogastronomia diventa il primo settore d’investimento di ‘ndrangheta, camorra e «Cosa nostra» per riciclare denaro sporco. Dal Caffè de Paris di Roma, al Donna Sophia dal 1931 di Milano e Villa delle Ninfe di Pozzuoli, in provincia di Napoli, sono 5 mila i ristoranti del nostro Paese finiti nelle grinfie della criminalità organizzata.
Oltre alla ristorazione, i clan hanno interessi anche sui prodotti da tavola al top del made in Italy.
A partire dalle arance della ‘ndrina calabrese Piromalli e l’olio extra vergine di oliva del re de latitanti Matteo Messina Denaro, fino alle mozzarelle di bufala del figlio di Sandokan del clan dei Casalesi e al controllo del commercio della carne da parte della ‘ndrangheta e di quello ortofrutticolo della famiglia di Totò Riina.
Polizia, carabinieri, guardia di finanza, spesso sotto la regia della Dia, la Direzione investigativa antimafia, intensificano la loro attività – 200 mila controlli solo nel 2016 – contro questa escalation di affari loschi.
E la Coldiretti, in occasione della recente presentazione del quinto rapporto sui crimini agroalimentari (#Agromafie2017), elaborato assieme ad Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, punta il dito contro il business enogastronomico delle cosche.
I numeri sono allarmanti.
«Il volume d’affari complessivo dell’agromafia è salito – evidenzia la Coldiretti – a 21,8 miliardi di euro (+30% in un anno) perchè la filiera del cibo, della sua produzione, trasporto, distribuzione e vendita, ha tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni criminali. L’agroalimentare è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi perchè consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone. Trentamila i terreni agricoli in mano alla criminalità ».
Tra i risultati nefasti c’è anche la moltiplicazione dei prezzi che per l’ortofrutta arrivano a triplicare dal campo alla tavola, ma anche pesanti danni di immagine per il made in Italy nella Penisola e all’estero, se non addirittura rischi per la salute dei consumatori.
L’attenzione dei clan mafiosi sul mondo della ristorazione è a 360 gradi, dal franchising ai locali esclusivi, da bar e trattorie ai ristoranti di lusso e aperibar alla moda.
E intanto ristoranti, bar, bistrot costruiscono la migliore copertura per mascherare guadagni frutto delle attività illecite: traffico di droga, estorsioni, strozzinaggio.
I pubblici esercizi – grazie alla complicità di imprenditori collusi che vendono una parte delle proprie quote – sono assai utili alle associazioni criminali in quanto hanno una facciata di legalità dietro la quale è difficile risalire ai veri proprietari e all’origine dei capitali.
Milano
Se ne era accorta Ilda Boccassini l’anno scorso: «Ci ha stupito constatare come diversi giovani appartenenti a famiglie mafiose scelgano di laurearsi in Farmacia».
La farmacia di piazza Caiazzo acquistata con tanti soldi dal clan Strangio è stata la prima ma non sarà l’ultima. Perchè non c’è esercizio commerciale che a Milano non ingolosisca le cosche.
Negli Anni Ottanta e Novanta andava forte la moda. La catena di negozi si chiamava Uba Uba. Ce ne erano 23 in tutto il Nord. Quando arrestarono il titolare Ubaldo Nigro nel 1993, a casa gli trovarono 219 milioni di lire in contanti ma il giro d’affari era sui 200 miliardi, che al cambio fanno 100 milioni di oggi. L’imprenditore era legato al boss Franco Coco Trovato di cui riciclava i soldi del narcotraffico.
Per stare sul classico non mancano i night club. Lo ‘ndranghetista calabrese Salvatore Morabito il suo lo aveva aperto dentro l’Ortomercato di cui era il boss. In una botta di narcisismo lo aveva chiamato «For a King». Apre il 19 aprile 2007 lo chiudono il 3 maggio. dentro ci sono 250 chili di cocaina.
Il figlio di Tanino Fidanzati, il siciliano re della droga, amava invece il quartiere di Brera e soprattutto i suoi locali che comprava e rivendeva alla velocità della luce. Il clan dei Crisafulli di Quarto Oggiaro invece preferisce inghiottirseli. Mette le mani su un locale che va un po’ così. Ci investe tanti soldi fino ad appropriarsene lasciando il titolare senza soldi solo con la firma sui documenti.
Talvolta i titolari sono invece direttamente il livello più o meno pulito delle cosche. Non si sporcano le mani con la droga. Il loro compito è solo quello del riciclaggio. Pochi anni fa a Vincenzo Falzetta detto «il banana» che ripuliva per la ‘ndrangheta i proventi della cocaina sequestrarono il Cafè Solaire, la pizzeria biologica bio Solaire e la discoteca Maison.
Suona come un’esagerazione quello che disse un pentito di mafia: «Dietro ogni pizzeria ci sono le cosche». Ma quando l’altro giorno la Dia di Napoli ha bussato alla pizzeria «Donna Sophia» è andata a colpo sicuro scoprendo investimenti milionari in odor di camorra.
ROMA
Anche stavolta i sigilli della Guardia di Finanza hanno bloccato le porte di ristoranti di grido della Capitale. Il Varsi Bistrot in via della Conciliazione; il Frankie’s Grill in via Veneto; Augustea in viale Trastevere; La Scuderia e La Piazzetta del Quirinale (già Al Presidente: noto alle cronache perchè un paio di anni fa a sette turisti thailandesi fu presentato un conto da 1.235 euro. I malcapitati denunciarono che gli erano stati addebitati 15 kg di pesce fresco, per totali 900 euro, mai richiesti e soprattutto mai consumati) in via in Arcione, dietro la Fontana di Trevi.
E poi ci sono terreni, una villa, una società operante nell’enologia con annesso locale aperto al pubblico, e le quote di altre otto società che controllano diversi bar e pizzerie.
Con un colpo solo, la magistratura romana ha sequestrato un patrimonio di 10 milioni di euro utilizzando le misure di prevenzione patrimoniale.
Colpito dal sequestro è l’imprenditore della ristorazione Francesco Varsi, originario della Campania, classe 1947, il «dominus» di un articolato sistema societario, attraverso il quale era stato schermato un ingentissimo patrimonio, assolutamente sproporzionato rispetto alla sua capacità reddituale. «Modestissima, stando alle dichiarazioni dei redditi», spiegano gli investigatori.
Una lunga e brutta storia di precedenti lo accompagna: nel periodo che va dal 1966 al 2011, l’uomo ha accumulato oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, vendita di prodotti industriali con segni mendaci, minaccia, emissione di assegni a vuoto, lesioni personali, furto e rapina. Ma questo è il passato.
Il presente di Varsi, come raccontano le carte dell’operazione Boccone amaro, sono abili evasioni fiscali, portate avanti grazie a un labirintico reticolo di società , e scientifico reinvestimento nel settore della ristorazione.
Lo hanno definito un «imprenditore specializzato nel delinquere nel settore tributario».
(da “La Stampa”)
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Aprile 4th, 2017 Riccardo Fucile
UN COGNOME TROPPO PESANTE DA SOPPORTARE, MA ANCHE L’ISOLAMENTO… NON BASTA CHIEDERE AI GIOVANI DI CAMBIARE VITA SE POI NON SI ‘E IN GRADO DI SOSTENERLI
Il ruolo delle donne nel contesto mafioso è un fenomeno ancora da studiare in ogni sua
sfaccettatura. Donne sono le mogli dei boss che spesso sanno tutto, ascoltano i discorsi dei propri mariti che parlano ad altri mafiosi, custodiscono i segreti dell’organizzazione criminale e, come abbiamo visto in numerose operazioni, spesso sono anche complici, svolgendo un ruolo attivo (a differenza di un tempo) come tesoriere dell’organizzazione criminale.
Ci sono poi le madri dei vecchi boss. Nei paesini le riconosci subito, sempre vestite di nero, con lo sguardo fisso a terra, rassegnate a vivere un’esistenza a metà . Queste donne sono anche sorelle, parenti, figlie dei mafiosi.
E figlia di un mafioso era Maria Rita Logiudice, una bella ragazza di 25 anni, apparentemente felice nelle sue foto pubblicate su Facebook, con una vita normale. Gli amici, il fidanzato, i viaggi, l’università e qualche soldo che certamente in famiglia non mancava.
Eppure ha scelto di farla finita, lanciandosi dal balcone della sua casa di Reggio Calabria. Ha deciso di lasciare questo mondo senza un biglietto di addio, senza dare spiegazioni a nessuno.
Dai verbali depositati dai carabinieri e contenenti le dichiarazioni del fidanzato, gli amici e le persone vicine alla famiglia, sembrerebbe chiaro che il gesto di Maria Rita sia stato scatenato da quel peso troppo grande da sopportare.
Quello di un cognome macchiato per sempre.
Suo padre, Giovanni, era in carcere come esponente della cosca Logiudice, mentre lo zio, Nino, è un collaboratore di giustizia.
Quel cognome, nella città in riva allo Stretto, racconta di estorsioni, usura, donne sparite misteriosamente. Racconta di omicidi, vendette, sangue sparso per garantire l’onore della famiglia e mai l’amore.
E forse, quella piccola donna che ha scelto lo studio come via di emancipazione, ha sentito troppo forte il peso di quel cognome.
Non ha sopportato tutte le volte che il suo nome è stato accostato alla morte di qualcuno, alla violenza e al terrore.
Quella di Maria Rita è una storia nuova per chi nasce, cresce e vive nelle famiglie criminali. È la storia di chi ha voluto interrompere per sempre quella catena che, suo malgrado, la teneva legata alla sua famiglia.
Le indagini faranno maggiore luce su questa vicenda ma colpiscono le parole del procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, il quale ha affermato che Maria Rita è “morta di isolamento” aprendo una finestra su una realtà che fino ad ora avevamo scarsamente considerato.
“Se non siamo capaci di interagire con chi cerca un futuro alternativo alla ‘ndrangheta — ha affermato De Raho — abbiamo perso tutti quanti. Se noi diciamo ai ragazzi di cambiare vita e poi non siamo in grado di integrarli, di sostenerli, il cambiamento che tutti auspichiamo non arriverà mai”.
In queste parole è racchiuso il senso del gesto di Maria Rita. La sua voglia di cambiare che si scontra con una realtà in cui spesso questo cambiamento non è ancora possibile. Cosa avremmo fatto se la figlia di un potente boss ci avesse teso la mano chiedendoci amicizia?
Avremmo parlato male di lei alle nostre spalle? L’avremmo fatta sentire inadeguata qualche volta? E davvero si sentiva libera?
Il punto è che in questi anni in cui tutto è mafia e siamo perseguitati da eventi più o meno mafiosi, il ruolo delle vittime ci appare sempre più lontano.
Il contesto è cambiato e c’erano state già altre donne che ci avevano indicato una strada diversa, come la povera Maria Concetta Cacciola, e tante altre come lei.
Ma non abbiamo saputo interpretare i loro messaggi, la loro voglia di fuggire da un mondo che non gli appartiene. Quanto può tormentare un cognome pesante come quello dei Logiudice per una ragazza che sogna un futuro lontano da dolore e morte, da carceri e omertà ?
Questa storia ci insegna anche come spesso per molti di noi, nati e cresciuti in luoghi con una forte presenza mafiosa, lo studio rappresenti un’arma di riscatto che ci fa vedere la realtà con molta più lucidità e ci indica la strada da seguire.
Meno efficace è la retorica che spesso accompagna eventi, convegni, manifestazioni che, come vedete, non portano a nulla.
Perchè è giusto parlare di mafia e parlarne ovunque se nel contempo si comprende la realtà che ci circonda e si agisce per tutelare le vittime, prima di raccontare le loro storie nei prossimi convegni.
È vero, forse Maria Rita è morta di isolamento. Ognuno di noi può fare la sua parte affinchè non accada mai più.
Angela Corica
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 22nd, 2017 Riccardo Fucile
ERA RICERCATO DA 10 ANNI, VIVEVA NASCOSTO IN UN BUNKER VICINO A LOCRI… LA RISPOSTA DELLO STATO ALLA CRIMINALITA’
Dopo quasi un decennio, è finita la latitanza del boss Santo Vottari. 
I carabinieri del comando provinciale, supportati dallo squadrone Cacciatori, lo hanno scovato in un bunker nascosto in contrada Ricciolino di Benestare, a meno di 20 chilometri dalle strade di Locri, ieri colorate da bandiere e striscioni delle 25mila persone che hanno partecipato alla manifestazione convocata da Libera nella XXIII Giornata della memoria e dell’impegno.
“Si tratta di un’operazione importante che si associa alla grande manifestazione di ieri a Locri. La gente scende in strada contro la ‘ndrangheta, lo Stato arresta un grande latitante. Un attacco su tutti i fronti” commenta il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho.
Considerato uno dei principali obiettivi dopo la cattura di Fazzalari e inserito fra i latitanti più ricercati dall’Europol, Vottari è stato trovato a casa sua, un palazzotto di diversi piani, in cui abita tutta la famiglia Vottari.
All’interno i carabinieri del Reparto operativo avevano in passato già rinvenuto quattro bunker. Una circostanza che il clan ha tentato di sfruttare a proprio vantaggio. All’interno di quello realizzato nel seminterrato è stato ricavato un altro bunker, cui si accedeva da una botola, sapientemente nascosta dai muratori dei clan. Ma non abbastanza.
Quando i carabinieri l’hanno aperta, il latitante, quasi rassegnato, si è fatto ammanettare senza opporre resistenza.
Scomposte invece le reazioni della famiglia. Dopo che il latitante è stato portato via, il figlio avrebbe aggredito una troupe della Rai, tentando di danneggiare la telecamera e insultando pesantemente l’operatrice.
Da tempo bestia nera degli investigatori, che più volte sono piombati a San Luca mettendo a soqquadro case e ruderi nella speranza di trovarlo, Santo Vottari, fratello di Franco “Frunzu” e di Sebastiano, chiamato “il professore” per un paio di anni all’università , è stato condannato a 10 anni in abbreviato nello storico processo Fehida.
Latitante dall’esecuzione di quella operazioni, oggi è considerato il reggente dell’omonimo clan, che ha scritto di proprio pugno e nel sangue parte della storia della ‘ndrangheta della Jonica. Per gli investigatori è uno dei protagonisti della faida di San Luca fra i Pelle-Vottari e i Nirta Strangio, culminata nella strage di Duisburg del ferragosto 2007.
Una scia di sangue lunga quasi un ventennio, iniziata per uno scherzo di Carnevale, dopo il quale è stato ucciso uno dei fratelli di Vottari, Antonio, e terminata con l’omicidio di sei persone, trucidate di fronte al ristorante “Da Bruno” in Germania.
Sebbene sia stato assolto dall’accusa di omicidio, Vottari è sempre stato considerato dagli inquirenti uno dei responsabili della “strage di Natale”, fra i più cruenti episodi della sanguinosa faida.
Il 25 dicembre del 2006 una raffica di kalashnikov uccide Maria Strangio, 33 anni – moglie di Giovanni Nirta, considerato uno dei capi della cosca omonima, e sorella di Sebastiano Strangio. Insieme a lei, a terra rimangono tre persone, più o meno gravemente ferite dai proiettili, il figlio della donna, un bimbo di soli 5 anni, Francesco Colorisi, 23 anni, Francesco Nirta, 32 anni.
Giovanni Nirta, il marito di Maria Strangio, vero obiettivo dell’agguato avvenuto a soli quattro giorni dalla sua scarcerazione, è rimasto illeso. Per paura di una nuova azione di fuoco, la famiglia decise di non farlo partecipare nemmeno ai funerali della moglie.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2017 Riccardo Fucile
IMPONENTE CORTEO PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA E IN RICORDO DELLE VITTIME INNOCENTI DELLE MAFIE… LA RISPOSTA DELL’ITALIA MIGLIORE ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
È partito il corteo con il quale Libera celebra a Locri la XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
“Oggi a Locri siamo tutti sbirri. Ricorderemo tanti nomi di esponenti delle forze dell’ordine che hanno perso la vita e nessuno li può etichettare e insultare”.
Lo ha affermato don Luigi Ciotti, prima dell’inizio della cerimonia in piazza a Locri.
In testa al corteo ci sono i familiari delle vittime che reggono due striscioni di Libera con lo slogan della Giornata di quest’anno: “Luoghi di speranza, testimoni di bellezza”.
Dietro di loro una grande bandiera della pace portata da ragazzi migranti minorenni giunti in Calabria a bordo di barconi nei mesi scorsi.
A seguire i gonfaloni, le autorità e migliaia di persone giunte da tutta Italia.
Una giornata che coinvolge centinaia di scuole, enti ed associazioni.
Il corteo, la cui partenza è slittata di circa mezz’ora proprio per il grande afflusso di persone, andrà dalla zona nord del lungomare della cittadina per raggiungere la piazza centrale. Dopo l’iniziativa di domenica scorsa con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e le scritte ingiuriose comparse ieri su alcuni muri di Locri, quella di oggi e’ la giornata della memoria che apre le porte all’impegno.
In testa al corteo ci saranno don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera, in prima linea nei progetti per la legalità ; il presidente del Senato, Pietro Grasso, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
Dopo l’arrivo nella piazza del paese è prevista la lettura dei nomi delle 950 vittime innocenti della mafia, con il presidente di Avviso pubblico, Roberto Montà , don Luigi Ciotti e un familiare delle vittime di mafia.
Nel pomeriggio spazio ai seminari e agli approfondimenti e poi un’assemblea degli studenti contro le mafie.
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2017 Riccardo Fucile
IL GIORNO DOPO LA MANIFESTAZIONE CON MATTARELLA, LA RISPOSTA DELLA ‘NDRANGHETA
“Più lavoro meno sbirri” e “Don Ciotti sbirro”.
All’indomani della visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella notte queste due scritte sono state tracciate sul Vescovado di Locri, dove risiede il vescovo Francesco Oliva e che in questi giorni ospita don Luigi Ciotti, presidente di Libera, per la manifestazione nazionale della Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Proprio qui ieri Mattarella aveva lanciato un duro monito contro le mafie affermando, tra l’altro, che i mafiosi “non hanno onore”. Entrambe le frasi sono state subito cancellate, stamani, dagli operai del Comune.
“La ‘ndragheta vuol far sentire il proprio potere in campo religioso. Manifestazioni come le processioni sono ormai svuotate di contenuti religiosi. Noi vietiamo la raccolta di denaro ma qualcuno pretende che si faccia. Perchè deve poi investirlo in vari business che non c’entrano alcunchè con le iniziative caritatevoli. È tutto bloccato da vecchie, anacronistiche tradizioni che alimentano il malaffare. E questo è solo un esempio”. Così il vescovo di Locri, monsignor Francesco Oliva, in un’intervista al Corriere della Sera.
“L’arroganza” della criminalità organizzata “si coglie in ripetuti comportamenti di chi si pone al di sopra della legge. Il mafioso pensa di poter sottoporre tutti alle sue dipendenze. Corrompe toccando vari livelli dell’amministrazione pubblica e trova nella burocrazia un’alleata insuperabile. Soprattutto nei settori dove covano i maggiori interessi sul piano economico: appalti, concessioni, lavori pubblici e così via”.
Manca lo Stato? “Credo possa fare molto di più. Non basta la sola azione repressiva delle forze dell’ordine e della magistratura. Anche se si uccide di meno, è ancora tanta la criminalità a diversi livelli che, ripeto, trova la sua linfa nella corruzione. C’è sottesa una mentalità mafiosa che non è facile sradicare senza un’azione sinergica a livello formativo e culturale”.
Quali sono gli effetti sulla vita della gente?
“La malavita impedisce la crescita della comunità e lo sviluppo vero del territorio”. Cosa significa fare il vescovo nella Locride?
“Non mi sento al fronte. Ma so che se non colgo le istanze della gente e soprattutto dei più fragili e indifesi non vado lontano. Importante è mettersi in ascolto denunciando le ingiustizie che affliggono questo territorio abbandonato a se stesso”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 15th, 2017 Riccardo Fucile
TRA LORO UN CONSIGLIERE NCD E IL SINDACO DI AVERSA
La Guardia di Finanza di Napoli ha eseguito 69 ordinanze di custodia cautelare nell’ambito di un’inchiesta sul clan Zagaria, fazione dei Casalesi.
Tra i destinatari dei provvedimenti, anche politici ed imprenditori. I reati contestati a vario titolo sono di corruzione, turbativa d’ asta e concorso esterno in associazione mafiosa. L’indagine è condotta da un pool di cinque pm della Dda (Maresca, Giordano, Landolfi, Sanseverino, e D’Alessio) e coordinata dal procuratore aggiunto Borrelli.
Tra gli arrestati vi è il consigliere regionale della Campania Pasquale Sommese (Ncd), ex assessore al Turismo della Regione Campania.
Sommese è ritenuto dagli inquirenti colui che garantiva l’erogazione dei fondi regionali. Arrestato anche il sindaco di Aversa (Caserta) Enrico De Cristofaro.
Il primo cittadino di Aversa è indagato nella qualità di ex presidente dell’Ordine degli Architetti di Caserta.
Tra i destinatari delle misure cautelari figura anche l’imprenditore Alessandro Zagaria, ritenuto legato al clan del boss omonimo. Agli arresti inoltre Raffaele De Rosa, fratello dell’attuale sindaco di Casapesenna (Caserta), comune in cui è nato e vissuto, trascorrendo parte della sua latitanza, il boss Michele Zagaria.
Nel mirino degli inquirenti sono finiti 18 appalti concessi tra il 2013 e l’inizio del 2016 da vari comuni del Casertano, come Alife, Francolise, Riardo, tra cui lavori per ristrutturazioni di importanti immobili storici; tra gli indagati soprattutto professionisti, come ingegneri e architetti componenti delle commissioni di gara nominate dai vari Comuni responsabili dell’affidamento dei lavori, che, secondo i magistrati della Dda di Napoli, finivano quasi sempre a poche ditte, alcune collegate al clan Zagaria.
L’indagine ruota attorno alla figura dell’ingegnere Guglielmo La Regina, anche per questo è stata denominata “The Queen”; lo stesso Gip parla di “sistema La Regina”. L’inchiesta rappresenta una tranche di quella che nel 2016 portò in carcere l’ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere Biagio Di Muro per presunta corruzione in relazione ai lavori dello storico palazzo Teti Maffuccini; anche allora furono arrestati La Regina e l’imprenditore Alessandro Zagaria.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 8th, 2017 Riccardo Fucile
COMUNE DI PARABITA; ASSUNZIONI FITTIZIE NELL’AZIENDA RIFIUTI ATTRAVERSO I BUONI LAVORO
Voucher usati dall’amministrazione comunale per pagare gli uomini del clan a Parabita: diventa
sempre più allarmante, man mano che si delinea, il quadro del Comune salentino sciolto per mafia dal Governo il 17 febbraio scorso.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto di scioglimento il 4 marzo, mentre è già al lavoro la Commissione straordinaria (formata da Andrea Cantadori, Gerardo Quaranta e Sebastiano Giangrande), chiamata a traghettare l’amministrazione per 18 mesi e fino a nuove elezioni.
I funzionari nominati dal prefetto dovranno “rimuovere gli effetti pregiudizievoli per l’ente pubblico”, ovvero mettere mano a quegli ambiti amministrativi che più degli altri sarebbero stati inquinati dalla vicinanza di esponenti politici al clan Giannelli.
Il vicesindaco Giuseppe Provenzano su tutti, arrestato nel dicembre 2015 nell’operazione Coltura, che portò in carcere 22 persone e evidenziò la rete di favori costruita per scambiare favori con il consenso elettorale.
Un sistema dal quale ha sempre preso le distanze il sindaco, Alfredo Cacciapaglia, che ha annunciato ricorso contro il decreto di scioglimento non appena sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Intanto, però, continuano ad emergere particolari della relazione con cui il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha proposto lo scioglimento.
Il vicesindaco viene definito “veicolo consapevole per favorire gli interessi criminali”, come dimostra anche la foto insieme al figlio del boss Marco Giannelli, che fu pubblicata sul suo profilo facebook e poi finì nell’ordinanza cautelare.
Così come i commenti euforici postati da persone considerate vicine al clan, dopo la vittoria elettorale del 2015, a simboleggiare l’affermazione del candidato sostenuto.
Per sdebitarsi – stando alla ricostruzione del Viminale – Provenzano avrebbe dispensato assunzioni nella ditta che si occupava della raccolta dei rifiuti, nonchè contributi economici per prestazioni di lavoro occasionali tramite i voucher senza che il lavoro fosse effettivamente svolto.
Favori sarebbero stati commessi anche nel rilascio di alcuni permessi edilizi e nell’assegnazione di case popolari o nel mancato sgombero di abitazioni occupate da persone che non ne avevano diritto.
(da “La Repubblica”)
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