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LA ‘NDRANGHETA CANCELLA COSA NOSTRA: ECCO LA GUERRA MONDIALE DEI BOSS

Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile

COSI’ I CLAN CALABRESI HANNO SCONFITTO LA MAFIA NEL CONTROLLO DEL NARCOTRAFFICO

Laval, sobborgo a nord di Montreal, Canada. Primo marzo.
Lorenzo Giordano ferma il Suv Kia blu sull’asfalto innevato del parcheggio del Carrefour Multisport, vicino alla highway 440. Spegne il motore, il crocifisso legato allo specchietto retrovisore sta dondolando. Sono le 8.45, la mattinata è gelida.
Un killer sbuca a lato della macchina e gli spara alla testa e alla gola, frantumando il vetro del finestrino. Lorenzo “Skunk” Giordano, 52 anni, muore poco dopo, in ospedale.
Carlton, quartiere italiano di Melbourne, Australia. 15 marzo. Un signore abbronzato con i capelli ben pettinati esce dal Gelobar, la sua gelateria. Sta camminando, è da poco passata la mezzanotte. È solo, e la strada è buia. Lo freddano alle spalle sparandogli da un’auto in corsa, senza neanche fermarsi.
Tre ore dopo un netturbino scende dal camioncino e si avvicina al cassonetto. Accanto c’è il cadavere di Joseph “Pino” Acquaro, 50 anni, famoso avvocato.
Ancora Laval, 27 maggio. Alla fermata dell’autobus su boulevard St. Elzèar è seduto un uomo, sui trent’anni, vestito completamente di nero. Scarpe nere, pantaloni neri, giacca nera, occhiali neri. Sono le 8.30.
La Bmw bianca di Rocco Sollecito, come previsto, passa sul boulevard. Il semaforo è rosso, si ferma. L’uomo nero si alza, e punta la pistola contro il finestrino della macchina. Rocco “Sauce” Sollecito, 62 anni, scivola sul sedile imbrattato del suo sangue, colpito a morte.
Italiani che parlano inglese e sparano. Altri italiani che parlano inglese e muoiono. Canada, Australia, Stati Uniti. Reggio Calabria.
Il terremoto di sangue ha un epicentro silente, New York. E nuovi clan emergenti che hanno preso troppo potere, come gli Ursino, ‘ndranghetisti di Gioiosa Ionica. L’onda d’urto si è propagata su tutto il pianeta. Le vite affogate nel piombo di “Skunk”, “Pino” e “Sauce” sono scosse di assestamento. La chiamano la “guerra mondiale della mafia”.
LA SESTA FAMIGLIA
New York, quindi. Niente è come prima. Le cinque grandi famiglie di Cosa Nostra, Gambino, Bonanno, Lucchese, Genovese e Colombo non sono più quelle che erano. Lo documentano le ultime inchieste del Federal bureau of investigation (Fbi), condotte insieme agli investigatori del Servizio centrale operativo (Sco) della polizia italiana. Giovedì scorso l’Fbi ne ha catturati altri 46, tra la Florida, il Massachusetts, il New Jersey, New York e il Connecticut: capi, mezzi capi e paranza dei Gambino, dei Genovese, dei Bonanno.
È finito dentro anche il 23enne John Gotti jr, nipote dell’ultimo grande boss di Cosa Nostra americana. Assediati dalle indagini e indebolite da un ricambio generazionale difficoltoso, i siciliani stanno cedendo spazio, in maniera apparentemente quasi del tutto incruenta, alla mafia calabrese.
Nella Grande Mela i clan dei Commisso e degli Aquino-Coluccio si sono insediati da anni, ma chi sta rivendicando per sè il ruolo di “sesta famiglia” sono gli Ursino di Gioiosa Ionica. E questo è un problema, per tutti.
Una sesta famiglia, infatti, c’è già . Pur non ammessa nel gotha criminale di New York, i Rizzuto di Montreal, in Canada, hanno storicamente un legame stretto con i Bonanno.
Se c’è da mettere in piedi un affare di un certo peso – partite di cocaina, armi clandestine, riciclaggio – i referenti sono loro. Un rapporto che da un po’ di tempo non è più così solido.
Tra il 2012 e il 2013 una fonte confidenziale dell’Fbi rivela che Francesco Ursino, il boss della omonima cosca storica alleata dei Cataldo di Locri, ha chiesto ai Gambino di poter lavorare sulla piazza di New York “proprio come una sesta famiglia”.
Chiesto per modo di dire. A questo giro sono i siciliani di Cosa Nostra a trovarsi di fronte a un’offerta che non si può rifiutare, perchè quando ha bussato alla porta dei Gambino, Francesco Ursino in realtà  si era già  preso tutto: le rotte del narcotraffico, i contatti con i cartelli messicani e colombiani, il controllo dei porti e dei cargo.
Il boss parlava a nome non di una famiglia sola, ma di quello che gli investigatori nell’indagine New Bridge (che porterà  alla cattura del capoclan) definiscono “un consorzio” di clan della Locride.
Rifiutare avrebbe voluto dire per i Gambino ingaggiare una guerra senza senso, e dall’esito incerto. Meglio mettersi d’accordo e accettare il dato di fatto. Sul mercato mondiale della cocaina, ‘ndrangheta rules, comanda.
I BROKER E I CARTELLI SUDAMERICANI
Da anni i calabresi lavorano nell’ombra a New York, negli scantinati delle loro pizzerie e nei retrobottega dei loro “italian restaurant”.
Volano a Bogotà  e San Josè nel weekend, fingendosi turisti. “Se volete sapere cosa succede a New York, cercate in Centro America; se volete sapere cosa succede tra i Cartelli del Golfo guardate chi comanda a New York”, spiega Anna Sergi, criminologa dell’Università  dell’Essex, studiosa delle proiezioni dell”ndrangheta all’estero.
E in Centro-Sud America succede che i calabresi comandano. Marcano il territorio. Agganciano intermediari. Sparano il meno possibile. Più finanza meno casini.
La gola profonda che ha spiegato alla Dea e all’Fbi cosa si stava muovendo nel ventre criminale della Grande Mela si chiama Cristopher Castellano.
È proprietario di una discoteca nel Queens, il Kristal’s, che usa per nascondere quello che in realtà  è: un broker dei Los Zetas, il pericolosissimo cartello messicano paramilitare dei disertori dell’esercito che si avvale di lui per commerciare stupefacenti negli States e in Europa. Con i narcotrafficanti, Cristopher ha fatto una montagna di soldi.
La festa dura poco, però. Lo arrestano nel 2008, e lui, pur di uscire dalla galera, canta. Si vende ai poliziotti due calabresi: Giulio Schirripa e tale “Greg”.
Racconta di questi due italiani che, usando le pizzerie come copertura e i soldi della ‘ndrangheta come garanzia, stanno muovendo tonnellate di cocaina nascosta nei barattoli di frutta trasportati dalle navi portacontainer.
“Hanno una pipeline attraverso gli oceani”, sostiene Castellano. Se girano grosse partite di polvere bianca che dal Co-globale starica raggiungono gli Usa, il Canada, il Vecchio Continente e l’Australia, è roba loro.
Distribuiscono, smistano, organizzano i viaggi delle navi, aprono società  fittizie di import-export, corrompono doganieri. A New York vanno a cena con i Genovese. A San Josè si incontrano con gli uomini di Arnoldo de Jesus Guzman Rojas, il capo del cartello di Alajuela.
A Reggio Calabria riferiscono al clan Alvaro. Sono dei “facilitatori”, insospettabili perchè incensurati: creano le condizioni per portare la polvere bianca dai laboratori nella giungla del Costarica al naso dei consumatori. Schirripa, arrestato insieme a Castellano, è l’archetipo dell’emigrato calabrese alla conquista di New York. Gregorio “Greg” Gigliotti, l’epigono.
Cristopher Castellano è diventato carne morta nel momento stesso in cui ha aperto bocca con gli agenti federali.
Quattro luglio del 2010, negli Stati Uniti si festeggia il giorno dell’Indipendenza. Ad Howard Beach, nel Queens, lo spettacolo di fuochi d’artificio è iniziato poco prima di mezzanotte. Castellano però non ha gli occhi al cielo, sta frugandosi le tasche per cercare le chiavi della macchina. Un colpo solo, alla nuca. Nessuno si accorge di niente. Castellano non soffierà  più all’orecchio dell’Fbi.
L’UOMO CHE MANGIAVA IL CUORE
Intanto, però, gli investigatori hanno messo sotto controllo i telefonini e riempito di cimici i ristoranti di Gigliotti nel Queens, tra cui il famoso ‘Cucino a modo mio’ citato nelle riviste specializzate di tendenza.
“Non c’è un grammo di cocaina in Europa che non sia passata tra le mani di Gregorio”, ripetono spesso i complici dell’italiano, terrorizzati dalle escandescenze di Gigliotti. Quando si arrabbia, col suo dialetto calabrese impastato di slang americano può dire cose terribili: “Una volta mi sono mangiato un pezzo di rene e un pezzo di cuore”, sbraita con la moglie, irritato da un altro calabrese che sta provando a inserirsi nel suo business.
Il centro dei suoi affari è il Costa Rica, dove ha contatti diretti con i narcotrafficanti grazie a una fitta rete di broker e fiduciari.
“E digli che non facciano troppo i furbi…”, ripete loro, quando li spedisce a trattare in Sudamerica. Lui accumula denaro, i poliziotti dello Sco e dell’Fbi ascoltano e anticipano qualcuna delle sue mosse.
Porto di Anversa, 16 chili di cocaina sequestrati. Porto di Valencia 40 chili, Wilmington 44 chili. Porto di Rotterdam 3 tonnellate. Poi l’8 maggio scorso lo arrestano. Finisce dentro anche suo figlio, Angelo.
Ma poche settimane dopo torna in libertà  grazie a una cauzione da cinque milioni di dollari. Pagata in contanti.
LA MATTANZA CANADESE.
Fuori gioco i referenti degli Alvaro, New York se la sono presa gli Ursino. Compresi i contatti con i sudamericani. Le scosse del terremoto si riverberano in Canada, dove le gerarchie si sgretolano. E con esse la pax mafiosa.
Dagli anni Ottanta i criminali italiani emigrati lì si erano divisi gli affari, tra Toronto e Montreal. Ai siciliani del clan Rizzuto la droga, ai calabresi arrivati da Siderno il gambling, il gioco d’azzardo, e l’usura. La mappa l’hanno disegnata nel 2010 gli investigatori italiani che hanno lavorato alla maxi inchiesta ‘Crimine’ (che per la prima volta individuò i vertici dell”ndrangheta) ed è ancora valida. Tre anni fa Vito Rizzuto, il capo, muore di tumore.
Nei mesi successivi, in coincidenza con l’ascesa degli Ursino nel quadrante nordamericano, quattro dei sei membri del “Consiglio” dei Rizzuto vengono uccisi. Gli altri due si salvano soltanto perchè sono in galera.
L’ultimo a cadere è stato Rocco “Sauce” Sollecito. Poche settimane fa a Montreal stava per finire in una bara Marco Pizzi, 46 anni, importatore di cocaina per il clan secondo la polizia, sfuggito per un soffio ai suoi sicari che lo avevano tamponato con una macchina rubata. Erano mascherati e armati. “I calabresi hanno attaccato i vecchi poteri”, ragiona un investigatore. “È ‘ndrangheta contro mafia”. La guerra mondiale, quindi.
LA FAIDA AUSTRALIANA
La scia di sangue si allunga fino all’Australia, dove il golpe calabrese sulle rotte della cocaina ha destabilizzato equilibri che si reggevano dalla fine degli anni Settanta.
La famiglia Barbaro sembra aver perso il passo, e i contatti con i nuovi importatori sarebbero passati nelle mani di Tony e Frank Madafferi.
A Melbourne i calabresi combattono contro i calabresi. Frank Madafferi e Pasquale “Pat” Barbaro furono indagati nel 2008 nel processo per il più grande carico di metanfetamine mai intercettato nella storia della lotta al narcotraffico: 4,4 tonnellate di ecstasy, per un controvalore di 500 milioni di dollari australiani (340 milioni di euro) in pasticche stivate in una nave che trasportava lattine di pomodori pelati. Ma quel processo non è l’unica cosa che Tony Madafferi e Pat Barbaro, poi condannato all’ergastolo, hanno in comune.
A unirli, come spesso accade, anche la scelta dell’avvocato: il professionista italo- americano Joseph Acquaro.
L’uomo trovato morto dal netturbino davanti alla gelateria, lo scorso marzo. Le indagini sono ferme al palo anche se un paio di elementi hanno attirato l’attenzione su Madafferi: in particolare alcune intercettazioni in cui si dichiara proprietario di Melbourne (“È mia, non di Pasquale”) e si dice pronto ad uccidere il rivale (“gli mangio la gola”).
Ma soprattutto il racconto di un pentito che ha spiegato alla polizia come nel sottobosco malavitoso di Melbourne tutti sapessero della taglia che Tony aveva da poco messo sulla testa dell’avvocato, colpevole a quanto pare di aver cominciato a parlare un po’ troppo con giornalisti e investigatori: 200mila dollari australiani.
UN ARRESTO A FIUMICINO
Chi li abbia incassati non si sa. Quello che si sa è che pochi giorni prima di quell’omicidio, all’aeroporto di Fiumicino i carabinieri di Locri avevano arrestato Antonio Vottari, 31 anni, accusato di gestire i traffici di droga tra il Sudamerica e l’Europa per conto delle cosche di San Luca.
Rientrava da Melbourne, dove da anni trascorreva la sua latitanza, con un visto da studente. Le sorti della guerra mondiale della mafia le decidono in Calabria.
Tutto parte da là . E tutto, prima o poi, là  ritorna.

(da “La Repubblica“)

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MAFIA, SCIOLTI I COMUNI DI CORLEONE, TROPEA, ARZANO E BOVALINO PER INFILTRAZIONI

Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile

LA MISURA ADOTTATA DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI

I consigli comunali di Corleone (Palermo), Tropea (Vibo Valentia), Bovalino (Reggio Calabria) e Arzano (Napoli) sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. La misura è stata deliberata dal Consiglio dei Ministri su proposta del ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Il caso del Comune siciliano, da cui partì la scalata di Totò Riina e Bernardo Provenzano ai vertici di Cosa Nostra, era già  approdato lo scorso gennaio nella commissione Antimafia della Regione.
Qui il sindaco Leoluchina Savona aveva messo a verbale la propria preoccupazione per il ritorno in paese di alcuni soggetti legati ai clan.
Da un’inchiesta della procura di Palermo, sfociata poi nell’Operazione Grande Passo, emerge anche come i reggenti del clan mafioso locale incontrarono addirittura la prima cittadina, grazie all’amicizia che lega uno degli uomini poi arrestati e Giovanni Savona, fratello della sindaca.
L’incontro è avvenuto il 3 settembre del 2014 ed era stato fissato perchè alcuni degli uomini coinvolti dall’operazione antimafia puntavano a prendere in affitto uno stabilimento caseario di proprietà  del comune.
Eletta nel 2012 alla guida della città  con una lista civica di centrodestra, Savona è considerata un sindaco antimafia: dall’inchiesta della procura di Palermo non emerge alcuna consapevolezza sul ruolo degli uomini incontrati allo stabilimento di proprietà  del comune, e non è quindi tra gli indagati.
Dopo la notizia dello scioglimento della sua amministrazione, è stata interpellata proprio su questo episodio: “Quello che è successo a me potrebbe capitare a chiunque — ha spiegato -. Quando le persone si presentano hanno il certificato antimafia in mano, tra l’altro io li ho ricevuti al Palazzo di Città  e al caseificio, che ho fatto visitare negli anni a migliaia di persone quando ero consigliere comunale. Sono venuti dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Sardegna, dalla Danimarca”.
Intervistata a caldo dalla Adnkronos ha inoltre aggiunto che lo scioglimento per mafia si abbatte come “un macigno” sul suo paese: “Il nome che questa città  si porta dietro è pesante di per sè”.
E poi contrattacca: “C’è stato un accanimento politico molto potente nei miei confronti — dice -. Le persone oneste sono scomode. Non si è fatto in passato uno scioglimento per mafia, non lo si è fatto neanche ai tempi di Ciancimino e si è fatto ora che c’è una persona onesta”.
Nel paese sulla costa tirrenica della Calabria invece l’accesso antimafia, che ha portato allo scioglimento del Comune, già  commissariato, era stato disposto il 22 ottobre del 2015, su proposta dell’allora prefetto di Vibo Valentia, Giovanni Bruno, e si era concluso il 22 aprile scorso.
Gli accertamenti erano mirati a fare chiarezza sulle possibili infiltrazioni della criminalità  organizzata nell’amministrazione del sindaco Giuseppe Rodolico, eletto con una lista civica, che era caduta a inizio agosto sul voto di bilancio.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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‘NDRANGHETA, 42 ARRESTI, INDAGATO ANCHE IL VICEPRESIDENTE DELLA REGIONE CALABRIA DI AREA PD

Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile

NUOVA RICHIESTA DI ARRESTO PER IL SENATORE   CARIDI

La casa madre era sempre la Calabria, tra Cittanova e Palmi, ma il braccio stava in Liguria dove le cosche stavano investendo milioni di euro in appalti pubblici grazie al supporto di politici locali e nazionali ma anche di funzionari pubblici dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione tributaria.
Quarantadue arresti per ‘ndrangheta, di cui 36 in carcere, sono stati eseguiti stamattina dalle squadre mobili e dalla Dia di Reggio Calabria e Genova.
Nell’inchiesta è indagato anche il vicepresidente del Consiglio regionale Francesco D’Agostino, molto vicino al Pd ed eletto nel 2014 con 7942 voti nella lista “Oliverio Presidente” messa in piedi proprio dal governatore della Calabria. Imprenditore titolare dell’azienda “Stocco & Stocco” di Cittanova, dalla banca dati delle forze dell’ordine, Francesco D’Agostino risulta “in passato essere stato oggetto di attenzione da parte della Stazione dei carabinieri di Cittanova in quanto indicato quale uomo di fiducia del clan mafioso Raso-Albanese”.
Inoltre, secondo gli inquirenti il politico calabrese è “solito accompagnarsi con pregiudicati inseriti nel clan e della Piana di Gioia Tauro”.
Negli anni Ottanta, inoltre, D’Agostino era stato arrestato dal Commissariato di Gioia Tauro per detenzione abusiva di armi.
È scattata stamattina all’alba l’operazione “Alchemia”, coordinata dalla procuratore di Reggio Federico Cafiero De Raho, dall’aggiunto Gaetano Paci e dai sostituti Roberto Di Palma e Giulia Pantano che hanno disposto anche numerose perquisizioni tra la Liguria, la Calabria, il Lazio e il Piemonte.
Nel mirino della Direzione distrettuale antimafia gli affiliati alle famiglie mafiose Raso-Gullace-Albanese di Cittanova e Parrello-Gagliostro di Palmi. Alcuni affiliati alla cosca Gullace, secondo gli investigatori, allo scopo di agevolare l’inizio dei lavori del Terzo valico hanno anche sostenuto il movimento “Sì Tav“. In Liguria e Piemonte è stata accertata infatti l’infiltrazione degli appartenenti alla cosca in sub-appalti già  aggiudicati per la realizzazione dell’infrastruttura “Terzo Valico dei Giovi” attualmente in fase di costruzione.
Nuova richiesta d’arresto anche per il senatore Antonio Caridi, di Gal.
Il giudice per le indagini preliminari ha ritenuto in questo caso che le accuse fossero assorbite dall’ordinanza emessa nell’operazione Mammasantissima che ha svelato la cupola che governa la ‘ndrangheta.
La Dda di Reggio Calabria aveva chiesto poi l’arresto del deputato Giuseppe Galati di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie, indagato per corruzione aggravata dalle modalità  mafiose, ma il gip non l’ha accolta perchè non ha ritenuto sussistesse un quadro indiziario grave.
“Al parlamentare viene contestata una vicenda relativa a un terreno per agevolare la composizione di alcune tematiche che riguardavano la sospensione dei lavori in un’area vincolata di Roma”, fa sapere la procura di Reggio Calabria. La stessa procura aveva avanzato una richiesta di misura cautelare ma il gip ha ritenuto che il quadro indiziario rappresentato non fosse grave, in particolare non era univoco il comportamento posto in essere nè l’effettiva accettazione della promessa.
I reati contestati ai 42 soggetti arrestati vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al concorso esterno con la ‘ndrangheta passando per la corruzione e l’intestazione fittizia di società  che sono state colpite anche da un provvedimento di sequestro.
Polizia e Direzione investigativa antimafia, infatti, hanno applicato i sigilli a beni per oltre 40 milioni di euro.
Al centro dell’inchiesta, gli interessi delle cosche della Piana di Gioia Tauro nel settore del movimento terra, delle sale giochi ma anche sui lavori per il cosiddetto “Terzo Valico”.
Dalle indagini della Dda, infatti, è emerso che i summit delle cosche si svolgevano nella Piana di Gioia Tauro da dove partivano gli ordini dei boss che hanno portato all’infiltrazione della ‘ndrangheta nei subappalti della linea ferroviaria che collega Milano a Genova e che serviva a valorizzare il porto ligure.
Sono emersi, inoltre, i contatti con funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione Tributaria e con politici, non solo politici locali: nel fascicolo dell’inchiesta ci sono i contatti anche di alcuni politici nazionali con la cosca Raso-Gullace.
Rapporti che erano già  emersi nel 2011 quando, nelle carte della Direzione distrettuale antimafia di Reggio e Genova era spuntato il nome del senatore Antonio Caridi per il quale presto il Parlamento dovrà  pronunciarsi per l’arresto nell’ambito di un’altra inchiesta della Procura calabrese.
All’epoca Caridi era assessore regionale alle Attività  produttive ed era finito nel dossier che l’allora capo della Dda di Genova Vincenzo Scolastico consegnò all’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Beppe Pisanu. Un dossier dove erano ricostruiti alcuni passaggi che hanno consentito alla ‘ndrangheta di infiltrarsi nel territorio ligure.
“L’indagine — in uno stralcio di quel dossier si faceva riferimento all’appoggio fornito dalle famiglie emigrate in Liguria nella campagna elettorale per le regionali in Calabria — ha consentito di documentare l’alacre attività  di sostegno svolta, nell’ultimo voto regionale, da esponenti della cosca, anche con palesi intimidazioni, a favore del candidato Antonio Stefano Caridi”.
L’indagine Alchemia ha fra l’altro accertato, nella cosca di Cittanova Raso-Gullace-Albanese operante in Liguria, l’affiliazione di figli di ‘ndranghetisti al momento del raggiungimento della maggiore età .

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA ‘NDRANGHETA DIETRO I MOVIMENTI SI’ TAV: LA SORPRESA DELL’OPERAZIONE ALCHEMIA

Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile

L’OBIETTIVO ERA DI INFILTRARSI NEI LAVORI PER IL TERZO VALICO… I NO TAV: “MAFIA E APPALTI? LA STORIA CI DA’ RAGIONE”

La ‘ndrangheta dietro i movimenti “Si Tav” con l’obiettivo di infiltrarsi nei lavori per il “terzo valico”.
È quanto emerge nell’inchiesta “Alchemia” che ha portato all’arresto di 42 persone da parte della polizia di stato e della Dia di Reggio Calabria e Genova.
La Direzione distrettuale antimafia aveva chiesto l’arresto anche per il deputato verdiniano Giuseppe Galati e per il senatore di Gal Antonio Stefano Caridi che comunque restano indagati.
“Il senatore Caridi è il riferimento della ‘ndrangheta non solo della cosca Gullace-Albanese” è il commento del procuratore di Reggio Federico Cafiero De Raho. Per quanto riguarda il “terzo valico”, secondo il magistrato le cosche hanno utilizzato “mediaticamente i gruppi Si Tav infiltrandoli con i propri affiliati per dare rilievo alla causa. Questo per inquinare gli appalti pubblici con proprie imprese”.
“Dalle intercettazioni — gli fa eco il procuratore aggiunto Gaetano Paci — rileviamo l’interesse degli imprenditori prestanome della cosca a sostenere finanziariamente il movimento ‘Si Tav’ per creare nell’opinione pubblica un orientamento favorevole per quell’opera. Una strategia mediatica raffinata”
Dopo l’operazione “Alchemia” di questa notte che ha confermato gli interessi della ‘ndrangheta nei confronti del Terzo Valico, questa mattina a Pozzolo Formigaro, provincia di Alessandria, un centinaio di attivisti No Tav si è radunato per opporsi all’esproprio degli ultimi due lotti del cantiere.
“Quando abbiamo sollevato il problema dell’amianto, ci consideravano degli extraterrestri. Quando abbiamo detto che le imprese erano in odore di mafia ci hanno preso in giro. Adesso la storia ci sta dando ragione”, spiegano i cittadini che hanno fronteggiato per alcune ore le forze dell’ordine.
Tra di loro erano presenti anche i senatori del Movimento 5 Stelle Alberto Airola e Marco Scibona che denunciano: “Siamo contrari alle grandi opere perchè sono l’emblema dell’infiltrazione dell’illegalità . Inoltre gli espropri di questa mattina sono illegittimi poichè sono stati fatti solo tramite qualche foto dei tenici Cociv, non è stata fatta la chiama dei proprietari e alcuni proprietari non hanno ricevuto la notifica dell’esproprio

(da “il Fatto Quotidiano”)

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‘NDRANGHETA, QUARANTA ARRESTI IN TUTTA ITALIA, LE MANI DELLA COSCA ANCHE SUL TERZO VALICO

Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile

COLPITE LE FAMIGLIE RASO-GULLACE-ALBANESE E PARRELLO-GAGLIOSTRO

Quaranta persone, tutte affiliate o vicine ai clan della Piana di Gioia Tauro, ma radicate anche in Liguria, sono finite in manette per ordine della Dda di Reggio Calabria.
Ad agevolare le attività  dei clan ci sarebbero stati anche rappresentanti politici locali, regionali e nazionali originari di Reggio Calabria, fra cui il senatore di Gal, Antonio Caridi, raggiunto da nuove accuse.
Per lui, i magistrati reggini hanno già  chiesto l’arresto qualche giorno fa alla Camera di appartenenza, perchè coinvolto nell’operazione che ha svelato la cupola massonico-mafiosa che governa la ‘ndrangheta.
Una misura è stata chiesta dalla Dda anche per il parlamentare del gruppo misto Giuseppe Galati.
La richiesta è stata però bocciata dal gip, che non ha ritenuto sufficiente il quadro indiziario a carico del parlamentare.
“Siamo di fronte a una nuova operazione – dichiara il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho – che dimostra come la ‘ndrangheta abbia ormai ramificazioni stabili sul territorio nazionale. Non è solo criminalità  spiccia. Dall’indagine sono emersi gli interessi dei clan in decine di imprese, attive non solo nel classico settore del movimento terra, ma anche in quelli ad alta tecnologia e specializzazione, come quello della produzione delle lampade a Led”.
Sotto la lente degli investigatori dello Sco e della Squadra Mobile della polizia e dei reparti della Dia sono finiti affari e attività  dei clan di ndrangheta Raso-Gullace-Albanese e Parrello-Gagliostro, che dalla provincia di Reggio Calabria sono riusciti ad infettare anche l’economia del Ponente ligure, mettendo le mani anche sugli appalti del Terzo Valico.
Su questo fronte – spiega il procuratore Cafiero de Raho – abbiamo importanti riscontri riguardo gli appalti che dimostra come i clan fossero attivi sul fronte del Sì Tav”. Ma i clan sono rimasti attivi anche in Calabria, dove avrebbero goduto dell’appoggio anche di funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione Tributaria della medesima provincia.
Le indagini, dirette dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, con il coordinamento del Servizio Centrale Operativo, sono state condotte dalla Squadra Mobile di Genova e Reggio Calabria nonchè di Savona. Altro segmento di indagine è stato svolto dal Centro Operativo Dia di Genova, collaborato dai Centri Dia di Reggio Calabria e Roma. Sotto sequestro sono finiti beni mobili, immobili, depositi bancari di numerose società  riconducibili alle consorterie mafiose per un valore complessivo stimabile in circa 40 milioni di euro.

(da “La Repubblica”)

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‘NDRANGHETA, CHIESTO L’ARRESTO DEL SENATORE CARIDI

Luglio 15th, 2016 Riccardo Fucile

SCOPERTA CUPOLA SEGRETA IN CALABRIA, IN MANETTE ANCHE SERRA, UOMO DI FIDUCIA DI SCOPELLITI, ACCUSATO DI ASSOCIAZIONE MAFIOSA

È terminata la caccia agli “invisibili”, la componente più segreta e riservata della ‘ndrangheta, che ha permesso ai clan di prendere parte come “interlocutore indispensabile” ai più importanti tavoli di discussione politica, economica e finanziaria, in Calabria e non solo.
Dalle prime luci dell’alba, i carabinieri del Ros di Reggio Calabria stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare, emessa su richiesta del pm Giuseppe Lombardo della Distrettuale antimafia nei confronti di 5 persone, tutte accusate di associazione mafiosa, traffico di influenze e altri reati.
Fra loro c’è anche il senatore di Gal, Antonio Caridi, per il quale bisognerà  attendere l’autorizzazione del Senato.
In manette sono finiti anche l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, storico braccio destro dell’ex governatore calabrese Giuseppe Scopelliti e l’imprenditore Francesco Chirico.
Una nuova ordinanza di custodia cautelare, che ne ricostruisce il ruolo di fondamentale pilastro della ‘ndrangheta reggina, è stata emessa nei confronti degli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, entrambi già  condannati in via definitiva per concorso esterno alla fine degli anni Novanta e di recente riarrestati nell’ambito di due due diverse operazioni.
Sessantotto anni, avvocato con il pallino della politica,   Giorgio De Stefano è da sempre considerato la vera mente del potente omonimo casato mafioso.
Era il cugino prediletto di don Paolo, il boss che ha scritto di suo pugno la storia della ‘ndrangheta moderna, per i pentiti grazie anche ai consigli dell’avvocato, che lo ha aiutato a sviluppare contatti e collegamenti con il mondo dell’eversione nera, come della politica parlamentare.
A lui, ipotizzano i magistrati, si deve anche l’ingresso dei De Stefano nei più potenti e segreti consessi massonici della penisola. Ex ordinovista con Stefano Delle Chiaie, poi riciclatosi fra i ranghi del Psdi che lo ha portato addirittura in Parlamento, Paolo Romeo dopo la condanna per concorso esterno ha tentato di farsi dimenticare, ma in silenzio ha continuato a governare la politica e l’imprenditoria reggina.
Le più recenti inchieste lo vogliono a capo di una loggia massonica segreta, impastata di ‘ndrangheta, in grado di allungate i propri tentacoli in Comune, Provincia, Regione e persino in parlamento.
Una strategia che l’inchiesta di oggi è in grado di svelare.
Con l’operazione “Mammasantissima” è stato individuata infatti   la struttura segreta di vertice della ‘ndrangheta in grado di dettare le linee strategiche dell’intera organizzazione e di interagire sistematicamente e riservatamente con gli ambienti politici, istituzionali ed imprenditoriali al fine di infiltrarli ed asservirli ai propri interessi criminali. In particolare è stato documentato il ruolo determinante del sodalizio mafioso nel condizionamento di alcuni appuntamenti elettorali in ambito comunale, provinciale, regionale, nonchè nell’individuazione di propri affiliati da proiettare nel parlamento nazionale.
In Senato, secondo il pm Giuseppe Lombardo, potevano contare sul senatore Antonio Caridi, già  in passato finito nell’occhio del ciclone per i suoi legami con i clan.
Di lui, aveva parlato circa 12 anni fa il killer pentito Giovambattista Fracapane, che ai magistrati aveva rivelato di aver sentito spesso il nome del governatore Giuseppe Scopelliti e dell’assessore Antonio Caridi negli ambienti legati ai clan Tegano e De Stefano.
Qualche anno più tardi, il nome del senatore era saltato fuori nell’ambito “Sistema-Assenzio”, quando era stato “pizzicato” a parlare di presunte assunzioni pilotate con il consigliere comunale Dominique Suraci, poi arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma gli elementi più pesanti a carico del politico sono stati raccolti solo un paio di anni fa dalla Dda di Genova.
In una relazione, poi messa nelle mani della commissione antimafia quando Caridi era stato scelto per diventarne componente, i magistrati di quel distretto dicevano chiaramente che il clan Gullace “nella provincia di Reggio Calabria può contare su una rete di contatti con alcuni pubblici amministratori ed esponenti politici, coi quali non lesina il reciproco scambio di favori.
L’indagine ha consentito di documentare l’alacre attività  di sostegno elettorale svolta nell’ultima consultazione regionale da esponenti della cosca, anche con palesi intimidazioni, a favore di un candidato alla Regione Calabria, Caridi Antonio Stefano, poi eletto e, in atto assessore regionale, con delega ad Attività  produttive”.
All’epoca ne derivò un polverone, che costrinse Caridi a una rapida marcia indietro e alle dimissioni, ma su di lui non è emerso più alcun dettaglio. Fino ad oggi.

(da “La Repubblica”)

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E’ MORTO PROVENZANO, IL BOSS DEI BOSS ERA MALATO DA TEMPO

Luglio 13th, 2016 Riccardo Fucile

LO “SCRITTORE” CHE INFILTRAVA LA MAFIA NELLO STATO

In principio era per tutti “u tratturi”, il trattore, capace di arare nemici come fossero distese a grano ai piedi della Busambra, la rocca di Corleone che inghiottiva gli scomparsi.
Poi, nel tempo, pentito dopo pentito, della sua capacità  di sparare, della sua crudeltà  in azione, nessuno sembrò più ricordare molto.
Allora divenne il “ragioniere”, lo stratega sottile che teorizzava la “sommersione” dell’organizzazione.
Il manager che disciplinava l’accesso delle imprese alle opere pubbliche, il contabile che teneva a mente le entrate per la “messa a posto”, il pizzo, del grande commercio, gli iper e i super mercati.
Per se stesso, per i suoi investimenti, per i suoi interessi, ha avuto l’occhio lungo sulla sanità .
Cominciò già  a metà  degli anni Settanta con le forniture ospedaliere. Per trovarsi in mano le chiavi, attraverso uno stuolo di teste di legno, capeggiate dal nipote, di un poker di società  che avevano sede tutte nello steso stabile della Palermo del boom edilizio.
A metà  degli anni Ottanta quel sistema di potere scandagliato da un rapporto dei carabinieri, firmato dall’allora capitano Angiolo Pellegrini, era già  molto più che una radiografia di una holding solida che aveva ben piantato i piedi nella Palermo della spesa pubblica e delle professioni.
Ma, nel mito di Riina, che lasciava in ombra i suoi gregari, nessuno volle preoccuparsi molto di quelle aziende che avrebbero portato a svelare una rete di relazioni imbarazzanti per la città  silente.
Accadde soltanto dopo più di vent’anni, quando si scoprì che la più importante struttura per la radioterapia oncologica era di un suo protetto, lui dice vessato. L’ingegnere Michele Aiello era l’imprenditore che a suon di investimenti massicci, varianti di destinazione d’uso lampo e una schiera di amici nelle forze dell’ordine aveva impiantato un sistema formidabile per decidere lui il prezzo delle prestazioni in convenzione pagate dall’Asl.
Totò Cuffaro il presidente della Regione aveva messo il timbro alla irresistibile scalata del primo contribuente di Sicilia. Dietro il quale c’era proprio il “ragioniere” Provenzano.
Per farlo operare a Marsiglia si era mobilitato il fior fiore degli uomini d’onore. In una catena di solidarietà  che, sospetta la famiglia, ha portato ad una messinscena per l’omicidio dell’urologo Attilio Manca
Di Cosa nostra, regnando formalmente il capo designato, Totò Riina, non è mai stato il numero uno. L’eterno secondo, il generale prudente, pronto alla guerra, a condividerne gli scopi coltivando in segreto l’arte della mediazione.
Per questo nel cuore di molti uomini d’onore era lui il modello al quale fare riferimento: poco sangue, molti affari. Perchè nel silenzio delle armi lo Stato si distrae e i picciotti ingrassano al sicuro.
Il più longevo latitante di Cosa nostra, un fantasma inafferrabile per 43 anni. Il manager rozzo e incolto, che infarciva la prosa dei suoi “pizzini” di immancabili citazioni bibliche e oblique benedizioni, ricomparve la mattina dell’11 aprile del 2006 a Montagna dei Cavalli, una manciata di chilometri da Corleone.
Stava vicino alla sua famiglia, la moglie Saveria Benedetta Palazzolo, la camicia di Cinisi che non ha mai veramente sposato e i figli, Angelo e Francesco Paolo , rimasti al riparo da processi e condanne.
La delusione fu grande per chi immaginava che un padrino del suo calibro vivesse in chissà  quale reggia.
Prima una manina, colta al volo da un binocolo della squadra dei cacciatori di Renato Cortese, poi a figura intera, Provenzano si mostrò per quel che era: un anziano dallo sguardo mobilissimo, di studi modesti e vita frugale, capace però di amministrare un impero.
Sibilò qualcosa tipo: non vi rendete conto, alludendo alla sua fine e a quel che ne sarebbe conseguito. Un’intercettazione aveva messo sulla pista giusta: “Iddu, ca è?”, “lui qui è?”, aveva chiesto sorpreso il fratello ai familiari. Con la certezza che si trovasse a Corleone, passo dopo passo fu ricostruita la catena dei pacchi di sussistenza che arrivavano dalla casa della moglie al rifugio del latitante.
Attento a non minare il ruolo formale di Riina, dopo averne condiviso la scelta stragista del 1992, Provenzano si è fatto interprete della linea moderata, del ritorno all’antico, di una Cosa nostra che non prova a far la guerra allo Stato ma tratta e media, incassando impunità  e dispensando pace sociale apparente. Ecco perchè c’era ancora lui alla sbarra nel processo di Palermo per la trattativa Stato-mafia.
Per due volte sfuggì alla cattura quando un confidente, Luigi Ilardo, aveva spifferato di un summit nelle campagne di Mezzojuso. Il blitz non ci fu e Provenzano rimase latitante per altri 11 anni
Quella sua abitudine di scrivere –   “lo scrittore”, disprezzando la scelta di lasciare una così gran quantità  di tracce, lo chiamava Riina – quei fogli scritti a macchina e ripiegati, il codice escogitato per camuffare i nomi dei complici, è ancora oggi un archivio straordinario per comprendere i percorsi dei suoi ordini e la rete vasta dei suoi interessi.
Il suo testamento criminale, ancora in parte da decifrare per aprire lo scrigno dei segreti che ha portato con sè.

(da “La Repubblica”)

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COSI’ LA MAFIA HA FATTO AFFARI A EXPO: APPALTI SENZA GARA PER I PADIGLIONI

Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile

L’IRRESISTIBILE RICHIAMO DI TANGENTOPOLI

Abracadabra: la parola magica arriva anche a Milano.
Dopo Mafia capitale, la mafia sull’esposizione universale. Tutti quelli che vivono in Lombardia sanno delle infiltrazioni forse da tre decenni, nessuna sorpresa.
Soltanto dispiacere. E nonostante i magistrati abbiano detto che Expo non c’entra nulla, che per ora è una questione fra criminalità  organizzata e imprenditoria, prevale l’immagine suggestionante del procuratore Francesco Greco e del procuratore aggiunto Ilda Boccassini stretti in conferenza stampa, loro che furono gli immediati eredi degli Eroi di Mani Pulite: Tonino Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, periodicamente ricondotti alle glorie delle cronache.
La politica è fuori dal pasticcio, dicono i due, ma non importa, il piatto è ricco, forze politiche di opposizione si giocano l’occasione buona, protestano per una specie di fallo di confusione: la parola «mafia» è l’irresistibile richiamo di chi fa il gioco sporco, e si diverte a far passare la classe dirigente vecchia, o seminuova, come l’inevitabile prolungamento del malaffare.
E’ chiaro che bisogna stare attenti, bisogna preoccuparsi, niente va preso sotto gamba ma di colpo, anzi ancora, per la millesima e periodica volta, ci ritroviamo immersi in una fumisteria di inchieste, intercettazioni estranee alle indagini ma riversate in gran copia sui giornali, di pettegolezzi e di maldicenze, di tutta quella materia giudiziaria e psichedelica trasformata in armi non convenzionali della discussione democratica.
Sarebbe davvero un peccato se mancasse buon giudizio e intelligenza nel valutare i fatti di queste ore, soprattutto al Nord, perchè Milano da un paio d’anni aveva tutta l’aria della città  in uscita e a petto in fuori dalla depressione post Tangentopoli, una città  in fibrillazione, cresciuta in verticale e in bellezza e in modernità  al pari delle più scintillanti metropoli occidentali, di nuovo colma di buon umore e di ottimismo, un futuro promettente e da bere – sì, da bere – in cima ai vecchi palazzi rimessi in ghingheri, riflesso in vetrine inesistenti in altre parti d’Italia, dove la rabbia a cinque stelle si è fermata a un dieci per cento, cifra accettabile di malcontento.
Sarebbe un peccato se una inchiesta della procura senza squilli e rulli di tamburi fosse utilizzata con cecità  tutta italiana per robetta di bottega, per raccattare qualche votino in più a diffamazione globale di una società  che qua e là  funziona, come sembra funzionare Milano.
Le faccende di Angelino Alfano non sono poi così diverse.
Un giorno il ministro dovrà  rendere conto agli elettori, e non agli strepiti via social, del suo nebbioso progetto politico, ma montare l’indignazione planetaria per intercettazioni valutate penalmente irrilevanti dalla magistratura, e regalate per i collage di virgolettati dei giornali, non è da Paese serio.
I limiti giuridici dell’utilizzo delle intercettazioni sono già  stati rimarcati ieri sulla Stampa dalla scienza del professor Carlo Federico Grosso.
Però sono avvilenti le minoranze, ora di destra, altre volte di sinistra, a capofitto come cani sull’osso, a chiedere chiarimenti parlamentari, a dare un segnale di vita in una diretta televisiva dal Parlamento in cui si innalzano misteriose virtù opposte alla Casta di turno.
Se Alfano debba dimettersi o no è questione politica, e seria, e non andrebbe trattata in questo modo, in cui si ricorda la caduta di Maurizio Lupi e si dimentica che quella inchiesta si è chiusa in niente.
Che partiti e movimenti in attesa del potere godano di un pretesa e immortale Tangentopoli, e ci marcino senza curarsi se poi toccherà  a loro, è il segno di un’Italia incapace di volersi bene.

Mattia Feltri
(da “La Stampa”)

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L’EX MINISTRO ANTIMAFIA DIMENTICATO DAL PD: ORA FA LA FARMACISTA NELLA LOCRIDE SOTTO SCORTA

Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile

LA LANZETTA HA LASCIATO NEL 2015 L’ESECUTIVO RENZI E HA RIFIUTATO UN POSTO IN GIUNTA REGIONALE PER NON STARE CON UN IMPRESENTABILE

Capita anche che un ex ministro torni a lavorare. Succede a Monasterace, nel cuore della Locride, quel pezzetto di provincia di Reggio Calabria stretta fra l’Aspromonte e il mar Jonio conosciuto come una delle zone a più alta densità  mafiosa del mondo.
Lì, in centro affacciata sulla litoranea, c’è una farmacia dove dietro al bancone, in camice bianco, c’è Maria Carmela Lanzetta, ex titolare del dicastero per gli Affari regionali dell’attuale governo.
Capita anche che una delle persone più esposte nella lotta alla criminalità  organizzata venga prima allontanata, poi isolata e infine dimenticata dal proprio partito: quel Pd al cui interno il segretario Matteo Renzi pur ammettendo l’esistenza di “una questione morale”, lascia per strada chi della battaglia per la legalità  ha fatto la sua ragione di vita e ne paga ancora il prezzo.
LA VITA SOTTO SCORTA E LE MINACCE DEI CLAN
Davanti alla farmacia c’è posteggiata una Lancia Thesis blindata, lo stesso modello che ha salvato la vita a Roberto Antoci, il presidente del parco dei Nebrodi vittima di un recente agguato mafioso in Sicilia.
Dentro al negozio, seduto su una sedia da cui si può vedere l’ingresso, un carabiniere in borghese fa finta di leggere una rivista. Nel marsupio, messo a tracolla sul petto, la sua arma di ordinanza è carica.
I locali sono stati completamente rinnovati nel 2011 quando un incendio doloso distrusse ogni cosa. Ai tempi la Lanzetta era sindaco del paese e l’attentato voleva essere un messaggio della ‘ndrangheta nel confronti di un’amministrazione che aveva deciso di non chinare la testa di fronte allo strapotere della cosca Ruga.
“Molti cittadini mi chiamano e mi vengono a cercare in farmacia solo per stringermi la mano e non nascondo che ogni volta mi vengono le lacrime agli occhi”, racconta mentre si leva il camice.
“Vi offro una cosa da bere, ma non al bar qui di fianco, perchè a quest’ora, ogni giorno, da quando è stato scarcerato l’anziano boss del paese viene a prendere il caffè”.
Meglio salire nell’appartamento di famiglia al secondo piano dello stesso palazzo del negozio. Ci si accede da una porta sul retro che dà  direttamente sulle scale. Lei ha scelto di vivere lì, insieme ai suoi genitori, anche per limitare i suoi movimenti in modo da rendere più facile il lavoro degli agenti deputati alla sua sicurezza.
Distante anni luce dai politici di professione, Maria Carmela Lanzetta è anche quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo delle icone antimafia, quelle che, gettata la maschera della legalità , stanno finendo nella polvere una dietro l’altra.
A iniziare dalla spasmodica ricerca di visibilità . Da “ministro invisibile”, come è stata bollata dal Movimento 5 Stelle, a inizio 2015 ha accettato di buon grado la retrocessione alla carica di assessore regionale pur di stare più vicina alla sua Calabria, ma, una volta appreso che in giunta figurava un esponente del Pd sfiorato da un’indagine per voto di scambio, ha rifiutato l’incarico dimettendosi contestualmente anche dal ministero.
LE DIMISSIONI DA MINISTRO E LA RINUNCIA A ENTRARE IN GIUNTA
Il tutto si è consumato in sole 24 ore e per la prima volta Lanzetta ricostruisce cosa è successo: “Ho appreso della mia nomination nella giunta calabrese dai giornali. A quel punto, molto stupita, chiamo prima Graziano Del Rio, poi Lorenzo Guerini e infine Luca Lotti, ma nessuno ne sapeva niente. Butto il cuore oltre l’ostacolo e telefono a Renzi che mi dice di pensare a me come anello di congiunzione fra palazzo Chigi e la Regione”.
Le parole del premier trovano conferma in quelle del neo-governatore Mario Oliverio. A quel punto lei accetta: “Non ho pensato a cosa mi conveniva perchè mi reputo una persona ‘a servizio’ di un’idea di politica.
E poi le deleghe (Riforme, Semplificazione, Cultura, Istruzione, Pari opportunità , ndr) mi entusiasmavano perchè avrei potuto lavorare sui giovani e soprattutto provare a riscrivere la legge regionale di riordino del territorio nel segno della lotta all’abusivismo edilizio”.
Peccato che quando escono i nomi della giunta Oliverio, la Lanzetta scopre di essere in compagnia di Nino di Gaetano il cui nome era apparso in un’informativa sulla cosca Tegano di Reggio Calabria.
“Così ho comunicato che non volevo più farne parte e, visto che quelli erano i giorni dell’elezione del nuovo capo dello Stato ho voluto dimettermi subito anche dal dicastero in modo che il primo atto da firmare per il nuovo presidente Sergio Mattarella non fossero le mie dimissioni”.
Dopodichè il silenzio: non una telefonata o un sms nè con Oliverio, nè tantomeno con Renzi nonostante lei avesse chiesto una discussione pubblica all’interno del partito. “Non c’è mai stata e non se n’è più parlato. E’ finita così”.
IL DISASTRO DEL PD CALABRESE E LA “QUESTIONE MORALE”
Eppure anche senza nomine e con di nuovo indosso il camice da farmacista, non ha rinunciato a dire la sua nella Direzione nazionale del Partito democratico, dove nel 2013 è stata eletta in rappresentanza della corrente che faceva capo a Pippo Civati.
E da donna “profondamente di sinistra” continua a fare politica dentro al Pd contro quelli che lei definisce “i maggiorenti”, ovvero i gruppi di potere a lei ostili: i dirigenti di quel partito calabrese responsabili del disastro delle ultime amministrative.
“Hanno preferito costituire dei comitati elettorali mortificando quei germogli di democrazia diretta che esistono anche in Calabria — spiega — E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: a Platì, San Luca e Rosarno, paesi simbolo del potere delle cosche, i dem non sono stati in grado di presentare neanche una lista, mentre a Cosenza la ‘santa alleanza con Denis Verdini’ ha umiliato il partito relegandolo al 7 per cento. Per non parlare di Lamezia Terme, Gioia Tauro e altre città  importanti dove il Pd ha sistematicamente perso”.
Secondo la Lanzetta, il lanciafiamme evocato dal segretario-premier dopo il primo turno delle elezioni andrebbe usato per riproporre con forza il tema della questione morale: “Sì, ma alla Enrico Berlinguer e cioè imponendo comportamenti politico-amministrativi trasparenti e decisioni improntate alla coerenza. Un esempio? Attuare scelte urbanistiche che abbiamo come stella polare la difesa del territorio”.
Sarà  un caso, ma la Lanzetta non è stata invitata a nessun comizio elettorale in nessuna amministrazione calabrese in cui si è votato.

Lorenzo Galeazzi e Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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